La morte di un carabiniere non può dividere l’Italia

La tragica morte del Vice Brigadiere Mario Cerciello Rega, sposatosi da poco di più di un mese, merita rispetto e cordoglio da parte dell’Italia intera. La vicenda del carabiniere ucciso nelle scorse ore ha più punti oscuri che certezze, domande che – data la dinamica così poco usuale dei fatti – non possono non sorgere nell’opinione pubblica.

Chi era l’uomo che ha richiesto l’intervento dell’Arma per rientrare in possesso dello zaino trafugato dai due studenti americani? Cosa consente a due turisti statunitensi, appena maggiorenni, di sentirsi così sicuri – a mille miglia da casa – da sfidare quello che nell’immaginario comune è, nel migliore dei casi, un delinquente di mezza tacca, certo, ma sicuramente inserito all’interno del tessuto criminale di una città che per i due dovrebbe essere del tutto sconosciuto? Com’è possibile che un ragazzino della Los Angeles bene, viziato, coccolato, prepotente: in soldoni un bamboccione, riesca a sferrare otto, dico otto, coltellate fatali ad un carabiniere addestrato?

La verità su questa storia, se uscirà mai, non potrà che provenire da un’aula di tribunale, ergo, con tempi biblici. I pochi dati certi che abbiamo ci permettono, comunque, di tratteggiare una situazione veramente atroce della nostra quotidianità. Del resto, fin quando fatti di cronaca che non dovrebbero essere tali, vengono manipolati ed utilizzati per meri calcoli elettorali dal ministro dell’Interno, fin quando vedremo educatori e professori esaltarsi sui social per la morte di un carabiniere, perché a loro avviso rappresentante di una non meglio identificata reazione – chi scrive si domanda quale sia l’azione a cui reagire –, non ci si potrà meravigliare che accadano vicende del genere.

Il fatto odierno è solo la punta dell’iceberg dello sfacelo totale del sistema nazione, poco importa se nelle pieghe di questa vicenda emergeranno altri fatti che riusciranno a spiegare più semplicemente l’accaduto. Tra qualche settimana, purtroppo, saremo di nuovo qui a chiederci come sia potuto accadere un qualcosa di impensabile, senza capire che la risposta sta nel nostro essere una nazione finita. Crediamo non ci sia altra chiave di lettura per spiegare certi fatti di cronaca, non fatti isolati e circostanziati, ma una lunga teoria della stessa matrice.

Del resto, non si è fatto neanche a tempo a celebrare il funerale del caduto, che una fuga di immagini da una caserma dei carabinieri, colleghi del brigadiere ucciso, direttamente sulle home page delle principali testate giornalistiche nazionali, potrebbe con buona probabilità dare una base di difesa processuale al presunto assassino. Uno Stato al collasso, una nazione finita, dove l’interesse di parte, sempre più individuale, ha soppiantato completamente l’interesse nazionale.

 

Andrea Scaraglino

Pensieri da Oscar: anche quest’anno fuori i non inclini al conformismo ideologico, ma con un certo garbo

Peccato che non abbia vinto “Il corriere – The Mule”. Ah, già, il film di Eastwood agli Oscar non era neppure candidato. Dimenticavamo che quando si srotola il red carpet del Dolby Theatre Hollywood non ammette deroghe: anche quest’anno, infatti, una volta fatto fuori il maestro poco incline a conformarsi ai diktat ideologici, le statuette s’accomodano sotto l’ala del politicamente corretto.

Perlomeno, però, con un certo garbo: “Green Book” è un film solido e scaltro, gratificato dal fascino vintage dei film di Capra e impreziosito oltre i suoi meriti da un duetto recitativo d‘alta classe, mentre “Roma”, di gran lunga superiore, permette a Cuaròn di mettere a segno la memorabile accoppiata migliore regia/miglior film straniero. Non solo: il messicano, che non è uno schizzinoso autore all’europea visto che appena cinque anni fa con il kolossal fantascientifico “Gravity” incamerò sette statuette, sdogana definitivamente proprio nel tempio del cinema-cinema Netflix, la piattaforma streaming forte di 125 milioni di abbonati nel mondo peraltro ormai orientata a trattare sulle reciproche convenienze con gli ex arcinemici produttori, distributori ed esercenti.

Siccome c’è sempre uno più puro che ti epura, è significativa anche la notizia che il grande Mortensen di “Green Book” nelle more del trionfo è stato accusato di razzismo (al regista Singer di “Bohemian Rhapsody” è andata peggio: protestato perché denunciato per molestie sessuali). Sempre riguardo ai buoni sentimenti, che non fanno male ma non determinano il quoziente artistico, troppo poco risalto è stato pour cause concesso a “La favorita”, il magnifico apologo in costume in cui la migliore attrice Colman fa a gara in perfidia e morbosità con la Stone e la Weisz sconfitte nella categoria delle non protagoniste dalla King del flebile “Se la strada potesse parlare” (peraltro superiore a “Blackkklansman”, migliore sceneggiatura grazie a uno dei peggiori film di Lee che si ricordino).

Inevitabile, invece, il premio al super-imitatore di Mercury Malek perché piace immensamente al pubblico a cui, però, sui trasgressivi Queen per colmo di mistificazione è stato confezionato un biopic edificante. Come del resto quello a “Shallow”, la canzone strappamutande di Lady Gaga insuperabile per come s’esalta abolendo anziché indossando i trucchi e le mise del proprio personaggio.

 

Pensieri da Oscar

Oscar 2019: vince ‘Green Book’ che tratta ancora una volta il tema del razzismo in maniera stereotipata

Alla fine, tra le immancabili polemiche, l’ha spuntata “Green Book” di Peter Farrelly nella corsa per il titolo di miglior film alla 91ª edizione degli Academy Awards a Los Angeles, cerimonia sempre più imbalsamata di buonismo  premi Oscar del cinema statunitense assegnati dalla Academy of Motion Picture Arts and Sciences. “Green Book” ha sbaragliato i concorrenti più agguerriti, in primis “Roma” e “La favorita” (forti di 10 nomination). Non ci sono stati grandi dominatori nel corso della serata ma le statuette sono state distribuite in maniera pressoché omogenea. Il bottino più ricco è andato a “Bohemian Rhapsody” (4 premi, tra cui l’attore Rami Malek), “Green Book” (3 Oscar: film, attore non protagonista Mahershala Ali e sceneggiatura originale), “Roma” (3 titoli: regia, film straniero e fotografia) e al colossal Marvel “Black Panther” (3 premi tecnici). Una cerimonia senza conduttore, dall’andamento composto ma poco incisivo, con una staffetta di star a conferire i premi. Preziose le performance musicali live, tra cui la scarica rock dei Queen in apertura di serata e il sontuoso duetto di Bradley Cooper e Lady Gaga.

Solido e tradizionale, “Green Book” ha tenuto testa nella roulette degli Oscar ai favoriti “Roma”,Bohemian Rhapsody” e “Vice”. Il punteggio più alto lo conquista, come spesso succede anche nel declinante cinema americano d’oggi, grazie all’impareggiabile duetto tra i protagonisti, capaci di conferire intense e divertenti sfumature al classico incontro/scontro tra due personaggi in tutto e per tutto opposti. La trama si basa su un vecchio episodio dell’America razzista, per la verità ancora attuale in un paese che ne continua a subire le drammatiche conseguenze, permeato, però, da un senso liberal di ripulsa che non assomiglia allo stile urlato caro, per esempio, all’altro candidato alle statuette Spike Lee: per il regista Farrelly, stavolta separato dal fratello Bobby, lo spunto diventa esemplare non tanto per l’accuratezza –peraltro encomiabile- dei costumi, le scenografie e, in particolare, le poliedriche musiche, quanto per l’acclusa metafora dei più nobili sentimenti umani che dovrebbero essere e purtroppo non sono universali e trasversali.

Insomma un film che ancora una volta affronta il tema del razzismo in maniera stereotipata, come ha dichiarato il regista Spike Lee, anche se può gioire per il premio per la miglior sceneggiatura di BlacKkKlansman, che gli ha consentito di regalare al pubblico il discorso più politico di questi Oscar.

Gli Oscar di “Green Book” coronano dunque una serata di grande attenzione alla questione delle discriminazioni razziali e alla condizione degli afroamericani. Una cerimonia di fatto all’insegna del cinema “black”, a cominciare dalle vittorie per i gli attori non protagonisti Mahershala Ali e Regina King (“Se la strada potesse parlare”). Non vanno poi dimenticati, su questa linea, i 3 Oscar di “Black Panther”, film sul primo supereroe di colore dai fumetti Marvel. A rimarcare inoltre il tema dell’integrazione sociale è stato anche Alfonso Cuarón con il suo “Roma” prodotto da Netflix (già Leone d’oro al Festival di Venezia), che ha ritirato le statuette per regia, film straniero (Messico) e fotografia.

Già alla scorsa Mostra di Venezia, dove ha ottenuto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione, la strepitosa Olivia Colman era data come probabile vincitrice dell’Oscar per il ruolo della regina Anna Stuart, nel graffiante e disturbante La favorita” di Yorgos Lanthimos, che avrebbe forse meritato più di tutti l’ambito Oscar. Neanche la veterana Glenn Close in “The Wife” (alla sua settima nomination) ha potuto arrestare la corsa di questa straordinaria attrice inglese, che presto vedremo nei panni di un’altra sovrana, la regina Elisabetta II nella terza stagione di “The Crown” su Netflix.
Miglior attore si è confermato come da pronostici Rami Malek, per la sua incredibile performance del cantante Freddie Mercury in “Bohemian Rhapsody”, biopic musicale sulla band britannica Queen.

Come da attese la miglior canzone è “Shallow” di Lady Gaga e Mark Ronson per il film “A Star Is Born”; la cantante con il regista-attore Bradley Cooper ha regalo un’emozionante performance live sul palco del Dolby Theatre. Standing ovation. La miglior colonna sonora è invece quella di “Black Panther” firmata da Ludwig Goransson.

L’Oscar per l’animazione è dell’innovativo “Spider-Man. Un nuovo universo” prodotto dalla Sony-Marvel, che batte i Disney-Pixar “Ralph spacca Internet” e “Gli incredibili 2”. Tra i disegnatori del nuovo Spider-Man, del ragazzo afroamericano Miles Morale, c’è l’italiana Sara Pichelli, originaria di Porto Sant’Elpidio. Inoltre, miglior documentario è lo statunitense “Free Solo” di E. Chai Vasarhelyi e J. Chin. Nella serata, nel toccante momento di ricordo degli artisti scomparsi nel corso dell’ultimo anno, omaggio anche ai registi italiani Ermanno Olmi, Bernardo Bertolucci e Vittorio Taviani; a dirigere l’orchestra il maestro venezuelano Gustavo Dudamel.

 

Fonte:

Oscar 2019: “Green Book” è il miglior film e Cuarón vince la regia per “Roma”

 

Venezia 75: “Top” e “Flop”

La Mostra cinematografica di Venezia 2018 verrà ricordata come un successo, per i registi presenti e per la qualità dei film. È stata l’edizione di Netflix, al Lido in forze dopo che Cannes aveva rifiutato i suoi film, ma anche l’edizione con una sola regista in gara.

 

TOP

Killing
Il samurai che non volle uccidere. Solo il maestro Tsukamoto, già cantore del cyberpunk di culto “Tetsuo”, poteva elevare un purissimo inno alla pace e all’amore senza un briciolo di predica ideologica.

The Sisters Brothers
Cavalcarono insieme come in Ford o Peckinpah. Grandioso ritorno del western con tutto il suo omerico fascino d’epopea avventurosa. No Leone, no Tarantino.

Roma
Gruppo di famiglia in un interno messicano. L’assoluta credibilità psicologica coniugata con l’estrema raffinatezza tecnica. Ovvero la formula ideale del cinema.

FLOP

Doubles vies
Quanto chiacchierano a vuoto e quanto si crogiolano nelle proprie tresche i “bobos”, i bourgeois-bohémiens parigini. Perfetti per il bistrot o il dibattito in libreria, ma poi i voti vanno a Le Pen e Macron.

Nuestro tiempo

Nell’allevamento di tori i bambini si sbracano nel fango e il feticcio cinefilo Reygadas gode nell’asfissiare lo spettatore. Solo quando il boss spinge la moglie a sfogare con altri le incontenibili voglie, le corna metaforiche diventano più gradevoli di quelle dei malcapitati bestioni.

Sunset
Record di riprese da mal di testa ed estenuanti allucinazioni. Chi aveva decretato che l’ungherese Nemes di Il figlio di Saul è più o meno all’altezza di Kubrick, dovrebbe andare a nascondersi.

 

VENEZIA 75: “Top” e “Flop”

Venezia 2018: vince ‘Roma’, l’Amarcord del regista messicano Alfonso Cuaròn

Guillermo del Toro e la giuria della 75esima edizione del Festival di Venezia hanno scelto come vincitore del Leone d’Oro il film Roma del pluripremiato regista messicano Alfonso Cuarón, rispettando quindi i pronostici di tutti i maggiori bookmakers. Yorgos Lanthimos, il suo concorrente più accanito e candidato alla vittoria del concorso, ha portato invece a casa il Gran Premio della Giuria per La favorita. Il film The Nightingale, di Jennifer Kent, è stata a vera sorpresa della cerimonia finale perché ha portato a casa il Premio Marcello Mastroianni a un attore o attrice emergente andato a Baykali Ganambarr e il Premio Speciale della Giuria mentre Joel e Ethan Coen hanno vinto il Premio alla Migliore sceneggiatura per La ballata di Buster Scruggs.

La Coppa Volpi per la Migliore interpretazione maschile è andata al grandissimo Willem Dafoe per At Eternity’s Gate, diretto da Julian Schnabel, in cui il divo è nei panni di Vincent Van Gogh. Il film arriverà nelle nostre sale il 9 gennaio 2019 e la critica lo ha già osannato ampiamente al Lido. Il premio per la Migliore attrice femminile, invece, è stato attribuito alla straordinaria Olivia Colman, protagonista de La favorita, del regista Yorgos Lanthimos, che vanta un cast di sole stelle tra cui Emma Stone, Rachel Weisz e Nicholas Hoult.

Roma è “una storia universale” ambientata a Città del Messico durante i primi anni ’70. Ispirato alla vita di Alfonso Cuarón, il film ci porta nell’ambiente fisico ed emotivo di una famiglia della classe media tenuta in piedi dagli sforzi di una gentile governante (Yalitza Aparicio). Il cast è sensazionale, ma la vera star della pellicola è il mondo stesso e gli eventi improvvisi che cambiano la vita delle persone. Girato in un bianco e nero mozzafiato e caratterizzato da un’innovativa tecnica di sound design, Roma è il suo ennesimo capolavoro di cui sentiremo parlare a lungo e sicuramente anche ai prossimi Oscar. In un bianco e nero pastoso che mescola ricordi nostalgici e denuncia sociale, con Roma Cuaron mostra il  il debito di riconoscenza che tutti i figli della borghesia messicana devono alle tate e alle “sguattere” che li hanno cresciuti con amore e devozione. Roma è il suo film più intensamente personale e più provocatoriamente politico, e racconta un intero Paese attraverso il suo frattale minimo, e il più indifeso. Un Amarcord messicano che narra di sistema contradditorio ma simbiotico in cui le tensioni sociali non tarderanno a farsi sentire, catapultando il recupero delle terre espropriate in cima all’agenda dei politici in cerca di consensi.

Con Roma, il Festival di Venezia, dopo aver aperto le porte alle piattaforme distributive diverse dalle sale cinematografiche, porta un prodotto “nuovo” alla vittoria. Netflix renderà disponibile il film messicano in tutto il mondo il 14 dicembre, anche se non è esclusa una uscita in sala prima in alcuni Paesi, Italia compresa.

Tutti i premi della 75esima edizione del Festival di Venezia

La Giuria di Venezia 75, dopo aver visionato tutti i 21 film in concorso, ha deciso di assegnare così i premi. Il Leone d’oro per il miglior film a Roma di Alfonso Cuaron (Messico), il Gran premio della giuria a The Favourite di Yorgos Lanthimos (Uk, Irlanda, Usa), il Premio per la migliore regia a Jacques Audiard per il film The Sisters Brothers (Francia, Belgio, Romania e Spagna),Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Olivia Colman nel film The Favourite di Yorgos Lanthimos (Uk, Irlanda, Usa), Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Willem Dafoe nel film At Eternity’s Gate di Julian Schnabel (Usa, Francia).

Premio per la migliore sceneggiatura a Joel Coen ed Ethan Coen per il film The Ballad of Buster Scruggs di Joel Coen ed Ethan Coen (Usa). Premio speciale della giuria a The Nightingale di Jennifer Kent (Australia). Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente a Baykali Ganambarr nel film The Nightingale di Jennifer Kent.

Fonte: https://cinema.fanpage.it/i-vincitori-della-mostra-del-cinema-di-venezia-2018/
http://cinema.fanpage.it/

Mymovies.it

Incivili in vacanza: il bagno di due turisti nella fontana di Piazza Venezia a Roma

Vacanze romane. Tuffi, schizzi, spruzzi: non siamo in un parco acquatico, né sul litorale di Ostia o Fregene, ma in pieno centro. Nella Capitale il refrigerio si cerca ovunque: i più romantici e amanti della dolce vita s’immergono nelle fresche acque della fontana di Trevi; per festeggiare le vittorie calcistiche meglio fare un giro sulla Barcaccia di piazza di Spagna o tuffarsi nella vasca della Terrina a Campo de’ Fiori; per il pediluvio di gruppo e il bagno col cane, più comoda e confortevole è la fontana del Gianicolo.

Quanto successo nel pomeriggio del 19 agosto non è che l’ultimo di una lunghissima serie di oltraggi ai danni del patrimonio artistico-culturale romano (e italiano!). Due turisti si svestono e s’immergono nelle acque della fontana del Vittoriano, ai piedi del Milite Ignoto. Al diamine il rispetto dell’arte e della sacralità del luogo! Tutto è lecito: l’Altare della Patria si tramuta in null’altro che una lussuosa spa a cielo aperto, con la sua cascata idromassaggio e i pavimenti di marmo. I cellulari degli amici sono pronti a immortalare la vile impresa per renderla epica.

Nel loro delirio d’onnipotenza i due turisti si atteggiano in pose statuarie davanti alle telecamere e uno dei due finisce per abbassarsi i boxer e mostrarsi, strafottente, nella sua nudità come un -volgarissimo- Nettuno in pubblica fonte. Uno scempio che sembra cantare, beffardo, “Roma antica città, non ti accorgi di me e non sai che pena mi fai”. Nessuno interviene, le forze dell’ordine non ci sono e nessuno le chiama: tanto meglio farsi un selfie con quei simpatici e temerari turisti, o far finta di niente e accelerare il passo. Imbecillità glorificata e, probabilmente, impunita, visto che i due non sono ancora stati rintracciati dalla polizia.

Gli scempi di Roma, naturalmente, non sono che una parte di un problema ben più ampio che affligge da tempo tutta Italia e che vede come protagonisti non solo turisti: innumerevoli gli esempi di imbratti o incisioni da parte dei vandali su fontane, monumenti e chiese, troppo spesso impuniti. Talvolta arrivano a deturpare addirittura affreschi, come successo alla Crocefissione trecentesca a Vicenza, all’esterno del Tempio di San Lorenzo. In questi casi, il danno è duplice: oltre all’oltraggio all’opera d’arte in sé, vi è la spesa per il restauro e la pulizia della stessa.

L’ultimo scempio romano però racchiude in sé tutte le cause che consentono il palesarsi di simili eventi. Il controllo e il monitoraggio dei monumenti e dei beni culturali da parte delle forze dell’ordine è spesso inadeguato e andrebbe potenziato; le pene poi dovrebbero essere più severe e – soprattutto – certe, visto che, a quanto pare, le multe attualmente previste non sono abbastanza salate da essere considerate un valido deterrente. Ma ciò che andrebbe spezzato è il consenso o l’indifferenza che sembrano regnare sovrani nel momento in cui tali atti vengono perpetrati: farsi i selfie e ridere davanti a queste scene raccapriccianti significa accettare, giustificare, condividere gesti e atteggiamenti simili. I vandali, così, non sono altro che imbecilli tra gli imbecilli, incoronati e legittimati dalla folla nel loro momento di gloria. E se parte della folla è imbecille, l’altra -almeno in questo caso- è silente. Facile indignarsi e protestare a fatto compiuto, meno parlare o agire al momento giusto. A piazza Venezia il 19 agosto alle 17.30 c’è una marea di gente, di ogni nazionalità; eppure troppi sembrano non -volersi – accorgere del penoso spettacolo. Nessuno denuncia: chi si dissocia dall’atto osceno si avvolge in un silenzio che dà pena.

 

Alessandra Vio

Risposta dei sindaci M5S ai nubifragi di questi giorni

In numerose parti d’Italia si sono registrati negli ultimi giorni diversi incidenti causati dalle abbondanti piogge. Spiccano tra le varie città Roma e Livorno, dove gli allagamenti, le devastazioni e le vittime hanno reso la situazione particolarmente pesante. I rispettivi sindaci giocano allo scarica-barile per la mancata messa in sicurezza di molte zone dei comuni da loro governati oltreché per la lentezza nei soccorsi, ricorrendo così a un costume della politica italiana vecchio ma sempre di moda.

L’immaginario di Fernando Botero in mostra al Vittoriano fino al 27 agosto

C’è tempo fino al 27 agosto per ammirare il talento artistico di Fernando Botero (Medellìn, 1932), pittore e scultore colombiano noto in tutto il mondo per le sue impareggiabili donne formose, ospite nella prima grande retrospettiva in Italia allestita nelle sale dell’Ala Bransini al Complesso del Vittoriano di Roma.

La visione artistica di Botero “alta”, libera dalla realtà e anticonformista, sebbene tra le critiche che non mancano mai nella vita, ha conquistato il vasto pubblico fino a meritarsi  la realizzazione di una grande mostra biografica a lui dedicata, in occasione della suo compleanno, ben 85 anni, oltre che in arrivo dei primi cinquant’anni di carriera. Cinquanta capolavori sono stati selezionati e installati in modo sublime per creare un percorso espositivo che mette a fuoco tutta la vita del Maestro essenzialmente legato alla cultura della sua terra natale, l’America Latina, ma, al contempo, profondo ammiratore del Rinascimento Italiano; così come raccontato dalle opere di pittura nonché scultura attualmente presenti nella mostra romana, le quali opere appartengono al periodo della sua lunga e instancabile produzione che va dal 1958 al 2016.

Curata da Rudy Chiappini in collaborazione con l’artista, l’esposizione si presenta suddivisa in sezione tematiche per ripercorrere, dunque, volume dopo volume le tappe dell’evoluzione artistica di Botero alla luce del panorama contemporaneo. Alla base della sua pittura vi è l’amore per il passato: gli artisti del ‘300, ‘400 e ‘500 italiano, che hanno influenzato e hanno plasmato le sue opere in una chiave contemporanea, e, poi, le nature morte, i temi religiosi e sociali della cultura locale in cui è nato: la violenza in Colombia, trasformando l’arte popolare in una forma diversa, una forma di manifesto e di denuncia di torture come nei due dipinti tratti dalla nota serie Abu Grahib, datata tra il 2006 e il 2007, oppure la sorprendente serie dei dipinti sulla Via Crucis, realizzata tra il 2010 e il 2011, ed infine, nell’ultima sezione, i famosi nudi femminili prendono il posto in un ciclo di immagini senza tempo e senza una dimensione morale e psicologica, perché la forma occupa uno spazio in una realtà senza tempo per essere eternamente liberi.

Forme sensuali, volumi colorati in versione moderna prendono atto nell’originale creazione di quello stile che diviene plastico dalla mente di Botero. Lo stesso artista ha affermato che crede molto nel volume fino ad assumere valore all’immagine e che i suoi personaggi vescovi, animali, nudi femminili, tutti dalle forme generose – le amate donne curvy nel dibattito attuale sul versante della società di costume –  non sono da ritenere personaggi grassi semplicemente perché lui non ha rappresentato la realtà ma un mondo in cui le forme appaiono diverse.

Promossa dall‘Assesorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Cultrali di Roma Capitale e prodotta dal Gruppo Arthemisia e MondoMostreSkira, la mostra di Botero al Vittoriano offre l’occasione di esplorare il punto di vista dell’artista colombiano dal virtuosismo simbolico e immaginario.

Mostra Botero

Complesso del Vittoriano -Ala Bransini, via di San Pietro in Carcere

Dal lunedì al giovedì 9,30 – 19,30

Venerdì e sabato 9,30 -22,00

Domenica 9,30- 20,30

Intero € 12,00

Ridotto € 10, 00

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