Inaugurazione mostra “Goya. I disastri della guerra”. Dal 18 maggio al 5 giugno alla Galleria delle Arti di Roma

Dopo il successo ottenuto dalla esposizione “L’Inferno di Dalì”, che ha visto la partecipazione di oltre 1.300 visitatori, la Galleria delle Arti presenta la mostra “Goya. I disastri della guerra”una selezione delle celebri incisioni dal titolo originale “Los desastres de la guerra” che Francisco Goya produce dopo essere stato inviato a Saragozza nel 1808 dal generale Palafox, al fine di documentare graficamente l’eroica difesa dell’esercito spagnolo dalle truppe napoleoniche.

L’efferatezza fu tale che il pittore decise invece di testimoniare la “intrahistoria” bellica, descrivendo i soprusi e le barbarie e condannando ogni tipo di guerra in maniera imparziale.
L’artista registra con inclemente realismo le atrocità commesse durante gli scontri e tra il 1808 ed il 1823 realizza un ciclo di disegni dai quali viene tratta una serie di 82 incisioni ad acquaforte su rame, in cui denuncia gli orrori della guerra, racconta la carestia del popolo spagnolo e critica il potere monarchico e della Chiesa attraverso immagini allegoriche e figure dalle sembianze mostruose.

La Galleria delle Arti espone una selezione di 33 tavole impresse dai rami originali incisi da Goya, che mettono in luce la figura del grande maestro in qualità di moderno fotoreporter.
L’esposizione segue l’ordine numerico delle tavole, i cui i titoli sono talvolta correlati, quasi dando origine ad un dialogo tra le stesse. Tutte le incisioni in mostra, provenienti da una collezione privata di Roma, hanno una dimensione variabile tra 155x205mm e 175x215mm.

La mostra ha l’intento di condurre il visitatore a una riflessione più ampia e profonda nei confronti delle conseguenze che la guerra ha portato e porta tutt’oggi con sé.

La mostra, a ingresso gratuito, sarà visitabile dal mercoledì alla domenica dalle ore 18.00 alle ore 21.00, fino al 5 giugno 2022.

 

GOYA. I DISASTRI DELLA GUERRA
Dal 19 maggio al 5 giugno. Dal mercoledì alla domenica dalle ore 18 alle ore 21.

c/o La Galleria delle Arti
Via dei Sabelli, 2 – 00185 Roma
Tel 375.7223987
Ingresso Gratuito

Le Opere in mostra
TAV. 1 – TRISTES PRESENTIMINETOS DE LO QUE HA DE ACONTECER
TAV. 3 – LO MISMO
TAV. 4 – LAS MUGERES DAN VALOR
TAV. 7 – ¡QUÉ VALOR!
TAV. 9 –  NO QUIEREN
TAV. 11 – NI POR ESAS
TAV. 15 – Y NO HAY REMEDIO
TAV. 26 – NO SE PUEDE MIRAR
TAV. 27 – CARIDAD
TAV. 30 – ESTRAGOS DE LA GUERRA
TAV. 32 – ¿POR QUÉ?
TAV. 34 – POR UNA NAVAJA
TAV. 35 – NO SE PUEDE SABER POR QUÉ
TAV. 36 – TAMPOCO
TAV. 37 – ESTO ES PEOR
TAV. 44 – YO LO VI
TAV. 45 – Y ESTO TAMBIÉN
TAV. 49 – CARIDAD DE UNA MUJER
TAV. 50 – ¡MADRE INFELIZ!
TAV. 52 – NO LLEGAN A TIEMPO
TAV. 55 – LO PEOR ES PEDIR
TAV. 60 – NO HAY QUIEN LOS SOCORRA
TAV. 62 – LAS CAMAS DE LA MUERTE
TAV. 66 – ¡EXTRAÑA DEVOCIÓN!
TAV. 67 – ESTA NO LO ES MENOS
TAV. 69 – NADA. ELLO DIRÁ
TAV. 71 – CONTRA EL BIEN GENERAL[
TAV. 72 – LAS RESULTAS
TAV. 74 – ¡ESTO ES LO PEOR!
TAV. 76 – EL BUITRE CARNÍVORO
TAV. 78 – SE DEFIENDE BIEN
TAV. 79 – MURIÓ LA VERDAD
TAV. 80 – ¿SI RESUCITARÁ?

‘L’inferno di Dalì’. Le Opere di Salvador Dalì a Roma a La Galleria delle Arti dal 22 marzo

Negli anni ’50, in occasione del 700° anniversario della nascita di Dante, il governo italiano commissiona a Salvador Dalì, il Maestro del Surrealismo, l’illustrazione de La Divina Commedia. 

L’artista realizza un capolavoro illustrato del Novecento: 102 acquerelli, esposti per la prima volta a Roma nel 1954.

L’esposizione in Italia genera polemiche che portano Dalì a ripresentare la collezione nel 1960 al Musée Gallièra di Parigi. La mostra riscuote un enorme successo, tanto da spingere Joseph Foret a dar vita al progetto di trasformazione degli acquerelli in xilografie. Sotto la diretta supervisione del genio dell’Artista, vengono convertiti in matrici di stampa i 3500 blocchi di legno intagliati a mano ed impressi in progressiva i 35 colori di ogni tavola; tale tecnica consente, oltre a preservare tutti gli elementi cromatici, l’aggiunta delle più intense sovrapposizioni dei colori.

“Ho voluto che le mie illustrazioni per Dante fossero come delle lievi impronte di umidità su un formaggio divino, di qui il loro aspetto variopinto ad ali di farfalla.” 

Salvador Dalì

Nei rinnovati spazi de La Galleria delle Arti, storico ritrovo culturale del quartiere di San Lorenzo a Roma, a partire da martedì 22 marzo alle ore 18.30 saranno esposte le 34 xilografie che raccontano l’affascinante viaggio iconografico nell’Inferno, primo dei tre regni dell’aldilà descritti da Dante.

L’allestimento della mostra segue quello originariamente voluto da Dalì, che non rispetta l’ordine sequenziale dei canti come da opera originale. In ogni xilografia viene illustrato un verso o una terzina del canto, riportati nelle didascalie che affiancano le tavole.

Un cammino visivo che interpreta magistralmente il linguaggio del poeta fiorentino e conduce chi osserva attraverso le atmosfere oniriche ed i colori suggestivi direttamente nell’Inferno dantesco.

La Galleria delle Arti: storia del locale

La costruzione del quartiere di San Lorenzo risale al periodo tra il 1884 e il 1888, durante il grande sviluppo urbanistico che ebbe la città di Roma a seguito dell’Unità d’Italia, e si sviluppò in un’area oltre le Mura Aureliane, precedentemente agricola. La sua edificazione avvenne per accogliere gli alloggi di ferrovieri, operai ed artigiani giunti a Roma alla fine del secolo XIX per lo sviluppo urbanistico della città a cavallo tra i due secoli. Nasce quindi con una connotazione popolare che si rispecchia nelle particolari tipologie abitative. 

Durante tale periodo, nel 1885, viene costruito l’edificio che ospita La Galleria delle Arti. Inizialmente destinati agli scantinati del palazzo ad uso privato, gli spazi occupati dal locale furono utilizzati dagli abitanti del quartiere come ricovero antiaereo durante la II guerra mondiale, anche durante i drammatici bombardamenti del 19 luglio 1943, come si evince dai numerosi palazzi che mantengono il ricordo delle lesioni subite, durante i quali morirono circa 3.000 persone. 

Dalla fine degli anni Quaranta, il locale fu trasformato in una fabbrica di sedie, la ditta Croppo, che mantenne la sua attività in quel luogo fino alla fine decennio successivo. Fu quindi una balera e alle fine degli anni Sessanta, con la nascita di una nuova tipologia di fruizione del cinema che vede la nascita di sale interamente dedicate alla attività di cinema d’essai, divenne il Cineclub Sabelli, uno dei più importanti esempi di questa nuova tendenza insieme al Filmstudio 70 e il Monte Sacro a Roma. 

Il Circolo Gianni Bosio, fondato a Roma nel 1972, aprì la sua prima sede a via dei Sabelli 2; in quel periodo, a condurre le attività del Circolo c’erano Paolo Pietrangeli, i componenti del Canzoniere del Lazio, un gruppo di teatro e di musica che si era chiamato Collettivo Gianni Bosio, e varie persone sparse gravitanti nel modo della scena artistica e politica degli anni Settanta.

Dal 1986 al 1989 divenne la galleria “Artista casa delle Arti” che nel 1990 fu trasformata nella prima galleria d’arte aperta di notte a Roma ospitando mostre d’arte ma anche spettacoli di poesia contemporanea e musica etnica. 

Durante i Novanta aprì in quelle sale il DDT, storico locale della Movida Romana; a seguire il Lost’n’found e il Mads, storico locale della capitale della scena underground e punk che ospitava una ricca programmazione teatrale, le cui attività si sono concluse a metà del decennio scorso.

Ristrutturata nel 2019, la Galleria delle Arti è oggi uno spazio di 320 metri quadri di grande versatilità che ha mantenuto le caratteristiche strutturali del basamento di un edificio di fine XIX secolo: una sequenza di archi costituiti da mattoncini in laterizio, pietra e tufo, intervallati da ambienti di diversa grandezza che, esaltati come elementi architettonici, ne creano il fascino. La struttura degli spazi si configura come una lunga e monacale galleria di archi e volte che viene contrastata dagli arredi in velluto e oro dai rimandi anni Venti/Trenta.

‘Una vita violenta’, l’edizione anastatica della Garzanti in occasione del centenario della nascita di Pasolini

Una vita violenta, romanzo del 1959 di Pier Paolo Pasolini, riprende i temi e gli ambienti di Ragazzi di vita e rivela Pasolini al pubblico e alla critica, un libro sentito, soccorso dall’intelligenza e dall’amore da parte dell’autore per i frammenti narrativi, che si rifanno alla tradizione letteraria ottocentesca. Un romanzo, che come avverte lo stesso Pasolini alla fine del libro, in sostanza è una storia realmente accaduta e che avviene ogni giorno.

«La trama di Una vita violenta mi si è fulmineamente delineata una sera del ’53 o ’54… C’era un’aria fradicia e dolente… Camminavo nel fango. E lì, alla fermata dell’autobus che svolta verso Pietralata, ho conosciuto Tommaso. Non si chiamava Tommaso: ma era identico, di faccia, a come poi l’ho dipinto… Come spesso usano fare i giovani romani, prese subito confidenza: e, in pochi minuti mi raccontò tutta la sua storia». (Pier Paolo Pasolini, Le belle bandiere, 1966)

Il romanzo è stato ristampato in occasione dell’anniversario della nascita di Pasolini (il 5 marzo 1922), in copia anastatica dalla casa editrice Garzanti.

La vita di Tommaso e degli altri ragazzi nella Roma del dopoguerra è davvero una vita violenta e spietata. Le emozioni che suscita il protagonista sono davvero forti e il suo tentativo di riscattarsi per avere una vita migliore, ha generato in me emozioni contrastanti viste le sue scelte. Se da una parte si può provare pena e sofferenza per questo “ragazzino”, dall’altra predomina la rabbia.

“Io a bazzicà co’ questi ce guadagno,” pensava tutto paonazzo Tommaso. “Ce guadagno anche de prestiggio! Che, vòi mette annà a pijà un caffè o annà a un cinema co’ questi o cò quei ricottari? Questi, er più disgrazziato sta a panza ar sole, c’ha er padre dottore, avvocato, ingegnere: tutta gente che nun trema!”

Lapalissiana è l’influenza del dialetto romanesco su Pasolini, che domina nei continui e briosi dialoghi ricchi dei tipici intercalare del vernacolo capitolino, di parolacce e di folklore, il quale si riflette anche sulla voce narrante, sporcandone spesso la correttezza dell’italiano ma aumentando sia la veridicità del racconto che l’empatia prodotta nel lettore.

Già per Ragazzi di vita la critica aveva parlato di un superamento del neorealismo, dovuto a una specie di conflagrazione linguistica per cui ogni sentimentalismo e documentarismo residui nel neorealismo erano andati in pezzi. Come si legge nella prefazione all’opera, con Una vita violenta il processo in atto va avanti. L’ambiente con il suo brulicare di episodi e di figure non è più l’oggetto diretto del racconto, ma è in funzione di un unico personaggio centrale, la cui storia, pur nella sua violenza e confusione, è una vera storia, con quanto di epico ma anche di razionale questo significa.

Dato l’ambiente in cui vive-il livello culturale sottoproletario della malavita romana-il giovane protagonista Tommaso non potrà mai giungere a una vera coscienza. Dal tugurio all’appartamento all’INA case, dalle strade di Roma a Regina Coeli, dall’esperienza missina a quella comunista, le contraddizioni attraverso le quali il ragazzo passa non possono che restare puramente esistenziali, se viste dall’interno.

Ma se si giudica oggettivamente, nel nostro momento storico, il loro processo risulterà, nello stesso tempo, dialettico. In qualche modo infatti egli alla fine sarà andato al di là del suo ambiente, avrà superato il mondo della sua fangosa borgata, covo di ogni miseria, vizio e violenza. Rispetto a Ragazzi di vita, inoltre, Una vita violenta appare ancora più libero e complesso: anziché restringersi e semplificarsi dentro i limiti di una storia particolare e tipica, sembra non avere più limiti, nell’atto di impadronirsi mimeticamente dell’enorme sottomondo romano.

Anche per questo romanzo Pier Paolo Pasolini si conferma, come ebbe a dire Emilio Cecchi, un vero pittore dello squallido paesaggio suburbano, dei cantieri sfortunati e in abbandono, dei fiumiciattoli contaminati. Questi motivi conciliano Pasolini ad una calma contemplativa, a un senso di tristezza non più rabbiosa e spasmodica, molto quietamente versata nella cose.

“Non era successo niente: una borgata allagata dalla pioggia, qualche catapecchia sfondata, dove ci stava della gente che, nella vita, ne aveva passate pure di peggio. Ma tutti piangevano, si sentivano spersi, assassinati. Solo in quel pannaccio rosso, tutto zuppo e ingozzito, che Tommaso ributtò lì a un cantone, in mezzo a quella calca di disgraziati, pareva brilluccicare, ancora, un po’ di speranza.”

‘Storie irrilevanti’ di Matteo Deraco, EDILab Edizioni

Matteo Deraco, spinto dalla passione per la scrittura studia sceneggiatura cinematografica, per poi arrivare alla narrativa che è, ancora oggi, il suo strumento di espressione preferito.

Dopo anni di concorsi dedicati ai racconti decide di mettersi alla prova e raccogliere i suoi scritti pubblicando “Racconti di storie irrilevanti” con EDILab Edizioni.

A fare da sfondo a questa raccolta di racconti è la città di Roma. Dopo anni passati a bramare la solitudine Matteo si interroga su quanto il mondo intorno a lui sia cambiato, e cerca un posto in cui finalmente essere sé stesso, libero dai preconcetti e dai giudizi degli altri. Nel primo racconto l’autore si chiede giustamente quale sia il prezzo per diventare grandi. Il racconto “Pornoerotico” ha un ottimo finale a sorpresa. Il racconto “Puzza di inchiostro” è un’ottima descrizione dei premi letterari italici. Ma in ogni racconto vi sono cose molto interessanti ed aforismi,  che ricordano quello che Raboni scrisse della poetessa Vivian Lamarque, ovvero che le sue intuizioni erano delle coltellate oltre ad essere illuminanti.

Questo non è un libro ispirato dalla paura della morte, dalla precarietà dell’esistenza, da una cifra trascendente, ma in esso vi è sottotraccia, implicito  un autentico atto di fede nei confronti della vita. La vitalità trasuda da ogni pagina. Non è un libro filosofico sull’essere e il nulla, ma è un’opera che riguarda i problemi veri dei giovani. Deraco è un ottimo compagno di viaggio, che parla col cuore in mano. È una raccolta di racconti ben scritta, ma in cui Deraco non ricerca la letterarietà a tutti i costi. Non c’è la ricerca spasmodica della descrizione puntigliosa né dell’intreccio avvincente.

Le storie vengono definite “irrilevanti” dall’autore per modestia e non perché lo sono veramente. Ogni racconto è un exemplum. Roma non viene descritta ossessivamente, ma solo alcuni episodi della vita giovanile romana. Forse l’autore definisce le sue storie “irrilevanti” perché a Roma niente scandalizza e fa notizia, come sintetizzava egregiamente Flaiano con la storia dell’avvento di un marziano nella città eterna, che dopo qualche ora non se lo filava più nessuno.

Infatti le storie di Deraco non sono scritte tanto per stupire, ma per chiarire a sé stesso e al lettore certe dinamiche della vita. Sembra quasi che l’essenza stessa dell’opera stia nei fitti dialoghi e nelle considerazioni sempre interessanti sull’esistenza, che non diventano mai elucubrazioni cervellotiche. Lo scrittore rifugge da ogni intellettualismo e trova leggi generali della vita. Non ha retaggi nei confronti del “secolo breve”. Ha i piedi ben piantati nel duemila.

Non rispolvera il vecchio né lo rimpiange. Parla di sesso ma non in modo volgare. Il suo è un punto di vista maschile senza essere maschilista. Non è centrato su sé stesso, ma orientato verso gli altri. Il dettato è sempre trasparente. È sempre chiaro e se qualcuno volesse disquisire sul discrimine chiarezza/oscurità bisogna ricordarsi che lo hanno già fatto magistralmente Fortini e Parise sulle pagine del Corriere della Sera nel 1977.

Nei racconti di Deraco assistiamo ad una pluralità di voci. Se prendiamo i canoni di Alfonso Berardinelli riguardanti lo stile dell’estremismo  (retorica dell’oltranza,  ontologia, prevalere della teoria sui fatti) Deraco non si adegua al conformismo autoriale. È un libro equilibrato, agrodolce; le riflessioni in esso contenute hanno un certo spessore gnomico. È anche un libro sincero perché Deraco non ha mai paura di mostrare la sua baldanza né la sua vulnerabilità. Sicuramente sono sottintese due cose in questa opera: 1) la parola può risarcire quasi ogni ferita della vita, la può risanare. 2) il mondo è un teatro come in Pirandello e Schopenhauer.  L’autore mette in scena autenticamente sé stesso o gran parte.

Questa è una narrativa adeguata alla realtà,  ma che non si adegua ideologicamente ai tempi. Deraco non è figlio della sua epoca, la sua ricerca lo porta al di fuori del mainstream,  del pensiero dominante; si libera invece dagli idoli senza cadere preda di irrazionalismi.  Tondelli scriveva che leggiamo letteratura moderna per “ritestualizzare il nostro mondo” ed in effetti con Deraco ci aggiorniamo sul mondo italico, soprattutto quello giovanile. Inoltre il cristianesimo è Dio che si fa uomo ed allora perché non leggere un libro che diverte e allo stesso tempo tratta delle nostre debolezze umane? Concludendo, questo libro si può riassumere efficacemente con le parole di Antonio Machado, che diceva di cercare assieme a lui la verità.  Deraco vuole coinvolgere il lettore non solo emotivamente  ma anche dal punto di vista conoscitivo ed esistenziale. Alla fine con lui si approda anche a delle verità umane ed esistenziali. Ciò non è affatto poco. Ecco alcuni estratti molto convincenti del libro:

“Perché penso che diventeremo come tutte le coppie che parlano solo di lavoro e con l’andare del tempo smettono di sorridersi, ma si rifugiano nell’altra persona solo per vomitare rotture di coglioni. Poi, per non sentirci più, ci ritroveremo su un divano

ognuno con il proprio cellulare in mano a scorrere su e giù le pagine internet senza nemmeno vedere quello che stiamo guardando.”

“Non so per quale motivo, ma a un certo punto le persone semplicemente cambiano, per un periodo vesti di blu poi, di punto in bianco passi al verde poi, dopo un po’ di tempo passi al rosso, cose del genere. Fa parte della natura di ognuno. Perlomeno di chi è normale, perché poi c’è anche chi, semplicemente, passa da un estremo all’altro, senza coerenza. Rinnegare sembra essere la moda del 2020. Rinnegare la fede politica, rinnegare la fede calcistica, rinnegare la fede, rinnegare gli amici, rinnegare la famiglia, rinnegare l’amore, rinnegare l’odio, rinnegare i propri sogni. Alla fine si finisce per rinnegare se stessi.”

“L’aria di Roma mi schiaffeggia e io resto un po’ imbambolato. L’odore di schifo mi entra nelle narici. Sa di merda e di vomito, di smog e di cimitero.Mi stranisce. Mi fa vacillare.Eppure mi piace sempre.”

“Vado avanti così, un pezzo separato dall’altro, e io separato da tutto, cercando di tenere tutto insieme, ed è questo che rende la cosa logorante, estenuante. È questa

la parte dura: dover tenere tutto insieme, ed è dura proprio per la mia incapacità di legare le cose.Tutto assomiglia a un fottuto puzzle, con dei pezzi che creano il quadro generale solo quando sono separati. Non ci riesco a metterli insieme quei maledetti pezzettini, e renderli parte della mia vita, li vivo separatamente, in maniera disgiunta gli uni dagli altri.”

 

‘Rebeniza-L’ombra del maestro’: amore e sradicamento secondo Leonardo Bonetti

Rebeniza – L’Ombra del Maestro è il nuovo film di Leonardo Bonetti presentato il 10 agosto 2021, da Massimo Gazzè e Raffaele Rivieccio in prima nazionale, all’Arena Elsa Morante, nel contesto della rassegna cinematografica dell’Estate Romana.

Leonardo Bonetti (Roma 1963) è un poeta, compositore e regista italiano. Ha pubblicato in riviste letterarie e cinematografiche tra cui Il Caffè illustrato, L’Illuminista, 451 Via della Letteratura della Scienza e dell’Arte, l’immaginazione, ET Cinematografica, La Gru, Rifrazioni.
I suoi libri hanno ricevuto importanti riconoscimenti come il Premio Nabokov 2009, il Premio Carver 2011 e il Premio di poesia Lorenzo Montano 2012.

L’opera che lo ha portato all’attenzione dei lettori è il romanzo d’esordio Racconto d’inverno. Dopo la realizzazione di un mediometraggio dal titolo Donina – un ritorno (Roma 2015), ha scritto e diretto il film Un amore rubato (Roma, 2016) e recentemente realizzato il lungometraggio Rebeniza-l’ombra del Maestro (Roma 2021).

Proprio per la sua natura di autore attivo su più fronti del linguaggio, i suoi lavori sono caratterizzati da una tensione espressiva che, nella dimensione più specificatamente filmica, tende a un’idea di
opera intesa come contaminazione di musica, parola e immagine.

Le sue opere narrative sono:

  • Racconto d’inverno, Marietti, Milano 2009 (Premio Nabokov 2009)
  • Racconto di primavera, Marietti, Milano 2010 – nota critica di Walter Pedullà – (Premio Carver 2011)
  • A libro chiuso, Sigismundus, Ascoli Piceno 2012 – nota introduttiva di Antonio Prete – (Premio di poesia Lorenzo Montano 2012)
  • Racconto d’estate, Marietti, Milano 2012 – (finalista Premio Celano 2013)
  •  Una storia immortale, Italic peQuod, Ancona 2013
  • La quercia nella fortezza, Italic peQuod, Ancona 2015
  • Una relazione pericolosa, Italic peQuod, Ancona 2016
  • L’isola che non c’era, Il Ramo e la Foglia, Roma, 2021 (2° classificato – Premio Anna Maria Ortese 2021)

Le sue produzioni audiovisive:

  • Pinì dice di sì ma non ne vuole sapere (della disponibilità indifferente), (cortometraggio)
    Italia, 2001
  • Donina (un ritorno), (mediometraggio), Italia, 2015
  • Un amore rubato, (lungometraggio), Italia, 2016
  • Rebeniza, l’ombra del Maestro (lungometraggio), Italia, 2021

 

Rebeniza – L’Ombra del Maestro: Sinossi del film

Il film Rebeniza- L’Omnra del Maestro è in distribuzione da fine settembre sulle tv nazionali e locali oltre che nelle principali piattaforme online (Amazon Prime Video, Chili, Rakuten, etc.).

Rebeniza-L’ombra del Maestro

“Rebeniza” (da Srebrenica, cittadina della Bosnia-Erzegovina teatro di un massacro di civili durante l’ultima guerra serbo-bosniaca) è il cognome italianizzato di un giovane regista di origini serbo-croate in Italia ormai da oltre vent’anni.

Sta girando un documentario sull’ “amore ai nostri tempi in Italia”, un lavoro iniziato un paio di anni prima dal suo maestro, figura di spicco del cinema romano e già insegnante al Centro Sperimentale di Cinematografia.

Il giovane, che è in possesso del film incompiuto a causa della misteriosa scomparsa del grande regista, sta conducendo una serie di interviste a intellettuali e scrittori, alcuni già intervistati dal maestro, altri la cui partecipazione era prevista nel piano originale dell’opera. Rebeniza spera di poter finire il film ma, al tempo stesso, non disdegna di condurre un’inchiesta privata per trovare il maestro. Nel suo viaggio attraverso l’Italia, incontrando misteriosi personaggi ancora da intervistare, la verità sul protagonista e ciò che accadde al maestro due anni prima si svela lentamente, come un mosaico che va componendosi da solo.

Il documentario da terminare è per Rebeniza un modo per portare a compimento la sua vendetta.
L’opera stessa, in tutte le sue sfaccettature, sembrerebbe vivere e valere solo per consumare quel sentimento pieno di disperazione. Sennonché il destino lo porterà a incontrare due figure femminili che, conducendolo dal maestro, gli impediranno, tuttavia, di commettere un delitto che lo perderebbe per sempre.

“Nel processo che mi ha condotto alla realizzazione di questo film– dichiara il regista Leonardo Bonetti- lavoro indipendente che ha preso vita da un gruppo di artisti attivi attorno al nucleo creativo del progetto, c’è un’esigenza di ricerca che parte da tre temi: sradicamento, orfanità e amore.

Il protagonista proviene da una realtà di nazionalismi disgregati, tra Serbia e Croazia e, dopo aver subito lo strappo della fine delle patrie, è vittima di un ulteriore tradimento vissuto attraverso il contrastato rapporto discepolo-maestro. Alla nuova orfanità reagisce con una domanda d’amore, che si realizza nel viaggio attraverso il suo nuovo paese e nella forma dell’inchiesta a tema. Le interviste agli intellettuali sull’amore in Italia ai nostri tempi hanno infatti il sapore della richiesta, di chi presta ascolto sperando di trovare nell’interlocutore una saggezza o una sapienza che gli restituisca il segno di un vero riconoscimento: “ecco, questo è il mio maestro”.           

Ma, nello stesso tempo, si traduce nell’incapacità di comprensione più intima di chi ha di fronte, perché chi è davvero orfano è incapace di riconoscere il padre nel recinto della propria patria interiore. È, in definitiva, un film sul nostro tempo, sull’uomo contemporaneo e la tragedia del suo sradicamento, sull’orfanità che lo rende incapace di amare. 
Unico varco possibile quello di tornare alla semplicità di un gesto: inginocchiarsi alla divinità inconsapevole che si manifesta sempre nella forma della bambina e della vergine”.

Il film promette di seguire due binari narrativi, due filoni di inchiesta coinvolgenti per quello che si annuncia essere un film nel film e una storia di salvazione attraverso la conoscenza delle storia e l’arte stessa che porta l’essere umano a comprendere le proprie radici affrontando il dolore e la propria storia inscritta in una storia più grande che rende l’uomo vulnerabile e senza identità.

Quella di Bonetti è una pellicola importante, un documento prezioso da far vedere in tutte le scuole e università affinché si capisca davvero l’importanza e la bellezza dell’avere radici e in che modo la storia contribuisce a formare l’identità di uomini e donne.

 

 

Per guardare il trailer del film: https://www.youtube.com/watch?v=oAIwSvPPb38

 

A Roma riapre la Sala Santa Rita: online il bando per la selezione di 12 progetti artistici

Dopo 20 mesi dall’ultima esposizione, riapre la Sala Santa Rita, ex ‘Chiesa di Santa Rita da Cascia in Campitelli’, con un programma innovativo e continuativo fino alla fine dell’anno composto da dodici interventi di arte contemporanea scelti attraverso un apposito bando.

La chiesa sconsacrata di Roma, situata in via Montanara e adiacente al Teatro di Marcello, dal 2004 aveva già ospitato mostre, installazioni e performance che dialogano con l’architettura del luogo valorizzandone l’originale struttura.

A differenza delle altre chiese rase al suo tra il 1919 e il 1930, questa fu trasferita e ricollocata come quinta scenografica e prospettica all’inizio della via del mare, quasi come un propileo di propaganda affrontato al Teatro di Marcello. La capacità mimetica delle forme chiesiastiche rappresenta al contempo un limite e un punto di forza.

Il bando è rivolto alla selezione di un numero massimo di dodici progetti espositivi, per i quali è anche previsto un rimborso spese, da ospitare ciascuno per quindici giorni consecutivi all’interno della Sala Santa Rita nel periodo compreso tra il 1° luglio e il 31 dicembre 2021.
L’invito a presentare i progetti è rivolto ad artisti, critici d’arte, curatori, galleristi, comunità creative, associazioni, operatori culturali, istituzioni e, più in generale, a chiunque sia in grado di presentare un progetto espositivo di arte contemporanea che risponda ai criteri di qualità e originalità del bando.

Saranno presi in considerazione progetti che prevedono la presentazione di opere realizzate con diversi mezzi, a titolo esemplificativo: pittura, scultura, disegno, fotografia, video, installazione, installazione audio, performance e altro. I progetti, inoltre, potranno anche contemplare la contaminazione di discipline e linguaggi artistici diversi. Tutte le iniziative saranno a ingresso libero.

Tutte le modalità di partecipazione al bando sono pubblicate sul sito www.palaexpo.it.
La domanda di partecipazione deve essere spedita entro le ore 13:00 dell’11 giugno 2021.

Premio Vincenzo Crocitti International VIII edizione con evento online Roma

L’Autore e Direttore Francesco Fiumarella e il Comitato Direttivo del Premio Vincenzo Crocitti International, rendono noto che, in dicembre 2020, pur nell’attuale contesto mondiale di estrema delicatezza e particolarità che ha portato anche in Italia, tra le altre cose alla chiusura di teatri, cinema e di molte attività connesse al mondo dell’eventistica e dello spettacolo, è stato consegnato telematicamente ad oltre 60 artisti tra esordienti, emergenti, in carriera (anche per la sezione estero) il prestigioso riconoscimento che porta il nome dell’attore Vincenzo Crocitti, noto anche come “IL VINCE” a conferma della continuità del Premio dedicato al caratterista ed attore Crocitti  per il quale nel 2020 si è celebrato il decennale della “nascita in Cielo”.

L’intento di perseguire l’obiettivo delle premiazioni anche in quest’anno così difficile, è stato principalmente quello di continuare a stimolare gli artisti e quanti dediti al mondo del cinema e della cultura per non abbattersi, per non rinunciare a credere nel loro lavoro, per continuare a sognare e come fanciulli credere che un mondo migliore si potrà sempre costruire. I Premi di questa edizione sono stati tutti fortemente voluti soprattutto dall’autore che insieme alla Direzione hanno meticolosamente visionato i curricula di migliaia di artisti e intellettuali nelle varie categorie compresi i candidati del bando flash che ha preceduto le assegnazioni in modalità virtuale.

Un lavoro non facile visto la finalità del Premio, ovvero scegliere chi meritocraticamente poteva esserne il destinatario. E i meritevoli, a ben “scovare” sono come sempre tantissimi; una scoperta continua di persone che studiano, amano l’arte e la cultura, il cinema e la musica, lo sport, il canto, la danza, amano scrivere e creare… Un mondo di lavoratori, veri, si proprio così, veri…  chi alle prime armi, chi già avviato, chi professionalmente realizzato da parecchi lustri; decine, centinaia di lavoratori che spesso non sono valorizzati come si dovrebbe; che lottano giorno per giorno per “sfondare quella porta” ed avere un po’ di spazio, di visibilità e riconoscimento che giustamente meritano ma che tarda ad arrivare o per molti a volte chissà se arriverà. Ed è proprio per tale motivo che in questa edizione così speciale si è intenzionalmente voluto premiarne un gran numero, oltre la usuale programmazione annuale, triplicando le assegnazioni. Tutto per regalare un momento di gioia, strappare un sorriso, un senso di soddisfazione a quanti lo hanno ricevuto. E così è stato.

I ringraziamenti pervenuti con i video-selfie dei singoli premiati parlano da soli; la commozione, la gratitudine e l’entusiasmo, la piacevole sorpresa e la gioia fanno da filo conduttore fra tutti i premiati.

Come non facile e del tutto innovativa è stata la modalità organizzativa delle premiazioni scelta per questa edizione, ovvero quella virtuale, a tutela di tutti e nel rispetto delle norme nazionali vigenti in queste settimane, quindi un’edizione particolare del tutto diversa dalle edizioni precedenti in presenza, svolte in Italia ed anche in Sudamerica, con l’auspicio di poterle riprendere appena la situazione nazionale lo consentirà. In tale prossima occasione tutti i destinatari del riconoscimento 2020 saranno invitati a presenziare all’evento usuale.

Prossimamente sarà divulgata on line la presente Edizione “virtuale” nelle modalità di trasmissioni possibili in via telematica e attraverso la rete ed i canali ufficiali del Premio Vincenzo Crocitti International.

Il Comitato Direttivo sta già lavorando nel merito; nel contempo ringraziando quanti hanno collaborato alla realizzazione di questa VIII edizione, premiati, simpatizzanti, partner storici (Miss Straniera d’Italia), tecnici e anche gli sponsor ufficiali delle passate edizioni fra i principali: Ipertriscount, 2001 Rainbow s.r.l., Rinomata Pasticceria F.lli Silvestrini, MTM car service s.r.l., Nashville), le Location,(in particolare il Green Park Pamphili di Roma), tutti i componenti della Direzione Premio e l’autore danno appuntamento al prossimo evento sulle note della pucciniana “All’alba vincerò” magistralmente eseguita dal tenore Patrick Salati che ha voluto così contribuire da Modena a questo particolare evento virtuale con un suo video canoro ben augurale.

 

https://premiovincenzocrocitti.com/

Roma celebra i 2200 anni dalla fondazione di Aquileia con una mostra all’Ara Pacis

In occasione dei 2.200 anni dalla fondazione dell’antica città di Aquileia, Roma Capitale e il Museo dell’Ara Pacis si preparano a celebrarne la storia con una imponente mostra in programma da sabato 9 novembre al 1° dicembre 2019, con inaugurazione e conferenza stampa del Presidente della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga e del Vice Sindaco di Roma Capitale Luca Bergamo venerdì 8 novembre.

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e realizzata dalla Fondazione Aquileia in collaborazione con il Polo Museale del Friuli Venezia Giulia e il Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, prestatore di alcune opere d’arte di eccezionale valore, e con il patrocinio del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, la mostra Aquileia 2200.

Porta di Roma verso i Balcani e l’Oriente intende ripercorrere le numerose “trasformazioni” della Città nei suoi momenti storicamente più significativi: l’antica città romana, l’Aquileia bizantina e medioevale e il Patriarcato, sino a giungere al periodo in cui la città fu parte dell’Impero Asburgico e infine agli anni della Prima Guerra Mondiale e del successivo dopoguerra.

L’affascinante percorso, curato da Cristiano Tiussi, Direttore della Fondazione Aquileia, e da Marta Novello, Direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, con un contributo di don Alessio Geretti, curatore delle iniziative culturali di Illegio, pone l’accento sull’importanza del rapporto Aquileia-Roma e sulla straordinaria capacità di rigenerarsi di una città, più volte risorta dopo invasioni, spoliazioni, guerre e terremoti.

Fondata nel 181 a.C., Aquileia fu concepita come avamposto di Roma nel lembo estremo nord-orientale della penisola, in seguito centro d’irradiazione del Cristianesimo nell’Italia Settentrionale e nelle regioni del Centro ed Est Europa. Città ricca e popolosa, tanto da essere ricordata dal poeta Ausonio (IV secolo d.C.) come la quarta d’Italia, dopo Roma, Milano e Capua.

Per secoli Aquileia è stata porto commerciale di primissimo piano dell’intero Mediterraneo e ha costituito la porta d’entrata non solo di derrate e di merci, ma anche di arte e idee provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente che, rielaborate e metabolizzate, si sono poi diffuse nell’Italia Settentrionale, nei Balcani e nel Noricum. Fu anche sede di un principato ecclesiastico e di uno Stato Patriarcale, a partire dal 1077 e fino alla conquista veneziana nel 1420, mentre il Patriarcato come entità ecclesiastica fu soppresso solo nel 1751, avendo come eredi le Arcidiocesi di Udine, per la parte veneta, e di Gorizia, per la parte imperiale.

Il ruolo che Aquileia ha svolto per due millenni ha avuto un significato non solo militare, politico ed economico, ma anche culturale e ideale nel bacino del Mediterraneo e nel rapporto tra Oriente e Occidente. Mettere in rilievo questa “specialità” di Aquileia a livello nazionale ed europeo è l’obbiettivo primario della mostra “Aquileia 2200”.

Dell’originalità del messaggio che proviene dalle testimonianze del passato aquileiese sono prova i reperti e le opere che segnano il percorso espositivo, che offre una suggestiva selezione di calchi in gesso, modelli e preziosi pezzi originali, avvalendosi anche del supporto di strumenti multimediali.

Tra le diverse opere, alcune pregevolissime: l’iconica “testa di Vento” bronzea, di ascendenza ellenistica, la testa di vecchio, improntata a forte realismo, la bellissima stele funeraria del gladiatore, due eccezionali mosaici (raffiguranti uno “pesci adriatici”, l’altro uno stupendo pavone), rilievi marmorei e statue. È inoltre presente un’ampia e preziosa collezione di oggetti in ambra, espressione di quell’artigianato artistico che si era sviluppato nella città, punto d’arrivo dell’antichissima “Via dell’Ambra” proveniente dal Baltico, dove la resina fossile era raccolta.

Della mostra faranno inoltre parte 23 calchi di reperti aquileiesi realizzati nel 1937 in occasione della Mostra Augustea della Romanità (dove Aquileia era la città più rappresentata, insieme a Ostia e Pompei), oggi custoditi presso il Museo della Civiltà Romana e alcuni di essi restaurati per l’occasione grazie alla Fondazione Aquileia.

Ancora, nella sezione del Cristianesimo, un bassorilievo in pietra calcarea del IV secolo raffigurante l’abbraccio tra Pietro e Paolo, commovente testimonianza della vitalità e della ricchezza della grande Chiesa Aquileiese e, per concludere, due spaccati storici sul Patriarcato di Aquileia e sul Milite Ignoto. In quest’ultima sezione in particolare sarà esposto per la prima volta il tricolore, recentemente donato allo Stato, che avvolse, nella cerimonia in Basilica ad Aquileia nel 1921, il feretro del soldato scelto dalla madre di un soldato caduto e disperso, Maria Bergamas, per rappresentare tutte le vittime disperse in guerra.

Ad arricchire la mostra, al centro del percorso espositivo, sono collocate 43 splendide fotografie del grande Maestro friulano Elio Ciol, che da decenni coglie l’essenza degli antichi oggetti e dei resti monumentali tuttora visibili, fornendo un formidabile apporto documentario, emozionante e vivido, di Aquileia. Questi e altri lavori del Maestro Ciol sono stati esposti quest’estate al MAMM di Mosca e prossimamente daranno vita a un’altra mostra a Ekaterinburg.

Sarà infine proiettato, all’interno del percorso espositivo, un estratto del docu-film “Le tre vite di Aquileia” realizzato da 3D produzioni e destinato a entrare nella programmazione di Sky Arte. Il documentario ripercorre duemila anni di storia di Aquileia attraverso interviste, riprese realizzate nei luoghi simbolo di Aquileia, ricostruzioni virtuali e filmati d’epoca concessi dall’Istituto Luce.

 

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