‘In un battito d’ali’ di Giulia Fagiolino: un romanzo famigliare che evoca una pagina dolorosa della nostra storia

In un battito d’ali, edito da L’Erudita, Giulio Perrone, è l’ultimo romanzo di Giulia Fagiolino. L’autrice senese, nata il 23/09/ 1986, vive in provincia di Viterbo, proviene da studi classici ed è laureata in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Siena. Attualmente è Avvocato presso uno studio di Orvieto. Nel giugno del 2018 esce la sua opera prima Quel Giorno edito da Capponi Editore ed esordisce al Caffeina Festival di Viterbo . Nello stesso anno, a dicembre partecipa a Più libri più liberi al Roma convention Center La Nuvola a Roma  e nel 2019 al Salone internazionale del Libro di Torino.

Giulia si aggiudica quattro premi internazionali: Premio speciale circoli culturali il Porticciolo al Premio letterario internazionale Montefiore 2018; Segnalazione al merito al premio internazionale Michelangelo Buonarroti 2018 a Forte dei Marmi; menzione al merito al Premio letterario residenze gregoriane a Tivoli 2019; menzione al merito al premio internazionale Giglio Blu di Firenze, dove nelle motivazioni l’hanno paragonata al fanciullino di Pascoli. Fa anche parte di un laboratorio di scrittura creativa nell’alto Lazio, con il quale ha partecipato alla raccolta dei racconti Le case narranti. Rapsodie sui luoghi del silenzio, vagabondaggi nella Tuscia edito da edizioni Sette città.

Reduce dalla vittoria di importanti riconoscimenti, la scrittrice Giulia Fagiolino torna in libreria con la sua nuova opera edita dalla casa editrice romana.

L’Erudita è un marchio della Giulio Perrone editore. L’Erudita è una casa editrice indipendente rivolta a tutti, esordienti e non, giovani e meno giovani. Il catalogo spazia dalla narrativa alla saggistica, dalla poesia ai racconti. La Giulio Perrone Editore viene fondata a Roma il 19 marzo 2005 da Giulio Perrone e Mariacarmela Leto con lo scopo di creare una nuova realtà letteraria e culturale, sulla scia delle case editrici indipendenti romane. Punti cardine del progetto sono l’attenzione estrema per la qualità dei testi proposti, la cura per la veste grafica e una contaminazione fra arti e linguaggi che esplori le molteplici possibilità del fare cultura.

Obiettivi ambiziosi che la Giulio Perrone Editore si è impegnata a raggiungere con passione e competenza in questi anni di lavoro, supportata ed approvata da grandi personalità come Rossana Campo, Lidia Ravera, Walter Mauro, Dacia Maraini, Paolo Poli, Ugo Riccarelli, Antonio Tabucchi e altri grandi scrittori.

 

In un battito d’ali: Sinossi

 

In un battito d’ali, uscito nell’ottobre di quest’anno, è un romanzo famigliare e storico.

Agnese non aveva mai avuto una famiglia. Era chiamata “figlia di N.N.”, così si diceva di coloro dei quali non si conoscevano i genitori. Era cresciuta in orfanatrofio, in quelle camerate fredde prive di calore e di affetto. Intorno ai diciassette anni fu adottata da una famiglia. Cercavano una ragazza robusta che li aiutasse a guadagnare per vivere, così la mandarono a lavorare nelle ferrovie, dove si caricava grosse balle piene di ghiaia da versare fra i binari. Di quegli anni non parlava, era come se si fosse dimenticata di quella vita dove la fatica e lo sfinimento facevano da padroni. Di una cosa però era certa. Anche se non era stata riconosciuta come figlia, lei sapeva chi fosse il suo vero padre, che era deceduto in guerra. E lo sapevano anche i parenti, che non avendo avuto figli propri anni dopo decisero di riprenderla con sé, ma senza riconoscerla.

L’esistenza scorre faticosa ma dolce a Castelfosso in Toscana, dove la comunità vive e lavora in armonia come una grande famiglia. Agnese, donna forte e solida, conduce la sua casa con amore e prendendosi cura del marito Pietro e dei figli Ginevra e Tommaso. Intorno a loro si muovono tutti gli altri abitanti del paese, con le loro storie, i loro dolori e le loro gioie: Giulio, l’amato di Ginevra, sospettato da Agnese di voler usare la ragazza per i suoi possedimenti, il vecchio Gino, impazzito dopo la morte del figlio e la malattia della moglie, Gina, Bruna e tutte le altre donne che, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, sono costrette a vedere i propri mariti, figli, cari partire al fronte, mentre la Resistenza combatte contro l’occupazione tedesca coinvolgendo anche Ginevra, che mette a rischio la propria vita per amore.

“Questo libro – ha dichiarato l’autrice – è nato negli anni, quando attenta ascoltavo i racconti della mia famiglia, che mi ha così liberamente ispirato con fatti accaduti in un tempo ora lontano, ma sempre vivi nelle nostre memorie. Ho ricordato volti e paesaggi a me noti e ho immaginato di vivere realmente quei momenti con loro; dove la realtà mi sfuggiva, è subentrata la fantasia, che mi ha aiutato a tessere la trama del romanzo”.

La scrittrice ripercorre una pagina molto dolorosa del nostro passato storico. Attraverso la sua penna il lettore da spettatore delle vicende diventa quasi il protagonista condividendo con i personaggi del libro gli aspetti emozionali.

In un battito d’ali è un romanzo storico e corale che racconta l’intimità, le speranze e le miserie di un pezzo di storia d’Italia in un susseguirsi di eventi ed emozioni.

 

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‘L’usurpatore’ di Emanuele Rizzardi: un romanzo storico che porta alla luce le gesta di Alessio Filantropeno

L’usurpatore, edito da Assobyz, è l’ultimo romanzo di Emanuele Rizzardi. Classe 1990, Emanuele nasce e vive a Legnano. Laureato in Lingue presso l’Università La Cattolica e attualmente lavora come project manager presso una multinazionale della meccanica. Appassionato di storia medievale bizantina e del Caucaso fin da bambino, si forma da autodidatta sui saggi dei più noti storici contemporanei e non. Bizantinista, scrittore, divulgatore, Rizzardi collabora con varie testate di settore, associazioni e radio. Fa parte del direttivo dell’Associazione Culturale Byzantion. Del 2018 è la sua opera prima L’ultimo Paleologo, edita da PubMe. A due anni di distanza lancia sul mercato editoriale  il suo nuovo scritto.

 

L’usurpatore: Sinossi

L’usurpatore- Copertina

L’usurpatore è un romanzo storico di 427 pagine. Il libro è uscito in italiano ma successivamente è stato tradotto in inglese con il titolo di Usurpator

Tessalonica, gennaio 1324

Quando riceverai questa lettera, mio caro Michele, potrei essere un cadavere freddo e rigido in una fossa comune. Chi ti scrive e Alessandro filantropeno, il tuo vecchio e logoro padre, o almeno quanto di lui rimane. Oggi sono venuti a casa dei soldati di Andronico. << Preparatevi filantropeno, perché domani mattina a quest’ora verremo a prelevarvi e sarete scortati a Costantinopoli. Ordine del Basile Basileus>>, mi hanno detto, senza far trasparire troppe emozioni.  <<Che sia così!>>, ho risposto senza protestare e quasi sogghignando. Non ho alcun dubbio sul mio destino in un certo senso vi anello da molti anni. Sono stanco, il nero dei miei capelli ha lasciato totalmente spazio un grigiore pallido, mentre la mia pelle chiarissima diventa sempre più insofferente ai raggi del Sole, facendomi sentire un reietto rintanato in casa. Non sono per niente dubbioso sul perché il Basileus mi faccia prendere per uccidermi proprio ora, dopo quasi 30 anni dal nostro ultimo incontro; La mia stessa esistenza è un affronto alle sue politiche fallimentari. Io sono la prova vivente dell’inettitudine, miopia e stupidità del nostro sovrano Andronico II Paleologo, per volontà di Dio, ma non certo mia. Me lo aveva detto, vedremo se ora avrà almeno il fegato di mantenere la parola. Gli occhi di chi, come me, ha ricevuto la carezza di una lama rovente sono molto deboli e questo sforzo di scrittura mi sta costando ben più di un dolore, perciò presta molta attenzione a queste mie parole perdonami per eventuali errori; non è facile riassumere tanti fatti a distanza di molto tempo. […] Sappi che in questa lettera avrei solamente la verità, la pura, semplice e cruda verità. Ora che anche tu stai percorrendo le mie orme come soldato, fai tesoro delle mie parole, potrebbero tornarti utili in futuro…Ti darò consigli e ti farò rivivere le mie esperienze attraverso l’inchiostro […]

Gli ultimi anni del ‘200 sono durissimi per il già provato Impero Bizantino, recentemente ricostituitosi a Costantinopoli, sotto la spregiudicata e agguerrita famiglia dei Paleologi. Quel che rimane delle ricche province d’Asia Minore è caduto nell’anarchia. Bande di razziatori turchi, avide di bottino e terre, saccheggiano ripetutamente le campagne, costringendo i cittadini dell’impero a tentare una disperata fuga verso la costa o ad arroccarsi dietro alle mura di antiche e solide fortezze.
Nel frattempo Karman Bey, signore musulmano di Mileto, aumenta il suo potere a dismisura e raduna un esercito abbastanza grande da convincere la corte di Costantinopoli a rispondere con ogni mezzo a sua disposizione. Il sogno turco di conquistare la “regina delle città” sembra poter diventare una triste realtà.

Il Basileus Andronico II ripone le sue speranze nel giovane nipote Alessio Filantropeno, incaricandolo di porre definitivamente fine alla pressione nemica e conservare quanto rimasto, prima che sia troppo tardi. Alessio, euforico all’idea di mettere in mostra le proprie qualità come comandante militare, scoprirà che gli intrighi, i giochi di potere e la guerra hanno sempre un prezzo da pagare, e le sue illusioni giovanili andranno incontro ad una realtà amara.

Tutte le vicende ruotano intorno al declino dell’impero bizantino e alla nascita di quello Ottomano. La storia, scritta in forma epistolare, racconta la vita e le gesta del generale Alessio Filantropeno, nipote di Basileus Andronico II, appartenente alla dinastia dei Paleologi.

La famiglia dei Paleologi (Greco: Παλαιολόγος, pl. Παλαιολόγοι) fu l’ultima dinastia a governare l’Impero Bizantino. In seguito alla Quarta crociata alcuni membri della famiglia fuggirono a Nicea e qui riuscirono a mantenere il controllo dell’impero in esilio. Michele VIII Paleologo divenne imperatore nel 1259 e riconquistò Costantinopoli nel 1261. I discendenti di Michele governarono fino alla caduta di Costantinopoli, nel 1453, rendendo i Paleologi la dinastia di regnanti più longeva nella storia Bizantina. Il motto della famiglia era Basileus Basileon, Basileuon Basileuonton (Βασιλεύς Βασιλέων, Βασιλεύων Βασιλευόντων, cioè “Re dei Re, Regnante dei Regnanti”). A causa dei loro matrimoni con le famiglie d’occidente i Paleologi furono la prima famiglia Imperiale ad adornarsi di simboli occidentali su cimiero e stemma. Utilizzarono l’aquila bicipite Imperiale nera in campo oro, oppure una croce accantonata da quattro B d’oro girate all’esterno in campo rosso.

La stessa B che appare sulla copertina del libro nella scritta Bysantion. L’usurpatore narra uno spaccato storico brevissimo quasi mai trattato in altri romanzi dello stesso genere: siamo in pieno tramonto dell’impero bizantino e il  libro restituisce le imprese del giovane generale Alessio Filantropeo, una figura non molto conosciuta se non nei manuali di bizantinista.

Lo stesso Emanuele Rizzardi dice: “Il filantropeno è una figura unica ed eccezionale del suo tempo. Quella di voler dare voce alle sue gesta e stata una scelta naturale”

Guido Borghi Unige dell’Associazione Culturale Byzantion scrive nella sua recensione: “Le gesta del generale bizantino Alessio Filantropeno (ca. 1270-dopo il 1340) in Anatolia Occidentale negli anni 1293-1295 vengono qui ricostruite nella pregevole forma artistica di romanzo storico fondato sull’analisi scrupolosa e al tempo stesso critica delle fonti primarie coeve. La vicenda, pienamente rappresentativa delle dinamiche geopolitiche dell’epoca, si configura altresì come un paradigma storico generale e ha rilevanza a livello di Filosofia della Storia”.

L’usurpatore è, dunque, un romanzo storico, ma anche il racconto di prodezze, guerre civili, suspence, gloriosi combattimenti e avvincenti battaglie per accattivare non solo gli appassionati del genere.

 

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‘Ritratto di donna in cremisi’ di Simona Ahrnstedt: la consacrazione della Jane Austen dell’Europa del Nord

Ritratto di donna in cremisi è un romanzo storico di Simona Ahrnstedt del 2011, autrice svedese considerata nel suo Paese come “la nuova Jane Austen”. La Ahrnstedt, dopo l’ esordio con questo romanzo, ne ha pubblicati molti altri, ma in Italia ne è arrivato soltanto uno: La ragazza dei Fiordalisi, pubblicato da Sperling & Kupfer nel 2013. La storia di Ritratto di donna in cremisi comincia a Stoccolma nel 1880, durante una rigida sera d’inverno al Teatro dell’Opera. Beatrice Löwenström, orfana ospitata in casa degli zii aristocratici, incontra nel foyer del teatro Seth Hammerstaal, ricco uomo d’affari, elegante quanto arrogante. Tra i due inizialmente ci sarà solo uno scambio educato di commenti sui quadri esposti nella sala, ma le strade dei due protagonisti s’incroceranno ancora, viste le amicizie comuni, intrecciandosi per poi separarsi per molto tempo.

Ritratto di donna in cremisi: l’eleganza di un classico, il senso di riconoscimento di un romanzo contemporaneo

Ritratto di donna in cremisi è una storia che ha la delicatezza e la cadenza dei classici della letteratura dell’ottocento, dalla già citata Jane Austen (per l’attenzione ai sentimenti e alla vita sociale) ai maestri della narrativa russa, con i quali condivide anche le ambientazioni del romanzo: i rigidi inverni del Nord, le tenute di campagna sperdute contro lo splendore e lo scintillio delle città, lo sfarzo dei palazzi reali (ancorati al passato) e i primi progressi tecnologici: dal treno all’elettricità. I due protagonisti, per quanto nati da un chiaro stereotipo, riescono a catturare il lettore, Beatrice per la propria voglia d’indipendenza contrapposta a una chiara ingenuità, Seth per la dicotomia fra la maschera spietata a lungo costruita e l’uomo che di notte ha incubi sulla guerra franco/prussiana. Purtroppo però l’altalena amorosa sulla quale è imperniato il romanzo a un certo punto crea un certo nervosismo nel lettore, pur senza annoiarlo, e si lascia intuire una chiara volontà da parte dell’autrice Simona Ahrnstedt di trascinare la trama con molti più “tira e molla” di quanti sarebbero stati necessari. La mancanza di una chiara comunicazione tra i protagonisti e una serie di equivoci li obbligheranno a stare lontani per un po’, e porteranno una grande sofferenza soprattutto a Beatrice, costretta a un matrimonio senza amore con un uomo molto più vecchio di lei e violento.

Simona Ahrnstedt ha uno stile di scrittura che ricorda quello di Liza Kleypas, Mary Balogh e Jennifer Donnelly, anche se l’allontanamento dalla classica ambientazione inglese dona qualcosa in più alla sua penna, che sembra quasi raccontare una favola nordica tra piste di pattinaggio, pellicce e gite in slitta sulla neve. Qualcosa di magico.

La ragazza che toccava il cielo, di Luca Di Fulvio

La ragazza che toccava il cielo (Rizzoli, 2013) è un romanzo storico dello scrittore romano classe 1957 Luca Di Fulvio (Zelter, L’impagliatore, La scala di Dioniso, La gag dei sogni, Il bambino che trovò il sole di notte), autore da oltre 500.000 copie, i cui libri sono stati tradotti in sedici Paesi. Al centro della trama de La ragazza che toccava il cielo vi è la persecuzione razziale contro gli ebrei, in un contesto ‘inusuale’ per l’argomento: il 1500 veneziano. L’immaginario comune colloca generalmente il problema delle discriminazioni antisemitiche intorno alla prima metà del secolo scorso, quando in realtà le origini del cancro dei pregiudizi sono molto più antiche.

La ragazza che toccava il cielo: una storia di vite parallele

La ragazza che toccava il cielo è Giuditta, adolescente ebrea che emigra dall’isola di Negroponte insieme al padre Isacco (truffatore che si finge medico) alla ricerca di una vita migliore, ritrovandosi reclusa, invece, all’interno del ghetto ebraico di Venezia. La ragazza viene costretta a indossare il berretto giallo, simbolo della sua credenza religiosa, e limitata nella possibilità di scegliere cosa fare nella vita, poiché gli unici mestieri consentiti agli ebrei del tempo erano: il medico, lo strazzarolo e il prestatore di denaro. Giuditta si trova così nella situazionedi dover usare l’ingegno per vendere i suoi modelli di abiti e cappelli, insieme all’amica e socia in affari Ottavia. Insieme escogiteranno una tattica mirata a far passare i loro modelli come già usati, macchiandoli di inchiostro in una piega nascosta alla vista del compratore. Intrecciata indissolubilmente alla vita di Giuditta, e ai problemi dentro al ghetto di Venezia, sta la figura del truffatore Mercurio, giovane conosciuto da Giuditta durante il viaggio verso la serenissima. I due si scelgono al primo sguardo, ma vengono ostacolati da Benedetta, ladra e socia di Mercurio, gelosa e segretamente innamorata di lui, e da Isacco, il padre di Giuditta, che vuole per la figlia un destino diverso di quello accanto a un ladro.

La ragazza che toccava il cielo immerge il lettore in un caleidoscopio di vite parallele a quelle dei due protagonisti: c’è Simon Baruch, ebreo rapinato da Mercurio che vuole vendicarsi di lui per essere stato quasi ucciso; il capitano Lanzafame, un tempo eroe sul campo di battaglia, ora relegato a fare la guardia all’ingresso del ghetto; il truffatore Scavamorto, che ha comprato Mercurio salvandolo dall’orfanotrofio e gli ha insegnato il mestiere di ladro; fratello Amadeo, che odia gli ebrei e intraprende una crociata contro di loro; il principe Contarini, storpio e sessualmente deviato, che fa indossare alle sue amanti i vestiti della sorella morta; Scarabello, capo della criminalità veneziana, apparentemente senza scrupoli ma in realtà con un grosso punto debole. Zolfo, Donnola, Cardinale la prostituta e poi Anna Del Mercato, che farà da madre a Mercurio, e decine di altri personaggi che insieme ricreano uno spaccato della Venezia del tempo, spesso ‘sporco’ e indecente, ma presentato sempre con un realismo crudo e d’effetto. I personaggi citati sono descritti sempre a metà fra il buono e il cattivo, anche i più malvagi della storia hanno un punto debole, un risvolto positivo che di solito si scopre sul finale del libro. Questo espediente da loro spessore, presentandoli come se non fossero ‘appiattiti’ dalla carta, ma tridimensionali e vivi accanto a noi lettori. Benedetta, ad esempio, antagonista per eccellenza di Giuditta, pur malvagia e deviata dall’odio si mostra umana nei suoi sentimenti per Mercurio e nelle scuse finali che fa sia a Giuditta che a Mercurio, per aver ordito un piano intricato per far accusare e condannare Giuditta per stregoneria. Anche Scarabello, assassino di Donnola, ladro e truffatore, ha un cuore umano, come si evince nella scena profondamente drammatica della sua morte per il mal francioso, forse la scena più forte di tutto il romanzo, quando chiede all’uomo che ha segretamenteamato per tutta la vita, di ucciderlo prima che la malattia lo renda folle.

Tra le pagine de La ragazza che toccava il cielo si respira aria di libertà: Mercurio è stato sfruttato per tutta la vita da altri criminali, mentre Giuditta sente il peso di essere ebrea e desidera un mondo libero in cui ognuno possa professare la propria religione senza essere giudicato, e il lettore si ritrova a tifare per loro nel raggiungimento di un sogno: fuggire via mare da Venezia alla scoperta del Nuovo Mondo. Lo stile di scrittura di Luca Di Fulvio è spesso stato definito ‘troppo cinematografico’, ma quello che si evince dalla lettura è solo una grande fluidità nella narrazione e uno stile incalzante, che trattiene il lettore legato al romanzo. Nonostante l’ambientazione e la vastità di temi trattati (dalla prostituzione agli abusi sessuali, dalla povertà alla vita negli orfanotrofi, dalle discriminazioni razziali al fanatismo religioso), Luca Di Fulvio non appesantisce mai le descrizioni e le digressioni storiche, prediligendo l’azione e i dialoghi dei personaggi, il tutto racchiuso in capitoli brevi.

Il profumo del sud, di Linda Bertasi

Il profumo del Sud (Self publishing, 2015) è il terzo romanzo di Linda Bertasi, il primo a tema storico, ambientato durante la guerra di secessione americana. La protagonista è Anita Dalmasso, una donna che intraprenderà un viaggio sia fisico, dall’Italia all’America, sia metaforico, di conoscenza di sé. Dopo aver scoperto di essere una figlia illegittima e di chiamarsi in realtà Isabella, Anita vede crollare ogni sua certezza e fugge nel Nuovo Mondo per inseguire il suo futuro. Ma il destino mostra il suo percorso già durante il viaggio per mare attraverso l’oceano Atlantico, poiché la conoscenza con Margherita Castaldo e con Justin Henderson segnerà per sempre la vita di Anita. Margherita la invita nella sua tenuta di Montgomery, al ventiseiesimo parallelo, e quella che doveva essere per lei solo una breve permanenza, diventa un progetto solido per il futuro per Anita, nonostante l’antipatia della nipote di Margherita nei suoi confronti, Grace Hamilton, contraria alla sua presenza lì. Perché il Sud con i suoi paesaggi, i suoi colori, i campi di cotone, il profumo delle camelie ei problemi relativi allo schiavismo, la colpiranno nel profondo, suggerendole la propria strada: vivere in quella terra e collaborare con Margherita.

Entrambe si distingueranno dai vicini, gli Spencer, per il loro modo di trattare gli schiavi, molto più ‘umano’ e contrario alle punizioni corporali. All’interno di questo nuovo sogno, ha un posto importanteJustin Henderson. Justinè per Anita quel tipo di amore che, a più riprese e in modi diversi, segna tutto l’arco della vita di una donna. La relazione fra Anita e Justin avrà alti e bassi, causati dalle scelte sbagliate di entrambi, ma avrà sempre il potere di farli attrarre anche a distanza, superando la reticenza iniziale di lei e l’arroganza di lui. Eppure sarà la guerra e il senso dell’onore, misto a un’insana vendetta per la morte del fratello di Justin, che separerà definitivamente i due innamorati.

Il profumo del sud: un romanzo storico ricco di colpi di scena

Le discriminazioni razziali si respirano in ogni pagina de Il profumo del Sud, in ogni frustata agli schiavi nei campi di cotone, e nella relazione peccaminosa e ‘socialmente’ inaccettabile fra Emma Spencer e un uomo di colore, anche loro destinati a un tragico epilogo. Il ritmo della narrazione scorre fluido fino alla partenza di Justin per la guerra, da quel momento in poi però diventa fin troppo incalzante, un colpo di scena dietro l’altro fino alla fine del romanzo, e la sensazione suscitata nel lettore è di non aver assimilato bene tutti gli accadimenti delle ultime settanta pagine, che ribaltano molte situazioni. Inoltre l’avvicinamento fra Anita/ Isabella e Christopher Jones appare come una sorta di ‘ripiego’ per la protagonista che risulterà difficile da accettare per le più romantiche delle lettrici, anche se come personaggio Christopher rappresenta un amore più ‘sano’ per Anita, essendo un uomo molto diverso da Justin, nel quale è presente anche un lato oscuro, preponderante. Eppure questi dettagli rimandano molto al gusto soggettivo del lettore e vengono messi in secondo piano dall’intensità emotiva che suscita la situazione degli schiavi negli stati del Sud, dall’attenzione capillare ai fatti storici e alla sanguinosa guerra civile, ma soprattutto dal nucleo fondante della storia: Montgomery. La vera protagonista de Il profumo del Sud, infatti, è la terra, in particolar modo la proprietà di Whitehill, un po’ come la Tara di Via col vento, che sembra avere vita propria, soffrire per la guerra e sanguinare insieme ai suoi schiavi. Il messaggio che ne viene fuori è che al di là degli avvenimenti che la vita interpone nel cammino di ognuno, c’è sempre qualcosa di concreto a cui aggrapparsi e per cui lottare, un luogo a cui tornare, nonostante tutto.

“Il gattopardo”: L’immutabile e rassegnata decadenza della nobiltà

Romanzo storico pubblicato postumo nel 1958, Il gattopardo” è il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. L’opera si rifà alle vicende storiche della famiglia Tomasi, dove il principe Fabrizio Salina ricopre il ruolo di Giulio Fabrizio Tomasi, bisnonno dell’autore.

Il romanzo è un’opera di rassegnata decadenza. La decadenza della nobiltà a favore della borghesia; la decadenza del regime borbonico a favore del neo-regno d’Italia. Ma forse più di tutto, “Il gattopardo” è un’opera sull’immobilità. È questo il tema che colpisce più a fondo, e anche qui un’immobilità rassegnata ai tempi, alla storia, all’impossibilità di un cambiamento incipiente.

Se dal punto di vista prettamente narrativo il protagonista è Don Fabrizio Salina, da quello allegorico scorgiamo la presenza lungo tutta la narrazione del cane Bendicò. Si mostra, scompare per interi capitoli, eppure si presenta come elemento finale del romanzo. È lì nella prima pagina e nell’ultima. E lo stesso Tomasi, in una lettera del ’57 a Enrico Merlo, indica Bendicò come la chiave allegorica del romanzo.

Perché il cane rappresenta la famiglia stessa dei Salina e in senso più ampio rappresenta la nobiltà. Un cane che viene sostituito – per la morte naturale – ma che resta lì, imbalsamato come un monito proveniente dal passato. È la situazione della nobiltà indebolita, soppiantata e tenuta in disparte come un qualcosa di ormai arcaico.

I punti chiave del romanzo sono tre. È attraverso questi tre passi che Tomasi coniuga la decadenza con l’immobilità. Innanzitutto la famosa frase pronunciata da Tancredi Falconieri: «Se vogliamo che tutto resti com’è, bisogna che tutto cambi». Una frase incommentabile, tale è la sua chiarezza e che sembra essere la massima della classe politica moderna, che teme i reali cambiamenti, visti come minacce  ai loro privilegi.  Posizioni di potere, rapporti di forza: ogni cosa cambia e al contempo resta identica a sé stessa. Tutto ciò che muta è solo il nome di chi siede su quello scranno, mantenendo inalterata la funzione precedente. Così la nobiltà decade e il suo posto è preso dai nuovi ricchi, dai nuovi potenti.

La famiglia Salina  nel film di Visconti

Il secondo punto è il dialogo di Fabrizio Salina con Chevalley, messo del neo-regno d’Italia. Di particolare importanza è un aneddoto raccontato al piemontese. Gli inglesi gli chiesero cosa venissero a fare in Sicilia i garibaldini. La risposta del principe fu: «vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi». E ancora, in un passo memorabile: «Credo che non comprendessero, ma risero e se ne andarono. Così rispondo anche a lei; caro Chevalley: i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria».

La critica di Tomasi è alla Sicilia, e forse dalla Sicilia micro-cosmo all’Italia intera per estensione. L’immobilità è dovuta all’ego. Ed è qui che si congiunge il terzo punto: «Noi fummo i Gattopardi, i leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra».

Tomasi usa una decadenza per parlare di un’altra. Una decadenza che nasce dall’incapacità di mutare, dal pensiero di essere superiori a chiunque altro. Una sonnolenza. E nulla di buono può nascere da questa sonnolenza: non l’amore, che sembra rigoglioso solo in tempo di primavera; non gli affari, con le ricchezze che vanno diminuendo; non la vita sociale, in cui di continuo s’intravede lo spettro della morte.

È questo il mondo decadente in cui si muovono le vicende de Il gattopardo”. Un grande splendore che nasconde ignorante superbia. Don Fabrizio Salina è il conscio osservatore. È un uomo che ha compreso le virtù e i difetti, ha compreso lo spirito del tempo, ma è inserito anche lui in quello stesso mondo. E proprio lui, che sembra la figura capace di uscire dal circolo vizioso, si ritrova sconfitto, rassegnato alla verità dei fatti. E forse è proprio questo che lo rende ancora più triste.