Premio Vincenzo Crocitti International VIII edizione con evento online Roma

L’Autore e Direttore Francesco Fiumarella e il Comitato Direttivo del Premio Vincenzo Crocitti International, rendono noto che, in dicembre 2020, pur nell’attuale contesto mondiale di estrema delicatezza e particolarità che ha portato anche in Italia, tra le altre cose alla chiusura di teatri, cinema e di molte attività connesse al mondo dell’eventistica e dello spettacolo, è stato consegnato telematicamente ad oltre 60 artisti tra esordienti, emergenti, in carriera (anche per la sezione estero) il prestigioso riconoscimento che porta il nome dell’attore Vincenzo Crocitti, noto anche come “IL VINCE” a conferma della continuità del Premio dedicato al caratterista ed attore Crocitti  per il quale nel 2020 si è celebrato il decennale della “nascita in Cielo”.

L’intento di perseguire l’obiettivo delle premiazioni anche in quest’anno così difficile, è stato principalmente quello di continuare a stimolare gli artisti e quanti dediti al mondo del cinema e della cultura per non abbattersi, per non rinunciare a credere nel loro lavoro, per continuare a sognare e come fanciulli credere che un mondo migliore si potrà sempre costruire. I Premi di questa edizione sono stati tutti fortemente voluti soprattutto dall’autore che insieme alla Direzione hanno meticolosamente visionato i curricula di migliaia di artisti e intellettuali nelle varie categorie compresi i candidati del bando flash che ha preceduto le assegnazioni in modalità virtuale.

Un lavoro non facile visto la finalità del Premio, ovvero scegliere chi meritocraticamente poteva esserne il destinatario. E i meritevoli, a ben “scovare” sono come sempre tantissimi; una scoperta continua di persone che studiano, amano l’arte e la cultura, il cinema e la musica, lo sport, il canto, la danza, amano scrivere e creare… Un mondo di lavoratori, veri, si proprio così, veri…  chi alle prime armi, chi già avviato, chi professionalmente realizzato da parecchi lustri; decine, centinaia di lavoratori che spesso non sono valorizzati come si dovrebbe; che lottano giorno per giorno per “sfondare quella porta” ed avere un po’ di spazio, di visibilità e riconoscimento che giustamente meritano ma che tarda ad arrivare o per molti a volte chissà se arriverà. Ed è proprio per tale motivo che in questa edizione così speciale si è intenzionalmente voluto premiarne un gran numero, oltre la usuale programmazione annuale, triplicando le assegnazioni. Tutto per regalare un momento di gioia, strappare un sorriso, un senso di soddisfazione a quanti lo hanno ricevuto. E così è stato.

I ringraziamenti pervenuti con i video-selfie dei singoli premiati parlano da soli; la commozione, la gratitudine e l’entusiasmo, la piacevole sorpresa e la gioia fanno da filo conduttore fra tutti i premiati.

Come non facile e del tutto innovativa è stata la modalità organizzativa delle premiazioni scelta per questa edizione, ovvero quella virtuale, a tutela di tutti e nel rispetto delle norme nazionali vigenti in queste settimane, quindi un’edizione particolare del tutto diversa dalle edizioni precedenti in presenza, svolte in Italia ed anche in Sudamerica, con l’auspicio di poterle riprendere appena la situazione nazionale lo consentirà. In tale prossima occasione tutti i destinatari del riconoscimento 2020 saranno invitati a presenziare all’evento usuale.

Prossimamente sarà divulgata on line la presente Edizione “virtuale” nelle modalità di trasmissioni possibili in via telematica e attraverso la rete ed i canali ufficiali del Premio Vincenzo Crocitti International.

Il Comitato Direttivo sta già lavorando nel merito; nel contempo ringraziando quanti hanno collaborato alla realizzazione di questa VIII edizione, premiati, simpatizzanti, partner storici (Miss Straniera d’Italia), tecnici e anche gli sponsor ufficiali delle passate edizioni fra i principali: Ipertriscount, 2001 Rainbow s.r.l., Rinomata Pasticceria F.lli Silvestrini, MTM car service s.r.l., Nashville), le Location,(in particolare il Green Park Pamphili di Roma), tutti i componenti della Direzione Premio e l’autore danno appuntamento al prossimo evento sulle note della pucciniana “All’alba vincerò” magistralmente eseguita dal tenore Patrick Salati che ha voluto così contribuire da Modena a questo particolare evento virtuale con un suo video canoro ben augurale.

 

Premiazioni 2020

Roma celebra i 2200 anni dalla fondazione di Aquileia con una mostra all’Ara Pacis

In occasione dei 2.200 anni dalla fondazione dell’antica città di Aquileia, Roma Capitale e il Museo dell’Ara Pacis si preparano a celebrarne la storia con una imponente mostra in programma da sabato 9 novembre al 1° dicembre 2019, con inaugurazione e conferenza stampa del Presidente della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga e del Vice Sindaco di Roma Capitale Luca Bergamo venerdì 8 novembre.

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e realizzata dalla Fondazione Aquileia in collaborazione con il Polo Museale del Friuli Venezia Giulia e il Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, prestatore di alcune opere d’arte di eccezionale valore, e con il patrocinio del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, la mostra Aquileia 2200.

Porta di Roma verso i Balcani e l’Oriente intende ripercorrere le numerose “trasformazioni” della Città nei suoi momenti storicamente più significativi: l’antica città romana, l’Aquileia bizantina e medioevale e il Patriarcato, sino a giungere al periodo in cui la città fu parte dell’Impero Asburgico e infine agli anni della Prima Guerra Mondiale e del successivo dopoguerra.

L’affascinante percorso, curato da Cristiano Tiussi, Direttore della Fondazione Aquileia, e da Marta Novello, Direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, con un contributo di don Alessio Geretti, curatore delle iniziative culturali di Illegio, pone l’accento sull’importanza del rapporto Aquileia-Roma e sulla straordinaria capacità di rigenerarsi di una città, più volte risorta dopo invasioni, spoliazioni, guerre e terremoti.

Fondata nel 181 a.C., Aquileia fu concepita come avamposto di Roma nel lembo estremo nord-orientale della penisola, in seguito centro d’irradiazione del Cristianesimo nell’Italia Settentrionale e nelle regioni del Centro ed Est Europa. Città ricca e popolosa, tanto da essere ricordata dal poeta Ausonio (IV secolo d.C.) come la quarta d’Italia, dopo Roma, Milano e Capua.

Per secoli Aquileia è stata porto commerciale di primissimo piano dell’intero Mediterraneo e ha costituito la porta d’entrata non solo di derrate e di merci, ma anche di arte e idee provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente che, rielaborate e metabolizzate, si sono poi diffuse nell’Italia Settentrionale, nei Balcani e nel Noricum. Fu anche sede di un principato ecclesiastico e di uno Stato Patriarcale, a partire dal 1077 e fino alla conquista veneziana nel 1420, mentre il Patriarcato come entità ecclesiastica fu soppresso solo nel 1751, avendo come eredi le Arcidiocesi di Udine, per la parte veneta, e di Gorizia, per la parte imperiale.

Il ruolo che Aquileia ha svolto per due millenni ha avuto un significato non solo militare, politico ed economico, ma anche culturale e ideale nel bacino del Mediterraneo e nel rapporto tra Oriente e Occidente. Mettere in rilievo questa “specialità” di Aquileia a livello nazionale ed europeo è l’obbiettivo primario della mostra “Aquileia 2200”.

Dell’originalità del messaggio che proviene dalle testimonianze del passato aquileiese sono prova i reperti e le opere che segnano il percorso espositivo, che offre una suggestiva selezione di calchi in gesso, modelli e preziosi pezzi originali, avvalendosi anche del supporto di strumenti multimediali.

Tra le diverse opere, alcune pregevolissime: l’iconica “testa di Vento” bronzea, di ascendenza ellenistica, la testa di vecchio, improntata a forte realismo, la bellissima stele funeraria del gladiatore, due eccezionali mosaici (raffiguranti uno “pesci adriatici”, l’altro uno stupendo pavone), rilievi marmorei e statue. È inoltre presente un’ampia e preziosa collezione di oggetti in ambra, espressione di quell’artigianato artistico che si era sviluppato nella città, punto d’arrivo dell’antichissima “Via dell’Ambra” proveniente dal Baltico, dove la resina fossile era raccolta.

Della mostra faranno inoltre parte 23 calchi di reperti aquileiesi realizzati nel 1937 in occasione della Mostra Augustea della Romanità (dove Aquileia era la città più rappresentata, insieme a Ostia e Pompei), oggi custoditi presso il Museo della Civiltà Romana e alcuni di essi restaurati per l’occasione grazie alla Fondazione Aquileia.

Ancora, nella sezione del Cristianesimo, un bassorilievo in pietra calcarea del IV secolo raffigurante l’abbraccio tra Pietro e Paolo, commovente testimonianza della vitalità e della ricchezza della grande Chiesa Aquileiese e, per concludere, due spaccati storici sul Patriarcato di Aquileia e sul Milite Ignoto. In quest’ultima sezione in particolare sarà esposto per la prima volta il tricolore, recentemente donato allo Stato, che avvolse, nella cerimonia in Basilica ad Aquileia nel 1921, il feretro del soldato scelto dalla madre di un soldato caduto e disperso, Maria Bergamas, per rappresentare tutte le vittime disperse in guerra.

Ad arricchire la mostra, al centro del percorso espositivo, sono collocate 43 splendide fotografie del grande Maestro friulano Elio Ciol, che da decenni coglie l’essenza degli antichi oggetti e dei resti monumentali tuttora visibili, fornendo un formidabile apporto documentario, emozionante e vivido, di Aquileia. Questi e altri lavori del Maestro Ciol sono stati esposti quest’estate al MAMM di Mosca e prossimamente daranno vita a un’altra mostra a Ekaterinburg.

Sarà infine proiettato, all’interno del percorso espositivo, un estratto del docu-film “Le tre vite di Aquileia” realizzato da 3D produzioni e destinato a entrare nella programmazione di Sky Arte. Il documentario ripercorre duemila anni di storia di Aquileia attraverso interviste, riprese realizzate nei luoghi simbolo di Aquileia, ricostruzioni virtuali e filmati d’epoca concessi dall’Istituto Luce.

 

La morte di un carabiniere non può dividere l’Italia

La tragica morte del Vice Brigadiere Mario Cerciello Rega, sposatosi da poco di più di un mese, merita rispetto e cordoglio da parte dell’Italia intera. La vicenda del carabiniere ucciso nelle scorse ore ha più punti oscuri che certezze, domande che – data la dinamica così poco usuale dei fatti – non possono non sorgere nell’opinione pubblica.

Chi era l’uomo che ha richiesto l’intervento dell’Arma per rientrare in possesso dello zaino trafugato dai due studenti americani? Cosa consente a due turisti statunitensi, appena maggiorenni, di sentirsi così sicuri – a mille miglia da casa – da sfidare quello che nell’immaginario comune è, nel migliore dei casi, un delinquente di mezza tacca, certo, ma sicuramente inserito all’interno del tessuto criminale di una città che per i due dovrebbe essere del tutto sconosciuto? Com’è possibile che un ragazzino della Los Angeles bene, viziato, coccolato, prepotente: in soldoni un bamboccione, riesca a sferrare otto, dico otto, coltellate fatali ad un carabiniere addestrato?

La verità su questa storia, se uscirà mai, non potrà che provenire da un’aula di tribunale, ergo, con tempi biblici. I pochi dati certi che abbiamo ci permettono, comunque, di tratteggiare una situazione veramente atroce della nostra quotidianità. Del resto, fin quando fatti di cronaca che non dovrebbero essere tali, vengono manipolati ed utilizzati per meri calcoli elettorali dal ministro dell’Interno, fin quando vedremo educatori e professori esaltarsi sui social per la morte di un carabiniere, perché a loro avviso rappresentante di una non meglio identificata reazione – chi scrive si domanda quale sia l’azione a cui reagire –, non ci si potrà meravigliare che accadano vicende del genere.

Il fatto odierno è solo la punta dell’iceberg dello sfacelo totale del sistema nazione, poco importa se nelle pieghe di questa vicenda emergeranno altri fatti che riusciranno a spiegare più semplicemente l’accaduto. Tra qualche settimana, purtroppo, saremo di nuovo qui a chiederci come sia potuto accadere un qualcosa di impensabile, senza capire che la risposta sta nel nostro essere una nazione finita. Crediamo non ci sia altra chiave di lettura per spiegare certi fatti di cronaca, non fatti isolati e circostanziati, ma una lunga teoria della stessa matrice.

Del resto, non si è fatto neanche a tempo a celebrare il funerale del caduto, che una fuga di immagini da una caserma dei carabinieri, colleghi del brigadiere ucciso, direttamente sulle home page delle principali testate giornalistiche nazionali, potrebbe con buona probabilità dare una base di difesa processuale al presunto assassino. Uno Stato al collasso, una nazione finita, dove l’interesse di parte, sempre più individuale, ha soppiantato completamente l’interesse nazionale.

 

Andrea Scaraglino

Pensieri da Oscar: anche quest’anno fuori i non inclini al conformismo ideologico, ma con un certo garbo

Peccato che non abbia vinto “Il corriere – The Mule”. Ah, già, il film di Eastwood agli Oscar non era neppure candidato. Dimenticavamo che quando si srotola il red carpet del Dolby Theatre Hollywood non ammette deroghe: anche quest’anno, infatti, una volta fatto fuori il maestro poco incline a conformarsi ai diktat ideologici, le statuette s’accomodano sotto l’ala del politicamente corretto.

Perlomeno, però, con un certo garbo: “Green Book” è un film solido e scaltro, gratificato dal fascino vintage dei film di Capra e impreziosito oltre i suoi meriti da un duetto recitativo d‘alta classe, mentre “Roma”, di gran lunga superiore, permette a Cuaròn di mettere a segno la memorabile accoppiata migliore regia/miglior film straniero. Non solo: il messicano, che non è uno schizzinoso autore all’europea visto che appena cinque anni fa con il kolossal fantascientifico “Gravity” incamerò sette statuette, sdogana definitivamente proprio nel tempio del cinema-cinema Netflix, la piattaforma streaming forte di 125 milioni di abbonati nel mondo peraltro ormai orientata a trattare sulle reciproche convenienze con gli ex arcinemici produttori, distributori ed esercenti.

Siccome c’è sempre uno più puro che ti epura, è significativa anche la notizia che il grande Mortensen di “Green Book” nelle more del trionfo è stato accusato di razzismo (al regista Singer di “Bohemian Rhapsody” è andata peggio: protestato perché denunciato per molestie sessuali). Sempre riguardo ai buoni sentimenti, che non fanno male ma non determinano il quoziente artistico, troppo poco risalto è stato pour cause concesso a “La favorita”, il magnifico apologo in costume in cui la migliore attrice Colman fa a gara in perfidia e morbosità con la Stone e la Weisz sconfitte nella categoria delle non protagoniste dalla King del flebile “Se la strada potesse parlare” (peraltro superiore a “Blackkklansman”, migliore sceneggiatura grazie a uno dei peggiori film di Lee che si ricordino).

Inevitabile, invece, il premio al super-imitatore di Mercury Malek perché piace immensamente al pubblico a cui, però, sui trasgressivi Queen per colmo di mistificazione è stato confezionato un biopic edificante. Come del resto quello a “Shallow”, la canzone strappamutande di Lady Gaga insuperabile per come s’esalta abolendo anziché indossando i trucchi e le mise del proprio personaggio.

 

Pensieri da Oscar

Oscar 2019: vince ‘Green Book’ che tratta ancora una volta il tema del razzismo in maniera stereotipata

Alla fine, tra le immancabili polemiche, l’ha spuntata “Green Book” di Peter Farrelly nella corsa per il titolo di miglior film alla 91ª edizione degli Academy Awards a Los Angeles, cerimonia sempre più imbalsamata di buonismo  premi Oscar del cinema statunitense assegnati dalla Academy of Motion Picture Arts and Sciences. “Green Book” ha sbaragliato i concorrenti più agguerriti, in primis “Roma” e “La favorita” (forti di 10 nomination). Non ci sono stati grandi dominatori nel corso della serata ma le statuette sono state distribuite in maniera pressoché omogenea. Il bottino più ricco è andato a “Bohemian Rhapsody” (4 premi, tra cui l’attore Rami Malek), “Green Book” (3 Oscar: film, attore non protagonista Mahershala Ali e sceneggiatura originale), “Roma” (3 titoli: regia, film straniero e fotografia) e al colossal Marvel “Black Panther” (3 premi tecnici). Una cerimonia senza conduttore, dall’andamento composto ma poco incisivo, con una staffetta di star a conferire i premi. Preziose le performance musicali live, tra cui la scarica rock dei Queen in apertura di serata e il sontuoso duetto di Bradley Cooper e Lady Gaga.

Solido e tradizionale, “Green Book” ha tenuto testa nella roulette degli Oscar ai favoriti “Roma”,Bohemian Rhapsody” e “Vice”. Il punteggio più alto lo conquista, come spesso succede anche nel declinante cinema americano d’oggi, grazie all’impareggiabile duetto tra i protagonisti, capaci di conferire intense e divertenti sfumature al classico incontro/scontro tra due personaggi in tutto e per tutto opposti. La trama si basa su un vecchio episodio dell’America razzista, per la verità ancora attuale in un paese che ne continua a subire le drammatiche conseguenze, permeato, però, da un senso liberal di ripulsa che non assomiglia allo stile urlato caro, per esempio, all’altro candidato alle statuette Spike Lee: per il regista Farrelly, stavolta separato dal fratello Bobby, lo spunto diventa esemplare non tanto per l’accuratezza –peraltro encomiabile- dei costumi, le scenografie e, in particolare, le poliedriche musiche, quanto per l’acclusa metafora dei più nobili sentimenti umani che dovrebbero essere e purtroppo non sono universali e trasversali.

Insomma un film che ancora una volta affronta il tema del razzismo in maniera stereotipata, come ha dichiarato il regista Spike Lee, anche se può gioire per il premio per la miglior sceneggiatura di BlacKkKlansman, che gli ha consentito di regalare al pubblico il discorso più politico di questi Oscar.

Gli Oscar di “Green Book” coronano dunque una serata di grande attenzione alla questione delle discriminazioni razziali e alla condizione degli afroamericani. Una cerimonia di fatto all’insegna del cinema “black”, a cominciare dalle vittorie per i gli attori non protagonisti Mahershala Ali e Regina King (“Se la strada potesse parlare”). Non vanno poi dimenticati, su questa linea, i 3 Oscar di “Black Panther”, film sul primo supereroe di colore dai fumetti Marvel. A rimarcare inoltre il tema dell’integrazione sociale è stato anche Alfonso Cuarón con il suo “Roma” prodotto da Netflix (già Leone d’oro al Festival di Venezia), che ha ritirato le statuette per regia, film straniero (Messico) e fotografia.

Già alla scorsa Mostra di Venezia, dove ha ottenuto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione, la strepitosa Olivia Colman era data come probabile vincitrice dell’Oscar per il ruolo della regina Anna Stuart, nel graffiante e disturbante La favorita” di Yorgos Lanthimos, che avrebbe forse meritato più di tutti l’ambito Oscar. Neanche la veterana Glenn Close in “The Wife” (alla sua settima nomination) ha potuto arrestare la corsa di questa straordinaria attrice inglese, che presto vedremo nei panni di un’altra sovrana, la regina Elisabetta II nella terza stagione di “The Crown” su Netflix.
Miglior attore si è confermato come da pronostici Rami Malek, per la sua incredibile performance del cantante Freddie Mercury in “Bohemian Rhapsody”, biopic musicale sulla band britannica Queen.

Come da attese la miglior canzone è “Shallow” di Lady Gaga e Mark Ronson per il film “A Star Is Born”; la cantante con il regista-attore Bradley Cooper ha regalo un’emozionante performance live sul palco del Dolby Theatre. Standing ovation. La miglior colonna sonora è invece quella di “Black Panther” firmata da Ludwig Goransson.

L’Oscar per l’animazione è dell’innovativo “Spider-Man. Un nuovo universo” prodotto dalla Sony-Marvel, che batte i Disney-Pixar “Ralph spacca Internet” e “Gli incredibili 2”. Tra i disegnatori del nuovo Spider-Man, del ragazzo afroamericano Miles Morale, c’è l’italiana Sara Pichelli, originaria di Porto Sant’Elpidio. Inoltre, miglior documentario è lo statunitense “Free Solo” di E. Chai Vasarhelyi e J. Chin. Nella serata, nel toccante momento di ricordo degli artisti scomparsi nel corso dell’ultimo anno, omaggio anche ai registi italiani Ermanno Olmi, Bernardo Bertolucci e Vittorio Taviani; a dirigere l’orchestra il maestro venezuelano Gustavo Dudamel.

 

Fonte:

Oscar 2019: “Green Book” è il miglior film e Cuarón vince la regia per “Roma”

 

Venezia 75: “Top” e “Flop”

La Mostra cinematografica di Venezia 2018 verrà ricordata come un successo, per i registi presenti e per la qualità dei film. È stata l’edizione di Netflix, al Lido in forze dopo che Cannes aveva rifiutato i suoi film, ma anche l’edizione con una sola regista in gara.

 

TOP

Killing
Il samurai che non volle uccidere. Solo il maestro Tsukamoto, già cantore del cyberpunk di culto “Tetsuo”, poteva elevare un purissimo inno alla pace e all’amore senza un briciolo di predica ideologica.

The Sisters Brothers
Cavalcarono insieme come in Ford o Peckinpah. Grandioso ritorno del western con tutto il suo omerico fascino d’epopea avventurosa. No Leone, no Tarantino.

Roma
Gruppo di famiglia in un interno messicano. L’assoluta credibilità psicologica coniugata con l’estrema raffinatezza tecnica. Ovvero la formula ideale del cinema.

FLOP

Doubles vies
Quanto chiacchierano a vuoto e quanto si crogiolano nelle proprie tresche i “bobos”, i bourgeois-bohémiens parigini. Perfetti per il bistrot o il dibattito in libreria, ma poi i voti vanno a Le Pen e Macron.

Nuestro tiempo

Nell’allevamento di tori i bambini si sbracano nel fango e il feticcio cinefilo Reygadas gode nell’asfissiare lo spettatore. Solo quando il boss spinge la moglie a sfogare con altri le incontenibili voglie, le corna metaforiche diventano più gradevoli di quelle dei malcapitati bestioni.

Sunset
Record di riprese da mal di testa ed estenuanti allucinazioni. Chi aveva decretato che l’ungherese Nemes di Il figlio di Saul è più o meno all’altezza di Kubrick, dovrebbe andare a nascondersi.

 

VENEZIA 75: “Top” e “Flop”

Venezia 2018: vince ‘Roma’, l’Amarcord del regista messicano Alfonso Cuaròn

Guillermo del Toro e la giuria della 75esima edizione del Festival di Venezia hanno scelto come vincitore del Leone d’Oro il film Roma del pluripremiato regista messicano Alfonso Cuarón, rispettando quindi i pronostici di tutti i maggiori bookmakers. Yorgos Lanthimos, il suo concorrente più accanito e candidato alla vittoria del concorso, ha portato invece a casa il Gran Premio della Giuria per La favorita. Il film The Nightingale, di Jennifer Kent, è stata a vera sorpresa della cerimonia finale perché ha portato a casa il Premio Marcello Mastroianni a un attore o attrice emergente andato a Baykali Ganambarr e il Premio Speciale della Giuria mentre Joel e Ethan Coen hanno vinto il Premio alla Migliore sceneggiatura per La ballata di Buster Scruggs.

La Coppa Volpi per la Migliore interpretazione maschile è andata al grandissimo Willem Dafoe per At Eternity’s Gate, diretto da Julian Schnabel, in cui il divo è nei panni di Vincent Van Gogh. Il film arriverà nelle nostre sale il 9 gennaio 2019 e la critica lo ha già osannato ampiamente al Lido. Il premio per la Migliore attrice femminile, invece, è stato attribuito alla straordinaria Olivia Colman, protagonista de La favorita, del regista Yorgos Lanthimos, che vanta un cast di sole stelle tra cui Emma Stone, Rachel Weisz e Nicholas Hoult.

Roma è “una storia universale” ambientata a Città del Messico durante i primi anni ’70. Ispirato alla vita di Alfonso Cuarón, il film ci porta nell’ambiente fisico ed emotivo di una famiglia della classe media tenuta in piedi dagli sforzi di una gentile governante (Yalitza Aparicio). Il cast è sensazionale, ma la vera star della pellicola è il mondo stesso e gli eventi improvvisi che cambiano la vita delle persone. Girato in un bianco e nero mozzafiato e caratterizzato da un’innovativa tecnica di sound design, Roma è il suo ennesimo capolavoro di cui sentiremo parlare a lungo e sicuramente anche ai prossimi Oscar. In un bianco e nero pastoso che mescola ricordi nostalgici e denuncia sociale, con Roma Cuaron mostra il  il debito di riconoscenza che tutti i figli della borghesia messicana devono alle tate e alle “sguattere” che li hanno cresciuti con amore e devozione. Roma è il suo film più intensamente personale e più provocatoriamente politico, e racconta un intero Paese attraverso il suo frattale minimo, e il più indifeso. Un Amarcord messicano che narra di sistema contradditorio ma simbiotico in cui le tensioni sociali non tarderanno a farsi sentire, catapultando il recupero delle terre espropriate in cima all’agenda dei politici in cerca di consensi.

Con Roma, il Festival di Venezia, dopo aver aperto le porte alle piattaforme distributive diverse dalle sale cinematografiche, porta un prodotto “nuovo” alla vittoria. Netflix renderà disponibile il film messicano in tutto il mondo il 14 dicembre, anche se non è esclusa una uscita in sala prima in alcuni Paesi, Italia compresa.

Tutti i premi della 75esima edizione del Festival di Venezia

La Giuria di Venezia 75, dopo aver visionato tutti i 21 film in concorso, ha deciso di assegnare così i premi. Il Leone d’oro per il miglior film a Roma di Alfonso Cuaron (Messico), il Gran premio della giuria a The Favourite di Yorgos Lanthimos (Uk, Irlanda, Usa), il Premio per la migliore regia a Jacques Audiard per il film The Sisters Brothers (Francia, Belgio, Romania e Spagna),Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Olivia Colman nel film The Favourite di Yorgos Lanthimos (Uk, Irlanda, Usa), Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Willem Dafoe nel film At Eternity’s Gate di Julian Schnabel (Usa, Francia).

Premio per la migliore sceneggiatura a Joel Coen ed Ethan Coen per il film The Ballad of Buster Scruggs di Joel Coen ed Ethan Coen (Usa). Premio speciale della giuria a The Nightingale di Jennifer Kent (Australia). Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente a Baykali Ganambarr nel film The Nightingale di Jennifer Kent.

Fonte: https://cinema.fanpage.it/i-vincitori-della-mostra-del-cinema-di-venezia-2018/
http://cinema.fanpage.it/

Mymovies.it

Incivili in vacanza: il bagno di due turisti nella fontana di Piazza Venezia a Roma

Vacanze romane. Tuffi, schizzi, spruzzi: non siamo in un parco acquatico, né sul litorale di Ostia o Fregene, ma in pieno centro. Nella Capitale il refrigerio si cerca ovunque: i più romantici e amanti della dolce vita s’immergono nelle fresche acque della fontana di Trevi; per festeggiare le vittorie calcistiche meglio fare un giro sulla Barcaccia di piazza di Spagna o tuffarsi nella vasca della Terrina a Campo de’ Fiori; per il pediluvio di gruppo e il bagno col cane, più comoda e confortevole è la fontana del Gianicolo.

Quanto successo nel pomeriggio del 19 agosto non è che l’ultimo di una lunghissima serie di oltraggi ai danni del patrimonio artistico-culturale romano (e italiano!). Due turisti si svestono e s’immergono nelle acque della fontana del Vittoriano, ai piedi del Milite Ignoto. Al diamine il rispetto dell’arte e della sacralità del luogo! Tutto è lecito: l’Altare della Patria si tramuta in null’altro che una lussuosa spa a cielo aperto, con la sua cascata idromassaggio e i pavimenti di marmo. I cellulari degli amici sono pronti a immortalare la vile impresa per renderla epica.

Nel loro delirio d’onnipotenza i due turisti si atteggiano in pose statuarie davanti alle telecamere e uno dei due finisce per abbassarsi i boxer e mostrarsi, strafottente, nella sua nudità come un -volgarissimo- Nettuno in pubblica fonte. Uno scempio che sembra cantare, beffardo, “Roma antica città, non ti accorgi di me e non sai che pena mi fai”. Nessuno interviene, le forze dell’ordine non ci sono e nessuno le chiama: tanto meglio farsi un selfie con quei simpatici e temerari turisti, o far finta di niente e accelerare il passo. Imbecillità glorificata e, probabilmente, impunita, visto che i due non sono ancora stati rintracciati dalla polizia.

Gli scempi di Roma, naturalmente, non sono che una parte di un problema ben più ampio che affligge da tempo tutta Italia e che vede come protagonisti non solo turisti: innumerevoli gli esempi di imbratti o incisioni da parte dei vandali su fontane, monumenti e chiese, troppo spesso impuniti. Talvolta arrivano a deturpare addirittura affreschi, come successo alla Crocefissione trecentesca a Vicenza, all’esterno del Tempio di San Lorenzo. In questi casi, il danno è duplice: oltre all’oltraggio all’opera d’arte in sé, vi è la spesa per il restauro e la pulizia della stessa.

L’ultimo scempio romano però racchiude in sé tutte le cause che consentono il palesarsi di simili eventi. Il controllo e il monitoraggio dei monumenti e dei beni culturali da parte delle forze dell’ordine è spesso inadeguato e andrebbe potenziato; le pene poi dovrebbero essere più severe e – soprattutto – certe, visto che, a quanto pare, le multe attualmente previste non sono abbastanza salate da essere considerate un valido deterrente. Ma ciò che andrebbe spezzato è il consenso o l’indifferenza che sembrano regnare sovrani nel momento in cui tali atti vengono perpetrati: farsi i selfie e ridere davanti a queste scene raccapriccianti significa accettare, giustificare, condividere gesti e atteggiamenti simili. I vandali, così, non sono altro che imbecilli tra gli imbecilli, incoronati e legittimati dalla folla nel loro momento di gloria. E se parte della folla è imbecille, l’altra -almeno in questo caso- è silente. Facile indignarsi e protestare a fatto compiuto, meno parlare o agire al momento giusto. A piazza Venezia il 19 agosto alle 17.30 c’è una marea di gente, di ogni nazionalità; eppure troppi sembrano non -volersi – accorgere del penoso spettacolo. Nessuno denuncia: chi si dissocia dall’atto osceno si avvolge in un silenzio che dà pena.

 

Alessandra Vio