‘L’amica geniale’: il romanzo del ricordo sulle età della vita, di Elena Ferrante

Due bambine si tengono la mano su per la scala buia e polverosa della vita. Il loro mondo è quello di un rione povero di Napoli, pare un paese sperduto, la città è appena dietro la collina ma sembra già un’altra realtà. Nelle strade, fra i palazzi la voce della violenza impesta l’aria, memorie di tempi lontani che affondano le radici ben prima della nascita delle due protagoniste di quest’ultimo libro di Elena Ferrante, L’amica geniale (edizioni e/o, pp. 329).

L’amica geniale: trama e contenuti

L’infanzia di Lila e Lenù è un’infanzia di brutalità, di pietre in faccia, di sangue, di urla contro i genitori, di voli fuori dalla finestra scaraventate da padri imbufaliti. I bambini riproducono i comportamenti degli adulti, delle proprie famiglie, l’odio si rigenera nei figli eppure una strada alternativa sembra spalancarsi di fronte alle due ragazzine: la scuola, se sei bravo, se brilli la maestra ti apprezzerà e così l’intero rione, e chissà, forse potrai andare via, scrivere un romanzo e diventare ricco e famoso. E Lila era bravissima, aveva imparato a leggere da sola, sapeva fare i conti a mente a una velocità fulminea, pur essendo ribelle e fastidiosa in classe. Noi la guardiamo crescere attraverso gli occhi dell’amica Lenù, voce narrante, che la trova talmente intelligente che i suoi sentimenti d’affetto si mescolano spesso all’invidia e a un senso d’inferiorità e d’impotenza. Lenù è la ragazzina buona e diligente che non ha nulla di quel demone geniale che scorge così potente nella sua amica. Tenta di starle dietro, studia solo per cercare di superarla. Tutto inutile, Lila è troppo. Almeno Lenù si sente bella, è bionda e paffuta, Lila invece no, è così magra che sembra rachitica, con quei capelli neri sempre arruffati.

Ma l’infanzia finisce e l’adolescenza stravolge tutto, Lila non può proseguire gli studi perché i genitori sono troppo poveri. Solo Lenù continuerà la scuola e sarà l’unica sua ricchezza, l’unica forza. E se per un po’ Lila tenta di starle dietro studiando latino e greco sulla panchina del giardino pubblico, e divorando romanzi presi in prestito nella biblioteca della scuola, ben presto comincerà a infuocarsi per altro, ad esempio per la politica che sembra finalmente dare “motivazioni concrete, facce comuni al clima di astratta tensione” che avevano respirato nel quartiere. “Il fascismo, il nazismo, la guerra, gli Alleati, la monarchia, la repubblica, lei li fece diventare strade, case, facce, don Achille e la borsa nera, Peluso il comunista, il nonno camorrista dei Solara, il padre Silvio, fascista peggio ancora di Marcello e Michele, e suo padre Fernando lo Scarparo, e mio padre, tutti tutti tutti ai suoi occhi macchiati fin nelle midolla da colpe tenebrose”. Quelle di Lila sono passioni brucianti che si consumano in un baleno. Ma se la scuola non è più per lei un modo per mostrare al mondo quel suo stile da fuoriclasse nel frattempo Lila è diventata bella, sensuale e corteggiatissima, sempre al centro dell’attenzione, immischiata più che mai nei meccanismi violenti del rione, tra spasimanti, fidanzati, fratelli, progetti imprenditoriali per arricchire la famiglia e un matrimonio ambiguo tra amore e convenienza.

Questa è la storia dell’evolversi della vita attorno a quella stretta di mano nata durante l’infanzia. Le bambine crescono, cambiano, si osservano, si invidiano, si stimano, si amano. Sono l’una l’amica geniale dell’altra, lo specchio dentro cui osservare se stesse e la povertà di Napoli. Contro ogni aspettativa Lila, ribelle e fulminante, sembra affondare sempre più le sue radici tra i palazzi del quartiere, Lenù invece, nella sua insicura pacatezza comincia a desiderare di diventare altro, volare via.

L’inizio di una saga moderna sulle età della vita

L’amica geniale è forse la più famosa saga italiana moderna sulle età della vita e dal suo primo capitolo, dedicato alle età dell’infanzia e dell’adolescenza, dove emerge la dimensione del ricordo e della memoria. Elena Ferrante non scrive una storia romanzata, fa romanzo della vita, perciò ciascuno è indotto, attraverso il racconto dell’esistenza più spesso misera ma sempre accesa di speranza di Lila e Lenù, a riconsiderare le proprie miserie e i propri agi, le proprie scelte e i propri pensieri, a rievocare i sogni realizzatisi o no, a fare racconto di sé, raccontarsi e redimersi, se si vuole, o semplicemente riconsiderarsi.

Facendo i conti con se stessi, con quello che, in effetti, siamo e quello che invece mostriamo, considerando con interezza il nostro genio interiore e non confondendoci con la nostra doppiezza.  La vita si svolge sempre su un binario doppio, bianco e nero, bene e male, sì e no, la vita ha sempre una valenza binaria; per questo, le ragazze protagoniste sono due, Lila e Lenù, ciascuna di lei ha, come tutti noi, il desiderio, la voglia, la volontà di crescere e cambiare, affrancarsi dal degrado morale e materiale in cui per caso o per volere degli dei si sono trovate a vivere, con metodi e scelte differenti, adeguati al proprio io, o semplicemente ritenute le più efficaci e opportune da seguire.

Lila e Lena sono diverse, e complementari; in realtà, non sono come due sorelle, o come due amiche intime e intensamente vicine e compartecipi, tutt’altro, tra loro c’è anche astio, livore, disagio, timori, litigi, rivalità, ci sono slanci di affetto e periodi di distacco, non per forza vanno sempre d’amore e d’accordo, spesso sono separate per tempi lunghi dalle distanze e dai casi squisitamente personali, nemmeno si dicono e si confidano completamente tutto di sé, molte sono le zone d’ombra che ciascuna cela volutamente all’altra.
Il romanzo non è, infatti, come molti credono, un’elegia dell’amicizia, è un di più: Lena e Lila sono due metà dello stesso essere, le famose metà di un’unica mela, ma con qualche distinguo. Non sono propriamente complementari, sono intimamente parecchio contrapposte:

L’amica geniale non è un romanzo dalle grandi rivelazioni, di quella violenza del sud incancrenita e tramandata di generazione in generazione s’è già parlato molto, da Sciascia fino a Saviano. Eppure la scrittura luminosa di Elena Ferrante imbriglia la lettura e la trascina. E la storia è viva più che mai, le due ragazzine crescono sotto i nostri occhi con tutte quelle sfumature psicologiche che danno un’impronta profonda alla narrazione. La casa editrice e/o ha annunciato per i prossimi mesi altri volumi di Elena Ferrante sulla giovinezza, la maturità e la vecchiaia delle due amiche ‘geniali’. Sarà un raro esempio di romanzo di formazione italiano?

“L’attimo in cui ci rendiamo conto, per la prima volta, che a nessuno importa davvero di noi è quello in cui smettiamo di essere bambini! Aveva percepito la freddezza che nascondono i cuori più vicini ai nostri. In superficie si sente la compassione e l’amore, ma basta che si scenda un po’ e si scoprono profondità in cui la nostra immagine non riesce a penetrare che racchiudono dei segreti a noi sconosciuti e ai nostri occhi degli oceani, degli abissi di indifferenza.”

 

Fonte: Redazione Doppiozero-Claudia Zunino

‘Quando gli squali mangiano vento’, di Enrico Meloni

Quando gli squali mangiano vento è un romanzo di formazione di Enrico Meloni (Tre Padri, Arca allo sbando?) pubblicato da Edizioni Progetto Cultura nel 2012. Il testo è accompagnato dalla prefazione della professoressa di pedagogia dell’università di Pisa Maria Antonella Galanti, e dalla postfazione di Carlo Santulli, ricercatore e docente all’università di Roma e di Napoli.

Quando gli squali mangiano vento / S’accende al sole un lampo di follia

La storia di Alessio e Roberto, due adolescenti romani cresciuti negli anni Ottanta, viene raccontata dal loro professore di filosofia del liceo, Felice Rapisardi, ormai novantenne, il quale decide di rimettere mano a dei suoi vecchi appunti e al diario di Alessio per tornare con la memoria a quanto avvenuto ai due ragazzi fra il 1980 e il 1981. La loro amicizia limpida, infatti, viene a corrompersi fino a sfociare in una totale inimicizia quando la notizia di una serie di avventure omoerotiche fra i due sfocia in pettegolezzi e disprezzo all’interno della scuola. Siamo a cinque anni dall’assassinio, per motivi simili, di Pier Paolo Pasolini.

Fra la confusione sessuale (entrambi gli adolescenti frequentano altre ragazze, anzi Roberto è rinomato nel suo ambiente per essere un gran conquistatore) e gli sconvolgimenti e le manifestazioni politici dei primi anni Ottanta, si consuma questa piccola tragedia destinata a sfociare nel nulla. Parliamo di “piccola tragedia destinata a sfociare nel nulla” perché la carica di tensione accumulata da Alessio, principale vittima delle voci di corridoio e, a quanto pare, unico a soffrire per la situazione, non arriva a sfociare in qualche gesto eclatante. Come negli Indifferenti di Moravia il protagonista della storia rinuncia più volte all’azione che avrebbe forse potuto sistemare (o mandare al tracollo) gli eventi.

Dopo la maturità il professore perde di vista i due ragazzi, per cui poco o nulla sappiamo delle loro vite post liceo; alla fine del romanzo leggiamo una mail inviata da Alessio ad Aurora (vecchia fiamma del ragazzo e anch’essa alunna del professore), e da questa verosimilmente rigirata al narratore, in cui l’ormai cresciuto protagonista riporta tre possibili sviluppi della sua “storia” con Roberto. Il finale è dunque aperto ma di fatto la storia in sé risulta conclusa in modo più che soddisfacente, in quanto il core della trama è un altro: affrontare la (purtroppo ancora spinosa) tematica dell’omosessualità, e il modo in cui si  è evoluta fra gli anni Ottanta – durante quello che viene più volte definito “riflusso” socio-politico dopo i movimenti del Sessantotto e del Settantasette, ossia un ritorno quasi restauratore a una sorta di normalità borghese – e i nostri anni Dieci, che niente hanno di rivoluzionario al riguardo, se togliamo la neo (e tanto giustamente attesa) legge sulle unioni civili.

Un romanzo “quasi saggio”

Quando gli squali mangiano vento è un romanzo dalla struttura peculiare, quasi eclettica. A una narrazione in retrospettiva si accompagnano brandelli del diario di Ale, flashback, dialoghi pseudo teatrali. Il mix di forme viene giustificato dal fatto che il professore sta cercando di raccontare una storia avvenuta diversi anni prima ricostruendone come può le varie fasi; le lacune sono inevitabili, così come le diverse prospettive e le diverse fonti da cui il narratore attinge. A questa giustificazione Rapisardi aggiunge una dichiarazione d’intenti a inizio testo dal sapore un po’ manzoniano:

Scrivere la storia di Ale e Rob. Non possiedo tutti i dati per ricostruire l’intera vicenda in modo attendibile, e mi trovo nell’impossibilità di fare indagini o ricerche […]. Comincerò col loro primo incontro, che precedé l’inizio della scuola. Alessio Leonetti e Roberto Mangredi. Alunni di quinta effe, anno scolastico 1980/81. Ne sono al corrente soltanto grazie a una testimonianza orale e a qualche pagina del diario di Alessio.

Non ci perde mai nella lettura, pur scivolando fra una forma testuale e l’altra, complice anche una (fin troppo forte) struttura didascalica che mette il punto su determinati eventi spiegandoli al lettore, e a tratti spezzando il tacito gentlemen agreement che con questo l’autore deve intrattenere: il far sapere, cioè, di star leggendo una storia.

Questo ci porta a due elementi di debolezza di Quando gli squali mangiano vento: il primo è che a tratti sembra di avere a che fare con un saggio divulgativo di psicologia/sociologia, soprattutto verso la fine, quando Rapisardi e Aurora discutono sul tema dell’omosessualità e del pregiudizio nella società. Il secondo riguarda il modo in cui questi argomenti vengono trattati: laddove spesso si interrompe la narrazione per entrare nella mente del professore, il quale tenta di sviscerare a suo modo la faccenda nella sua complessità, ciò avviene in modo parziale. L’argomento “omosessualità e pregiudizio”, come il finale del romanzo, resta aperto, non viene sviscerato, non ne vengono esplorati i perché, le conseguenze, le ricadute sulla società. Per dirlo con un’immagine, si ha l’impressione di sorvolare una città con un aereo anziché attraversarla camminando: la si vede nella sua interezza, ma se ne perdono i dettagli.

Per comprendere meglio questo passaggio, si riporta una parte del discorso di Aurora a fine testo:

Io li chiamo nazigay: chi non si conforma ai loro canoni, alle loro convenzione ecc., viene ghettizzato e demonizzato peggio di un giudeo all’epoca del papa-re. E chi pensava di trovare nell’omosex una via alternativa per essere libero farà meglio a stare lontano da certe bande di conformisti che, se trascuriamo qualche dettaglio, hanno la mentalità di una casalinga anni ’50.

Il refuso nella parola “convenzione” (non concordanza di numero) è di utile esempio per un’ulteriore problematica: editing e correzione di bozze poco accurati hanno portato a un libro con alcune debolezze strutturali, perché molti sono i refusi (spazi ripetuti, mancanza di uniformità nella punteggiatura ecc.) e le carenze. Ad esempio, molti riferimenti letterari e musicali (compresi il più volte citato Rino Gaetano e la sua Mio fratello è figlio unico) e personaggi non risultano incorporati nel testo, rimanendo con una funzione di contorno o sfondo.

Il che è un peccato perché Quando gli squali mangiano vento è un testo che, di suo, avrebbe avuto moltissime altre potenzialità.

‘Briciole dai piccioni’ di Alessandro Turati: una formazione disastrata

Briciole dai piccioni (Neo edizioni, 2016) è l’ultimo romanzo di Alessandro Turati (Le 13 cose). Si tratta di un romanzo di formazione molto peculiare, sia per l’insolita brevità (laddove il romanzo di formazione tende a essere piuttosto lungo, qui ci troviamo davanti ad appena 184 pagine) sia per le “tappe” affrontate dal protagonista: dopo infanzia e adolescenza, infatti, nel testo si trovano “alcolismo” e “disoccupazione”.

Come si arriva a raccattare briciole dai piccioni

Alessio Valentino nasce in una famiglia in cui nessuno si cura di lui: padre e madre sono troppo presi dai propri interessi per crescere un figlio. E infatti il piccolo Alessio cresce allo sbando, e già dalle prime pagine si capisce che lo aspetta un futuro poco allettante. Gli anni – quasi letteralmente – volano, e ci troviamo quasi a inseguire il protagonista fra elementari, medie, superiori, tentativi di università e vita lavorativa, mentre il mondo intorno cambia, si fanno gli anni Novanta e poi i Duemila; e intanto Alessio cresce spaesato, senza punti di riferimento se non una famiglia sempre più a pezzi (a cui si aggiunge una sorella), una biblioteca di paese dove rifugiarsi e tanti lavori più o meno degradanti («Questa è la tua postazione. Da questa parte ci sono gli ombrelli e da quest’altra parte ci sono le scatole e il nastro adesivo. Gli ombrelli te li porta coso, quello lì coi capelli lunghi, col carrello. Il resto lo trovi nel magazzino giù in fondo, con la porta scorrevole. Tu devi prendere gli ombrelli, infilarli nelle scatole e sigillare col nastro adesivo. È tutto chiaro?»).

Il nostro Alessio si trasferisce a Londra (una scelta, come quasi tutte, decisamente non ponderata: «Qui non si scopa più, penso, devo fare qualcosa. Lascio l’università e vado a Londra»), poi torna e si trasferisce altrove, cambiando vita, conoscendo persone ma mai stabilendo rapporti duraturi, mai trovando, citando a sproposito un grande della musica italiana, “un centro di gravità permanente”.

Giunge inaspettata l’età adulta, caratterizzata come s’è detto da alcolismo e disoccupazione; e giunge inaspettato anche l’epilogo, che è forse il momento di riflessione più emozionante del testo, in cui il protagonista (immedesimato qui con l’autore), durante una vacanza a Kos in cui il massimo dell’aspirazione è andare «al porto a lanciare sassi», ci illumina con verità universali apprezzabili per la nostra epoca. Memorabili, a nostro avviso, sono due:

  • «Gli esseri umani poveri, cioè il 97 per cento della popolazione, sono portatori di malinconia. Siamo malinconici perché i nostri desideri sono lontanissimi. E infatti, guardarci bene, le nostre vite portano tracce.»
  • «Che cos’è una vacanza, se non far finta di essere ricchi per una decina di giorni?»

Qui nell’epilogo troviamo anche un divertente gioco metanarrativo. Alessio Valentino/ Alessandro Turati ci dice che «questo testo che ho scritto è oggettivamente bruttino, ma è per questo che ho il coraggio di pubblicarlo. Diversamente, ne sarei troppo geloso e lo  chiuderei in una teca insieme al veliero di mio padre e al whisky di Brother John». Ma prima di questo, parlando con un rubinetto, si era verificata la seguente scena:

Mentre preparo la valigia, il lavandino del bagno inizia a perdere una goccia ogni qualche secondo. È insopportabile. Dopo due ore mi arrendo e gli confesso tutto: «Q.T.È.U.S.»
«Tienitelo per te!» mi consiglia il rubinetto.
«Ok».

Possibile che dietro quell’acronimo si nasconda un giudizio sul suo stesso testo? Tipo “Questo Teso È Uno Schifo/Una Stronzata”?

Il dubbio dell’anonimato

Briciole dai piccioni è scritto con uno stile sciolto, leggero (tipo dei testi targati Neo), e punta sull’ironia pungente e su situazioni paradossali per raccontare i disagi della contemporaneità, legati soprattutto a vite senza senso, situazioni sentimentali allo sbaraglio e rapporti lavorativi degni del capitalismo di inizio Novecento. Una scena fra tutte: il padre di Alessio lo ha cacciato di casa perché «non sopport[a] più la [sua] faccia in giro per casa»; il ragazzo, dopo qualche notte in motel, si trova un appartamento in affitto.

L’agente immobiliare sorride sornione, come se stesse ruotando il dito nel culo di un coniglio stanato sotto un cespuglio. Firmo il contratto, verso la caparra e la prima mensilità e non ho più un centesimo. L’appartamento da una parte dà sul lago e dall’altra dà sul cimitero. Ho il privilegio di vedere i morti dal balcone, in accappatoio con un drink. Questa è fortuna, penso.

Mentre si ride della cinica e laconica ironia con cui è costruita la scena, resta un amaro di fondo nel pensare che un ragazzo di ventitré anni non ha altre ambizioni nella vita se non quella di “godersi” il privilegio di vedere i morti dal balcone.

Questa ironia spinta, questa crudeltà e questo cinismo sono l’elemento di forza di Briciole dai piccioni, ma a volte stonano anche, soprattutto nella prima parte. Ciò che lascia perplessi all’inizio, infatti, è il linguaggio volutamente “cattivo a tutti i costi” soprattutto quando accostato a un bambino. Si consideri questo passo, in cui il piccolo Alessio, al quale «non succede quasi niente fino a un giorno che h[a] cinque anni», sta giocando con una coetanea:

«Dov’è la tua macchina nuova?» mi chiede.
«Ero sicuro di averla lasciata qui».
«Qui non c’è niente!»
«Merda, me l’hanno rubata!»
«Andiamo, non puoi permetterti una macchina nuova, sei povero e sei piccolo!»
«Stronzate, giuro che era qui».
«Sei un bugiardo!»
«Troia!»
«Cosa?»
«Puttana!»
«Così mi fai piangere!»
«Ti puzzano i piedi da morire!»
«Mi sto mettendo a piangere!»
«Me ne sbatto!»

Ci si chiede se un bambino di cinque anni abbia questa proprietà di linguaggio e se userebbe consapevolmente queste parole. Ma questo dubbio si scioglie quando entriamo nell’adolescenza, dove un certo registro linguistico è più accettabile e naturale, per poi esplodere nell’età adulta in cui, paradossalmente, questo gergo da strada sembra lasciar spazio alle scene comico-ciniche che fanno da pilastro del romanzo.

Una piccola nota a margine: il lettore viene a scoprire il nome del protagonista solo nella quarta e ultima parte del romanzo, “Disoccupazione”, a pagina 134 (parte, tra l’altro, in cui l’autore finalmente mostra tutte le potenzialità del testo): tutto ciò che viene prima, a causa di questo anonimato, sembra assumere dunque l’aspetto di un enorme incipit, di un prologo con la precisa funzione di mostrare, nelle ultime pagine, perché il nostro Alessio è quello che è oggi: uno sfigato senza rimedio, uno sconfitto dalla vita.

Che però accetta con indolente fatalismo ciò che gli è capitato, persino raccogliere briciole dai piccioni. Come se non fosse colpa di nessuno.

‘Quattro soli a motore’, di Nicola Pezzoli

Quattro soli a motore (Neo edizioni, 2012) di Nicola Pezzoli è il primo libro della saga dedicata a Corradino, il quale è stato seguito da Chiudi gli occhi e guarda (2015) e dal recentissimo Mailand (2016). Come la maggior parte dei romanzi che ruotano intorno alla vita di una singola persona, si classifica pienamente all’interno del genere di formazione.

Quattro soli a motore: “Corradino c’est moi. Corradino ce n’est pas moi”

Iniziamo col dire qualcosa di assurdo: Quattro soli a motore presenta uno degli incipit più robusti mai letti ma, al contempo, fonda molta della sua forza narrativa su una “truffa”. Proprio così, una truffa, ma di quelle che, da un lato, si “sciolgono” e si giustificano solidamente all’interno del testo, rendendosi così coerente al lettore; e dall’altro si “perdonano”, poiché quando ci si accorge di questa truffa (che tante aspettative ha creato nel frattempo) si è già immersi in una lettura che assorbe. Per capire di che tipo di truffa parliamo, è bene leggere la prima parte dell’incipit:

Se non vi piace Corradino, chiamatemi come vi pare. Solo vi prego non chiamatemi Scrofa. Non è giusto chiamare Scrofa un ragazzino di undici anni. Tanti ne avevo nel 1978, l’estate che divenni un assassino. Quell’anno accaddero cose che ancora mi fanno tremare e che adesso proverò a confidarvi. Possano perdonarmi le anime delle persone che ho ucciso. Perché una parte di me continua a pensare che i fatti si sono svolti così, che non si è trattato di pure coincidenze, e nessuno mi convincerà mai del contrario.

Da lettori ci si aspetta qualcosa di sconvolgente quando l’autore ci fa avvicinare, senza mezzi termini, alla possibilità che un bambino di undici anni di nome Corradino sia un assassino. Oltre a questo fatto, in queste poche righe aleggia una sensazione di oscurità (rinvenibile in tutto il romanzo) che è difficile togliersi di dosso. “Non è giusto chiamare Scrofa un ragazzino di undici anni” rimanda a un senso di giustizia universale infranta, mentre “possano perdonarmi le anime delle persone che ho ucciso” ha molto il sapore di un peccato da espiare. E così è, se si pensa all’educazione cattolica “da paese” impartita al protagonista.

Ma poi, nel prosieguo della storia di Quattro soli a motore, scopriamo che non c’è stato alcun assassinio; che il piccolo Corradino, in quell’estate del ’78, si è ritrovato a odiare alcune persone, con la morte delle quali niente ha avuto a che fare se non l’aver desiderato la loro fine in un taccuino rosso sottratto sette anni prima a una “cugina della nonna”. Ma allora perché, nonostante questo palese “tradimento” di quel filo rosso della fiducia che lega dalle prime righe autore e lettore – e che deve necessariamente continuare a essere integro fino all’ultima parola – non si può affermare che Pezzoli sia un millantatore e un bugiardo, relegandolo fra gli scrittori di cui non ci si può fidare?

La risposta è semplice e, al contempo, perfettamente s’inquadra nella tecnica stilistica del romanzo di formazione, o meglio in quella parte del romanzo di formazione che riguarda l’infanzia di un personaggio: l’immaginazione di un bambino, il suo modo di vedere il mondo intorno a sé e d’interrogarsi sugli eventi (soprattutto gli eventi ultimi e i casi limite, come appunto la morte) hanno la capacità di modificare strutturalmente le esperienze vissute e i ricordi legati a quelle stesse esperienze. Tornando anche trent’anni dopo sui medesimi fatti vissuti – con la consapevolezza e la Weltanschauung di un adulto che ormai ha imparato a razionalizzare, a darsi risposte sensate e coerenti col sistema-mondo – resta sempre quel senso di inspiegabilità, ineluttabilità e mistero intorno agli eventi che maggiormente hanno segnato l’infanzia.

E allora l’aver “predetto” le morti di persone odiate diventa de facto l’aver “causato” quelle stesse morti. Come si legge in questo passo relativo alla morte accidentale della zia Trude:

Di nuovo io solo con lei e le sue pupille sgranate e la sua faccia viola e l’espressione terrorizzata e attonita, ma pur sempre cattiva, io che avevo provocato la sua morte, io che l’avevo odiata d’un odio profondo, e che non riuscivo a dispiacermene abbastanza, se non per il terrore della condanna eterna della mia anima.

In Quattro soli a motore il rapporto di un bambino con la morte è qualcosa di paradossale, un concetto ancora evanescente, un mix di altri concetti altrettanto volatili (quel posto “magico” chiamato paradiso, lo strano timore associato alla parola “Dio”, l’impossibilità di un’ulteriore esistenza ecc.). Qualcosa d’inspiegabile appunto ma che – lo si percepisce già dalle lacrime dei vivi, dalle parole sbocconcellate e dagli sguardi di terrore dei genitori che provano a dare ragione di qualcosa di ultimo come la morte – non ha e non può mai avere un valore positivo, ma anzi è la negazione di tutto ciò che è. E allora quanto immani devono essere il senso di colpa, di terrore, di disperazione, per un bambino di undici anni, che si accompagnano alla consapevolezza (immaginata, ma non per questo meno reale nella sua mente) di essere stato la causa di ben tre morti, avvenute tutte in rapida successione, di altrettante persone odiate?

Ma le nebbie quasi-oniriche della fantasia e del mistero non avvolgono solo la dipartita improvvisa di questi personaggi. Tutto viene (ri)visto, anni dopo, attraverso gli occhi di un bambino cresciuto. Così la famiglia diventa il luogo della non-sicurezza (laddove la figura del padre – che generalmente funge da guida nell’esistenza – è sempre connessa col dittatore argentino Videla, mentre quella della madre – il simbolo, di solito, della purezza d’animo – è sporcata da un alcolismo imperante), le prime cotte sono vissute con terribile disincanto, il circondario del ristretto paesino di Cuviago è luogo di insidie e di limiti. Villa Kestenholz – la terribile residenza dell’altrettanto terribile padrone di casa (un fantasma ultracentenario nei pensieri del piccolo Corradino), il luogo di finis terrae, il non plus ultra, ciò che è al di là delle colonne d’Ercole – si rivela poi una casa come le altre, che nasconde solo un vecchio prossimo alla morte tormentato dalla perdita dei figli durante la prima guerra mondiale. Così la fantasia di un bambino costruisce un mondo a parte, inesistente, ma comunque vivido e lucido, in grado di condizionare tutto il resto.

Con Quattro soli a motore, Pezzoli riesce in questo suo intento di voler indagare quel periodo storico di un individuo in cui si formano la sua personalità, i suoi incubi ricorrenti, la sua morale – tutti elementi che, variati ed evoluti, torneranno e ritorneranno sempre nella vita. L’infanzia contiene in sé il fascino perverso di un carattere in germe: tutto ciò che in questo momento va storto tende a ripresentarsi, se non curato tempestivamente, nella vita adulta: è questa la terribile realtà che sta dietro a quello che, generalmente, è considerato il periodo più “tranquillo” della vita di una persona ma che, in realtà, nasconde la potenza (in senso aristotelico) del disastro esistenziale. E riuscire a raccontare con questa fermezza di spirito quel periodo è qualcosa che merita decisamente un inchino… nonostante la “truffa” (pur ardita) che vi sta dietro.

“Zaira”, l’esordio di Carola Baudo

Zaira (Epsil edizioni) è il romanzo d’esordio di Carola Baudo, classe 1989. Il suo è un romanzo molto introspettivo, ma che sfocia anche nel genere sentimentale e di formazione. La storia sembra seguire due trame quasi parallele, che si incontrano in diversi punti ma che, di fatto, sembrano essere autonome. Ciò che le unisce è, appunto, Zaira.

Zaira, una ragazza interrotta

l’autrice Carola Baudo

Zaira è all’ultimo anno del corso di laurea in lettere moderne presso La Sapienza di Roma. Avendo da poco chiuso una storia importante con Davide, si trova, come fin troppo spesso accade, in un periodo di stasi, in cui gli eventi del passato recente e del futuro prossimo si trovano bloccati e sospesi. Studio, lavoro, amicizie, affetti: tutto passa attraverso la ragazza, la quale non riesce proprio a dimenticare questa storia così importante e disperata, una di quelle storie che lasciano il segno, e la cui fine segna sempre o quasi l’interruzione di progetti di vita comune. A sopportare/supportare Zaira nel suo percorso di rinascita c’è l’amica Farah, che non ha mai avuto storie importanti, non si è mai innamorata ma, soprattutto, è molto espansiva, ironica e propositiva. Tutto all’opposto di Zaira che, invece, risulta chiusa, introspettiva e a tratti cupa.

Tutto cambia (o sembra cambiare) quando Farah conosce Paolo e Zaira Stefano. Laddove la prima conosce finalmente l’amore (cosa che la scombussola non poco, portandola a rivedere alcune posizioni su cui ruotava la sua vita), la seconda si ritrova convinta di aver finalmente superato la storia con Davide. Ma così non è: dopo alcuni tira e molla, i due capiscono che la cosa non s’ha da fare; e soprattutto Zaira comprende come, per riprendere in mano la propria vita, sia essenziale affrontare i momenti di transizione da soli; salvo cambiare idea proprio sul finale, nel quale sembra vincere invece una sorta di seconda occasione con Davide.

Zaira, una ragazza frammentata

Zaira è all’ultimo anno del corso di laurea in lettere moderne presso La Sapienza di Roma. Lavora come cameriera per pagarsi gli studi e l’affitto nella capitale. La ragazza infatti è fuggita a quindici anni da una casa in cui vivevano un padre manesco e una madre incapace di reagire. Dopo un periodo insieme ai nonni, Zaira si è ritrovata a Roma, pronta a iniziare una nuova vita; ma segnata, ovviamente, dalle esperienze adolescenziali. Un giorno conosce la sua vicina di casa Giulia la quale, scopre più tardi, è in realtà la sorella. Tramite la nuova conoscenza, infatti, Zaira viene a sapere di essere stata adottata. Si apre così una serie di domande: dovrei conoscere i miei veri genitori? Come dovrei comportarti con chi mi ha adottato?

Grazie a Giulia, dunque, la ragazza riesce a ricostruire parte del suo passato, e in questo modo è in grado anche di affrontare sotto un’altra luce ciò che sta per arrivare: ossia il futuro, gravido di novità.

Un romanzo rapido. Forse troppo

Zaira è un testo interessante che affronta tematiche nient’affatto leggere come le separazioni, l’abbandono, il modo in cui il passato influenza il futuro. È scritto con un stile colloquiale, adatto, per linguaggio e uso del gergo, a una studentessa giovane e di classe media. Quello che lascia un po’ perplesso è la “fuggevolezza” del testo: gli eventi che accadono sono molti in sole 162 pagine, al punto che a volte sfuggono alla vista. Ci sono momenti in cui la narrazione, forse, avrebbe dovuto fermarsi per lasciare spazio alle riflessioni che inevitabilmente si accavallano nella testa di chi sta vivendo certe esperienze.

Due sono le occasioni in cui questa rapidità si palesa maggiormente. La prima è quando Zaira scopre che Giulia è la sorella: «Una doccia fredda sarebbe stata meglio, persino una pistola puntata alla testa lo sarebbe stata. Giulia era mia sorella, ecco perché mi aveva trasmesso qualcosa di strano appena l’avevo vista, e poi mia madre non era mia madre… Insomma, la testa mi scoppiava e non capivo niente. Crollai sul divano, esausta. Tutto quel tempo, tutti quegli anni trascorsi senza sapere nulla. Come avevano potuto nascondere una cosa così? E la mia vera madre? Mio padre? Le domande mi rimbombavano nella mente. Dovevo assolutamente parlare con Giulia».

E poi, dopo il colloquio con la ragazza: «Una volta a casa rimasi a lungo seduta sul divano con lo sguardo perso nel vuoto, con Pit che mi leccava una mano in cerca di coccole. Avevo una sorella, i miei genitori mi avevano adottata, sembrava un film, non poteva essere reale! Pensieri sconnessi mi affollavano la mente, ero preoccupata per la mia madre adottiva e non vedevo l’ora di saperne di più di quella naturale. Mi feci una tazza di camomilla e tentai di dormire ma immaginavo sarebbe stata una lunga notte».

La seconda occasione è quando la nonna di Zaira scopre lo stesso evento, circa trenta pagine dopo:

«Bene, comunque volevo dirti che oggi vado a Rieti per il weekend con Farah. Te la ricordi Farah? Poi ho conosciuto Giulia, mia sorella, quando ci vediamo ti racconto».

«Tua sorella? Tesoro, non ti capisco. Però sono felice che andate a stare tutti insieme per qualche giorno, vi svagate. Farah me la ricordo. È passato tanto tempo, dovete venire a trovarci, vi faccio quella crostata che vi piace tanto».

Certe rivelazioni sono talmente travolgenti da provocare degli scombussolamenti interiori che non possono in alcun modo risolversi, sulla carta, con poche righe.

Zaira è insomma un bell’esordio: scritto bene, con un’ottima padronanza del linguaggio, sa affrontare tematiche ben precise, attribuendo ai personaggi una propria voce e ricostruendo abbastanza fedelmente la struttura sociale degli universitari contemporanei. Tuttavia una certa fretta e una certa leggerezza nell’affrontare determinate tematiche lo rendono un romanzo che, forse, avrebbe richiesto maggior tempo, sia in termini di lunghezza che di elaborazione.

“Nella fine… il principio”: la ricerca della felicità secondo Paolo Santamaria

Il romanzo Nella fine…il principio (Lettere animate editore, 2015) dello scrittore marchigiano classe 1987 Paolo Santamaria è un profondo e allo stesso tempo rapido squarcio nella vita di Adam Calden: la vita di un bambino sensibile, timido e introverso dall’ età infantile a quella adulta. Santamaria riesce a far capire i dettagli più difficili e scomodi della vita di Adam: un’infanzia per niente facile, tra disagi scolastici, incomprensioni con il fratello Chad e il divorzio dei propri genitori. Adam riesce a convivere con le sue fragilità e gli ostacoli che gli pone la vita: denominatore comune sono le ragazze che incontra e di cui si innamora, soprattutto due di queste, Julie e Peyton. Conosciute in circostanze e periodi diversi della sua vita, Adam riuscirà a fare i conti con entrambe (e con se stesso) solo alla fine della sua storia.

La vita difficile che attraversa che il padre di famiglia Adam e la sua indole fin troppo sensibile finiscono per schiacciarlo: a seguito di un grave evento cade in l’infanzia, l’eterna complice, Carter, il suo primo vero grande amico, il fratello gemello Chad. E anche il dott.Stuart Drake, il suo analista, col quale stringerà un rapporto speciale durante gli anni della terapia e sarà grazie a lui che Adam vivrà il colpo di scena finale della sua vita, delle sue ultime pagine.

Dall’essere figlio all’ essere padre, attraversando conoscenze complesse, soprattutto con l’altro sesso, la storia di Adam, ambientata dagli anni settanta agli anni duemila, è un qualcosa a cui ogni lettore può facilmente rifarsi e compenetrarsi: narrare la vita, anche se per finzione, richiede un grande sforzo di realtà, più che di fantasia. Ed è proprio questo che Paolo Santamaria riesce a trasmettere, seppur con risultati altalenanti. Descrivere la realtà della vita senza smettere di sognare non è compito facile: il tempo della narrazione ora descrive dei lunghi periodi dilatati, ora ha delle impicchiate temporali, forse troppo frettolose, ma che riescono comunque a dare degli squarci efficaci di realtà. Questa storia, che scorre con ritmo lento e inesorabile tra le pagine, sprona a riconsiderare il concetto di “fine” delle cose: quando qualcosa finisce, non bisogna perdersi d’animo, ma invece essere attenti, in quel momento, a capire i segnali della fortuna, interpretarli e agire. Quei segnali che molte volte Adam non riesce da subito, nella corso della sua vita, ad interpretare: ma è un personaggio che nella narrazione cresce e si evolve: il lettore diventa quindi un silenzioso compagno di “vita” o, meglio, di pagine.

Il risultato fianle è che Paolo Santamaria, seppur in maniera a volte macchinosa, riesce comunque nell’intento di coinvolgere il lettore attraverso un’accurata analisi psicologica del protagonista, e di fargli capire le difficoltà che Adam, come tutti, incontra nella vita: la sua fragilità riesce però ad avere un risvolto positivo. Proprio la sua debolezza sarà fonte di rivalsa e capovolgerà la sua esistenza, ma solo nelle ultime pagine di questo romanzo di formazione acerbo ma emozionante che ci fa sperare in un nuovo inizio dopo un evento doloroso.

 

 

‘Il grande amico Meaulnes, il romanzo della conoscenza di Fournier

Mentre il tempo passa, e il giorno sta per chiudersi ed io lo vorrei di già morto, ci sono uomini che in esso hanno riposto ogni speranza, ogni amore, le forze estreme. Ci sono uomini agonizzanti, altri che temono una scadenza e vorrebbero che domani non arrivasse mai; altri ancora per i quali domani spunterà come un rimorso. Certi sono sfiniti e questa notte non sarà mai abbastanza lunga per dargli tutto il riposo che occorre. Ed io, che ho buttato la mia giornata, con che diritto oso invocare il domani?

Conosciuto come “romanzo della conoscenza e del “sogno”, Il grande amico Meaulnes viene pubblicato nel 1913 da Alain Fournier ed è l’unico suo romanzo, perché muore a soli ventisette anni, durante la Grande Guerra a causa di una pallottola tedesca. L’epiteto “Gran” ha diversi significati ed indica, innanzitutto, l’oggettivo carisma e l’estrema disinvoltura di Meaulnes, ragazzo-uomo di poche parole ma abile trascinatore. Ma chi è quest’uomo? Augustin Meaulnes è un diciassettenne arrivato a Saint-Agathe, un villaggio della campagna francese, che va a vivere presso l’abitazione del figlio del maestro della sua scuola che frequenta, François Seurel. Circondato dall’affetto e dalla curiosità dei suoi compagni di classe, l’intraprendente Meaulnes fa di tutto per farsi notare.

Un giorno, arrivano in paese i nonni di François e Meaulnes si propone per andarli a prendere in stazione. Parte e ritorna dopo tre giorni, lasciando intanto tutti nella preoccupazione. Al ritorno, racconta di una festa fantastica in cui si è trovato e dove ha conosciuto una bellissima ragazza, Yvonne. In seguito ai suoi avvincenti racconti, Maeulnes e François s’impegnano per raggiungere questo luogo misterioso, “il paese senza nome”, e ci riescono grazie ad una mappa, elemento importantissimo all’interno del romanzo. Meaulnes, una volta raggiunto il castello in cui era stato, incontra la famosa ragazza ma poi sparisce. Ritorna e fugge ancora. François non smette di aspettare Meaulnes.
Yvonne, infine, muore e partorisce una bimba, della quale, nel frattempo, si occupa François . Ed è adesso che Meaulnes ricompare, dopo un periodo trascorso a Parigi per terminare gli studi e decide di farsi carico di sua figlia. Nelle fughe del grande amico, c’è Valentine e ci sono pensieri non rivelati, scoperti solo in seguito da François, sfogliando il diario degli esercizi in classe.

Esistono le fughe, i continui viaggi, gli inseguimenti, perché Il grande amico Meaulnes è un romanzo d’avventura, costruito su coordinate spazio-temporali tracciabili, anche dietro una scrittura non sempre di facile comprensione e spesso capziosa. I nomi di luogo sono tanto abbondanti da poter essere considerato anche un romanzo di movimento, che potremmo definire di grande mobilità. Romanzo d’avventura e romanzo di movimento, quindi, seppur miniaturizzato, il romanzo di Fournier, avendo probabilmente come riferimento letterario l’Isola del Tesoro di Stevenson, è ricco di metafore nautiche e che guardano al mare aperto ed attingono al tema della navigazione.

La cartografia è l’altro campo in cui si muove  lo scrittore francese ed è emblematico che egli si isoli dal resto della classe per studiare gli atlanti regionali. Molto spazio viene dato anche alla metereologia, con i suoi tempi e le sue stagioni; l’ inverno sembra essere una condizione permanente, che simboleggia il continuo impedimento. Così, anche i giorni hanno una loro precisa simbologia: il giovedì, che è vacanza scolastica, diventa giorno di libertà e rifugio dall’imperialismo scolastico. Di giovedì si trasgredisce, ci si sottrae alle regole del quotidiano. Febbraio, con le sue burrasche, è il mese in cui Meaulnes non è più il leader della sua classe, resta senza amici e torna ad essere il ragazzo misterioso e solitario, come quando era appena arrivato a scuola.

Tra onomastica e paesi e la stretta circoscrizione dello spazio in cui agisce il grande amico, riconosciamo un romanzo straordinariamente francese, sia per la sonorità dei nomi geografici, sia perché si tratta di un romanzo provinciale, tanto che la città di Parigi è descritta solo brevemente ed in poche pagine. Essendo un romanzo provinciale, non può che parlare, come di norma, della giovinezza di un eroe che segue la rituale andata a Parigi, segnando in questo modo la sua età adulta. Questo romanzo di formazione è sempre scandito da un doppio ritmo: da un lato c’è l’ infanzia fatta di sogni, di amicizie fortissime, patti di sangue, amori puri e sempre ricordati, dall’altro il senso d’abbandono, anche esso tipico del periodo adolescenziale e di quella che sarà, di lì a breve, l’età adulta.

Ci troviamo nella seconda parte del romanzo, quando Meaulnes smette di giocare come un tempo ed il suo gioco diventa militare, i giochi dei ragazzi sono mimiche di guerra. Il gioco si fa serio ed i sentimenti si delineano in maniera chiara. Ne Il grande amico Meaulnes si possono leggere dei velati riferimenti all’omosessualità, ma che non ha nulla a che vedere con le inclinazioni perché, verso la fine del romanzo, i protagonisti stringono un patto fortissimo che prevale su ogni altro rapporto ed ogni altra eterosessualità, patto che si potrebbe intendere come giuramento d’aiuto omosessuale contro ogni pratica eterosessuale. Potremmo azzardare la  seguente conclusione: ogni capitolo, di cui Fournier sceglie con attenzione i titoli che segnalano funzionalmente il contenuto, dà origine a discussioni tematiche, incitando anche il lettore all’ennesima fuga come dimostrano anche l’ultima frase: “E già me lo figuravo, nella notte, ravvolgere la figlia in un mantello e partirsene con lei verso nuove avventure”.

Definito un “romanzo problematico” dato che riguarda il destino dell’uomo, lo scrittore colloca i suoi protagonisti in un’età di mezzo che è formativa. Partendo dal presupposto di Fournier, secondo il quale l’adolescenza è raccontabile ed intellegibile solo se conclusa, definita, poiché non è un’età cronologica, ma un confronto fatale che coincide con la liberazione, noi tutti ambiamo alla libertà ed è nell’attesa di essa che si consuma la nostra adolescenza, nella rivelazione che vorremmo tanto avere sul nostro destino.

Il film, del 2006 di Jean-Daniel-Verhaeghe, ci proietta in quell’atmosfera fiabesca e di sogno, restando abbastanza fedele al romanzo con l’omonima trasposizione cinematografica.

Da Principio era la neve, di Fabio Mele

Da Principio era la neve (2009) segna l’esordio di Fabio Mele. Confidando su quanto riportato sulla quarta di copertina, il testo sembra promettere bene. Si palesa sin da subito nelle corde di un romanzo di formazione riportato ai giorni nostri e l’interesse anche verso la ‘buona’ narrativa emergente mi fa ben sperare nel giovane autore contemporaneo. Già dalle prime pagine è possibile individuare il genere narrativo con cui Mele ha l’ambizione di misurarsi. Perché sia chiaro, trattare il tema ‘generazionale’ con tutto quello che comporta non è cosa facile, come invece si è soliti pensare. In Da Principio era la neve le peculiarità principali sono presenti, ben rispettate e di conseguenza le aspettative sono notevoli. L’amore adolescenziale, le sofferenze e gli slanci emotivi che determinano nel giovane protagonista i primi turbamenti, l’amicizia e l’affacciarsi sul mondo adulto per mezzo di scelte che, inevitabilmente, muteranno la vita del giovane. Bene, gli ingredienti ci sono tutti.

Lo stile con cui è costruito Da Principio era la neve è ineccepibile, la trama è sviluppata dall’autore con coerenza, senza sbavature e i personaggi sono ben delineati. Tuttavia, la lettura procede senza coinvolgere particolarmente. In Da Principio era la neve la grande assente è la profondità emotiva, ovvero l’elemento più importante e che l’autore sembra aver completamente sottovalutato, limitandosi a dar prova del ‘suo’ innegabile ‘bello stile’. Infatti, la trama resta in superficie e alla lunga, Mele ripiega e rifugge sulla compostezza stilistica per colmare l’assenza del dato emotivo. Questa è l’ipotesi che, a mio avviso, potrebbe giustificare l’errore grossolano commesso dall’autore. Egli o è troppo acerbo, tanto da non aver ancora individuato una propria tecnica narrativa, o è troppo imbevuto di ‘lezioni’ apprese e messe in pratica sin troppo alla lettera. Da Principio era la neve è il risultato perfetto del modello ‘scuola di scrittura’, Mele si attiene bene sin troppo bene alle regole apprese. Le esegue e rispetta tutte ma allo stesso tempo egli inciampa su un’autoreferenzialità fastidiosa.

Si ha la sensazione che egli racconti la vicenda, o meglio la scriva per se stesso, perdendo di vista l’importanza del saper narrare e questa capacità, ahimè, non è qualità che si può recuperare su un manuale. Mele non dice tutto, tiene il lettore alla giusta distanza per non entrare troppo nel suo cono emotivo, tiene molto per sé e racconta solo quello che vuole, in un modo troppo distaccato e freddo. Ciò a discapito di una onestà narrativa che questo genere di romanzo richiede. La voce narrante ripercorre gli eventi, che indubbiamente coinvolgono l’autore in prima persona, senza però scavare in modo convincente nelle emozioni. Di conseguenza il lettore resta al di là della pagina, né riesce ad identificarsi, anche solo in parte, nella storia narrata.

Inoltre, l’autore fa costante riferimento a testi musicali, agli anni Novanta e ad uno scenario, quello del Salento, che potrebbero essere sviluppati in modo più brillante e originale.

Insomma ogni singolo elemento si presta ad una narrazione che potrebbe suggerire varie sfumature, emozioni in controluce e chiaroscuri su sfondi inediti, invece l’insieme si rivela molto deludente. Da Principio era la neve si conferma un romanzo che resta immobile e monocorde.