‘Le due vite di Tu’, il romanzo di formazione di Aldo Cernuto

Solo dalle ferite può uscire un respiro vitale, che coincide con un cambiamento esistenziale che ha il sapore di una pacificazione familiare: è questo uno dei messaggi che contiene il romanzo di Aldo Cernuto, copywriter e direttore creativo in network pubblicitari, dal titolo Le due vite di Tu, romanzo di formazione sotto forma epistolare che non risparmia al lettore un doppio finale.

Le due vite di Tu racconta i due momenti contrapposti della vita del protagonista: nella prima parte l’autore si concentra sulla nascita fino all’adolescenza di un bimbo in apparenza ritardato, figlio di genitori separati.

E’ il padre a rivolgersi a suo figlio, facendo mea culpa e spiegandogli le cose della vita, affinché cresca forte e consapevole. Al momento T segue il momento U che si svolge ai giorni nostri: il protagonista, ormai realizzato professionalmente, fa un bilancio della propria vita, bilancio che lo condurrà verso una resa dei conti finali toccante e drammatica.

Il romanzo è un tirare le somme della propria esistenza fatta di errori più o meno deliberati, indispensabili per avere quel coraggio che basta per prendere per mano il proprio figlio e condurlo sulla strada della maturità. L’uomo ricorda le tappe decisive della vita del figlio con dolcezza e precisione quasi avesse un diario sotto gli occhi:

“La svolta della tua vita, o perlomeno l’abbrivio verso la curva decisiva, avvenne un venerdì sera, nel mese d’aprile del 2011. Rientravi da una giornata trascorsa distribuendo volantini in centro: cinque euro all’ora per promuovere un candidato alle imminenti elezioni comunali. Data la misera retribuzione, l’avresti detta una campagna non tanto in suo favore, ma contro di lui. Rientrato a casa con i piedi a bollore, trovasti un solo studente: gli altri erano tornati alle proprie famiglie per il weekend. Fu proprio lui, intento a curare con aria assente delle uova strapazzate, a parlarti di un’offerta di lavoro vista online: pensava potesse interessarti perché, disse testualmente, cercano uno che sa scrivere”.

Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è rappresentato dal ruolo, dalla funzione salvifica della scrittura, che come sosteneva Aharon Appelfeld può diventare la porta d’ingresso per quel mondo che sta nascosto dentro di noi. La parola scritta ha la forza di accendere la fantasia e illuminare l’interiorità.

In tal senso l’uomo, rendicontando la propria esperienza e riflettendo sulla genitorialità, mette a frutto due grandi doti dell’essere umano, la “parola” che dà  suono ai pensieri, e la “scrittura” che conferisce loro un senso nel tempo.

 

Genere: Narrativa/Romanzo di formazione

Pagine: 241

Prezzo: 16,64 €

 

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‘La spirale dell’estate’, il nuovo romanzo di spionaggio di Enzo Verrengia

La spirale dell’estate è il nuovo romanzo dello scrittore  Enzo Verrengia, autore di testi teatrali, di cabaret e sceneggiature per gli albi di Martin Mystère. Collabora con La Gazzetta del Mezzogiorno, Conquiste del Lavoro e La Verità.

Verrengia ha pubblicato i racconti comici de La notte degli stramurti viventi, editi in digitale da Delos Books, per la quale ha firmato anche Lo scritto di sangue (2018), e la trilogia Morte a Venezia (2019), Il mondo finisce a Berlino (2020) e Finale di caccia (2021). Con lo pseudonimo di Kevin Hochs ha firmato per la collana “Segretissimo” di Mondadori i romanzi di spionaggio Sandblast (2008), Sturmvogel (2011), Targeting (2014) e Watchdog (2015). Ha rivisitato Stevenson con L’eredità di Hyde (PIEMME, 2013). Suoi i saggi Divora il prossimo tuo (Avagliano, 2004), Complottario (Avagliano, 2006) e Millennial (Pellegrini, 2017)

La spirale dell’estate, sinossi

Giorgio Brisante nel 1967 ha quattordici anni e doveva solo andare in gita alle grotte di Castellana. La vita, invece, per lui ha tutt’altri piani.

Giorgio dovrà crescere in fretta e diventare uomo confrontandosi con

un’avventura degna del miglior Le Carré. Il fratello di suo nonno, Bruno, ex spia di Mussolini, gli consegnerà una missione ad altissimo rischio: recuperare delle carte segrete a Londra, appartenute a Siro Tonaghi, grande giornalista fuggito durante la guerra.

Nella Swinging London, oltre alle minigonne e alla musica ribelle, lo attende una vera e propria spy story. Spie doppiogiochiste, emissari sovietici, tutti a caccia della famosa documentazione.

Giorgio Brisante si giocherà la pelle come il suo eroe preferito, l’agente segreto inventato dallo scrittore Ebury Glayson, anche lui invischiato in questa spirale frenetica e incontenibile.

La grande tradizione della letteratura dello spionaggio

La spirale dell’estate rimanda a titoli di film e romanzi di spionaggio che unisco la suspence, la tensione agli elementi tipici del romanzo di formazione. Lo scrittore si avvale di una narrazione avvincente e si dimostra, come a giustamente notato Antonio Manzini, molto abile nel saper raccontare e togliere un po’ di polvere da un genere che in Italia manca da troppo tempo.

La spirale dell’estate si colloca a pieno diritto nella migliore tradizione della letteratura di spionaggio, accanto a Greene, Maugham e Fleming. Ma è anche un romanzo di crescita, un’educazione sentimentale moderna, la scoperta dell’età adulta in cui Giorgio imparerà a scontare i suoi errori e ad affrontare tutte le disillusioni che un mondo poco romanzesco e molto crudo e reale gli riservano.

“Ci rivedremo, Giorgio. Quando avrai trasformato la tua innocenza in una corazza e in un’arma per sgominare i draghi” era stato il
saluto di Trevor, a Milano.
Prima di Londra, di Milano e del ritorno, avevo immaginato di farlo
con i draghi in agguato per Claudia oltre il varco degli allucinogeni. Ma quel varco era l’universo al quale lei apparteneva. La spirale
di una galassia estranea, psichedelica, che ruotando risucchiava
tutto. Anche l’estate appena finita e quelle che dovevano ancora
cominciare.

In effetti il genere noir offre all’autore l’opportunità di raccontare l’agonia del nostro tempo su scala mondiale confermandosi uno scrittore imprevedibile e non scontato.

‘Cose da bambini’ di Toni Brunetti: l’incredulità di fronte alla brutalità del mondo

Negli anni sessanta Milano è già “la capitale morale” e la “capitale sanitaria” del paese. Milano fa scuola nell’economia, nella cultura, nella moda, nella pubblicità, nel design.

Milano tra gli anni ’60 e ’70

La città nella storia dell’Italia è riuscita sempre ad avere un ruolo prioritario in qualsiasi ambito: dall’eroismo delle cinque giornate alla lotta partigiana. Anche il 1968 vede Milano protagonista. Nel gennaio di quell’anno vengono occupate alla Statale le facoltà di Lettere, Legge e Scienze.

A marzo avvengono gli scontri di Largo Gemelli tra studenti e poliziotti. Ad aprile un centinaio di artisti occupa la Triennale. A giugno gli studenti contestatori attaccano la sede del Corriere della sera. A dicembre la contestazione degli studenti alla Scala: uova e cachi lanciati contro signori in smoking e signore impellicciate. Questi sono gli avvenimenti salienti del 1968 milanese. Ma nessun trionfalismo perché il peggio deve ancora venire.

Il 12 Dicembre 1969 proprio a Milano inizia la strategia della tensione: 16 morti e 90 feriti nella strage di piazza Fontana. Milano in quegli anni ha soprattutto il volto di una città operosa e ricca. Non tutti però riescono a raggiungere il benessere. Molti sono costretti alla “vita agra” descritta dallo scrittore Luciano Bianciardi.

La strategia del terrore

All’epoca si registra una massiccia migrazione interna. Torino e Milano sono le destinazioni di molti uomini del Sud, che partono con la valigia di cartone legata con lo spago, alla ricerca di lavoro. Giungono a Milano e subito si sentono spaesati e soffocati dalle coperture a tettoia della stazione centrale.

Milano come Torino ha bisogno di questi lavoratori, ma riesce a stento ad offrire loro un alloggio adeguato: nascono di conseguenza anche delle abitazioni abusive, quelle che verranno battezzate dai milanesi le coree. Milano non è solo vetrine sgargianti, capitani di industria, direttori di giornali, conversazioni da salotto dell’alta borghesia e benessere; è anche asfalto, cemento, traffico, stress, freddo e nebbia. A Milano ci si può perdere nel reticolo di strade del centro, ma anche nelle vie anonime dei quartieri di periferia.

Milano è una moltitudine di volti, una massa di pendolari e di gente che va di fretta. Negli anni settanta Milano era già una “città che sale”, come dicevano i milanesi: erano già stati costruiti il Pirellone e la torre Velasca. Palazzi e grattacieli spuntavano in ogni zona della città. Molti fanno parte della “gente che corre, che si dibatte, che ti ignora” come testimonierà Luciano Bianciardi. Per questa massa di persone Milano promette e non mantiene, fa sognare e poi risveglia bruscamente.

Milano all’epoca era una metropoli abitata da un milione ed ottocentomila persone. Forse a causa di quella che i sociologi chiamano anomia e/o forse a causa della correlazione tra frustrazione ed aggressività e/o forse a causa della società di massa dal dopoguerra in poi Milano diviene nota anche per i fatti di cronaca nera: delitti, sequestri lampo e rapine a mano armata fanno di Milano anche la capitale italiana del noir.

Il lato oscuro di Milano in alcuni romanzi

Giorgio Scerbanenco è il primo scrittore a descrivere magistralmente il lato oscuro di Milano con i suoi gialli: è il primo ad intuire che l’indifferenza, la solitudine e l’apatia possono avere la meglio sulla famosa gioia di vivere milanese. In Cose da bambini (edito da Planet Book) di Toni Brunetti, autore e regista, si sentono gli echi di questi due grandi scrittori.

L’autore rivela una cura certosina del dettaglio, una descrizione minuziosa e mai sciatta dei particolari, che probabilmente richiama Calvino. Però ciò non è un difetto perché Calvino ha influenzato molti ottimi autori, come ad esempio Daniele Del Giudice.

Cose da bambini: un romanzo di formazione che è anche un thriller

In Cose da bambini, ambientato tra il 12 dicembre 1969 e il 31 dicembre 1970, che è al contempo romanzo di formazione e thriller, c’è la periferia violenta di Milano sullo sfondo. Il protagonista vive nel problematico quartiere dell’Anello. Ma siamo davvero certi che quella fosse una Milano minore? Comunque in primo piano c’è la vita del giovanissimo protagonista, Marco di soli 11 anni, sospeso tra il mondo dei cosiddetti pari, con tutti i suoi conflitti come ad esempio la guerra delle clave, e quello familiare, in cui troviamo i contrasti dei genitori e della sorella più grande.

C’è l’evoluzione di Marco, con tutte le sue sensazioni, la sua curiosità, il suo stupore, in una parola sola il suo sguardo partecipe sul mondo. È descritta anche la realtà di un’altra epoca, fatta di cose, oggi ritenute insignificanti, ma che agli occhi del bambino erano importanti, come la cartolina da spedire per fare un provino nell’Inter o i pettegolezzi riguardanti la maestra più bella della scuola. Non ci è dato sapere quanto biografica sia la vicenda narrata.

Forse alcuni episodi ed alcuni personaggi della sua infanzia sono stati trasfigurati in Cose da bambini. La cosa fondamentale è che l’autore l’abbia tratteggiati perché restituiscono uno spaccato di quella Milano, oggi dimenticato o addirittura sconosciuto ai più. E poi leggendo questo libro viene rovesciata la prospettiva: non è che le nuove tecnologie di adesso siano esse stesse davvero insignificanti? Ma Milano ha anche un cuore nero.

Freud e il crimine

Nella metropoli vengono compiuti crimini efferati ed anche nel romanzo una bambina scompare. Un interrogativo interessante, che sorge spontaneo, leggendo questo libro è il seguente: Freud riguardo al periodo di latenza, quello riguardante la preadolescenza, aveva ragione oppure no?

Freud descrive questo periodo quasi come asessuato, ma probabilmente non è così. In quegli anni, come rivela Brunetti, facendo un quadro realistico, molto fuoco cova sotto la cenere. L’erotismo non è rimosso, ma tutto al più un poco inibito.

Inoltre  l’autore mette in evidenza acutamente anche il fatto che in quegli anni settanta i bambini crescevano in presa diretta con la realtà, frequentavano la strada, giocavano ad esempio a calcio in strada, cosa che oggi nessuno fa più. Non c’era nessun familiare allora che mediava il mondo di un quartiere difficile.

I bambini allora si lasciava che lo affrontassero da sé. I genitori non erano in genere iperprotettivi. Se due bambini facevano a botte nessuno chiamava il legale di fiducia, ma si diceva che erano cose da ragazzi. Le mamme allora non erano delle chiocce, che difendevano i loro ragazzi dai pericoli del mondo.

Eppure anche allora il mondo era pieno di  insidie e minacce a non finire. Erano allora i bambini più immorali o amorali? È molto difficile stabilirlo. Di sicuro non vivevano nell’ovatta, in quella che oggi chiameremo comfort zone. Un altro interrogativo sorge spontaneo dalla lettura di queste pagine. Viene da chiedersi se un tempo si maturava più in fretta e se si raggiungeva prima la capacità di intendere e di volere.

L’argomento è controverso, ma la riflessione è più che lecita, anzi doverosa. Altra cosa lodevole è che l’autore ha trovato uno scarto dal senso comune e dal linguaggio convenzionale, un ribaltamento del senso, una parola che indaga, che testimonia l’incredulità di fronte alla brutalità e all’assurdità del mondo.

 

Di Davide Morelli

‘L’amica geniale’: il romanzo del ricordo sulle età della vita, di Elena Ferrante

Due bambine si tengono la mano su per la scala buia e polverosa della vita. Il loro mondo è quello di un rione povero di Napoli, pare un paese sperduto, la città è appena dietro la collina ma sembra già un’altra realtà. Nelle strade, fra i palazzi la voce della violenza impesta l’aria, memorie di tempi lontani che affondano le radici ben prima della nascita delle due protagoniste di quest’ultimo libro di Elena Ferrante, L’amica geniale (edizioni e/o, pp. 329).

L’amica geniale: trama e contenuti

L’infanzia di Lila e Lenù è un’infanzia di brutalità, di pietre in faccia, di sangue, di urla contro i genitori, di voli fuori dalla finestra scaraventate da padri imbufaliti. I bambini riproducono i comportamenti degli adulti, delle proprie famiglie, l’odio si rigenera nei figli eppure una strada alternativa sembra spalancarsi di fronte alle due ragazzine: la scuola, se sei bravo, se brilli la maestra ti apprezzerà e così l’intero rione, e chissà, forse potrai andare via, scrivere un romanzo e diventare ricco e famoso. E Lila era bravissima, aveva imparato a leggere da sola, sapeva fare i conti a mente a una velocità fulminea, pur essendo ribelle e fastidiosa in classe. Noi la guardiamo crescere attraverso gli occhi dell’amica Lenù, voce narrante, che la trova talmente intelligente che i suoi sentimenti d’affetto si mescolano spesso all’invidia e a un senso d’inferiorità e d’impotenza. Lenù è la ragazzina buona e diligente che non ha nulla di quel demone geniale che scorge così potente nella sua amica. Tenta di starle dietro, studia solo per cercare di superarla. Tutto inutile, Lila è troppo. Almeno Lenù si sente bella, è bionda e paffuta, Lila invece no, è così magra che sembra rachitica, con quei capelli neri sempre arruffati.

Ma l’infanzia finisce e l’adolescenza stravolge tutto, Lila non può proseguire gli studi perché i genitori sono troppo poveri. Solo Lenù continuerà la scuola e sarà l’unica sua ricchezza, l’unica forza. E se per un po’ Lila tenta di starle dietro studiando latino e greco sulla panchina del giardino pubblico, e divorando romanzi presi in prestito nella biblioteca della scuola, ben presto comincerà a infuocarsi per altro, ad esempio per la politica che sembra finalmente dare “motivazioni concrete, facce comuni al clima di astratta tensione” che avevano respirato nel quartiere. “Il fascismo, il nazismo, la guerra, gli Alleati, la monarchia, la repubblica, lei li fece diventare strade, case, facce, don Achille e la borsa nera, Peluso il comunista, il nonno camorrista dei Solara, il padre Silvio, fascista peggio ancora di Marcello e Michele, e suo padre Fernando lo Scarparo, e mio padre, tutti tutti tutti ai suoi occhi macchiati fin nelle midolla da colpe tenebrose”. Quelle di Lila sono passioni brucianti che si consumano in un baleno. Ma se la scuola non è più per lei un modo per mostrare al mondo quel suo stile da fuoriclasse nel frattempo Lila è diventata bella, sensuale e corteggiatissima, sempre al centro dell’attenzione, immischiata più che mai nei meccanismi violenti del rione, tra spasimanti, fidanzati, fratelli, progetti imprenditoriali per arricchire la famiglia e un matrimonio ambiguo tra amore e convenienza.

Questa è la storia dell’evolversi della vita attorno a quella stretta di mano nata durante l’infanzia. Le bambine crescono, cambiano, si osservano, si invidiano, si stimano, si amano. Sono l’una l’amica geniale dell’altra, lo specchio dentro cui osservare se stesse e la povertà di Napoli. Contro ogni aspettativa Lila, ribelle e fulminante, sembra affondare sempre più le sue radici tra i palazzi del quartiere, Lenù invece, nella sua insicura pacatezza comincia a desiderare di diventare altro, volare via.

L’inizio di una saga moderna sulle età della vita

L’amica geniale è forse la più famosa saga italiana moderna sulle età della vita e dal suo primo capitolo, dedicato alle età dell’infanzia e dell’adolescenza, dove emerge la dimensione del ricordo e della memoria. Elena Ferrante non scrive una storia romanzata, fa romanzo della vita, perciò ciascuno è indotto, attraverso il racconto dell’esistenza più spesso misera ma sempre accesa di speranza di Lila e Lenù, a riconsiderare le proprie miserie e i propri agi, le proprie scelte e i propri pensieri, a rievocare i sogni realizzatisi o no, a fare racconto di sé, raccontarsi e redimersi, se si vuole, o semplicemente riconsiderarsi.

Facendo i conti con se stessi, con quello che, in effetti, siamo e quello che invece mostriamo, considerando con interezza il nostro genio interiore e non confondendoci con la nostra doppiezza.  La vita si svolge sempre su un binario doppio, bianco e nero, bene e male, sì e no, la vita ha sempre una valenza binaria; per questo, le ragazze protagoniste sono due, Lila e Lenù, ciascuna di lei ha, come tutti noi, il desiderio, la voglia, la volontà di crescere e cambiare, affrancarsi dal degrado morale e materiale in cui per caso o per volere degli dei si sono trovate a vivere, con metodi e scelte differenti, adeguati al proprio io, o semplicemente ritenute le più efficaci e opportune da seguire.

Lila e Lena sono diverse, e complementari; in realtà, non sono come due sorelle, o come due amiche intime e intensamente vicine e compartecipi, tutt’altro, tra loro c’è anche astio, livore, disagio, timori, litigi, rivalità, ci sono slanci di affetto e periodi di distacco, non per forza vanno sempre d’amore e d’accordo, spesso sono separate per tempi lunghi dalle distanze e dai casi squisitamente personali, nemmeno si dicono e si confidano completamente tutto di sé, molte sono le zone d’ombra che ciascuna cela volutamente all’altra.
Il romanzo non è, infatti, come molti credono, un’elegia dell’amicizia, è un di più: Lena e Lila sono due metà dello stesso essere, le famose metà di un’unica mela, ma con qualche distinguo. Non sono propriamente complementari, sono intimamente parecchio contrapposte:

L’amica geniale non è un romanzo dalle grandi rivelazioni, di quella violenza del sud incancrenita e tramandata di generazione in generazione s’è già parlato molto, da Sciascia fino a Saviano. Eppure la scrittura luminosa di Elena Ferrante imbriglia la lettura e la trascina. E la storia è viva più che mai, le due ragazzine crescono sotto i nostri occhi con tutte quelle sfumature psicologiche che danno un’impronta profonda alla narrazione. La casa editrice e/o ha annunciato per i prossimi mesi altri volumi di Elena Ferrante sulla giovinezza, la maturità e la vecchiaia delle due amiche ‘geniali’. Sarà un raro esempio di romanzo di formazione italiano?

“L’attimo in cui ci rendiamo conto, per la prima volta, che a nessuno importa davvero di noi è quello in cui smettiamo di essere bambini! Aveva percepito la freddezza che nascondono i cuori più vicini ai nostri. In superficie si sente la compassione e l’amore, ma basta che si scenda un po’ e si scoprono profondità in cui la nostra immagine non riesce a penetrare che racchiudono dei segreti a noi sconosciuti e ai nostri occhi degli oceani, degli abissi di indifferenza.”

 

Fonte: Redazione Doppiozero-Claudia Zunino

‘Quando gli squali mangiano vento’, di Enrico Meloni

Quando gli squali mangiano vento è un romanzo di formazione di Enrico Meloni (Tre Padri, Arca allo sbando?) pubblicato da Edizioni Progetto Cultura nel 2012. Il testo è accompagnato dalla prefazione della professoressa di pedagogia dell’università di Pisa Maria Antonella Galanti, e dalla postfazione di Carlo Santulli, ricercatore e docente all’università di Roma e di Napoli.

Quando gli squali mangiano vento / S’accende al sole un lampo di follia

La storia di Alessio e Roberto, due adolescenti romani cresciuti negli anni Ottanta, viene raccontata dal loro professore di filosofia del liceo, Felice Rapisardi, ormai novantenne, il quale decide di rimettere mano a dei suoi vecchi appunti e al diario di Alessio per tornare con la memoria a quanto avvenuto ai due ragazzi fra il 1980 e il 1981. La loro amicizia limpida, infatti, viene a corrompersi fino a sfociare in una totale inimicizia quando la notizia di una serie di avventure omoerotiche fra i due sfocia in pettegolezzi e disprezzo all’interno della scuola. Siamo a cinque anni dall’assassinio, per motivi simili, di Pier Paolo Pasolini.

Fra la confusione sessuale (entrambi gli adolescenti frequentano altre ragazze, anzi Roberto è rinomato nel suo ambiente per essere un gran conquistatore) e gli sconvolgimenti e le manifestazioni politici dei primi anni Ottanta, si consuma questa piccola tragedia destinata a sfociare nel nulla. Parliamo di “piccola tragedia destinata a sfociare nel nulla” perché la carica di tensione accumulata da Alessio, principale vittima delle voci di corridoio e, a quanto pare, unico a soffrire per la situazione, non arriva a sfociare in qualche gesto eclatante. Come negli Indifferenti di Moravia il protagonista della storia rinuncia più volte all’azione che avrebbe forse potuto sistemare (o mandare al tracollo) gli eventi.

Dopo la maturità il professore perde di vista i due ragazzi, per cui poco o nulla sappiamo delle loro vite post liceo; alla fine del romanzo leggiamo una mail inviata da Alessio ad Aurora (vecchia fiamma del ragazzo e anch’essa alunna del professore), e da questa verosimilmente rigirata al narratore, in cui l’ormai cresciuto protagonista riporta tre possibili sviluppi della sua “storia” con Roberto. Il finale è dunque aperto ma di fatto la storia in sé risulta conclusa in modo più che soddisfacente, in quanto il core della trama è un altro: affrontare la (purtroppo ancora spinosa) tematica dell’omosessualità, e il modo in cui si  è evoluta fra gli anni Ottanta – durante quello che viene più volte definito “riflusso” socio-politico dopo i movimenti del Sessantotto e del Settantasette, ossia un ritorno quasi restauratore a una sorta di normalità borghese – e i nostri anni Dieci, che niente hanno di rivoluzionario al riguardo, se togliamo la neo (e tanto giustamente attesa) legge sulle unioni civili.

Un romanzo “quasi saggio”

Quando gli squali mangiano vento è un romanzo dalla struttura peculiare, quasi eclettica. A una narrazione in retrospettiva si accompagnano brandelli del diario di Ale, flashback, dialoghi pseudo teatrali. Il mix di forme viene giustificato dal fatto che il professore sta cercando di raccontare una storia avvenuta diversi anni prima ricostruendone come può le varie fasi; le lacune sono inevitabili, così come le diverse prospettive e le diverse fonti da cui il narratore attinge. A questa giustificazione Rapisardi aggiunge una dichiarazione d’intenti a inizio testo dal sapore un po’ manzoniano:

Scrivere la storia di Ale e Rob. Non possiedo tutti i dati per ricostruire l’intera vicenda in modo attendibile, e mi trovo nell’impossibilità di fare indagini o ricerche […]. Comincerò col loro primo incontro, che precedé l’inizio della scuola. Alessio Leonetti e Roberto Mangredi. Alunni di quinta effe, anno scolastico 1980/81. Ne sono al corrente soltanto grazie a una testimonianza orale e a qualche pagina del diario di Alessio.

Non ci perde mai nella lettura, pur scivolando fra una forma testuale e l’altra, complice anche una (fin troppo forte) struttura didascalica che mette il punto su determinati eventi spiegandoli al lettore, e a tratti spezzando il tacito gentlemen agreement che con questo l’autore deve intrattenere: il far sapere, cioè, di star leggendo una storia.

Questo ci porta a due elementi di debolezza di Quando gli squali mangiano vento: il primo è che a tratti sembra di avere a che fare con un saggio divulgativo di psicologia/sociologia, soprattutto verso la fine, quando Rapisardi e Aurora discutono sul tema dell’omosessualità e del pregiudizio nella società. Il secondo riguarda il modo in cui questi argomenti vengono trattati: laddove spesso si interrompe la narrazione per entrare nella mente del professore, il quale tenta di sviscerare a suo modo la faccenda nella sua complessità, ciò avviene in modo parziale. L’argomento “omosessualità e pregiudizio”, come il finale del romanzo, resta aperto, non viene sviscerato, non ne vengono esplorati i perché, le conseguenze, le ricadute sulla società. Per dirlo con un’immagine, si ha l’impressione di sorvolare una città con un aereo anziché attraversarla camminando: la si vede nella sua interezza, ma se ne perdono i dettagli.

Per comprendere meglio questo passaggio, si riporta una parte del discorso di Aurora a fine testo:

Io li chiamo nazigay: chi non si conforma ai loro canoni, alle loro convenzione ecc., viene ghettizzato e demonizzato peggio di un giudeo all’epoca del papa-re. E chi pensava di trovare nell’omosex una via alternativa per essere libero farà meglio a stare lontano da certe bande di conformisti che, se trascuriamo qualche dettaglio, hanno la mentalità di una casalinga anni ’50.

Il refuso nella parola “convenzione” (non concordanza di numero) è di utile esempio per un’ulteriore problematica: editing e correzione di bozze poco accurati hanno portato a un libro con alcune debolezze strutturali, perché molti sono i refusi (spazi ripetuti, mancanza di uniformità nella punteggiatura ecc.) e le carenze. Ad esempio, molti riferimenti letterari e musicali (compresi il più volte citato Rino Gaetano e la sua Mio fratello è figlio unico) e personaggi non risultano incorporati nel testo, rimanendo con una funzione di contorno o sfondo.

Il che è un peccato perché Quando gli squali mangiano vento è un testo che, di suo, avrebbe avuto moltissime altre potenzialità.

‘Briciole dai piccioni’ di Alessandro Turati: una formazione disastrata

Briciole dai piccioni (Neo edizioni, 2016) è l’ultimo romanzo di Alessandro Turati (Le 13 cose). Si tratta di un romanzo di formazione molto peculiare, sia per l’insolita brevità (laddove il romanzo di formazione tende a essere piuttosto lungo, qui ci troviamo davanti ad appena 184 pagine) sia per le “tappe” affrontate dal protagonista: dopo infanzia e adolescenza, infatti, nel testo si trovano “alcolismo” e “disoccupazione”.

Come si arriva a raccattare briciole dai piccioni

Alessio Valentino nasce in una famiglia in cui nessuno si cura di lui: padre e madre sono troppo presi dai propri interessi per crescere un figlio. E infatti il piccolo Alessio cresce allo sbando, e già dalle prime pagine si capisce che lo aspetta un futuro poco allettante. Gli anni – quasi letteralmente – volano, e ci troviamo quasi a inseguire il protagonista fra elementari, medie, superiori, tentativi di università e vita lavorativa, mentre il mondo intorno cambia, si fanno gli anni Novanta e poi i Duemila; e intanto Alessio cresce spaesato, senza punti di riferimento se non una famiglia sempre più a pezzi (a cui si aggiunge una sorella), una biblioteca di paese dove rifugiarsi e tanti lavori più o meno degradanti («Questa è la tua postazione. Da questa parte ci sono gli ombrelli e da quest’altra parte ci sono le scatole e il nastro adesivo. Gli ombrelli te li porta coso, quello lì coi capelli lunghi, col carrello. Il resto lo trovi nel magazzino giù in fondo, con la porta scorrevole. Tu devi prendere gli ombrelli, infilarli nelle scatole e sigillare col nastro adesivo. È tutto chiaro?»).

Il nostro Alessio si trasferisce a Londra (una scelta, come quasi tutte, decisamente non ponderata: «Qui non si scopa più, penso, devo fare qualcosa. Lascio l’università e vado a Londra»), poi torna e si trasferisce altrove, cambiando vita, conoscendo persone ma mai stabilendo rapporti duraturi, mai trovando, citando a sproposito un grande della musica italiana, “un centro di gravità permanente”.

Giunge inaspettata l’età adulta, caratterizzata come s’è detto da alcolismo e disoccupazione; e giunge inaspettato anche l’epilogo, che è forse il momento di riflessione più emozionante del testo, in cui il protagonista (immedesimato qui con l’autore), durante una vacanza a Kos in cui il massimo dell’aspirazione è andare «al porto a lanciare sassi», ci illumina con verità universali apprezzabili per la nostra epoca. Memorabili, a nostro avviso, sono due:

  • «Gli esseri umani poveri, cioè il 97 per cento della popolazione, sono portatori di malinconia. Siamo malinconici perché i nostri desideri sono lontanissimi. E infatti, guardarci bene, le nostre vite portano tracce.»
  • «Che cos’è una vacanza, se non far finta di essere ricchi per una decina di giorni?»

Qui nell’epilogo troviamo anche un divertente gioco metanarrativo. Alessio Valentino/ Alessandro Turati ci dice che «questo testo che ho scritto è oggettivamente bruttino, ma è per questo che ho il coraggio di pubblicarlo. Diversamente, ne sarei troppo geloso e lo  chiuderei in una teca insieme al veliero di mio padre e al whisky di Brother John». Ma prima di questo, parlando con un rubinetto, si era verificata la seguente scena:

Mentre preparo la valigia, il lavandino del bagno inizia a perdere una goccia ogni qualche secondo. È insopportabile. Dopo due ore mi arrendo e gli confesso tutto: «Q.T.È.U.S.»
«Tienitelo per te!» mi consiglia il rubinetto.
«Ok».

Possibile che dietro quell’acronimo si nasconda un giudizio sul suo stesso testo? Tipo “Questo Teso È Uno Schifo/Una Stronzata”?

Il dubbio dell’anonimato

Briciole dai piccioni è scritto con uno stile sciolto, leggero (tipo dei testi targati Neo), e punta sull’ironia pungente e su situazioni paradossali per raccontare i disagi della contemporaneità, legati soprattutto a vite senza senso, situazioni sentimentali allo sbaraglio e rapporti lavorativi degni del capitalismo di inizio Novecento. Una scena fra tutte: il padre di Alessio lo ha cacciato di casa perché «non sopport[a] più la [sua] faccia in giro per casa»; il ragazzo, dopo qualche notte in motel, si trova un appartamento in affitto.

L’agente immobiliare sorride sornione, come se stesse ruotando il dito nel culo di un coniglio stanato sotto un cespuglio. Firmo il contratto, verso la caparra e la prima mensilità e non ho più un centesimo. L’appartamento da una parte dà sul lago e dall’altra dà sul cimitero. Ho il privilegio di vedere i morti dal balcone, in accappatoio con un drink. Questa è fortuna, penso.

Mentre si ride della cinica e laconica ironia con cui è costruita la scena, resta un amaro di fondo nel pensare che un ragazzo di ventitré anni non ha altre ambizioni nella vita se non quella di “godersi” il privilegio di vedere i morti dal balcone.

Questa ironia spinta, questa crudeltà e questo cinismo sono l’elemento di forza di Briciole dai piccioni, ma a volte stonano anche, soprattutto nella prima parte. Ciò che lascia perplessi all’inizio, infatti, è il linguaggio volutamente “cattivo a tutti i costi” soprattutto quando accostato a un bambino. Si consideri questo passo, in cui il piccolo Alessio, al quale «non succede quasi niente fino a un giorno che h[a] cinque anni», sta giocando con una coetanea:

«Dov’è la tua macchina nuova?» mi chiede.
«Ero sicuro di averla lasciata qui».
«Qui non c’è niente!»
«Merda, me l’hanno rubata!»
«Andiamo, non puoi permetterti una macchina nuova, sei povero e sei piccolo!»
«Stronzate, giuro che era qui».
«Sei un bugiardo!»
«Troia!»
«Cosa?»
«Puttana!»
«Così mi fai piangere!»
«Ti puzzano i piedi da morire!»
«Mi sto mettendo a piangere!»
«Me ne sbatto!»

Ci si chiede se un bambino di cinque anni abbia questa proprietà di linguaggio e se userebbe consapevolmente queste parole. Ma questo dubbio si scioglie quando entriamo nell’adolescenza, dove un certo registro linguistico è più accettabile e naturale, per poi esplodere nell’età adulta in cui, paradossalmente, questo gergo da strada sembra lasciar spazio alle scene comico-ciniche che fanno da pilastro del romanzo.

Una piccola nota a margine: il lettore viene a scoprire il nome del protagonista solo nella quarta e ultima parte del romanzo, “Disoccupazione”, a pagina 134 (parte, tra l’altro, in cui l’autore finalmente mostra tutte le potenzialità del testo): tutto ciò che viene prima, a causa di questo anonimato, sembra assumere dunque l’aspetto di un enorme incipit, di un prologo con la precisa funzione di mostrare, nelle ultime pagine, perché il nostro Alessio è quello che è oggi: uno sfigato senza rimedio, uno sconfitto dalla vita.

Che però accetta con indolente fatalismo ciò che gli è capitato, persino raccogliere briciole dai piccioni. Come se non fosse colpa di nessuno.

‘Quattro soli a motore’, di Nicola Pezzoli

Quattro soli a motore (Neo edizioni, 2012) di Nicola Pezzoli è il primo libro della saga dedicata a Corradino, il quale è stato seguito da Chiudi gli occhi e guarda (2015) e dal recentissimo Mailand (2016). Come la maggior parte dei romanzi che ruotano intorno alla vita di una singola persona, si classifica pienamente all’interno del genere di formazione.

Quattro soli a motore: “Corradino c’est moi. Corradino ce n’est pas moi”

Iniziamo col dire qualcosa di assurdo: Quattro soli a motore presenta uno degli incipit più robusti mai letti ma, al contempo, fonda molta della sua forza narrativa su una “truffa”. Proprio così, una truffa, ma di quelle che, da un lato, si “sciolgono” e si giustificano solidamente all’interno del testo, rendendosi così coerente al lettore; e dall’altro si “perdonano”, poiché quando ci si accorge di questa truffa (che tante aspettative ha creato nel frattempo) si è già immersi in una lettura che assorbe. Per capire di che tipo di truffa parliamo, è bene leggere la prima parte dell’incipit:

Se non vi piace Corradino, chiamatemi come vi pare. Solo vi prego non chiamatemi Scrofa. Non è giusto chiamare Scrofa un ragazzino di undici anni. Tanti ne avevo nel 1978, l’estate che divenni un assassino. Quell’anno accaddero cose che ancora mi fanno tremare e che adesso proverò a confidarvi. Possano perdonarmi le anime delle persone che ho ucciso. Perché una parte di me continua a pensare che i fatti si sono svolti così, che non si è trattato di pure coincidenze, e nessuno mi convincerà mai del contrario.

Da lettori ci si aspetta qualcosa di sconvolgente quando l’autore ci fa avvicinare, senza mezzi termini, alla possibilità che un bambino di undici anni di nome Corradino sia un assassino. Oltre a questo fatto, in queste poche righe aleggia una sensazione di oscurità (rinvenibile in tutto il romanzo) che è difficile togliersi di dosso. “Non è giusto chiamare Scrofa un ragazzino di undici anni” rimanda a un senso di giustizia universale infranta, mentre “possano perdonarmi le anime delle persone che ho ucciso” ha molto il sapore di un peccato da espiare. E così è, se si pensa all’educazione cattolica “da paese” impartita al protagonista.

Ma poi, nel prosieguo della storia di Quattro soli a motore, scopriamo che non c’è stato alcun assassinio; che il piccolo Corradino, in quell’estate del ’78, si è ritrovato a odiare alcune persone, con la morte delle quali niente ha avuto a che fare se non l’aver desiderato la loro fine in un taccuino rosso sottratto sette anni prima a una “cugina della nonna”. Ma allora perché, nonostante questo palese “tradimento” di quel filo rosso della fiducia che lega dalle prime righe autore e lettore – e che deve necessariamente continuare a essere integro fino all’ultima parola – non si può affermare che Pezzoli sia un millantatore e un bugiardo, relegandolo fra gli scrittori di cui non ci si può fidare?

La risposta è semplice e, al contempo, perfettamente s’inquadra nella tecnica stilistica del romanzo di formazione, o meglio in quella parte del romanzo di formazione che riguarda l’infanzia di un personaggio: l’immaginazione di un bambino, il suo modo di vedere il mondo intorno a sé e d’interrogarsi sugli eventi (soprattutto gli eventi ultimi e i casi limite, come appunto la morte) hanno la capacità di modificare strutturalmente le esperienze vissute e i ricordi legati a quelle stesse esperienze. Tornando anche trent’anni dopo sui medesimi fatti vissuti – con la consapevolezza e la Weltanschauung di un adulto che ormai ha imparato a razionalizzare, a darsi risposte sensate e coerenti col sistema-mondo – resta sempre quel senso di inspiegabilità, ineluttabilità e mistero intorno agli eventi che maggiormente hanno segnato l’infanzia.

E allora l’aver “predetto” le morti di persone odiate diventa de facto l’aver “causato” quelle stesse morti. Come si legge in questo passo relativo alla morte accidentale della zia Trude:

Di nuovo io solo con lei e le sue pupille sgranate e la sua faccia viola e l’espressione terrorizzata e attonita, ma pur sempre cattiva, io che avevo provocato la sua morte, io che l’avevo odiata d’un odio profondo, e che non riuscivo a dispiacermene abbastanza, se non per il terrore della condanna eterna della mia anima.

In Quattro soli a motore il rapporto di un bambino con la morte è qualcosa di paradossale, un concetto ancora evanescente, un mix di altri concetti altrettanto volatili (quel posto “magico” chiamato paradiso, lo strano timore associato alla parola “Dio”, l’impossibilità di un’ulteriore esistenza ecc.). Qualcosa d’inspiegabile appunto ma che – lo si percepisce già dalle lacrime dei vivi, dalle parole sbocconcellate e dagli sguardi di terrore dei genitori che provano a dare ragione di qualcosa di ultimo come la morte – non ha e non può mai avere un valore positivo, ma anzi è la negazione di tutto ciò che è. E allora quanto immani devono essere il senso di colpa, di terrore, di disperazione, per un bambino di undici anni, che si accompagnano alla consapevolezza (immaginata, ma non per questo meno reale nella sua mente) di essere stato la causa di ben tre morti, avvenute tutte in rapida successione, di altrettante persone odiate?

Ma le nebbie quasi-oniriche della fantasia e del mistero non avvolgono solo la dipartita improvvisa di questi personaggi. Tutto viene (ri)visto, anni dopo, attraverso gli occhi di un bambino cresciuto. Così la famiglia diventa il luogo della non-sicurezza (laddove la figura del padre – che generalmente funge da guida nell’esistenza – è sempre connessa col dittatore argentino Videla, mentre quella della madre – il simbolo, di solito, della purezza d’animo – è sporcata da un alcolismo imperante), le prime cotte sono vissute con terribile disincanto, il circondario del ristretto paesino di Cuviago è luogo di insidie e di limiti. Villa Kestenholz – la terribile residenza dell’altrettanto terribile padrone di casa (un fantasma ultracentenario nei pensieri del piccolo Corradino), il luogo di finis terrae, il non plus ultra, ciò che è al di là delle colonne d’Ercole – si rivela poi una casa come le altre, che nasconde solo un vecchio prossimo alla morte tormentato dalla perdita dei figli durante la prima guerra mondiale. Così la fantasia di un bambino costruisce un mondo a parte, inesistente, ma comunque vivido e lucido, in grado di condizionare tutto il resto.

Con Quattro soli a motore, Pezzoli riesce in questo suo intento di voler indagare quel periodo storico di un individuo in cui si formano la sua personalità, i suoi incubi ricorrenti, la sua morale – tutti elementi che, variati ed evoluti, torneranno e ritorneranno sempre nella vita. L’infanzia contiene in sé il fascino perverso di un carattere in germe: tutto ciò che in questo momento va storto tende a ripresentarsi, se non curato tempestivamente, nella vita adulta: è questa la terribile realtà che sta dietro a quello che, generalmente, è considerato il periodo più “tranquillo” della vita di una persona ma che, in realtà, nasconde la potenza (in senso aristotelico) del disastro esistenziale. E riuscire a raccontare con questa fermezza di spirito quel periodo è qualcosa che merita decisamente un inchino… nonostante la “truffa” (pur ardita) che vi sta dietro.

“Zaira”, l’esordio di Carola Baudo

Zaira (Epsil edizioni) è il romanzo d’esordio di Carola Baudo, classe 1989. Il suo è un romanzo molto introspettivo, ma che sfocia anche nel genere sentimentale e di formazione. La storia sembra seguire due trame quasi parallele, che si incontrano in diversi punti ma che, di fatto, sembrano essere autonome. Ciò che le unisce è, appunto, Zaira.

Zaira, una ragazza interrotta

l’autrice Carola Baudo

Zaira è all’ultimo anno del corso di laurea in lettere moderne presso La Sapienza di Roma. Avendo da poco chiuso una storia importante con Davide, si trova, come fin troppo spesso accade, in un periodo di stasi, in cui gli eventi del passato recente e del futuro prossimo si trovano bloccati e sospesi. Studio, lavoro, amicizie, affetti: tutto passa attraverso la ragazza, la quale non riesce proprio a dimenticare questa storia così importante e disperata, una di quelle storie che lasciano il segno, e la cui fine segna sempre o quasi l’interruzione di progetti di vita comune. A sopportare/supportare Zaira nel suo percorso di rinascita c’è l’amica Farah, che non ha mai avuto storie importanti, non si è mai innamorata ma, soprattutto, è molto espansiva, ironica e propositiva. Tutto all’opposto di Zaira che, invece, risulta chiusa, introspettiva e a tratti cupa.

Tutto cambia (o sembra cambiare) quando Farah conosce Paolo e Zaira Stefano. Laddove la prima conosce finalmente l’amore (cosa che la scombussola non poco, portandola a rivedere alcune posizioni su cui ruotava la sua vita), la seconda si ritrova convinta di aver finalmente superato la storia con Davide. Ma così non è: dopo alcuni tira e molla, i due capiscono che la cosa non s’ha da fare; e soprattutto Zaira comprende come, per riprendere in mano la propria vita, sia essenziale affrontare i momenti di transizione da soli; salvo cambiare idea proprio sul finale, nel quale sembra vincere invece una sorta di seconda occasione con Davide.

Zaira, una ragazza frammentata

Zaira è all’ultimo anno del corso di laurea in lettere moderne presso La Sapienza di Roma. Lavora come cameriera per pagarsi gli studi e l’affitto nella capitale. La ragazza infatti è fuggita a quindici anni da una casa in cui vivevano un padre manesco e una madre incapace di reagire. Dopo un periodo insieme ai nonni, Zaira si è ritrovata a Roma, pronta a iniziare una nuova vita; ma segnata, ovviamente, dalle esperienze adolescenziali. Un giorno conosce la sua vicina di casa Giulia la quale, scopre più tardi, è in realtà la sorella. Tramite la nuova conoscenza, infatti, Zaira viene a sapere di essere stata adottata. Si apre così una serie di domande: dovrei conoscere i miei veri genitori? Come dovrei comportarti con chi mi ha adottato?

Grazie a Giulia, dunque, la ragazza riesce a ricostruire parte del suo passato, e in questo modo è in grado anche di affrontare sotto un’altra luce ciò che sta per arrivare: ossia il futuro, gravido di novità.

Un romanzo rapido. Forse troppo

Zaira è un testo interessante che affronta tematiche nient’affatto leggere come le separazioni, l’abbandono, il modo in cui il passato influenza il futuro. È scritto con un stile colloquiale, adatto, per linguaggio e uso del gergo, a una studentessa giovane e di classe media. Quello che lascia un po’ perplesso è la “fuggevolezza” del testo: gli eventi che accadono sono molti in sole 162 pagine, al punto che a volte sfuggono alla vista. Ci sono momenti in cui la narrazione, forse, avrebbe dovuto fermarsi per lasciare spazio alle riflessioni che inevitabilmente si accavallano nella testa di chi sta vivendo certe esperienze.

Due sono le occasioni in cui questa rapidità si palesa maggiormente. La prima è quando Zaira scopre che Giulia è la sorella: «Una doccia fredda sarebbe stata meglio, persino una pistola puntata alla testa lo sarebbe stata. Giulia era mia sorella, ecco perché mi aveva trasmesso qualcosa di strano appena l’avevo vista, e poi mia madre non era mia madre… Insomma, la testa mi scoppiava e non capivo niente. Crollai sul divano, esausta. Tutto quel tempo, tutti quegli anni trascorsi senza sapere nulla. Come avevano potuto nascondere una cosa così? E la mia vera madre? Mio padre? Le domande mi rimbombavano nella mente. Dovevo assolutamente parlare con Giulia».

E poi, dopo il colloquio con la ragazza: «Una volta a casa rimasi a lungo seduta sul divano con lo sguardo perso nel vuoto, con Pit che mi leccava una mano in cerca di coccole. Avevo una sorella, i miei genitori mi avevano adottata, sembrava un film, non poteva essere reale! Pensieri sconnessi mi affollavano la mente, ero preoccupata per la mia madre adottiva e non vedevo l’ora di saperne di più di quella naturale. Mi feci una tazza di camomilla e tentai di dormire ma immaginavo sarebbe stata una lunga notte».

La seconda occasione è quando la nonna di Zaira scopre lo stesso evento, circa trenta pagine dopo:

«Bene, comunque volevo dirti che oggi vado a Rieti per il weekend con Farah. Te la ricordi Farah? Poi ho conosciuto Giulia, mia sorella, quando ci vediamo ti racconto».

«Tua sorella? Tesoro, non ti capisco. Però sono felice che andate a stare tutti insieme per qualche giorno, vi svagate. Farah me la ricordo. È passato tanto tempo, dovete venire a trovarci, vi faccio quella crostata che vi piace tanto».

Certe rivelazioni sono talmente travolgenti da provocare degli scombussolamenti interiori che non possono in alcun modo risolversi, sulla carta, con poche righe.

Zaira è insomma un bell’esordio: scritto bene, con un’ottima padronanza del linguaggio, sa affrontare tematiche ben precise, attribuendo ai personaggi una propria voce e ricostruendo abbastanza fedelmente la struttura sociale degli universitari contemporanei. Tuttavia una certa fretta e una certa leggerezza nell’affrontare determinate tematiche lo rendono un romanzo che, forse, avrebbe richiesto maggior tempo, sia in termini di lunghezza che di elaborazione.

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