Premio La Quara 2022. Al via la nona edizione del concorso letterario Mup Editore per racconti brevi

Nove anni di storie, migliaia di scrittori emergenti che hanno raccontato vicende, attualità, ricordi e fantasie. Ritorna a Borgotaro il Premio La Quara – concorso letterario Mup Editore per “short stories”, giunto alla sua nona edizione: dal 15 aprile al 15 maggio 2022 sarà possibile partecipare al concorso inviando il proprio racconto (informazioni e regolamento sono disponibili sul sito premiolaquara.com).

Il tema scelto per questa edizione è “Resilienza”, spiegato dal Presidente di giuria (nonché ideatore del Premio), il prof. Massimo Beccarelli, come “un moto che ci fa resistere agli urti e ci fa risalire, con le nostre forze e con l’aiuto delle persone attorno a noi, e riuscire a opporsi così ai condizionamenti, trasformando anzi l’esperienza avversa in un’opportunità, dando vita a nuove versioni di noi”.

Collegata al Premio anche l’antologia pubblicata da Mup Editore, marchio di Fondazione Monteparma che quest’anno ha deciso di rafforzare il proprio sostegno all’iniziativa.

L’evento finale sarà il 26 e 27 agosto a Borgo Val di Taro nella piazza La Quara, che dà il nome al Premio stesso, e oltre alla premiazione prevede un festival letterario ed eventi collaterali. L’evento è organizzato dall’Istituto Manara in collaborazione con l’Amministrazione Comunale di Borgo Val di Taro e il contributo fondamentale di Fondazione Monteparma.

 

“In considerazione della qualità letteraria che il premio La Quara ha saputo confermare nel tempo e delle grandi capacità organizzative e divulgative dimostrate dai promotori, Fondazione Monteparma ha deciso di ampliare il proprio contributo a questa iniziativa che sostiene fin dalla prima edizione. Espressione di questa rinnovata partnership è anche la nuova denominazione del premio, che da quest’anno riporta un riferimento esplicito alla proficua collaborazione con la nostra casa editrice Mup”, dichiara il Presidente di Fondazione Monteparma Mario Bonati.

Fra le novità di quest’anno c’è anche la collaborazione con Scuola Holden, scuola di narrazione fondata a Torino nel 1994 dallo scrittore Alessandro Baricco. La Holden farà parte della giuria del concorso e premierà il primo classificato o classificata del “Premio La Quara” con la possibilità di seguire gratuitamente uno dei percorsi di scrittura organizzati dalla Scuola.

È per noi un grande onore – ha dichiarato il presidente della Manara Ugo Vietti – poter avere il sostegno e la fiducia di Fondazione Monteparma e di Scuola Holden, che interpretiamo come riconoscimento a un evento culturale che da tanti anni si svolge a Borgo Val di Taro, combinando la genuina passione per la letteratura all’altissima professionalità di organizzatori e giuria.”

“Quando, nove anni fa, il Comune di Borgotaro iniziò questa avventura – ha aggiunto l’assessore alla cultura Martina Fortunatinon avremmo immaginato un percorso di questo rilievo, che porta oggi il Premio La Quara a collaborare più intensamente con Fondazione Monteparma e con l’importante Scuola Holden. L’interesse maturato attorno al Premio è cresciuto nel tempo, come testimonia il numero dei racconti che partecipano e la qualità e la varietà degli scrittori esordienti che intendono promuovere le loro opere di narrativa attraverso La Quara.Anche il tema scelto quest’anno è rappresentativo, non solo perché il Premio ha oltrepassato, negli ultimi anni, diversi ostacoli, ma anche perchè l’editoria italiana è di per sè resiliente, una delle poche cose che sopravvive da sola sul mercato, contando solo sui propri lettori.”

È confermato anche il Premio speciale Berti Solaini, selezione a cura di Angelo e Michele Berti fra i cinque finalisti in gara alla finale di agosto.

Massimo Beccarelli

 

La partecipazione è gratuita e aperta a tutti. Tutte le informazioni e la modulistica per la partecipazione sono disponibili sul sito www.premiolaquara.com

Concorso letterario “Racconti campani 2022” – Historica edizioni

La casa editrice indipendente Historica edizioni (www.historicaedizioni.com) in collaborazione con il sito Cultora (www.cultora.it)  indice il concorso letterario “Racconti campani 2022”. La partecipazione al concorso è gratuita ed è rivolta a tutte le persone, italiane o straniere, nate, residenti o domiciliate nella regione Campania.

L’oggetto del concorso riguarda esclusivamente la sezione narrativa. Gli autori intenzionati a partecipare al concorso dovranno inviare racconti inediti e redatti in lingua italiana. Possono partecipare al medesimo testi già premiati in altri concorsi, purché sempre inediti e redatti in lingua italiana.

Gli elaborati dovranno essere inoltrati entro e non oltre il 15 febbraio p.v. in formato word con nome, cognome, numero di telefono e nome del concorso al seguente indirizzo email: racconticampani@gmail.com .

I racconti vincitori saranno pubblicati da Historica edizioni in un libro che sarà disponibile nelle librerie campane (con distribuzione Libro.co), sul sito di Historica, nelle principali fiere della piccola e media Editoria cui parteciperà l’editore, e sui principali book-stores online.

Di seguito, il bando completo del concorso (visitabile anche all’indirizzo: http://www.historicaedizioni.com/concorso-letterario-racconti-campani-2022/ )

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Concorso letterario Racconti campani 2022

Historica edizioni (www.historicaedizioni.com) in collaborazione con il sito Cultora (www.cultora.it) indice il concorso letterario “Racconti campani 2022”.

UNICA SEZIONE: NARRATIVA – Si accettano racconti a tema libero che non superino le 10.000 battute spazi inclusi. Sono ammesse eccezioni se gli elaborati superano di poco il limite prefisso. Ogni autore può inviare al massimo un racconto.

TESTI – I testi devono essere in lingua italiana e inediti. Possono partecipare autori italiani e stranieri. Possono partecipare testi già premiati in altri concorsi.

COME INVIARE I RACCONTI – I concorrenti devono inviare il racconto in formato word, con nome, cognome, indirizzo, numero di telefono e nome del Concorso, al seguente indirizzo mail: racconticampani@gmail.com

CONDIZIONI DI PARTECIPAZIONE – La partecipazione è gratuita e aperta a tutte le persone nate, residenti o domiciliate nella regione Campania.

TERMINI DI INVIO – Inviare gli elaborati via mail entro e non oltre il 15 febbraio 2022.

DESIGNAZIONE DEI VINCITORI – Agli autori selezionati verrà inviata una mail con il responso.

PREMI – I racconti vincitori verranno pubblicati da Historica edizioni in un libro che sarà in vendita nelle librerie campane (con distribuzione Libro.co), sul sito di Historica, alle principali fiere della piccola e media Editoria cui parteciperà l’editore e sui principali book-stores online.

DIRITTI D’AUTORE – I diritti dei racconti rimangono di proprietà dei singoli Autori.

INFORMAZIONI – Per informazioni scrivere a:  racconticampani@gmail.com

 

 

‘Nemico, amico, amante’. Lo sguardo profondo e il vitalismo disperato del premio Nobel Alice Munro

Nemico, amico, amante, della scrittrice canadese Alice Munro, premio Nobel per la letteratura 2013, è una raccolta di 9 racconti.

C’è del vitalismo più o meno disperato nei racconti della Munro, che ha un tipo di scrittura che riesce ad aderire alla vita. Coincide, corrisponde perfettamente senza espedienti ed infingimenti. Riesce a coinvolgere il lettore con la sua scrittura. Riesce a parlare con il cuore in mano.

Uno dei maggior pregi nei testi è l’immediatezza, la scorrevolezza. La scrittrice ha uno sguardo profondo e partecipe sulla condizione umana, è una indagatrice della natura umana. Il suo stile è asciutto e impeccabile. Ogni suo racconto è un microcosmo.

Il vitalismo disperato di Alice Munro

Nel primo Johanna riceve delle false lettere d’amore, ingannata da due ragazzine. Va a comprare un abito da sposa e la negoziante è soddisfatta di averglielo venduto perché così per quel giorno ha giustificato la sua esistenza. Tutto ciò fa pensare alla Romana di Moravia secondo cui ognuno è ciò che fa.

La commerciante aveva trovato la sua ragion d’essere, il suo motivo di esistere in una cittadina, che rappresenta qualsiasi mondo concentrazionario. Questa frase della Munro è già di per sé molto  azzeccata ed appropriata perché in America è davvero così: nella società utilitaristica, pragmatica, tutti devono avere un ruolo ben preciso, disegnato (altrimenti si finisce per essere come nella poesia disperata “College all’angolo della via” di Kenneth Patchen, in cui il protagonista non è mai stato niente, nemmeno soldato).

È un dramma in America non fare niente, non occuparsi di niente. La Munro lo esprime molto bene in una sola frase, messa in bocca ad una negoziante in crisi con scarsa clientela.

I racconti: trama e contenuti

Nel racconto “Ponte galleggiante” Jinny, donna sposata e malata di tumore, riesce a ravvivare l’esistenza baciando un ragazzo. In “Conforto” Nina ha una doppia vita e si divide tra il marito padrone e l’amante. Ma forse il racconto che rende meglio l’intensità, il dolore e la drammaticità della vita è “The Bear Came Over the Mountain”, in cui viene descritta la relazione tra un marito ed una moglie, che sta perdendo la ragione.

Viene insomma trattato il tema della demenza senile. E la domande che sorgono spontanee sono che cosa resta della persona dopo l’insorgenza della malattia e cosa resta conseguentemente dell’amore tra i due. Questo racconto ha avuto una trasposizione cinematografica: Away from Her (Lontano da lei), diretto da Sarah Polley.

La Munro  sembra un fiume in piena. I suoi testi non sembrano pensati e ripensati, corretti e modificati. Sembrano tutti pubblicati alla prima o al massimo alla seconda stesura. Se sono stati modificati molto probabilmente ha tolto e non aggiunto perché in questi racconti si tratta di levare più che di battere.

Non bisogna guardare quindi alla forma mentis dell’autore. D’altronde in un romanzo o in una raccolta di racconti non bisogna cercare le congetture filosofiche, le digressioni pseudo-psicanalitiche o le descrizioni di paesaggi o città. Tutto ciò  annoia a lungo termine. Bisogna cercare  invece chi riesce a raggiungere la vita o quantomeno si sforza di farlo.

Tra descrizione e introspezione

Alice Munro riesce a descrivere gli eventi, a riportare casomai le conversazioni e a narrare gli stati d’animo nel modo più realistico possibile. Allo stesso tempo dimostra di avere una invidiabile capacità introspettiva.

La scrittrice canadese forse era così vitale ed esuberante con la penna perché nella realtà la loro vita sfuggiva loro di mano. Forse è questo il motivo: nella realtà non era assolutamente padrona della sua vita, che forse sembrava seguire logiche ed automatismi inspiegabili. D’altronde tutto questo è comprensibile perché il vitalismo è sempre stato contrapposto al meccanicismo.

La Munro è  intellettuale, lucida e sobria. Il suo vitalismo non è fittizio ma è sempre autentico. Non c’è niente di posticcio. Un’altra cosa che mi piace della Munro è che non si è messa a studiare la vita in modo calcolatore e a tavolino ma sembra perfettamente che si sia messa a narrare in modo occasionale. Sembra che abbia vissuto le sue peripezie e ogni tanto abbia fatto una pausa tra una fatica ed un’altra per annotarla sul suo taccuino.

I drammi quotidiani

La scrittrice ci racconta la  vita quotidiana con i suoi drammi ed allo stesso tempo non crea altre realtà: è testimone Impareggiabile delle sua epoca, restituisce senza sconti e senza finzioni la cruda verità umana.

Dramma dopo dramma purtroppo l’esistenza diventata tragedia. La vita sembra scorrere tranquilla fino all’evento irreparabile, al guasto irreversibile. È questo forse il messaggio. La Munro riesce a narrarlo magistralmente nelle più svariate sfaccettature. Riesce a fornirci una visione altra della vita, che  erompe dal contingente. Tutto questo non è poco. Anzi è merce rara in un libro di narrativa.

I romanzi per molti hanno una sovrastruttura intellettuale e un intreccio che i racconti non avranno mai. Per molti i romanzi comprendono una maggiore cura nel descrivere ambienti e personaggi, soprattutto nel delineare la psicologia dei personaggi.

Il racconto come romanzo in miniatura

Ogni racconto della Munro invece è un romanzo in miniatura. Lo scrittore Aldo Busi spesso ha dichiarato che in Italia esistono molti poeti, molti scrittori di racconti ma pochi sono i veri romanzieri. Molti artisti secondo Busi sarebbero dei romanzieri mancati.

Il romanzo, facendo queste considerazioni, sarebbe quindi più complesso di una raccolta di racconti: più complesso da scrivere, da leggere, da analizzare, da recensire. Necessiterebbe di una sovrastruttura e di una architettura. Ma poi ne siamo così sicuri? Ad esempio “Casa d’altri” di Silvio D’Arzo (pseudonimo) che cosa è esattamente? Un racconto lungo? Un romanzo breve? Un ibrido particolarissimo? Una eccezione che conferma le regole suddette? Ai letterati e ai critici letterari l’ardua sentenza.

Ma perché disprezzare il racconto? Perché considerarlo un genere minore? Non suscita forse emozioni? Non fa scaturire riflessioni e pensieri? Una raccolta di racconti fantastici non può trattare di universi paralleli come un romanzo di fantascienza? Una raccolta di racconti non può forse essere una opera aperta? Non può essere una opera di avanguardia? Non può trattare tematiche importanti? Non può far vedere le cose da una prospettiva insolita? Non ci vuole forse anche una certa abilità nello scrivere racconti?

La questione romanzo

Inoltre c’è anche chi sostiene che il romanzo non abbia più un senso. Già le avanguardie avevano decretato la morte del romanzo. Secondo Milan Kundera la morte del romanzo è già avvenuta e nessuno ne è rimasto colpito o scandalizzato.

Il romanzo secondo il famoso scrittore rappresenta la complessità del mondo e dell’esistenza; i mass media che invece dominano il pianeta tendono a dare una visione univoca e ipersemplificata della vita. In buona parte dei casi il racconto probabilmente è una storia breve.

Uno dei maestri indiscussi del racconto nel novecento è R. Carver. Naturalmente i racconti fantastici di Borges sono esemplari. Ma sono particolari: anzi, unici nel loro genere. Sono però da leggere anche i racconti di Beckett e di Salinger (“I nove racconti”).

In Italia invece i grandi scrittori di racconti sono Dino Buzzati (“I sessanta racconti), Cesare Pavese (“Feria d’agosto”, “Fallimenti”), Silvio D’Arzo (“L’aria della sera e altri racconti”), Giorgio Manganelli (“Centuria”), Del Giudice (“Il museo di Reims”), Italo Calvino (“Ultimo viene il corvo”), Antonio Delfini (“Il ricordo della Basca”), Tommaso Landolfi.

Discorso a parte merita Silvio D’Arzo, molto stimato dalla critica letteraria e anche da Montale, che in vita pubblicò solo tre libri senza alcuna gloria e fu un anonimo professore. Morì a soli trentadue anni.

Ritornando alla Munro, sicuramente va letta assieme agli scrittori sopracitati. Purtroppo però il Nobel alla Munro, che è una delle migliori scrittrici del mondo di racconti brevi, non ha determinato una ripresa della lettura e quindi un aumento di vendite di raccolte di racconti in Italia.

In Italia il genere dei racconti è considerato frutto di una arte minore. Un pregiudizio che porta anche le case editrici a pubblicare poche raccolte di racconti, di solito solo di autori già affermati.

 

Di Davide Morelli

 

‘Nell’Inferno’: tre racconti di Arturo Onofri che esaltano la creatività poetica

I tre racconti che costituiscono l’opera Nell’Inferno, editi in un volume dalla casa editrice Pan di lettere, di Arturo Onofri, poeta metafisico e scrittore (1885-1928) rappresentano delle autentiche rivelazioni. Non perché Onofri è un letterato memorabile, che ha in modo inequivocabile segnato il ‘900 per l’originalità e la qualità della sua scrittura.

Dell’importanza di Onofri ne è la controprova che una esperta italianista come Magda Vigilante ha dedicato una prefazione di quaranta pagine, facendo una disamina accurata dei racconti.

I tre racconti di Onofri

Il primo racconto di Onofri si intitola “Il pollice esercitato” (che sta a significare il talento coltivato) e tratta il tema della creazione artistica e della ispirazione con tutte le difficoltà del caso (la creta non è mai molle, indipendentemente dal fatto che si cerchi la mimesi, la trasfigurazione, la creazione ex novo).

Come ci ricorda la Vigilante le idee in questione non sono quelle dell’Iperuranio, ma sono spiritelli maligni. Forse il poeta vuole suggerirci che la vera creatività spetta alle donne oppure solo a madre natura: forse solo loro hanno la vera capacità di generare. Le stesse idee sono signore algide e scostanti.

Come sostiene qualcuno le idee veramente innovative ed originali scaturirebbero in modo casuale secondo i neuroscienziati e che addirittura la loro frequenza potrebbe essere descritta dalla distribuzione statistica di Poisson: semplificando ogni idea sarebbe un evento raro e fortuito nelle menti più creative.

Il tema del doppio

Ecco quindi la fatica di Sisifo della creazione artistica. Insomma Onofri aveva anticipato i tempi. Il secondo intitolato “I due” mette in scena sia il tema del doppio che quello psicologico del falso Sé (più che dell’ Ombra junghiana).

Alla fine viene da chiedersi chi sia il personaggio autentico, se la figura in carne ed ossa oppure il sembiante. Uno è il Sé autentico e l’altro è la maschera sociale, colui che rispetta codici e convenzioni borghesi.

Il terzo intitolato “Inferno” esamina il perturbante in senso freudiano. Il protagonista prova allo stesso tempo repulsione ed attrazione verso la donna, descritta inizialmente come orrida. Il lettore viene spiazzato più volte con alcuni straniamenti, con alcuni colpi di scena.

Perché una scena sia effettivamente perturbante per Freud deve essere ambivalente emotivamente, deve essere familiare ed estranea al contempo.

Tra simbolismo e decadentismo

Onofri si dimostra un artista enigmatico, simbolista, decadente, esoterico (non a caso studiò l’antroposofia steineriana) in questi tre racconti, a cui lasciamo libera interpretazione agli acquirenti del volume; in questa sede ho voluto solo dare delle indicazioni di massima.

D’altronde l’arte si caratterizza per la sua polisemia ed ambiguità. Ognuno quindi può dargli il suo significato. Onofri nei suoi racconti accosta elevazione spirituale e spavento, grazia e solitudine, levità ed angoscia, orfismo e scissione, purezza e terribilità. Sulla scena si affaccia prepotente il mistero, l’irrazionale sotto le forme delle ossessioni, delle paure.

Senza mai cadere nell’intimismo c’è una propensione innata alla penetrazione psicologica. Sono ineludibili lo sgomento e la sorpresa dei protagonisti, che sono tra la veglia ed il sonno, quasi in uno stato di reverie ed hanno delle apparizioni sconvolgenti. Onofri dà forma al materiale informe dell’onirico.

Una prosa suggestiva e personale

Getta un ponte tra conscio ed inconscio, trovando archetipi senza scandagliare oscenamente i segreti recessi dell’anima. Lavora di cesello e l’oscuro non è mai incoerente né incongruo. La sua prosa – per quanto subisce echi, risonanze, influssi- è suggestiva e mai suggestionata da nessun altro autore.

Centrali sono le visioni e le analogie di Onofri. Non imita né prende a prestito alcunché. Piuttosto si rifà sporadicamente ed episodicamente alla tradizione. Per dirla alla Peirce il poeta era mosso da autentico amore per la conoscenza, era all’instancabile ricerca della verità.

Non è forse un caso che amò diverse dottrine, ma non divenne mai dottrinario? Ed ora veniamo all’inghippo: quella di Onofri è una prosa poetica? Ed ancora si può cercare un discrimine tra poesia e prosa poetica?

Ora si deve sgomberare il campo da ogni possibile fraintendimento: è impossibile fare una distinzione oggettiva tra poesie in versi e prose poetiche. Di distinzioni se ne possono fare ma sono solo soggettive e stucchevoli.

La relazione tra prosa e poesia

È sempre arduo stabilire una relazione tra prosa e poesia oppure una linea di confine. C’è chi sostiene che non vi sia più una grande differenza tra i due generi e che per vendere più copie molti poeti farebbero meglio a non andare a capo. Condannare la prosa poetica può voler dire giudicare negativamente i capolavori di Pagliarani e Bertolucci.

Perché condannare questo ibridismo? Per quale motivo? Inoltre bisogna ricordare che per i puristi del verso scrivere in versi liberi significa andare a capo arbitrariamente ed è considerato alla stessa stregua dello scrivere in prosa.

Il verso libero è il lasciapassare e allo stesso tempo la diretta conseguenza della prosa poetica. È meglio non mettere steccati e paletti. Nel secondo novecento non l’hanno fatto. È sempre meglio non fare restrizioni di nessuna sorta e permettere ogni tipo di libertà. Onofri ne è stato l’esempio lampante ed ha dimostrato tutta la sua versatilità.

Un poeta deve avere sempre la massima libertà espressiva. Di conseguenza può utilizzare qualsiasi registro espressivo, che deve essere considerato comunque espressione artistica. Può anche adottare il pluristilismo.

La poesia in versi liberi può essere poesia come anche la prosa poetica può essere allo stesso tempo poesia. Tutto il resto è polemica sterile fatta per amor della polemica.

Forse bisognerebbe semplicemente distinguere solo ciò emoziona da ciò che non lo fa, ciò che fa pensare da ciò che non lo fa. I tre racconti di Onofri colpiscono favorevolmente in tal senso.

Un aspetto che contraddistingue la sua scrittura è il fatto che, nonostante le innumerevoli variazioni della lingua italiana dagli anni di stesura ad oggi, essa sia ancora comprensibile e chiara senza l’ausilio di alcuna nota: ciò dimostra la capacità comunicativa dell’Onofri.

Quella del poeta romano è ad ogni modo una prosa lirica, è quella che un tempo veniva chiamata prosa d’arte. Per tutte queste ragioni il volume meriterebbe di essere letto.

 

Di Davide Morelli

‘Amarcord’, un racconto relazionale di Davide Morelli

Proponiamo un racconto d’amore e di illusione dal titolo Amarcord di Davide Morelli.

Lei dormiva accanto, abbracciandolo. Il suo respiro era così leggero che quasi non la sentiva. C’era solo la luce della luna che entrava dalle inferriate. Nessun altra luce. Solo il rumore di fondo delle macchine che passavano sulla circonvallazione. Tutti i loro amici e le loro amiche erano andati a dormire. Tutto il mondo sembrava assopito. A lui sembrava trascendere il tempo quando l’abbracciava.

Nessuno di loro si sentiva mai solo in quel tempo. Nessuno può considerarsi solo quando si ha una caterva di amicizie. Lei era bella e non usava mai truccarsi. Era bella al naturale. Così tonica e con i suoi capelli a caschetto castani. Indossava jeans e un piumino. Era così semplice! Entrambi erano coperti da un semplice plaid. Dormivano vestiti da diverse notti. Niente altro. Si sentiva alle volte giovane per sempre ed altre volte immortale quando le dormiva accanto.

A tratti carezzava la sua nuca e la sua chioma. A tratti le teneva la mano. Lei diceva che erano solo buoni amici. Lui aveva paura di dichiararsi e di perderla per sempre perché lei voleva innanzitutto la sua libertà. Lei prima aveva pianto raccontandole del suo ex che l’aveva trattata male e lasciata senza preavviso. Adesso lei voleva essere libera. Aveva venti anni, era una universitaria fuori sede e voleva sentirsi libera. Non voleva impegni. Non voleva legami né catene. Non voleva vivere delusioni. Non voleva soffrire. Amava l’ebbrezza del vino in quelle notti. Amava cantare e stonare canzoni in quelle notti. Adorava strimpellare la chitarra.

Lui le faceva da confessore e amava ascoltare alcuni suoi piccoli segreti. Si erano raccontati le loro vite. A volte pensava di leggerle nel pensiero, altre volte sembrava che lei gli leggesse nel pensiero. Che cosa era quello struggimento e quello stringersi forte? E quelle conversazioni fitte e quel filosofeggiare su tutti gli aspetti della vita? Si frequentavano da giorni. Facevano parte da due settimane della stessa comitiva. Lui si sentiva a proprio agio. Sembrava che si conoscessero da una vita. Apparentemente tutto sembrava procedere senza contrasti.

Ognuno naturalmente aveva i suoi difetti e le sue contraddizioni. Tutto sembrava combaciare, anche se sapevano entrambi che l’idillio non esisteva. Tutti sembravano essere in armonia con il mondo, nonostante le gravi ingiustizie e sperequazioni del mondo. Lei sembrava essere particolarmente spontanea.

Lui faticava a prendere sonno con lei accanto. Scorrevano nella sua mente le immagini della giornata. Ripensava a tutte le parole, le espressioni, i movimenti di lei. L’aveva messo in conto che un giorno la felicità sarebbe sgusciata via e sarebbe dopo spuntata la morte. Ma preferiva non pensarci. Con lei accanto non pensava mai alla morte. Forse era fisiologico a quella età. Avevano venti anni e quelle notti così vissute non li stancavano mai, anzi erano contenti di fare le ore piccole e non erano mai spossati per aver dormito troppo poco. Lui l’aveva consolata ma nessuno avrebbe mai consolato lui quando lei se ne sarebbe andata, dopo avergli detto di no. Ogni volta che giungeva l’alba ed entrava la luce nella stanza entrambi si alzavano per farsi un caffè con la moka. Alle volte si recavano al bar più vicino a prendere una brioche.

Tutto quello che si dicevano in quelle notti a lui allora sembrava così importante ma con il tempo e con gli anni avrebbe capito che erano solo semplici sciocchezze: banalità giovanili. Un giorno lui l’avrebbe cercata, ma lei non l’avrebbe più considerato e non avrebbe più voluto saperne nulla di lui. Lui sarebbe morto scapolo, mentre lei si sarebbe sposata ed avrebbe fatto figli. Lui si sarebbe chiesto più volte nel corso degli anni il senso del loro incontro, ma poi avrebbe pensato che la giovinezza è una cosa che non ha senso.

Le loro esistenze si erano intrecciate così casualmente. Si chiedeva se avesse compiuto degli errori, ma probabilmente era inutile chiederselo. Poi sarebbero stati tutti errori di gioventù! Chiaramente tutto questo molto più in là nel tempo. Un giorno lontano naturalmente. Che strana cosa la giovinezza in cui si finisce per dare così tanta importanza a quel sentimento così altalenante che chiamano comunemente amore! Un giorno lontano lei sarebbe stata solo un ricordo sciocco da scacciare dalla mente.

Ma in quelle notti lei respirava leggero accanto a lui e a lui sembrava di essere il suo ragazzo, anche se il tempo gli avrebbe insegnato che era tutta una illusione. Con il tempo lui avrebbe imparato che ci sono persone che non si incontreranno mai nella nostra vita e persone che non si incontreranno mai più nella nostra vita. Ma avrebbe anche imparato che essere uomini consiste anche nel non pensare mai o molto raramente a queste cose perché non si può vivere di rimpianti o di vite immaginarie. Con il tempo chiaramente avrebbe imparato questo ed altro.

‘Criminal profiling’: un racconto di Ivano Mugnaini

Era la notte più buia mai apparsa sulla terra. Anzi, era una notte che si rifiutava di apparire, perfino come essenza oscura. Non si camminava per le strade, ci si immergeva, quasi a memoria, in ipotesi di vie e marciapiedi. Uno dei rarissimi rumori che si potevano udire in tutta la città era la voce cupa di Marco Rattis, alias Markophone. Il dee-jay di Radio Utopia 2000 era scarso, a partire dal nome d’arte che si era scelto. Ma lavorava in una radio libera, libera veramente, per dirla con le parole di una canzone che era solito programmare con gusto. Era tanto libera, la sua radio, che a volte gli sembrava non esistesse. Etere nel buio, niente nel niente. Ma nel buio non c’è il nulla: c’è carne, sangue, linfa vitale. Quella notte a Markophone era riemerso lo sfizio di un vizio: capire qualcosa.

La sola cosa che Marco sapesse fare bene era riprodurre le voci. Imitava alla perfezione chiunque, o quasi. Selezionò il più squillante e solenne dei jingle che aveva in repertorio, poi, con la voce di Donald Trump, proclamò la necessità di una pronta e duratura pace universale. Con le voci alternate del Ministro delle Finanze e del Telecardinale per antonomasia annunciò poco dopo sostanziose detrazioni fiscali per i clienti delle lucciole. Fece replicare loro dalla Portavoce del Sindacato Prostitute Organizzate, la quale, roca ma suadente, parlò di una speciale misura promozionale: le operatrici del settore dopo l’atto sarebbero andate a cena con i clienti e avrebbero pagato alla romana. In seguito, a tarda notte, gli uni e le altre avrebbero camminato per le strade in cerca di gatti randagi a cui donare carezze e il tepore dei caloriferi.

Si sentì grande, Markophone. Un universo di vibrazioni umane. Senza alcun pudore fece risuonare a tutto volume una cassetta di applausi registrati al termine di un’opera sinfonica. Un istante dopo si sentì una nullità. Non che prima di allora non gli fosse mai successo, ma in quel preciso momento ebbe la percezione fisica, ghignante, della distanza tra sogno e realtà. Per reazione, o forse per crogiolarsi ancora di più in quella ruffiana malinconia, si rivolse mentalmente all’Imitatore Massimo, l’unico in grado di riprodurre l’intera esistenza, gli esseri viventi in tutte le loro forme. Dalla finestra dello studio alzò gli occhi verso il cielo.

Niente. Solo un immenso telo scuro. Mise un CD di brani e commenti strampalati registrati mesi prima e schiacciò il tasto “loop”, la programmazione ad anello, senza interruzioni. Avrebbe avuto tutto il resto della notte a disposizione, in tal modo. Nessun ascoltatore si sarebbe accorto della sua assenza. Sempre ammesso che la sua radio lo avesse avuto davvero qualche ascoltatore. Uscì fuori e si avviò lento, impacciato, lungo il marciapiede. Guardò ancora in alto, poi scrutò di fianco a sé e davanti. Ancora niente. Solo un sibilo acuto alle sue spalle. Una vecchia Lancia Fulvia Coupé con i freni da rifare si fermò a un metro dai suoi polpacci. Marco non cambiò espressione. Si allontanò piano, con faccia serenamente disperata, certa del tanfo di gomma e metallo del mondo. Ma alla fine la curiosità prevalse. Si voltò di scatto per gettare un’occhiata al mirabile autista. Una sigaretta e un sorriso. Abiti eleganti, perfino una gardenia bianca nell’occhiello. Dalla radio della macchina uscivano le note de “L’uomo in frac” di Modugno. Marco riconobbe, in quell’istante, la faccia dolce e disincantata dell’uomo più inadatto alla vita che avesse mai conosciuto. Eccetto se stesso, chiaramente.

Lo fissava, staccando il gomito posato sul volante solo per aspirare la sigaretta, suo zio Remo. Il fatto che fosse morto venti anni prima non turbò Marco più di tanto. Gli sembrò, in quel contesto, un particolare secondario, una macchia lievemente più scura nel mantello antracite della notte. Tutto ciò che riuscì a fare e a pensare fu correre verso il finestrino e offrire all’uomo una mano da stringere e qualcosa di forte da bere in qualche bar. La seconda offerta fece centro. La sigaretta, seppure a malincuore, venne schiacciata sull’asfalto umido, e le labbra uscite dal buio si misero in moto, pigre quasi quanto le gambe.

            «Ho provato, sai, Marco?»

            «Hai provato cosa, zio?»

«Ho provato, in tutti questi anni, dopo che sono… andato via. Ho tentato di chiedere una modifica dell’iter stabilito per te e per gli altri, per voi che mi state a cuore e che siete ancora quaggiù. Non è stato possibile. Non è concesso, umanamente e neppure “postumanamente”. Il sistema di controllo lassù è ciclico, circolare. Ogni richiesta di concessione viene girata ad un Controllore Ulteriore. E così via. Neppure l’Eternità è sufficiente. La burocrazia terrestre al confronto è snella e fulminea.

Non ho solo cattive notizie da darti, comunque, altrimenti, mi conosci, non sarei venuto da te. Visti i miei crediti acquisiti sulla terra, mi è stato elargito qualche privilegio. Posso portarti vicino a loro. Voglio, anzi devo farlo».

«Loro chi?».

«Non pensare che ci sia bisogno di mezzi ipertecnologici per rendere possibile il meeting. Ti basterà percorrere questo viale. Saranno loro a venire incontro a te. Sii te stesso. Io ti aspetto in fondo».

Marco entrò e uscì dai locali aperti e giunse, più suonato che mai, al termine della Via Crucis dell’amaro notturno.

«Bravo, Marco! Loro hanno visto e annotato tutto: quello che hai preso, in quali locali, parlando oppure tacendo, con quale gente, con quali parole. Ora hanno raccolto una messe di dati ulteriori. Forse potranno inserirti finalmente in una cartella, un modello, un cluster. Sì perché, caro nipote, devo dirti la verità: il problema è che al momento you match with noone and nothing. Non combaci con niente e con nessuno».

«È una colpa?».

«Domanda troppo filosofica per me. Io sono solo un messaggero, capiscimi. Sono dalla tua parte, certo, ma molte cose non le comprendo nemmeno io. Comunque credo che ora possa essere ultimata la scheda del tuo Criminal Profiling.

Ah, come avrai notato da quando sono passato all’altra dimensione un vantaggio sicuro l’ho avuto: adesso so bene l’inglese. Appena arrivi lassù ti fanno un corso intensivo e accelerato. In men che non si dica diventi, per forza o per amore, un potenziale madrelingua».

«Mi fa piacere, zio, ma anch’io, pur non avendo seguito nessun corso simile, sono in grado di capire che la definizione è assurda. “Criminal” implica la certezza che io abbia commesso delitti, o comunque infranto codici o leggi. Quando mai? Io ho sempre lavorato alla radio, tutte le notti o quasi. Dicendo semplici parole, le mie idee, il mio modo di vedere. Cazzatelle, niente di meno e niente di più. Discorsi leggeri tra un disco e l’altro. Nulla di importante».

«Ne sei sicuro? Forse ti sottovaluti. O forse non hai capito bene il funzionamento del General Data System. Non è colpa tua, del resto. Non ne sono padrone del tutto neppure io che mi trovo lassù, in posizione panoramica, da anni e anni.

Quello che conta, comunque, lo ribadisco, è il supplemento di indagine che abbiamo appena reso possibile. Vedrai che un fascicolo telematico in cui archiviarti lo trovano adesso. Sarai libero! Torna alla tua radio, vai. E sii più lieve. Non parlare delle cose del mondo, parla di musica giovane, inventa barzellette sceme, fai qualche gridolino ogni tanto, e canticchia in falsetto prima, dopo e durante i pezzi. Meglio se metti parecchia dance, sai? Impara a fare il dee-jay come si deve. Sono anni che lo fai e continui a sbagliare tono e argomenti! Torna alla tua radio e lascia stare la cronaca, i fatti, gli accadimenti. Meglio la Disco Anni 80. Farai più ascolto, vedrai. In tal modo ti farai uno zoccolo duro di aficionados. Come vedi so anche lo spagnolo, figliuolo!».

Marco Rattis detto Markophone salutò lo zio con un sorriso e con un gesto rapido della mano. Anche l’Uomo in Frac lo guardò un solo istante. Sollevò l’ennesima sigaretta e la fece scorrere nell’aria come una minuscola cometa. Si volto di scattò e si avviò in direzione del buio più fitto. Marco lo fermò con un grido, e con un’ultima domanda.

«Posso raccontare almeno ciò che mi è successo stanotte? L’incontro con te e con loro, la raccolta dati, l’Archivio Universale. Concedetemi di raccontarlo, dai, almeno, per una volta, avrò qualcosa di interessante da dire ai radioascoltatori».

«Credevo che avessi fatto qualche progresso, Marco. Invece, mi ricresce di doverlo dire, ma sei rimasto lo stesso. È chiaro che non puoi dire niente. Credevo fosse lampante. Purtroppo, al contrario, devo specificare sempre tutto con te. No, non puoi raccontare nulla di nulla. E anche se lo facessi è chiaro che nessuno ti crederebbe. Riflettici!».

«Ma, allora, se nessuno mi crederebbe, perché non mi è concesso di raccontarlo?».

L’uomo guardò il nipote con sdegno. Gettò la sigaretta per terra e si allontanò definitivamente a passo rapido, quasi aereo.

Marco lo inseguì come poté e gli urlò tutta d’un fiato una delle sue storielle, un aneddoto mezzo vero e mezzo inventato.

«Sai zio, un tempo assieme ai miei amici frequentavo un bar. C’era una tipa selvaggia, dai modi duri ma sinceri. Non era più giovane, ma era ancora fresca, sensuale. Moltissimi l’avevano odiata e la odiavano. Altri l’avevano frequentata, alcuni erano stati fidanzati con lei e un paio l’avevano addirittura sposata. Ma tutti, presto o tardi, l’avevano abbandonata al suo destino. Era pericolosa, lo sapevano tutti. Rischiava di portarti dove non vuoi, dove non sei stato prima. Se ti guardava negli occhi ti sentivi vivo, ma nessuno osava farle la corte come si deve. Troppo autentica, diversa dalle altre. I miei amici, per scherzo, cominciarono a dirmi che era la mia donna ideale. Mi dissero che era follemente innamorata di me. All’inizio ci risi su, ma presto mi accorsi che qualcosa era successo. Non lo volevo, non era nelle mie intenzioni, ma mi ci avevano fatto pensare. Ecco zio, è accaduto anche stanotte. In questo buio fitto, lungo il viale dove si deve parlare e non parlare, guardare e non guardare, tu, e loro, mi ci avete fatto pensare. Stanotte, zio, l’ho vista, l’ho pensata, l’ho amata di nuovo».

Marco guardò le spalle rigide dell’uomo allontanarsi. Lo smoking impeccabile, più scuro della notte, ebbe solo un ultimo fremito di sdegno. Poi svanì nel nulla. Marco pensò alla sua Radio. Se si sbrigava poteva tornare al microfono prima dell’inizio dei programmi a quiz del mattino. In tempo per raccontare una storia a cui, forse, nessuno avrebbe creduto.

 

CRIMINAL PROFILING – racconto – Ivano Mugnaini

’22 febbraio 2020′, un racconto ai tempi del Coronavirus di Valeria Serofilli accompagnato da poesie

Il presente racconto, nato dall’esigenza di scrivere un testo che traesse spunto dall’attuale crisi derivante dal Coronavirus, dal forzato isolamento e dalle dinamiche psicologiche e sociali non di rado alienanti che stiamo vivendo, è stato scritto nell’ambito della campagna #iorestoacasaascrivere, che ho personalmente promosso sulla scia della vasta diffusione online di quella mediatica #iorestoacasaaleggere.

La sfida, alla base della concezione del racconto e del suo intento espressivo, è quella di trovare spunti e “nutrimenti” per l’ottimismo in questi frangenti messo a dura prova. Ciò ha determinato sia l’impostazione del testo sia la struttura, la composizione delle parti che lo costituiscono. In linea col pensiero di Bukowski come anche di Hesse o Musil, ho ritenuto che inserire versi poetici in una narrazione, ancorché breve, la impreziosisca. E il racconto stesso, nel suo insieme, è un inno, fatto sia di prosa che di poesia, di realismo e di sogno, alla possibilità della vita e della vitalità anche nel pieno della crisi. È, in sostanza, la descrizione di una Primavera che sboccia in ogni caso, a dispetto di tutto.

All’improvviso i portoni si sigillarono ma si aprirono i tetti. E comparvero pianoforti sulle terrazze e profumi di fiori, narcisi, crochi e ciliegi. Lo scrittore scrisse il suo romanzo più bello, il poeta “L’Inno dell’Italia insidiata”, immaginandosi un’Italia già provata, adesso invasa dal serpente-virus che insidiava e si insinuava nell’uomo-mela; Il Papa percorse le strade di Roma per una propria personale preghiera, il sacerdote suonò fortissimo le campane.

Il cuoco rallegrò tutti con una torta a sei piani, del tipo di quelle americane, colorate e perfette, ma a forma d’Italia e squisito era anche il suo sapore Ognuno intonò la sua canzone più alta: e cori e canti all’unanime grido di “Andrà tutto bene!”. Ogni cellulare che si accese diventò una fiammella di cuore, a scacciare il nemico invisibile col suo battito pulsante, mentre le infinite goccioline umorali dei canti formarono una nube rosa, impenetrabile al Virus. Chi imitava con rassegnata filosofia la vita del gatto, chi sulla terrazza faceva bellissimi giardini pensili o inscenava spettacoli di sana follia, chi sempre in terrazza aveva addirittura portato il computer per trarre ispirazione dal tramonto, cosa che prima non aveva mai fatto. Anzi neanche si era mai accorto di quanto fosse bello il tramonto. C’era anche chi, sempre dalla terrazza, dava lezioni di ballo o recitava versi apotropaici:

“Ed ecco la serpe/ nel verde giardino
iniettare il suo sibilo/ nella mela respiro.
Ma andrà tutto bene:
che la voce si erga/ di regione in regione
a rendere tangibile un nemico invisibile
che questo ė l’inno/ della guarigione
Andrà tutto bene:
che la voce si erga contro il male
a infrangerne l’involucro
col suo potente stivale!”.

All’improvviso i portoni si sigillarono ma si aprirono i tetti e comparvero pianoforti sulle terrazze e profumo di fiori, narcisi crochi e ciliegi.
La Primavera esplose con una forza mai vista prima. Il suo polline salvifico si andò mischiando alle note che pseudo improvvisati pifferai magici spandevano nell’aria insieme al verde grido dei grilli mentre zagare, limoni e rosmarino crearono un mix inebriante e afrodisiaco.
Gli alberi lanciarono liane di germogli che si fecero tronco.
E comparvero pianoforti sulle terrazze e profumi di fiori, narcisi, crochi e ciliegi perché all’improvviso, se i portoni si sigillarono, si aprirono i tetti.

 

Congedo

Guardate a noi con indulgenza
(Omaggio a Bertolt Brecht)

A noi/ sulla linea di confine
della nostra debolezza
in trincea per i peccati commessi
voi/ generazioni che verrete
guardate con indulgenza

A noi/ sovrani di questa novella Atlantide
di cui colpa abbiamo/
e consapevolezza.

“Ingiustificata sana euforia”

Ancora qui
a camminare sotto un cielo distratto
un po’ matto, carico di virus
a contare i buchi alla crostata, i merli alle torri
per una salvezza pleonastica
a togliere capelli di plastica/ in pettini da bambola

Ancora qui
a scrivere a quattro mani
una nuova sana poesia
a otto, a sedici, a mille /perché infinite sono le mani dei poeti.

 

Copyright Valeria Serofilli
15/03/2018
Tutti i diritti riservati
Legge sul diritto d’autore (L. 633/1941)

Prof.ssa Valeria Serofilli
Presidente AstrolabioCultura
Premio Astrolabio e Incontri letterari dell’Ussero e di Palazzo Blu di Pisa
Web Site: www.valeriaserofilli.it

‘La precisione dell’acqua’, i racconti ‘straordinari’ di Chiara Novelli

La precisione dell’acqua (Nardini editore, collana Iena reader, 2015, seconda edizione 2019 Amazon) è un’opera delle scrittrice toscana Chiara Novelli, autrice dell’intricato romanzo L’assonometria del caso, e di due sillogi poetiche: “Paradisi fragili” e “Il cerchio occidentale”.

Dopo la poesia, dunque, Chiara Novelli si confronta con il racconto, ancora una volta con un titolo accattivante ma che non è uno specchietto per le allodole, bensì un richiamo all’acqua come elemento vitale e capacità di adattarsi ad ogni situazione, cercando di catturare, di fissare uno stato d’animo frequente e comune agli esseri umani nella quotidianità. La precisione dell’acqua ci consegna una scrittura prosastica matura e asciutta, per cui l’autrice fiorentina si affida ad immagini realistiche che richiamano alla mente le opere di Edward Hopper e ad una costruzione lirica della narrazione per fotografare la solitudine dei protagonisti dei suoi racconti e la loro lotta con la vita.

L’autrice ritrae noi stessi sospesi tra quotidianità e situazioni paradossali in cui emergono inevitabilmente i tratti più nascosti della nostra personalità, le nostre peculiarità, le nostre contraddizioni da leggere ora con ironia, ora con drammaticità.

Questa la sinossi della Precisione dell’acqua:

La salita sulle montagne russe dei racconti – un’ardita miscela fra l’autobiografico nascosto fra le pagine e la narrativa di pura evasione che inaspettatamente diventa riflessione sul rapporto fra uomo e donna, fra il Divino e il quotidiano, fra la fantasia e la cruda realtà, e la discesa nel buio totale dell’animo umano – si snoda attraverso numerosi scandagli del proprio pensiero, ciascuno posto a profondità o altitudine diversa, con l’arte come elaborazione e via di fuga. Racconti brevi, asciutti e moderni alcuni, altri più vicini alla soglia del romanzo fantasy, talvolta per indagare l’aridità dell’animo e sempre per stupirsene: l’autrice la combatte contrapponendole pura poesia a inframmezzare le scene, riflessioni che mettono in surplace la storia lente discese nel profondo del proprio sé che preparano impetuose risalite. Chiara Novelli riesce a partecipare al gioco della narrativa mai banale, delle atmosfere cariche di angoscia o di leggerezza che diventano, nelle pagine successive, allegria e subito tensione emotiva e sensuale, storie (quasi) vere che diventano specchi da risalire nella totale illusione.

Il filo rosso dei racconti di Chiara Novelli sembra essere il tentativo di sublimazione della dimensione terrena di situazioni comuni; l’amore unito alla ricerca di una propria identità che possono colmare la solitudine di uomini e donne descritta dall’io-narrante.

La stasi, il desiderio di introspezione e di sbrogliare il continuo flusso di coscienza per mettere un punto anche se provvisorio al senso di malessere e disagio, anche attraverso le illusioni, costituiscono il sostrato concettuale che anima i 17 racconti de La precisione dell’acqua che figurano come allegorie fiabesche le quali ci dicono quanto un ricordo possa provocare felicità, sebbene essa sia transitoria, e quando l’illusione possa essere concreta, la realizzazione di un sogno.

Attraverso l’utilizzo della fiaba, Chiara Novelli racconta quello che accade ogni giorno conferendo un’impronta ancora più realistica alla narrazione, rendendo partecipe la natura agli accadimenti, ai pensieri, alle riflessioni, ai propositi umani che spesso hanno la meglio sulla volontà d’azione:

Penso di raggiungere degli amici, ma mi fermo. Arrivo al locale, rimango fuori a osservarli. Vedo bocche e abiti indossati, fatti per ingannare il corpo. Ne indovino le parole e i gesti mossi in sequenze prevedibili. E mentre sono lì, giuro che mi sforzo di entrare, di superare quella repulsione che si sta versando dentro me a colmarmi. Ripercorro tutta la strada con la gioia di essere ormai sola, anche senza un impegno, una vita altrove.
Prendo a correre verso un supermercato, voglio comprare dei cereali. Entro e subito sono parte di quelle persone che scelgono in mezzo agli scaffali. Loro sì che sono me, il mio luogo, le gambe che mi sostengono. Mi piace mangiare quel cibo così pulito.
Mi sono spostata sui miei passi, il presente e la memoria si fondono inesorabili, rotolano sui minuti di quel tempo che abito, invecchiata di frasi, di lunghi amori senza sogni, che vivono quieti sulla pelle del corpo, creature altre di una visione dolorosa a partorirsi, ma poi possibile, quasi buona. Spero, di nuovo.
La luna è calante in questi giorni, lo spazio si trasforma a ogni oscillazione, ai suoi comandi, e io respiro il tempo come un sincero fratello immobile: mi ricorda che tutto finirà in un momento esatto, e nel frattempo devo affrontare e chiedere perdono. La verità è che, nonostante tutto, sono dentro a un disagio senza fine. Tiro le corde delle pazienze altrui. Ci vivo sopra da anni.

Ma l’azione può essere serena e disinvolta solo se la mente e l’animo sono liberi da pensieri inquinanti e paralizzanti che minano la nostra capacità di distinguere il vero dal falso. Scandagliando l’animo umano, Chiara Novelli coinvolge il lettore con disarmante sincerità e chiarezza narrativa senza perdersi in costruzioni linguistiche troppo artificiose (i periodi sono costituiti da frasi brevi ed incisive, pochi dialoghi e immagini evocative), nella banalità, nelle frasi fatte, toccando tematiche fondamentali della nostra esistenza, sfumando i sentimenti e gli stati d’animo: cupio dissolvi, voglia di oblio, ricerca della propria memoria e radici, desiderio di afferrare la Verità, la rivolta contro il mondo, il concetto di eternità, il rapporto con il Divino, la complicatezza della vita, per cui scrivere è diventata quasi una maledizione.

Tra i racconti più interessanti e riusciti spicca senza dubbio la ‘fabulae’ La tessitrice e il burattinaio e L’inserviente e la sua lotta contro la vita. Se nel primo si fa riferimento al tempo e all’attesa che può lenire il dolore attraverso l’immagine del burattinaio capace di ascoltare le voci di una notte particolare, quella degli incantesimi, e di una storia che forse non cominciava proprio in quel momento. Un meraviglioso sogno dove il mondo agli occhi dei due protagonisti appare ai primordi: straordinario e silenzioso; nel secondo si narra della lotta di un uomo  per diventare nulla per il mondo.

Con La precisione dell’acqua, Chiara Novelli si conferma un’autrice di grande talento, abile nell’aver realizzato una raccolta di racconti omogena e nel destreggiarsi tra fantasy, mito, romanzo terminale, realistico, un po’ maledetto (alla Céline di Viaggio al termine della notte), poesia. Poesia, sguardo lirico, come rimedio alle angosce e della vita, la quale si palesa attraverso scene che offrono qualcosa di straordinario che ci rende leggeri, capaci ancora di provare quello stupor mundi di cui la nostra società contemporanea avrebbe bisogno di recuperare.

 

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