“Il posto giusto”, di Simona Garbarini

Per la sezione autori emergenti segnaliamo il romanzo d’esordio di Simona Garbarini, Il posto giusto è un libro che parla di calcio e di sogni da realizzare, di sogni infranti. Lo sport fa da sottoveste alla intera storia: Toni e Guido sono i due protagonisti che si incontrano con le loro vite e che fanno da trama a tutto il romanzo. L’autrice narrerà sapientemente i drammi familiari che si troveranno ad affrontare, le sfide e le lotte che incontreranno. Guido, un uomo di mezza età che, dopo aver visto naufragare il proprio matrimonio, si lascia abbindolare dall’alcol. Un tracollo che lo spinge ad abbandonare il mestiere di chirurgo e diventare medico sportivo per le giovanili del Torino Calcio. Toni è un ragazzino che ha un padre tossicodipente, ma che compare solo quando è ora di maltrattarlo, il ragazzino quasi non sa leggere e scrivere, sa solo correre dietro a un pallone. I due, entrambi con storie difficili alle spalle, si incontrano in un polveroso campetto alla Falchera, la periferia Nord di Torino, e Guido quando lo vede la prima volta sente che Toni ha davvero bisogno di aiuto, così pensa di prenderlo in affido.

Tossicodipenza, inconprensioni: il romanzo d’esordio della giovane autrice, che nella vita fa la pediatra, è il classico romanzo per adolescenti, dove passioni e contrasti si rincorrono senza giungere a una reale conclusione, ma anzi risultando solo sfiorati anche nella narrazione. I drammi e le problematiche vengono toccati con delicatezza, quasi abozzati e lasciati intendere. E’ un romanzo che merita di essere letto con la giusta leggerezza e un gusto tale che faccia apprezzare i non facili personaggi e le loro storie.

Il posto giusto non è un semplice romanzo che parla del Torino calcio e del sogno di un ragazzo difficile che vuole diventare un calciatore: è un romanzo fatto di persone e dei loro sentimenti che spesso faticano ad essere espressi e molte volte vengono mal interpretati, di quanto fatica si debba fare per trovare il nostro posto giusto nel mondo.

 

La Recherche di Proust: una tragedia tra biancospini e cattedrali

Un’opera monumentale, classica e moderna allo stesso tempo, una cattedrale gotica, un capolavoro senza tempo, un’impresa per chi si accinge a leggerla. Stiamo parlando della Recherche, Alla ricerca del tempo perduto scritta tra il 1908 e il 1922 da Marcel Proust. Più di 3.700 pagine nelle quali il grande scrittore francese si propone di ricercare la verità, recuperando il tempo attraverso le celebri intermittenze del cuore, (Joyce parlerebbe di epifanie) ovvero quel risorgere di un ricordo attivato dalla memoria sia volontaria che involontaria, che ci riporta indietro nel tempo, a situazioni vissute.

Particolare importanza assume la vicenda editoriale dell’opera, a riprova della ponderosità del lavoro, della puntigliosità della composizione e delle difficoltà incontrate per la pubblicazione dell’opera.

Dal marzo 1909 i quaderni di appunti di Proust si infittiscono di episodi, abbozzi, ricordi, ritratti di personaggi. Tra l’estate e l’autunno stende le prime versioni di Combray e del Temps retrouvé, cioè dell’inizio e della fine dell’opera; nel 1910 insiste su quella che sarà la conclusione, mentre, il romanzo si espande in un dittico di romanzi, Le temps perdu e Le temps retrouvé, dal titolo complessivo Les intermittences du coeur.

Nel 1913 riesce a far accettare il lavoro all’editore Grasset, dopo la stroncatura di Gide, consulente di uno dei maggiori editori di Parigi, e pubblica a sue spese i primi due tomi dell’opera. Nel 1914 esce Du coté de chez Swann, primo volume dell’opera che avrà come titolo A la recherche du temps perdu. La morte del giovane autista Alfred Agostinelli (che amava) e la guerra costringono Proust a mutare nuovamente il progetto originario. Da Agostinelli nasce la figura di Albertine, introdotta nel secondo romanzo A l’ombre des jeunes filles en fleur.

Nel 1919 Proust, che è passato all’editore Gallimard, riceve il premio Goncourt mentre la malattia e l’ansia di concludere lo incalzano. Nel 1920 esce la prima parte di Le coté de Guermantes; la seconda, insieme alla prima di Sodome et Gomorre, compare l’anno seguente. Nel 1922 lavora alla Prisonnière, già dattiloscritta, ma il 18 novembre muore per una polmonite. Gli ultimi tre romanzi usciranno postumi: La prisonnière nel 1923, Albertine disparue, che Proust, Le temps retrouvé nel 1927.

La Récherche non è affato un romanzo autobiografico, (non si deve confondere il narratore con Proust), bensì la storia di una passione, di un amore, bello e struggente, per la letteratura; è la storia di Proust che riversa tutte le sue energie per scrivere il suo capolavoro, la sua tragedia, il suo inferno dantesco immerso tra biancospini, cattedrali e violette avente come sottofondo note di musica classica (efficace mezzo per esprimere l’ineffabile) che cela perversioni ed inquietudini. Proust interroga le parole, i gesti, le atmosfere, tortulandole, egli attua una violenza (che si esplica quando lo scrittore indugia lungamente sui dettagli, come le passeggiate, sui luoghi, la difficoltà nel prender sonno o quandonarra dell’amore delirante tra il geloso Swann e la mondana Odette) nel ricercare la verità che non sempre si nasconde tra le pieghe più sordide della vita. Leggendo Alla ricerca del tempo perduto si può percepire l’animo angosciato ed inquieto di Proust e a tal proposito ha ragione Alessandro Piperno quando sostiene che “la forza rabbiosa di uno scrittore che la tradizione ci consegna è come una sorta di simulacro di fragilità e deliquescenze morali. Invece il vigore muscolare di Proust annienta i suoi esegeti, anche quelli più scaltri, più cinici e nichilisti”.

L’opera presenta un ventaglio ricco di simboli, di analogie, di metafore e di segreti da ricercare, e si articola in sette parti. Come ha detto Proust stesso, la Recherche è “una costruzione dogmatica, cioè segue un piano rigoroso e conseguente”. Per poterla comprendere nella sua totalità, quindi, è necessario riassumere “per summa capita” il suo svolgimento, libro per libro.

1 – Du coté de chez Swann (Dalla parte di Swann). Il narratore ripensa, insonne, alla propria infanzia. Il ricordo più vivo è quello in cui, durante le vacanze in campagna a Combray, sua madre gli negava il bacio della buona notte, per trattenersi con un ospite, Charles Swann. La realtà di quel mondo, che egli si sforza inutilmente di rievocare, gli sembra perduta. Ma un giorno, assaggiando per caso un biscotto inzuppato nel tè, esso risorge: quel sapore, che da piccolo gli era familiare, gli restituisce le sensazioni, i ricordi, i racconti legati a Combray. La vita abitudinaria del paese era come quella della zia Léonie, ipocondriaca e reclusa volontaria, che dal suo appartamento spiava l’ordine immutabile delle cose. A lei badava Francoise, domestica ora mite e materna, ora spicciativa e crudele. In quella casa, i genitori del narratore accoglievano Swann, ricco israelita e raffinato intenditore d’arte, guardato con sospetto per aver sposato una cocotte (donna di facili costumi), Odette de Crécy. Alla sua tenuta portava una delle strade percorse dal narratore durante le sue passeggiate; l’altra, invece, conduceva al castello dei duchi di Guermantes, che il bambino immaginava circondati di gloria e di poesia.
A dispetto di quello che si credeva a Combray, Swann e i Guermantes facevano parte della stessa alta società parigina. Era stato allontanandosi da questa e frequentando i Verdurin, borghesi rampanti e animatori di un salotto, che Swann aveva conosciuto Odette e, tormentato dalla gelosia, aveva finito per sposarla. Dal matrimonio era nata Gilberte: il narratore ha giocato con lei agli Champs Elisées e, senza confessarglielo, se ne è innamorato.
2 –A l’ombre des jeunes filles en fleur (All’ombra delle fanciulle in fiore). Sono due le scoperte che reggono il “romanzo di formazione” del narratore adolescente: quella dell’arte da un lato, quella della vita mondana e dell’amore dall’altro. A Parigi egli assiste a una recita della celebre attrice Berma ed è presentato allo scrittore che più ammira, Bergotte; ma, in entrambi i casi, la realtà lo delude. A Balbec, sul mare della Normandia, conosce alcuni membri della famiglia Guermantes: la vecchia Madame de Villeparisis, che si lega a sua nonna, Robert de Saint Loup, che diventerà suo intimo amico, e l’altero e bizzarro Barone di Charlus. Ma lo affascina anche la piccola banda di ragazze che scorrazzano per Balbec e, tra queste, Albertine. È di lei che il narratore si innamora ed è lei ad introdurlo presso il pittore Elstir. Questi gli rivela l’esistenza di un’arte incentrata sulla metafora e che modifica la nostra percezione delle cose svelandone il significato segreto.
3 – Le coté de Guermantes (La parte di Guermantes) Tornato a Parigi, dove sua nonna, malata, muore, il narratore alloggia vicino al palazzo dei Guermantes. La corte che egli fa alla duchessa, tra il patetico e il ridicolo, cade nel vuoto; eppure, stringe sempre più i rapporti con la nobile famiglia. Prima è ospite di Saint Loup, poi è invitato ad un ricevimento di Madame de Villeparisis e subisce le strane attenzioni di Charlus, infine è accolto con benevolenza nella stessa cerchia dei duchi. Ma il loro mondo, visto da vicino, perde l’incanto della poesia; e persino la duchessa, ricevendo con incredula superficialità la notizia che Swann le dà di essere malato incurabilmente, svela l’inconsistenza della magia mondana.
4 – Sodoma et Gomorra (Sodoma e Gomorra). Il narratore sorprende Charlus in uno stupefacente dialogo, e ha così la chiave di comportamenti prima incomprensibili: virilismo e isteria nascondono la sua omosessualità. Tornato a Balbec, il narratore vive, a più di un anno di distanza, il dolore per la morte della nonna, che qui lo aveva accompagnato per la prima volta. Stringe la relazione con Albertine, ma ne scopre il lesbismo. Con irrazionale angoscia, decide di portarla a Parigi e di sposarla.
5 – La prisonnière (La prigioniera). La convivenza del narratore con Albertine è, più che amore, reciproca tortura. Ossessionato dalla gelosia, egli tenta di ricostruire il passato di lei, che continuamente gli sfugge. Intanto, dopo la morte di Swann e Bergotte, trova nella musica di Vinteuil un ideale estetico vicino a quello rivelatogli da Elstir. L’arte sembra dunque schiudere quella pacificazione che l’amore nega, e che nega ancor più, con l’improvvisa fuga di Albertine da Parigi.
6 – Albertine disparue (La fugitive) (Albertina sparita. La fuggitiva). Un telegramma informa il narratore che Albertine, caduta da cavallo, è morta. D’ora in poi non gli resterà che tormentarsi nell’impossibile tentativo di ricostruire definitivamente la verità su di lei e, alla fine, dimenticarla. L’oblio è sanzionato da un viaggio a Venezia, mentre il mondo parigino muta e si capovolge. Gilberte Swann sposa Robert de Saint Loup (che, si scoprirà, è segretamente omosessuale), Charlus si umilia per amore di un cinico violinista, Morel: le gerarchie sociali e i miti dell’epoca di Combray stanno crollando.
7 – Le temps retrouvé (Il tempo ritrovato). Siamo nel 1916. Dopo un lungo soggiorno in una clinica, il narratore torna in una Parigi esposta ai bombardamenti tedeschi. Qui ha la rivelazione intera della perversione di Charlus, presto colpito da paralisi. In un ricevimento dai Guermantes ricompare, come in una danza macabra, il mondo della giovinezza del narratore, su cui gravano le ombre della fine. Egli si crede, ormai, incapace di scrivere. Ma in una serie di folgorazioni simili a quelle che gli hanno restituito Combray, il narratore scopre la sua vocazione: fare delle esperienze della sua vita i materiali di un’opera d’arte, e vincere la morte.

Celebre è l’incipit della Rechèrche  <<A lungo mi sono coricato di buonora>>, frase che viene ripresa dal protagonista del capolavoro di Sergio Leone, C’era una volta in America. Restando nel campo della settima arte il regista Luchino Visconti avrebbe voluto realizzare un film sulla Récherche, ma di li a poco, mentre stava raccogliendo materiale per il suo lavoro, sarebbe morto.

Volendo attecchire alla psicoanalisi (tendenza abbastanza consolidata per la verità) si può considerare La Recherche come un’efficace risposta all’elaborazione di una grande sofferenza, la quale esige una sua giusta dimensione (in quanto malattia) nella psicoanalisi di Freud: stesso piacere nel ricordare all’interno di una logica ripartita, sia volontariamente che involontariamente.
Come afferma lo stesso Proust, <<Questa istintiva capacità di far resuscitare i ricordi e le sensazioni più antiche […] nella profondità organica, è divenuta traslucida delle viscere misteriosamente illuminate>>. Le azioni più comuni, i gesti più semplici, sono esaminati in ogni loro sfumatura con mirabile sensibilità e acutezza, e il narratore ci fa capire che tutto è misurato dagli anni e che va verso la morte, motivo per il quale aspiriamo all’eternità.
Ma, mentre Freud lotta contro il tempo per poter affermare il suo valore al mondo, a Proust non interessa il tempo; egli infatti si dedica alla vita mondana, ma anche lui riesce a trovare un modo per recuperarlo, per ritrovarlo, attraverso le intermittenze del cuore. Entrambi, dunque, vogliono vivere davvero il tempo, essendone consapevoli.
Specialmente in Sodoma e Gomorra e in La fuggitiva si percepiscono fortemente l’ineluttabilità dell’oblio e il suo perverso meccanismo che coinvolge non solo il destino dell’uomo ma la Storia stessa, la società e i suoi costumi. La soluzione, sia per il romanziere che per Freud è scrivere, sebbene con soluzioni differenti.

Tuttavia, non si può ridurre Proust a grande interprete dell’interiorità, o ad un scrittore della memoria; egli ha anche dato un grandioso affresco delle società francese tra l’Ottocento e il Novecento attraverso le vicende di due categorie sociali: l’aristocrazia e la borghesia. Come ha giustamente notato Giacomo Debenedetti, grandissimo estimatore di Proust, <<La Recherche è un’allegoria di quel vivere mondano tipico dei religiosi, ovvero il subire la cronaca e la storia come distruzione del tempo>>Debenedetti ha fatto da eco all’affermazione emblematica dello stesso Proust secondo il quale si entra in letteratura come si entra in religione.

E pensare che Un amore di Swann, alla sua uscita, fu snobbato in Francia e stroncato in Italia, indicato dalla critica come un romanzo d’appendice sulla scia de I misteri di Parigi (1843) di Eugene Sue.

Lo stile di Proust è caratterizzato da un periodare ampio, ricco di subordinazioni, con continui trapassi verbali, incisi, capace di evocare le sensazioni e gli stati d’animo più sottili, come se egli cercasse incessantemente di catturare la felicità e di dare un senso alla propria esistenza e alla letteratura stessa. Non vi è azione ne La Récherche, Proust è prolisso ma nessuno come lui al giorno d’oggi è in grado di descrivere la vita quotidiana con la stessa intensità e struggimento.

Dato il desiderio del narratore della Récherche di fare della propria vita un’opera d’arte per vincere la morte, si potrebbe essere portati a pensare, erroneamente, di accostare la figura di Proust a quella di un esteta, di un decadente, come ad esempio D’Annunzio, ma la “bellezza” di Proust si differenzia da quella degli altri “esteti” sia del suo tempo che della precedente generazione perché non è un modo di possedere, di affermare  una trionfale manomissione e manipolazione delle cose; è invece un modo di chiedere scusa alle cose, per svelarne il loro segreto.

E l’amore? Come intende l’amore il grande scrittore, anch’esso in maniera tragica? A tal proposito possono esserci ancora una volta d’aiuto le parole di Debenedetti, secondo il quale “Proust identifica subito nel tema dell’amore, la figura più plastica, riconoscibile, umana, di quell’impresa disperata e tormentosa contro l’inviolabile, di quel viaggio lungo itinerari ansiosi e sbagliati alla volta del segreto individuale delle cose e degli uomini, verso l’anima che si occulta e si annuncia dietro la facciata”.

<<Toccherà mai la superficie della mia piena coscienza quel ricordo, l’attimo antico che l’attrazione di un attimo identico è venuta così di lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare, nel più profondo di me stesso?>> (Da Un amore di Swann)

 

Dal romanzo al film: ‘Il giardino dei Finzi-Contini’, la pellicola della discordia tra De Sica e Bassani

Giorgio (L. Capolicchio) e Malnate (F. Testi) sono tra i pochi frequentatori della casa dei Finzi Contini, aristocratica famiglia ebraica che vive in una lussuosa villa di Ferrara circondata da un vasto giardino. Alberto ama la bella Micol, la quale pur volendo bene Giorgio non esita a concedersi a Malnate. La dolce vita dei Finzi-Contini e le pene d’amore di Giorgio sono interrotte dalla seconda guerra mondiale e dalla politica di discriminazione razziale.

Il giardino dei Finzi-Contini, romanzo del 1962 dello scrittore bolognese Giorgio Bassani è stato non poco osteggiato alla sua uscita da diversi esponenti nella Neoavanguardia italiana che consideravano l’opera costruita attraverso una manovra palesemente ideologica che mira ad un trattamento preferenziale dell’io narrante, ovvero di Giorgio, il protagonista della storia. Una storia di amore (tra Micòl e Giorgio) e di salvazione (quella di Giorgio, la cui buona e cattiva coscienza è incarnata dallo sguardo decadente rivolto al passato dei ricchi Finzi-Contini e da Malnate, amico della famiglia, con le sue scelte politiche e di vita).

Ma se Bassani ha potuto consolarsi con il successo del suo romanzo, contando su una buona parte di estimatori, ben poco ha potuto di fronte alla sceneggiatura del film diretto nel 1970 da Vittorio De Sica, sceneggiatura, stesa da Pirro e Bonicelli, che ha suscitato un fortissimo dissenso nello scrittore, il quale ha chiesto ed ottenuto che venisse tolto il suo nome dai titoli di coda della pellicola. I motivi di tale conflitto sono presto detti: diversamente dal romanzo, il film non utilizza la tecnica dell’Io narrante e si chiude con l’episodio della deportazione mentre Bassani aveva fatto fuggire Giorgio in tempo all’estero, per poter raccontare e rievocare i fatti e la storia della sua giovinezza e del suo amore non corrisposto, a distanza di 14 anni.

È lo stesso Bassani ad esprimere il resoconto della travagliata vicenda della trasposizione filmica del suo romanzo nel 1970 sull’<<Espresso>> con il titolo eloquente de Il giardino tradito: il progetto di rispettare i due differenti piani temporali, il passato (attraverso dei flashes in bianco e in nero) e il presente non era stato tenuto in considerazione, secondo Bassani, da Ugo Pirro. La sceneggiatura di Pirro, in effetti, è instradata in fatti su un solo piano temporale, quello del passato e ha l’effetto di ridurre l’importanza e il significato del ruolo del protagonista; secondo lo scrittore infatti l’attore Capolicchio compie il suo dovere <<ma il film, incerto sempre se rappresentare la storia d’amore tra lui e Micòl, o se dare un quadro documentario dell’Italia mussoliniana alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, o se descrivere le persecuzioni antisemitiche attuate dal fascismo, ne fa un personaggio sbiadito, minore, di nessun rilievo morale>>. E nel romanzo Bassani usa anche mezzi “sleali” per elevare moralmente Giorgio, facendo terra bruciata intorno agli altri personaggi e rendendo funzionale al processo di salvazione dell’io narrante persino il problema ebraico.

Bassani protesta anche contro la rappresentazione del padre di Giorgio proposta sul grande schermo, il quale viene fatto partire per i campi di sterminio nazisti dopo aver detto alla bella Micòl che Giorgio si era salvato. Le incongruenze e le approssimazioni del film sono evidenti, come una certa freddezza che pervade l’illustrativo e smorzato film. Ma il lavoro di De Sica, al quale non può essere fatta una colpa (come del resto nemmeno a Bassani se non si è riconosciuto nella trasposizione cinematografica) se ha voluto realizzare un’ opera autonoma, ha anche dei meriti, uno su tutti quello di aver proposto uno spettacolo nuovo, per nulla volgare o kitsch come è stato ingiustamente definito, attraversato da una luce crepuscolare che nasce proprio dai sentimenti di speranza (e di inganno) di Giorgio e Micòl. In fondo i protagonisti del film subiscono un estraniamento che si avverte nelle pagine del romanzo, i personaggi di Bassani sono dei fantasmi di un passato perduto, (e in quanto ebrei, avvertono ancora di più lo sradicamento, la perdita di identità), la loro quotidianità fatta di piccole cose si scontra con la grandezza della Storia.

Il regista ha cercato di bilanciare l’ambiguità e la nostalgia dei personaggi con la storia d’amore, con gli eventi storici che trasformano tutto in tragedia, e con le ragioni commerciali. Ne è emerso un film più che decadente, neoromantico, dipinto ad acquerello dove l’ineluttabilità del destino opprime la vita dei personaggi, incapaci di vivere la realtà; De Sica dà maggiore spazio alla splendida protagonista, l’unica che capisce davvero cosa avverrà di li a poco, la cui relazione con Malnate risulta poco credibile. Nonostante i suddetti difetti che però non bastano a decretarne la stroncatura, Il giardino dei Finzi-Contini si è aggiudicato l’Oscar per il miglior film straniero nel 1971 e altri numerosi premi e nominations.

 

Il giardino dei Finzi-Contini-scheda film
Anno: 1970
Regia: Vittorio De Sica
Cast: Lino Capolicchio (Giorgio), Dominique Sanda (Micòl Finzi-Contini), Helmut Berger (Alberto Finzi-Contini), Fabio Testi (Giampaolo Malnate), Romolo Valli (padre di Giorgio).
Sceneggiatura: Vittorio Bonicelli, Ugo Pirro.
Fotografia: Ennio Guarnieri
Musiche: Manuel De Sica
Produzione: Gianni Hecht LucariI, Arthur Cohn per DOCUMENTO FILM ROMA, CCC FILMKUNST (BERLINO)
Distribuzione: TITANUS- MONDADORI VIDEO, SAN PAOLO AUDIOVISIVI (IL GRANDE CINEMA), DE AGOSTINI
Paese: Italia
Durata: 93 Min