Caso Marra, è caos nel M5S. Il Natale nella capitale

Povera Roma. Guai senza fine per la giunta guidata dal sindaco di Roma targato M5S Virginia Raggi, votata a furor di popolo durante le amministrative dello scorso maggio. Raffaele Marra, capo del personale del Comune di Roma, è stato arrestato dai carabinieri per corruzione. L’arresto non è collegato all’indagine sulle nomine decise dal sindaco Virginia Raggi, tra le quali c’è anche quella dello stesso Marra, ma riguarderebbe invece un’operazione immobiliare. Beppe Grillo è furente con Virginia Raggi, la quale, sebbene “governi” la città da solo sei mesi, ancora non ha prodotto risultati significativi. Arriveranno richieste di dimissioni da parte del Movimento?

Quando a Roma arrivarono le Olimpiadi

DCLXXXVIII ab Urbe condita (688 anni dalla fondazione di Roma).
Si era al crepuscolo. La grande palla infuocata condotta dal carro apollineo si andava ormai spegnendo nel limpido fiume intorno al quale la città si era insediata e si era espansa, incendiando di giallo croco e di rosso porpora il travertino dei palazzi pubblici.

Entro uno di essi, il più sontuoso, protetto da una stanza un po’ fuori mano, in un’ala esterna, congegnata apposta per dare luogo agli incontri meno ufficiali lontano da occhi e orecchi indiscreti, l’imperatore attualmente in carica andava esaminando alcuni documenti. Conclusane via via la lettura, che sembrava trasmettergli una particolare soddisfazione, si sbrigava a bruciarli sospendendone un angolo proprio sopra la fiammella della candela di sego che aveva davanti a sé, ben attento che il fuoco appiccasse.
Lucio Domizio Enobarbo, in arte Nerone, era stato il primo a intravvedere la cornucopia di entrate che si doveva nascondere dietro i giochi olimpici, e ora, per il secondo anno, ne stava segretamente prelibando gli attesi frutti.

Le prime Olimpiadi di Roma: le Neroniane

Quando i capostipiti Romolo e Remo erano ancora intenti a sminuzzare una pelle vaccina e stendere torno torno le striscioline che ne erano venute fuori in modo tale da segnare i confini perimetrali della nuova città, la civiltà greca era già così avanti che da più di vent’anni ormai i suoi campioni gareggiavano ignudi nei giochi che si disputavano a Olimpia, lottavano, s’accapigliavano, tiravano giavellotti e dischi, si rincorrevano e si sbracciavano dentro le piscine col solo intento di primeggiare e raccattare onori e plausi.
Ma ci voleva un italiano per pensare di lucrarci sopra, anziché attenersi unicamente all’originale spirito agonistico. E siccome, anche se era l’imperatore, a Nerone non volevano concedere di spostare i giochi olimpici in altra sede, lui, glieli aveva copiati pari pari, organizzandoli però a Roma e zone circonvicine, e rinominandoli autopromozionalmente le “Neroniane”.

Con la scusa della novità, Nerone fece costruire a Roma ponti, strade, strutture, circhi, piste e stadi per ogni disciplina, commissionandoli ad amici fidati, ai quali già allora aveva assegnato i lavori presumibilmente convinto da qualche pesante regalia, insieme a promesse di spartizione dei profitti che ora gli si stavano concretizzando davanti agli occhi. L‘urbe era condita, appunto: quel tanto che bastava per mangiarsela a quattro palmenti già ai tempi. E il buon Nerone conosceva il giusto giro di commensali che sapessero quanta parte di banchetto… lasciare all’ospite.

Il trogolo era stato allargato per farvi accedere quanti più amici si potesse: mercanti e commercianti di pelli, tessuti e vestiti, privati addetti alla pulizia delle pubbliche strade, osti, grandi finanziatori (che davano prestiti con interessi da usura), ministri di culto, fornitori delle grandi derrate alimentari, imprese edili, avvocati e giudici, senza scordarsi senatori e rappresentanti del popolo. Così facendo Nerone si era astutamente assicurato un appoggio vastissimo. Anzi, tutti costoro, in alleanza coi molti tifosi che rappresentavano la gran parte della cittadinanza di Roma, non facevano che supportare e incalzare l’imperatore affinché nuove Neroniane si tenessero ancor prima della prevista scadenza quinquennale.
Nerone stava fregando tra loro le mani ben curate quando sentì la porta alle sue spalle aprirsi di schianto, lasciando entrare uno spiffero freddo che corse a giocare coi riccioli che ancora gli rimanevano, a comporgli una coroncina intorno alla testa calva. Neppure si voltò, sapeva già chi fosse senza dover guardare.
«Ave Cesare!» sentì riecheggiare contro le pareti marmoree del piccolo andito, «Che vai facendo?» aggiunse la vecchia voce. «Guadagno», rispose evasivo Nerone, che già era passato a contare le monete, molte di esse con sopra la sua effigie in rilievo, che tracimavano da un grosso baule, poco prima depositato là dentro da due energumeni inviati in gran segreto da alcuni dei suoi “amici”, coinvolti negli affari olimpici, godendo del loro tintinnio ancor più che del suono che usciva dalla sua lira, quando ci si accompagnava durante i certami poetici. Neppure stavolta si voltò, ben presagendo l’espressione di biasimo che avrebbe riscontrato sul volto rugoso di quel vecchio stoico di Seneca. «Il bene comune dovrebbe essere l’unica tua cura!» lo rimbrottò Seneca, aggiustandosi indispettito la manica del pallium sopra l’avambraccio. «Non mi occorrono stupide prediche. Io sono il dio che governa le genti e le robe di Roma. Sono il caput del Caput Mundi. Come insegnano i tuoi vuoti sillogismi, sono perciò l’essere più importante al mondo. Che me ne fa quindi dei tuoi rimproveri? Saprò bene io quel che è giusto e quel che non lo è…», gridò, tacitando il filosofo, ma stavolta dopo avergli fatto l’onore di rivolgersi al suo indirizzo, «Piuttosto, non ho tempo da perdere, per quale ragione sei venuto a importunarmi?»

«La mia accademia,» spiegò Seneca, a mezza bocca, con l’occhio ancora accigliato, «Quelle elargizioni che erano state a suo tempo promesse per il suo mantenimento…»
Nerone non fece una piega. Afferrò un sacchetto, lo affondò nel forziere come si intinge il mestolo in un liquido. Lo risollevò che era pieno di monete. Ne strinse il laccio.
«Vedi? Guadagno anche per te» fece verso Seneca, con voce da gradasso, mentre gli tirava il bottino, che l’altro raccolse al volo, come un cane fa con l’osso.
«Per essere la voce della mia coscienza mi pare che tu scenda a compromessi un po’ troppo alla svelta…» lo congedò poi.

Seneca uscì nella fresca brezza della prima sera, mentre ancora finiva di assicurare il sacchetto alla cintola. Rimirò una volta ancora la bellezza di Roma, nel suo tripudio di colori caldi, la temperatura mite, il profumo di piante aromatiche nell’aria. Quella bellezza che sempre riusciva a rapire i suoi occhi, tuttora abituati alla bianca piattezza delle strade di Cordova, di cui era originario.
La città eterna, così bella e così corrotta! Come una vecchia puttana che celasse i molti morbi dovuti al mestiere dietro l’attraente maschera di una giovinetta innocente. Eppure, non c’era via di scampo per tentare di salvarla da quel destino immorale. Sarebbe valso le fatiche di uno stolido moralista che voglia recuperare un’etera all’onorabilità, rimanendo però lui invischiato dalla guasta vita della donnaccia.
Roma era questo: potere, corruzione, depravazioni, ignavia e puro degrado nascosti dietro una facciata fastosa.

Ci sarebbe voluto un movimento di cittadini onesti, sobri, integerrimi, capaci di preferire la felicità arrecata dal compimento della giustizia al triviale appagamento dei sensi, meditava appoggiando la spalla scoperta contro il muro portante del palazzo imperiale.
Anche quel movimento sarebbe stato facile preda delle temperie che da sempre e per sempre avrebbero afflitto la città, come una maledizione o una pestilenza inguaribile. L’unica maniera di scampare all’andazzo generale sarebbe stato rimanere sui propri convincimenti senza fuoriuscirne di un passo. Fermi. Fissi. Solidi. Inamovibili. Anche a costo della più assoluta immobilità, perché lì da quelle parti bastava anche solo una timida mossa per rischiare di mettere il piede in fallo e farsi travolgere.
La mancanza di ogni azione, paradossalmente, sarebbe stata la salvezza, risolse tra i fumi dei suoi pensieri.

Un movimento immobile, sorrise tra sé Seneca. Quel che in retorica si chiama un ossimoro: l’accostamento di due termini tra loro contrapposti. Mentre già il suo corpo scioglieva tutta la tensione muscolare nel fresco, piacevole venticello che spirava, come quasi ogni sera, giù dal Gianicolo, la sua mente fece ancora in tempo a celiare circa l’etimologia di quella parola d’origine greca, che quasi sembrava preannunciare il civis novus così concepito: ossimoro, da ὀξύς μωρός, come a dire… un acuto stupidone.

‘Romanzo criminale’, di Giancarlo De Cataldo

<<Il potere non sazia, anzi è come una droga e richiede sempre dosi maggiori>>. Luciano De Crescenzo, Così parlò Bellavista, 1977

Luciano De Crescenzo: poche parole e un legame forse un po’ troppo poetico con un romanzo che porta alla luce una delle bande più spietate e intelligenti che comandarono Roma e su Roma, tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta. Il Libanese, il Freddo, il Dandi, il Secco. Uomini che non vogliono essere comandati, uomini che vogliono tutto e lo vogliono subito.

A scrivere è il giudice Giancarlo De Cataldo, magistrato, giornalista e scrittore italiano che, all’interno dell’omonimo film diretto da Michele Placido, interpreta il giudice che leggerà la sentenza che condanna i membri della banda. Il giudice De Cataldo nasce a Taranto, pubblica vari libri nel corso degli anni per poi raggiungere la notorietà con quest’opera che mostra un passato fatto di accordi tra criminalità organizzata e Stato. Quello che dovrebbe proteggerci, quello che avrebbe dovuto salvarci, quello che ancora oggi, spesso, ci lascia a noi stessi.

Siamo a Roma, inizi degli anni ’70. Il Libanese e il Dandi si conoscono si dall’infanzia. Hanno messo su una piccola banda che si occupa soprattutto di furti. Il Libanese, dopo l’ennesimo furto incontra il Freddo dopo che la sua auto è stata rubata da un drogato, il Sorcio, che decide di venderla al Freddo, appunto. Ed eccoli lì. Due uomini che dalla vita non hanno avuto nulla, due uomini pronti a “prenderse’ Roma.” Due uomini che non sono pronti a timbrare il cartellino tutta la vita, non lo saranno mai. E allora nasce quella prima piccola domanda. E noi? Noi che quel maledetto cartellino lo timbriamo tutti i giorni, ogni mattina e ogni istante della giornata, cosa siamo? Non abbiamo impugnato una pistola, non abbiamo ucciso, rapito, rapinato, non ci siamo venduti ad un soldo facile. Forse siamo stupidi perchè crediamo ancora in un mondo migliore. Forse vogliamo ancora credere che qualcosa di giusto esiste ancora.

Ma De Cataldo ce lo racconta. Quel che c’era di buono, se mai c’è stato, qui non esiste. Il progetto del Libanese e del Freddo prende corpo. Vogliono il potere, i soldi, il controllo di tutti i traffici esistenti a Roma. Dalla droga alla prostituzione creando un’associazione simile alla mafia siciliana.

Il primo colpo è il rapimento del barone Rossellini. Vi è una piccola particolarità su questo sequestro. All’interno della pellicola cinematografica, il cadavere del barone verrà ritrovato privo di vita. Nella vita reale, quel corpo, non vedrà mai più la luce del giorno.

Il barone, ancora in vita, viene affidato ad un’altra banda. Uno dei sequestratori mostrerà il proprio volto al barone. La scelta una. No, non c’è una scelta. Il barone dovrà morire. Ma il riscatto verrà ugualmente pagato. Così tutto ha inizio. Il Libanese e il Freddo sono pronti. Quel denaro servirà per una progetto più grande, per quel progetto che vedrà Roma in ginocchio con uno Stato pronto ad appoggiare quei criminali per mantenere vivi i propri interessi, il proprio potere.

Eccoli. La banda della Magliana. Stringeranno rapporti con la camorra di Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, per il traffico della droga. Saranno interpellati per il rapimento dell’onorevole Aldo Moro. In un primo momento sarà chiesto loro  un aiuto per riuscire a ritrovare l’onorevole ancora vivo. Ben presto sarà chiaro alla banda che a nessuno interessa ritrovare il politico democristiano. Aldo Moro sarà giustiziato dai brigatisti un mese e mezzo dopo il rapimento.

Il romanzo prosegue. Droga, alcool, morti ammazzati che sono parte di quel mondo. Il potere, il controllo su Roma, il controllo sul mondo. Un mondo che sembra non volere padroni. Un mondo che sembra non accettare ordini. Ma un padrone c’è. In quegli anni un padrone esiste ed è lì, più chiaro e vivo che mai. La banda della Magliana.

Grazie anche alla gestione di Night Club e di un giro di prostituzione gestito da Patrizia, ex prostituta di cui si innamora il Dandi che la mette a capo di un bordello di alto borgo gestito anche per ricattare personaggi illustri che lo frequentano, la banda diventa padrona di Roma.

E ancora altri accordi. Quelli stretti con la chiesa. Tant’è che il Dandi deciderà di farsi seppellire nella Basilica di Sant’ Apollinare, dopo aver contribuito al suo restauro. Ancora una machia, ingente, forte, in ciò che dovrebbe essere onesto, puro.

 Ma i rapporti ben presto si guastano tra il Freddo e il Libanese. Accordi con i servizi segreti stretti da Libano e che non sono approvati dal Freddo. Quella banda era nata per non avere padroni, quella banda era nata per essere padrone di stessa, del resto del mondo. E ora? Ora vedeva le sue forze sgretolarsi per obbedire alla giustiziaUna giustizia propria, corrotta, malata. Una giustizia che di onesto e saldo non ha più nulla. Forse, non l’ha mai avuto.

Il romanzo ripercorre così la storia della banda della Magliana. Dei suoi due decenni di controllo, comando, potere sulla città eterna. E ancora oggi questi criminali fanno parlare di se. La scomparsa di Emanuela Orlandi lascia ancora molti dubbi sul ruolo che avrebbe potuto avere la banda e sui suoi rapporti con il Vaticano in quel periodo.

Attraverso l’uso di un linguaggio forte ma discorsivo, De Cataldo ci porta nel mondo della banda che, come già detto, si fonda sulle orme della mafia siciliana, senza però copiarla. In un periodo in cui la mafia, le organizzazioni criminali venivano ritenute un problema di cui solo la Sicilia o Napoli, con la Nuova Camorra Organizzata, doveva preoccuparsi. La banda cresce grazie anche al periodo storico-politico in cui nasce. Un periodo in cui le forze dell’ordine, il così detto Stato, sembrava essere troppo impegnato ad occuparsi del terrorismo nero o rosso, per rendersi conto di ciò che accadeva al di fuori di esso. Una consapevolezza che giungerà troppo tardi. Una consapevolezza che sarà usata per i proprio fini. Una consapevolezza che sporcherà ancora una volta quel qualcosa di giusto che sembra aver cessato di esistere.

Ma un antagonista c’è. Ancora un uomo, il commissario Nicola Scialoja affiancato dal sostituto procuratore Fernando Borgia, che dopo il rapimento del barone Rossellini, attraverso alcune banconote segnate riesce a risalire alla banda, ma senza mai avere prove concrete.

Il romanzo mostra e descrive un parte importante della nostra storia. Momenti che restano nella memoria come la strage di Bologna, compiuta la mattina di sabato 2 agosto alla stazione ferroviaria di Bologna.

Dal libro è nato, oltre all’omonimo film, anche una  delle migliori serie televisive mai dirette e girate, a cura di Stefano Sollima. Varie saranno le differenze inserite nella visione cinematografica rispetto a ciò che De Cataldo descrive nel proprio romanzo. Un romanzo a cui la serie televisiva si accosterà molto. Immagini forti, reali, immagini indimenticabili per la loro brutalità. Per la descrizione di quella realtà che ancora ci appartiene. Ancora oggi. Ci apparterrà per sempre.

Romanzo criminale è un libro storico crudo, diretto, cinico, asciutto che va letto, una storia che non va dimenticata. Una storia che, ancora oggi, ad anni di distanza, non può essere cancellata, con la sua forza, la sua crudeltà, la sua realtà.La storia di una banda criminale che credeva di conquistare l’Italia intera e che invece è diventata, inconsapevolmente uno strumento del potere.

Impossibile non trovare un punto d’incontro, un legame, una certa empatia con gli uomini che hanno governato Roma in quegli anni. Forse la  rabbia comune è rivolta maggiormente allo stato, a chi avrebbe dovuto difenderci e non l’ha fatto. il Freddo stesso nelle seguenti e ultime parole, esprime ciò che quella banda voleva rappresentare. Ancora una volta vince una piccola visione romantica. Nulla cancella però, la realtà dei fatti. Erano criminali, lo saranno sempre, è così che saranno ricordati, questo è  ciò che hanno scelto di essere, schiavi e vittime della loro smisurata ambizione e bramosia di soldi e di potere.

” …Chi lo sa, forse quella morte doveva esse ‘n segnale per farce capi’ che dovevamo sta’ boni, dovevamo sta’ al posto nostro pe’ non fa a stessa fine… E invece noi abbiamo pensato che era proprio mejo fa quella fine piuttosto che timbra’ un cartellino pe’ tutta a’ vita.” 

 

 

21/03 : giornata mondiale della poesia

La Giornata Mondiale della Poesia è stata istituita dalla XXX Sessione della Conferenza Generale UNESCO nel 1999 e celebrata per la prima volta il 21 marzo dell’anno seguente. La scelta della data non è certo casuale, scegliere di celebrare la poesia nel giorno della primavera le riconosce simbolicamente un ruolo di rinascita, quale percorso fondamentale per la promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace, così recita  l’atto dell’UNESCO. Negli anni si è lavorato per realizzare una giornata dedicata all’incontro non solo delle diverse culture poetiche ma anche tra le diverse forme della creatività per poter affrontare le sfide che la comunicazione e le culture mondiali, quelle più forti e quelle meno conosciute, attraversano.

In tutte le maggiori città italiane si sono tenute manifestazioni organizzate per la giornata della poesia, in particolare a Roma, Firenze e Napoli si sono tenuti reading di poesia, spettacoli di musica, fotografia e poesia, recital di poesie d’autore, presentazioni di libri e maratone di poesie. Le manifestazioni si sono svolte nel luoghi più diversi, proprio a significare che la poesia può e deve entrare dappertutto; caffè letterari, associazioni, circoli, piazze, sale di convegni, auditorium, e addirittura musei, ogni luogo è diventato un itinerario di pensiero.

La poesia è il luogo fondante della memoria è l’eredità di tutte le culture, attraverso la poesia si conserva la memoria atavica dell’uomo e del mondo. Un filo rosso unisce la letteratura poetica di tutti i tempi e di tutte le civiltà; un’arte alata, un Pegaso che conduce al di sopra delle cose. La poesia è la simbolizzazione delle emozioni più autentiche e vere dell’uomo, scrigno di paure, affetti, memorie, luogo di esorcismi e riti magici.

Dedicare una giornata alla poesia testimonia l’importanza della poesia stessa, ma ci suggerisce anche che è un’arte da preservare e da custodire e da proteggere istituendo una giornata che la ricordi. E forse allora, come direbbe il poeta maledetto Baudlaire, è la poesia un albatro che sta con gli uragani e ride degli arcieri ma che è esule in terra e con le sue ali da gigante non riesce a camminare.

Chiediamoci non che posto occupa la poesia oggi, quale sia il suo significato e perché dovremmo studiarla e amarla, ma piuottosto in che modo possiamo far avvicinare sempre di più i giovani a questa straordinaria forma di comunicazione che ci fa scoprire la realtà e venire a contatto con la parte più profonda e sensibilie di noi. E perché considerarla non un qualcosa di vetusto, che non è di moda, a differenza della musica, ad esempio.Ma la musica stessa, è poesia!Anche in una società ipertecnologica e scientifica  come la nostra, ha sempre senso celebrare la poesia, perché essa è immortale. Semmai il vero problema è il dilagare della letteratura commerciale che ha reso la poesia una lettura per pochi.

Le parole però riguardano tutti, ogni giorno.

<<Non leggiamo e scriviamo poesie perché è divertente. Leggiamo e scriviamo poesie perché apparteniamo alla razza umana. E la razza umana è piena di passione. La medicina, il diritto, l’economia e l’ingegneria sono nobili occupazioni, necessarie alla sopravvivenza. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, queste sono le cose per cui vale davvero la pena vivere.>> (Dal film “L’attimo fuggente”)

Perché il film “La grande bellezza” non può esserci estraneo

Paolo Sorrentino

Molti si chiederanno perché  Novecento Letterario  abbia deciso di trattare un film invece  di un romanzo, seppur non si tratti di un film qualsiasi ma del  film italiano che ha trionfato nella notte degli Oscar lo scorso 2 marzo 2014, “La grande bellezza” del regista napoletano Paolo Sorrentino. La risposta è molto semplice:  crediamo che  questa vittoria possa essere da sprone per riuscire sempre di più, con impegno e passione, in questo progetto culturale. Già, la cultura, la tanto osannata cultura che tutti menzionano ma  sulla quale in pochi vogliono puntare davvero, Novecento Letterario cerca di fare proprio questo: valorizzare la cultura e i talenti, far conoscere giovani scrittori, i romanzi del ‘900 ( celebri e meno celebri),  i loro autori, i più grandi critici letterari,  e tanto altro  ai nostri  lettori. Sorrentino ha portato sul podio più alto la nostra cultura, il nostro Paese invitandoci ad essere ottimisti e a mettere la cultura al primo posto con un film dall’altissimo valore tecnico-artistico, fotografando una città che pullula di cultura, di storia, di arte, quale è Roma. E proprio grazie al film di Sorrentino, Roma è presa d’assalto dai turisti che vogliono ripercorrere le tappe del protagonista del film, scoprendo luoghi meno conosciuti. Fare cinema è produrre cultura,  proprio  come scrivere un libro.

“La grande bellezza” è un film ambiguo, fluido, controverso che non può non dividere e far discutere. Ma quello che sorprende negativamente sono certe prese di posizione a prescindere, soprattutto di chi non ha mai visto un film di Sorrentino e lo ha stroncato gratuitamente e di chi non perde occasione per far valere il detto”l’erba del vicino è sempre più verde”. Dovremmo essere più nazionalistici, sbarazzandoci dell’eccessiva esterofilia che ci contraddistingue ed  essere capaci di gioire se un film italiano dopo 15 anni torna a vincere un Oscar. Ma non solo perché è made in Italy. “La grande  bellezza” è un film bellissimo, potentissimo dal punto di vista visivo che ricorda il miglior Fellini (non tanto “La dolce vita” come si è spesso detto e scritto, ma “Otto e mezzo”). Un affresco umanistico megalomane, dilatato, fatto di rilanci narrativi, e  soprattutto lungo; è stato liquidato da alcuni come “noioso” (e lo ha dichiarato lo stesso Sorrentino)ma come non può essere a tratti noioso un film che parla della noia e della decadenza? Sorrentino ha osato, nel raccontare il nostro smarrimento, tralasciando la politica (scandalizzando i più radical chic) e concentrandosi soprattutto su certe categorie sociali (ricordando la crisi dell’intellettualismo che Ettore Scola ha raccontato nel film “La terrazza”); onore al merito. Tra canti gregoriani che si mescolano con Antonello Venditti e Raffaella Carrà, e aforismi che ci vengono propinati con cinismo dallo scrittore e giornalista fallito Jep Gambardella (uno strepitoso Tony Servillo), l’autenticità e una certa consapevolezza di quello che siamo diventati è facilmente trovabile in spogliarelliste in crisi piuttosto che in cardinali evasivi e che prediligono l’arte culinaria alle questioni spirituali. E come non può essere trasfigurata anche Roma stessa, che sembra una diva morta ma affascinante e suggestiva, attraverso gli occhi disincantati del protagonista?

Non bisogna smarrire la strada che conduce alla grande bellezza che per Sorrentino è rappresentata, secondo me, dalla giovinezza e dalla purezza perdute, da un tempo che non torna più (ma il regista napoletano racconta giù un tempo che non c’è più) e dalla spiritualità e dalla tenerezza incarnata dalla commovente suora in ciabatte che verso la fine della pellicola dirà “che le radici sono importanti”.

A dispetto di chi sostiene che gli Oscar sono una cafonata mercificante e che non contano nulla, a dispetto di chi pensa che sia stato un successo dato dal marketing  (e non è un reato) per compiacere un pubblico becero, poiché un prodotto targato Medusa (con la  Indigo Film) di Berlusconi non può risultare “artistico” e “culturale”,  il successo  e la vittoria de “La grande bellezza”è dovuto in primis dalla straordinaria capacità da parte del suo autore di saper puntare sullo shock emotivo (lontano dalla pietas che Fellini aveva per i suoi personaggi) concetto cinematografico per eccellenza e di assemblare metapersonaggi (Verdone e Ferilli), il grande e il piccolo, il gusto per il  cafonal e la fustigazione dei suoi costumi, ossessione e autocompiacimento. E in fondo Sorrentino ha parlato proprio di quelli che criticano il suo film.Tuttavia all’interno di questo grande e variegato “arsenale”, pare che tutti abbiano ragione.

Ripartiamo dalla bellezza.

 

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