‘Il Signore degli Anelli’ di Tolkien, un mondo immaginario ma reale nella recensione del poeta Auden

Al mondo esisteranno pure lettori che non amano le Gesta Eroiche, però io non ne ho mai incontrati. Per molti di noi costituiscono il più piacevole genere letterario, al punto che non possiamo fare a meno di divorarne le pagine anche quando la nostra capacità critica le bolla come spazzatura. Chiunque ricordi Lo Hobbit come il miglior racconto per bambini degli ultimi cinquant’anni non potrà che aprire la nuova opera del professor Tolkien con le più alte aspettative, e tuttavia La Compagnia dell’Anello le supera tutte. Sarebbe alquanto sorprendente se entro il prossimo Natale il libro non lo rendesse ricco.

Nel parlare di un romanzo di questo tipo il recensore si trova in difficoltà, perché non deve rovinare il gusto della lettura rivelando la trama, che in questo caso è intrigante almeno quanto quella de I Trentanove Scalini. Di norma i racconti epici trattano di un oggetto arcano di cui il Nemico si è impossessato, o che terrificanti guardiani proteggono da quanti ne sono indegni; nessuno può recuperarlo se non l’eletto, il cui compito è appunto quello di trovarlo. Ne La Compagnia dell’Anello, l’oggetto arcano (che somiglia all’Anello dei Nibelunghi, ma ancora più minaccioso) è già all’inizio in mano all’eroe. Il Nemico che lo ha creato lo credeva perduto per sempre, ma ora ha scoperto dove si trova e dispiega i suoi mezzi demoniaci per recuperarlo. E poiché nemmeno i giusti possono farne uso senza soccombere al male, deve essere distrutto: questo però si può fare soltanto in un certo modo e in certo luogo, che si trova purtroppo nel cuore del regno Nemico. La Missione, quindi, consiste portare l’Anello nel luogo della sua disfatta, senza mai essere intercettati.

Questa Missione si svolge all’interno di un mondo scaturito dall’immaginazione di Tolkien, con tanto di paesaggi, storia, abitanti. Nelle sue linee generali, questo mondo è Celtico e Scandinavo, più che Mediterraneo. L’eroe, il signor Frodo Baggins, appartiene a una razza di creature note come Hobbit. Nonostante la statura di tre piedi soltanto e la peluria plantare, gli Hobbit ricordano molto nel modo di pensare e nella sensibilità gli arcadici paesani che popolano i racconti gialli inglesi. Per mille anni questi esseri rurali hanno goduto di un’esistenza idilliaca all’interno di una fertile regione denominata la Contea, poco informati (e per nulla interessati) sulla vita oltre il confine. In realtà, la Contea è una piccola oasi in un mondo in decadenza: quelle che erano un tempo grandi città ormai sono cadute in rovina, fertili pianure si sono trasformate in sterili distese, le strade e i ponti sono uno sfacelo, ovunque si è braccati da bestie feroci e poteri maligni. Oltre agli Hobbit e alla loro infantile innocenza, incontriamo Elfi (che conoscono il bene e il male, ma non hanno sperimentato la Caduta), Nani e Uomini (buoni o cattivi). Alcuni di loro sono eroici combattenti, e discendono da sovrani del passato, altri sono stregoni. L’incarnazione più recente del Nemico è Sauron, Signore di Barad-dûr, la Torre Nera della Terra di Mordor. Sauron è a capo di un esercito di Troll, Orchi e altre creature ancora più letali, e ogni giorno accresce il suo potere sulle menti degli uomini.

Uno scrittore contemporaneo che si prefigga di creare un universo immaginario ma convincente ha davanti a sé impresa molto più ardua di quella affrontata dagli autori dei romanzi cortesi, perché non può scrivere né essere letto senza tenere a mente la letteratura del verosimile e la ricerca scientifica degli ultimi secoli. Per questo, darà una qualche idea del portento di Tolkien il fatto che sono riuscito a trovare solo due dettagli poco plausibili da contestargli. I dettagli stessi illustrano bene le differenze fra i lettori del ventesimo secolo e i contemporanei di Edmund Spenser. In primo luogo, leggiamo che gli Hobbit hanno conosciuto molti anni di prosperità, immuni da guerre, pestilenze e carestie, e che di norma sono longevi e hanno famiglie numerose. In tal caso, non riesco a concepire come la sovrappopolazione non li abbia costretti a emigrare dalla Contea. In secondo luogo (dettaglio quasi irrilevante) il prosciugamento del fiume Sirannon viene attribuito ad una diga, che ha creato un lago. Questo lago è però pieno da anni: dove vanno a finire le sue acque?

Il primo problema che si presenta a chi crea un mondo immaginario è lo stesso che si presentò ad Adamo: deve stabilire un nome per ogni cosa e ogni creatura; questi nomi devono essere appropriati e coerenti fra loro. Già in un universo ‘comico’ il compito è arduo; in uno ‘serio’, il successo sembra quasi un miraggio. Posso solo dire che l’abilità di Tolkien al riguardo supera quella di qualsiasi altro scrittore a me noto, morto o vivente. Il paesaggio del suo racconto è vastissimo: da est a ovest, dalle Colline Ferrose al Golfo della Luna, corrono milleduecento miglia, e da Nord a Sud, da Carn Dum al delta dell’Anduin, ne passano millecento. In questa regione vivono numerose specie dotate di parola: ognuna ha la sua nomenclatura, la sua storia e la sua politica, eppure l’autore trova senza difficoltà apparente nomi che sembrano ineluttabili. Vero che è un filologo rinomato, però chi dei suoi colleghi saprebbe inventarsi linguaggi ‘buoni’ e ‘malvagi’ convincenti quanto i seguenti esempi?

A Elbereth Gilthoniel,
silivren penna míriel
o menel aglar elenath!
Na-chaered palan-díriel
o galadhremmin ennorath,
Fanuilos, le linnathon
nef aear, sí nef aearon!
Ash nazg durbatulûk, ash nazg gimbatul,
ash nazg thrakatulûk, agh burzum-ishi krimpatul

E ancora: quale altro creatore di paesaggi immaginari possiede un altrettanto acuto occhio per la topografia? Perché un viaggio sembri reale, il lettore deve poter vedere i luoghi attraversati come li vedrebbe il viandante, vale a dire diversamente a seconda del mezzo di trasporto e delle circostanze della missione. Alla fine del libro Frodo Baggins ha percorso all’incirca milletrecento miglia, in gran parte a piedi, coi sensi costantemente all’erta per via della paura, scrutando ogni angolo del cammino in cerca dei suoi inseguitori; eppure, Tolkien riesce a convincerci di non aver tralasciato nemmeno un dettaglio di quelli colti dai suoi eroi. In effetti, è talmente accurato che il lettore che consulta la bellissima cartina a fine libro si accorgerà subito che il percorso effettuato fra il Ponte sull’Hoarwell e il Forte di Bruinen è disegnato in modo errato.

Nelle circostanze critiche che caratterizzano le trame eroiche, le reazioni contemplate non sono molte (combattere o fuggire, essere leali o tradire), e le sfumature caratteriali non sono possibili né importanti. I personaggi devono rappresentare gli archetipi letterari fondamentali: il Saggio, il Forte, lo Spensierato, il Cauto, la Dama Bianca, il Signore Oscuro. Tolkien riesce intelligentemente a dare ad ogni archetipo una profondità e una solidità fuori dal comune, e racconta per ognuno di loro una storia che è rappresentativa del clan a cui appartiene. Il passato di Aragorn, ad esempio, parla non solo di lui ma di tutti i Raminghi. Soltanto un personaggio non gli è riuscito, ma forse si tratta di antipatia personale. Sam Gamgee, lo scudiero fidato, è senz’altro un personaggio rispettabile e suppongo dovremmo apprezzarlo, però a me fa solo venir voglia di prenderlo a calci.

Probabilmente la più grande impresa di Tolkien è esser riuscito a scrivere un romanzo epico che sembra del tutto pertinente alla realtà dell’epoca in cui viviamo. Quando leggiamo storie medievali del medesimo genere, per quanto piacevoli le possiamo trovare, siamo talvolta tentati di domandare al Cavaliere Errante: la tua missione è così importante? Persino nella ricerca del Sacro Graal, il successo o il fallimento sono rilevanti soltanto per quelli che la intraprendono. È difficile scrollarsi di dosso il sospetto che, nel caso dei suddetti Cavalieri, la loro ‘vocazione’ sia un termine altisonante che designa il passatempo a cui i più ricchi possono giocare mentre il duro lavoro è svolto dai ‘villani’. Ne La Compagnia dell’Anello, al contrario, il destino dell’anello segnerà l’esistenza di popoli interi, che magari nemmeno l’hanno mai sentito nominare. Inoltre, come accade nella Bibbia e in altre fiabe, l’eroe non è un Cavaliere, a cui il lignaggio e l’educazione abbiano donato una aretè fuori dal comune, ma un hobbit non diverso da tutti gli altri. Non è il saggio Gandalf, o il potente Aragorn, che viene chiamato a compiere questa missione pericolosa e potenzialmente mortale, ma Frodo Baggins, il quale volentieri ne farebbe a meno; e se ci domandiamo perché proprio lui, e non uno delle centinaia come lui, l’unica risposta è che il caso, o la Provvidenza, lo ha scelto, e lui non può che obbedire.

Se esistono persone per le quali leggere La Compagnia dell’Anello può essere dannoso (e probabilmente ce ne sono), si tratta di coloro che ne trarranno un parallelismo troppo letterale alla nostra attuale situazione. In un romanzo è giusto e naturale che le idee malvagie siano incarnate in creature malvagie, ma se guardiamo alla storia questa è una teoria pericolosa. Viviamo purtroppo in un’epoca nella quale se pensiamo a ideologie perverse, subito possiamo localizzare sull’atlante la posizione di Dol Guldur e Barad-Dûr (credo di essere in grado di identificare Minas Tirith, anche se il New Statesman, da sinistra, non mi darebbe ragione); sarebbe un errore, tuttavia, concludere che tutti gli abitanti ad Est dell’Anduin siano Orchi da sterminare.

Null’altro ho da aggiungere su quest’opera magnifica se non che è piuttosto indelicato da parte dell’editore non pubblicare contemporaneamente al primo i due volumi successivi, Le Due Torri e Il Ritorno del Re: mi è insopportabile dover aspettare per scoprire cosa accada al Portatore dell’Anello. Spero poi che nella seconda edizione infileranno la mappa in una busta al posto di incollarla alla copertina: come me, infatti, molti lettori la staccheranno per poter seguire il percorso della storia, col rischio di perderla. Per finire, a chi (come il sottoscritto) scorre nelle vene sangue Nano, piacerebbe che il signor Tolkien disegnasse anche una carta geologica.

 

Wystan Hugh Auden

 

Fonte

“Il Signore degli Anelli è un libro meraviglioso. Anche se prenderei a calci Sam Gamgee”. La recensione di Auden al capolavoro di Tolkien

‘Resurrezione’ di Tolstoj, una lectio magistralis per Pasqua attraverso una storia d’Amore

È di un anno che precede il Novecento, l’ultimo romanzo dal titolo Resurrezione, del grande scrittore russo Lev Tolstoj, secondo alcuni persino superiore a Guerra e pace e ad Anna Karenina e basato su un episodio realmente accaduto al procuratore Koni, amico di Tolstoj.

L’incipit di Resurrezione tra i più esplosivi e seducenti della storia della letteratura –, travolgente, intimo, e denota un’inversione di tendenza, un cambio di passo rispetto a Guerra e pace, poema della Russia e dei suoi salotti, e ad Anna Karenina, tragedia della ricca donna vittima di quella smania di dolore e struggimento che spesso investe gli individui che hanno tutto dalla vita:

«Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalcavano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse, per quanto esalassero fumi di carbon fossile e petrolio, per quanto abbattessero gli alberi e scacciassero tutti gli animali e gli uccelli, – la primavera era primavera anche in città. Il sole scaldava, l’erba, riprendendo vita, cresceva e rinverdiva ovunque non fosse strappata, non solo nelle aiuole dei viali, ma anche fra le lastre di pietra, e betulle, pioppi, ciliegi selvatici schiudevano le loro foglie vischiose e profumate, i tigli gonfiavano i germogli fino a farli scoppiare; le cornacchie, i passeri e i colombi con la festosità della primavera già preparavano i nidi, e le mosche ronzavano vicino ai muri, scaldate dal sole. Allegre erano le piante, e gli uccelli, e gli insetti, e i bambini. Ma gli uomini – i grandi, gli adulti – non smettevano di ingannare e tormentare se stessi e gli altri. Gli uomini ritenevano che sacro e importante non fosse quel mattino di primavera, non quella bellezza del mondo di Dio, data per il bene di tutte le creature, la bellezza che dispone alla pace, alla concordia e all’amore, ma sacro e importante fosse quello che loro stessi avevano inventato per dominarsi l’un l’altro».

Il principe Nechljudov, protagonista maschile di Resurrezione, chiamato a decidere come membro di una giuria popolare della condanna di una prostituta, riconosce in lei la ragazza che aveva sedotto molti anni prima e, dopo aver assistito alla sua ingiusta condanna, matura la volontà di salvarla e di sposarla. Katjuša pare però rifiutare la proposta e le attenzioni del principe, il quale, divorato dal rimorso, decide di seguirla comunque ai lavori forzati in Siberia con l’immutato proposito di redimerla. Egli assisterà infine al riscatto della ragazza e troverà lui stesso, attraverso la lettura del Discorso della montagna di Gesù, la via per riscattare la propria anima.

Fu lo stesso Nechljudov causa della rovina esistenziale e morale della protagonista, sedotta, ingravidata ed abbandonata quand’era ancora una giovanissima e rispettabile fanciulla. La Maslova, divenuta ora una volgare prostituta alcolizzata, viene ingiustamente condannata ai lavori forzati per omicidio, e nel principe, che ha fatto parte della giuria popolare impegnata nella causa della donna, scatta qualcosa, una scintilla che presto assume le dimensioni di un incendio inestinguibile. Nechljudov vuole riscattare la propria colpa e redimere Katiuša, anche sposandola se necessario. Decide di prendersi cura di lei, di seguirla ovunque, anche in Siberia. Un mutamento incredibile, repentino e drastico, che lo porta a recidere con decisione i rapporti con l’alta e vuota società alla quale appartiene, avviene nell’animo del principe. Una resurrezione per entrambi i protagonisti del romanzo.

Resurrezione è un documento molto importante sull’evoluzione del pensiero dello scrittore russi. Anche lo stile è molto originale. Nonostante sia particolarmente intriso di ideologia, molti punti sono romanzeschi a livello magistrale, come le descrizioni dell’amore tra i due protagonisti quando erano giovani, le quali ricordano a tratti il Tolstoj di Guerra e pace e dei paesaggi, dei luoghi, della società russa dell’epoca.

Dopo essere giunto alla conclusione che non con la filosofia o le scienze, ma solo con la fede l’uomo può sperare di comprendere il senso ultimo dell’esistenza, Tolstoj si applica a trovare un modo per conciliare fede e ragione. Egli vuole una fede che risulti chiara per la ragione umana, anzi, che in un qualche modo dipenda dalla ragione: «Io voglio comprendere – scrive Tolstoj, – in modo tale che ogni proposizione inspiegabile mi si presenti come una necessità della ragione». E ancora:

La rivelazione non può essere fondata sulla fede come la concepisce la Chiesa: credere in anticipo a quanto mi verrà detto. La fede è una conseguenza, pienamente soddisfacente per la ragione, dell’inevitabilità, della verità della rivelazione. La fede, nella concezione della Chiesa, è un obbligo, riposto nell’anima umana a forza di minacce e di ammonizioni. Nella mia concezione la fede è tale perché è vero il fondamento su cui si fonda ogni attività razionale.

Benché Tolstoj, accanto alla volontà di carpire con la ragione la fede, affermi anche la necessità di sottomettersi alla volontà divina, ci troviamo davanti ad una contraddizione solo apparente: anche questa necessità infatti può essere compresa dalla ragione.

Lo sforzo del principe, il quale, dopo aver letto il Vangelo, non chiude occhio per tutta la notte, è direzionato alla ricerca di Dio, della vera fede e del giusto modo di vivere. Anche quando non è possibile individuare un tale percorso, il motivo centrale di questo, come di altri romanzi di Tolstoj è strettamente legato a problemi religiosi e morali.

Come narra lo stesso Tolstoj, al principe è successo quello che spesso succede a chi vive di solo intelletto, ovvero che un pensiero che inizialmente ci appare come un paradosso, finisce poi per diventare una verità semplicissima ed evidente: <<No, non è possibile che la cosa sia così semplice>>, dice ad un certo punto tra se Nechljudov e conviene che se esistono una società ed un ordine relativo è perché ci sono ancora uomini che hanno compassione e amore per i loro simili, non perché ci sono giudici e legislatori che puniscono.

 

 

Fonte: Academia.edu

‘Tutto ciò che abbiamo amato’: il romanzo apocalittico di Jim Crace

L’America come la conosciamo non esiste più. Le macchine si sono fermate, la popolazione è stata decimata da una misteriosa epidemia, il terreno contaminato da tossine, e in questo scenario di morte e dolore è cominciata la grande emigrazione: i sopravvissuti si muovono verso est, verso la speranza e la possibilità di un imbarco per l’Europa. Ferrytown è una stazione di transito, che sopravvive proprio su questo incessante, disperato flusso migratorio. Ed è qui che arrivano Franklin Lopez e suo fratello Jackson, pellegrini verso l’oceano. Franklin ha un dolore a un ginocchio e si ferma sulle colline, mentre il fratello scende a Ferrytown per vedere di guadagnare qualcosa. In una casupola sulle colline Franklin incontra una donna, Margaret, febbricitante e isolata da tutti. Insieme i due intraprenderanno il cammino attraverso quest’America distrutta, aiutandosi a vicenda e trovando anche la forza di un amore inaspettato.. Questa la trama del romanzo di Jim Crace, Tutto ciò che abbiamo amato, 2007.

In un futuro non meglio precisato, l’America è ridotta a un campionario di vestigia arrugginite e fatiscenti, le città sono cocci di un’antica umanità che spuntano in un paesaggio da Nuova Frontiera. Due fratelli, Jackson e Franklin, partono a piedi dalla fattoria dove vivono con la madre alla volta della costa, dove si dice salpino navi in grado di attraversare l’oceano dirette in Europa, un vecchio continente misterioso dove a quanto pare non mancano opulenza e ricchezza.

A loro basta fuggire dalle ristrettezze di un’America tornata alla vita rurale, alla fatica di vivere per un minimo di sussistenza. Poco dopo la partenza, però, si separano: Jackson, corpulento e avventuriero, si dirige verso una cittadina che funge da snodo di transito per i numerosi viaggiatori che si arrischiano a percorrere le pericolose strade infestate da banditi spietati. Franklin è costretto a fermarsi perché di costituzione fragile, con una gamba malmessa, e si rifugia in una baita apparentemente abbandonata.

In realtà, la casupola ospita Margaret, una ragazza con la testa rasata per evitare il contagio di un morbo mortale, forse la causa mai rivelata della fine della civiltà per come la conosciamo. La ragazza sopravvive, e lentamente instaura con Franklin un rapporto di fiducia che si trasforma in un sentimento molto profondo, assimilabile all’amore ma anche alla necessità di aiutarsi a vicenda, a suo modo più sincero e puro.

Anche il loro idillio è destinato a essere interrotto. Franklin viene catturato da un gruppo di predoni e tenuto in schiavitù, fino a quando non riesce a fuggire tentando di raggiungere Margaret. La ragazza trova ospitalità in una specie di comune organizzata da monaci – uno strano culto che vieta il possesso di oggetti di metallo, materiale considerato impuro perché retaggio del mondo precedente, votato all’autodistruzione.

Dopo una serie di peripezie, i due riusciranno a ritrovarsi e proseguire il viaggio. Ma siamo sicuri che al di là dell’oceano, in una terra dove si parla una lingua sconosciuta – potrebbe essere francese, oppure si lascia sottinteso che in America non si parli più inglese – la vita sarà migliore? Nonostante il romanzo condivida un’atmosfera post-apocalittica e reminiscenze con La strada di McCarthy, il romanzo di Crace non potrebbe essere più diverso della descrizione di un’umanità dedita al cannibalismo e alla barbarie.

Ha più elementi in comune con La peste scarlatta, splendido racconto di Jack London del 1911 senza il quale forse non esisterebbe nemmeno il celebre libro di McCarthy. Tutto ciò che abbiamo amato (in originale The Pesthouse, “Il lazzaretto”) è un romanzo di esplorazione geografica e sentimentale, privo di violenza e cupezza considerato che a suo modo rientra nel genere “apocalittico”. A fine lettura, rimane un senso di possibilità che si addice più a una storia d’amore che a un resoconto di speranze infrante.

Come ha argutamente scritto Francine Prose recensendo il libro per il New York Times, è leggermente frustrante leggere di un futuro d’inferno provando la dannata sensazione di esserci già stati.

‘L’eletto’, un Thomas Mann inedito che si ispira alla letteratura medievale germanica

“Anche tu appartieni all’umanità, anche se tutto non è nell’ordine”.
Thomas Mann, L’Eletto.

Opera tarda (1951) del premio Nobel Thomas Mann, L’eletto affonda le sue radici nell’affascinante letteratura medievale di tradizione germanica e, in particolare, nel Gregorius di Hartmann Von Aue, poema venato di leggenda sulla vita di papa Gregorio Magno. Il taglio che l’autore de I Buddenbrook ha dato al suo Gregorio è però ben diverso rispetto a quello del suo antico connazionale.

Messo da parte il turgore dell’èpos religioso, il grande scrittore tedesco, gioca tanto con la lingua (che compone e ricompone in un caos ordinato di latino, francese e tedesco, rammentando i giochi dell’Eco più medievalista) quanto con le situazioni iperboliche e paradossali che popolano tutto il romanzo, strappando ai lettori più attenti perfino qualche sorriso, soprattutto nella critica al potere religioso e temporale.

La vicenda narrata è presto chiara: un Edipo papa (nella fattispecie Gregorio) al posto di un Edipo re. Gregorio è infatti incestuosamente e inconsapevolmente sposato con la propria madre ed è a sua volta prodotto di un incesto fra sua madre e il proprio fratello gemello. Di fronte a ciò perfino le relazioni pericolose di Beautiful sembrano essere roba per dilettanti. Gregorio trascorre l’intera vita a espiare le sue colpe e di riflesso quelle degli altri suoi familiari; è un peccatore che si abbandona interamente alla volontà di Dio fino alla mortificazione totale del suo corpo e della sua mente.

Infine sarà proprio Dio ad affidarsi a lui per illuminare la strada dei fedeli alle prese con papati litigiosi e licenziosi. La vena ironica che pervade il romanzo è brillante e quasi inesauribile, pur mantenendosi discreta e sapientemente adombrata dai topoi classici della narrativa medievale. Tra un pegno d’amore e una professione di fede, L’eletto ci mostra un Mann inedito, meno complesso ed elaborato rispetto alle sue opere principali, ma ugualmente ispirato e sostenuto da una verve beffarda che raramente appare nella sua pur vasta produzione.

L’Eletto, appena duecentocinquanta densissime pagine, sia per il messaggio profondo (si tratta dell’ultima opera di Thomas Mann, una sorta di testamento spirituale) sia per lo stile; relativamente poche pagine ma diversi piani di lettura e un mirabile intreccio dei Mythos che pervadono la coscienze e l’anima collettiva dell’uomo europeo ed occidentale: quello giudaico-cristiano, quello greco e quello norreno. Tutto incastonato in una novella ispirata al poema epico medioevale “Gregorius von Seine” di Hertmann von Aue. Il piano simbolico è semplicemente spettacolare.

Dunque si tratta di una rielaborazione dell’Edipo Re sofocleo in chiave cristiana che pone in relazione la colpa e l’espiazione, la speranza e la redenzione. Una redenzione che secondo Thomas Mann è figlia della misericordia divina che trasforma provvidenzialmente il male in bene. Un tema questo già affrontato da giganti della letteratura universale; basti pensare a “La leggenda di san Giuliano l’ospitaliere” di Gustave Flaubert oppure, per venire ai giorni nostri, a Le Benevole di Jonathan Littell, tutto giocato – attraverso mille indizi – come una risposta allo stesso Thomas Mann di questo romanzo per arrivare a conclusioni filosofiche opposte rispetto al grande scrittore di Lubecca.

Una novella o, se si preferisce, un romanzo breve di Thomas Mann che attraverso la narrazione e i suoi simboli ci porta ad affrontare temi spirituali di enorme spessore e che ci interroga sulla nostra natura profonda e sul fine ultimo della nostra esistenza.

‘Scriverò di te’, di Gianluca Stival: una raccolta di racconti e aneddoti del nonno dell’autore

Scriverò di te, edito da Editrice Veneta è l’ultima pubblicazione di Gianluca Stival. A dare i natali a questa giovane penna è la città di Odessa, in Ucraina. Stival, classe 1996, studia lingue e sin da piccolissimo nutre un notevole interesse per le culture e le tradizioni straniere. Con numerose certificazioni linguistiche riconosciute a livello mondiale, Gianluca si è già ambientato nel mondo della letteratura con pubblicazioni online e cartacee di suoi componimenti, valutate positivamente da esperti, critici e personaggi famosi.

Ha presentato poesie in lingua italiana, francese, inglese, spagnola e portoghese brasiliana, apprezzate e commentate da blog di poesia internazionali. Nel 2017 viene inserito all’interno de “Enciclopedia dei Poeti Italiani Contemporanei”, edita da Aletti Editore. Seppur giovanissimo ha all’attivo tre pubblicazioni: il primo libro Meriti del mondo ogni sua bellezza del 2017 è stato recensito da numerose testate giornalistiche italiane e da blog internazionali. Nel 2018 arriva il suo secondo lavoro, una raccolta di poesie dal titolo “AWARE – Tutte le poesie”, tradotta in francese e portoghese brasiliano. Nello stesso anno porta a teatro il suo monologo sulla libertà Meriti di essere libero. Nel 2019 continua con progetti letterari in Italia, Francia e Brasile e si impone nel mercato editoriale con Scriverò di te.

Scriverò di te: trama e contenuti

 

Scriverò di te è un’opera composta da decine di racconti di varia lunghezza che vedono come protagonista principale Mario, il nonno paterno dell’autore: ognuna di queste testimonianze narra un episodio della sua vita, partendo dagli aneddoti di bambino che ha vissuto la seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri in cui appaiono anche delle riflessioni su argomenti di attualità.

I pensieri, uno per pagina, contengono sia episodi vissuti in prima persona, che considerazioni sulla società odierna (dall’allontanamento dei giovani dalla Chiesa all’impatto del progresso). L’ essenza del testo è riflessa nelle due diverse chiavi di lettura: quella del protagonista che racconta stralci della sua vita (con connotazioni biografiche precise) e quella dello sguardo universale rispetto al mondo in cui ogni lettore può ritrovarsi anche senza conoscere direttamente il protagonista.

Da bambino andavo a dottrina, facevo circa quattro chilometri in bicicletta per raggiungere la chiesa dove mi aspettava sempre la signora Alba. Me la ricordo molto bene quella esile donna, ogni volta che mi vedeva mi diceva che Dio era ovunque, in cielo, in terra, in ogni luogo
e in ognuno di noi. Un giorno, andando a Belfiore con una carriola e trenta chili di frumento da macinare, mi chiese: “Dov’è Dio?”, e mi venne spontaneo risponderle: “È fuori che sorveglia la carriola”.
Sono cresciuto con una preparazione religiosa ferrea e ho sempre creduto in Dio. Una mattina ho trovato una caramella in tasca, l’ho messa in bocca e mi sono diretto in bici verso la chiesa. Una volta arrivato, il sacerdote, Don Casimiro, mi diede una sberla dicendomi: “Non puoi confessarti, hai peccato. Non si masticano caramelle prima di unirsi con il Signore. Verrai la prossima settimana!”. Da quel momento le caramelle furono solo un ricordo.

All’interno del libro viene raccontata la vita di un bambino che cresce in una famiglia di imprenditori agricoli e a cui viene trasmesso sia rigore per lo studio che il rispetto per il lavoro, lo stesso che gli ha permesso di fondare una delle maggiori aziende agricole del triveneto, l’Azienda Agricola Moletto di Motta di Livenza (TV).

L’attenzione verso il mondo emerge anche dai viaggi citati a metà del dattiloscritto, dalla Cina al Brasile e dall’Egitto al Perù, in cui il protagonista descrive sia le caratteristiche dell’ambiente e delle popolazioni che le differenze di quei Paesi rispetto all’Italia. L’ultima parte dell’opera contiene opinioni e considerazioni in merito a varie dinamiche della società odierna: la situazione della donna nei Paesi arabi, la morte in diretta di Saddam Hussein, il concetto nuovo di “guerra” e il grande cambiamento delle abitudini e delle tradizioni rispetto all’adolescenza del protagonista (anni 1945-1950 circa).

Le intenzioni di quest’opera hanno uno sguardo aperto: non c’è solo il desiderio di narrare passaggi di vita di un imprenditore novantenne, ma c’è soprattutto la volontà di far riflettere su ragionamenti, quelli del protagonista, estremamente attuali e adattabili a qualsiasi persona, senza distinzioni di età.

Nel corso della sua vita, mio nonno ha sempre avuto un pezzo di carta nel quale appuntarsi le cose più incredibili delle sue giornate quasi per apprezzarne il ricordo una volta riletto tutto. In quei fogli, che ho avuto la possibilità di leggere, non ho visto solo gli occhi di un uomo che ha combattuto e lottato per ciò che amava, ma ho visto il coraggio di una persona che ha sempre guardato la propria vita con un sorriso. Ho avuto voglia di condividere con voi questi pezzi di
carta perché, se è vero che tutte le vite in qualche modo si incrociano, io nella vita di mio nonno ho sicuramente trovato un pezzo di me.

“Pubblicare Scriverò di te – ha dichiarato Stival – è un vero sogno che si realizza, oltre che una genuina esperienza umana e personale: grazie a tutti i racconti della vita di mio nonno Mario sono riuscito ad entrare nel vissuto, nei viaggi e nel lavoro di un uomo che ha lottato per i propri ideali e che ha sempre dimostrato che i valori sono alla base di tutto. È il nonno con cui tutti dovrebbero parlare!”

 

Le città invisibili di Calvino e il viaggio come fuga dalla realtà

Italo Calvino è senza dubbio uno degli scrittori più inesauribili e apprezzati del ‘900. Personalità di enorme rilevanza artistica, sociale nonché politica e infaticabile ricercatore della verità, si è posto spesso fuori dagli schemi non solo nella sperimentazione letteraria. A tal proposito uno dei suoi libri forse più apprezzati e conosciuti, insieme al Barone rampante e al Visconte dimezzato, è senz’altro Le città invisibili, romanzo pubblicato in prima edizione nel 1972 per gli editori Einaudi.

Un racconto tra i fondamentali della cosiddetta letteratura combinatoria che alla spicciola potrebbe essere descritto come un fantasioso diario di viaggio. Il protagonista delle vicende narrate in questo libro è Marco Polo, il viaggiatore e mercante veneziano vissuto a tra l’ultimo decennio del 1200 e il terzo decennio del 1300 conosciuto ai più per la sua opera letteraria più famosa Il Milione.

Da sempre ammantato di una certa aura mistica stravagante e misteriosa (a lui si attribuisce l’introduzione del gioco delle carte a Venezia e pare fosse amico intimo dell’eretico Pietro d’Albino), sul celebre giramondo si è anche favoleggiato di una sua possibile affiliazione templare mentre qualcuno sostiene sia stato un agente segreto al servizio del Papa Gregorio X, inviato in oriente per convertire l’imperatore dei tartari Kublai Khan alla causa dei cristiani in Terra Santa in chiave anti islamica.

Proprio Kublai Khan è l’interlocutore privilegiato al quale Polo svela i suoi rendiconti onirici conditi di aneddoti fiabeschi sulle 55 città raccolte nei 9 capitoli del libro di Calvino e visitate dal veneziano nel corso dei suoi lunghi pellegrinaggi in giro per il mondo. All’imperatore viene narrato di luoghi fantastici e surreali frutto della mente del viaggiatore che pesca nel suo immaginario tracciando una sorta di mappa del suo universo chimerico.

Nessuna delle città raccontate nel libro ha infatti un corrispettivo reale, le scene di vita esotica e le avventure vissute da Polo sono infatti solo il riflesso della vivace mente del narratore che senz’altro esagera o meglio arricchisce quello che probabilmente ha in parte anche vissuto.

Marco Polo portrait_Wikipedia 

Si è già scritto molto sul fatto che Polo non abbia effettivamente visitato all’epoca alcuni luoghi narrati nel Milione e forse, quando buttava giù le prime bozze del romanzo, lo stesso Calvino non doveva essere proprio del tutto convinto dell’autenticità di alcune parti del capolavoro del celebre veneziano ramingo.

Dubbi fondati o meno resta il fatto che le sue probabili esagerazioni ed i suoi miraggi forniscono l’ideale punto di partenza di questo viaggio nell’assurdo che l’impareggiabile penna dell’autore trasforma in pura arte letteraria facendo diventare reale ciò che mai potrebbe esserlo. In fondo il potere dell’immaginazione aiuta a combattere le disillusioni della vita di tutti i giorni, basta infatti chiudere gli occhi per ritrovarsi catapultati “nell’habitat” a noi più congeniale che è anche un po’ quello che sembra confermare il Marco Polo “calviniano” in uno dei passi forse più significativi dell’opera: “Se ti dico che la città a cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla”.

Il concetto di evasione dalla realtà e di “svago perpetuo” delle Città Invisibili è rafforzata anche dalla struttura stessa del romanzo che si presenta come un uroboros di racconti nel quale i capitoli formano un ideale continuum. Non è mai ben chiaro né l’inizio né la fine del racconto e grazie a questo escamotage il lettore balza agilmente nella complessa ragnatela intessuta da Calvino, senza rischiare di perdere il senso del racconto pur leggendo capitoli a caso.

In una conferenza del 1983 tenuta alla Columbia University di New York a fu lo stesso autore a confermare la volontà di voler rendere questo libro fluido e “liberamente” leggibile: “questo libro è fatto a poliedro, e di conclusioni ne ha un po’ dappertutto, scritte lungo tutti i suoi spigoli”.

Una delle possibili chiavi di lettura del libro è quello dell’immaginazione via di fuga, ancora di salvezza, rifugio o destinazione nel quale è possibile viaggiare dando sfogo al proprio malessere esistenziale.

‘La veranda’, o sul senso di fugacità della vita: il romanzo d’esordio di Salvatore Satta

In una visione alquanto cupa della vita, si accende una luce che la rischiara, sublimandola: la consapevolezza che nell’uomo c’è una scintilla divina che ha impastato anche il suo fango. Questa espressione fa riferimento alla figura di una strana donna, <<col viso di una strega>>, personaggio presente nel capolavoro del giurista Salvatore Satta, “La veranda”, romanzo composto tra il 1928 e il 1930, e che conobbe una vita travagliata, rimanendo non pubblicato per diversi anni e ricordando per certi versi, i “Canti Orfici” di Dino Campana.

Tale consapevolezza di cui è costituita la natura umana ribadisce, con evidente riferimento all’immagine biblica della creazione di Adamo, da un lato la concezione negativa dell’uomo, che è fango appunto, dall’altro la certezza che in mezzo a tanta miseria, materiale e morale, risplende il raggio illuminante di Dio, quel <<qualcosa di divino>>.

Nell’opera di Satta si narra delle vicende che si svolgono nella veranda di un sanatorio, dove sono ricoverati dei malati di tubercolosi, dal punto di vista di un avvocato alle prime armi, in cui è facile riconoscere lo stesso Satta, che si ammalò davvero di tisi nel 1926 e venne ricoverato nel sanatorio di Merano. Nel sanatorio la vita trascorre piatta, tra tante miserie umane, dove ogni uomo rappresenta ogni parte malata della società, e la malattia è la metafora e quasi la personalizzazione di quel male che toglie dignità e che <<sembra prospettare immagini di vita subumana>>.

Salvatore Satta ci fa entrare in un mondo simile a quello immaginato nelle commedie dell’assurdo di Perec, dove il nome dei malati è sostituito da anonimi numeri. La spersonalizzazione dei personaggi porta alla perdita della propria individualità, del proprio spessore. Nella “Veranda” non solo il personaggio ha ceduto il passo al tipo, ma il tipo è arrivato persino a spersonalizzare se stesso, che però non significa mancanza di profondità nel delineare i caratteri, ma risponde all’intima e letteraria volontà di fare del sanatorio lo specchio della perduta umanità.

Non desta meraviglia dunque l’aria di morte, musa ispiratrice del narratore, che si respira nel sanatorio, dove ognuno agisce nella piena rassegnata consapevolezza di essere ormai sul punto di venir tagliato con violenza dal prato della vita dall’inesorabile falce della morte, di cui la malattia è il triste messaggero, referente di terribili sventure.

Quella della “Veranda” è una scrittura certamente di un principiante, essendo questa la prima opera dello scrittore sardo, ma con una padronanza assoluta di quello che è il linguaggio narrativo di questo romanzo. Sono toccanti e pregevoli dal punto di vista stilistico le pagine in cui l’autore descrivi con echi saffici, le fasi dell’innamoramento nei riguardi di una malata del sanatorio o in cui si commuove al ricordo del suicidio di Baccalà o della madre lontana.

Il senso della fugacità della vita, personificato nel cupo tramonto dei vacui ideali perseguiti dal fascismo, come il De Profundiis, anima anche questo romanzo, insieme all’interrogativo che si pone il lettore riguardo al “demone” sattiano, che è istinto, quale componente divina, non materiale, una spinta interna, congenita ed immutabile ad agire e comportarsi in un certo modo, a prescindere dall’uso della ragione, di cui Satta condanna l’assolutizzazione, ricordando al lettore che esiste anche un altro strumento conoscitivo, che va oltre la ragione: l’istinto, appunto.

I migliori incipit della letteratura del ‘900

Gli incipit di un’opera letteraria rappresentano l’ingresso di un labirinto, una vera e propria arte che attira i lettori, che li invoglia a proseguire con maggiore curiosità nella lettura. Non è detto che un bel romanzo abbia un incipit altrettanto valido, e chiaramente ci sono romanzi orribili con un meraviglioso inizio.

Varie sono poi le tecniche, tanto che l’esordio di un’opera può ridursi a una sola riga o dilatarsi a qualche frase o addirittura a intere pagine. Vari sono anche i modi di iniziare: una descrizione paesaggistica, una dedica, una notizia, una data, la presentazione di uno dei personaggi, un aforisma, un’anastrofe (ovvero cominciare descrivendo la fine).sono un tema sempre interessante. Perché, prendendo a prestito un verso di Ungaretti, “è sempre pieno di promesse il nascere”: così anche un romanzo ci porge il suo biglietto da visita in quelle prime frasi introduttive.

I 15 incipit più belli

«Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio». Cent’anni di solitudine, di Gabriel García Márquez

«La prima volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che mia moglie e io ci separammo. Avevo appena superato una seria malattia della quale non mi prenderò la briga di parlare, sennonché ebbe qualcosa a che fare con la triste e penosa rottura e con la sensazione da parte mia che tutto fosse morto». Sulla strada, di Jack Kerouac

«Era una fresca limpida giornata d’aprile e gli orologi segnavano l’una. Winston Smith, col mento sprofondato nel bavero del cappotto per non esporlo al rigore del vento, scivolò lento fra i battenti di vetro dell’ingresso agli Appartamenti della Vittoria, ma non tanto lesto da impedire che una folata di polvere e sabbia entrasse con lui». 1984, di George Orwell

«Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so». Lo straniero, di Albert Camus

«Nei miei anni più giovani e vulnerabili mio padre mi diede un consiglio che non ho mai smesso di considerare. ‘Ogni volta che ti sentirai di criticare qualcuno’, mi disse, ‘ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i tuoi stessi vantaggi». Il grande Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald

«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia». Lolita, di Vladimir Vladimirovič Nabokov

«Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio». Ulisse, di James Joyce

«Soltanto i giovani hanno momenti del genere. Non dico i più giovani. No. Quando si è molto giovani, a dirla esatta, non vi sono momenti. È privilegio della prima gioventù vivere d’anticipo sul tempo a venire, in un flusso ininterrotto di belle speranze che non conosce soste o attimi di riflessione. Ci si chiude alla spalle il cancelletto dell’infanzia, e si entra in un giardino d’incanti». La linea d’ombra, di Conrad

«Era una gioia appiccare il fuoco». Fahrenheit 451, di Ray Bradbury

«È tutto accaduto, più o meno». Mattatoio n. 5, di Kurt Vonnegut

«Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato, nel suo letto, in un insetto mostruoso». La metamorfosi, di Franz Kafka

«Se sono matto per me va benissimo, pensò Moses Herzog». Herzog, di Saul Bellow

«Il sole splendeva, non avendo altra alternativa, sul niente di nuovo». Murphy, di Samuel Beckett

«Avevo vent’anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita», Aden Arabia, di Paul Nizan

«Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non va proprio di parlarne». Il giovane Holden, di J.D. Salinger

Fonte: https://cantosirene.blogspot.com/2009/04/gli-incipit.html