Il rosso del re di Marina Marazza, è l’ultimo lavoro edito da Solferino che prosegue il romanzo storico Sangue delle Langhe, che si svolge durante un periodo di grandi cambiamenti, in particolare durante la Restaurazione in Italia, dove la protagonista, Giulia di Barolo, originariamente Juliette Colbert, si innamora di Tancredi Falletti di Baroloe si trasferisce a Torino.
Fare sempre di più per la città di Torino, per i suoi miserabili, per le carcerate, per i bambini abbandonati a se stessi: nei primi decenni dell’Ottocento Giulia, marchesa di Barolo, assieme al marito Tancredi, allarga il raggio delle sue attività benefiche. Ma oltre all’impegno e al tempo occorrono sempre più soldi, che possono venire dalle vigne della loro tenuta, dove stanno sperimentando metodi innovativi per produrre finalmente un vino «serbevole», capace di invecchiare, pregiato e dunque redditizio. Un vino che deve conquistare innanzitutto il re Carlo Alberto, l’unico che può davvero decretarne il successo.
Certo, il giovane sovrano è distratto da molti altri eventi: un incendio a corte che mette a rischio la vita del suo erede, una presunta medium che sostiene di poter comunicare con la sua defunta madrina e non ultimo i moti e gli attentati dei carbonari, decisi a costruire l’Italia unita, con o senza i Savoia. Giulia e Tancredi rischiano di venir travolti dai venti di libertà e salvano Silvio Pellico, uscito spezzato dallo Spielberg, assumendolo come loro bibliotecario.
Ma il caso più caro al cuore di entrambi rimane quello di Angela Agnel, la popolana detenuta per l’assassinio del marito violento: mentre lei è chiusa in carcere, le sue figlie crescono tra amori, ambizioni, tormenti e vere e proprie tragedie.
Giulia resta sempre loro accanto, instancabile sostenitrice del diritto di tutte le donne a essere realizzate e felici.
La saga di successo dei Barolo continua con un movimentato romanzo corale e ricco di sfumature: amori proibiti, passioni politiche, efferati omicidi, intrighi di corte. Al centro di un’epoca turbinosa, la figura della marchesa di Barolo risalta con tutta la sua forza, la sua modernità e la sua eccezionale umanità
Se in Sangue delle Langhe protagonista era una giovane ed immatura, seppur tenace Giulia, dapprima come dama di compagnia dell’imperatrice Josephine Bonaparte (prima moglie di Napoleone), successivamente moglie del marchese Tancredi Falletti di Barolo e infine abile imprenditrice e paladina della giustizia, in Il rosso del re si assiste alla rivelazione della società dell’epoca (l’arco narrativo va dal 1819 al 1835), dei suoi personaggi chiave come Camillo Benso conte di Cavour, precedentemente solo presentato come un ragazzino vivace, qui lo vediamo come giovane e arguto stratega, esploriamo meglio la figura di Silvio Pellico, che da poeta incarcerato diviene bibliotecario e saggio consigliere dei marchesi.
Ma è anche un altro grande protagonista a prendersi la scena: il vino Barolo. I marchesi si rivelano essere degli ottimi imprenditori e ben comprendono quanto sia importante far fruttare la terra in cui vivono, creando un vino serbevole che permetta loro di avere una rendita e una sicurezza economica, in un’epoca di così grandi cambiamenti storici, politici e culturali e così, con lungimiranza facendo, creano un vino che ancora oggi è tra i più rinomati non soltanto d’Italia, ma del mondo.
Il pensiero reazionario conosce la sua compiuta manifestazione intellettuale nella prima metà del XIX secolo. Di “reazione” in termini filosofici e politici si comincia a parlare durante la Rivoluzione francese, quando essa diviene sinonimo di controrivoluzione. La carica reazionaria del tradizionalismo filosofico è in primo luogo, e pressoché esclusivamente, un rabbioso rigetto degli ideali dell’Illuminismo che ruotano attorno a quattro concetti di fondo: individuo, ragione, natura e progresso. La critica a questi ideali fa tutt’uno con la condanna senza appello della loro concreta espressione storico-rivoluzionaria. Nei più diversi campi, dalle scienze naturali alla filosofia morale, “reazione” diventa la risposta a una stimolazione, a un’alterazione di stato, a una rottura di equilibrio o combinazione di elementi.
Nel nuovo libro dell’ex top manager Diomede Milillo, Amore negli Stati Vaticani, pubblicato da Il Seme Bianco, emerge tale assunto: C’è nella Rivoluzione francese un carattere satanico che la distingue da tutto quello che si è visto fino a quel momento. I discorsi di Robespierre contro il sacerdozio, la solenne apostasia dei preti, la profanazione degli oggetti di culto, l’inaugurazione del culto della dea Ragione: tutto ciò esce dall’ambito ordinario del crimine e sembra appartenere a un altro mondo. E, nello stesso tempo in cui la rivoluzione si è assopita, i maggiori eccessi sono scomparsi, ma i principi sono rimasti.
Dalle più grandi istituzioni che hanno segnato la storia fino alla più piccola organizzazione sociale, dall’impero fino alla confraternita, tutte hanno una base divina, e la potenza umana, ogni volta che se ne è distaccata, non ha potuto dare alle sue opere che un’esistenza effimera e fasulla.
Se le nostre moderne costituzioni devono anche alla Francia degli anni immediatamente successivi alla rivoluzione l’idea stessa di una Carta costituzionale scritta come legge fondamentale dello Stato, il pensiero controrivoluzionario – cui il movimento del tradizionalismo francese appartiene – esalta l’idea di un ordinamento frutto della tradizione storica, dove la permanenza di antichi retaggi e costumi non è che il segno tangibile di un assetto sociale e politico di stampo feudale, con le sue gerarchie, i suoi privilegi, le sue “libertà”. La lotta al razionalismo “astratto” del pensiero illuministico, prima, e rivoluzionario, poi, e l’attaccamento al mondo feudale (fondato sulle istituzioni naturali, a partire dall’autorità paterna fino a quella religiosa, passando attraverso il potere del monarca e del ceto della nobiltà e dell’alto clero) prendono le forme dell’organicismo politico, una concezione secondo la quale una comunità è un organismo vivente, la cui messa in forma è compito della Provvidenza che agisce tramite il suo inviato, il monarca, che assume le caratteristiche del pontefice.[1]
È esattamente questa la cornice storica e politica entro la quale Diomede Milillo inserisce le vicende del suo romanzo.
La Restaurazione in Italia non fu una reazione ma una terza edizione del dispotismo illuminato, indebolito moralmente, intellettualmente e praticamente. Indebolito moralmente perché le riforme settecentesche ebbero l’appoggio morale entusiastico del fior fiore della cultura militante italiana, e il dispotismo illuminato napoleonico, se incontrò l’opposizione liberale e democratica del Foscolo e dell’Angeloni, trovò in Cuoco e Romagnoli coloro che seppero dargli ancora una brillante formula giustificativa, ma il dispotismo illuminato della Restaurazione fu considerato dalla cultura militante italiana come un’imposizione estera.[2]
Dalla Restaurazione, la Chiesa cattolica, nella sua dimensione giuridico-istituzionale, si identificò prevalentemente nelle posizioni delle gerarchie ecclesiastiche, e in primo luogo della Santa Sede. La crescente spinta verso una prospettiva interiore nell’approccio alla religione doveva essere respinta nel nuovo contesto post-rivoluzionario come una forma di individualismo religioso, analogo al protestantesimo, che finiva per minare non solo la dimensione comunitaria della Chiesa e l’influenza delle gerarchie ecclesiastiche, ma anche la stessa obbedienza nei confronti delle autorità politiche. Già con Pio VII si ebbe la proposta dello Stato pontificio come visibile modello di organizzazione statuale in cui si era realizzata una compiuta restaurazione.[3] Leone XII, poi, si impegnerà molto nella valorizzazione dei più importanti siti archeologici romani, dei resti delle basiliche paleocristiane e di quant’altro nella Diocesi di Pietro sia in grado di dimostrare la millenaria presenza del cristianesimo. Così pure, in un breve periodo, egli svilupperà una vera e propria opera di restaurazione dell’autorità sovrana sulla capitale e sulle province rimodellando l’intero assetto amministrativo impostato dal Consalvi, segretario di Stato con Pio VII, durante quella che fu la restaurazione in senso classico nel decennio precedente il pontificato leonino. Con Leone XII la città di Roma velocemente recupera il suo ruolo di centro della cristianità e di faro di un nuova cultura che voleva tornare a leggere le testimonianze del passato per ricavarne energie nuove per l’avvenire.[4] Eppure il pontificato di Leone XII è sempre stato visto come uno dei periodi più oscuri della storia della Chiesa, durante i quali il papa era visto alla stregua di un semplice esecutore delle volontà dei cardinali zelanti e della cancelleria viennese.
Ed è proprio all’ombra di questi misteri e intrighi che si sviluppa il romanzo giallo di Milillo, lungo i “bui” corridoi dello Stato Vaticano.
Il dispotismo successivo al Congresso di Vienna fu molto diverso da quello settecentesco. Esso divenne reazionario, cercando cioè di reagire ai cambiamenti introdotti dalla rivoluzione francese, combattendoli e rifacendosi a un quadro di valori tradizionali. L’aristocrazia, un tempo élite delle monarchie europee, passò a rappresentare i resti di un mondo ormai superato, fatto di privilegi e disuguaglianza. La lettura reazionaria della rivoluzione francese fu affidata a Joseph de Maistre, che vedeva nel cristianesimo l’ultimo baluardo contro la diffusione delle idee atee e illuministiche e nella rivoluzione un castigo voluto da Dio per punire la Francia del suo malefico clima intellettuale. Il diffondersi in tutta Europa di un clima poliziesco e di repressione di idee contrarie alla restaurazione favorì la nascita e la diffusione di moltissime società segrete. Al concetto di nazione venuto fuori dalla rivoluzione francese si affiancò un secondo e differente concetto di popolo-nazione, nato in Germania dal pensiero di autori quali Johann Gottfried Herder: esso faceva riferimento a un’unità assoluta e inscindibile di territorio, lingua, razza, costumi e religione. Si tratta della concezione che più influenzò la temperie culturale che caratterizzò l’Ottocento europeo: il romanticismo.[5]
Nobiltà e clero guardavano con livore ai moti rivoluzionari e ai loro promotori, considerati dei miscredenti, dei sovversivi. In effetti l’ordine che essi volevano “sovvertire” era proprio quello che questi volevano, al contrario, “restaurare”. Una condizione politica e sociale carica di tensioni che va a costituire la tela su cui Milillo ha intessuto la sua trama, modellando i personaggi in base al loro ceto di appartenenza. Persone per le quali il mantenimento dello status quo, e dei relativi privilegi che ne conseguivano, aveva maggiore importanza delle libertà e dei diritti altrui.
Leone XII fin da giovane si era messo in luce, oltre che per le doti intellettuali e per l’origine sociale, per certe qualità che, pur rimanendo in un ambiente ovattato e presumibilmente sensibile alla trascendenza come quello della capitale del cattolicesimo, non erano passate inosservate: qualità come la solennità della figura, la fierezza del portamento, l’eleganze innata e la bellezza dei tratti fisici. Si narra che Stendhal avrebbe insinuato che proprio Annibale della Genga, futuro papa Leone XII, non sempre aveva saputo resistere alle seduzioni alle quali veniva esposto da questa sua qualità. Di buon grado coltivava il piacere della vita di società e delle conversazioni salottiere, nel corso delle quali i suoi modi aristocratici accentuavano agli occhi del pubblico presente, e a quanto sembra soprattutto di quello femminile più volte ricordato nella sua corrispondenza privata, il fascino di un personaggio che, come lui, non si privava mai del piacere di stimolarne curiosità e frivolezze.[6]
Anche a Monaldo, protagonista del libro di Milillo, piace lasciarsi stimolare da dette curiosità e frivolezze.
Ancora oggi, nella Chiesa cattolica romana l’amore tra un prete e una donna è severamente vietato. Non sempre però, oggi come in passato, la promessa del celibato viene rispettata e spesso nascono amori proibiti e relazioni clandestine. Di fronte al bivio “o la donna o il sacerdozio” alcuni scelgono l’amore per la propria compagna, riconoscendole un ruolo fondamentale nella loro vita, altri non si sentono pronti a rinunciare alla vocazione e, pur di continuare a esercitare il ministero sacerdotale, sono disposti a vivere in segreto la propria sessualità e le relazioni sentimentali.[7]
Quella combattuta dalla Chiesa contro l’incontinenza e il concubinato clericale è ed è stata una lunga e aspra battaglia: le sue radici affondano nell’esaltazione della verginità, condizione preferibile al matrimonio secondo gli scritti patristici che contribuirono a costruire la separazione tra sacro e profano.[8]
Anche se da un punto di vista fenomenologico il celibato potrebbe venire analogato alla continenza, alla castità, all’astinenza sessuale, alla rinuncia o all’impossibilità a contrarre matrimonio, a una condizione sociale, irreversibile o transitoria, di celibe/nubile, a situazioni psicopatologiche di sessuofobia o di altre condizioni morbose, antropologicamente se ne diversifica in modo sostanziale. Non è facile intendere il celibato né da un punto di vista umano né tanto meno da un punto di vista delle scienze del comportamento. Per un cristiano cattolico, celibato vuol dire celibato apostolico. Significa essere come Gesù.[9]
In quel mondo claustrofobico, chiuso, autoritario e tutto maschile che è il clero cattolico tornerebbe molto utile comprendere quale sia realmente la natura del legame tra il sesso e la formazione clericale, indagare sul motivo per cui i membri del clero sono, nei confronti del sesso, tanto disinteressati in pubblico quanto ossessionati in privato, chiarire se per caso sia proprio quella della sessualità una delle chiavi per comprendere la natura dell’istituzione millenaria che li ha con molta cura allevati e forgiati.[10]
Per certo quella della sessualità è stata una “chiave di indagine” utilizzata da Milillo per raccontare i personaggi, in particolare il protagonista, e il loro agire.
[1]U. Eco, Storia della Civiltà Europea, EncycloMedia Publishers, 2014 (L’Ottocento – Filosofia, vol.64).
[2]G. Santoncini, Appunti per una bibliografia critica sulla seconda Restaurazione pontificia, in Proposte e ricerche, fascicolo 32 (1/1994).
[3]G. Vian, La Chiesa cattolica dalla Restaurazione e Francesco, in G. Vian, (a cura di): Alessandro barbero Gustavo Corni, Storia dell’Europa e del Mediterraneo, vol. 14, Salerno, Roma, 2017.
[4]G. Piccinini (a cura di), Il pontificato di Leone XII. Restaurazione e riforme nel governo della Chiesa e dello Stato, Atti del Convegno, Genga, 1 ottobre 2011.
[5]F. Benigno, L’età moderna. Dalla scoperta dell’America alla Restaurazione, Laterza, Bari, 2005.
[6]G. Monsagrati, Leone XII, papa, in Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 64 (2005), Treccani100.
[7]A. Fiore, Uomini proibiti (documentario), Maxman Coop Società Cooperativa, Italia, 2015.
[8]S.T. Salvi, Diabolo Suadente. Celibato, matrimonio e concubinato dei chierici tra riforma e controriforma, Giuffré Editore, Milano, 2018.
[9]F. Poterzio, L’espressione celibaria dell’affettività, Pontificia Università della Santa Croce – Centro di Formazione Sacerdotale.
[10]M. Marzano, La casta dei casti. I preti, il sesso e l’amore, Bompiani, Milano, 2021.
“Le risate del mondo” segna il ritorno di Arturo Bernava alla letteratura: un romanzo corale, costituito da tanti coloriti personaggi che insieme intessono un’avvincente storia, ambientata a Chieti e provincia, durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1943. La trama prende avvio dal mancato matrimonio di Italia Michelli, presunta vedova di guerra, con Alfonso Pierantozzi, di classe sociale superiore e con legami nel partito fascista, per opposizione del prete, Don Michele detto “Tiscrocco”. Ignoti sono i motivi, che spingono il cosiddetto parroco “bolscevico” a rifiutare di celebrare questa unione, tanto agognata dalla madre di Italia, Benemerita Carrisi, a caccia di un buon partito per scacciare la fame. Di sollievo è invece la reazione della mancata sposina, che ancora sognava di rivedere suo marito Ottavio, disperso nella campagna di Russia. Nel mentre viene trovata morta l’altra Italia, un’anziana che si occupa di mercato nero, responsabile di aver presentato la più grande delle Michelli a Pierantozzi.
Uccisa per strangolamento, tante sono le ipotesi, ma stupisce l’interesse per quest’indagine dei tedeschi stanziati sul territorio, in primis del “kaiser”. Intanto, arriva l’8 settembre e i bombardamenti degli alleati che colpiscono anche Villamagna. Tra i personaggi principali si annovera anche il dottore, Don Gerardo De Luca, che riceve un avviso di trasferimento presso il distretto di guerra, il cui posto sarà usurpato da un novello, un certo Andrea Mantini, che si scoprirà essere una donna, nata in Germania. Tante le novità in atto in quel piccolo paese in provincia di Chieti, dove intanto i tedeschi mettono in atto la loro ritorsione, sgomberando le città, razziando le case e fucilando i partigiani. Una storia originale, che racconta di un periodo di transizione per l’Italia: la resa, la cosiddetta “perdita della patria” e la resistenza, dei partigiani, nascosti tra le montagne.
Note biografiche
Manager, scrittore pluripremitato, docente di scuola di scrittura creativa, Arturo Bernava, attualmente è amministratore del Gruppo Editoriale “Il Viandante – Chiaredizioni”. Nato nel 1970, è stato premiato in oltre cento concorsi letterarii. Nel 2009, per la casa editrice Solfanelli, ha pubblicato il suo primo romanzo dal titolo “Il colore del caffè” (Premio Internazionale Città di Mesagne 2011, Premio Maria Messina 2011, Premio Città di Eboli 2010, Premio Internazionale Golfo di Trieste 2010). Nel 2010 è uscita una sua raccolta di racconti dal titolo “ELEvateMENTI” (Tabula fati, Chieti), che, tra i vari riconoscimenti, ha ottenuto anche la medaglia della Presidenza del Senato al Premio Parco Maiella di Abbateggio. Nel 2013 ha pubblicato “Scarpette Bianche” (Solfanelli Chieti), risultato vittorioso in numerosi certami letterari, tra cui: “Premio città del tricolore (Reggio Emilia)”, “Premio Thesaurus (Albarella, Rovigo)”, “Premio Mario Arpea, città di Rocca di Mezzo”, “Premio per l’editoria abruzzese, città di Roccamorice”, “Premio Internazionale Martucci-Valenzano (Bari)”, “Premio internazionale Marchesato di Ceva 2015”, oltre ad aver conquistato la piazza d’onore in un’altra quindicina di premi letterari. Ha collaborato con alcune riviste periodiche, sia cartacee che online, tra cui “Tuttoabruzzo” e “Arteinsieme” (quest’ultimo con la pubblicazione di alcuni racconti). Una sua biografia è riportata nell’Enciclopedia degli autori italiani, edita dall’Associazione nazionale “Penna d’autore”.
Cenni editoriali
La casa editrice Il Viandante nasce nel dicembre del 2015 e vanta al proprio attivo centinaia di pubblicazioni, principalmente di narrativa di genere, gialla e storica. La casa editrice NON chiede alcun contributo agli autori, men che meno l’acquisto obbligatorio di copie. Annovera, tra i propri autori, anche esordienti o scrittori che hanno all’attivo poche pubblicazioni, in coerenza con la propria “mission aziendale” – essere “fucina di talenti” – che mira a scoprire, promuovere e far crescere talenti letterari del panorama culturale nazionale.
Il marchio viene distribuito in Italia da Messaggerie e fa parte del Gruppo Editoriale Il Viandante – Chiaredizioni.
Un libro dal titolo romantico all’apparenza, perché il romanzo di Nunzia Gionfriddo, in edizione rinnovata, parla di tutt’altro. L’autrice, nota per la sua abilità nello scrivere di fatti storici, per non dimenticare i massacri delle foibe e l’esodo istriano, torna in libreria con “Cioccolata calda per due”. Romanzo edito da Phoenix Publishing, già vincitore del Premio Milano International. È un romanzo articolato, che tutto ha meno del romantico anche se il titolo trae in inganno. Nelle 214 pagine sapientemente scritte dalla Gionfriddo, il lettore potrà leggere di un amore antico e dal sapore altro che dolce, dove al centro dei fatti che verranno narrati ci saranno storie tragiche: di guerra, sofferenza, rassegnazione, dolcezza, sgomento e inesauribili attese.
“Il viaggio di ritorno in treno fu molto triste.
Non la consolarono la bellezza delle Alpi, che questa volta vide al tramonto e all’imbrunire, quando si intravedeva solo la loro sagoma nera.
Il veloce e affusolato serpente di acciaio, correndo tra le valli e sui ponti, le concesse la vista delle case dei montanari che si illuminavano per la notte, palpitanti di vita.”
Nel libro l’autrice riporta sotto forma di storia romanzata i fatti tragici del “secondo Dopoguerra che hanno interessato Istria, Dalmazia, Fiume, Trieste e, anni dopo nel 1992-95 il tentativo d’invasione serba della Bosnia, le atroci sofferenze e le decimazioni subite dalle popolazioni, nell’indifferenza delle grandi nazioni europee.
Giovanni è uno dei protagonisti principali, ispirato a un caro amico della scrittrice, compresa la sua famiglia e la misteriosa scomparsa della moglie. La scrittrice ci ha messo quasi due anni a dare luce a questo romanzo ed è stata sollecitata più volte anche da colleghi scrittori illustri.
Sta di certo che, attraverso un fitto dialogo e delle immagini storiche, ha fatto parlare i protagonisti anche quando ha raccontato di fatti raccapriccianti che sapevano di morte.
La stessa autrice afferma nella sua prefazione: “Quando l’ho scritto non sapevo dove sarei arrivata”.
Sinossi dell’opera
Con l’obiettivo di approfondire le sue ricerche sulle vicende drammatiche avvenute nell’ex-Jugoslavia, Florinda chiede aiuto a Giovanni, giornalista. Ben presto, la donna si scontra con il dolore profondo, mai superato, dell’uomo che in quegli eventi terribili ha perso la moglie. Ne nasce un amore fatto di scambi d’idee, ricordi, piccole condivisioni, riti comuni come una cioccolata al bar, una passeggiata nel quartiere, una gita al mare. I fatti tragici del secondo dopoguerra che hanno interessato Istria, Dalmazia, Fiume, Trieste, il tentativo d’invasione serba nella Bosnia, le atroci sofferenze e le decimazioni subite dalle popolazioni, nell’indifferenza delle grandi nazioni europee irrompono nella loro quotidianità.
Biografia dell’autore
Nunzia Gionfriddo, è nata a Napoli e si è laureata in Lettere e Filosofia, presso l’Università “Federico II”, ha insegnato negli Istituti Medi Superiori. Ha collaborato con il “Dipartimento di Italianistica” e con la cattedra di “Storia della Scienza” dell’Università “La Sapienza” di Roma. Si è interessata dei rapporti tra scienza, storia e letteratura, partecipando al dibattito culturale con alcuni saggi, tra cui L’incanto della camera oscura in Giacomo Leopardi, pubblicato dalla Rivista Letteraria “R I S L” (Rivista Internazionale di Studi Leopardiani), diretta da Emilio Speciale e L’Ultrafilosofia si fa poesia, in “Leopardi e il pensiero scientifico”, a cura di Giorgio Stabile. Ha collaborato con la rivista “La Rassegna della Letteratura Italiana” di Firenze, a cura di A. Ghidetti, per la recensione di saggi storici e letterari. In questi ultimi anni si è dedicata alla stesura di romanzi, di cui Chiocciole vagabonde è stato il primo, pubblicato nel 2013, a cui ha fatto seguito Raccontami la mia storia, ed. Robin, 2016 e Gli angeli del rione Sanità, Kairos edizioni, 2017. Nel 2019 è uscito nelle librerie il romanzo Cioccolata calda per due, Pegasus Edition, vincitore del secondo premio al concorso Milano International”, di cui la presente è la seconda edizione. Proprio in questi giorni è stato presentato alla critica “Scrivere di donne”, Homo Scrivens. Tutti i libri sono stati insigniti di numerosi premi, sia da non editi che da editi. Dal 2019 è rappresentante dell’associazione “I.P.L.A.C.” per la diffusione della cultura letteraria e artistica in Campania. Dal 2018 è stata invitata a far parte di giurie per i concorsi per autori di narrativa o poesia, tra cui “Voci” a Roma e “Zingarelli” a Cerignola. Il 12 agosto 2019 ha presentato al Festival dell’Isola del Cinema di Roma, durante la rassegna IPLAC “Un Ventaglio di Carta” il suo romanzo “Cioccolata calda per due”.
La pluriennale esperienza nel mondo culturale italiano e in quello universitario storico e scientifico ha reso possibile alla scrittrice di privilegiare nei suoi romanzi la componente storica, non per offrire uno sfondo superficiale ai suoi racconti, ma per dare agli avvenimenti storici il ruolo di coprotagonista, tale da interessare il lettore o uno studente. A volte un “romanzo storico” non di parte e scritto bene può insegnare ed educare di più di un manuale scolastico, come ci dimostrano autori come Ippolito Nievo, Federico De Roberto e Primo Levi, senza dimenticare il triestino, di lingua slava BorisPahor, tanto per citarne alcuni.
Lo stendardo di Giove, edito da Assobyz, è il terzo romanzo di Emanuele Rizzardi. A muovere ancora una volta la penna dello scrittore legnanese è l’amore smirato per la storia. Rizzardi, dopo L’ultimo Paleologo (2018) e L’usurpatore (2020) punta ancora su un romanzo storico.
Lo stendardo di Giove: Sinossi
Lo stendardo di Giove è uscito il 30 Giugno 2021
Brigantia. Alpi occidentali, Gallia, luglio 442
Dagomaro e i suoi quaranta armati sopportarono ancora una volta la pioggia battente e la calura solo per tornare al villaggio, prima del calare del sole. Dopo una settimana a dormire nei boschi o sulle rocce, con poca paglia, bagnata come giaciglio, l’idea di tornare a casa era puro cibo per l’anima. Superarono un’alta montagna, poi finalmente videro in lontananza i fumi delle case. una volta giunti, si salutarono come fratelli, abbracciandosi e stingendosi il collo prima di tornare dalle rispettive famiglie felici di essere sopravvissuti…tutti tranne lui. Entrò in una capanna di legno e cuoio sapendo che mi avrebbe trovata. Chi sono? Non ha importanza. Solo una donna dai lineamenti rugosi, con lunghi capelli d’argento e abito nero, che recitava formule in gallico rivolgendosi a un idolo di legno piantato a terra, che mi arrivava fino alle spalle. Era l’idolo della dea Madre, chiamata anche Matrona, protettrice della nostra della nostra gente e mia divinità preferita.
Anno 392: l’Impero Romano è funestato dalla pressione dei barbari oltre il confine e da terribili lotte interne tra le forze pagane e l’astro nascente del potere cristiano.
I conflitti religiosi sembrano essere il centro di un’importante svolta quando l’imperatore Teodosio dichiara la messa al bando di tutti gli antichi culti, ponendo il cristianesimo come l’unica religione ammissibile.
Mentre i templi e i luoghi di potere dei pagani vengono chiusi, un gruppo di senatori decide di opporre resistenza.
Approfittando dell’improvvisa morte di Valentiniano, il sovrano d’Occidente fantoccio di Costantinopoli, i congiurati prendono il potere a Roma ed ottengono il supporto del magister Arbogaste, che comanda le legioni della Gallia; al suo fianco c’è Flavio Eugenio, uomo di palazzo
di fede cristiana, ma dalle posizioni tolleranti, che rappresenta l’ultima speranza nell’imminente guerra contro Teodosio, in un crescendo di intrighi che porterà i pagani a dare un’ultima battaglia per la libertà nella gelida valle del fiume Frigido.
Un romanzo che raccoglie due anni di storia dell’impero romano dal 392 al 394. Una nuova religione, il Cristianesimo, inizia a farsi largo con forza, tra le fila dell’esercito, delle classi politiche e fra il popolo.
Il paganesimo scruta questo nuovo culto. In questo periodo di fervido sussulto culturale e storico si dipanano le gesta di Teodosio I. Contro di lui l’Imperatore Eugenio e il suo magister militum Arbogaste.
Le battaglie e gli scontri degli eserciti contrapposti prendono vita tra le pagine del libro. Personaggi storici realmente esistiti sfilano accanto a personaggi inventati.
Il risultato è un libro che non si limita semplicemente a descrivere pedissequamente le vicende storiche di quegli anni ma quello di raccontare gli eventi attraverso uno punto del tutto inedito. La storia imbastita con minuzia dall’autore viene narrata attraverso lo sguardo di un pagano, passando attraverso i timori, lo scetticismo e tutti i sentimenti contrastanti che nascono difronte all’ignoto.
Lo stendardo di Giove, dunque, si configura non solo come una precisa fotografia di quelle vicissitudine storiche ma al contempo una risorsa da cui attingere nuovi spunti di riflessione lontani dalla nota storiografia scolastica. Un romanzo storico che mette d’accordo gli appassionati del genere e i famelici studiosi più pretenziosi.
In un battito d’ali, edito da L’Erudita, Giulio Perrone, è l’ultimo romanzo di Giulia Fagiolino. L’autrice senese, nata il 23/09/ 1986, vive in provincia di Viterbo, proviene da studi classici ed è laureata in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Siena. Attualmente è Avvocato presso uno studio di Orvieto. Nel giugno del 2018 esce la sua opera prima Quel Giorno edito da Capponi Editore ed esordisce al Caffeina Festival di Viterbo . Nello stesso anno, a dicembre partecipa a Più libri più liberi al Roma convention Center La Nuvola a Roma e nel 2019 al Salone internazionale del Libro di Torino.
Giulia si aggiudica quattro premi internazionali: Premio speciale circoli culturali il Porticciolo al Premio letterario internazionale Montefiore 2018; Segnalazione al merito al premio internazionale Michelangelo Buonarroti 2018 a Forte dei Marmi; menzione al merito al Premio letterario residenze gregoriane a Tivoli 2019; menzione al merito al premio internazionale Giglio Blu di Firenze, dove nelle motivazioni l’hanno paragonata al fanciullino di Pascoli. Fa anche parte di un laboratorio di scrittura creativa nell’alto Lazio, con il quale ha partecipato alla raccolta dei racconti Le case narranti. Rapsodie sui luoghi del silenzio, vagabondaggi nella Tuscia edito da edizioni Sette città.
Reduce dalla vittoria di importanti riconoscimenti, la scrittrice Giulia Fagiolino torna in libreria con la sua nuova opera edita dalla casa editrice romana.
L’Erudita è un marchio della Giulio Perrone editore. L’Erudita è una casa editrice indipendente rivolta a tutti, esordienti e non, giovani e meno giovani. Il catalogo spazia dalla narrativa alla saggistica, dalla poesia ai racconti. La Giulio Perrone Editore viene fondata a Roma il 19 marzo 2005 da Giulio Perrone e Mariacarmela Leto con lo scopo di creare una nuova realtà letteraria e culturale, sulla scia delle case editrici indipendenti romane. Punti cardine del progetto sono l’attenzione estrema per la qualità dei testi proposti, la cura per la veste grafica e una contaminazione fra arti e linguaggi che esplori le molteplici possibilità del fare cultura.
Obiettivi ambiziosi che la Giulio Perrone Editore si è impegnata a raggiungere con passione e competenza in questi anni di lavoro, supportata ed approvata da grandi personalità come Rossana Campo, Lidia Ravera, Walter Mauro, Dacia Maraini, Paolo Poli, Ugo Riccarelli, Antonio Tabucchi e altri grandi scrittori.
In un battito d’ali: Sinossi
In un battito d’ali, uscito nell’ottobre di quest’anno, è un romanzo famigliare e storico.
Agnese non aveva mai avuto una famiglia. Era chiamata “figlia di N.N.”, così si diceva di coloro dei quali non si conoscevano i genitori. Era cresciuta in orfanatrofio, in quelle camerate fredde prive di calore e di affetto. Intorno ai diciassette anni fu adottata da una famiglia. Cercavano una ragazza robusta che li aiutasse a guadagnare per vivere, così la mandarono a lavorare nelle ferrovie, dove si caricava grosse balle piene di ghiaia da versare fra i binari. Di quegli anni non parlava, era come se si fosse dimenticata di quella vita dove la fatica e lo sfinimento facevano da padroni. Di una cosa però era certa. Anche se non era stata riconosciuta come figlia, lei sapeva chi fosse il suo vero padre, che era deceduto in guerra. E lo sapevano anche i parenti, che non avendo avuto figli propri anni dopo decisero di riprenderla con sé, ma senza riconoscerla.
L’esistenza scorre faticosa ma dolce a Castelfosso in Toscana, dove la comunità vive e lavora in armonia come una grande famiglia. Agnese, donna forte e solida, conduce la sua casa con amore e prendendosi cura del marito Pietro e dei figli Ginevra e Tommaso. Intorno a loro si muovono tutti gli altri abitanti del paese, con le loro storie, i loro dolori e le loro gioie: Giulio, l’amato di Ginevra, sospettato da Agnese di voler usare la ragazza per i suoi possedimenti, il vecchio Gino, impazzito dopo la morte del figlio e la malattia della moglie, Gina, Bruna e tutte le altre donne che, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, sono costrette a vedere i propri mariti, figli, cari partire al fronte, mentre la Resistenza combatte contro l’occupazione tedesca coinvolgendo anche Ginevra, che mette a rischio la propria vita per amore.
“Questo libro – ha dichiarato l’autrice – è nato negli anni, quando attenta ascoltavo i racconti della mia famiglia, che mi ha così liberamente ispirato con fatti accaduti in un tempo ora lontano, ma sempre vivi nelle nostre memorie. Ho ricordato volti e paesaggi a me noti e ho immaginato di vivere realmente quei momenti con loro; dove la realtà mi sfuggiva, è subentrata la fantasia, che mi ha aiutato a tessere la trama del romanzo”.
La scrittrice ripercorre una pagina molto dolorosa del nostro passato storico. Attraverso la sua penna il lettore da spettatore delle vicende diventa quasi il protagonista condividendo con i personaggi del libro gli aspetti emozionali.
In un battito d’ali è un romanzo storico e corale che racconta l’intimità, le speranze e le miserie di un pezzo di storia d’Italia in un susseguirsi di eventi ed emozioni.
L’usurpatore, edito da Assobyz, è l’ultimo romanzo di Emanuele Rizzardi. Classe 1990, Emanuele nasce e vive a Legnano. Laureato in Lingue presso l’Università La Cattolica e attualmente lavora come project manager presso una multinazionale della meccanica. Appassionato di storia medievale bizantina e del Caucaso fin da bambino, si forma da autodidatta sui saggi dei più noti storici contemporanei e non. Bizantinista, scrittore, divulgatore, Rizzardi collabora con varie testate di settore, associazioni e radio. Fa parte del direttivo dell’Associazione Culturale Byzantion. Del 2018 è la sua opera prima L’ultimo Paleologo, edita da PubMe. A due anni di distanza lancia sul mercato editoriale il suo nuovo scritto.
L’usurpatore: Sinossi
L’usurpatore- Copertina
L’usurpatore è un romanzo storico di 427 pagine. Il libro è uscito in italiano ma successivamente è stato tradotto in inglese con il titolo di Usurpator
Tessalonica, gennaio 1324
Quando riceverai questa lettera, mio caro Michele, potrei essere un cadavere freddo e rigido in una fossa comune. Chi ti scrive e Alessandro filantropeno, il tuo vecchio e logoro padre, o almeno quanto di lui rimane. Oggi sono venuti a casa dei soldati di Andronico. << Preparatevi filantropeno, perché domani mattina a quest’ora verremo a prelevarvi e sarete scortati a Costantinopoli. Ordine del Basile Basileus>>, mi hanno detto, senza far trasparire troppe emozioni. <<Che sia così!>>, ho risposto senza protestare e quasi sogghignando. Non ho alcun dubbio sul mio destino in un certo senso vi anello da molti anni. Sono stanco, il nero dei miei capelli ha lasciato totalmente spazio un grigiore pallido, mentre la mia pelle chiarissima diventa sempre più insofferente ai raggi del Sole, facendomi sentire un reietto rintanato in casa. Non sono per niente dubbioso sul perché il Basileus mi faccia prendere per uccidermi proprio ora, dopo quasi 30 anni dal nostro ultimo incontro; La mia stessa esistenza è un affronto alle sue politiche fallimentari. Io sono la prova vivente dell’inettitudine, miopia e stupidità del nostro sovrano Andronico II Paleologo, per volontà di Dio, ma non certo mia. Me lo aveva detto, vedremo se ora avrà almeno il fegato di mantenere la parola. Gli occhi di chi, come me, ha ricevuto la carezza di una lama rovente sono molto deboli e questo sforzo di scrittura mi sta costando ben più di un dolore, perciò presta molta attenzione a queste mie parole perdonami per eventuali errori; non è facile riassumere tanti fatti a distanza di molto tempo. […] Sappi che in questa lettera avrei solamente la verità, la pura, semplice e cruda verità. Ora che anche tu stai percorrendo le mie orme come soldato, fai tesoro delle mie parole, potrebbero tornarti utili in futuro…Ti darò consigli e ti farò rivivere le mie esperienze attraverso l’inchiostro […]
Gli ultimi anni del ‘200 sono durissimi per il già provato Impero Bizantino, recentemente ricostituitosi a Costantinopoli, sotto la spregiudicata e agguerrita famiglia dei Paleologi. Quel che rimane delle ricche province d’Asia Minore è caduto nell’anarchia. Bande di razziatori turchi, avide di bottino e terre, saccheggiano ripetutamente le campagne, costringendo i cittadini dell’impero a tentare una disperata fuga verso la costa o ad arroccarsi dietro alle mura di antiche e solide fortezze.
Nel frattempo Karman Bey, signore musulmano di Mileto, aumenta il suo potere a dismisura e raduna un esercito abbastanza grande da convincere la corte di Costantinopoli a rispondere con ogni mezzo a sua disposizione. Il sogno turco di conquistare la “regina delle città” sembra poter diventare una triste realtà.
Il Basileus Andronico II ripone le sue speranze nel giovane nipote Alessio Filantropeno, incaricandolo di porre definitivamente fine alla pressione nemica e conservare quanto rimasto, prima che sia troppo tardi. Alessio, euforico all’idea di mettere in mostra le proprie qualità come comandante militare, scoprirà che gli intrighi, i giochi di potere e la guerra hanno sempre un prezzo da pagare, e le sue illusioni giovanili andranno incontro ad una realtà amara.
Tutte le vicende ruotano intorno al declino dell’impero bizantino e alla nascita di quello Ottomano. La storia, scritta in forma epistolare, racconta la vita e le gesta del generale Alessio Filantropeno, nipote di Basileus Andronico II, appartenente alla dinastia dei Paleologi.
La famiglia dei Paleologi (Greco: Παλαιολόγος, pl. Παλαιολόγοι) fu l’ultima dinastia a governare l’Impero Bizantino. In seguito alla Quarta crociata alcuni membri della famiglia fuggirono a Nicea e qui riuscirono a mantenere il controllo dell’impero in esilio. Michele VIII Paleologo divenne imperatore nel 1259 e riconquistò Costantinopoli nel 1261. I discendenti di Michele governarono fino alla caduta di Costantinopoli, nel 1453, rendendo i Paleologi la dinastia di regnanti più longeva nella storia Bizantina. Il motto della famiglia era Basileus Basileon, Basileuon Basileuonton (Βασιλεύς Βασιλέων, Βασιλεύων Βασιλευόντων, cioè “Re dei Re, Regnante dei Regnanti”). A causa dei loro matrimoni con le famiglie d’occidente i Paleologi furono la prima famiglia Imperiale ad adornarsi di simboli occidentali su cimiero e stemma. Utilizzarono l’aquila bicipite Imperiale nera in campo oro, oppure una croce accantonata da quattro B d’oro girate all’esterno in campo rosso.
La stessa B che appare sulla copertina del libro nella scritta Bysantion. L’usurpatore narra uno spaccato storico brevissimo quasi mai trattato in altri romanzi dello stesso genere: siamo in pieno tramonto dell’impero bizantino e il libro restituisce le imprese del giovane generale Alessio Filantropeo, una figura non molto conosciuta se non nei manuali di bizantinista.
Lo stesso Emanuele Rizzardi dice: “Il filantropeno è una figura unica ed eccezionale del suo tempo. Quella di voler dare voce alle sue gesta e stata una scelta naturale”
Guido Borghi Unige dell’Associazione Culturale Byzantion scrive nella sua recensione: “Le gesta del generale bizantino Alessio Filantropeno (ca. 1270-dopo il 1340) in Anatolia Occidentale negli anni 1293-1295 vengono qui ricostruite nella pregevole forma artistica di romanzo storico fondato sull’analisi scrupolosa e al tempo stesso critica delle fonti primarie coeve. La vicenda, pienamente rappresentativa delle dinamiche geopolitiche dell’epoca, si configura altresì come un paradigma storico generale e ha rilevanza a livello di Filosofia della Storia”.
L’usurpatore è, dunque, un romanzo storico, ma anche il racconto di prodezze, guerre civili, suspence, gloriosi combattimenti e avvincenti battaglie per accattivare non solo gli appassionati del genere.
Ritratto di donna in cremisi è un romanzo storico di Simona Ahrnstedt del 2011, autrice svedese considerata nel suo Paese come “la nuova Jane Austen”. La Ahrnstedt, dopo l’ esordio con questo romanzo, ne ha pubblicati molti altri, ma in Italia ne è arrivato soltanto uno: La ragazza dei Fiordalisi, pubblicato da Sperling & Kupfer nel 2013. La storia di Ritratto di donna in cremisi comincia a Stoccolma nel 1880, durante una rigida sera d’inverno al Teatro dell’Opera. Beatrice Löwenström, orfana ospitata in casa degli zii aristocratici, incontra nel foyer del teatro Seth Hammerstaal, ricco uomo d’affari, elegante quanto arrogante. Tra i due inizialmente ci sarà solo uno scambio educato di commenti sui quadri esposti nella sala, ma le strade dei due protagonisti s’incroceranno ancora, viste le amicizie comuni, intrecciandosi per poi separarsi per molto tempo.
Ritratto di donna in cremisi: l’eleganza di un classico, il senso di riconoscimento di un romanzo contemporaneo
Ritratto di donna in cremisi è una storia che ha la delicatezza e la cadenza dei classici della letteratura dell’ottocento, dalla già citata Jane Austen (per l’attenzione ai sentimenti e alla vita sociale) ai maestri della narrativa russa, con i quali condivide anche le ambientazioni del romanzo: i rigidi inverni del Nord, le tenute di campagna sperdute contro lo splendore e lo scintillio delle città, lo sfarzo dei palazzi reali (ancorati al passato) e i primi progressi tecnologici: dal treno all’elettricità. I due protagonisti, per quanto nati da un chiaro stereotipo, riescono a catturare il lettore, Beatrice per la propria voglia d’indipendenza contrapposta a una chiara ingenuità, Seth per la dicotomia fra la maschera spietata a lungo costruita e l’uomo che di notte ha incubi sulla guerra franco/prussiana. Purtroppo però l’altalena amorosa sulla quale è imperniato il romanzo a un certo punto crea un certo nervosismo nel lettore, pur senza annoiarlo, e si lascia intuire una chiara volontà da parte dell’autrice Simona Ahrnstedt di trascinare la trama con molti più “tira e molla” di quanti sarebbero stati necessari. La mancanza di una chiara comunicazione tra i protagonisti e una serie di equivoci li obbligheranno a stare lontani per un po’, e porteranno una grande sofferenza soprattutto a Beatrice, costretta a un matrimonio senza amore con un uomo molto più vecchio di lei e violento.
Simona Ahrnstedt ha uno stile di scrittura che ricorda quello di Liza Kleypas, Mary Balogh e Jennifer Donnelly, anche se l’allontanamento dalla classica ambientazione inglese dona qualcosa in più alla sua penna, che sembra quasi raccontare una favola nordica tra piste di pattinaggio, pellicce e gite in slitta sulla neve. Qualcosa di magico.