Tommaso Amadei, teologo: ‘Il dolore è un promemoria: richiama costantemente e con forza ciò che siamo stati e che non siamo più’

Viviamo in un momento storico dove l’apprensione morale per i diritti di libertà e uguaglianza è fortissima e anche plausibile, da una prospettiva secolarizzata, nondimeno la minaccia contro la quale bisognerebbe esprimere maggior preoccupazione coinvolge un orizzonte millenario molto più complesso, quello giudaico-cristiano. Il senso del Cristianesimo originale si condensa intorno al camino della promessa di Cristo, la promessa escatologica della vita eterna.

Il giovane teologo ravennate, ed ex studente di economia ed insegnante di religione Tommaso Amadei, convertitosi alla fede cattolica dopo essere stato un ateo-anarchico con una certa coerenza politica “amorale”, incarna ciò che sosteneva l’esegeta eversivo Sergio Quinzio: l’invocazione del credente che non chiede infatti ciò a cui l’uomo ha astrattamente diritto, ma ciò che Dio, stabilendo un patto con Abramo e con il suo popolo, promette come ricompensa alla fedeltà, o come immensa misericordia.

Croce con cielo stellato, Mausoleo Galla Placidia, Ravenna

Il transumanismo di cui è impregnata la cultura occidentale è un’ideologia angosciante che promette un’esistenza di natura incerta ⎼ contro la promessa cristiana del rimedio ultimo all’inquietudine corporea.

Tommaso Amadei analizza in modo lucido e appassionato lo stato della Chiesa Cattolica e la concezione che oggi si ha del Cristianesimo, non lesinando critiche alla Chiesa e ponendo l’attenzione sull’impreparazione di molti sacerdoti e pastori, sull’importanza del corpo all’interno della riflessione sul Cristianesimo, influenzato dalla cultura ellenica, e sul concetto di dolore e alle sue declinazioni e derive ad esso collegate. Il masochismo ad esempio è una storpiatura della sofferenza e della sua accettazione.

Secondo Amadei il dolore è un promemoria: richiama costantemente e con forza ciò che siamo stati e che non siamo più, ciò che abbiamo perso, ciò che non stiamo più cercando ormai. La nostra prima innocenza, infranta nel peccato d’origine.

Il dolore, se opportunamente vissuto, è anche una strada: di crescita umana e spirituale.

 

 

Essere cristiani è una grande sfida, non crede che oggi il Cristianesimo venga visto banalmente come un qualcosa che in fondo non dà fastidio e di conseguenza considerato con indifferenza?

È proprio così: il mondo odierno (inteso, secondo l’accezione giovannea, come dimensione sottomessa al dominio di Satana) cerca costantemente di marginalizzare la Fede cristiana, perché la detesta e ne è nemico in ogni modo, in maniera più o meno consapevole, più o meno surrettizia. Il depotenziamento del Cristianesimo vive di una duplice spinta: interna ed esterna.

Esternamente, poiché il mondo farebbe di tutto per distruggere la Religione cristiana e non avendo potere sulla sua origine (ossia il Dio Triunico), esso cerca di distruggerne le espressioni storiche denigrando la Chiesa, Corpo mistico di Cristo, e corrompendone le membra, ovvero il popolo di Dio ed i suoi ministri e pastori. Vengono così operati un attacco ed una ridicolizzazione della fede, ritenuta vetusta, obsoleta, oscurantista e via dicendo; le superficialità che si sentono dire ogni giorno. D’altro canto, però, questa corruzione riesce a penetrare con una certa potenza nel tessuto ecclesiale, e ciò porta grandi ferite al popolo credente ed alla sua fede. Gli esempi, tragicamente, sono sotto gli occhi ed a portata d’orecchio di tutti.

Dal lato interno si può dire, con cuore pesante, che diversi strali del mondo hanno trafitto le coscienze di molti credenti, sia tra i laici che nel clero. La crisi è generalizzata, e tante sono state le riflessioni volte a lumeggiare questa situazione di degrado spirituale, e di conseguenza intellettuale e morale. C’è chi è riuscito a vederla arrivare da lontano, questa decadenza; sta di fatto, però, che certi impulsi intraecclesiali odierni sembrano assolutamente volti ad abbracciarla in tutto e per tutto. Un esempio a mio avviso inconfutabile, specie nel Cattolicesimo, è l’abbandono della catechesi del bello, ovvero mediante il bello: guardiamo all’architettura sacra contemporanea (e il più delle volte c’è davvero da chiedersi se si possa definire “sacra”, o non piuttosto il suo contrario); guardiamo all’aspetto musicale ed estetico della liturgia, santa Messa in primis. Sembra esserci una deliberata e totalizzante scelta del brutto, dello sciatto, dello squallido. La ridicolizzazione, a questo riguardo, viene operata da dentro. Questa è una perdita atroce e spaventosa. Mi si perdoni la crudezza, ma trovo che dalla richiesta di una Chiesa povera si sia giunti alla configurazione di una Chiesa poveraccia, miseranda.

Questo non è che un sintomo eclatante di un depauperamento sconvolgente dello spirituale e dell’umano che il Cattolicesimo sta vivendo da diverso tempo a questa parte.

Una cosa che noto, però, è che non appena viene esposta pubblicamente un’opinione sinceramente e pienamente cristiana, la mentalità dominante nella società occidentale spinge immediatamente a prendere misure restrittive a riguardo, o quantomeno a screditare fortemente una simile espressione di dissenso. A riprova del fatto che, in fondo, l’indifferenza è solo una facciata.

 

La cosa più importante che ha imparato studiando Teologia?

Credo di poter dire la cosa più importante che ho imparato nel corso di questi studi sia stata la comprensione della correlazione profonda tra la mia fede, le sue fattezze, la sua struttura, le sue sfumature e la mia vita presa sia nel suo aspetto quotidiano che nella sua globalità. Io sono molto lento a leggere ed a studiare di mio, ma questo si accentua quando mi pongo di fronte alla Sacra Scrittura, ai testi dei Padri e dei Dottori della Chiesa, dei grandi teologi vissuti lungo 20 secoli, perché mi sento come sprofondare nelle parole che incontro. Mi sembra di poter percepire la carne viva e pulsante della mia fede, fili luminosi ad intrecciarsi armoniosamente con la mia storia personale, il mio peccato, le mie perdite, le mie sconfitte; ma anche con le mie felicità, i momenti sereni e massimamente quelli in cui il respiro cattura un’aria che è altra, altra da tutto, e il trascendente si lascia percepire – i momenti della grazia, dell’epifania.

I miei studi mi hanno fatto percepire come la mia miseria e la mia abiezione siano state bagnate con dolcezza potente dal Sangue dell’Agnello. Qui c’è tutto il senso del perdono e della salvezza. Essi mi hanno permesso di appoggiare gli occhi dell’anima sul gran Sacrificio della Croce. Da qui ho saputo guardare con sguardo rinnovato le vite dei santi, la loro splendida comunione, l’unità profonda che intercorre tra essere umano ed essere umano nello scoprirsi figli di un unico Padre, una volta purificati in Cristo e toccati dallo Spirito; è a questo punto che ho notato che quei fili che si sono intrecciati con la mia storia raggiungono in realtà ogni storia, di ogni luogo e tempo. A volte ci rifletto, e mi viene da pensare che questa immensa trama formi come un meraviglioso arazzo, l’imperscrutabile piano di Dio.

È con queste riflessioni, scaturite dagli studi, che ho messo a fuoco una percezione ancestrale, tante volte ignorata: la vita è un abisso. Ora capisco che solo Dio ha la capacità di scrutarlo nella totalità della sua estensione. A noi chiede di abbandonarci a Lui in questo abisso.

Questo, credo, è ciò che di più importante ho imparato. Ora si tratta di viverlo.

 

Che tipo di educazione ha ricevuto, in quale contesto ed in che misura ha inciso il fatto di essere nato in Romagna?

L’educazione che ho ricevuto è stata eticamente, ma non religiosamente, cristiana; mi spiego: pur avendo ricevuto tutti i Sacramenti sino alla Confermazione, in casa non sono stato educato, almeno attivamente, ad una vita religiosamente attiva (ad esempio, con preghiere, letture bibliche e via dicendo). La mia famiglia ha sempre reputato importanti la dimensione religiosa e la questione della fede; tuttavia si sono sempre sentiti come a disagio ad impartirmi un’educazione esplicitamente cattolica, fatta eccezione appunto della frequentazione del catechismo il sabato pomeriggio e della ricezione dei suddetti Sacramenti. Ricordo una volta in cui mia madre mi disse che, se avesse potuto tornare indietro, non avrebbe esitato ad educarmi anche nelle cose della Religione. Per questo dico che l’impronta cristiana si poteva ritrovare più che altro nell’etica con cui sono stato educato: solo col tempo mi accorsi che, a tante cose che mi venivano dette essere giuste o sbagliate, sottostava un’ispirazione scaturita dalla Bibbia, in particolare dai quattro vangeli.

In generale, sono cresciuto in un ambiente abbastanza asettico dal punto di vista della Fede: non ne ho mai sentito parlare né dai miei amici, né dai loro genitori. Il catechismo ha avuto un’incidenza pressoché nulla nella mia visione religiosa. La Romagna ha tante belle testimonianze di fede e di santi straordinari; tuttavia, la mia percezione è che, a meno che non si frequenti l’ambiente religioso, sia difficilissimo entrare in contatto con esse nel quotidiano. Sono sepolte dalla polvere del tempo e della dimenticanza. È qualcosa che ho percepito più che altrove, forse perché ho passato qui la maggior parte della mia vita.

Indubbiamente l’ambiente in cui sono cresciuto ha influito molto, specie nell’indifferentismo e nell’allontanamento dalla Fede stessa. L’insignificanza che il fatto religioso ha nella vita di tanti, in particolare di una gran fetta di adolescenti, spinge ovviamente a prendere le distanze da esso quando si giunge in quell’età. A questo si aggiunse la tradizione anarchica e dissacrante di questa terra, che percepivo come una sorta di eredità politico-esistenziale. Mi ha sempre affascinato molto la storia romagnola di insubordinazione e refrattarietà, e questo mi portò ad una forte avversione alla Chiesa ed alla fede cristiana e religiosa in generale.

Negli anni, dopo la mia conversione, sento di aver integrato nel mio vissuto di fede alcuni elementi di quell’essere terrigno, anche se l’individuarli rappresenta un lavoro che va ancora affinandosi nel tempo. Al contempo, guardo i grandi santi della mia città e ritrovo quella bella sensazione di un’eredità ricevuta, pur di segno diverso, che è da preservare in qualche modo.

 

Come definirebbe il rapporto tra nobiltà e clero di una volta e quello odierno?

Premetto che non sono assolutamente un esperto di questo tema, in special modo della nobiltà odierna e men che meno sui suoi attuali rapporti col clero; ad ogni modo, mi par di capire che, specialmente dalla tarda antichità in poi, i legami tra papato/curia/episcopati e nobiltà si siano stretti sempre di più. Se questo, da un lato, è comprensibile a motivo della maggior possibilità di istruzione delle classi sociali più elevate, dall’altro ha indubbiamente creato grosse problematiche con nomine fatte ad hoc, per interessi di casata e via dicendo. Questioni che la Chiesa ha dovuto affrontare a più riprese e dalle quali è stata flagellata per secoli.

Oggi viviamo in un mondo in cui, comunemente, è difficile sentir parlare di titoli nobiliari, casate e dinastie, se non sui libri di storia; ancor più raro è incontrare persone che effettivamente li posseggono. So, più per sentito dire che per altro, che alcune famiglie nobili (o alcuni dei loro membri) intrattengono ancora rapporti con alcuni vescovi e cardinali; mi pare di capire, però, che si tratta più che altro di relazioni che vertono discussioni sulla Fede e sull’attualità. Sarò sincero: non ho nemmeno mai avuto l’idea di approfondire questo ambito, pertanto sono molto ignorante a riguardo.

Quello che posso dire è che, come in tanti altri casi, il rapporto tra clero e nobiltà è stato ambivalente: se da un lato, tra il X e l’XI secolo, la Chiesa ha dovuto patire due Papi indegni come Giovanni XII e Benedetto IX (nomine frutto degli interessi di casate aristocratiche dell’epoca), d’altro canto – in tempi recenti – ci è stato donato un Papa Pio XII da una famiglia nobile. Il problema scaturisce sempre quando all’umile accettazione e preservazione della Fede cristiana subentra la superba e parossistica ricerca del proprio tornaconto e dell’affermazione della propria volontà.

 

Dostoevskij diceva che l’uomo è attratto dalla sofferenza? Lei cosa pensa?

Non conosco Dostoevskij al punto di metter bocca sulla sua riflessione a riguardo del dolore; di certo posso dire di essere convinto del fatto che l’uomo ha un rapporto del tutto particolare con la sofferenza. Essa è un’esperienza, potremmo dire, “peri-originale”, in qualche modo vicinissima all’oggetto di quel nucleo di nostalgia che contraddistingue, più o meno consciamente, la nostra esperienza di vita su questa terra.

In questo senso, essa ci riporta nelle profondità recondite della nostra interiorità, l’imo della nostra anima. Forse mi sbaglio, e magari è solo una suggestione mia, ma talvolta penso che il dolore riesca a riportarci a considerazioni più ampie e tendenti all’Altro ed all’Altrove proprio a motivo di questa sua prossimità con il tempo ed il luogo prelapsari, rimasti impressi nella memoria spirituale dell’essere umano.

Il cristiano ha un legame ulteriore con la sofferenza a motivo della Passione e Morte del Signore Gesù Cristo. Egli sa che le sofferenze patite da Cristo sono salvifiche per lui e per tutta l’umanità passata, presente e futura. Con “salvifiche” non si intende semplicemente liberatorie rispetto al peccato; e nemmeno ci si limita a professare una semplice reintegrazione nello stato di vita originario edenico. Esse, infatti, sono anche elevanti: non solo Cristo ha preso carne ed anima umane nell’Incarnazione e le ha redente versando il Suo sangue sulla Croce, ma le ha addirittura glorificate mediante la Risurrezione, rendendo possibile a chiunque Lo accetti e Lo custodisca nel cuore l’accesso alla vita stessa di Dio nello splendore della Sua presenza. Io sono convinto del fatto che ogni essere umano, nella sua dimensione spirituale, percepisca questa meraviglia senza eguali, e forse anche per questo vive quella tensione nei confronti della sofferenza.

Da una prospettiva meno luminosa, invece, si potrebbe forse dire che l’uomo può subire la suddetta attrazione, spogliata del suo carattere soteriologico ed amorevole, a causa del degrado morale ed esistenziale in cui versa il suo abitare la società del XXI secolo. In questo caso il rapporto uomo – tribolazione è ambiguo e contraddittorio: nel mondo odierno, si è passati dal tabù della sessualità a quello del dolore, della morte e del limite; la sofferenza viene spinta ai margini della vita sociale ed individuale, come se fosse un’esperienza da evitare a tutti i costi, dal momento che la vita dev’essere esattamente come la vogliamo noi, senza spazio possibile per le sensazioni indesiderate. È la nostra volontà a dettare legge, in quest’ottica.

D’altro canto, però, si moltiplicano i comportamenti distruttivi ed autodistruttivi, permettendo una risacca di dolore incontrollata nella vita dell’uomo contemporaneo. Questo flusso di ritorno è però devastante, perché non risponde al summenzionato indirizzo naturale e soprannaturale della sofferenza.

Il movimento a spirale che induce un simile atteggiamento fa precipitare l’individuo in un meccanismo dal quale diventa difficile affrancarsi: il dolore, così vissuto, finisce per annientarlo. Bisogna assolutamente resistere a questa dinamica.

Studi teologici- in primo piano: numero quaderni Avallon rivista di studi sull’uomo e il sacro

 

La questione che pongono soprattutto gli atei esistenzialisti riguarda proprio il dolore, la sofferenza, eppure è inconcepibile per l’essere umano pensare ad un mondo privo di dolore. A cosa serve il dolore? Perché a volte ci piace essere masochisti?

Il masochismo è una storpiatura della sofferenza e della sua accettazione. Sono convinto non sia il modo autentico di vivere il dolore: il masochismo nasce quando si perde la capacità di comprenderlo, di comprenderne la natura, l’origine primaria (non tanto quella immediata, dunque), l’indirizzo, lo scopo. Questo nostro mondo, mi pare, ha l’enorme difetto di essere diventato incapace di soffrire come si deve, ovvero di vivere la sofferenza come mezzo, come transizione. Si rigetta totalmente l’idea di sacrificio, fondamentale per ogni ambito dell’esistenza umana e della sua esperienza, ed in questo modo rimane solo un dolore crudo, solitario, sperso. Forse, ci piace anche essere masochisti perché abbiamo imparato a vivere il dolore come traguardo e non come sentiero.

Personalmente, posso dire che il dolore è un promemoria: richiama costantemente e con forza ciò che siamo stati e che non siamo più, ciò che abbiamo perso, ciò che non stiamo più cercando ormai. La nostra prima innocenza, infranta nel peccato d’origine.

Il dolore, se opportunamente vissuto, è anche una strada: di crescita umana (emotiva, sentimentale, speculativa e così via), e spirituale: il dolore accettato ed offerto è croce che si integra nella Croce del Figlio amato. C’è una forte correlazione tra la sofferenza e la vita eterna in questo senso, e la prima esprime così tutta la sua potenza catartica.

Penso che il dolore serva a questo, anche se mi rendo conto che questa è una risposta assolutamente limitata.

 

In Memorie dal sottosuolo, sempre Dostoevskij sostiene che anche la persona più colta ed erudita possa essere abietta. Dunque la cultura, la conoscenza non bastano alla salvezza? E non è vero che chi compie il male lo fa perché non conosce il bene..

Purtroppo no, non bastano. Questa linea fu seguita con un impianto esoterico dallo gnosticismo: la conoscenza che salva, riservata a pochi. Il racconto genesiaco è qui letto al contrario: al Dio “cattivo” dell’Antico Testamento si contrapporrebbe il serpente, nel quale tutti i Padri della Chiesa riconoscono il Tentatore, il quale libererebbe l’uomo inducendolo a mangiare il frutto della conoscenza bene e del male; il frutto è dunque l’accesso ad una conoscenza celata.

Tralasciando l’aspetto esoterico-gnostico, similmente non è sufficiente avere una vasta conoscenza delle cose del mondo né per la salvezza, né per essere persone dedite alla giustizia ed alla verità, Dostoevskij ha ragione; ma nemmeno è bastevole la scienza delle cose di Dio in tal senso. Certo è che la conoscenza, qualsiasi direzione prenda, rappresenta la costruzione di un percorso privilegiato per l’affrancamento dalle spire venefiche di questo secolo; ma se essa è distaccata dalla consapevolezza di essere creature mortali e limitate e del fatto che vita terrena e vita eterna sono doni così come dono è la stessa conoscenza cui possiamo attingere e che possiamo fare nostra, allora difficilmente servirà a qualcosa di buono e di fruttuoso.

Che il male lo compia chi non conosce il bene può essere vero in parte: forse chi agisce malvagiamente non ha totale contezza di cosa sia il bene, forse la sua consapevolezza è offuscata in un determinato momento di debolezza. Non è detto però che non l’abbia mai conosciuto, mi viene da dire; sia ripensando alla mia personale esperienza, sia avendo in mente alcune storie di vita specifiche.

Forse, si potrebbe dire anche che chi compie il male difficilmente ha una piena coscienza di cosa sia il male stesso, quali le sue conseguenze ed il suo impatto sulla realtà globale della nostra persona.

Eppure, ho come il timore che ci sia chi sa riconoscere i due sentieri ed intraprende quello più buio con tutta la portata della propria volontà.

Ad ogni modo, su una cosa non ci sono dubbi: la carne è sempre debole, qualsiasi sia il peccato al quale si lascia andare. Viviamo avviluppati in un rovo di concupiscenza dal quale dobbiamo emanciparci, e questo non può che essere fatto con l’aiuto dello Spirito Santo. La conoscenza, che è compresa in uno dei Suoi 7 doni, è una conseguenza della potenza divina che può soffiare sull’uomo, se questi apre la porta del proprio cuore. Essa aiuta ad amare ancor più profondamente ciò che viene conosciuto e riconosciuto come buono, ed a respingere e detestare ciò che viene individuato come malvagio. Questa è la conoscenza che salva: la Sapienza di Dio.

“A ciascuno Dio ha concesso una certa misura di fede, cioè una convinzione di cose invisibili”, diceva il teologo e matematico Pavel Florenskij. Come si pone di fronte a tale affermazione?

Florenskij conosceva le Scritture e le scrutava seriamente. Mi chiedo se, nel dire ciò, avesse in mente anche la parabola dei talenti del vangelo di Matteo (Mt 25, 14-30), parallela a quella delle mine del vangelo di Luca (Lc 19, 11-27). Il Signore non dà lo stesso numero di talenti/mine a ciascuno dei servi, ma ne dà più ad uno e meno agli altri. Io penso che Dio abbia fin dall’eternità un piano perfetto per ciascuno di noi, benché uno possa essere meno eclatante di un altro.

Sebbene una simile idea possa sembrare ingiusta agli occhi dell’uomo (oggi forse qualcuno direbbe anche “discriminatoria”), non bisogna dimenticarsi che a sondare ogni cosa nella sua profondità più remota è solo Dio, e solo Lui capisce quale sia l’importanza, la centralità, la risonanza di ogni azione e di ogni storia. Pertanto, non dovrebbe stupire nessuno se a qualcuno è chiesto di credere fino a dove Dio ha voluto, più o meno che sia rispetto al suo prossimo. Solo il Signore conosce l’equilibrio perfetto di ogni cosa.

Inoltre, è interessante riflettere sulla fede come “convinzione di cose invisibili”. È oggi mentalità diffusa quella che fa corrispondere il non-visto al non-esistente, l’immateriale al non-essere. Questa prospettiva sta impoverendo e facendo appassire l’intelligenza umana del reale, troncando l’esperienza nella sua prospettiva più abissale: quella significata dal simbolo. La vita svuotata di questo oceano di senso finisce per risultare insensata e, di conseguenza, manipolabile.

Dio tutto ha disposto nella Sua sapienza. Bisogna imparare quindi ad accettarla, ad accettare la misura che ha voluto donarci: essa è la sola giusta per noi. Fuori di questo, c’è solo infelicità e disumanizzazione.

 

La scienza è la nuova religione nell’Occidente secolarizzato?

Più che la nuova religione di questo Occidente moribondo, direi che la scienza odiernamente intesa è uno dei suoi volti. Detta nuova fede si può forse definire come la religione dell’uomo: l’uomo che si autodivinizza, che si erge a “dio” con le sole proprie forze.

La storia di salvezza del Cristianesimo è la storia di come Dio Si è fatto carne per redimerci e permetterci di partecipare alla vita divina, in seno alla Santissima Trinità. Che l’uomo odierno cerchi di divinizzarsi da sé, più o meno consapevolmente, è la risposta satanica ed ingrata che egli restituisce al suo Creatore e Salvatore.

La scienza, oggi spacciata come unico sapere certo e definitivo (ciò che non è), diventa una delle bandiere sotto le quali sbraitare slogan preconfezionati e giustificare ideologie in modo assolutamente arbitrario. La cosa divertente è che lo scientismo ed il positivismo sono filosofie morte alla loro nascita; purtroppo, però, vengono ancora proposte popolarmente ed hanno grande presa. Questa non è una scienza al servizio dell’essere umano e della comunità. Piuttosto, essa è una scienza “antropoclasta”, un altare eretto alla religione umana sul quale sacrificare l’uomo all’ideale autodivinizzato dell’uomo, cosa che si configura concretamente nei modi più disparati.

Essa diventa dunque funzionale a questo nuovo credo, facendosi carico di fondare con un linguaggio rigoroso i suoi articoli di fede, i suoi dogmi. Forse parlo a sproposito, ma mi chiedo se non si possa equiparare al linguaggio metafisico usato dalla Chiesa fino a metà ‘900 per esporre la propria dottrina, almeno per quanto concerne questa sua funzione peculiare.

 

Non pensa che concepire la sofferenza come prova di fede, rappresenti una visione troppo limitata se non addirittura ingenua della presenza del male nel mondo? D’altronde nemmeno nel Libro di Giobbe non si dà una spiegazione alla questione..

Dipende dall’idea che abbiamo della prova di fede, mi verrebbe da dire. Se la si intende come un “test” fine a se stesso somministrato dalla Divinità per valutare le proprie creature, assolutamente sì. Se, invece, per prova di fede intendiamo prova d’amore, non la trovo una prospettiva limitata, seppur da comprendere ed integrare. Il dolore è conseguenza della nostra complicità col demonio, della nostra insubordinazione a Dio. La nostra vita non era pensata per essere sofferenza e tribolazione. Dal momento, però, che la nostra situazione è diventata questa, allora vedere nella sofferenza una prova di fede significa trovarle un indirizzo ed un significato profondo.

Il libro di Giobbe non ci scioglie la domanda sull’origine del male in maniera diretta, ma di certo ne sottintende la risposta (che è disseminata lungo tutta la Bibbia e, successivamente, nelle espressioni del Magistero della Chiesa attraverso la storia): la presenza di una misura di non-amore. Ecco la scintilla del grande sconvolgimento metastorico della ribellione luciferina contro Dio: la presenza del male nel mondo è comprensibile solo nell’ottica in cui all’amore sconfinato di Dio non si corrisponde con un amore caricato di tutta la forza ed estensione di cui si è capaci.

Ciò che ci insegna il libro di Giobbe è che, come detto poc’anzi, l’abisso di questa vita è scrutabile nella sua totalità solo da Dio. Pertanto, il dolore non va né ricercato, né respinto: quando arriva, va vissuto affidandolo ed affidandosi al Signore, offrendo tutto a Lui. Ciò non significa evitare le domande e le ambasce, e nemmeno significa arrendersi e crogiolare nel dolore che arriva; ma vuol dire accoglierlo da un’altra prospettiva. È così che Giobbe venne ristabilito nella sua fortuna, la quale viene addirittura raddoppiata rispetto al passato.

 

Qual è secondo lei il più grande problema che attanaglia la Chiesa? E quale dovrebbe affrontare in modo più deciso?

Mi sembra che, in assoluto, il maggior problema a soffocare la Chiesa oggi sia la gigantesca crisi di fede che sta vivendo. Non si tratta di una decadenza spirituale circoscritta a pochi preti; purtroppo oggi, in maniera più o meno velata, si vedono molti pastori e figure di riferimento ecclesiale esprimersi in modo imprudente ed impreciso, quando non mondano o addirittura eretico. Non è solo questione di impreparazione teologica ed umana; sembra che molti vogliano contraddire a priori la Tradizione della Chiesa e correre incontro al mondo a braccia aperte: si cercano costantemente punti di contatto e di vicinanza, di stima e di amicizia, ricerca che viene puntualmente disattesa. Non potrebbe essere altrimenti: lo spirito di questo mondo è tenebroso, rifugge la luce. Ce lo dice il Prologo di Giovanni: il mondo non lo ha riconosciuto, i suoi non l’hanno accolto. Il Signore che viene per distruggere le catene del nostro peccato e permetterci di accedere ad una comunione di vita con Lui trova resistenza, sempre l’ha trovata e così continua ad essere, oggi più che in altre epoche. Questa continua rincorsa dietro al mondo sta lacerando la fede del popolo credente, clero e laici. Si sentono dire cose inaudite. Quando la mentalità mondana entra nel Tempio di Dio, si rende necessaria una grande, tremenda purificazione.

A corollario, discende una serie di conseguenze devastanti dal punto di vista morale e sociale; quell’argine che la Chiesa ha rappresentato per secoli alle spinte demoniache nella società sembra cedere di proposito in alcuni punti. Il mondo guadagna metri, e con essi le anime che vi abitano. Questa è una tragedia immane.

Tutto questo relativismo nella fede crea terreno fertile per quella corruzione intraecclesiale di cui sopra, che oggi sembra serpeggiare con una potenza che si è vista raramente in altri momenti della storia.

Questa è la piaga che la Chiesa dovrebbe affrontare con maggior decisione. Così facendo, risanerebbe tanti sintomi che si manifestano a motivo di questa situazione.

Se parliamo di sintomi da contrastare, invece, sono convinto che il primo da eliminare con tutta la forza possibile, in quanto più disgustoso e disumano e distruttivo per il corpo e nocivo per l’anima, sia la questione degli abusi sessuali. Non è concepibile in nessun modo un fenomeno così assolutamente satanico; diventa ancor più inconcepibile se i colpevoli di una simile mostruosità sono sacerdoti o comunque esseri umani vicini agli ambienti di Chiesa, ovverosia quei luoghi in cui ogni persona dovrebbe trovare rifugio, conforto, riparo, comprensione, cura.

Un altro sintomo della crisi nella Chiesa, grave in maniera decisamente diversa rispetto a quello precedente, è la presentazione della vita come gioia, a tratti spensierata. Mi ha colpito molto la critica che Romano Amerio muove nella sua opera Iota Unum esattamente a questo riguardo (che fu per me, in adolescenza, motivo di allontanamento dalla Chiesa). Egli nota accortamente la descrizione che si fa della vita in orazioni antiche (si prenda l’esempio del Salve Regina: “valle di lacrime”), e come questa concezione sia tramutata ultimamente a causa di un atteggiamento che ha i tratti della superficialità e del distacco dalla realtà. La visione edulcorata del mondo tratteggiata da una certa omiletica e da un certo filone comunicativo cattolico (e mi pare di capire che la cosa non si limiti all’ambito cattolico) mi sembra sia stata veramente deleteria per la nostra società. Credo che sia molto più onesto e fedele allo stato delle cose in questa dimensione immanente dipingere l’esistenza così come risalta, tanto per menzionarlo nuovamente, nel libro di Giobbe, al capitolo 7: «Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario?».

La vita è soprattutto affanno, guerra. Le potenze infernali ci muovono costantemente battaglia in molti modi diversi ed in innumerevoli circostanze differenti, e questo per guadagnarsi la nostra rovina ed il nostro distacco eterno da Dio. Dovremmo parlarne ogni giorno, per non scordarcelo mai. Invece si fa l’esatto contrario, ed è così che si diffonde l’idea che la vita debba essere costantemente piacevole e che le difficoltà siano da estirpare alla radice, e non piuttosto da vivere in Cristo per la nostra santificazione.

In questo contesto, nemmeno la morte viene più presa sul serio. Sembra quasi che l’Inferno quale estrema conseguenza del peccato e massima espressione tragica del libero arbitrio abbia cessato di esistere nella predicazione di tanti preti, a discapito della salute di molte anime.

Ad ogni modo, è ovvio che nessun cristiano può ignorare la promessa fatta dal Signore Gesù Cristo e che leggiamo alla fine del vangelo di Matteo: Egli sarà con noi fino alla fine del mondo. Per fede sappiamo che la Chiesa non può finire, per quanto sia estesa e buia la sua crisi.

 

Quali sono secondo lei le più grandi contraddizioni del nostro tempo che solo la fede può risolvere?

È una domanda molto bella e gigantesca, pertanto la risposta non potrà che essere parziale. Io credo che l’uomo, privato della fede, e ancor più mutilato nella sua dimensione spirituale (negata oggi dalla mentalità dominante), si ritrovi disorientato e nudo di fronte ai baratri della vita, ovvero quei momenti nei quali il quotidiano collassa su se stesso e ci si accorge più facilmente dello spessore della nostra esistenza. Corriamo sempre il rischio di ridurre il quotidiano a banalità: così non è. Intravedere e leggere in ogni cosa la presenza di Dio polverizzerebbe l’insensatezza nella quale la concezione occidentale della vita sta sprofondando a causa dell’assenza di Dio nella società. Questa forse è, a mio avviso, la più grande contraddizione: l’impegno profuso per costruire qualche cosa nella mancanza di un senso oggettivo e trascendente, con la prospettiva di un annullamento totale di ogni slancio ed azione nel vuoto annientatore della morte. Che senso avrebbe quindi prodigarsi nel rincorrere un successo sfrenato, costruire un’immagine di sé piena di mondanità, ricercare il divertimento perpetuo e fine a se stesso? Ma allo stesso modo, che senso avrebbe impegnarsi a costruire una famiglia, relazioni di senso, stabilità ed equilibrio? Che senso avrebbe la ricerca, sia essa scientifica o filosofica? A che pro lasciare un’impronta nella storia, quando questa non diventa che una scatola chiusa, una grande prigione che non lascia sperare in prospettive ulteriori?

Con l’estromissione di Dio dalla vita dell’uomo, quest’ultima diventa un giochino senza valore che tentiamo disperatamente di imbastire ed adornare, pretendendo di conferirle un senso che possa sussistere in qualche modo. E come potrebbe? Noi siamo mortali, limitati nello spazio e nel tempo, finiti, corruttibili. Ogni cosa che tentiamo di creare da noi stessi ha le medesime nostre fattezze, ed ogni senso che possiamo provare ad approntare, se slegato da Dio, non sarà che un angosciante tentativo di scaricarci del peso insostenibile di un’esistenza che ha così perso direzione e consistenza propria, divenuta soltanto cieco ripetersi di giornate fini a loro stesse, di gesti e pensieri fini a loro stessi, intrappolati in questo vortice di vuoto che proviamo invano a riempire. Questo è il nichilismo che oggi ci divora, e l’aspetto peggiore è che, in larga parte, esso sta diventando sempre più meccanismo inconsapevole. Non è più una scelta oppositiva attiva ai valori diffusi come poteva esserlo una volta, ma è assurto ormai ad atteggiamento dominante nell’Occidente contemporaneo. Nietzsche non sbagliò nel suo ammonimento: ciò che andava dicendo non era che la “profezia” sui due secoli che sarebbero seguiti.

Perciò l’ateismo propositivo che oggi viviamo e vediamo diffuso in ogni dove è pura follia ed incoerenza. È fondamentale che il cristiano segnali le anomalie del presente, che renda onore al suo compito profetico nella società.

 

Lei insegna religione, quali sono le domande che le fanno più spesso e qualcuna l’ha messa in difficoltà?

L’interrogativo che mi è stato posto in ogni classe, trasversalmente a ciascuno dei cinque anni delle superiori nei tre istituti in cui insegno, è stato: «Perché insegna religione? Perché crede?». L’idea che un ventisettenne possa interessarsi a tal punto del fatto religioso da studiarlo e farne un lavoro incuriosisce molto i ragazzi, abituati come sono perlopiù all’assenza completa dell’aspetto spirituale nell’ambiente in cui vivono.

Le domande che tornano più frequentemente si possono ascrivere a due categorie diverse: quelle etiche e quelle metafisiche. Per ciò che concerne quelle etiche, i temi che tornano di più sono naturalmente quelli che impegnano odiernamente le discussioni politiche e bioetiche maggiormente diffuse: aborto, eutanasia, diritti civili.

Quelle di stampo metafisico riguardano invece l’onnipotenza e l’onniscienza di Dio: come fa un Dio onnisciente e che può tutto a non frantumare la libertà umana? Una questione molto dibattuta anche a livello filosofico, nell’ambito della teologia razionale.

Personalmente, la domanda che mi mette sempre in difficoltà, emotivamente parlando, è quella sulla sofferenza innocente. Perché Dio permette che l’innocente patisca a volte anche in maniera intensa? In particolare i bambini. È un interrogativo straziante, che colpisce sempre con potenza; di fronte al dolore dell’indifeso, che stravolge l’animo umano, spesso mi ritrovo a balbettare e a far fatica, perché metterci bocca significa toccare corde delicatissime. Il timore non sta tanto nella possibile reazione dell’interlocutore, quanto nell’idea di poter mancare di rispetto, di essere indiscreti o di essere non volutamente irrispettosi verso qualcosa di così abissale.

 

Non esiste nessuna religione come il Cristianesimo che stimi il corpo, eppure alcuni affermano ancora oggi che il cristianesimo, fondato sull’incarnazione, disprezza la carne. Tale convinzione può essere dovuta all’influenza esercitata da Sant’Agostino, che recuperò Platone, piuttosto che da San Tommaso d’Aquino?

Indubbiamente, se una radice ha da ricercarsi in questa storpiatura, essa si troverà nell’impianto platonico assunto da sant’Agostino e nella corrente da lui scaturita. Non che sant’Agostino condividesse acriticamente le conclusioni antropologiche sul corpo proprie di platonismo e neoplatonismo; semplicemente, questo Dottore della Chiesa ne utilizzava il linguaggio e gli strumenti filosofici, cercando di adattarli al dato cristiano. Una lettura attenta delle opere di sant’Agostino è più che sufficiente a sciogliere ogni fraintendimento.

San Tommaso d’Aquino, avendo saputo raccogliere il meglio delle filosofie aristotelica e platonica per metterlo a servizio del dato di fede cristiano, non avrebbe mai potuto disprezzare il corpo, come invece è potuto avvenire quando l’influsso platonico ha potuto prendere il sopravvento sulla riflessione teologica lungo la storia.

Forse sbaglio io, forse sono io a non avere una visione globale della questione per com’è affrontata da questo o quell’autore in particolare, ma non credo che tale convinzione sia da ascriversi a sant’Agostino o a qualche altro Dottore della Chiesa; credo che essa discenda piuttosto da una lettura superficiale ed una comprensione parziale dei loro scritti, e nello specifico di quelli agostiniani.

I problemi nascono quando i teologi amano più la loro creazione speculativa (ed i suoi specifici strumenti filosofici) piuttosto che l’integrità del dato di fede scaturito dalla Rivelazione. In questo senso, potremmo dire che la tendenza al disprezzo del corpo nasce in una ricerca teologica degradata, che si è lasciata sopraffare dalle categorie filosofiche che andava utilizzando di volta in volta per approcciarsi in maniera rigorosa e razionale ai suddetti dati di fede.

È verissimo: il Cristianesimo stima il corpo, e ciò è dimostrato non solo dal fatto che il Signore Dio nel libro della Genesi afferma che l’essere umano è creazione “molto buona”, ma anche e soprattutto a motivo dell’Incarnazione (come segnalato già nella domanda) e della Risurrezione, che comprende anche il corpo, pur trasfigurato. La prospettiva di un Dio che assume la corporeità umana spazza via qualsiasi idea di disprezzo del corpo in sé. Il cristiano, piuttosto, del corpo disprezza le conseguenze della ferita del peccato originale: la concupiscenza, gli appetiti bassi, le tensioni disordinate.

Tertulliano scriveva che la carne è il cardine della salvezza. Qualsiasi tentazione tesa a svalutare il corpo in sé non può e non deve trovare spazio in qualsiasi teologia che voglia essere pienamente cristiana.

Umberto Bielli: ‘OAIA è un modello di didattica alternativa che punta su un metodo per affrontare la vita’

Umberto Bielli è un docente romano che ha lanciato qualche anno fa un ambizioso ed innovativo progetto scolastico denominato OAIA (Ong School Science Of Inclusion Oaiaubam), basato sul seguente schema: Una mente rischiarata dalla religione-empirica e razionale e riscaldata da fede-credenza e religione sociale.

OAIA, appoggiata dall’ Unesco e dall‘Università La Sapienza di Roma, è stato poco capito da media, opinionisti e pseudo-tali i quali ritengono che OAIA vada contro il MIUR e contro la Chiesa. OAIA vuole creare un Percorso formativo di Classi di concorso e Graduatorie.

OAIA è nato nelle aule scolastiche e ora diventato inchiesta su interreligiosità e non discriminazione a scuola e fuori, puntando l’accento sull’inclusione piuttosto che sull’integrazione. Infatti, quando parliamo di integrazione, ci chiediamo se gli alunni che vivono in una condizione di svantaggio sociale stiano ricevendo una formazione uguale a quella di tutti gli altri alunni.

Ci si chiede se fede, credenza e religione sociale possono unire o disunire le menti,i cuori e la ragione.

Per integrazione si intende la presenza del soggetto dentro o fuori l’ambiente educativo. Integrazione è intervento sul singolo a posteriori.

Per inclusione, invece, andiamo oltre, perché riguarda il benessere sociale degli alunni Inclusione è organizzazione preventiva.

Per l’inclusione quello che conta è che gli alunni vengano trattati con eguaglianza, affetto e rispetto in quanto persone uniche. Ed è inoltre importante che si trovino o meno a loro agio all’interno dell’ ”ecosistema” scolastico. Significa, preoccuparsi che abbiano relazioni significative e siano partecipi alla scolastica.

Una differenza essenziale tra i due termini è l’universalità dell’uno rispetto alla ristrettezza dell’altro. Parlando di integrazione, ci concentriamo sul fatto che un gruppo stigmatizzato riceva un’educazione “normale. Ragione, volontà e sentimento sono gli elementi basilari per attuare questo fine.

Insomma un progetto che vuole unire alcuni cardini dell’Illuminismo ai principi del Cristianesimo e alle culture identitarie. Da approfondire, studiare e divulgare certamente, sperando che non ci siano altri giudizi frettolosi soprattutto da parte di chi evidentemente comprende poco delle iniziative, pervaso dal pregiudizio e dal sospetto.

Le nostre scuole hanno bisogno di metodi più efficaci, ripartendo da modelli fondamentali quali OAIA indica: Platone, Socrate, San Tommaso, Sant’Agostino, Gentile, Comenio (padre dell’educazione moderna) ecc... per formare spiritualmente e civilmente i nostri figli, per affrontare la vita, non solo per incamerare nelle memoria nozioni ed eloqui da sfoggiare in società.

Umberto Bielli

 

1 Come e quando nasce OAIA?

Una sera di 5 o 6 anni fa, alle prese con programmazioni e programmi finali sull’ OA, ho avvicinato un foglio con l’acronimo OA e un altro con IA (insegnamento alternativo, il mio obiettivo). Da lì ho pensato che l’acronimo OAIA potesse essere un modello di didattica “alternativa” dentro alla pedagogia che, come scienza umana e sociale, ha bisogno di innovarsi (la pedagogia è quasi sempre sperimentale) e includere anziché integrare.

Al tempo avevo ideato La Filo-alimentazione 27 ott 2015 evento EXPO basato su alimentazione dello spirito e filosofia inclusiva (info La Filo-alimentazione blog); OAIA parte da quell’idea.

Legge 1984-85 l. 121 su OA.

Accordo di Villa Madama tra Stato e Chiesa e revisione dei Patti Lateranensi del 1929.Nell’accordo nasce ufficialmente L’OA nelle scuole italiane.Dal 1984-85 il MEF MIUR eroga denaro su OA.Comee e in che modo? A quali docenti? Con quali progetti? A ore o a moduli didattici? OAIA vuol fare chiarezza.

2 Cosa non funziona secondo lei nel sistema scolastico e anche universitario italiano?

La scuola deve passare “spiritualmente” un metodo per affrontare la vita e non la conoscenza per riempire lo zaino della cultura…

Metodo (met oltre-hodos strada:la strada per andare oltre).

Siamo fatti di corpo, anima e spirito. Si allena tutto. Didattiche diverse a seconda dei campi di azione ma obiettivo comune. La formazione di menti adattative e in grado di accomodarsi a ogni stimolo esterno: percepisco perché sento me modificato non per un passivo incontro di vibrazioni esterne con i miei 5 sensi.

A scuola e negli istituti universitari si parla di tutto tranne che di questo. La filosofia aiuta in ciò nel momento in cui ci sentiamo tutti filosofi e “percettori” di stimoli esterni. OAIA è progetto filosofico e potrebbe aiutare e lavorare in sintonia con altre materie (ITA STO GEO SCIENZE NATURALI PSICOLOGIA RELIGIONE ARTE).

3 Crede sia un problema solo nostro?

No, in altri paesi peggio perché ogni paese gestisce la nostra IRC in modo diverso o la elimina del tutto(USA e alcune zone dell’Australia). Eredità luterane e ortodosse in Europa creano facoltativita’ nell’accesso alla materia Religione in aula così come le direttive dello Stato(confessionale-laico-teocratico) che decidono politicamente sulla materia scolastica Religione. Decisioni che ricordano gli orientamenti politico/sociali di sistemi socialisti del secondo dopoguerra che addestravano i bambini a una visione partitica predominante. In questo caos l’OA non ha una strada chiara, ovviamente.

4 Quale ritiene sia l’innovazione, la peculiarità di questo progetto?

Dare delle basi filosofiche, da Alcmeone e Platone in poi,per capire il diverso, il Realismo critico, la critica come strada maestra, la valutazione e le scelte morali, la libertà individuale (libertà di, libertà da, libertà dal peccato). Basi che sono la lettura migliore del cammino storico, letterario,artistico, religioso, scientifico di adolescenti e grandi.

Il strada è semplice:

-percorso formativo universitario per docenti OAIA

-classe di Concorso OAIA con codice meccanografico di disciplina

-graduatorie per docenti OAIA

-programmazioni e programmi OAIA ministeriali e non particolari di istituti o docenti volenterosi

5 Cosa si intende esattamente per “religione sociale”?

La Religione sociale è il terzo momento dell’imbuto cognitivo triadico=FEDE, CREDENZA, RELIGIONE SOCIALE(vedi imbuti cognitivi in oaiaubam.blogspot.com). La fede accomuna tutti, la credenza distingue (poli-mono-teista, monolatria, enoteismi), la Religione sociale è quella che vivi nel tuo luogo/area etnica/quartiere/distretto (tipo USA).

6 Non crede che la scuola dovrebbe formare i migliori, intesi come coloro che guardano al servizio e non al potere, lavorando intorno all’idea di competenza, armonia, collaborazione, solidarietà, lasciando fuori gli aspetti più privati?

Certo. Gli individualismi in aula creano scompiglio.Ad esempio prendo le due materie IRC e OA in Italia. Cresce una se cresce l’altra.I colleghi di IRC lavorano bene se, dall’altra parte, c’è una OAIA seria con programmi e obiettivi. Morale religiosa cattolica e morale filosofica. Collaborazione:i miei allievi di OA sono andati tutti alle visite di Basiliche e Chiese a Roma. Arte e bellezza  sopra tutto e tutti.Alcune mie lezioni di filosofia avevano come allievi anche ragazzi di IRC.Potrei continuare con esempi all’infinito.

7 L’insegnamento umanistico costituisce il vertice dell’istruzione? Non pensa che bisogna partire più che dall’inglese e dall’informatica, dalla filosofia, dalla storia dell’arte, dall’educazione civica, dalla storia delle religioni?

Umanitas si riferisce all’uomo totale. I mezzi che userà cambieranno-lingue, tablet, PC, automobili, aerei-ma la capacità di adattarsi lo salverà.

8 Come si rende cosciente un bambino della propria civiltà e personalità?

Il senso chiaro di CIVES. Cittadino oggi è termine vago perché i popoli si mescolano sempre più velocemente (tra romani e barbari ci son volti secoli di scontri e contatti) e non abbiamo tempo di creare leggi e norme ad hoc ogni mese.

OAIA ha una valenza duplice:agisce nel luogo migliore (la scuola) e nel momento migliore(età scolare preadolescenziale e adolescenziale). Dai 5 anni in poi, a detta di Freud ed Herbart si forma la coscienza.Ottimo momento per partire e segnare la personalità nel modo migliore.

9 Quanto i ragazzi italiani si sono formati sul nozionismo piuttosto che sui temi?

Servono gli interessi e le scoperte. Filosofi e pedagogisti puntano su ciò che i ragazzi vogliono e vogliono cercare.Purtroppo(e per fortuna?) i mezzi tecnologici ci danno il vago senso di sapere tutto e non dover cercare;di avere tutto a casa e tutto da casa.Nozione è il punto di partenza per arrivare a competenza e abilità:arrivare con l’aiuto del docente/educatore. Non è il fatto storico che ti da cultura ma la competenza di saper relazionare metodicamente le azioni degli uomini del passato per capire,capirli e capirti.

Critica

Valutazione

Metodo

Info blog oaiaubam.blogspot.com

Info La Filo-alimentazione Milano Expo 2015(27 ottobre 2015 evento EXPO)e atti del convegno. Recensioni su La Repubblica)

10 Integrazione, inclusione, paideia. Ci spieghi meglio questi concetti in relazione tra loro?

Parto dall’ultima.Paideia è formazione di corpo, anima e spirito di un ragazzo(pais gr.antico:ragazzo). Nella Grecia antica si addestrava alla difesa,fisica e morale,del proprio paese/città-stato. Tutti i cittadini avevano le stesse possibilità e vantavano la stessa provenienza.

Oggi si parla di integrazione quando si interviene dopo, a posteriore, per integrare ciò che manca. Nel progetto FILO-ALIMENTAZIONE (27 ott 2015) ho proposto il passaggio da integrazione a inter-azione (non mi dilungo sul tema ma si può intuire la differenza di concetto e di eidos/idea).

OAIA parla di inclusione perché si lavora a priori per portare in classe un metodo che includa prima e non curi dopo.

11 Cosa auspica per il suo progetto scolastico?

Auspico che venga accettato dal MIUR e valutato non pregiudizialmente dalla Chiesa. OAIA non va contro il Ministero e non va contro la Chiesa o, peggio, la religione. Come potrebbe andare contro alle RELIGIONI SOCIALI se chi sceglie l’OA è spinto (se minorenne la famiglia) da motivazioni basate su credenze diverse?

OAIA deve diventare materia scolastica mattutina.

Littizzetto, A.Vianello, Gad Lerner, redazioni TV (Report, Presa Diretta),Radio e molti altri giornalisti (La Repubblica, Corriere della Sera) hanno visto OAIA come contro lo Stato e la Chiesa. Ho una lista molto lunga. Auspico una lettura aperta e libera di OAIA (Facebook official page OAIA lista nomi e altro su OA e Filo-alimentazione UB).

 

 

 

 

Treccani(enciclopedia voci e neologismi)mi ha bloccato la pubblicazione di concetti ed etimi quali :

Ateistico

Verità

Religione(re-ligare persone tra loro)

Educazione(tirar fuori il peggio e non il meglio dai ragazzi-psicologia epistemologica-).

 

Vorrei una critica del mio lavoro e non una condanna.

 

Concetti e parole chiave(vedi testo La mia ora alternativa ediz. Ubam Bielli Umberto)

Religione

Credenze

Fedi

Laicità

Agnosticismo

Ateismo

Deismi vari

Panteismi e pandeismi

 

 

Dott. Umberto Bielli

oaiaubam.blogspot.com

Matt M. Relox: dalle Filippine con amore, per l’arte italiana

Matt M. Relox è un artista nativo delle Filippine, sui generis, devoto a Dio, all’arte italiana e alla sua perseveranza e passione per l’arte, nata quando era un ancora un bambino e disegnava con una foglia di banana. Ora dipinge soggetti che incutono tenerezza e amore avvalendosi di uno stile tra il propagandistico e l’immaginario retrò per un’estetica che incuriosisce chi osserva le sue opere. Opere che trasudano ironia ma anche speranza per un mondo confuso e amorale, in cui l’arte spesso sembra essere dissacrante e mistificatrice, al servizio del cattivo gusto e del culto dell’individualismo gonfiato dal mercato dell’arte contemporanea. Ma dire che la globalizzazione stia appiattendo tutto e che la tradizione sia scomparsa è una menzogna: i figli nati dalla reinterpretazione di questi due poli possono essere molto interessanti, proprio perché calpestano un limbo, una soglia indefinibile in cui può succedere di tutto.

Probabilmente questo lo pensa anche Matt. M. Relox che di certo non è, per anagrafe, uno dei figli di queste due istanze ma che certamente ama la Tradizione e fa arte per contemplare Dio, praticando il potere dello Spirito per onorarlo. Nel percorso artistico di Relox è rilevante il fattore religioso, tenendo conto che le Filippine, la cui cultura nasce dalla mescolanza delle influenze straniere con gli elementi indigeni, sono l’unico paese asiatico a maggioranza cristiana, sebbene non mancano comunque importanti minoranze musulmane.

La cifra stilistica di Relox è racchiusa nella delicatezza e la tenerezza (come si vede dalle opere Echo park in the heart of Los Angeles, How to fly the kite e Waiting for the date) un uso soft del colore per raccontare scene di vita quotidiana e luoghi ai quali l’artista è legato: inchiostro, pastello ad acquerello, pittura ad olio e acrilico. La soddisfazione del risultato ottenuto porta l’artista filippino a praticare tratti e colori tradizionali per avvalersi di colori più brillanti su tratti sottili, utilizzando anche il cross hatching sulla penna ad inchiostro.

Matt. M. Relox è stato insignito del Gawad America Award night al Celebrity Center Hollywood nel 2019.

The port of success Medium oil on canvas

 

Quando ha iniziato a dipingere?
Ricordo ero un ragazzino, ho iniziato a interessarmi all’arte tramite mio padre. Mio padre mi mostrò come disegnare una testa maschile e una spalla, in posizione laterale. Mi catturò quel momento, attirò il mio interesse mentre mio padre cantava interpretando le forme fedeli al testo della canzone fino a quando non smise di cantare proprio mentre il disegno era finito. Sfortunatamente non ricordo la canzone. A quel punto nessuno poteva impedirmi di disegnare ogni volta che volevo; vivevamo in fattoria per la maggior parte del tempo, quindi non avevamo alcun materiale artistico per disegnare sulla carta e nemmeno una matita. Quindi usavo una foglia di banana. Su un lato della foglia c’è una superficie bianca su cui puoi disegnare usando un qualsiasi oggetto appuntito. A volte facevo un disegno nel terreno, o sul muro usando un pezzo di legno bruciato (alla fine del bastone c’è del carbone naturale), da allora non sono ancora riuscito a capire dove quel sogno ha intenzione di condurmi.

Come definirebbe la sua arte?
Definisco le mia arte come l’apprezzamento per Dio e per la sua stessa gloria. Il Dio che ha creato il mondo intero, ha creato l’incredibile bellezza dell’essere umano, la bellezza interiore che possiamo sentire e testimoniare, la sua grandezza, i colori dell’universo, le forme che possiamo vedere intorno a noi. La bellezza degli animali, non c’è dubbio che questa sia la ragione ultima per me per dipingere ogni volta la sua grande creazione. Le persone cambiano, e il cambiamento sembra essere un danno per la gente, i fiumi e anche l’oceano. Nella mia arte, almeno, posso provare a preservare questa verità sulla tela per i benefici delle generazioni successive.

Ci sono artisti a cui sei particolarmente ispirato?
Non posso negare di essere stato influenzato dal principale nostro artista locale delle Filippine, conosco già i grandi maestri italiani Michelangelo, Leonardo. Vedevo i loro dipinti famosi nei calendari della Cappella Sistina, anche il capolavoro La Gioconda di Leonardo; a quel tempo non avevo idea degli artisti locali, della loro pittura realistica, il tocco di questo artista mi ha guidato e ogni volta che dipingo mi ispiro a lui e anche alle opere dei suddetti maestri.

Che valore ha l’arte in Oriente e specialmente nelle Filippine?
Un aspetto molto importante è la ricerca di spiritualità: se l’asciugamano dato da Veronica per asciugare il sudore del Messia fosse stato perso, i cristiani non avrebbero idea del suo aspetto. È in noi, una fede che potrebbe spostare una montagna. Nelle Filippine le persone sono consapevoli di avere un talento nell’arte equivalente, ai maestri in Europa, che le mette sul loro stesso piano. Dipingere è un dono molto prezioso perché è l’unica capacità universale di creare qualcosa dal nulla.

La religione delle Filippine è multicolore, a quale si sente di appartenere di più?
Dal punto di vista religioso gli abitanti delle Filippine si suddividono in cattolici cristiani, evangelici e musulmani. Appartengo alla razza marrone come gli apostoli e i profeti che furono chiamati per la prima volta Cristiani ad Antiochia.

L’esperienza che le ha dato maggior soddisfazione?
Provo molta soddisfazione quando qualcuno apprezza i miei lavori e li riconosce. Mi allevia dalle fatiche di essere un artista. È stata per esempio una grande sensazione trovare un critico d’arte come te.

La tenerezza e la serenità sembrano essere impresse sui volti dei suoi protagonisti. Le piace vedere l’umanità in questo modo?
La tenerezza dovrebbe essere coltivata da tutti, ogni singola persona dovrebbe farlo. Si può concordare sulla tua impressione riguardo i volti dei miei personaggi in quanto ognuno di noi ha un’idea di cosa possa intendere l’altro anche quando dipinge e di solito immagina di vedere dallo spazio la terra come un organismo pacifico e calmo dove non c’è conflitto. Moltiplica per il numero di persone che la pensano in questo modo, esse possono influenzare con il pensiero il loro prossimo.

Cosa ne pensa dell’arte americana contemporanea, in virtù del fatto che lei vive negli Stati Uniti?
La mia interazione di spiriti con le arti contemporanee americane mi aiuta a diventare più forte praticando il potere dello spirito dell’artista che appartiene a tutti, a tutti gli artisti, indipendentemente da dove ci troviamo sulla terra. Nella creazione siamo stati creati secondo la Sua immagine, nel senso che se il Dio è il grande creatore, allora abbiamo il potere e l’abilità, l’eredità artistica nello spirito. L’unica differenza ora tra lui e noi è che stiamo creando cose da cose che ha già creato.

Sogni da realizzare?
Sogno di essere conosciuto come artista. Ma so che per poter varcare la porta del successo ho bisogno di mecenati.

 

Fonte

Matt M. Relox: from the Philippines with love for Italian art

Leggere il dissacratore della filosofia contemporanea Davila per abbattere la politica del buonismo

Siete stufi di buoni sentimenti ed empatia? Non sopportate più i vizi, le miserie e le violenze degli esseri umani? Dubitate del liberalismo e pensate che la democrazia sia il regno della mediocrità? Bene, allora le Notas di Nicolás Gómez Dávila faranno al caso vostro: un monumentale viaggio, quello proposto da GOG edizioni, con uno tra i più grandi dissacratori della filosofia contemporanea.

Sfogliare le pagine delle novità editoriali o delle classifiche dei libri più venduti, per i frequentatori compulsivi di librerie, è una piccolo, settimanale, personale dramma. Da coloro che pretendono di essere baluardo di resistenza al dilagare di ignoranza e intolleranza non si ricevono che figurazioni desertiche in cui di oasi fatte di pensiero e libertà non v’è che il miraggio. Se sia colpa degli editori o dei lettori poco importa. Nelle cattedrali di paglia costruite su pagine, libri, autori, trovare spilli pungenti è impresa che richiede due considerazioni.

La prima, come insegna il Cioran dei Sillogismi dell’amarezza, è che il pubblico si getta perlopiù sugli autori cosiddetti “umani”, quelli da cui non ha nulla da temere, rimasti a metà strada, che non mettono in crisi con l’atrocità del dubbio credenze e certezze. La seconda, di André Gide, è che con i buoni sentimenti si fa cattiva letteratura. Si finisce travolti dall’orgia del banale. Nella superficie arida dell’editoria si trovano tuttavia le occasioni per ribaltare il tavolo. È quanto ha fatto GOG Edizioni pubblicando nella sua collana di classici le Notas (2019,) del reazionario Nicolás Gómez Dávila, con un saggio introduttivo del compianto Franco Volpi.

Introdurre il caos nell’ordine è la parola d’ordine che Adorno, in tempi ordinati, consegnò all’arte. Obiettivo dei reazionari è introdurre ordine nei tempi caotici che viviamo. Re dei paradossi, Dávila lo fa nella forma più disordinata, l’aforisma, il fendente di spada che in poche righe colpisce l’obiettivo. Il filosofo colombiano sgrana il rosario delle proprie riflessioni, inanellando aforismi che non sono mai soluzioni ideologiche, ma sempre occasioni di pensiero. Compito dell’aforista è stare in equilibrio tra letteratura e filosofia, e Dávila è maestro in quest’arte: come il saggista distilla il senso dell’essere dalle parole, come il poeta distilla parole dal senso dell’essere.

Il senso profondo del pensiero reazionario abita nella convinzione che l’uomo, con i suoi vizi, le sue violenze, le sue miserie, sia un problema. I maestri del pensiero reazionario, da de Maistre a de Bonald, grattano l’uomo e trovano il male. Lo spagnolo Donoso Cortés, tanto amato da Carl Schmitt, si spinge fino a dire che «il rettile che il mio piede schiaccia sarebbe meno spregevole di un uomo». Il senso profondo dell’essere reazionario di Nicolás Gómez Dávila, invece, è nella considerazione che tale problema, l’uomo, non ha alcuna soluzione umana. «La nostra vita» scrive Dávila «è un esperimento destinato al disastro». Non c’è salvezza all’interno dei prodotti della cultura umana: non ve n’è nell’arte, né nella filosofia, né nella letteratura. Vuota di salvezza è pure la religione, che le Notas innalzano a «insieme di problemi, non insieme di soluzioni», archiviando il pregiudizio ateistico del religioso come uomo che insegue facili credenze. In cosa dovrebbe aiutarci la religione, che ci strappa dalla dimensione terrena investendoci dell’«esperienza dell’insufficienza del mondo»? Non c’è salvezza, infine, nemmeno nella politica. Reazionario è innanzitutto chi rifiuta le tre ideologie della modernità – liberalismo, socialismo, fascismo – e le loro facili soluzioni a questioni complesse.

È contro ogni statalismo che Dávila si scaglia con maggiore violenza. Che lo Stato sia un mostro (e la politica sia «l’arte di debilitarlo») non è una sciocchezza borghese. L’individuo non trova la propria realizzazione in compagnia di uno Stato forte, perché «nella misura in cui lo Stato cresce, l’individuo si sminuisce». E se pronunciamo statalismo, diciamo soprattutto socialismo, la «filosofia della colpevolezza altrui», «la teoria di chi non osa accusare se stesso», secondo le parole di Dávila. Il reazionario non potrebbe che respingere chi predica la liberazione dell’uomo dalle proprie catene; sa che senza catene (sovrastrutturali, va da sé) l’uomo rimane una scimmia. I fatti dello spirito contano più della distribuzione del capitale o dei mezzi di produzione: «cosa ci importa chi debba essere il padrone della fabbrica, se la fabbrica deve continuare ad esistere?».

Non meno velenose sono le frecce scagliate contro democrazia, nazionalismo e liberalismo. Chi cerca di rivalutare Dávila con il beauty case del taglio selettivo, cercando di sedare il suo vigore antimoderno e di ammansire il suo spirito antiliberale per dare del filosofo un’immagine più facilmente spendibile nel circuito bigotto della cultura italiana, non ha capito lo spirito del colombiano o è in malafede. Come si può credere in un Dávila liberale, di fronte all’affermazione che «è certamente più importante la relazione fra l’uomo e il mondo che la relazione fra l’uomo e il diritto di proprietà»? Davvero si crede di poter democratizzare chi ritiene che l’errore del pensiero democratico sia «attribuire a ciascun individuo la totalità degli attributi propri del concetto di uomo»? Chi, più di Dávila, è capace con due aforismi di affondare il pugnale al cuore dei problemi? Per il colombiano la democrazia è il regno della mediocrità; più alto è il numero di minuscole volontà che sbraitano, più ampia è la partecipazione degli uomini al governo dello Stato, più ineluttabilmente si genera «una tirannia assoluta e una assoluta mediocrità».

Gli aforismi delle Notas tradiscono un Dávila antiromantico, contro l’idea che si possa dedurre l’essenza di un popolo dai suoi caratteri (pensiamo agli italiani poeti, santi e navigatori), come se esistesse una “anima nazionale” e le sue proprietà spirituali migliori fossero la ricetta per la “grande nazione”. Non c’è niente di più fittizio di «un popolo che cerca la definizione del suo essere» prima ancora di agire, «incapace di operare per il timore di falsificarsi, quando la falsificazione è quello stesso timore» – chi vorrà, riconoscerà in queste parole la recente riproposizione in salsa teologica del nazionalismo ottocentesco italiano, che vuole uniti popoli profondamente diversi per lingua e modo di stare al mondo.

Nella distopia che il colombiano chiama progressista noi identifichiamo le prime avvisaglie del presente. L’ossessione per l’empatia, propagandata a gran voce in ogni sede letteraria, filosofica, artistica, politica, annichilisce senza possibilità di appello l’uso della ragione, lo strumento di quell’intelligenza che non è mai – come vogliono le vestali del benpensare – comprensione aprioristica dell’altro, empatia che annulla le differenze. L’intelligenza, ricorda il nostro, «non si manifesta con un gesto di accoglienza e di affetto», anzi è «perfida e traditrice, sospettosa e diffidente, comincia sempre col respingere e ribattere, sempre rifiuta e sempre protesta». Chi conduce le proprie battaglie social, moderno crociato digitale, a colpi di #restiamoumani e #facciamorete, slogan che nell’autoelevazione a rappresentanti dell’umanità contengono la disumanizzazione di ogni pensiero diverso, confonde i sentimenti con le idee, credendo di aver detto qualcosa di nuovo, saggio e meditato, quando invece ha espresso niente più che simpatia o antipatia.

L’intellettuale engagé, il regista militante, lo scrittore chiacchierone, i giovani apostoli della cultura, queste insopportabili figure che ben conosciamo e che, gonfie di ego, ammorbano con i loro veti e le loro banalità pagine di giornali e fiere del libro, sono i massimi rappresentanti di uno stile che rifugge l’inflessibile dovere della ricerca della propria perfezione. Quando ci preoccupiamo di problemi di scala maggiore, che richiedono appelli alla società, alla civiltà, al destino dell’umanità tutta, non facciamo che rifugiarci «nella puerile vanità di sentirci i responsabili del mondo», declinando l’invito a migliorare prima di tutto noi stessi. Ecco, per abbattere l’ossessione dei buoni sentimenti basta la lezione intelligente delle Notas di Nicolás Gómez Dávila:

L’umanitarismo è l’umanesimo degli imbecilli.

 

Alessio Mulas

San Francesco d’Assisi, lontano dal mito che oggi circola e dai falsari

Francesco d’Assisi ci è troppo prezioso per lasciarlo ai faciloni, ai disinformati, quando non ai falsari. Di recente, uno che conosce bene il santo “vero”, quello della storia e non del mito che oggi circola, ha reagito con la passione che gli è propria. Ha detto dunque Franco Cardini, il medievista, lo storico delle crociate («E Francesco d’Assisi – ricorda – è il prodotto più rappresentativo ed ortodosso della Chiesa delle crociate») che quel grandissimo «non è affatto il personaggio che generalmente ci viene presentato adesso. Non era il precursore dei teologi della liberazione. Né tantomeno fu l’araldo di un cristianesimo dolciastro, melenso, ecologico-pacifista: il tipo che ride sempre, lo scemo del villaggio che parla con gli uccellini e fa amicizia con i lupi. Gli voglio troppo bene, a Francesco, per vederlo ridotto così dai suoi sedicenti seguaci. No, Francesco era ben altro».

Il problema è importante: ancor oggi (anzi, forse oggi più che mai) la straordinaria figura del figlio di Pietro Bernardone esercita un fascino unico sugli uomini di ogni razza, di ogni fede, di ogni incredulità. Ma, spesso, il “loro” Francesco non è mai esistito. A lui credono di rifarsi adepti e proseliti di molte ideologie e utopie contemporanee, sospette e magari dannose sotto le nobili apparenze. È nel suo nome che si parla di uno “spirito d’Assisi” che ha spesso l’aria di uno spirito di pseudo ecumenismo “da otto settembre”, da “tutti a casa”. Discorsi che, se li sentisse, indurrebbero il santo a riconvocare quel suo “pugile di Firenze”.

Sentite, infatti, che cosa si racconta nella «Vita seconda» di Tommaso da Celano: «Come ogni animo ripieno di carità, anche Francesco detestava chi era odioso a Dio. Ma fra tutti gli altri viziosi, aborriva con vero orrore i denigratori, e diceva che portano sotto la lingua il veleno, col quale intaccano il prossimo (…). Un giorno udì un frate che denigrava il buon nome di un altro e, rivoltosi al suo vicario, frate Pietro di Cattaneo, proferì queste terribili parole: “Incombono gravi pericoli sull’Ordine, se non si rimedia ai detrattori. Ben presto il soavissimo odore di molti si cambierà in un puzzo disgustoso, se non si chiudono le bocche di questi fetidi. Coraggio, muoviti, esamina diligentemente e, se troverai innocente un frate che sia stato accusato, punisci l’accusatore con un severo ed esemplare castigo! Consegnalo nelle mani del pugile di Firenze, se tu personalmente non sei in grado di punirlo”. Chiamava “pugile” fra Giovanni di Firenze, uomo di alta statura e dotato di grande forza». Né, quelle, erano minacce a vuoto, visto che quel fra Giovanni, entrato nell’Ordine e in fama di sante virtù, non esitava a rimettersi, su comando, in azione. E i pugni sapeva usarli in tal modo sui confratelli riottosi che il Salimbene, nella sua «Chronica», non teme di chiamarlo «spietato carnefice». Ammetterete che un simile “fioretto” (taciuto anche da molti storici perché non si inquadra nel loro schema) fa a pugni – è davvero il caso di dirlo… – con l’immagine di un santo tutto svenevole dolcezza.

Quanto a certo ecumenismo, quello inteso come resa o dimissioni, il Francesco “vero” vi ha altrettanto poco a che fare. Dopo la conversione, tutta la sua vita è segnata dall’ansia non di «dialogare» accademicamente con i musulmani, ma di «convertirli» a Gesù Cristo. Più volte tenta di giungere in Oriente con lo scopo esplicito di conseguirvi il martirio: non vi andava, dunque, per diffondervi idee ireniche, ma per predicarvi il Vangelo in modo così esplicito da meritare la morte dagli infedeli. Del resto, i primi martiri dell’epoca francescana sono san Daniele e i suoi compagni, trucidati in Marocco poco dopo la morte del santo perché, malgrado gli avvertimenti delle autorità islamiche, non vollero saperne di «dialogo» e tentarono di convertire chi capitava loro a tiro, predicando in italiano e in latino, visto che non conoscevano nulla degli idiomi locali.

Bisognerebbe evitare una volta per tutte di snaturare e sfruttare il patrono d’Italia come fosse un santino laico, adatto per le pubblicità del presunto progresso. Fu un ribelle? Si, a suo modo. Ma nulla a che vedere con i sessantottini. Amava la Chiesa e fu sempre fedele al Papa. Cambiò il mondo con l’ubbidienza e l’umiltà. Tutto il contrario di chi oggi ne abusa per i suoi sporchi slogan.

 

Vittorio Messori

L’alienazione dal sacro e il continuo manifestarsi delle ierofanie tradizionali e moderne, tra Pasolini e Jung

Tramontate le ipotesi di un futuro senza religione, il sacro o l’archetipo tendono ad assumere un’apparenza tecnica, accettabile senza difficoltà anche dalla forma mentis illuministica; così, pure attraverso manifestazioni degenerate, quali teorie ufologiche, psicologie sacralizzate o feticci tecnologici, esse continuano a parlarci di una ineliminabile dimensione altra. L’occhio d’improvviso gli splende, il tono della voce si accalora, il discorso conosce l’inconoscibile tenerezza, scrisse Pier Paolo Pasolini («Tempo», 5 aprile 1969) ma non per descrivere l’incontro tra due amanti o il passaggio ad uno stato estatico, quanto l’ultima ierofania possibile: il discorso sul motore. L’ultima emozione in grado di scuotere i giovani spentisi nella società del benessere occidentale: parole di amore e di adorazione innanzi ad un cruscotto, quali estremi rantoli dell’agonia di Dio. Tale agonia, secondo Pasolini, non sarebbe durata ancora a lungo, salde allora le previsioni o piuttosto la “fede” in un futuro assolutamente non religioso infine mai giunto, smentito clamorosamente dal fuoco dei fondamentalismi, come dal rinnovato manifestarsi della religione quale realtà culturale necessaria alla comprensione dell’umano e del sociale fin dentro la modernità più tarda.

Pratiche e credenze religiose risultano infatti tutt’ora ben lungi dal dissolversi, anche nel modo secolarizzato, tra la resistenza, più o meno strenua, delle istituzioni religiose tradizionali, la pretesa antimoderna dei modernissimi fondamentalismi e le tendenze fluide della religiosità New Age; queste ultime spesso assai armoniche agli irresistibili processi disgregativi all’opera in ogni campo. Credenze e riti religiosi invece che scomparire, anche quando la globalizzazione ha mandato in frantumi i rispettivi contesti e le rispettive istituzioni di appartenenza tradizionale, sono caduti preda della forza centrifuga del tempo; offrendosi quali frammenti-merce ai moderni individui consumatori, anch’essi più o meno frantumati. I quali, nel contemporaneo super market del religioso, hanno conseguito la possibilità di acquistare, provare ed eventualmente gettare via in un secondo momento, credenze, pratiche, miti e riti, componendoli liberamente tra loro per ottenere una religiosità personale, unica e privata, scollegata dall’originale provenienza dei frammenti e naturalmente in qualunque momento revocabile, modificabile ad libitum. I templi moderni non si innalzano verso il cielo ad onore di Dio, quanto ad onore del proprio mutevole, umano capriccio consumista.

Così, contrariamente alle previsioni di Pasolini, anche la ierofania del motore ha continuato a manifestarsi, raggiungendo il massimo grado nel feticismo del telefono cellulare: medium del legame sociale e di legami sociali effimeri, nemico di limiti e giuste misure, nella sua rincorsa infinita verso sempre nuovi modelli, fondatore di una temporalità ultima dove tutto è subito e niente può valere, costare o distare più dell’attimo di un clic. Se non possono più Apollo e Dioniso, surrogano pertanto oggi gli smartphone, aprendo ecstasy solari apatiche verso la flebile luminosità dei touchscreen o scatenamenti tellurici, ritmati dalla continua ripetizione di toni e vibrazioni della messaggistica.

In maggior grado che il motore, proprio il telefono cellulare ha infatti portato alle conseguenze estreme quanto già aveva osservato Pasolini. Esso, dopo essersi lasciato adorare, da strumento è giunto a confondersi con la soggettività che ha creduto di utilizzarlo: insieme all’adorazione per questo oggetto privilegiato c’è una tendenza alla fusione e all’identificazione con esso: io sono il mio motore [telefono cellulare]… oppure: io manco di motore [telefono cellulare], quindi sono privo di comunicazione col divino. Non sorprende affatto la cogenza con la quale il moderno capitalismo riesce a suscitare il desiderio di acquisto verso sempre nuovi prodotti, spesso desiderata tecnologici, scatenanti la ierofania del momento, alla quale è sempre più difficile rinunciare; pena la perdita di comunicazione con il divino nonché della propria personalità. Va in oltre da sé, come il pericolo di tali perdite non possa essere scongiurato definitivamente, stante la folle corsa alla novità inesausta dei prodotti e delle credenze, invertendo la tendenza di una storia delle religioni che aveva fin qui manifestato la novità quale elemento di eccezione, lontana dal rappresentare la regola.
Esiste però anche un’altra ierofania moderna o piuttosto una teofania, le cui forme hanno mantenuto una maggiore costanza rispetto a quelle dei desiderata tecnologici; apparentemente meno distante dalle manifestazioni del sacro tradizionali: l’ossessione per gli ufo. Carl Gustav Jung ha dedicato uno dei suoi ultimi studi al fenomeno: Un Mito Moderno, le cose che si vedono in cielo (1958). Attraverso tale opera, sospendendo il giudizio sulla realtà fisica degli ufo, certo concretissimi per coloro i quali li osservano, Jung ha analizzato i dischi volanti dal punto di vista psichico; rendendo pertanto poco significante la distinzione tra l’eventualità di fenomeni psichici capaci di originare una sensazione visiva, confermata da un’eco radar e la comparsa reale di oggetti fisici, incidentalmente utili all’inconscio, al fine di manifestare quanto non può più assumere una forma mitologica tradizionale.

Sempre che tali ipotetiche corrispondenze tra fenomeni fisici e psichici, piuttosto che in termini causali, non possano spiegarsi meglio tramite una constatazione di sincronicità; al modo di quella che secondo Jung, avrebbe affiancato la realtà dolorosa di un’umanità scissa al sincronico rappresentarsi delle due polarità sessuali in ottica di antitesi: con la raffigurazione del principio maschile nella stella rossa dell’Unione Sovietica e del principio femminile nella stella bianca degli Stati Uniti, applicando la lettura simbolica dei colori propria dell’alchimia occidentale.
La forma circolare degli ufo rappresenterebbe così soprattutto, nella geometria archetipale comune (ad esempio la mandala), l’unione degli opposti e l’integrità dell’anima; bisogno inconscio di un individuo moderno, interiormente minacciato da rischi di scissione dell’io e oppresso al di fuori dalla spaccatura dell’umanità tra i blocchi degli Usa e dell’Urss, in bilico sul precipizio spaventoso dell’apocalisse nucleare. Nota di fatti Jung, come spesso gli ufo preferiscano sfidare le leggi fisiche del volo attraverso i cieli degli Stati Uniti ed effettuare le proprie evoluzioni nelle prossimità di aeroporti o installazioni nucleari; mentre diverse teorie ufologiche siano solite spiegare tale propensione, proiettando sugli abitanti di altri mondi l’umana preoccupazione per lo sviluppo dell’arma atomica e la nostra capacità di esplorare lo spazio cosmico. Quanto ai rischi di scissione dell’io, ad essi non è estraneo il modello educativo contemporaneo, di tipo tecnico, estremamente specialistico ed esclusivamente materialista che, rivolto allo sviluppo di una singola facoltà dell’essere umano, esclude l’inconscio e contribuisce alla disgregazione anche della società. No, non sorprende che l’ossessione per gli ufo si sia manifestata prima negli Stati Uniti e di lì progressivamente, assieme allo stile di vita americano, si sia diffusa nel resto del mondo.

Innanzi a questo uomo ultimo, razionale, illuminista, ormai lontano dalle concezioni religiose dei suoi antenati, avvinto dalla fede nel mondo terreno e nella propria potenza, convinto di poter fare a meno di inconscio, dei e spiriti, occorre che l’archetipo assuma in contrasto con i suoi aspetti precedenti una forma concreta, anzi addirittura tecnica, per evitare l’indecenza di una personificazione mitologica. Ciò non di meno va rilevato come neanche tale uomo riesca davvero a rinunciare alla speranza di un intervento divino salvifico, inconsciamente percepita l’impossibilità di superare con le sole sue forze un’epoca divenuta ormai intollerabile; eppure perfino le divinità devono sottostare al primato della tecnica che, già dispiegatosi su tutti i campi del sociale, va appropriandosi anche della dimensione del sacro, alienandola dalle manifestazioni tradizionali quali le religioni, Dio o gli Dei, in favore di nuove espressioni più plausibili scientificamente come teorie ufologiche, ipotesi di fisica quantistica, arti della guarigione o psicoterapie sacralizzate. L’uomo moderno accetta senza difficoltà ciò che presenta un’apparenza tecnica, così anche le più recenti manifestazioni del sacro assumono tale aspetto.

Pare pertanto potersi concludere come la civiltà contemporanea, con il suo primato della tecnica, piuttosto che svilupparsi verso un futuro assolutamente non religioso, tenda piuttosto ad appropriarsi anche della non eliminabile dimensione del sacro; ma non di meno anche come, se pure per tramite di un cellulare connesso ad Internet – meglio se costoso – o di un alieno, percepito come divino perché più ricco di tecnica, l’uomo moderno, alla dimensione del sacro, desideri ancora rapportarsi. Le ierofanie, moderne o tradizionali, continueranno a manifestarsi e ad esercitare un ruolo significativo nel futuro dell’umanità.

 

Alessio Mariani

Il fantastico mondo di Laxness: quale Dio “sotto il ghiacciaio?”

Sotto il ghiacciaio: un romanzo irriverente di difficile collocazione: fantascienza? Allegorico? Religioso? Forse c’è un po’ di tutto questo nel romanzo del premio nobel del 1951 dello scrittore islandese Halldór Laxness.

L’interpretazione della storia che si articola in Sotto il ghiacciaio, scritto nel 1968, non è di facile comprensione: a tratti appare quasi come un giallo da risolvere. In effetti è proprio quello che è chiamato a fare il protagonista, studente di teologia, inviato dal vescovo d’Islanda nel lontano ovest, ai piedi del leggendario vulcano Snæfell, dove Jules Verne fece iniziare il suo viaggio al centro della terra. Giunta infatti notizia che il pastore della chiesa locale non celebra più battesimi e funerali, insomma sembra esserci qualcosa che non va.

Il giovane studente si troverà quindi ad essere un reporter in una terra difficile, fuori dall’ordinario: dovrà tentare di capire cosa si annida tra la gente del luogo e cosa spinge il pastore a comportarsi in maniera così strana. Verrà quindi a contatto con le varie persone del luogo, vivrà per un certo periodo di tempo “sotto il ghiacciaio” e si farà una idea degli usi e costumi dei queste genti.
Il famigerato “culto del ghiaccio”, che sembra aver soppiantato il cristianesimo, è una dottrina sfuggente, che nel corso del racconto non è mai spiegata in maniera chiara. I dialoghi e gli argomenti sono di difficile comprensione, ma, una volta inseritisi nella “mentalità” delle vicende, anche i concetti più strani si definiscono con una loro logica.

È il panteismo contro la dottrina di Dio: lo strano reverendo John  afferma che “un dio vale l’altro, tranne quello che risponde alle preghiere” e non riesce a dare una spiegazione compiuta di cosa volesse dire che dio è in ogni luogo. È questo quello su cui gioca Laxness: una indefinitezza di fondo, una allegoria totale verso un qualcosa che non può mai essere del tutto compreso.

La contrapposizione che ne esce fuori, dottriva vs misticismo, è da leggere in prospettiva ampia, senza badare troppo ai particolari, lasciandosi trasportare dalla narrazione a volte di echi bucolici, a volte di echi favolistici (suggestiva la descrizione del paese e del suo ghiacciao).
Il mondo  paradossale, onirico, spirituale, dove succedono cose strane, si dicono cose strane, e non mancano personaggi davvero stravaganti: riuscirà l’inviato-teologo a raccapezzarsi? Forse Laxness ci vuole far capire lo spaesamento di ritrovarsi in un mondo che non riconosce più la fede millenaria nel Dio cristiano. L’idea del pellegrino che va e che scopre altri mondi è strettamente moderna, ma si ricollega, in questa occasione, a un tutto panteistico, l’uomo che fa i conti con le profondità del pensiero religioso, seppur in maniera favolistica.

Ad ogni modo ne viene fuori  una visione ironica e onirica, proprio perché i dialoghi tra i personaggi assumono le caratteristiche di una assurda complessità, incomprensibile, impenetrabile: il modo di affrontare il tema della crisi della religione, da parte di Laxness, definito da molti “sincero credente ma dubbioso cattolico”, lascia col sorriso, e forse solo dopo aver completato tutta l’immersione nel mondo da lui descritto, ci si può rendere conto della sua idea sulla religione, particolare e criptica.

 

Letteratura e religione: Dio nella letteratura di Steinbeck e Benson

Robert Hugh Benson e John Steinbeck: due personalità opposte da mettere a confronto, due visioni completamente contrastanti riguardo il pensiero religioso e Dio. John Steinbeck è ancora oggi uno dei più apprezzati e letti scrittori vissuti nel Novecento, mentre Benson è stata una figura curiosa, scrittore e pastore anglicano, figlio dell’arcivescovo di Canterbury.

Il pastore Benson abbraccia inizialmente la fede anglicana, ma un viaggio in Oriente gli permetterà di rendersi conto della vera natura della sua religione: comprende che la Chiesa anglicana, legata a interessi nazionalistici, non aveva nulla di universale. Al contrario capisce che la Chiesa di Roma si erge al di sopra di tutte le altre, predicando la civiltà a tutti i popoli. Andando avanti nei suoi studi, in Benson affioravano sempre più contrasti intimi: da un lato (come egli stesso scriverà nelle sue omelie e lettere) sentiva richiamarsi dalla Chiesa Anglicana per “accenti patetici e affettuosi”, lo avvinceva “con tutti i legami della parentela e dell’amicizia”, ma dall’altro affermava ormai che non poteva “più dubitare fosse la vera sposa di Cristo, imperiosa e dominante, avvolta in un raggio di luce abbagliante”.

In The Lord of The World , pubblicato nel 1907, lo scrittore  presbitero inglese si preoccupa di tirare le fila delle sue teorie, di renderle fruibili presso un pubblico più vasto. È il romanzo con cui Benson si propone di mettere in guardia tutti gli uomini: la la religione cattolica sta iniziando ad essere scalfita con una altra religione: la religione del benessere, molto più rassicurante delle parole di Dio, ma che non è nutrimento per l’anima, bensì per il corpo, per l’effimero. Un romanzo ucronico su di un mondo dominato dal Partito Comunista (salito al potere sempre nel 1927) in cui l’estremo progresso del pensiero (oltre che della tecnologia) vuole assicurare la nuova ideologia della felicità tramite la completa soddisfazione dei sensi, dell’Uomo. Benson traccia le linee quindi di un cristianesimo relegato ai margini, che non conta quasi più. Nel corso della narrazione il punto di svolta sarà affidato alla comparsa di Giuliano Felsemburg, trentatré anni (ovviamente non una coincidenza) che scioglierà la difficile tensione nata tra Occidente e Oriente, prossimi alla guerra.

Abilissimo nella diplomazia, Felsemburgh salva l’umanità dalla prossima e definitiva “guerra delle guerre”: grazie a lui non ci saranno più violenze, niente più guerre. Felsenburg quindi viene eletto Presidente d’Europa: a tutti gli effetti appare come il nuovo Gesù. Il nuovo “salvatore” del mondo propugna una “grande fratellanza universale”, attraverso il nuovo culto dellospirito del mondo”. Ora il mondo crede a un Dio che non resta nascosto, che non è morto, ma bensì vivo, che ha salvato le genti e vuole per tutti gli uomini felicità e fratellanza. Il soprannaturale quindi muore, l’umanità tutta deve affidarsi al suo nuovo profeta in carne e ossa. Viene poi il momento dello scontro finale, con la comparsa di padre Franklin, che, una volta diventato Papa di un cattolicesimo vittima di dolorose persecuzioni, affronterà l’anti Cristo Felsemburg nella vera battaglia finale.

Secondo gran parte della critica The Lord of the World è stato scritto da Benson per glorificare la Chiesa di Roma, per ammonire sui tempi moderni e sullo smarrimento della coscienza a cui l’uomo moderno va in contro. L’anti Cristo di Benson trionfa in terra, ma verrà sconfitto e sarà condannato per l’eternità: il suo regno infatti era tutto quello che si contava nel mondo terreno. Padre Franklin, l’ultimo papa, è l’ultimo avamposto del cattolicesimo, che alla fine vince proprio perché non crede nella religione del benessere di Felsemburg, per cui, in fin dei conti, si muore con il corpo: il cattolicesimo superstite di Franklin invece assicura l’immortalità dell’anima.

L’uomo al centro di tutto: nel mondo immaginato da Benson la carità non ha più valore, l’umanità vive abbacinata da un materialismo e un socialismo estremo. Si deve essere tutti felici e tutti fratelli, senza più guerre, l’uomo deve preoccuparsi del qui e ora. Per contrasto, quindi, in The Lord of the World, Benson vuole ribadire che al centro di tutto non c’è l’uomo, ma Dio, e che solo grazie al suo amore l’uomo potrà elevarsi dalla misera condizione terrena, potrà distogliere lo sguardo da se stesso e puntarlo verso il cielo, verso la salvezza dell’anima.

Per quanto riguarda Steinbeck invece, la vita non è stata per niente caratterizzata dalla religione né dal rapporto con Dio: cronista di guerra durante la seconda guerra mondiale, ha sempre, nelle sue importanti opere, privilegiato il realismo, la cronaca e i contorni nitidi della realtà del tempo in cui è vissuto. Nel 1962 gli viene assegnato il Nobel per la letteratura proprio per “Per le sue scritture realistiche ed immaginative, unendo l’umore sensibile e la percezione sociale acuta”; lo scrittore americano è ritenuto uno degli esponenti di quella “generazione perduta” indicata da Hemingway e Stein, quella generazione di giovani scrittori che ha prestato servizio nella guerra. Steinbeck rivolge la sua attenzione soprattutto verso l’America delle contraddizioni, delle lotte per la sopravvivenza quotidiana, ovvero quei temi che meglio sono supportati dalla sua scrittura realista e quasi da giornalista.

To a God Unknown, pubblicato nel 1933 e tradotto da Montale, è una delle sue opere meno conosciute, forse la sua opera più misticheggiante: è la storia di, Joseph Wayne, che lascia la vecchia fattoria del Vermont per traversare l’America e stabilirsi insieme ai fratelli in una fertile vallata della California. Le vicende della famiglia, anche dolorose, fanno da costante sfondo all’idea panteistica della natura, dell’appartenenza alla madre terra. Una terra che può essere la fonte di gioie o di sofferenze, che può dare la vita o la morte, che può essere crudele o compassionevole. Una forza impalpabile, ineffabile, diafana, inafferrabile, che si attualizza nei frutti della terra: è la forza di un Dio sconosciuto che rende tutto questo possibile? Che rende la terra capace di provvedere all’uomo? Steinbeck se lo domanda, anzi ci induce a questa domanda, ci trasporta in questo strano e ineffabile pensiero durante tutta la narrazione, grazie ai suoi personaggi. Joseph poserà il suo agognato figlio appena nato tra i rami più bassi della sua quercia, per devozione alla forza misteriosa che domina quei luoghi e che ne permette la vita: l’albero verrà poi ucciso da Burton, fervido credente in Dio, nel tentativo di distruggere tutto ciò che il suo Dio, invece, condanna. Dopo ciò sulla fattoria di Joseph si abbatterà una pesante siccità, portatrice di morte: la giusta punizione del Dio sconosciuto per averlo oltraggiato? Ma esiste un Dio? Un Dio nascosto tra le pieghe della natura?

 

 

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