Il bivio, di Arrigo Geroli

Il bivio (Lettere Animate Editore, 2015), testo d’esordio di Arrigo Geroli è un agile romanzo breve di 100 pagine che oscilla fra lo psicologico/introspettivo e il thriller/investigativo, e ambientato fra Milano, Lione e Bruxelles. La peculiarità di questo testo, tuttavia, è che si snoda lungo due percorsi paralleli: due personaggi, due serie di eventi, due stili narrativi completamente diversi, e che solo nel finale trovano congiunzione.

 

Il bivio: trama e stile

Il primo percorso è quello di Achille, un ragazzo apparentemente frustrato dal lavoro, pieno di turbe e psicosi, costantemente nel terrore che la ragazza con cui vive, Jenny, lo tradisca con l’odiato e disprezzato collega di lavoro Paolo. Il secondo è quello di Christian Charpentier, il quale è sulle tracce di Angelina, figlia scomparsa di Jean Michel e Marguerite Daudet, amici del padre, con il quale Christian ha un rapporto di amore-odio.

I due percorsi paralleli, così distanti in termini di plot e stile da sembrare due storyline separate(prima persona, uso del presente e linguaggio colloquiale per il primo; terza persona, uso del passato e linguaggio più complesso per il secondo), arrivano a convergere solo in fase avanzata, per poi incontrarsi “ufficialmente” nell’inquietantissimo finale al cardiopalma. È proprio quiche si scopre, infatti, che Jenny non è altro che il nomignolo di Angelina, e che Achille è in realtà una seconda, debole personalità di Paolo (si potrebbe pensare il contrario, tuttavia i colleghi di lavoro lo chiamano Paolo in presenza di Christian). Durante il breve romanzo assistiamo, infatti, alla discesa di Achille/Paolo nel baratro della follia, fra allucinazioni e distorsioni della realtà. La descrizione della “casa degli orrori” insonorizzata di Achille/Paolo all’arrivo di Christian è, poi, un momento altamente emotivo e climatico, nonché perturbante come pochi: da una parte abbiamo l’ordine e la pulizia di Achille («sulle mensole a muro, tra le decine di libri non ce n’era uno fuori posto»), dall’altra la follia omicida di Paolo («le tende, le pareti e i divani erano ricoperti da una quantità impressionantedi schizzi di sangue, persino troppi per appartenerea una sola persona»).

Il bivio: tra inquietudine e terrore

Il bivio è un romanzo che si legge di getto, ma la brevità e lo stile sono, al contempo, il suo punto di forza e di debolezza: se da un lato il testo scorre, soprattutto nella storyline dedicata ad Achille, dall’altro questa scorrevolezza potrebbe far perdere lungo la via dei dettagli importanti, utili alla comprensione del finale e del testo in generale. Consideratoil plot twist finale in stileSesto senso, è indispensabile che l’autore dissemini lungo il percorso dei dettagli, e che dia loro il giusto peso. Questo elemento, a volte, nella narrazione è assente: giusto alla fine il lettore comincia a essere vagamente consapevole di quanto sta accadendo, ma fino a quel momento è in balia degli eventi e non sa che pesci pigliare. La brevità in questo caso aiuta perché si arriva rapidamente alla conclusione, ma una costruzione più precisa avrebbe certamente aiutato a sostenere una trama più lunga.

Lunghezza che, oltretutto, sembra richiesta per approfondire personaggi, background e riflessioni che, a tratti, sembrano sospesi nell’aria, appena abbozzati. Sarebbe infatti stato interessante saperne di più sulla vita di Christian, sulla sua relazione con la defunta moglie Caterine (visto che l’autore ci tiene a battere il chiodo sul senso di colpa del personaggio); come sarebbe stato interessante approfondire la vita “pre-Jenny” di Achille/Paolo. 100 pagine sembrano in definitiva troppo poche per un testo che, per la sua costruzione e la sua ambizione, pare accennare a un enorme potenziale inespresso. Come se, tornando al Sesto senso, mancasse la scena iniziale in cui il personaggio interpretato da Bruce Willis muore per un colpo di pistola.

Nota dolente riguarda il Capitolo 11, nel quale Marguerite, madre di Angelina, si fa accompagnare dall’autista in quella che sembra essere una casa infestata («il paesaggio, inquietante e irreale, era la materializzazione di un incubo»). Qui trova una bambola appartenente alla figlia ma, prima di poter fare qualcosa, la donna viene inseguita da «due uomini [che], avvinghiatiin una strana morsa, si stavano gettando a capofitto sui gradini, bestemmiando e ostacolandosi a vicenda per la foga». Non avendo seguito nel romanzo, e risultando totalmente scollegato col resto della storia, non si riesce a capire cosa qui l’autore abbia voluto dire.

Per concludere è bene trattare di volata la “questione Lettere Animate”: anche qui, come in altri loro testi, sono presenti dei refusi. Solo due per fortuna, pur ripetuti per tutte le occorrenze: l’uso di “E’” al posto del corretto simbolo “È”; e l’uso alternato del trattino breve (“-”) anziché di quello lungo (“–”) per i dialoghi. Inoltre, ma questo è un elemento stilistico, si può notare un eccessivo uso delle virgolette alte per indicare, oltre a modi di dire, anche oggetti di uso comune («due “penne usb”, modem, i-pod e bloc-notes, squadrati e prontiall’uso, facevano bella mostra di loro sulla scrivania ben spolverata del “pc”»). Come sempre, questo editore dovrebbe mettere più impegno nell’editing e nella pulizia del testo.

Tuttavia Il bivio di Arrigo Geroli risulta un gradevolissimo e interessante romanzo, che dona momenti di trepidazione e piacevolezza. È un testo dai toni cupi, per niente scontato, e che tocca tematiche attualissime quali la violenza domestica, le alienazioni mentali, il dolore esistenziale.

Il Furto dei Munch, di Barbara Bolzan

Il 5 aprile 2004, un commando mette a segno una spettacolare rapina alla banca di Stavanger, in Norvegia. Il 24 agosto 2004, dal Museo Munch di Oslo vengono sottratti i dipinti L’Urlo e Madonna. Due fatti apparentemente non correlati, ma che trascineranno il lettore in una vertigine di intrighi, pericoli e misteri, portandolo nel cuore del mercato nero, dell’arte e della musica.
Quando i dipinti scompaiono, infatti, lasciando dietro di sé una scia di morte, Agata Vidacovich, coinvolta nel traffico d’arte, tenterà di venire a capo dell’intricata vicenda, mettendo a dura prova le proprie certezze. Sposata con un pianista di fama internazionale che ha ormai rinunciato alla propria carriera e al quale ha sempre mentito riguardo alla propria vera vita, Agata si ritroverà costantemente sul filo del rasoio, costretta a mettere a repentaglio tutto quello che ha di più caro per venire a capo di questo mistero. Dove sono finiti i quadri?
Il furto dei Munch è, come recita la sinossi del libro, un thriller avvincente, che si snoda tra Milano, Oslo e Trieste e che tiene il lettore col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

Il Furto dei Munch, romanzo scritto da Barbara Bolzan e edito da La Corte editore, ha avuto un finale travagliato, essendo stato ispirato a fatti realmente accaduti (il furto al museo Munch di Oslo avvenuto nel 2004), i quadri, infatti, L’Urlo e Madonna (oggetto d’elezione nella trama) che durante la stesura del romanzo erano ancora dispersi, sono stati ritrovati poco prima dell’uscita del libro, costringendo l’autrice a modificare l’epilogo, per rendere più credibile la storia.

Lo stile della Bolzan è preciso, mai ridondante; la doppia vita di Agata (voce narrante) si alterna alle sue vicende private, al rapporto conflittuale con il marito, creando un doppio piano narrativo in cui la descrizione dei personaggi viene sviluppata in modo coerente e uniforme. La tecnica di mostrare alcuni eventi passati senza fornire spiegazioni non solo tende a rafforzare il ritmo, ma nel contempo consolida l’effetto sorpresa sempre presente all’interno del libro.

La nota di originalità s’intuisce, però, nella capacità della Bolzan di amalgamare arte e musica con il genere thriller (cosa non facile) coesione che probabilmente sarebbe potuta risultare artefatta e posticcia, se l’autrice non avesse avuto una reale padronanza degli argomenti trattati, e perché no anche una certa passione verso l’arte.

Il libro, quindi, non offre soltanto un genuino divertimento al lettore, ma insegna allo stesso anche molte cose su questo mondo e sui traffici illeciti delle opere d’arte; un giallo dall’architettura solida, coerente dall’inizio alla fine; nella trama, avvincente ed efficace, eccellente appare la definizione dei “caratteri”, fatto essenziale in un tipo di narrazione come quella del thriller che deve certamente attrarre l’attenzione del lettore con una tensione continua ma far bene comprendere anche quali siano gli orientamenti, le meditazioni e le riflessioni dell’autrice, talvolta inseriti in maniera implicita, talaltra più esplicita.

La Bolzan non tralascia il lato emozionale, l’amore, infatti, è sempre tra parentesi, appena percepito sullo sfondo, con il suo gioco di attrazioni e con il suo ciclico rimando ai sentimenti e al tormento della protagonista. Le tele di Munch quasi ossessionano Agata, prendono vita tra vertigini e colpi di scena, che fanno della storia un lavoro esemplare di ordine e di equilibrio.

Barbara Bolzan nasce nel 1980 in provincia di Milano. Pur non abbandonando mai il suo primo amore per la recitazione, durante l’adolescenza si avvicina al mondo della scrittura e comincia a partecipare con successo a premi letterari nazionali e internazionali. Pubblica il primo volume di narrativa nel 2004, con la prefazione del Professor Ezio Raimondi (Accademico dei Lincei e docente di Italianistica all’Università di Bologna): un excursus medico-narrativo sulle problematiche adolescenziali associate all’epilessia (AICE, Bologna, 2004). Nel 2006, in seguito alla vittoria del Premio Internazionale Interrete, pubblica Il sasso nello stagno, un romanzo sul difficile rapporto padre-figlia, nel quale la narrativa procede parallelamente agli studi linguistici e filologici (Prospettiva Editrice, Roma, 2006).

Rya – La figlia di Temarin esce nel 2014 (Butterfly Edizioni, Correggio). Figlio della sua passione per la storia e per la manipolazione della realtà, questo romanzo storico-fantasy costituisce il primo volume della saga che prende il nome dalla sua protagonista (La saga di Rya). Di recente pubblicazione, L’età più bella (Butterfly Edizioni, Correggio, 2014) riprende in chiave nuova i temi già affrontati in Sulle Scale.
La scrittrice ha tenuto corsi di scrittura creativa nei licei e, attualmente, collabora come editor e illustratrice con diverse realtà editoriali.

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