“Il Dottor Zivago” e “La noia” a confronto

Il celebre romanzo Il Dottor Zivago (1957) di Boris Pasternak ci dà l’occasione di cogliere alcuni connotati sintomatici del romanzo moderno, in quanto in primis non sente affatto il bisogno di garantire che c’è qualcosa o qualcuno che conduce la fatalità. In questo romanzo si può dire che si assistiamo ad una serie di “atti gratuiti” come dice Giacomo Debenedetti, compiuti non tanto dai personaggi, quanto piuttosto dal romanziere, il quale produce scene, dialoghi, situazioni che a lui magari sembrano necessari, ma che si producono al di fuori di ogni plausibile logica e concatenamento.

Le combinazioni de “Il Dottor Zivago”

Ne Il Dottor Zivago, Pasternak non può dirci che ha forzato le normali probabilità della vita. che ha costretto ad avverarsi le combinazioni più aleatorie, perché voleva farci assistere ad una scena d’amore, ad un dibattito tra i rappresentanti di due diverse concezioni rivoluzionarie, oppure descriverci poeticamente un paesaggio cittadino, una foresta popolata di partigiani. All’autore russo l’idea di un arbitrio narrativo attuato per ragioni di comodo appare cinica e minerebbe la credibilità dei suoi personaggi e della sua storia. Egli non è in grado di darci un perché di quegli spostamenti e coincidenze, ma i romanziere tradizionali ci dicono perché determinati passaggi vanno tralasciati, perché non sono materia degna di racconto. Pasternak, anche se lo sapesse, vuole mostrarci che non gli importa di saperlo, dandoci meravigliose pagine lirico-paesistiche senza però la traiettoria di chi l’attraversa, perché questa sfugge al calcolo e ricostruirla attraverso congetture sarebbe un lavoro superfluo, che non compete a Pasternak.

“La noia” di Alberto Moravia

Prendiamo ora un altro esempio di romanzo moderno: La noia (1960) di Alberto Moravia, dove l’autore, a più riprese, enuncia in generale e quasi in astratto, una posizione, un atteggiamento dei protagonisti in una certa fase della loro vicenda, dopodiché si limita a spiegare quell’enunciato con degli esempi e dichiarando che prende dei fatti, tutti equivalenti, che valgono a far vedere in concreto ciò che accadeva nella situazione indicata. In questo senso, il protagonista, il pittore che non dipinge più, è già da un paio di mesi in rapporto con Cecilia, una ragazza di diciassette anni, per amore della quale è morto l’anziano pittore Balestrieri. Dopo aver descritto in forma saggistica , il comportamento, soprattutto quello erotico, della ragazza, la sua strana indifferenza, o meglio nullità psicologica, Moravia si chiede: “Come aveva fatto, dunque, Balestrieri ad innamorarsi perdutamente di Cecilia? O meglio, che cosa era avvenuto tra di loro perché questo carattere insignificante di Cecilia diventasse, forse appunto perché tale, un motivo di passione?”

Il protagonista, sorpreso che la droga Cecilia rivelatasi funesta per il povero Balestrieri, non abbia effetto su di lui e interroga la ragazza senza sapere lui stesso esattamente cosa vuole sapere da lei. Moravia ci ha detto quello che è un “esempio”, un altro romanziere ci avrebbe messo in condizione di credere che il fatto particolare da lui narrato è il fatto per eccellenza che riassume la situazione; il Moravia della Noia porta un esempio tanto per spiegarsi, per lui il fatto è una semplice verifica tra tutte quelle che il romanziere ha a sua disposizione.

Gli aspetti colti ne Il Dottor Zivago e ne La noia sono tra loro differenti: Moravia, prendendo qualche fatto come esempio di una situazione, non privilegia questo fatto; Pasternak invece, nella sua persuasione di prolungare la linea della narrativa tradizionale, privilegia i fatti che racconta. ma per quanto narri fatti privilegiati, lo scrittore russo non è in grado di garantirci che nel frattempo, non si siano prodotti altri fatti, che, sebbene ignorati, potrebbero essere altrettanto significativi. La differenza da Moravia è che Paternak, tanto per fissare le idee su un caso preciso, ha tutta l’aria di puntare il dito su una delle innumerevoli conflagrazioni di atomi, per usare un’espressione della fisica, che avvengono in una data fase di attività di un materiale radioattivo. Tutte e due però compiono volta per volta il prelievo di un caso, da una media statistica che autorizza a ritenere che, in una determinata situazione, sia probabile, il verificarsi di un determinato evento.

 

 

L’immortalità, il labirinto palpitante di emozioni di Milan Kundera

“Se un pazzo che scrive ancora romanzi vuole salvarli, deve scriverli in modo che non si possano adattare, in altre parole, in modo che non si possano raccontare”. Tenendo conto di questa singolare teoria, Milan Kundera dà vita, nel 1993, a L’immortalità un libro difficile, quasi impossibile da inquadrare in un genere preciso.

Un romanzo che si fonde con il saggio, un’opera dura e straordinariamente capace di catturare, di affascinare con le sue pagine abilmente costruite, limpide, in una superba e finissima tessitura di temi che si svolgono seguendo quella “combinazione inimitabile di ironia e amarezza, di malinconia e leggerezza” caratteristica stilistica del visionario autore boemo. Kundera ci fa un dono con ogni sua costruzione, con ogni suo intreccio, con ogni suo singolo concetto. ci sussurra le verità più difficili che insinua sottilmente in noi, invitandoci delicatamente alla riflessione e al pensiero. Partendo dal semplice gesto di un braccio sollevato elegantemente verso l’alto in segno di saluto, Kundera riesce a fissare e a catturare tutta la potenza, la profondità e l’immortalità di un istante magico che non si piega a nessuna regola né di tempo né di spazio, dando vita al personaggio di Agnes, una donna sconosciuta che ci accompagna e ci fa entrare nella storia. La narrazione è come sempre divisa in sette parti, ossatura fondamentale e duttile della scrittura kunderiana.

La storia si dirama in mille intricati passaggi di un unico e tortuoso labirinto; numerosi rivoli sembrano percorrere la storia si immergono, camminano profondi e sotterranei nella nostra mente, dilagano per poi riaffiorare e ricongiungersi con il nucleo dell’intera trama in grado di convogliare le misteriose e sfuggenti ramificazioni in un disegno unitario, perfetto che si chiude su se stesso come un cerchio. Un cerchio nel quale vivono e palpitano le esistenze di personaggi enigmatici e seducenti che si raccontano e si scoprono attraverso gesti, sentimenti, ideali, angosce, desideri, amore, erotismo. Personaggi consapevoli che «non basta identificarci con noi stessi, ma è necessario identificarci appassionatamente per la vita e per la morte. Perché solo così possiamo considerarci non come una delle varianti del prototipo uomo, ma come esseri che posseggono una loro essenza inconfondibile: l’immortalità».

La Praga dei precedenti romanzi, scenario tipico dell’immaginazione di Kundera, cede il passo all’immortale capitale francese: Parigi diventa il teatro dell’incantevole esistenza delle sue creature tutte in grado di proiettare il bagliore e il genio del loro autore. Il volto è la prima delle sette parti, protagonista è Agnes, una donna alle prese con un matrimonio poco sereno, alla ricerca di congiungersi alla sua anima ma che vive continuamente imbrigliata nell’importanza della cura e del culto della propria immagine. La seconda parte de L’immortalità mette in scena il desiderio dell’essere umano di essere immortale attraverso due personaggi Bettina e Johann Wolfgang von Goethe.

Kundera descrive l’immortalità come il rimanere vivo nei ricordi delle persone per l’eternità. Nella terza parte, La lotta, sembra esserci un vuoto, ritroviamo Agnes contrapposta alla figura della sorella, Laura. Il rapporto tra le due sorelle in continuo conflitto è osservato con intensa abilità. In Homo sentimentalis compaiano l’amore e la passione. C’è ancora Agnes e ritornano protagonisti anche Goethe e Bettina; questi personaggi sono i protagonisti anche della quinta parte, Il caso, dove si trovano ad affrontare la casualità della vita e le coincidenze che portano al cambiamento. In un apparentemente confuso susseguirsi di necessità, bisogni e visioni tutto corre verso la fine a trovare un senso. Nella penultima parte, Il quadrante, entra in scena un nuovo personaggio, Rubens. L’uomo, dopo aver fallito il suo tentativo di fare il pittore e dopo aver visto fallire anche il suo matrimonio, si pone delle domande sull’amore e sulla sua volontà di starne lontano. Nella settima ed ultima parte, La celebrazione, Paul il marito di Agnes, Kundera e un amico di quest’ultimo si incontrano nel luogo in cui il libro ha avuto inizio. Il cerchio si chiude.

Ma cosa significa immortalità? Quanto pesa essere immortali? E noi, lo siamo?
Ogni piano, quello del racconto e quello della realtà sono collegati dalla casualità e dalla contemporaneità. E il caso? Il caso è l’immaginazione che poi non è altro che realtà. Noi non siamo altro che la nostra capacità creatrice, immaginativa, siamo le idee, le relazioni, le menti degli altri, dei conoscenti, dei morti. L’Immortalità è l’invenzione che determina la supremazia e l’eternità, la vita oltre ogni cosa. Amore, morte, fine, inizi. In un continuo duello tra morte e rinascita si insinua l’essenza dell’immortalità. Ciò che conta è andare al di là dei confini. Insieme a L’insostenibile legerezza dell’essere, probabilmente il più bel romanzo di Kundera che rende sempre unici e meravigliose sensazioni a noi familiari, come se ce le facesse scoprire per la prima volta, svelando il caos piu’ profondo dell’animo umano prima ancora che esso sia controllato dalle azioni.

Non si esagera se si accosta il nome di Milan Kundera a quello dei più grandi romanzieri moderni e dei cosiddetti “classici”.

Giacomo Debenedetti e il non-metodo

La critica di Giacomo Debenedetti (Biella, 25 giugno 1901 – Roma, 20 gennaio 1967), occupa un posto particolare nel panorama culturale italiano, il cui metodo può essere definito un non-metodo dato il suo approccio interdisciplinare. Tale critica, pur trovando il suo posto sotto il genere di critica psicologica, esige l’aggiunta di un’altra parola: integrale.

Giacomo Debenedetti nasce a Biella il 25 giugno 1901; i primi tredici anni li trascorre con i genitori Tobia ed Elisa Norzi e il fratello Corrado. Nel 1913 si trasferisce, insieme alla sua famiglia, a Torino, dove frequenta il liceo classico; nel 1917 perde il padre e l’anno successivo anche la madre; i due fratelli vanno a stare dallo zio Alessandro Debenedetti, nella cui casa avverrà il primo incontro di Giacomo con Umberto Saba. Si iscrive al Politecnico, frequenta il teatro Regio e più tardi, su consiglio di suo zio, si iscrive anche alla facoltà di legge, dove si laurea a pieni voti nel 1921 con una tesi sulla filosofia di G. D. Romagnosi. Conosce, tra gli altri Piero Gobetti, Natalino Sapegno, Mario Fubini, Sergio Solmi.
Tramite Saba conosce un personaggio di rilievo della cultura triestina, Roberto Bazlen, che sarà suo amico, tramite Giacomo, anche Montale. Nel 1923 Debenedetti inizia la collaborazione con alcune riviste come <<Il convegno>> il quale pubblica Amedeo, <<il Baretti>> dove compaiono saggi sulla letteratura francese, in particolare su Proust e Radiguet, <<Il Quindicinale>>. Nel 1926 inizia a lavorare per <<La Gazzetta del Popolo>> per la quale adotta lo pseudonimo di <<Swann>>. Sulla Rivista <<Solaria>> pubblica scritti su Saba, De Sancits, Svevo; nel 1927 si laurea anche in Lettere con tesi su Gabriele D’Annunzio; nel 1929 pubblica la raccolta di Saggi critici per le edizioni di <<Solaria>>; nel 1930 sposa Anna Maria Renata Orengo, figlia di una coltissima aristocratica russa che, senza dubbio, ha giocato un ruolo importante per la formazione culturale dello studente Debenedetti (fu lei, infatti, a suggerire al giovane Debenedetti la lettura, nel 1921, di Tre croci di Federigo Tozzi). Nel 1936, insieme ad alcuni amici, fonda <<Il Meridiano di Roma>>, dove tiene una rubrica sulla letteratura contemporanea. Comincia il periodo della persecuzione razziale e Debenedetti, nel 1944, si unisce ai partigiani e lascia il paese perché ricercato.

A questo momento storico corrisponde la traduzione da Proust di Un amore di Swann, nel 1945 pubblica i Saggi critici. Nuova serie. Nel 1955-56 ha l’incarico di Lingua e Letteratura francese nella stessa Facoltà, a Messina, dove svolge un corso sugli Essais di Montaigne e ne prepara uno su Proust. Nel febbraio 1951 tiene, sempre all’Università di Messina, una conferenza su Marcel Proust a patti con il diavolo. A lui, infatti, si deve la prima lucida analisi dell’ opera proustiana in Italia attraverso molti saggi.

Nel 1957 Giacomo Debenedetti commemora Saba al Circolo della cultura e delle arti di Trieste con Ultime cose su Saba, l’anno successivo ottiene la cattedra di storia della letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Roma; qui terrà, sino alla sua morte, corsi sulla poesia italiana del Novecento, su Tommaseo, e sul romanzo del Novecento.
Nel 1962 commemora a Siena Federigo Tozzi a ottant’anni dalla sua nascita; nello stesso anno è anche a New York in occasione del congresso dell’Accademia italiana di medicina forense, dove pronuncia il discorso Il personaggio uomo nell’arte moderna, tema che riprenderà, nel 1965, alla Mostra del cinema di Venezia. Nel 1966 provoca un accesa discussione in tutta Italia, in seguito alla sue dimissioni da tutte le giurie dei vari premi letterari di cui fa parte. Muore a Roma nel 1967, a causa di un attacco cardiaco, ma è traslato al cimitero ebraico di Torino.

Marcel Proust

Debenedetti ha rivolto la sua attenzione non solo alla storia e alla società, realtà invocate da tutti i critici accademici, ma anche alla psicologia, alla sociologia, all’arte, alla scienza, alla musica, al cinema dando vita ad una sorta di <<fenomenologia congetturale>>, se vogliamo adottare un’espressione di Enzo Golino , che illumina di nuovi significati l’opera letteraria. Debenedetti è <<un rabdomante della letteratura e del gusto>> come lo ha acutamente definito Alberto Bevilacqua ; intuitivo, percettivo, interdisciplinare, rigoroso, si lascia dapprima ispirare dal suono, per poi scavare nell’anima popolare della cultura, e quindi nella vita stessa, senza pregiudizi. Debenedetti non ha adottato un metodo semplicemente perché li ha adottati tutti, gettando la basi dell’antropologia letteraria, puntando alla sua straordinaria intelligenza e soprattutto sulla sua libertà intellettuale. Lo stesso Debenedetti riguardo al “compito” del critico afferma che il critico deve capire, far capire, spiegare l’opera che legge, ma spiegare consiste nel rilevare che una cosa è come un’altra cosa, come tante altre cose meglio note, che le somigliano e insieme ne segnalano la speciale, insostituibile identità.

Secondo Debenedetti, quindi, il critico deve confrontarsi con l’opera d’arte, interrogandola perché la critica oggi ci interessa solo quando riesce a stabilire i nessi tra gli artisti e tra l’arte e tutto l’insieme della nostra visione umanistica e scientifica del mondo. A proposito di scienza, sono illuminanti le analogie che Debenedetti nota tra la scienza e la letteratura, tra la narrativa dell’antipersonaggio e la fisica delle particelle, la frantumazione dell’uomo, la perdita della sua identità: il suo abruttimento corrisponde con la frantumazione dell’atomo.

Federigo Tozzi

Non si può non tener conto della lezione di Benedetto Croce; il giovane Debenedetti infatti inaugura la sua stagione da critico come crociano. Certamente il critico piemontese percorre una strada inconsueta, prendendo in considerazione anche Francesco De Sanctis. Le ragioni di questo percorso possono essere ricercate nell’ambiente dove si era formato Debenedetti, la Torino gobettiana (dove aveva recepito una coscienza dell’impegno civile che aveva in De Sanctis un esempio ben consolidato nella storia italiana); nel desiderio di “rivedere” la sua passione per i contemporanei. Debenedetti vede in De Sanctis, teorico dell’uomo ideale italiano, una figura più moderna rispetto a Croce, che offre l’occasione al giovane e orgoglioso critico di teorizzare il proprio lavoro.

Il critico piemontese si indirizza verso il decadentismo europeo che a Croce era indifferente. Anche per quanto concerne lo ‘storicimo’ Debenedetti si differenzia da Croce. Per quest’ultimo lo ‘storicismo’ è fondamentale, tanto da denominare il suo pensiero “storicismo assoluto” cui si è affidata in gran parte la cultura italiana. La filosofia di Croce è una storia pensata, Per il filosofo e critico abruzzese l’opera d’arte o letteraria che sia è pura intuizione e non scaturisce da criteri di verità. Per Debenedetti lo ‘storicismo’ è invece una sorta di forma psicologico-esistenziale.

In Debenedetti quindi, come si è già accennato, è la psicologia che vince la partita insieme alla sociologia, avvalendosi spesso delle teorie di Mills sul disagio dell’uomo contemporaneo. Anche la musica è un elemento di grande rilevanza nel percorso critico di Giacomo Debenedetti e in particolare la musica di Richard Wagner, alla quale il critico si affida per conferire alle parole maggior melodia, senza però escludere la musica italiana, o meglio il melodramma che è il corrispettivo del romanzo.

Benedetto Croce

C’è spazio anche per il cinema tra gli interessi di Giacomo Debenedetti il quale, dopo essersi trasferito a Roma, lavora all’Enciclopedia del Cinema e alla rivista “Cinema”, viene chiamato dalla Cines come riduttore di film stranieri, nel momento del passaggio dal muto al sonoro, per la Lux Film si occupa di Piccole Donne. Debenedetti, come ha notato il critico cinematografico Guido Aristarco, riconosce che “una tradizione critica e intelligente intorno al cinematografo, un gusto vero e proprio sull’arte cinematografica si vengono costituendo”. In effetti i saggi sul cinema del critico piemontese hanno aperto la strada a nuovi criteri di estetica, per non parlar poi del ruolo fondamentale del cinema in riferimento al personaggio-uomo, o meglio, all’antipersonaggio, basti pensare ai film di Bergman e di Antonioni.

Francesco De Sanctis

Ciò che interessa a Giacomo Debenedetti, quindi, è saper leggere la letteratura alla luce delle vicende culturali, credendo fermamente che la letteratura moderna si affidi prima di tutto al genere romanzo, che in Italia ha sempre costituito un problema, data la nostra tradizione.

L’aspetto più importante che emerge dalla critica  metaforica e rigorosa di Debenedetti, è quello di considerare il romanzo moderno una forma imprescindibile di conoscenza dei meccanismi e delle dinamiche esistenziali moderne. Cià ha conferito alla critica debenedettiana un importante successo: quante volte nel giudicare un’opera letteraria oggi non ci avvaliama di riferimenti alla musica, al cinema, alla sociologia e soprattutto alla psicologia?

Giacomo Debenedetti avrebbe potuto intraprendere una brillante carriera accademia conquistando una cattedra universitaria ma ha scelto la precaria strada del free lancer culturale, data la sua straordinaria versatilità e l’ ostilità degli ambienti universitari. Una figura culturale unica e affascinante, lontana dai pregiudizi e dalla saccenza di cui spesso soffrono molti intellettuali.

‘Con gli occhi chiusi’: il realismo di Federigo Tozzi

“Vorrei parlare di questi indefinibili turbamenti del marzo, a cui è unita quasi sempre una sottile voluttà, un desiderio di qualche bellezza” Questo è il concetto di “realismo”  di Tozzi presente nel romanzo Con gli occhi chiusi, del 1919, se di realismo si può parlare. Una costruzione narrativa che non fornisce punti di riferimneto precisi. Possiamo dire che l’autore ne costruisce una struttura tutta sua, lontana sia dai “canoni” classici sia dalle ibridazioni che in quel periodo si stavano iniziando ad affacciare (come un certo “simbolismo” in letteratura).

I personaggi di Con gli occhi chiusi” sorprendono per l’ansia descrittiva con cui ci vengono posti: descrizioni nette, che però tergiversano sugli avvenimenti. Personaggi che si rincorrono (Pietro e Ghìsola) e che alla fine finiscono per rincorrere se stessi, perdendosi. Sì, perché questo romanzo fa parte di una trilogia (insieme a Tre croci e Il podere”) che mette in risalto personaggi “non riusciti”: in effetti Pietro, figura “centrifuga” della storia, progredisce come personalità solo alla fine del romanzo, dove, la magra consolazione sarà quella di rendersi conto che ha tenuto per troppo tempo “gli occhi chiusi” sulla realtà.

Il titolo infatti è un palese riferimento a quello che Pietro vive: l’amore per Ghìsola oscura la mente di Pietro, ma alla fine della storia è Ghìsola ad apparire miserabile, ad apparire immagine sbiadita di quella che in realtà Pietro voleva che fosse.

Pietro, come sua madre dedita esclusivamente alla vita domestica,è un uomo che vive nella più totale solitudine, senza rendersene conto.

Luigi Pirandello ha commentato il romanzo di Tozzi, con  questa osservazione: “Quella Ghìsola, così viva tutta, che si perde, e quel suo Pietro che non vede, sempre vagante in cerca di se stesso… Ma perché è così? – ci domandiamo pur sapendo e sentendo che così è giusto, e che è soltanto una nostra pena che per loro che lli vorrebbe altriementi. E’ cosi, e non perché questo sia un romanzo della loro vita, ma perché la loro vita è in questo romanzo, così.”

“Con gli occhi chiusi” insieme a “Tre croci” ed a “Il podere” il romanzo che presenta personaggi inetti, incapaci di  ribaltare il proprio destino, triste e rovinoso. Salta agli occhi durante la lettura un profondo autobiografismo (i personaggi non sono altro che proiezioni mentali dell’autore e del suo conflitto interiore mai risolto) ed un crudo e personale realismo.

Tuttavia  il titolo stesso del romanzo potrebbe alludere ad un periodo particolare della vita di Tozzi: un grave problema alla vista che lo costrinse a stare al buio per molto tempo.

Nell’analizzare la società in cui si trova, Tozzi non si lascia guidare da ideologie, ma dall’oggettività che spesso risulta sgradevole, proprio perché l’autore riesce a cogliere il disagio della vita in tutta la sua tragicità, contrapposta all’idealismo di Pietro, sulla scia dei grandi romanzi del primo Novecento caratterizzati da un profondo senso d’angoscia che incute nel lettore.

Vi è un pessimismo radicale in Tozzi nel momento in cui intercetta abilmente i moti interiori dei personaggi-uomini con una scrittura essenziale, senza orpelli, cruda, scavata nella pietra; sgradevole come dimostrano  i seguenti passi: << sentiva malvolentieri che tutto ciò che esiste non era soltanto in lei”, si appropriò di un nido di “cinque passerotti” e “schiacciò con le dita la testa a tutti>>.

Digressioni e scarti temporali fanno di “Con gli occhi chiusi” uno dei primissimi e  chiari esempi di romanzo moderno psicologico, dove l’auore vive con i suoi personaggi vinti, è uno di loro, senza mai perdere quel forte legame con la terra e con le sue radici.


 

 

Robert Musil, nevrotico cantore della crisi della società moderna

Robert Musil (Klagenfurt 6 Novembre 1880, Ginevra 15 Aprile 1942) nasce nel 1880 a Klagenfurt, in Austria. All’età di dieci anni si trasferisce a Brno (Moravia) con la famiglia, in quanto il padre viene nominato professore di ingegneria meccanica al politecnico della stessa città.

Pochi anni dopo, entra nell’accademia tecnico-militare di Vienna. Dopo qualche mese si iscrive al politecnico di Brno. Supera l’esame di ingegnere (nel 1901) ed ottiene il ruolo di assistente al politecnico di Stoccarda. Durante questo periodo, inizia la stesura del suo primo romanzo I turbamenti del giovane Torless (Die Verwirrungen des Zöglings Törleß)sicuramente più letto e conosciuto in Germania. Apparso prima presso un editore viennese nel 1906 e poi ristampato circa cinque anni dopo da George Muller ma a Monaco. Musil ha  solo 26 anni.

Masochismo e sadismo attraversano le pagine di questo romanzo, (ambientato in un collegio militare asburgico dove l’educazione è spesso anche perversione) proprio come le storie stesse dei protagonisti, adolescenti in crisi che rispecchiano profondamente la crisi di quegli anni. Omosessualità, torture fisiche e violenze psicologiche continue sembrano essere l’unico mezzo disponibile attraverso cui riflettere sulla propria esistenza, fatta di emozioni così forti da riuscire ad annientarti, ruoli dominanti che si confondono, negando volontà e desiderio, in un unico grande gioco che è quello degli impulsi. Impulsi prima di tutto naturali e poi sessuali , mai però vicini al patologico. C’è da dire, infatti, che Musil si difende in maniera molto decisa dall’accusa rivoltagli di trattare di omosessualità, pederastia e disturbi mentali (ricordiamo che questi sono anche gli anni delle teorie psicoanalitiche appena formulate) poiché questi temi potrebbero riguardare chiunque e sviluppare le vicende più diverse.

Lo stile utilizzato ci permette di distinguere il carattere anti-naturalistico dell’interpunzione (in questo è molto differente, ad esempio, dallo stile di Joyce pieno di ellissi) e a tal proposito dichiara “La concezione dell’arte che io professo è eroica”.

I poli filosofici tra cui si muove Musil sono sicuramente Nietzsche e Dostojevski; il primo per il rapporto morale-intelletto e per la dialettica della verità; il secondo per le nozioni d’inconscio e di irrazionale. Ed, insieme a Kafka, si presenta come il fondatore della prosa moderna tedesca.

Quindi, quando pensiamo a Musil come all’autore dell’Uomo Senza Qualità, il romanzo incompiuto della sua vita che è un unicum vero e proprio nella letteratura ( Nel 1931 esce il primo volume, il secondo invece nel ’33, ed il terzo, curato dalla moglie a spese proprie, appare postumo nel 1943), non dobbiamo dimenticare che è autore, con tutto diritto, anche di quest’altra grande opera. Nel 1903 decide di studiare filosofia presso l’Università di Berlino, dove si laurea nel 1908.

Nella vita di Musil, c’è ovviamente spazio anche per l’amore. Nel 1911, infatti, sposa Martha Heimann, un’ebrea berlinese conosciuta qualche anno prima. Sempre nel 1911 pubblica due racconti dal titolo Incontri, incentrati sul tema della fedeltà amorosa e dell’esperienza limite tra sogno e realtà.

Negli anni successivi, svolge attività di pubblicista ed è redattore della rivista Neue Rundschau. Partecipa alla guerra come capitano e dirige un foglio militare. Terminata la guerra, si stabilisce a Vienna dove lavora per il Ministero degli Esteri. Gli anni che verranno saranno, invece, quelli dedicati al teatro; pubblica delle opere destinate alle rappresentazioni teatrali come Vinzenz und die Freundin bedeutender Männer, una farsa ricca di battute ironiche ed apprezzata per certe trovate anche se considerata, allo stesso tempo, molto meccanica e gelida.

Nel 1938, le truppe naziste invadono l’Austria, così Musil è costretto a ritirarsi in volontario esilio a Zurigo. Si sposta a Ginevra l’anno successivo, dove vive in isolamento con la moglie. E sarà proprio qui a Ginevra che morirà a causa di un’aneurisma, il 15 Aprile del 1942.