‘Petrolio’: l’incompiuto testamento di Pasolini

Ex oriente lux, ma non solo: il mito delle Argonautiche ricorda, in chiave metaforica, quanto l’Oriente fosse fonte di approvvigionamento per i Greci, bisognosi di oro e di grano. Giasone riesce a convertire la figlia di Eeta re della Colchide, Medea, pur di ottenere il vello d’oro di Crisomallo, ariete di Ermes. Le stesse Argonautiche che sono menzionate – ma non citate – in Petrolio, ultima e incompiuta fatica di Pier Paolo Pasolini, intellettuale atipico quanto opinabile, che forse non a caso intitola così il suo “poema a comparti”.

Petrolio, romanzo pubblicato postumo, nel 1992, viene concepito in un’epoca dai tratti ancora oggi oscuri, quale può essere quella degli anni di piombo, in cui si inserisce sia come opera che cerca di svecchiare i preesistenti modelli stilistici e retorici di cui ci si serviva per scrivere romanzi, come nel contempo cercheranno di fare anche Elsa Morante, Paolo Volponi e Stefano d’Arrigo, sia come tentativo di chiara denuncia, coerentemente al percorso ideologico dello scrittore di Casarsa.

Petrolio: stile e contenuti

Siamo tra il 1973 e il 1975, Pasolini annuncia che si sarebbe dedicato ad un’opera che l’avrebbe impegnato per tutta la vita. E bisognerà peraltro aspettare il 1992 affinché la casa editrice Einaudi decida di affidare al pregiato filologo Aurelio Roncaglia il compito di redigere una versione postuma a partire dallo scartafaccio pasoliniano, attualmente custodito al gabinetto Viesseux di Firenze. Non stupisce che un’informazione distorta e parziale possa riscaldare gli animi, ed è ciò che successe quando, a pochi giorni dalla pubblicazione di Petrolio, l’imprudente penna di Nello Ajello liquidò su l’Espresso l’opera dell’autore come uno zibaldone di sconcezze, “come solo da Pasolini ci si poteva aspettare”. Una lettura, la sua, limitata al sicuramente forte capitolo “Il pratone di Casilina”, dove, in sintesi, il protagonista Carlo si prostituisce con venti ragazzi dei Parioli in un susseguendosi di rapporti orali di dura ricezione da parte del lettore, in effetti.

Si farebbe torto all’impegno di Pasolini, invero, se si circoscrivesse il discorso intorno ad una superficiale analisi del dato erotico-scandalistico, che molta presa ha sui lettori che totemizzano e su quelli che, viceversa, condannano la figura del nostro intellettuale. Il Pasolini sovversivo, spesso mitizzato, caricato, ideologicamente stressato, è sempre stato anche il Pasolini saggista, ovvero un uomo che guarda alla società non da lontano, non da fuori, bensì saggiandola, non ritenendo la cultura un piatto da esibire, adatto ad un consumo chic, ma rivendicandone la dimensione pragmatica: la cultura va «agita», non è un inerte museo. È per questo che l’opera di Pasolini evita di toccare superficialmente problemi di etica e costume, preferendo di gran lunga inserirsi in prima persona nei problemi, smanioso di fornire un’interpretazione sincera, senza filtri.

Non stupisce, pertanto in Petrolio la presenza di lunghe riflessioni, allegoriche e non, sia sui problemi del singolo individuo che su quelli che lo legano alla società, dalla decadenza dei costumi, grande tema di fortuna millenaria, alle tensioni politiche ed economiche. Non è un caso che la verve dell’invettiva sovversiva di Pasolini sia così accesa negli anni di piombo, che saranno poi gli ultimi anni della sua vita, stroncata presso l’Idroscalo di Ostia, strage inattesa o forse più contestuale di quanto si creda.

Il legame tra Petrolio e l’ultimo Pasolini

Lo stretto legame tra Petrolio e l’ultimo Pasolini, quello disperato per il buio in cui sprofonda il paese, destabilizzato da più di un centinaio di attentati, può essere rintracciato proprio nell’affinità degli attacchi rivolti, sia all’interno dell’opera sia negli interventi pubblici, alla Democrazia Cristiana e ai suoi gerarchi, ai loschi rapporti economici con i paesi arabi e con l’Eni. Si legge, a tal proposito, qualche stralcio di un intervento di Pasolini apparso sulla rivista <<Il mondo>> il 28 agosto 1975, due mesi prima del suo omicidio:

“[…] tutto il mondo politico italiano era, ed è, pronto ad accettare sostanzialmente la continuità del potere democristiano, o con fiducia miracolistica, mascherata da serietà professionale, o con gratificante disprezzo. […] In conclusione, il Psi e il Pci dovrebbero per prima cosa (se vale questa ipotesi) giungere ad un processo degli esponenti democristiani che hanno governato in questi trent’anni (specialmente gli ultimi dieci) l‘Italia. Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale. Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati, come Nixon, sul banco degli imputati. Anzi, no, non come Nixon, restiamo alle giuste proporzioni: come Papadopulos. Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese”.

Senza prendere posizione in merito, al di là di quanto di vero o falso vi fosse nella critica di Pasolini, sarà unanimemente considerato un dato oggettivo il rumore che la sua voce potesse fare in quegli anni; si ricorda, tra l’altro, che sarà soltanto vent’anni dopo che Petrolio vedrà la luce in una forma pubblicabile. Una forma mutila, per giunta, essendo lo scartafaccio di 600 pagine dichiarate e di 522 pagine effettive.

Ora, non è affatto scontato che il famoso Appunto 21, di cui nel manoscritto Petrolio rimane solo il titolo (Lampi sull’Eni), sia stato trafugato. Ci sono elementi, infatti, che concorrono a questa ipotesi: intanto nell’Appunto 22 Pasolini lo cita come un capitolo già scritto, che doveva contenere, tra l’altro, riferimenti espliciti al periodo partigiano di Cefis, oscurato da un episodio compromettente (l’uccisione di Mattei?). Di un’effrazione in casa Pasolini nei giorni successivi all’omicidio, poi, parla un cugino dello scrittore, Guido Mazzon, che ricorda una telefonata in cui la cugina Graziella Chiarcossi comunicava quel furto. Nel marzo 2010, Marcello Dell’Utri annunciò che quelle carte sarebbero state esposte alla <<Mostra del libro antico di Milano>>, salvo poi tirarsi indietro. Nessuna speranza, pertanto, di rintracciare il capitolo perduto.

Per quante tesi si possano avanzare in merito, siano esse di natura complottistica o di generico scetticismo, ne resta, purtroppo, solo l’ovvia indimostrabilità: avrebbe destato realmente scalpore il capitolo di Petrolio dedicato all’Eni? Ha qualche attinenza con il tardivo interesse filologico verso l’opera? La morte di Pasolini è stata frutto di un disegno o la soluzione servita su un piatto d’argento ai colpevoli e/o detrattori?

 

Dino Buzzati, narratore di solitudini

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e,
stretti insieme dietro i vetri,
guardando la solitudine delle strade buie e gelate,
ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo”. (Dino Buzzati, “Inverni superflui”)

Il 16 ottobre 1906 nasce lo scrittore Dino Buzzati (San Pellegrino di Belluno, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972) a San Pellegrino di Belluno. Nasce Dino, non l’autore. Si sa, infatti che un autore si vede la luce alla pubblicazione della prima opera e Buzzati esordisce nel 1942 con una raccolta I sette messaggeri. La sua immagine è spesso “bollata”, associata (e criticato duramente), non senza un piglio riduttivo, all’opera Il deserto dei tartari (e Il segreto del bosco vecchio, il secondo pubblicato per la prima volta nel 1935). Una fiaba, quella de Il segreto che di primo impatto potrebbe sembrare ideata per un pubblico in età scolare. E invece, riesce a stupire specialmente il lettore adulto. Elementi didascalici sono rintracciabili, certo. Ma non solo. Non si limita a questo la tensione fantastica dell’autore, né la morale del romanzo; inevitabile il rinvio a Il piccolo principe, di Antoine de Saint-Exupery. Viene in mente perché, si sa, il piccolo avventuroso principe delle galassie è stato da molti considerato l’amico invisibile di tutti i bimbi. Come a dire, non si tratta di un libro per adulti. Nulla di più errato. E lo stesso sterile pregiudizio attanaglia il gioiello narrativo che rappresenta, per l’appunto, Il segreto del bosco vecchio. Non è la prima  opera posta sotto il banco degli accusati da critica e pubblico. Nel 1933 dopo aver conseguito una laurea in Legge, e l’inizio dell’attività di cronista per “Il Corriere della Sera”, Buzzati pubblica il suo primo romanzo: Bàrnabo delle montagne.

Nel ’39 esce invece sforna il manoscritto de Il deserto dei tartari, che verrà pubblicato da Leo Longanesi. A questa opera è associato il nome dell’autore e tutta la sua fortuna/sfortuna. Un uomo, un soldato, narra Buzzati, che è incapace a vivere, a compiere una scelta metaforizza la sua condizione di giornalista impotente e sottomesso alle angherie della sua redazione. Il deserto, metafora naturalistica di rilievo, così come i tartari, i mongoli che non arrivano mai dalle montagne, simboleggiano la paura di vivere e confrontarsi con l’altro, con lo sconosciuto, ma al tempo stesso incarna il timore di una mancato confronto, di una esistenza spoglia e negletta. Il nemico atteso, chiunque esso sia, spaventa, ma intimorisce al protagonista la possibilità che questo nemico non arrivi mai. Apatia, atonia, il deserto è assenza, immeritata vuoto d’azione, scoperta, sana frenesia. Corretto il titolo originario del romanzo, La fortezza infatti non piaceva per niente all’editore, Buzzati può finalmente vedere edita la sua opera. Porta avanti la sua collaborazione con “Il Corriere” prendendo parte, tra le altre iniziative, alla presa di Fiume come corrispondente. Escono lo stesso anno La famosa invasione degli orsi in Sicilia e Il libro delle pipe (operetta umoristica di genere fantastico).

Tra le ultime opere ricordiamo, invece, Paura alla scala (1949), storia di una Milano borghese, affettata da un dopoguerra di estenuanti frivolezze, è la storia degli uomini imprigionati, questa volta, in una fortezza morale e spirituali e Sessanta racconti (1958). Ritorna perciò, in una narrazione rivestita di modernità e accessori nuovi, l’inettitudine degli uomini. Tutte le opere di Dino Buzzati, a seguire Il grande ritratto, Un amore, La boutique del mistero, per citarne alcune tra le ultime, seguono un disegno preciso del proposito autoriale. Egli infatti ricostruisce in ogni romanzo le tappe dell’esistenza, le sue stagioni, dall’infanzia alla senilità. Ciò avviene già nel già citato Il segreto del bosco vecchio, nonostante in quel caso la vena dello scrittore sia favolistica e spensierata, leggera, ma comunque portatrice di una morale. Altro elemento fisso della sua narrativa è senza subbio la montagna, un luogo quasi adamitico, ancestrale e sede della solitudine umana. Ogni uomo è solo, condannato ad affrontare ostacoli, esperienze ingannevoli. Alla fine, ogni protagonista è trasportato verso il baratro della morte, della sconfitta, della solitudine. Anche in Un amore (1963), dove si racconta di un amore biologico, viscerale senza veli e senza timore di raccontare scomode verità sulla natura umana; il protagonista è costretto ad abbattere barriere, ma in tal caso queste si incarnano nel prestigio sociale, nel denaro, fino a desiderio di conquistare la donna amata, anche se quest’ultima è una prostituta ai margini del mondo dabbene. Anche l’amore viene trattato in tutta la sua imperscrutabilità. Una narrativa, perciò quella di Dino Buzzati, segnata dalle tappe fondamentali del vivere, quelle stagioni dell’esistenza che vedono l’uomo protagonista assoluto della propria storia.

Dino Buzzati ha sfruttato spesso in maniera geniale la presenza del mistero e del fantastico all’interno delle sue opere, toccando zone profonde, il cui lerciume va oltre il dato fisiologico della passione sensuale, regalandoci pagine dense di inquietudini, tensione, solitudini, smarrimenti, suggestioni, svelte descrizioni. La chiave di lettura da adottare in relazione alla narrativa dello scrittore è prevalentemente di tipo esistenzialistico-filosofico, in quanto l’attenzione dello scrittore appare rivolta soprattutto alla concreta realtà dell’esistere, all’uomo (illuso e che dovrà arrendersi di fronte all’ineluttabilità del destino), raffigurato sia nella sua ansiosa ricerca di rivelazione dell’Essere, che nella sua angoscia per l’impossibilità di una qualsivoglia rivelazione come si evince da questo passo de Il deserto dei Tartari:

“Il tempo è fuggito tanto velocemente che l’animo non è riuscito ad invecchiare. E per quanto l’orgasmo oscuro delle ore che passano si faccia ogni giorno più grande, Drogo si ostina nella illusione che l’importante sia ancora da incominciare”.

 

 

Laudomia Bonanni, tra politica sociale e filosofia

Dal racconto Il fosso (1949) al romanzo L’impuntata (1960), il percorso letterario della scrittrice e maestra elementare abruzzese Laudomia Bonanni (L’Aquila, 8 dicembre 1907 – Roma, 21 febbraio 2002), è stato deciso e probo, non incline alle sollecitazioni esterne che hanno caratterizzato la narrativa novecentesca. Ai più il nome di Laudomia Bonanni può non dire nulla, ma la scrittrice abruzzese ha offerto un importante spaccato della realtà contemporanea abbracciando sia la tematica politico-sociale che quella filosofico esistenziale, costruite su uno stile inconfondibile.

Le opere iniziali della scrittrice sono caratterizzati da un ostinato bisogno di andare a fondo nella realtà delle cose e dei sentimenti, alla ricerca del dettaglio più incisivo, aspetto che pur non abbandonato del tutto nei suoi romanzi successivi, si arricchisce di una certa fluidità narrativa. La Bonanni spesso impronta il racconto su due fronti: quello dell’inchiesta poliziesca e giudiziaria e quello dell’indagine morale, di ambiente e di costume. Il lettore si sente avvolto dalle opere della Bonanni, anzi ne resta invischiato perché ha la sensazione di partecipare alle vicende senza scampo; e risiede proprio qui il potere stilistico della scrittrice: è in questa capacità di rendere il linguaggio duttile e resistente, sinuoso, rigoroso sintatticamente, fatto di proposizioni brevi. La tecnica formale della Bonanni applica una sorta di scienza del guardare, ma il suo non è un guardare analitico, è un guardare interno, sorretto da un’amara coscienza morale, ed è evidente come la scrittrice sia stata influenzata dalle letture di James Joyce e di Virginia Woolf . Dalle opere della Bonanni emerge anche una scontrosa carità, una chiaroveggenza interiore, la tendenza ad avvolgere i sentimenti dei suoi personaggi, quasi tutti di estrazione piccolo-borghese o paesana, in una rete di notazioni psicologiche, costruita su uno sfondo tutt’altro che nitido.

Tuttavia con il romanzo L’adultera (1964) la Bonanni sembra non voler più affaticare il lettore e condensa la sua consueta indagine interiore in una fluente epigrammaticità: ogni sensazione, ogni immagine, ogni ricordo, ogni pensiero, affiorano nella mente della protagonista del romanzo, Linda, una Madame Bovary novecentesca spoglia di ogni sentimentalismo, romanticismo e trasalimenti patetici. Il discorso narrativa diventa indiretto ed ellittico, a volte epigrafico. Linda è una donna stanca di suo marito tornato in casa dopo anni di prigionia, inerme sessualmente, che si divide tra questa sua stanchezza e l’amante che l’aspetta a Roma. La donna, ancora bella, si trova a vivere una condizione di nevrastenia psicopatica, è insofferente, ansiosa ma lucida, come denotano le pagine  “proustiane” dedicate al suo viaggio in treno, immersa in un dormiveglia che le favorisce il riemergere dei ricordi del passato, della sua vita intima.

Laudomia Bonanni ci ha offerto con arte e sobrietà anche un dato della psicologia e del costume della donna del nostro tempo, nella sua trasformazione in atto, partendo dall’osservazione femminile nel quadro etico-sociale dell’Italia contemporanea. Tra le altre sue opere ricordiamo: Palma e sorelle (1954), Città del tabacco (1977), Vietato ai minori (1974), La rappresaglia (uscito postumo del 2003) oltre a diverse opere di narrativa per ragazzi.

Il giorno della civetta, l’inquietante attualità di Sciascia

Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia rappresenta il primo esempio di denuncia sociale dell’esistenza della mafia in un clima politico, quello dell’inizio degli anni ’60, che preferiva glissare sulla questione piuttosto che ammetterne apertamente l’esistenza.

Sciascia pubblica il suo romanzo breve nel 1961 per Einaudi narrando con il ritmo del racconto poliziesco la storia dell’omicidio di Salvatore Colasberna, capo di una cooperativa edilizia, personaggio inventato sul modello del sindacalista comunista Accursio Miraglia, ucciso dalla mafia nel 1947 a Sciacca. L’imprenditore viene assassinato poco prima di salire sull’autobus per Palermo, un autobus pieno di gente che, poco prima dell’arrivo della polizia, scompare per non essere costretta a testimoniare sul fatto. A occuparsi delle indagini sarà il capitano Bellodi, indicato nel libro sempre per cognome, personaggio inventato ma basato anch’egli su una figura reale, quella del comandante dei carabinieri di Agrigento Renato Candida.

Il titolo Il giorno della civetta richiama il tema dell’omertà e trae spunto dall’Enrico VI di Shakespeare, dal passo in cui la regina Margherita incoraggia i suoi uomini a combattere: “E chi non vuole combattere per una tale speranza vada a casa e a letto e se si alza, sia oggetto di scherno e di meraviglia come la civetta quando di giorno compare”. I codardi rappresentano gli omertosi che vedono ciò che accade davanti ai loro occhi ma decidono di volgere lo sguardo altrove. Il capitano Bellodi riesce, dopo un colloquio con il suo informatore Calogero Dibella, detto Parrinieddu, e grazie ad una lettera anonima, a collegare l’omicidio a un giro d’affari di stampo mafioso e anche alla scomparsa di Paolo Nicolosi, che accidentalmente aveva visto l’assassino di Colasberna fuggire dal luogo del delitto. La moglie di Nicolosi, durante l’interrogatorio, finge di non ricordare il nome dell’uomo visto dal marito: “Il maresciallo, con gli occhi che tra le palpebre parevano diventati due acquose fessure, violentemente si protese a guardarla: e lei precipitosamente, come se il nome le fosse venuto su con un singulto improvviso, disse <Zicchinetta>”. Quell’ingiuria, che richiama un gioco d’azzardo che si fa con le carte siciliane, appartiene a Diego Marchica. Dopo il suo arresto viene ucciso anche Parrinieddu, che prima di morire aveva scritto un biglietto indirizzato al capitano Bellodi con su scritto due nomi: Rosario Pizzuco e Mariano Arena, capomafia del paese. Grazie a uno stratagemma in caserma viene fatto credere a Marchica di essere stato tradito da Pizzuco, che alla fine ammette l’uccisione di Colasberna ma attribuisce quella di Nicolosi a Pizzuco.

Uno dei passi più conosciuti del libro è di sicuro una parte dell’interrogatorio di Bellodi a don Mariano Arena, presunto mandante degli omicidi:

“Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo… “.

Ma al processo, che avviene durante una licenza del capitano Bellodi, viene ribaltato l’esito della sua indagine, grazie alla costruzione di alibi di ferro per gli indagati, creati ad arte da un boss, di cui non si fa il nome, ma superiore allo stesso don Mariano, e alla proposta di un movente passionale. Il romanzo si conclude tristemente con Bellodi che ricorda il suo periodo in Sicilia, promettendo a sé stesso di tornarci: “Si sentiva un po’ confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia: e che ci sarebbe tornato. <<Mi ci romperò la testa>> disse a voce alta”.

Questo romanzo giallo tratta il tema della mafia sottolineando soprattutto il tema dell’omertà e del legame fra mafia e potere, che insieme insabbiano crimini come quello di Colasberna e non a caso nel romanzo viene citato nel romanzo il rapporto di amicizia fra Marchica e l’onorevole Livigni. Sciascia sollecita la coscienza di tutti noi, costringendoci a convivere con i personaggi, ad annusare il pericolo a ogni svolta, immerso nell’atmosfera rarefatta della realtà di un Paese soffocato dalla mafia. La scrittura deliberatamente tralascia il superfluo, è essenziale, chirurgica, si avvale di frammenti e di fermo-immagini, scevra da qualsiasi compiacimento.

Da imporre in tutte le scuole, da leggere e rileggere. Soprattutto in questo momento storico italiano, sporcato, tra le tante cose, dallo scandalo della Mafia Capitale, Il giorno della civetta si rivela ancor di più un romanzo di un’inquietante e drammatica attualità.  C’è bisogno di parlare di giustizia, di un’ostinata ricerca della verità, c’è bisogno di tanti (e ci sono) capitani Bellodi, del suo voler rompersi la testa contro un muro che a quaranta anni di distanza è ancora ben protetto.

Il giorno della civetta ha ispirato il film omonimo diretto da Damiano Damiani nel 1968, con Franco Nero e Claudia Cardinale.

‘Chiedi alla polvere’, il viaggio esistenziale di John Fante

Così l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro. (John Fante)

Chiedi alla polvere dello scrittore italo-statunitense John Fante, rappresenta uno dei successi letterari più trascurati e sottovalutati del Novecento. In realtà dalla sua uscita, nel 1939, fu quasi dimenticato fino all’inizio degli anni ’80, riportato alla luce da un suo grande estimatore, Charles Bukowski.

John Fante pur non essendo elencato fra gli autori della Beat Generation, ne ha saputo tracciare le linee guida principali, tra le quali la vita sulla strada, il sesso “liberato” e l’utilizzo di sostanze stupefacenti. La “polvere” del romanzo è quella delle strade di Los Angeles, proveniente dal deserto Mojave, ma è anche la polvere che seppellisce le speranze dei giovani d’America, sulle ruote di vecchi autobus che promettono la speranza di una nuova vita sulle coste californiane, ma ciò che trovano non è Pasadena o le spiagge di Santa Monica, bensì i marciapiedi polverosi dei sogni infranti di tutti gli immigrati del Middle West. A questo gruppo di giovani appartiene anche all’incoerente e narcisista, ma anche sensibile e generoso Arturo Bandini, alter ego dello stesso John Fante, aspirante scrittore di origini italiane natio del Colorado e alla ricerca del successo. Arturo vive nell’albergo “Alta Loma”, a Bunker Hill, alla ricerca dell’ispirazione per scrivere il grande romanzo americano. Afferma il protagonista:

“Ah, il grande scrittore! Come fa a parlare delle donne, se non ne hai mai avuta una? Ehi, tu, miserabile impostore, fasullo che non sei altro, per forza non riesci a scrivere! Non c’è da stupirsi se non c’è nemmeno una donna in Il cagnolino rise. Non c’è da stupirsi se non c’è una storia d’amore, povero scemo, scolaretto presuntuoso. Dovevo scrivere una storia d’amore, imparare cos’era la vita!”.

E sarà proprio l’incontro- scontro con Camilla Lopez, giovane cameriera messicana di un bar malfamato, della quale si innamorerà ma con la quale non riuscirà ad avere una vera storia d’amore, a dargli l’ispirazione per scrivere. In Chiedi alla polvere non c’è alcun romanticismo, c’è la cruda realtà delle insicurezze e delle contraddizioni dei primi contatti con l’altro:

“Mi baciò ancora una volta e fu come se avesse appoggiato le labbra su un pezzo di arrosto freddo. Ero disperato […]. Poi sentii che il suo disprezzo si stava trasformando in odio e fu allora che cominciai a desiderarla. Evviva, Arturo, gioia e forza, forza e gioia…”

Camilla Lopez è un altro personaggio autobiografico, è la Marie Baray di John Fante, con la quale l’autore ruppe in malo modo nel 1936, una giovane dal fascino latino che ha in comune con Camilla anche il destino amoroso. Lo stesso Fante suggerisce una lettura politica dell’incapacità di Arturo e Camilla a relazionarsi normalmente, come lo scontro razziale fra la cultura messicana e quella italiana.

La storia di Chiedi alla polvere è il più classico viaggio esistenziale di un ragazzo che diventa uomo, nello scenario dei bassifondi e delle strade deserte della West Coast. In altre parole non accade mai nulla nel romanzo. Dissacrante, ironico, scanzonato, struggente, disperato, racconta la storia di un ragazzo perso, perso dentro, che si affanna alla ricerca di qualcosa che alla fine non è neanche certo di aver trovato. La scrittura è spezzata, schizofrenica e trasuda realismo, tracciando con linee asciutte un paesaggio disincantato, forse fin troppo. Immediato il paragone con Salinger e Il Giovane Holden, sia per lo sperimentalismo linguistico sia per la rappresentazione dissacratoria dell’America dimenticata della prima metà del Novecento; sebbene dal confronto con Holden Caulfield, Arturo Bandini ne esca sconfitto.

Un capolavoro o un libro sopravvalutato? Chiedi alla polvere è uno di quei libri che dividono, di cui probabilmente non si afferra pienamente il significato pur essendo consapevoli di trovarci davanti ad un romanzo importante (si è detto che anticipa la scrittura beat), che ci sussurra di interrogare la polvere per avere delle risposte, per far riafforare ricordi e sentimenti.

Nel 2006 è stato anche realizzato un film con lo stesso titolo per la regia di Robert Towne con Colin Farrell e Salma Hayek.

Stephen Dedalus: il martire e il mito di Joyce

“Vivere, sviarsi, cadere, trionfare, ricreare la vita dalla vita”: questa potrebbe essere la frase del protagonista di Stephen Dedalus che racchiude l’intero significato del romanzo di Joyce.

Pubblicato nel 1914-1915, Stephen Dedalus fa parte della trilogia irlandese (con Gente di Dublino e Ulyses); un’opera non sempre di facile comprensione, ma che rivela la sua potenza espressiva chiaramente solo nel finale, in cui il lettore si rende conto del significato di pagine e pagine di romanzo, dominate soprattutto da una tecnica simile al “flusso di coscienza”.

Pochi discorsi ma molte immagini, descritte dalla mente del protagonista, infatti caratterizzano questa opera: Stephan Dedalus, il protagonista che mischia già nel nome sacro e profano (Stefano, il primo martire e Dedalo, l’eroe mitologico) è stato visto da molti come l’alter ego di Joyce. Ma più di questo è interessante capire come si sviluppi il personaggio durante l’arco del racconto: Stephen è un giovane che studia presso un collegio gesuita: l’adolescenza sarà per lui l’età che devasterà il suo animo, sempre desidoroso di conoscenze e di domande e che poco si confà alla rigida educazione impartita nel collegio. Qui scopre l’amore, i piaceri della carne, le pulsioni bestiali che ogni ragazzo adolescente prova: solo successivamente, in confessione, scopre che i peccati carnali da lui commessi, i pensieri impuri sognati sono in realtà atroci peccati che vanno contro la morale religiosa.

Inizia così il suo cammino di redenzione: l’autore ce lo offre con pagine e pagine di descrizioni interiori, di squarci di una esistenza dominata dal grigiore e dalla irreprensibilità di leggi severe a cui obbedire, senza farsi domande. Seguire i precetti, pregare, confessarsi, studiare problematiche teologiche e filosofiche (come il problema dell’estestica). Tutto fino a una notte, in cui incontra alcuni suoi vecchi compagni che, dominati da un istinto leggero, fanno il bagno durante la notte: lo chiamano, vogliono che si aggiunga a loro. Dedalus, dopo un primo tentennamento, si lascia anche lui andare: nella penombra, vede una ragazza che fissa il mare, gli appare magnificamente bella, va in estasi e gli viene in mente, pensando a se stesso, questa domanda: “dov’era la sua adolescenza?”. Dove l’aveva nascosta? Esisteva ancora, nascosta tra le pieghe dei libri e dispersa tra le stanze del collegio?

Ed ecco che, quando si trova a frequentare l’università, i suoi pensieri sono ben altri: non crede più come prima. O meglio, crede nel farsi domande, crede nell’uomo: questo lo porta a una crisi religiosa, lo porta a liberare anche il suo talento letterario, riconosciuto anche dai suoi colleghi.

La crisi sarà suggellata dal dialogo finale con Cranly, suo fedele compagno di studi, in cui si palesa l’avvenuta trasformazione: la libertà come risposta, la solitudine come rischio da correre, per sfuggire alle catene della morale e del pensiero comune.
Stephen Dedalus è un’opera complessa, ricca di spunti, ma che porta solo e soltanto a una conclusione: il viaggio di Stephen è una catarsi, una espiazione che è completa solo se si è potuto sperimentare su se stessi il dolore dell’incomprensione con il proprio animo, la tragicità della dissociazione con una società che non è lo specchio delle proprie pulsioni. Il martire Stephen non esiste più, ora c’è Dedalo che ha costruito le ali per volare fuori dal labirinto del Minotauro.

 

 

Exit mobile version