“Todo modo”: il potere secondo Leonardo Sciascia

L’attività giornalistica e letteraria di Sciascia a partire dai primi anni Settanta cominciano a suscitare polemiche sempre più grandi. In Italia e all’estero la sua è l’immagine di un intellettuale problematico e polemico. La sua figura è inquieta e controcorrente, la sua prontezza nel ribaltare concezioni e luoghi comuni, la sua sagacia nel contestare le convezioni della realtà sociale e nel rifiutare formule dominanti e poteri assassini costruisce la sagoma di un intellettuale estremamente fastidioso per tutta la politica italiana. I suoi romanzi, pur seguendo e sperimentando svariate forme narrative restano sempre un’inchiesta, attraversate da un istinto critico e contestatore che non può fare a meno di vedere e dire la verità delle cose.

In Todo modo, romanzo pubblicato nel 1974, il più ambiguo e sempre attuale, del grande scrittore siciliano, le indagini sulle oscure trame del potere che sembrano trovare chiara connivenze nel governo di quegli anni, si rivolge più direttamente e più chiaramente al sistema di potere democristiano; il nesso con la tradizione cattolica e gesuitica del partito deriva già dal titolo del romanzo ricavato da una frase degli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola.

La vicenda si svolge in un eremo-albergo di lusso dove politici e notabili riuniti con il pretesto di seguire esercizi spirituali, sotto la guida di un enigmatico Don Gaetano, hanno modo di organizzare traffici e intrighi di potere. Sotto gli occhi di un pittore di successo, casualmente ospite dell’albergo, alcuni dei notabili restano vittime di misteriosi delitti, sui cui autori e sui cui moventi sembrano esserci le ipotesi più varie. La struttura del romanzo è quella di un giallo senza soluzione, che contribuisce a costruire un’atmosfera ambigua ed oscura. Questo libro si potrebbe quasi definire un giallo barocco proprio perché il gioco letterario intreccia razionalità, combinatoria e gusto per la complicazione con una linea sottile e ricercata da far pensare allo stile di Borges.

L’effetto cupo e intricato così ottenuto riflette il clima che Sciascia sente gravare sull’Italia di quel tempo. La lotta del potere e contro il potere si svolge percorrendo trame che si intrecciano l’una all’altra e che non è possibile capire e ricostruire fino in fondo. Le tradizioni si contaminano e si trasformano in usi scorretti e letali, i valori del cattolicesimo si mescolano alle forme di una modernità sempre più estranea e disumana, strumentalizzati per ottenere sudditanza e per preservare ed accrescere l’interesse di piccoli gruppi. Il gioco narrativo rimanda una visione disillusa e spregiudicata, ambigua, funesta che sembra preludere i tragici e oscuri eventi che sarebbero realmente accaduti nel corso degli anni Settanta.

Todo modo, pagina dopo pagina smarrisce le sue caratteristiche tipiche: il percorso deduttivo per giungere alla soluzione, lascia il posto ad  un’opera di denuncia politica. Lo scrittore siciliano punta la sua attenzione non tanto sui crimini, quanto invece sull’ l’ambiente in cui sono compiuti, dove tutti sono sospettabili. Il profetico Sciascia rappresenta il potere come una divinità mostruosa che sottomette l’umanità, un insieme di connessioni, corruzioni, affari in comune dei tre poteri per eccellenza, quello economico, quello politico e quello religioso. Lo scrittore lascia a noi lettori, alla nostra morale e alla nostra coscienza, la libertà di dare quantomeno una propria interpretazione del giallo, perché risolverlo pare davvero impossibile.

Partendo dalla realtà siciliana, complicata e martire, Sciascia ha indagato le implicazioni e le complicazioni dei rapporti sociali e della scena pubblica, non perdendo mai di vista valori come libertà, giustizia e ragione. Nonostante le battaglie si avverte che questa “ragione” resta, in fondo, sempre sconfitta. Eppure Sciascia ci insegna che la “ragione” deve necessariamente continuare a dire di no al male che attanaglia il mondo.

Al romanzo si è liberamente ispirato il regista Elio Petri, che nel 1976 ne ha realizzato la versione cinematografica avente come protagonisti Gian Maria Volonté, Mariangela Melato e Marcello Mastroianni.

Anna degli Elefanti, la “cantilena” di Moretti

Marino Moretti, poeta e romanziere crespuscolare, probabilmente il più integrale manierista, che ha condotto un’esistenza solitaria tra esalatazioni e vittimismo, è stato senza dubbio uno degli scrittori più costanti e prolifici che il ‘900 abbia mai avuto. Ci troviamo di fronte ad uno scrittore che conosce il proprio mestiere con una sicurezza ormai consumata, fino alla monotonia che rappresenta però il suo limite. Lo riconosce lui stesso, e infatti nella prefazione al romanzo Anna degli Elefanti (1937) allude al costante amore per i poveri, che lo hanno portato incolume fino alla presente monotonia artistica. E quando si parla di monotonia in Moretti, bisogna far riferimento non tanto alle vite dimesse dei protagonisti delle sue opere, quanto alla costanza di una cantilena che è una sola cosa con la sua voce  di narratore.

Ed ecco comparire il c’era una volta (la cantilena) più volte iterato nei romanzi di Moretti. Tale cantilena ci fa pensare ad un Pascoli in prosa: quella timidezza, quella sciatteria, come se Moretti avesse timore di nominare le cose, di definirle, di essere esplicito. Lo scrittore romagnolo infatti si limita a fare delle allusioni in maniera infantile e leziosa. Quella sorta di tira e molla, di mostrarsi per poi nascondersi costituiscono una poetica della frase, come ha giustamente notato Debenedetti, che tuttavia ha dei pregi, sebbene rappresenti sempre una cantilena:

“La sua Annuccia le stava molto a cuore, come no? Ma era come se non osasse chiedere troppe cose belle per lei”.

In questa frase senza presa, vi si trova il la dell’intera cantilena morettiana. La stessa Anna è la personificazione di questa cantilena, la quale si mette a raccontare se stessa. Anna è una bambina non bella e, come se non  bastasse ha anche un particolare sgradevole che le ha inflitto il suo romanziere, ma il quale viene accennato una volta sola, senza più tornarvi:

Annuccia aveva l’impressione di essere un pò come un’erba che puzza. perché un giorno suo padre aveva detto abbastanza distintamente alla mamma: <<Questa bambina non ha un buon odore>>.

Delle tante cose che una bambina può fare, si ha l’impressione di conoscere solo quelle che Anna non fa, e man mano che la piccola cresce diventa una prigioniera, prima di tutto di sua madre (il padre è andato ad esplorare l’India). poi di un’istitutrice tedesca, poi del marito, il paterno marchese Momolo. Anna diventa una donna sensitiva ma incapace di stringersi in un pensiero. Tuttavia Anna riesce a trasferire sul registro umano un frammento di storia letteraria; lei rinuncia alla gioia del proprio corpo di donna, modulando la propria vicenda sulla cantilena, non sulla profondità della vita. Il matrimonio con il marchese è bianco e dopo la morte del marito, Anna è una vedova signorina, e  se qualcuno dovesse trovare inconcepibile il rifiuto in una donna, per il quale un matrimonio resta inconsumato, allora è necessario che cerchi la ragione nell’identificazione di Anna con l’intima esperienza dei crepuscolari: le inibizioni e le impossibilità di Anna fanno un solo blocco con la Poesia Crepuscolare.

La storia di Anna potrebbe essere definita una specie di piccola educazione sentimentale se non fosse per il resoconto di una dolorosa educazione sessuale e Moretti rende la tematica sessuale, il torbido, una fonte da cui possa sgorgare l’imprevisto, nascondendosi maliziosamente, fingendo cautela dove non può osare la castità, dando spazio all’insinuazione. Si viene così agli elefanti che lo scrittore ha inserito anche nel titolo: da bambina, Anna non dimostra un particolare interesse per le bambole e dopo diversi tentativi, i genitori scoprono che solo un elefante di pezza riesce a catturare l’attenzione della piccola. (Lo stesso machese Momolo poi regalerà ad Anna un vero elefante, che ucciderà, ironia della sorte, l’uomo). Non si tratta di un capriccio, di una semplice attrazione infantile, ma di qualcosa di recondito che lo stesso Moretti ci rivela:

“La particolarità della proboscide eccita la fantasia degli artisti. Sai, Anna, che questa fu la prima cosa che mi dissero di te? Le piacciono gli…”

In tempo di psiconanalisi non ci vuole molto per giungere alla conclusione che Anna è prima di tutto prigioniera delle sue inibizioni. E sono proprio le continue allusioni, le interferenze le associazioni spontanee a rendere il romanzo troppo “rilassato”.

Così, dopo la morte del marito, la donna dà la caccia all’amore, diviene preda di altri scopi, data la sua ricchezza, fin quando non si innamora e riesce a concedersi a Ramon, un avventuriero che dopo la seconda notte le porta via i gioielli. Anna vuole rintracciare Ramon a tutti i costi e ci riesce: una sera, in un cinema di Milano dove si proietta, guardacaso, un film della jungla pieno di elefanti, Anna vede l’uomo e gli si siede accanto. Ma Ramon, quando si fa luce in sala, abbassa gli occhi sul giornale. Nel Varietà si esibisce un elefante barbiere, l’uomo si alza e va sul palcoscenico per sottoporsi all’esperimento, ma viene rapito da un elefante. Anna esce dal cinema come pazza e si dirige verso la periferia: un autocarro la travolge e la uccide.

La fine violenta di Anna dimostra come la donna ad un certo punto della sua vita, abbia sovrapposto al suo naturale destino una funzione di ambasciatrice altrui. Non rimane quindi che far calare il buio, come se Moretti abbia voluto rimuovere dalla propria mente un brutto sogno una volta per tutte.

 

‘Gente nel tempo’, lo stile coraggioso di Bontempelli

Massimo Bontempelli è senza dubbio uno scrittore “tutto stile” come dimostra, probabilmente più di ogni suo altro romanzo, Gente nel tempo (1937), sua ultima fatica. Perchè Bontempelli può essere definito uno scrittore di tutto stile? Per il suo modo semplice di raccontare cose complicate. In Gente nel tempo, lo scrittore lombardo stabilisce rispettivamente la natura del complicato e del semplice e i loro mutui rapporti, inventando, come dice il critico Debenedetti, dei casi complicati per forza di immaginazione e li rende semplici per forza di fantasia.

Gente nel tempo narra di una famiglia in cui, per un ricorso inizialmente inavvertito, si è prodotta tre volte consecutivamente, allo scadere di ogni quinto anno, la morte di uno dei componenti: inizialmente la Gran Vecchia madre di Silvano, poi Silvano stesso e infine sua moglie Vittoria. Legge o accidente? Un abate che vive nello stesso paese di Colonna, dove questa famiglia Medici ha la sua villa, scopre astrologicamente che si tratta di una vera e propria legge.

In questo romanzo le tre morti ad orologeria potrebbero anche non intervenire, in quanto morti immotivate, le quali, secondo Debenedetti, si presentano come un risultato di un arbitrio capriccioso. Tale gioco dell’immaginazione è assunto da Bontempelli come un’ipotesi di lavoro narrativo: si tratta di rendere indiscutibili alcuni fatti che si succedono sul filo di questa ipotesi, nella quale il poeta non sente l’esigenza di credere, come anche noi, del resto. Questa è la cosa complicata e la maniera semplice per comunicarcela sarà di conferire a quei fatti una forte evidenza e concretezza. Per comprendere meglio tale meccanismo, basta seguire subito i primi capitoli del romanzo; ci troviamo dinnanzi al racconto di una morte: quella della Gran Vecchia, circondata da misteriose anticipazioni e presagi; poi quella di Silvano, amante di vecchi libri, la vita di Vittoria e il suo inutile tentativo di amore con Maurizio; infine vi sono l’infanzia e l’adolescenza di Dirce e Nora, le figlie di Silvano e Vittoria. Verrebbe da chiederci come mai ad un preludio pieno di minacce e di un magico esoterismo, subentrino vicende più modeste e comuni. Bontempelli, in realtà attinge dai luoghi topici della narrativa più frequentata, ma piuttosto che narrare di vite, vuole mettere l’accento sulle morti per dare seguito al romanzo. Quindi sia Silvano che Vittoria muoiono ma la loro morte riesce sempre gratuita che al termine di una vita non certamente vivace, porta con se un qualcosa di arbirtrario. Basta quindi registrare le morti successive con la spontaneità di una constatazione.

Per quanto riguarda i sentimenti, Bontempelli li fa diventare puro stile: nomi semplici per alludere all’universo metafisico di un destino astratto, scatenandoli o moderandoli; lo scrittore non lascia vivere per conto loro i personaggi, ma gli conferisce delle note di colore per raggiungere la “verosimiglianza”. Ad esempio quando Bontempelli parla di Nora e Dirce, ci dice che Nora è più bella, più in carne e Dirce, più oscura ed egoista, insiste che affinché si faccia un costume da bagno più seducente lasciando intendere che Dirce abbia ammirazione per la sorella, ma invece vuole che la sorella sia il più possibile provocante per attirare amori balneari nella speranza che le nasca un nuovo figlio sul quale si possa scaricare la condanna.

Bontempelli ci lascia giudicare le due sorelle ma sempre entro i limiti che lui ha stabilito, facendoci credere ad una verità delle sue protagoniste. L’impegno dello scrittore è quello di buttare qualche fatto a deflagarsi entro quella che è chiamata la fornace del tempo, colmando gli intervalli insignificanti per raggiungere le date importanti. Sul tempo lo scrittore getta dei ponti e ci induce a contare gli anni che sono trascorsi sotto quel ponte. Afferma lo stesso Bontempelli:

“Questo racconto…si trova a non avere un filo di corrente cui abbandonarsi, ma deve remigare tra la misura degli episodi vagabondi sulla superficie dello stagno”.

Gente nel tempo è una specie di tragedia a lieto fine e rappresenta una delle imprese più coraggiose e ardue della letteratura italiana.

 

‘L’amante di Lady Chatterley’, il romanzo-scandalo di D. H. Lawrence

«La nostra è un’epoca fondamentalmente tragica, anche se ci rifiutiamo di considerarla tale. Il cataclisma c´è stato, siamo tra le rovine, ma cominciamo a costruire nuovi piccoli habitat, a riavere nuove piccole speranze. E´ un compito non facile; la strada verso il futuro è piena di ostacoli che dobbiamo aggirare, scavalcare. Si deve continuare a vivere, anche se il cielo ci è caduto addosso. Queste erano, più o meno, le sensazioni di Constance Chatterley. La guerra le aveva fatto crollare il mondo in testa. E lei aveva compreso che imparando si sopravvive». Questo è l’incipit de L’amante di Lady Chatterley (1928), il più famoso romanzo dello scrittore inglese D.H. Lawrence, messo all’indice perché il suo contenuto era ritenuto osceno e oltraggioso per la morale pubblica. Nelle intenzioni di Lawrence il romanzo avrebbe dovuto essere uno stendardo di ribellione, un appello di rivolta dei poveri contro i ricchi, dei lavoratori proletari contro i padroni aristocratici. Ed è per questo che l’amante di Lady Chatterley è un guardiacaccia, un dipendente ma non un servo, un proletario che usa il dialetto come difesa per la propria personalità, ma capace di esprimersi in ottimo inglese per appassionate e impeccabili dichiarazioni di politica o di impegno sociale. E infine, ma solo infine è uno straordinario amante: tenero e prepotente, sensuale e delicato, travolgente, trasgressivo ed instancabile.

Per Lawrence il linguaggio è un’arma di ribellione sociale: far parlare i suoi personaggi in dialetto era un modo per sfidare gli oppressori, per opporsi all´arretratezza culturale e alla supposta erudizione della borghesia. È questo ciò lo scrittore inglese racconta attraverso la storia d’amore tra l’aristocratica Lady Connie Chatterley, moglie di  mister Clifford reso invalido ed impotente dalle ferite riportate in guerra, e il guardacaccia Mellors, uomo virile e forte. Definire il romanzo una storia di adulterio sarebbe dunque riduttivo e inappropiato. Il rapporto che nasce tra la giovane Lady Chatterley e il guardacaccia è una storia d’amore tra persone provenienti da realtà differenti e antitetiche. Sullo sfondo ma di estrema influenza c’è  l’Inghilterra della rivoluzione industriale, privata di ogni naturalezza a vantaggio del progresso e incapace di conciliare la mentalità chiusa e conservatrice di stampo vittoriano con l’apparente ed esasperata ricerca della libertà che la modernità impone; nonostante il progresso e le presunte rivoluzioni culturali, l’upper class non si può avvicinare al proletariato industriale. L’Inghilterra è puritana e bigotta tanto quanto dice di non esserlo.

Ed è per questo che lo scandalo non è generato solo dalla presenza dell’adulterio e dell’erotismo puro; c’è qualcosa di più sottile che scandalizza l’ipocrisia del puritanesimo: una donna giovane e intelligente sente di dover cercare qualcosa di diverso dalla realtà, dalla comoda ma terribilmente fredda quotidianità. La sua non è certo una ricerca del piacere fine a se stesso, il sesso non un insignificante oggetto di consumo, ma un terreno d’incontro con la propria autenticità. Un percorso volto alla conoscenza dell’essenza più vera e spirituale attraverso un sesso vissuto come mistica comunione e fusione reciproca. Il prevalere dell’istinto sul comportamento dettato dalle regole sociali e dalla morale corrente. L’insubordinazione totale nei confronti di una società asfittica e ipocrita che quanto più giudica, condanna e redarguisce tanto più vorrebbe avere il coraggio, la forza e le capacità di cambiare le proprie abitudini, le proprie omologanti leggi comuni dettate più dall’uso che dalla giustezza.

L’amante di Lady Chatterly è una storia d’amore nata a spese del marito della protagonista, un reduce sulla sedia a rotelle, cosa che può infastidiresenza dubbio i benpensanti e la sensibilità di molti lettori ma che ha la forza di un evento naturale, più forte delle sciagure che circondano i due amanti.

 

 

Una pantera in cantina, di Amos Oz

Amos Oz

«Il contrario di quel che è successo è quel che sarebbe potuto succedere senza le bugie e la paura».

 Una pantera in cantina  dello scrittore e giornalista israeliano Amos Oz, tra i più influenti intellettuali d’ Israele,sostenitore della soluzione dei due stati per il conflitto arabo-israeliano, è una piccola grande storia di emozioni e sentimenti adolescenti, un’avventura di amicizia e di crescita, che pone interrogativi sulla colpa e sulla fiducia, in un contesto storico dominato da epocali stravolgimenti. Il protagonista Profi è infatti testimone di eventi più grandi di lui, ma ci consente di coglierne  gli effetti sulle relazioni umane grazie al suo sguardo ancora puro e alla sua sensibilità intatta.

Gerusalemme 1947: sullo sfondo degli eventi storici che incalzano, un ragazzino ebreo di appena dodici anni vive uno dei momenti più importanti della sua vita, momento che avrà poi un  grande significato nel suo futuro. Dopo l’Olocausto, sconfitti, traditi e vinti, gli ebrei fondano movimenti clandestini per la nascita dello stato di Israele. Anche Profi, il protagonista, ha fondato con un paio di amici, un po’ per gioco, un po’ sul serio, una società segreta con l’obiettivo di combattere gli inglesi, che occupano la Palestina, rivendicando il diritto ad avere una propria  patria dopo tanta sofferenza. Stabiliscono le loro regole di vita e anche una gerarchia. Le regole sono rigide ed indiscutibili, necessarie per la rinascita di un popolo, perennemente perseguitato. Il protagonista è soprannominato Profi, che altro non è se non una abbreviazione di professore, perché è intelligente, ha un’immensa cultura e ama leggere e studiare le parole i significati. Profi è già adulto in realtà. Forse bambino non lo è proprio mai stato. Né potrebbe mai permettersi di voler rivendicare la sua infanzia perduta. È un adulto dal principio della storia, dalle prime pagine, quando già è sotto processo, rimesso al giudizio dei suoi coetanei. È un ragazzo socievole e vivace, si considera coraggioso come una pantera e gode della simpatia di tutti i suoi compagni.

Poi un giorno, quasi il destino volesse beffarlo o metterlo alla prova, fa amicizia con il nemico, un sergente inglese che gli insegna la sua lingua in cambio di lezioni di ebraico. Da quel momento agli occhi degli altri diventa un vile traditore e, come tale dovrebbe essere punito. Profi ha tradito. Questa è la sentenza inappellabile. Ha tradito cedendo alle lusinghe del nemico. Con il nemico Profi ha appuntamenti quotidiani, in una saletta tetra e fumosa del caffè Orient Palace. La loro amicizia è fondata sullo scambio rispettoso di due culture così diverse e così in lotta tra loro che sembra un’utopia. Nell’animo di Profi, prende vita e mette radici quel contrasto di coscienza che lo porterà al bivio tra lo scrupolo creato dai luoghi comuni e dalla diffidenza e quelle domande senza risposta che non giustificano, un senso dell’odio così animato, una una falsa coerenza di ideali e un nazionalismo ottuso. La pantera dunque, animale coraggioso e spavaldo, deve nascondersi in cantina, trovare un rifugio dove poter riflettere, capire ed esprimere le perplessità e le angosce che di fronte alla sincera predisposizione di un uomo si dissolvono e svaniscono come le luci all’alba.

Attraverso uno suo sguardo ancora candido, puro, non corrotto da stereotipi  e preconcetti, attraverso una sensibilità integra, Amos Oz coglie appieno la semplicità delle relazione umana e la disarmante facilità con cui un uomo riconosce un altro essere simile a sé.

La scrittura di Amos Oz sempre fluida e delicata ha il potere si trasportarci per mano nella guerra e nel dolore infondendoci però quella fiducia e quella speranza necessaria a farci credere che un giorno, forse, non ci saranno più nemici né traditori e che tutti insieme potranno andare «sulla riva del fiume a vedere se la corrente aveva riportato al punto di partenza la persiana color blu pallido».

 

Il personaggio-uomo, protagonista indiscusso del romanzo del Novecento

Protagonista indiscusso del romanzo del ‘900 è il cosiddetto personaggio-uomo, termine coniato dal critico piemontese Giacomo Debenedetti, il quale, attraverso autori come Kafka, Proust, Svevo, Pirandello, Tozzi, Joyce, pone l’attenzione sulla rottura che il romanzo dei primi decenni del ‘900 segna con il romanzo ottocentesco naturalista. Quest’ultimo si preoccupava di analizzare il visibile, occultando il materiale narrativo-descrittivo; il romanzo novecentesco fa esattamente il contrario: disocculta la realtà, epifanizza, per usare un termine caro a Joyce, soprattutto il personaggio, o meglio, il personaggio uomo o l’anti-personaggio.

Questo personaggio-uomo è sempre in trincea, come se fosse un pezzo sparso di un mosaico che si compongono e scompongono di continuo, è un’entità deformata che sembra essere uscita da un quadro espressionista (emblematico a tal proposito è il celebre dipinto di Munch “L’urlo”); dominato dall’angoscia e dall’inettitudine, perde la sua identità e diventa un alter  ego del lettore. Ma è  ancora Giacomo Debenedetti a fornirci un ritratto preciso di tale personaggio nel suo saggio “Il personaggio-uomo nell’arte moderna” del 1963: <<Chiamo personaggio-uomo quell’alter-ego, nemico o vicario che […] ci viene incontro dai romanzi e adesso anche dai film. Si dice che la sua professione sia quella di risponderci, ma molto più spesso siamo noi i citati a rispondergli. Se gli chiediamo di farsi conoscere, […] esibisce la placca dove sta scritta la più capitale delle sue funzioni, che è insieme il suo motto araldico: si tratta anche di te>>.

Un’importante caratteristica che emerge leggendo i ritratti dei vari personaggi-uomo dei romanzi del Novecento è l’assenza di bellezza fisica, i personaggi-uomo subiscono un abruttimento fisico che Debenedetti fa risalire a Dostoevskij e che mette in particolare evidenza in Tozzi ( iniziatore, con Svevo, del romanzo moderno in Italia) e in Pirandello. La coscienza frammentaria del  personaggio-uomo coincide, se volessimo fare un parallelo con la fisica (grande protagonista del Novecento), con la scissione dell’atomo.

Ma perché i protagonisti dei romanzi del ‘900 soffrono la vita? Per rispondere a questa domanda è utile chiedere supporto alla sociologia e alla psicoanalisi. Il nuovo personaggio di fronte alle tragedie della vita invece di lottare per venirne fuori, dovrebbe, secondo Debenedetti, <<sciogliere il problema di struttura storico-sociale>>. La colpa quindi non è  dell’ uomo inetto, ma è del problema stesso, che trascende noi stessi; più banalmente si potrebbe dire che la colpa è del destino di fronte al quale l’uomo ha pochi mezzi per cambiarlo a suo vantaggio, questa impotenza porta molto spesso l’uomo ad essere distruttivo ed autodistruttivo, sentendosi ogni giorno in trappola e vivendo una doppia vita, quella privata e quella pubblica, poiché l’uomo è fortemente influenzato dalla società in cui vive ma non sa che il suo disagio è legato a mutamenti strutturali come ha giustamente osservato il sociologo americano Wright Mills.

Se la sociologia pone l’accento sul rapporto uomo-società- collettività, la psichiatria osserva certe nevrosi che appartengono, perlopiù, alle classi sociali abbienti, alla borghesia; la psicoanalisi arriva ad individuare una scissione nell’unità della persona, a stabilire i termini dell’inconscio, Io ed Es, l’Io che rappresenta la nostra maschera (qui intesa come persona) e quell’Altro da sé che è nel sé. Ma il medico austriaco guarda la malattia da un altro punto di vista che implica uno stoico ottimismo: potenzialmente tutti gli uomini sono malati, ma il fine di questa malattia è la trasformazione interna, anche morale, dell’individuo. Questo non significa che bisogna rinunciare a curare il paziente, ma è necessario che quel disagio, quella nevrosi, sia vissuta liberamente in tutte le sue manifestazioni per poter sprigionare i suoi effetti rinnovatori. Visione non alla portata di tutti, quella di Freud, soprattutto per la nostra epoca “ipocondriaca” , dove difficilmente si riflette sul proprio malessere e lo si vive come una possibilità, un’ occasione oper migliorarci e per scoprire le nostre potenzialità, essendo troppo presi dal successo, dal lavoro, dalla fretta, dalla brama di essere protagonisti a tutti i costi.Dati questi fattori, non c’è spazio per l’uomo contemporaneo per vivere la malattia secondo un’altra prospettiva.

Anche Jung condivide l’idea della malattia come “bene doloroso” ma, a differenza di Freud, che ha deciso di fare lo scienziato e il medico, restando fedele alle sue scelte professionali iniziali, lo psichiatra svizzero, come dice Debenedetti ne Il romanzo del Novecento, “ci appare come un mistico della malattia”. Jung infatti incoraggia l’arte; per spiegare il conflitto interiore dell’uomo si serve della mitologia.

Certamente Freud ha aperto un’epoca nuova nell’indagine e nella conoscenza dell’uomo ma è stata la letteratura stessa a fornire materiale alla psicoanalisi, la quale, secondo alcuni, rappresenterebbe proprio una forma di letteratura, poggiandosi su alcune nozioni fondamentali  quali inconscio, rimozione, conflitto, pulsione. Tuttavia Freud era ben consapevole del fatto che gli scrittori siano stati precursori della sua scienza e, secondo lo studioso J. Starobinski, “l’ Interpretazione dei sogni, sul piano del sapere, vuole essere l’equivalente di ciò che fu Amleto nello sviluppo dell’opera teatrale di Shakespeare. Il poeta è un sognatore che non si è analizzato, ma che, nondimeno, ha reagito drammaticamente; Freud è uno Shakespeare che si è analizzato”.

Ma torniamo al personaggio-uomo in relazione alla narratività del romanzo del ‘900. Davvero questo personaggio si rivela a noi attraverso la narrativa? Risponde acutamente lo scrittore britannico E. M. Forster (“Passaggio in India”, “Camera con vista”, “Casa Howard”) distinguendo tra l’uomo, personaggio della vita, e l’uomo, personaggio di romanzo, e più precisamente tra homo sapiens e homo fictus. Il primo, trascurato dai romanzieri, è decisamente più informato del secondo, in quanto ne sa di più rispetto a cibo, sonno e amore. A parte l’amore, che occupa molte pagine di un romanzo, lo scrittore non può dedicare molto spazio al cibo e al sonno, pena la noia del lettore. Tuttavia qsto uomo fictus si pone come un importante indizio della narrativa e dell’arte moderna ai fini di disoccultare qualcosa, laddove non era riuscito il romanzo naturalista.

Per concludere, prendiamo in cosiderazione il rapporto tra il personaggio-uomo e il suo autore; questi  attua una sorta di sciopero nei confronti del proprio autore, si rivoltano contro di lui, e in merito a questa peculiarità ci sembra opportuno citare ancora una volta Giacomo Debenedetti che prende come esempio uno dei suoi scrittori preferiti, Marcel Proust:

“Proust seguita a dichiarare che sta cercando delle leggi, ma in lui si è potuto vedere quasi subito lo “sciopero dei personaggi”. Ci buttate nella vita, parevano dire, come un popolo di trovatelli, fidandovi che basti da sola, quella vita che ci avete data, a risolvere le nostre sorti. Non tenete conto che siamo incalcolabili […] Effettivamente i personaggi di Proust, vivi come sono, […] finiscono tuttavia col fondersi, col fare coro per testimoniare una finalità, una destinazione del vivere, che non vale per essi, tutti rimasti irrisolti nella desolazione del tempo che li ha consumati, tuttavia vale per il loro autore. E si tratta di un processo di iniziazione umana, svolgentesi per vie quasi mistiche e piene di sacri sgomenti, negli ipogei del Temps retrouvé, dove il romanzo di Proust […], conduce l’autore ad una delle più alte esperienze religiose del nostro secolo.”

 

 

Thomas Mann: una sensibilità incompresa come quella del suo ‘Tonio Kroeger’

Thomas Mann (Lubecca, 6 giugno 1875-Zurigo,12 agosto 1955), scrittore tedesco, nasce in quella Lubecca una volta appartenente alla cosiddetta “Lega Anseatica”. E’ considerato non solo uno degli autori di maggior risonanza europea del novecento, ma anche mondiale; basti, per esempio leggere alcune delle sue opere più celebri da lui scritte come “La montagna incantata” , “Tonio Kroger”, “ I Buddenbrook”, “Morte a Venezia”. Personalità particolare, con mente sognatrice, fantastica e introspettiva.

Durante i suoi studi (di indirizzo commerciale) compone le sue prime opere, mostrando talento e qualità discrete. E’ durante il periodo universitario a Monaco che conosce importanti figuri intellettuali di vari caffè. Ed è proprio qui che tiene un’importante conferenza su Wagner, che ammirava molto citando alcuni legami tra il Nazismo e l’arte. Soggiorna, in seguito anche in Svizzera. Tra i riconoscimenti più importanti ottenuti dallo scrittore, ovviamente vi è il premio Nobel per la letteratura nel 1929. Nel 1952 è in Svizzera; tuttavia in Germania non vi fece ritorno, anche se venne proposto come Presidente della Repubblica. Muore di arteriosclerosi nei pressi di Zurigo il 1955

Parlando di alcune tematiche “classiche” e sempre presenti in Mann certamente c’è in agguato la morte, il regno oscuro e cupo, ma anche sofferente. Sì, sofferente perché? Proprio il suo Paese di nascita, la Germania. E qui vediamo, senz’ombra di dubbio, un certo disagio dell’autore nel guardarsi intorno i crimini commessi dal suo crudele popolo. Crudele, forse, a dir poco. Ma non siamo in sede di giudicare come si è comportato il popolo teutonico durante la Seconda Guerra Mondiale. Qui, tuttavia, basta leggere un qualsiasi libro di storia.

Ma il suo atteggiamento è molto ambiguo, in quanto elogia, altresì, l’amore per il suo popolo, soprattutto la Germania culturale, senza dimenticare, come detto sopra, le violenze che s’accompagnavano insieme ai grandi autori. Dove si sente una certa qual sofferenza è nella sua opera precedentemente citata “Tonio Kroger”. Cos’ha di speciale Tonio? La risposta si trova dopo aver letto il romanzo e, dove ci si chiede: chi è, in realtà, il protagonistà? E’ l’autore stesso!

Infatti, qui, Tonio, ragazzo molto giovane, affronta il difficile rapporto sociale con gli altri individui, in cui si egli accusa si non riuscire a godere di una vita pura e semplice come “tutti” gli altri, vivendo di giorno in giorno senza preoccupazioni, a differenza di quelli più dotati e dotati di una sensibilità artistica, che seppur consapevoli (o quasi) del mondo che li circonda, tendono a chiudersi a riccio, isolandosi, diciamolo pure, perfino da stessi. E qui sta vi risiede la situazione di Tonio, in una ricerca che è quella di se stesso, come d’altronde volle fare l’autore, cercare il suo vero essere, chi è (o cosa) e non è.
Il protagonista ha un’estrema sensibilità, come l’autore; sensibilità artistica, come l’autore; incompreso da tutti, come ancora l’autore.

E a questo, vien da chiedere: e dunque? Il dunque è qui: Thomas Mann sta a Tonio Kroger, come questi sta all’autore.
Un altro “dunque”? Dunque il romanzo potrebbe, a questo punto, chiamarsi benissimo “Thomas Mann” anziché “Tonio Kroger”, sicché, tanto, è la stessa cosa.

Ricorrente nelle sue opere anche il tema dell’omosessualità , della creatività faticosa ma positiva e fruttuosa per la società, della dicotomia innocenza-giovinezza/corruzione-vecchiaia,(incarnati rispettivamente da Tadzio e l’autore ascetico Gustav Von Aschenbach, innamorato di lui) specialmente in “La morte a Venezia” (1912) resa ancora più celebre dal film omonimo di Luchino Visconti.

Tra il 1933 e il 1942, Mann pubblica la tetralogia “Giuseppe e i suoi fratelli”, tratta dalla Genesi, lavoro di grande fattura. Con “Lotte a Weimar” (1939), riprende ispirazione da “I dolori del giovane Werther” di Goethe. Con il “Doctor Faustus”,(1947) invece, racconta la storia del compositore Adrian Leverkühn e della corruzione della cultura tedesca negli anni precedenti alla Seconda Guerra Mondiale, mentre il suo ultimo grande romanzo, “Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull”,dove il protagonista,un giovane fascinoso, riesce a far credere di appartenere ad un grado sociale superiore, è rimasto incompiuto per la morte del grande scrittore, uno dei più influenti nel panorama culturale del Novecento.