L’universo orwelliano delle sardine

Chi non è, a suo modo, fomentatore d’odio, scagli la prima pietra. Questa di sicuro non è la prima, dato il clima pro-regolamentazioni della comunicazione e dell’informazione online che aleggia intensamente, almeno dai tempi della Brexit in poi.  Ma il promotore di questa idea è colui che, onnipresente da mesi sulle reti e sulla stampa nazionale e internazionale, pretende una Politica “con la P maiuscola” (nonostante questa nasca da un dibattito fatto di proposte concrete che, in più occasioni, le Sardine hanno dimostrato di non poter offrire). Mattia Santori infatti è il leader del movimento delle sardine che, proprio perché nato sospinto dai venti di mezzi e personaggi più mainstream, vorrebbe la distruzione degli altri mezzi di diffusione del pensiero, più funzionali alla disintermediazione.

Pertanto, Santori propone il daspo dai social come misura a tutela della «sostenibilità democratica» (non sia mai che si andasse in overdose), garantita dalla vigilanza di organi di polizia su determinati account. In questo modo la manifestazione del pensiero, seppur espresso con veemenza, viene assimilata a un atto di turbamento dell’ordine pubblico, segnatamente per le manifestazioni a sua detta «ai limiti della diffamazione».

Come se, in giudizio, si potesse adottare un sistematico pressappochismo nel decretare la sussistenza di un reato descritto con estrema precisione da codice penale, laddove già quest’ultimo indica le fattispecie di delitti a mezzo stampa, comprendendo le aggravanti legate all’istigazione della violenza per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi, alla legge Mancino, oltre a quelle più classiche di calunnia, diffamazione, vilipendio e minaccia.

Benché l’organizzazione delle “piazze che non si Legano” avvenga proprio tramite la rete, Santori si fa promotore dell’antiquata distinzione tra reale e virtuale. È una visione nella quale si presenta una peculiare forma di «democrazia digitale», che ospita il populismo del sentimento umano più strumentalizzato: un odio (per la verità legittimo tanto quanto il suo opposto, fatti salvi i reati) talmente generico da poterci racchiudere tutte le manifestazioni del pensiero più sgradite; e pensare che Gramsci sull’odio aveva costruito un’invettiva agli indifferenti da premio. Secondo tale proposta, la (psico)polizia, in atto preventivo, dovrebbe controllare che i profili messi all’indice come fomentatori di violenza vengano banditi dalle piattaforme, in barba ad ogni precetto enucleato dall’art.21 della Costituzione.

Questo infatti, non solo comprende al primo comma «ogni altro mezzo di diffusione» della parola e dello scritto, come tutela della libertà di manifestare il proprio pensiero, senza prevedere, né con riserva giurisdizionale né di legge, la possibilità di esserne cacciati, anche dopo condanne definitive, ma persino l’istituto del sequestro avviene ex post la pubblicazione, e mai prima. Altrimenti, costituirebbe automaticamente una forma di censura. Per di più, Sartori beatifica quella privata, ad opera delle piattaforme social, in base agli ambigui “standard della community”, incoraggiando un esacerbarsi degli stessi: «va affinata la tecnica».

Il colmo, per un movimento che si dichiara antifascista, è proporre misure ultra-securitarie. Si ripresentano addirittura sembianze della norma sulle manifestazioni del pensiero redatte nel Testo Unico di Pubblica Sicurezza, tra il 1926 e il 1931, il quale riesce a mettere insieme l’inasprimento delle licenze di polizia per la stampa, e il passaggio dell’istituto del sequestro, da provvedimento azionato dal giudice, con atto motivato, a strumento preventivo delle forze dell’ordine, indipendentemente dall’effettivo reato commesso.

Il paradosso è realizzato. Insomma, a furia di voler mettere i lucchetti ai pericolosi populisti internauti, contro i quali l’art.21, nonostante sia erga omnes e coessenziale alla Forma Repubblicana stessa, viene presentato come sacrificabile, le Sardine finiscono col riproporre, nelle vesti di crociati contro Salvini, una perfetta restrizione distopica. Il tutto nell’ignavia generale, che la fa passare come un’idea addirittura lecita.

 

Caterina Betti

Chi sono i morti dell’Europa? Il vuoto di Renzi, Salvini e della sardina Sartori

Pavel Ivanovič Čičikov attraversa la Russia per acquistare anime morte, i servi della gleba deceduti ma non ancora registrati come tali, così da costruirsi un capitale di spettri, una ricchezza fantasmatica da tramutare, poi, in viatico d’ascesa sociale. Questa figura mediocremente cordiale, “un uomo molto ammodo, comunque lo si rigirasse”, cui Gogol’ attribuisce i tratti della più totale banalità – né bello né brutto, né grasso né magro, né vecchio né giovane – è la metafora letteraria perfetta per il vuoto di rappresentanza che infesta l’Europa, reso ormai palese dal recente trionfo dei conservatori di Boris Johnson in Gran Bretagna.

Matteo Renzi, non unico fra gli affranti commentatori liberal, si affretta a dar la colpa a Jeremy Corbyn: la colpa di essere troppo a sinistra, nello specifico. Una lettura, però, semplicistica e strumentale, che non tiene conto dell’analisi del voto. Con buona pace della nostra sinistra-ma-non-troppo, le mappe e i numeri dipingono un quadro diverso: il Labour perde consensi soprattutto nelle aree storicamente rosse, il cosiddetto red wall. Nel nord dell’Inghilterra, quindi, nelle vecchie roccaforti operaie, le stesse zone che si erano schierate più decisamente per il leave in materia di Brexit.

La sterzata socialista promessa da Corbyn può aver spaventato gli europeisti di Londra, il grande capitale, la gauche caviar, certo, ma la vera catastrofe si registra proprio fra i votanti che Renzi definirebbe “di sinistra dura e pura”.

Il fenomeno è, sul fondo, identico a quello che stiamo osservando da più di un decennio in Italia: un travaso del voto popolare, a basso reddito, dalla sinistra alla destra. Eccole qui le anime morte, intere fasce della popolazione emarginate dai processi democratici, elettori che votano ma, chiunque votino, non verranno rappresentati. Salvini è il nostro Čičikov: viaggia di piazza in piazza, di sagra in sagra, discute con il medesimo piglio popolaresco di Nutella e della Madonna, e così raccatta questo popolo dimenticato, offrendo nient’altro che la propria presenza.

Salvini, quando parla di assetto economico nazionale, è curiosamente vicino ad Emma Bonino: la stessa venerazione per l’impresa privata, la stessa insofferenza per regolamentazioni, interventi dello Stato, tassazione progressiva, solidarietà sociale, per tutto ciò che non è mercato.
Però Salvini non ne parla spesso. I suoi argomenti sono altri, e meno rischiosi: l’immigrazione e la sovranità.

Così come la campagna elettorale di Johnson è stata del tutto incentrata sulla Brexit, tanto da trasformare le elezioni politiche, alla prova dei fatti, proprio in quel secondo referendum vagheggiato da Corbyn. Un gioco di prestigio, questo, che nasconde un tragico cortocircuito: la sinistra non potrà mai realizzare politiche sociali risolutive, e quindi recuperare consenso laddove l’ha perso, finché non saranno spezzate le catene europee; e la destra, che vuole spezzare le catene europee, non è interessata alla politica sociale. Il Jeremy Corbyn ambiguo, pavido, incapace di interpretare la Brexit, è l’incarnazione più recente di questo paradosso.

Nel frattempo, l’attività principale degli opinionisti di sinistra sembra essere la ricerca di giustificazioni fantasiose per i propri fallimenti. A sabotarci, ci raccontano, sono i vecchi, gli ignoranti, chi non è progressista, multiculturale, dinamico, moderno e almeno un po’ gender fluid: un odioso vaniloquio hipster che offusca la realtà, altrimenti cristallina.

Gli europei che odiano l’Unione Europea sono quelli che ne hanno pagato il prezzo: non i giovani, che non ricordano com’era prima, e non i ricchi, che delle devastazioni causate dall’austerità possono infischiarsene. Al posto del necessario mea culpa, però, la sinistra italiana preferisce mandare in piazza un ulteriore Čičikov, un nuovo pifferaio del nulla: la sardina Mattia Santori con i suoi seguaci.

Anche lui, come Salvini, predica il vuoto spinto: basta odio, integrazione universale, affidiamoci ai competenti. Anche lui, come Salvini, è una toppa appiccicata male sul vestito a brandelli della democrazia. Un “romanzo ideologico d’appendice”, per dirla con Gramsci, fatto di buonismi e cattivismi ugualmente fumosi, in cui naufraga la questione fondamentale della rappresentanza: nessuno parla davvero in nome della maggioranza degli italiani.

 

Claudio Chianese

Tra sardine e gattini l’Italia sta diventando uno zoo

Una cosa è certa: in Italia niente riempie le piazze come l’idea di combattere contro una persona. La grottesca tenzone tra sardine che non si legano e gattini che cenano a base di pesce, è rappresentativa della parabola discendente che trasforma un Paese che non sa riconoscere i problemi che lo affliggono, in un cortile buono per la lotta tra galline.

Così l’alibi per eccellenza di certa politica, che quando non tradisce il popolo rimane inchiodata ad un disfattismo fatto di promesse vuote e roboanti, sfocia nel personalismo. Abbiamo avuto il ventennio del berlusconismo che catalizzando le energie che si pretendevano migliori, ha poi lasciato sul terreno l’assoluta incapacità di reagire a quello che è venuto dopo il novembre del 2011, quando dopo dimissioni ottenute manu militari – in modo più elegante, certo, attraverso i ricatti di Bce e mercati finanziari e non tramite più rumorosi bombardamenti – molti hanno gioito per il “pericolo fascismo scampato“.

La nuova mobilitazione di massa, sottoforma di sardine che si radunano per combattere contro l’odio, offre ancora una volta un’illusione e lo fa a buon mercato: l’idea di contare qualcosa, di affermare “io esisto“, andando contro qualcuno e non per qualcosa. Non contro il furto di futuro a colpi di austerità ottusa, mentre il refrain “Ce lo chiede l’Europa” diventava in questi anni il peana di una guerra dichiarata alla gioventù e ai risparmiatori e che potrebbe definitivamente consumarsi, solo per fare un esempio, attraverso la riforma – pare concertata segretamente – del Mes; non per la spinosa questione dell’Ilva che mostra in tutta la sua gravità la conciliazione tra due diritti fondamentali, quello al lavoro e quello alla salute; né si sono viste mobilitazioni significative quando uno dei pilastri delle conquiste sindacali, l’art. 18, è stato disinnescato.

Ci si mobilita contro un odio generico che, è pur vero, in mancanza di visioni concrete rischia di avere presa facile. Ma è la fiera di un sentimentalismo sul cui altare si sono sacrificati ragionamento e buon senso. Il rischio delle piazze sentimentali è la dissipazione delle energie, mentre altrove si continua a banchettare su risorse economiche e umane e i comuni mortali finiscono nella trappola di due paradossi: cercare l’odio negli altri per non guardarlo dentro di sè e concentrarsi sul dito, invece che guardare alla luna.

 

Livia Divona

L’Umbria non è l’Ohio e Luigi di Maio non ha colpe ma solo il ‘complesso di popolarità a debito’

In principio parlano i voti assoluti. In Umbria ha stravinto la coalizione di centro-destra, con la Lega che tiene la percentuale altissima conquistata alle elezioni europee e Fratelli d’Italia che raddoppia i consensi. A prima vista sembrerebbe che la scelta di Matteo Salvini di aprire la crisi di governo con il Movimento 5 Stelle, in linea con la volontà di capitalizzare il sentimento popolare degli italiani che lo vede in testa ai sondaggi, sia giusta, anche se questa sfida era piuttosto facile (senza nulla togliere alla campagna elettorale perfetta del leader della Lega).

L’Umbria uscita dallo scandalo targato PD sulla sanità, si presentava insieme ad un Movimento 5 Stelle indebolito, sulla scia di una manovra finanziaria tutt’altro che seducente sul piano comunicativo ed elettorale. Bastava farsi un giro sui profili social di Matteo Salvini per vedere come sarebbe andata a finire, eppure i partiti di governo hanno scelto, sbagliando, di perdere insieme quando sarebbe stato più intelligente perdere divisi. Non a caso Matteo Renzi a Narni non c’era per la foto di gruppo. L’Umbria non è l’Ohio ma così hanno offerto sul piatto d’argento dell’opposizione l’argomento degli argomenti: “andare alle elezioni subito”.

Nei ranghi del Movimento 5 Stelle è subito caccia al colpevole. Insomma “uno vale uno” solo quando vince. La realtà è che Luigi Di Maio, pur essendo il capo politico, non ha nessuna responsabilità sulla sconfitta. Anzi. Luigi Di Maio è stato l’unico – insieme ad Alessandro Di Battista e Gianluigi Paragone – al momento delle consultazioni a voler tenere il forno aperto con la Lega, peraltro con grandi capacità di mediazione e negoziazione, con lealtà e dignità, ma fu messo in minoranza dai suoi (che hanno deciso di seguire la volontà di Beppe Grillo, Giuseppe Conte e Roberto Fico).

Infatti lui stesso ha preferito andarsene al Ministero degli Affari Esteri, prendendosi comunque la delega all’export italiano per onorare il lavoro iniziato al Ministero dello Sviluppo Economico, così da accreditarsi all’estero e preparare un’eventuale uscita di scena. Luigi Di Maio non è responsabile ma una vittima sacrificale del governo giallo-rosso che merita rispetto.

Altro che “bibitaro”, tutti quelli che lo hanno conosciuto ammettono di aver davanti una persona brillante, instancabile, studiosa, ambiziosa quanto basta per rispettare i propri impegni con responsabilità e senso di appartenenza alle istituzioni. Ma come tutti gli eletti del Movimento 5 Stelle soffre “del complesso di popolarità a debito”: senza Beppe Grillo non sarebbero nessun deputato sarebbe mai diventato così influente per cui la notorietà individuale viene messa al servizio della comunità.

«Era un esperimento. Non ha funzionato. Il patto Pd-M5S è una strada impraticabile» (il commento di Luigi Di Maio dopo l’uscita dei risultati in Umbria).

Ad ogni modo i risultati del voto in Umbria seguono perfettamente l’andamento elettorale tracciato dalle europee di maggio. Matteo Salvini cresceva nei consensi da Ministro degli Interni, e ha sigillato quei consensi anche all’opposizione grazie ad un populismo formale-comunicativo (caudillo, comiziante, espressione del sentimento popolare) più che sostanziale-programmatico (rimane pro-Euro, pro-Nato, pro-mercato).

Dal punto di vista elettorale e sociologico la Lega si iscrive in continuità col Partito Comunista Italiano (andate a chiedere per chi hanno votato in massa gli operai delle acciaierie di Terni), perché già come spiegano il filosofo Jean Claude Michéa e il sociologo francese Christophe Guilly “nelle democrazie occidentali le classi popolari e quelle medie impoverite non votano più a sinistra”. E qui si pone un problema per il medio e lungo periodo.

La coalizione di centro-destra è destinata a implodere se non risolve la questione ideologica interna. Citando una frase di Alain De Benoist pronunciata in questa terza edizione di Libropolis: “quei liberali, nazionalisti o conservatori, dovranno capire prima o poi che è impossibile voler difendere quel sistema di mercato capitalista e allo stesso tempo i valori tradizionali che quel sistema di mercato capitalista non smette di distruggere da decenni”.

 

Sebastiano Caputo

Nomine UE: nessun cambiamento

Le recenti elezioni e le nomine ai vertici delle istituzioni UE hanno posto la parola fine a ogni velleitaria speranza di modificare l’UE dall’interno. Nata per dare sfogo al sub-imperialismo commerciale tedesco e per garantire il controllo nordamericano sul Vecchio Continente, questa “Unione” si è inevitabilmente ridotta a un agglomerato di Stati, privi di sovranità, che cercano disperatamente di fare ognuno i propri interessi favorendo, più o meno inconsciamente, le progettualità geopolitiche di potenze extra-continentali.

L’UE e il Trattato di Versailles

Più o meno un mese dopo l’inizio della Prima Guerra Mondiale, il cancelliere tedesco Theobald von Bethmann-Hollweg, nel celeberrimo “Programma di settembre”, intravide la necessità di fondare un’associazione economica mitteleuropea attraverso comuni convenzioni doganali che includesse Francia, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Austria-Ungheria, Polonia ed, eventualmente, Italia, Svezia e Norvegia. Questa associazione, nella prospettiva del cancelliere, avrebbe dovuto sancire il predominio tedesco sull’Europa centrale ponendo, al contempo, la Francia in una condizione di dipendenza economica dalla stessa Germania.

Tale progetto, tanto geopolitico quanto soprattutto geo-economico, si dissolse con la sconfitta della Germania e con l’umiliazione che questa dovette subire a seguito del Trattato di Versailles. Un’umiliazione che spianò la strada all’ascesa del nazionalsocialismo, le cui aspirazioni al dominio e alla ricerca di uno spazio vitale e di una profondità strategica per la Germania ad Est, comunque, differivano, nella pratica e nell’approccio ideologico, da quelle del Secondo Reich. Laddove non riuscì la Germania guglielmina, sconfitta militarmente e ideologicamente dal mercantilismo industrializzato anglo-americano, ha invece avuto successo, seppur nel ruolo da comprimaria di potenza sub-imperialista, la Germania odierna.

Di fatto, nei primi anni ’90 del secolo scorso, a seguito dell’implosione dell’Unione Sovietica e del cosiddetto “blocco socialista”, la preponderante influenza nordamericana sul continente europeo determinò una spinta senza precedenti all’accelerazione dei processi di unificazione economico-monetaria e all’espansione dell’allora Comunità Europea verso Est, in modo da includere al suo interno Paesi ex membri del Patto di Varsavia o dell’URSS, come le Repubbliche baltiche. Il noto stratega statunitense (di origine polacca) Zbigniew Brzezinski, a tale proposito, ebbe modo di affermare:

Qualunque espansione del campo di azione politico dell’Europa, è automaticamente un’espansione dell’influenza statunitense. Un’Europa allargata ed una NATO allargata serviranno gli interessi a breve ed a lungo termine della politica europea. Un’Europa allargata estenderà il raggio dell’influenza americana senza creare, allo stesso tempo, un’Europa così integrata che sia in grado di sfidare gli Stati Uniti in questioni di rilievo geopolitico, in particolare nel Vicino Oriente.

Nell’istante unipolare seguito al crollo dell’URSS, il disegno egemonico nordamericano non contrastava, come oggi potrebbe sembrare, con quello tedesco. Anzi, si riteneva che il progetto della moneta unica, costringendo la Germania riunificata a rinunciare al marco, avrebbe in qualche modo evitato un suo nuovo ed eccessivo rafforzamento.

In questo contesto, come contropartita per il suo ruolo attivo nel processo di unificazione europea sotto le direttive di Washington, la Germania ottenne l’inclusione dell’Europa dell’Est all’interno del proprio blocco geo-economico.

Non solo, orientando la propria geopolitica in termini essenzialmente commerciali, la Germania ebbe un ruolo di non poco rilievo anche nel processo di parcellizzazione della Jugoslavia. Questo, teoricamente, avrebbe dovuto concederle il controllo contemporaneo dei bacini marittimi del Baltico e dell’Adriatico e, dunque, di uno spazio che potenzialmente avrebbe dovuto costituire il terminale per il trasferimento delle risorse energetiche dell’Asia centrale.

Tav

A ciò si aggiunga che i cosiddetti “corridoi paneuropei”, proprio nel medesimo periodo, vennero studiati e progettati per garantire, ancora una volta, tanto il predominio economico-commerciale tedesco sull’Europa quanto il controllo strategico-militare degli USA sul Continente. Non sorprende, in tal senso, che il progetto del corridoio V (a cui appartiene il famigerato TAV Torino-Lione, fortemente voluto dalle forze atlantiste italiane) parta da Lisbona ed arrivi fino a Kiev: l’ultima frontiera dell’espansione atlantista a Est.

Sfruttando il ruolo concessole dai garanti d’oltreoceano dell’UE, la Germania attuale è stata capace di creare un enorme e integrato blocco manifatturiero che include tutte le regioni industriali ad essa vicine.

Ha approfittato e tratto vantaggi notevoli dai cambi depressi, rispetto all’euro, vigenti nei Paesi dell’Est e ha scaricato su di essi e sull’area mediterranea il costo della moneta unica favorendo al contempo le esportazioni tedesche. In breve, è riuscita a sviluppare una struttura geografico-merceologica tale da permetterle di esercitare sul Continente europeo un’influenza simile a quella che possedeva prima del 1914.

Gli strateghi di Washington non furono in grado di prevedere una simile evoluzione. Oggi il surplus commerciale tedesco e le più o meno velleitarie aspirazioni all’emancipazione dal controllore nordamericano (progetto russo-tedesco per il raddoppio del gasdotto North Stream e crescenti legami commerciali con Pechino) rappresentano una seria minaccia per gli interessi geopolitici degli Stati Uniti, già alle prese con le nuove sfide lanciate dalle forze multipolari.

L’aggressività mostrata dall’amministrazione Trump nei confronti dell’UE, dunque, ha ben poco di ideologico. E non potrebbe essere altrimenti visto che, a prescindere dagli slanci propagandistici anti-liberali e protezionisti, ha impostato la sua dottrina economica su una sorta di neoliberismo di stampo reaganiano.

La suddetta aggressività è dettata essenzialmente dal fatto che gli Stati Uniti, in modo da salvaguardare la “globalizzazione americana” (o quantomeno una posizione di dominio nel futuro ordine multipolare), debbano per necessità richiamare all’ordine la colonia dall’altro lato dell’Atlantico.

Per fare ciò, lungi dal voler smantellare completamente quella che in buona parte rimane una loro creazione, gli USA hanno optato per la tradizionale strategia di potere del divide et impera. L’obiettivo non è disgregare l’UE ma semplicemente fare in modo che rimanga una mera e inconcludente istituzione tecnocratica sovranazionale, priva di una reale integrazione politica: ovvero, una colonia.

Le quattro Europe

Ad oggi, di fatto, si potrebbero contare almeno quattro Europe, o forse più:

1) L’area britannica, storicamente ostile a ogni forma di reale unificazione continentale, e oggi alle prese con la difficile trattativa per la Brexit che, con tutta probabilità, verrà affidata a Boris Johnson (uomo capace di mentire al mondo intero sul cosiddetto caso Skripal);

2) L’asse (più presunto che reale) franco-tedesco che rivendica le proprie prerogative sub-imperialiste ma che, a prescindere dal Trattato di Aquisgrana, difficilmente avrà un seguito concreto;

3) I Paesi dell’Est e del Gruppo di Visegrad: la periferia industriale della Germania il cui ruolo geopolitico (studiato per essi dagli USA) è da sempre quello di fare da cuscinetto per evitare qualsiasi condivisione di confini tra Mosca e Berlino (incubo reale delle moderne potenze talassocratiche);

4) L’area mediterranea, contraddistinta da una serie di Nazioni che svolgono alternativamente il ruolo di laboratorio politico (l’Italia) o di laboratorio economico-finanziario (la Grecia).

Queste fratture vengono ulteriormente acuite dalla quotidiana propaganda. I presunti sovranismi e populismi mostrano il loro vero volto nel momento stesso in cui si rivelano incapaci di elaborare una piattaforma unitaria contro l’élite tecnocratica, oppure quando, per fare ciò, fanno affidamento su agenti di Washington sul territorio europeo.

L’Italia

Il caso italiano, in questo senso, è emblematico. Il governo giallo-verde, appiattito (soprattutto nella sua componente leghista) sulla dottrina Trump, al momento ha soltanto subito gli effetti negativi di tale alleanza ineguale: mancata promessa sulla cabina di regia congiunta USA-Italia sulla crisi libica; dazi sui prodotti italiani; miliardi di commesse volati via con la brusca interruzione dei rapporti con l’Iran a causa delle sanzioni statunitensi.

Nonostante ciò, come nel caso della recente visita del ministro dell’Interno Matteo Salvini, continua a fare bella mostra del proprio servilismo nei confronti di Washington, nella speranza che la Casa Bianca difenda l’Italia da ciò che gli USA stessi hanno contribuito a creare.

L’Europa è destinata a rimanere ostaggio di uno scontro, presentato come lotta tra sovranismo e globalismo ma che, in realtà, non è altro che una sfida tra due modi diversi di intendere il globalismo e la globalizzazione.

Le nomine UE

Le nomine ai vertici delle istituzioni europee, in questo senso, hanno il mero obiettivo di ricercare un equilibrio tra queste due fazioni. I nomi indicati, da Christine Lagarde (nota per le mattanze in Grecia e Argentina in qualità di presidente del FMI) al vertice della BCE, a Ursula Von der Leyen (ex ministro della Difesa della Germania e convinta sostenitrice del golpe in Ucraina) alla presidenza della Commissione europea, rappresentano quella perfetta sintesi tra atlantismo e ordoliberismo “utile” per guidare l’attuale Europa a trazione tedesca in quella fase di transizione (si veda la decadenza di Angela Merkel) che la riporterà sotto diretto e totale controllo nordamericano.

Appare evidente che nulla cambierà anche per ciò che concerne la politica estera, con Josep Borrell (osteggiato da alcuni media israeliani per aver definito il primo ministro Benjamin Netanyahu come “bellicoso”) che cercherà timidamente di muoversi sulla falsa riga di Federica Mogherini, cercando di costruire limitati margini di autonomia.

Anche la speranza di normalizzazione dei rapporti con l’unico Stato dell’UE realmente sovrano, la Russia, è ridotta a un lumicino. Una frattura che ha dimezzato in pochi anni il volume degli scambi commerciali tra l’Oriente e l’Occidente europei.

Se è vero che gli USA non hanno alcun interesse a disgregare l’UE che loro stessi hanno contribuito a creare, e che il loro obiettivo reale è semplicemente la restaurazione di un controllo totale sull’Europa, è altrettanto vero che neanche la Russia, nonostante certa retorica atlantista e le speranze dell’ala russofila del sovranismo, ha il minimo interesse a smantellare l’UE.

Semmai, potrebbe avere interesse a fare in modo che quest’ultima agisca realmente come entità sovrana, e non come surrogato sub-imperialista di una potenza d’oltreoceano.

 

Daniele Perra

L’ONU ci salverà dal razzismo dilagante in Italia!

10 settembre 2018: ci siamo risvegliati in un paese razzista. Invano La Repubblica e il Corrierone ci avevano messo in guardia dal nefasto ritorno agli anni Trenta; inutili gli appelli dell’Opposizione democratica, dei grandi media e delle ong contro il Governo gialloverde e fascistissimo. Siamo stati ciechi, sordi agli accorati avvertimenti di questi profeti novelli: il ducetto Salvini è andato a risvegliare nell’inconscio di noi italiani tutti i nostri più orrendi e reconditi sentimenti d’odio razziale. Satana ha vinto, siamo peccatori. Non ci resta che aspettare il Messia per la nostra redenzione. Ed ecco che nell’alto dei cieli dell’ONU arrivano le urla imploranti dei profeti, tanto fischiati e disprezzati dal popolino ignorante che si lascia incantare dal demonio, e ci si accorge finalmente di questa Italietta sporca, sudicia e razzista. Così Michelle Bachelet la Misericordiosa, Alto commissario Onu per i diritti umani, ha dato il lieto annuncio della venuta degli Arcangeli dal casco blu: «Abbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom».

È tutto perfetto: è il frame dei più buoni. Un – fintissimo ed ipocrita – umanitarismo sfrenato per andare a incipriare un discorso prettamente politico: «Il Governo italiano ha negato l’ingresso di navi di soccorso delle Ong. Questo tipo di atteggiamento politico e di altri sviluppi recenti hanno conseguenze devastanti per molte persone già vulnerabili […] Anche se il numero dei migranti che attraversano il Mediterraneo è diminuito, il tasso di mortalità per coloro che compiono la traversata è risultato nei primi sei mesi dell’anno ancora più elevato rispetto al passato».

Sono le scelte del governo in politica migratoria a non andare bene; i no agli scafisti e alle Ong; quello della Bachelet è solo l’ennesimo avvertimento. Per questo l’Italia viene accusata ingiustamente di razzismo: un intero popolo viene omologato a fatti di cronaca a sfondo – talvolta presunto – razzista, che sono ben presenti, ma vengono amplificati e sfruttati ad arte dai media per creare inutili allarmismi, attaccare il governo e, soprattutto, il vicepremier Matteo Salvini. Quello della Bachelet altro non è che l’ennesima interferenza, l’ennesimo sprezzante giudizio sulle politiche salviniane; poco importa se, come replicato dalla Farnesina, «si riscontra una riduzione del 52% delle vittime di naufragi nel Mediterraneo, dall’inizio del 2018, rispetto allo stesso periodo del 2017. […] E che i nostri sforzi, umanitari, politici, diplomatici, finanziari, materiali, abbiano determinato la contrazione dell’80% degli sbarchi di migranti sulle coste italiane e dunque, europee, negli ultimi 12 mesi». Poco importa se le forze dell’ordine smentiscano l’allarme razzismo: l’Italia è all’improvviso diventata razzista e i caschi blu ci devono salvare.

 

Alessandra Vio

La Magistratura migrante da riformare, e l’inchiesta contro Salvini

Un’inchiesta da manuale, quella del procuratore capo di Agrigento Luigi Patronaggio. Secondo la migliore tradizione italiana. Leggasi infatti: inchiesta dai risvolti politici. Anzi, politicissimi. La vicenda ha inizio dopo Ferragosto, quando un’imbarcazione carica di extracomunitari viene intercettata dalla Squadra marittima delle Forze armate di Malta in acque maltesi. La nave, proveniente dalla Libia, non corre il rischio di affondare e perciò viene rimbalzata dalle faine isolane. Lasciata al proprio destino in mezzo al mare, è lì che viene rinvenuta dal pattuglia-barconi Diciotti, unità della Guardia costiera italiana. Alla richiesta di individuare un porto sicuro dove poter far sbarcare gli immigrati, La Valletta risponde niet. Tradotto: li avete salvati voi, ve li tenete voi. Da far invidia a Ponzio Pilato. E in barba al fatto che si trovassero nell’area Sar dell’isola, di competenza maltese.

A quel punto, la Diciotti ha fatto rotta verso Catania. Certo, quegli extracomunitari potevano finire a mollo a causa della negligenza di Malta, ma i magistrati non metteranno mai sotto accusa l’isoletta di Muscat. Perché, per i magistrati, Matteo Salvini è preda molto più ambita. È infatti notizia di sabato scorso che il procuratore capo Luigi Patronaggio, accompagnato dal procuratore aggiunto Salvatore Vella, si è recato a Roma per ascoltare i dirigenti del servizio Libertà civili del Viminale e alcuni funzionari della Guardia costiera. Il tutto dopo aver aperto un fascicolo per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio a carico del Ministro dell’Interno, reo di aver impedito lo sbarco degli immigrati dal pattugliatore Diciotti. Fascicolo aperto evidentemente non sulla base di sole valutazioni penali, date le personali vedute del procuratore, il quale ritiene, come riporta Il Giornale, che si debba fare i conti col fenomeno immigratorio tenendo a mente che “si tratta di persone costrette a lasciare con dolore terra e affetti, a fuggire da guerra e miseria.”

E non importa se non è vero che la maggior parte degli extracomunitari fugge dalla guerra e che è contro la legge non rimpatriare coloro che non hanno diritto a rimanere in Italia. Perché l’unica cosa importante, per certi apparati dello Stato, sembra esser quella di far naufragare l’esecutivo giallo-verde, in anticipo persino rispetto al paventato attacco dei mercati. E mettendo nel mirino l’uomo forte dell’esecutivo, colpevole soltanto di voler far rispettare la legge, ovviamente con l’appoggio morale del popolo degli arancini, appendice portuale dell’annaspante Partito Democratico, che nemmeno si è presentato in tutti i suoi ranghi per i funerali di Stato a Genova. Senza però farsi sfuggire la passerella catanese: ecco le priorità di una compagine politica ormai allo sfascio. Di una compagine politica che non ha compreso (o che ha volontariamente ignorato?) le cause e le implicazioni dell’attuale fenomeno immigratorio, parte di una strategia che mira a privare di coesione il sistema socio-politico italiano con un obiettivo ben preciso: appropriarsi del nostro capitale.

Lo spiega anche la Prof.ssa Greenhill nel suo libro Armi di migrazione di massa. Quante figuracce avrebbero evitato le anime belle del Nazareno, se solo l’avessero letto! Quel che è certo è che con avversari simili Salvini può permettersi qualunque cosa. Anche vincere quando sembra perdere. Infatti, nonostante i suoi limiti in materia di geopolitica, continuerà a mietere consensi. Soprattutto se continueranno a piovere inchieste ad hoc.

Claudio Davini

I truffatori dell’antirazzismo e la sinistra morente salvata dalle uova

Una bravata di alcuni ragazzotti imbecilli nel notturno torinese che ha preso di mira diverse donne tra cui Daisy Osuake, atleta italiana di origine africana, si è trasformata nella punta dell’iceberg di un presunto odio razziale che sta divorando il Paese. I carabinieri per ora stano escludendo il movente xenofobo eppure la recuperazione politica è già in atto per colpire il governo giallo-verde, ritenuto complice e mandante di questa artificiosa ricostruzione dei fatti.

Il razzismo che si traduce in azioni concrete esiste, ma è nella testa e nelle gesta degli piscolabili, che sono pochissimi in Italia, e di certo non rappresentano l’anima profonda del nostro popolo. Il razzismo reale non ci appartiene. Per storia, cultura, geografia. Noi italiani siamo mediterranei, persone semplici, ospitali, a modo nostro, verso tutti gli stranieri, che non abbiamo mai amati né disprezzati, ma rispettati sulla base della decenza comune, quelle regole non scritte di convivenza che hanno caratterizzato una terra di passaggio, un crocevia straordinario di popoli, clan e tribù. Quel fatto di cronaca a Isola Capo Rizzuto che ha visto i bagnanti calabresi soccorrere 56 migranti in spiaggia, racconta perfettamente lo spirito descritto sopra. Del resto anche alla base della crescita elettorale di Lega e del Movimento 5 Stelle non c’è l’emergenza immigrazione (o addirittura “sostituzione etnica” paventata da alcuni) ma la paura di un ulteriore impoverimento della classe media, i cosiddetti sconfitti dalla globalizzazione.

Eppure l’agenda politica insegue i flussi migratori insieme al problema della disoccupazione (vera priorità del Paese). Il rischio è quello, come hanno fatto negli Stati Uniti, in Francia e Inghilterra, di delegare il tema dell’integrazione agli intellettuali – per altro tutti bianchissimi, e non a caso nessuno di loro figlio di immigrati – e dunque alle associazioni, ai giornali e alle istituzioni, invece di lasciare alla strada la facoltà di auto-gestirsi e auto-regolarsi. All’italiana.
Perché è la cultura dell’anti-razzismo in assenza di razzismo ad aver creato negli ultimi decenni in questi Paesi i ghetti, le banlieues, gli slums monoetnici, delineando i confini urbani e non, di un potenziale conflitto sociale, che come controparte, nell’altra barricata, viene alimento da una narrazione sul pericolo di invasione in assenza di invasione. L’Italia è luogo di arrivo ma nella maggior parte dei casi – e lo dicono i numeri – non è quasi mai luogo di insediamento. Eppure rischia di diventarlo se l’Europa continua a scaricarci il barile e a omettere il gioco sporco di alcune ONG. Invece di inseguire dunque modelli occidentali fallimentari (il comunitarismo anglosassone, il modello assimilativo francese, il meeting pot statunitense, ecc.) e aizzare i nuovi arrivati contro gli italiani (e in un domani gli italiani a considerare i nuovi arrivati dei corpi estranei alla società) occorrerebbe raccontare ai cosiddetti “immigrati regolari” l’Italia nella sua natura più intima: mediterranea, ospitale, genuina. Questa è la forza del nostro sistema di integrazione che in nessun modo dovrà essere intellettualizzato da chi fa dell’anti-razzismo uno strumento ideologico per ricompattare il fronte anti-sovranista e puntare allo stesso tempo il dito contro “l’italiano medio” a cui hanno imposto un’immigrazione massiva senza che questa gli portasse reali benefici economici (aldilà di una solidarité réclame sbandierata dalle “zone protette” in perfetto stile neo-coloniale).

Nel 2018 può avvenire anche questo, se si buttano nel calderone diversi innocui elementi, tra cui una macchina, un mentecatto che lancia uova e un’atleta italiana di origine africana, vittima incolpevole dell’idiozia d’un singolo, allora tale calderone diventerà una bomba ad orologeria, pronta ad esser fatta detonare da quelle stesse personalità, politiche e mediatiche, che lo scontro interrazziale vorrebbero disinnescare. O meglio, ciò è quello che vien detto a parole. Nei fatti, se parliamo di convenienza politica, al Partito Democratico e ai suoi derivati, derelitti oramai privi di qualsiasi progetto politico a lungo termine, farebbe senz’altro comodo se avvenisse un agguato al giorno, come quello di cui è stata appunto vittima Daisy Osakue. Tanto più se pensiamo che il fattaccio è avvenuto in concomitanza con la carismatica presa di posizione di Maurizio Martina, che per contrastare le folli scelte salviniane ha annunciato una manifestazione antirazzista che si terrà a settembre, da realizzarsi con tutti i mezzi possibili (anche i soldi dei contribuenti) affinché rimanga scolpita nella memoria collettiva e giunga fino ai posteri. Pensateci, tra vent’anni si parlerà ancora di Maurizio Martina e della marcia (antirazzista) su Roma: perfetta sintesi tra epica e praxis rivoluzionaria.

Tuttavia, per pubblicizzare ancor più prepotentemente la manifestazione che decreterà senz’altro la fine di Salvini, serviva un bel pretesto. Uno di quei casus belli da mettere in vetrina e da usare come giustificazione universale da qui ai prossimi due secoli. Ed eccoci di nuovo al caso di Daisy Osakue. Basta poco, come dicevamo: prendete una bella pentola, metteteci un’auto, un uovo, un esimio cretino e un’atleta di origine africana. Passate poi il tutto all’interno della cassa di risonanza dei media nostrani ed otterrete un (non) caso montato ad arte, argomento perfetto di cui disquisire a Capalbio coi vostri amici veramente poco proletari, oltre che movente dannatamente perfetto per tirare le orecchie a Matteo Salvini. Poco importa se la polizia ha abbandonato sul nascere la pista razziale, visto che nei giorni precedenti erano già stati denunciati a Moncalieri diversi lanci di uova contro i passanti. Oramai la tavola è imbandita, i commensali sono già seduti e affamati e dal pentolone sale un ottimo odore di fake news da dare in pasto all’opinione pubblica. Non possiamo deluderli, non sia mai.
E lasciamoli allora banchettare con quel poco che gli dona sollievo e gioia, con le verità false, falsissime dentro le quali trovano ristoro. Non ci resta altro che questo, osservare a bordo del ring il Partito Democratico che, come un pugile suonato e oramai messo all’angolo, cerca disperatamente di cingere in un abbraccio il proprio avversario per provare a rifiatare un attimo, per sopravvivere qualche minuto in più alla scarica di colpi e raggiungere la fine dell’ennesimo round. Lasciamo quindi che riprendano fiato con questi mezzucci, poiché sul piano politico l’incontro è già segnato: il Partito Democratico è sul punto di stramazzare al suolo.

 

Sebastiano Caputo, Matteo Persico