La macchina mediatica del fango contro il Dott. Ascierto

Non ha bisogno di avvocati difensori. Il suo curriculum parla da solo. Così come la sua reputazione. Paolo Ascierto, medico e professore, è uno dei punti di forza della ricerca italiana. Tra le eccellenze mondiali nell’ambito oncologico.
Basterebbe questo a zittire chi negli ultimi giorni a provato a minarne la professionalità. Ma chi fa parte di questa categoria, ovvero quella dei giornalisti, non può restare in silenzio rispetto a ciò che sta accadendo.

Il Dott. Paolo Ascierto ha subito degli attacchi indegni, contro i quali è obbligatorio alzare gli scudi. Certo, proveremo a mantenere il rispetto e l’educazione che Ascierto è stato in grado di esprimere, ad esempio, dopo l’affondo (meglio definirlo una vera e propria caduta di stile) messo a segno dal collega Massimo Galli – Direttore della divisione malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano – durante la trasmissione Carta bianca condotta da Bianca Berlinguer su Rai3.

Parole, quelle di Galli, che hanno distrutto in pochi minuti lo spirito di Unità (ci piace scriverla con la U maiuscola!) nazionale che si è creata riguardo l’emergenza causata dal coronavirus. Il tutto avvenuto nel totale silenzio da parte della ‘padrona di casa’, ovvero la Berlinguer. Attacco al quale Ascierto ha risposto: “Non pensiamo ai primati ma a sconfiggere il covid19″. Quest’articolo potrebbe anche chiudersi qui.

Ma poi è arrivata la vergogna del servizio mandato in onda da Striscia la Notizia. Davvero una macchina del fango che ha provato a macchiare (senza riuscirci) la figura di Ascierto e con la sua quella di tutti i medici, ricercatori e sanitari italiani che nelle ultime settimane stanno lavorando senza sosta per fronteggiare il virus, offrendo sostegno e assistenza ai malati.

Eventi che non possono restare nella totale indifferenza. L’opinione pubblica, Napoli, la regione Campania, i colleghi, i social si sono già mobilitati per Ascierto. Una mobilitazione spontanea a difesa del lavoro svolto grazie alla collaborazione tra il Pascale e il Monaldi. Partenership, avvenuta insieme con alcuni ricercatori cinesi, che ha consentito di sviluppare il tocilizumab farmaco che cura l’artrite e che nel capoluogo partenopeo è stato somministrato sui pazienti affetti da polmonite severa causata dal coronavirus. Con tanto di protocollo dell’Aifa.

Qui non si tratta più della banale rivalità tra Nord e Sud o di una competizione tra dottori. Qui, come giustamente ha ricordato il Direttore di VocediNapoli.it in un precedente editoriale, si tratta di una cosa molto più importante: stiamo parlando della verità. È quest’ultima che è stata messa in discussione.

Per questo rivolgiamo un appello all’Ordine dei Giornalisti che ci rappresenta e all’intera comunità medico-scientifica. Al primo chiediamo di sanzionare con decisione i colleghi che stanno propagando notizie false su questa vicenda. Una scoperta che dovrebbe unirci tutti nella gioia per aver trovato un farmaco che combatte il coronavirus. E alla seconda chiediamo di schierarsi senza se e senza ma con Paolo Ascierto. Perché oggi è toccato a lui, domani chissà, potrebbe toccare a qualcun altro e a quel punto sarà troppo tardi e nessuno potrà far finta di nulla.

 

La vergognosa campagna mediatica contro Ascierto, si mobiliti la comunità medico scientifica

Covid-19, tra previsioni e cure. Parla l’oncologo e genetista Prof. Antonio Giordano

Fare previsioni sui futuri scenari, in questo momento, è molto complicato. È impossibile dire quando si verificherà il picco della pandemia da Covid-19, in quanto, ad oggi non esistono elementi per fare previsioni certe attraverso modelli predittivi attendibili. Tutto dipende da quanto velocemente i governi adotteranno misure tese ad arrestare il contagio; in questo senso, è essenziale agire rapidamente ed in maniera decisa. Come ci dimostra l’esperienza della Cina e del Giappone.

“I modelli matematici ci sono, ma sono proiezioni, non sappiamo quanto siano affidabili perché non conosciamo a fondo questo virus e i dati riportati spesso non sono uniformi. Tracciare curve realistiche relative ai contagi non è possibile perché esistono molti casi asintomatici, che sono comunque infettivi, e infetti con sintomi lievi o individui immuni al Covid-19 non registrati dalle statistiche ufficiali”

L’evoluzione nel tempo del contagio prevede una fase di crescita iniziale, il raggiungimento di un picco e poi una fase finale di progressiva decrescita.
In questo momento, l’epidemia è ancora in fase di piena espansione, quindi siamo ancora nella fase esponenziale.
Il picco si calcola sulla base del valore di “R con zero”, che è il “tasso di contagiosità” che per questo virus abbiamo visto sta tra 2,5 e 3, secondo modelli basati su quanto si è già verificato.

Questo valore dipende non solo dalle caratteristiche biologiche del virus (dall’attitudine del virus a diffondersi, dalla durata dell’infezione) ma anche dal numero di contatti di una persona e dal livello di densità della popolazione.

“La diffusione del contagio può essere rallentata, nella misura in cui le persone praticheranno il ‘distanziamento sociale’, evitando gli spazi pubblici e limitando i loro movimenti.

Serve a poco fare delle previsioni; piuttosto che cercare di prevedere quando la curva raggiungerà il picco, bisogna agire per modificare attivamente l’andamento di quella curva, come sta facendo l’Italia. Non bisogna minimizzare perché significherebbe favorire dei comportamenti irresponsabili e aumentare la probabilità che le persone si ammalino e muoiano; al contrario bisogna promuovere la responsabilità personale e sociale .

Fare previsioni sui futuri scenari, in questo momento, è molto complicato. È impossibile dire quando si verificherà il picco della pandemia da coronavirus, in quanto, ad oggi non esistono elementi per fare previsioni certe attraverso modelli predittivi attendibili. Tutto dipende da quanto velocemente i governi adotteranno misure tese ad arrestare il contagio; in questo senso, è essenziale agire rapidamente ed in maniera decisa. Come ci dimostra l’esperienza della Cina e del Giappone.

I modelli matematici ci sono, ma sono proiezioni, non sappiamo quanto siano affidabili perché non conosciamo a fondo questo virus e i dati riportati spesso non sono uniformi. Tracciare curve realistiche relative ai contagi non è possibile perché esistono molti casi asintomatici, che sono comunque infettivi, e infetti con sintomi lievi o individui immuni al Covid-19 non registrati dalle statistiche ufficiali.

L’evoluzione nel tempo del contagio prevede una fase di crescita iniziale, il raggiungimento di un picco e poi una fase finale di progressiva decrescita.
In questo momento, l’epidemia è ancora in fase di piena espansione, quindi siamo ancora nella fase esponenziale.
Il picco si calcola sulla base del valore di “R con zero”, che è il “tasso di contagiosità” che per questo virus abbiamo visto sta tra 2,5 e 3, secondo modelli basati su quanto si è già verificato.
Questo valore dipende non solo dalle caratteristiche biologiche del virus (dall’attitudine del virus a diffondersi, dalla durata dell’infezione) ma anche dal numero di contatti di una persona e dal livello di densità della popolazione.

La diffusione del contagio può essere rallentata, nella misura in cui le persone praticheranno il “distanziamento sociale”, evitando gli spazi pubblici e limitando i loro movimenti.

Serve a poco fare delle previsioni; piuttosto che cercare di prevedere quando la curva raggiungerà il picco, bisogna agire per modificare attivamente l’andamento di quella curva, come sta facendo l’Italia. Non bisogna minimizzare perché significherebbe favorire dei comportamenti irresponsabili e aumentare la probabilità che le persone si ammalino e muoiano; al contrario bisogna promuovere la responsabilità personale e sociale .

Anche il professor Enrico Bucci dello Sbarro Institute della Temple University di Philadelphia dichiara in un suo post che diversi modelli sono stati smentiti nell’ultima settimana e che nelle attuali condizioni, prevedere picchi o flessi non ha molto senso. Il professor Bucci invita a diffidare di modelli e previsioni a più di tre giorni e a concentrarsi sui nostri medici ed infermieri, veri gli eroi di questa guerra
Più che fare previsioni possiamo utilizzare le conoscenze acquisite sul virus sulla scorta dei dati già registrati che ci consentono considerazioni sensate. Ad esempio è importante creare strutture appropriate per curare un numero di pazienti che per qualche settimana potrebbe restare nell’ordine di attuale grandezza.

Antonio Giordano

Fonte: http://www.juorno.it/

L’Umanesimo scientifico di Leonardo da Vinci, ancora attuale a 500 anni dalla sua morte

«Corpo nato della prospettiva di Leonardo Vinci, discepolo della sperienza. Sia fatto questo corpo sanza esemplo d’alcun corpo, ma  solamente con semplici linie» (Codice Atlantico, f. 520 r, c. 1490). Questa annotazione, dal tono apparentemente criptico, risulta appuntata su un grande foglio di studi geometrici e tecnologici, risalente alla fase centrale del lungo primo periodo milanese di Leonardo (1482-1499).

L’abile esercizio nella resa virtuosistica di un corpo circolare dalla superficie finemente sfaccettata, secondo una trasposizione prospettica impeccabile, che però non si cristallizza in staticità dimostrativa ma si svolge in un peculiare dinamismo spiraliforme, doveva essere stato ispirato a Leonardo da quei formidabili ritratti di corpi poliedrici (i cosiddetti mazzocchi, astrazioni geometriche desunte dai tipici copricapo omonimi), resi celebri dalla tradizione del disegno fiorentino della prima metà del Quattrocento (emblematici gli esempi di Paolo Uccello).
Il tratto inconfondibile di Leonardo, che pare conferire alle forme vita propria, trasfigura questo oggetto in una sorta di corpo organico, dalle spire attorte e pulsanti come quelle di un serpente ma più propriamente assimilabile a un animale fantastico o anche a invenzione puramente intellettualistica, prodotta per effetto di semplici linee e prescindendo dall’imitazione o riproduzione di un corpo reale.

Nonostante il retaggio neoplatonico di una mistica presa d’atto di quanta parte dei prodigi naturali sia destinata a rimanere incomprensibile all’uomo – «La natura è piena di infinite ragioni che non furono mai in isperienzia» (Ms I , f. 18 r, c. 1497-98) –, una scienza compiuta, infatti, non potrà mai prescindere per Leonardo dall’apporto dell’esperienza, come, significativamente, recita il capitolo d’esordio del Libro di Pittura (da originale perduto, c. 1500-05), che, come noto, è una compilazione postuma dell’allievo Francesco Melzi, che aveva ereditato imanoscritti e disegni vinciani, collazionandoli in un grande trattato apografo, la cui prima parte contiene una impegnativa rivendicazione ideologica della filosoficità e scientificità della pittura: «E se tu dirai che le scienzie, che principiano e finiscano nella mente, abbiano verità, questo non si concede, ma si niega per molte ragioni; e, prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienza, sanza la quale nulla dà di sé certezza».

Non casualmente, il connubio sinergico di natura ed esperienza torna, in congiunzione con l’immagine della specularità dei processi di creazione della natura e invenzione dell’uomo (e dunque di equiparazione della spezie umana a una seconda natura), in uno dei  brani più affascinanti usciti dalla penna di Leonardo, che offre la sua personale declinazione del sistema neoplatonico di corrispondenze reciproche tra micro e macrocosmo:

Cominciamento del Trattato de l’acqua. L’omo è detto dalli antiqui mondo minore e certo la ditione d’esso nome è bene collocata, impero ché, siccome l’omo è composto di terra, acqua, aria e foco, questo corpo della terra è il somigliante; se l’omo ha in sé ossi, sostenitori e armadura della carne, il mondo à i sassi, sostenitori della terra; se l’omo ha in sé il laco del sangue, dove crescie e discrescie il polmone nello alitare, il corpo della terra à il suo oceano mare, il quale ancora lui crescie e discrescie ogni sei ore per lo alitare del mondo; se dal detto laco di sangue diriuano vene, che si vanno ramificando per lo corpo umano, similmente il mare oceano empie il corpo della terra d’infinite vene d’acqua; mancano al corpo della terra i nervi, i quali non vi sono, ma i nervi sono fatti al proposito del movimento, e il mondo sendo di perpetua stabilità, non accade movimento e non accadendo movimento i nervi non vi sono necessari; ma in tutte l’altre cose sono molto simili (Ms A, f. 55 v, c. 1492).

L’uomo, dunque, per Leonardo da Vinci è non soltanto un artifex in grado di imitare la natura ma è anche egli stesso un mondo minore, un microcosmo che ripropone in altra forma le stesse strutture e funzioni del macrocosmo naturale. Come ha perspicacemente evidenziato di recente Pietro Marani, Leonardo rivela qui «la sua concezione meccanicistica del mondo e dell’universo, che si riflette ovviamente anche nella sua arte», in quanto dimostra «nella terminologia, che è sempre una spia di questa unità dei mondi che Leonardo ha presente, l’impiego dello stesso lessico, della stessa concezione unitaria portata da Leonardo nei diversi settori della conoscenza da lui scandagliati, siano essi l’arte, la scienza, l’architettura o la meccanica»

 

Fonte: https://www.academia.edu/20803738/_A_similitudine_de_la_farfalla_a_lume_._L_umanesimo_scientifico_di_Leonardo_da_Vinci

Clair Patterson, il geologo che calcolò l’età della Terra, indagò sulle cause delle contaminazione di piombo mettendosi contro le lobbies petrolifere

Perché l’essere umano si distingue così nettamente dalle altre specie animali? Solamente per la ragione? Forse no, probabilmente a volte è qualcosa che risulta assolutamente non nobilitante per l’uomo, a volte è la sua indole devastatrice a imporsi e a renderlo una minaccia per sé e per il pianeta. L’uomo è forse l’unico animale a contrastare a volte l’istinto di sopravvivenza, a giocare con le regole della selezione naturale e a beffarsi della legge che governa questo mondo. Clair Patterson fu un uomo di scienza che, grazie all’ intelletto che purtroppo non tutti gli scienziati hanno, si oppose fermamente a queste logiche deleterie. Patterson fu un geologo americano la cui professionalità e la cui etica si rivelarono inattaccabili di fronte a quel sistema capitalista senza remore odierno che prendeva largamente piede già nella seconda metà del secolo scorso. Clair Patterson lavorava al California Institute of Technology e gli venne commissionato un compito importantissimo dal punto di vista biologico, chimico, fisico, matematico, insomma era l’opportunità di lasciare il segno nel mondo scientifico. Nonostante il progresso nel 1948 ancora non era chiara l’età della Terra e il compito di Patterson era proprio quello di determinarne l’età, attraverso i processi di decadimento che riguardano gli atomi in determinati intervalli di tempo. Patterson doveva misurare le minuscole quantità di uranio decaduto e trasformatosi in piombo in rocce antichissime. Fu durante queste ricerche che venne fuori l’amara scoperta di Patterson: il piombo presente nelle rocce terrestri era enormemente superiore a quello che ci si sarebbe aspettato. Un margine di errore era prevedibile, ma non certamente di quelle dimensioni, infatti la quantità plumbea risultava ben 200 volte sopra la misura che si prevedeva. Immaginando che le rocce fossero state contaminate da qualche fattore esterno Patterson costruì un laboratorio completamente sterile, ma i risultati ancora non cambiavano. Ripeté quindi il procedimento su meteoriti che non presentavano questa contaminazione ma che si sapeva dovessero avere circa la stessa età del nostro pianeta. Patterson raggiunse quindi questo grande traguardo scientifico: era riuscito a calcolare l’età della Terra che ammonta a 4,5 miliardi di anni.

Oltre a questo successo nel mondo della scienza Patterson ha il merito di aver partecipato a una delle grandi battaglie ambientali dell’ultimo secolo. Il geologo indagò sulle cause di quella forte contaminazione di piombo e suppose che fosse dovuta alle emissioni automobilistiche. Infatti era dagli ’30 che nel carburante si aggiungeva piombo tetraetile, questo il nome del composto, il quale agiva da antidetonante nella benzina; inoltre il piombo era un elemento largamente diffuso, anche a livello domestico: era presente nelle vernici e veniva utilizzato anche in campo alimentare. Il piombo si riversava però nell’atmosfera, con tutti i relativi rischi per la salute umana e non solo. Notando l’indagine di Patterson le lobby petrolifere cominciarono a finanziare le sue ricerche. Non vi era nessuno scopo umanitario naturalmente, l’ intenzione era quella di tagliare i fondi appena i risultati sarebbero diventati spinosi per la lobby. In una ricerca sui fondali oceanici lo scienziato rilevò che la quantità di piombo in profondità era rilevantemente inferiore rispetto a quella superficiale. Immediatamente Patterson capì che ciò poteva essere dovuto solo all’immissione umana di piombo nell’atmosfera.

Ecco allora che il sistema lobbistico entrò in azione. Dopo vari tentativi di corruzione e di persuasione ad insabbiare i suoi studi, a Patterson vennero tagliati i fondi. Le compagnie petrolifere tentarono di farlo emarginare dal mondo accademico, facendo passare i suoi studi per ridicoli. Il mondo accademico era inoltre legato, e lo è tutt’oggi, ai finanziamenti di imprese che raramente perseguono scopi umanitari o l’amore puro per la ricerca. L’integrità morale del geologo fu messa a dura prova ma non venne scalfita né in quella occasione né in seguito. Indipendentemente organizzò una spedizione al Polo Nord per misurare il piombo nei ghiacci e dimostrare una volta per tutte la sua teoria, che effettivamente si rivelò fondata. Iniziò così l’attività ‘ambientalista’ legata alle affermazioni di Patterson . La preoccupazione dello scienziato era solo quella di diminuire l’immissione di piombo, una richiesta che segue la logica della sopravvivenza, della preservazione e anche i più basilari principi dell’intelligenza. Sarebbe bello se anche il resto del mondo seguisse questi valori, ma le uniche leggi che regolano l’esistenza non sono più naturali, sono artificiali, perverse e ingiuste. Sono le leggi del mercato senza etica, del consumismo e del capitalismo sfrenato.

Il sistema lobbistico però si infiltra dappertutto e non lascia certo venire alla luce la verità, lo scopo è quello: occultare tutto ciò che va contro i propri interessi, non importa se a risentirne sono miliardi di persone e se ne risentiranno i loro figli e nipoti; l’importante è che il dio denaro sia venerato, e per questo dio qualche sacrificio va fatto.

Durante la campagna per la rimozione del piombo tetraetile dai carburanti la Ethyl corporation rispose anch’essa con degli studi che definire scientifici risulterebbe offensivo all’intelligenza umana. I risultati degli studi comportarono ovviamente la completa innocuità del piombo tetraetile. Numerosi dottori e medici furono letteralmente comprati affinché conducessero le ricerche nel modo più consono ai fini delle compagnie petrolifere. Furono effettuati test sulle urine e feci di volontari esposti al piombo tetraetile per determinare quanto effettivamente i valori fossero sopra la media. Quello che venne fuori dai test fu manipolato dal quel circolo di denaro e interessi in maniera a dir poco vergognosa. Non risultava quantità sopra la media, non perché non ci fosse, ma semplicemente perché il piombo non si espelle dalle urine, si lega alle ossa e al sangue. I test non proseguirono, ma per fortuna non fu necessario. I dati raccolti da Patterson nei ghiacci polari e anche su degli scheletri antichi (in cui la quantità di piombo era molto minore rispetto a quella dei contemporanei) furono sufficienti a convincere il governo statunitense a emanare il Clean Air act nel 1970, per limitare l’utilizzo del piombo tetraetile.

La lotta di Patterson ebbe successo alla fine. Il geologo non si arrese di fronte ai meccanismi del sistema che tagliano fuori chiunque la pensi diversamente, le sue ricerche si diffusero tra gli attivisti ambientalisti e per una volta il sistema lobbistico ha fallito. Quel successo è nulla in confronto alla storia delle lobby, non solo petrolifere, ma è il segno di qualcosa che non si può estinguere, di quella minoranza che le spietate regole capitaliste non le vuole seguire. Patterson non ha ceduto e non si è fatto comprare. Forse non è molto conosciuto, e se lo è non è di certo per essersi battuto con i mostri petroliferi, ma d’altronde perché idealizzare qualcuno che al sistema è risultato scomodo? Perché diffondere l’icona di uomini come lui che con l’umiltà propria dei veri eroi rappresentano la controparte delle vere istituzioni che tengono i fili del corrotto sistema con temporaneo? I modelli da seguire vengono manipolati e calati dall’alto e questa ne è l’ennesima prova.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

‘Sulla felicità’ di Teilhard de Chardin: l’uomo deve incentrarsi su di se, decentrarsi sull’altro e supercentrarsi su qualcuno più grande di lui

Il breve saggio intitolato Sulla felicità del teologo, geologo e paleontologo gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin è un testo “ardente” che risale al 1942 e tradotto in italiano per la prima volta nel 1970 in un volume che è difficile trovare in commercio: “Il Gesuita proibito – Vita ed opere di P. Teilhard de Chardin”, Giancarlo Vigorelli (a cura di), Il Saggiatore. Secondo de Chardin, la felicità è inserire la propria vita nell’avventura del mondo, nella coniugazione di tre atteggiamenti fondamentali: creatività, amore, adorazione.

La pubblicazione postuma degli scritti del gesuita ha dato origine ad un grande dibattito. Tra i testi postumi più significativi troviamo: Il fenomeno umano dove de Chardin svolge la sua visione scientifica, L’ambiente divino dove sono tracciate le linee di una spiritualità per il cristiano della terra moderna, oltre a circa 200 saggi di varia lunghezza tra cui spiccano, sotto il profilo religioso: La Messa sul mondo, La mia fede, Il cuore della materia, che rappresenta una sorta di autobiografia intellettuale e spirituale in cui il teologo evidenzia le radici della sua visione e della sua opera: il senso cosmico, il senso umano e il senso cristico; e Il Cristico, scritto poco prima della sua morte, nel 1955.

De Chardin non si accontenta di una visione analitica e settoriale della realtà, ma è alla ricerca, come dimostra, anche Sulla felicità, con tutta la sua passione di uomo e di credente, di una visione capace di abbracciare l’intera storia del cosmo e dell’umanità. Il suo principio: tutto ciò che sale converge, lo ha portato ad una grandiosa sintesi che ha tre dimensioni: scientifica, filosofica e religiosa in cui trovano conciliazione la fede nel progresso, nell’In-Avanti, la fede in Dio, nell’in-Alto. La sua prospettiva è universale: il paleontologo si china sugli abissi del passato per decifrare da futurologo le direttrici di marcia dell’avvenire di quello che egli chiama il fenomeno umano. Il suo universo è in divenire, in evoluzione secondo la legge di complessità-coscienza che implica una struttura convergente del mondo.

Sulla felicità: l’avventura dell’uomo nel mondo secondo de Chardin e le tre categorie di esseri umani

In questo senso in Sulla felicità de Chardin considera l’uomo imbarcato, quasi portato dall’avventura del mondo, di un mondo che sale verso più complessità più coscienza fino alla finale ricapitolazione in Dio tramite il Cristo universale. L’atteggiamento più umano risulta quindi con la resa di fronte alla difficoltà, né la dispersione nelle dilettazioni del presente, ma la responsabile fedeltà alla terra. La felicità è incorporarsi nella totalità del processo in corso; inserire l’avventura della vita nella più vasta avventura del mondo; vivere in salita secondo il ritmo di tre momenti: essere se stessi, aprirsi agli altri, nello slancio umano e cristiano, in avanti verso Dio che chiama e attira.

Per capire meglio come la “questione” della felicità è indispensabile secondo de Chardin, distinguere tre atteggiamenti fondamentali, adottati in realtà dagli uomini di fronte alla Vita: gli escursionisti pronti alla conquista di una vetta difficile, la cui comitiva è divisa in tre tipi di elementi. Alcuni rimpiangono di aver lasciato l’albergo e decidono di tornare indietro. Altri non sono dispiaciuti di essere partiti. Il sole splende ed il panorama è bellissimo, perché continuare? E si fermano magari sdraiandosi sull’erba a fare un pic-nic. Altri infine, i veri alpinisti, non staccano gli occhi dalla vetta che si sono giurati di conquistare e riprendono la salita. Gli stanchi, i gaudenti e gli ardenti, tre tipi di uomini di cui ognuno di noi porta il germe dentro di se.

Per la categoria degli stanchi l’esistenza è un errore o uno scacco. Spinto all’estremo e sistematizzato in dottrina filosofica, tale atteggiamento sfocia nella saggezza dell’India per cui l’Universo è un’illusione e una catena, oppure in un pessimismo alla Schopenhauer. E quindi: a che pro cercare? Meglio morti che sdraiati? Tutto si riduce a dire, che è meglio ‘essere meno’ che ‘essere più’ e il meglio di tutto sarebbe non essere per nulla. Per i gaudenti è certamente meglio essere che non essere, ma secondo de Chardin bisogna fare attenzione al significato che assume essere. Essere, vivere, per i discepoli di tale scuola, non vuol dire agire ma riempirsi del momento presente. Godere ogni attimo e ogni cosa gelosamente. Senza preoccuparsi dell’avvenire. Infine gli ardenti, coloro per i quali vivere è una salita e una scoperta. Per loro non solo l’essere è preferibile al non essere ma è anche sempre possibile e unicamente interessante ‘divenire di più’. Per loro l’essere è inesauribile, non alla maniera di un Gide, come un gioiello dalle innumerevole faccette, che si può rigirare in tutti i sensi senza stancarsene mai, ma come un focolaio di calore e di luce al quale è possibile avvicinarsi sempre maggiormente. Questi uomini possiamo chiamarli ingenui, deriderli, possono risultare fastidiosi a qualcuno, ma proprio da essi si prepara a sorgere la Terra di domani.

De Chardin poi individua tre tipi di felicità: la felicità di tranquillità: nessuna preoccupazione, rischio, sforzo. Riduciamo i contatti, smorziamo le luci, restringiamo i bisogni, induriamo l’epidermide, rinchiudiamoci nel guscio, dice l’autore. L’uomo felice è dunque, secondo quest’ottica, è colui che meno penserà, sentirà, desidererà. Vi è poi la felicità di piacere: lo scopo della Vita non è agire e creare, ma godere, che sembra essere l’imperativo categorico attuale. Anche qui minimo sforzo, appena quello necessario per coppa e liquore. L’uomo felice è quello capace di assaporare più compiutamente l’attimo che tiene tra le mani, Infine vi è la felicità di sviluppo. In questa prospettiva la felicità non esiste né ha valore proprio, come un oggetto che si può afferrare: è solo l’effetto e come la ricompensa dell’azione convenientemente diretta. Non basta dunque, come suggerisce l’edonismo moderno, rinnovarsi in un modo qualunque per essere felice. Nessun cambiamento beatifica se non lo si effettua in salita secondo de Chardin. L’uomo felice dunque, è colui che, senza cercare direttamente la felicità, trova per di più inevitabilmente la gioia nell’atto di giungere alla pienezza e al punto estremo di se stesso, in avanti.

Cosa scegliere dunque si chiede l’autore del saggio, qual è il criterio giusto? Per de Chardin un criterio oggettivo esiste e sostiene che basta guardare la Natura intorno a noi per scorgerlo alla luce delle ultime conquiste della fisica e della biologia:

L’Universo e l’uomo

Tutti sanno che oggi, nessuno dubita più del fatto che ontologicamente l’Universo non è fermo, ma si muove, da sempre, sin nell’estremo fondo della sua intera massa, in base a due correnti opposte: l’una che trascina ma materia verso stati di estrema disgregazione, l’altra che porta all’edificazione di unità organiche i cui tipi superiori, astronomicamente complessi, formano quello che chiamiamo il mondo vivente. Consideriamo più particolarmente la seconda corrente, quella della Vita di cui facciamo parte. Per un buon secolo gli scienziati, pur ammettendo la realtà di un’evoluzione biologica, hanno discusso per sapere se il moto che ci trascina fosse solo un vortice circolare chiuso oppure corrispondesse ad una deriva definita dalla frazione animata del Mondo verso un qualche stato superiore determinato. Orbene oggi, è la seconda ipotesi che sembra come corrispondente alla realtà. La Vita non si complica senza leggi e come a caso. […] Essa progredisce in maniera metodica, irreversibile, verso stati di coscienza sempre più elevati. […] Storicamente parlando la Vita è un’ascesa di coscienza. Non vedete forse, subito, la conseguenza diretta di una tale proposizione sul nostro comportamento interiore?

Se vogliamo davvero essere felici con il Mondo, dobbiamo aggregarci, secondo de Chardin, al gruppo di coloro che vogliono rischiare la scalata sino all’ultima vetta; ma non basta aver optato per la salita. Non bisogna sbagliare il sentiero. Per raggiungere allegramente la cima qual è la strada giusta? Attraverso tre passi fondamentali, l’uomo, come già accennato, deve incentrarsi su di se, decentrarsi sull’altro e supercentrarsi su uno più grande di lui. Si tratta di tre gradi concatenati che consentono all’uomo di essere pienamente se stesso e felice in quanto cresce interiormente, in forza, sensibilità, padronanza di se, congiungendosi con l’altro. Per de Chardin la felicità è la gioia dell’elemento diventato cosciente nella totalità che esso serve in cui si realizza, la gioia attinta dall’atomo riflessivo nel sentimento della sua funzione e del suo compimento nell’universo che lo contiene: tale è in teoria e in pratica, la forma più alta e progressiva di felicità che l’autore francese augura all’uomo.

Certamente è curioso che un gesuita non menzioni in questo mini-saggio alcuni passi del Vangelo, ma è altrettanto certo che de Chardin, esploratore e geologo, non dimentichiamolo, parla di slancio e di pensiero persistente del pensiero cristiano che sorregge l’enormità angosciosa del mondo. In sintesi, in Sulla felicità, egli parla di un Umanesimo cristiano, all’interno del quale ogni uomo comprenderà un giorno che gli è possibile non solo servire e soprattutto prediligere in tutte le cose, dalle più dolci alle più austere, un universo carico d’amore nella sua evoluzione.

Lo Scienziato Antonio Giordano: “E’ fondamentale investire nella ricerca, fare prevenzione può salvare la vita”

Antonio Giordano è un oncologo, patologo, genetista, ricercatore e professore universitario di fama mondiale. Direttore dello Sbarro Health Research Organization a Philadelphia. Professore ordinario di Anatomia  ed istologia patologica presso l’Università degli studi di Siena, coordinatore  di una linea di ricerca al  Centro di  Ricerche di Mercogliano-Pascale : sono solo alcuni degli incarichi che fregiano il suo curriculum. Eppure la veste in cui è più spesso ritratto è il camice bianco, in laboratorio: per fare ricerche per  la cura dei tumori. Fautore di scoperte notevoli e instancabile scienziato è sempre in prima linea in questa battaglia dura ma senz’altro proficua per il presente e per il nostro futuro.

 

Professore Antonio Giordano, oggi Lei è una persona affermata e la sua carriera professionale è costellata da innumerevoli successi ma, chi o cosa lo ha spinto a studiare Medicina e diventare un oncologo?

E’ innegabile che sia stato fortemente influenzato dalla professione di mio padre che e’ stato un affermato anatomo patologo, anche se la mia prima passione e’stata la chirurgia.Confesso che solo dopo aver trascorso un periodo negli Stati Uniti ho considerato la genetica. Senza voler togliere alcun merito agli ottimi colleghi chirurghi intuii che la tecnologia avrebbe conquistato uno spazio, sempre maggiore, in questa professione.

Durante il suo Dottorato negli Stati Uniti, è stato allievo del premio Nobel James Dewey Watson, Quale insegnamento fondamentale ha ereditato?

Sicuramente il rigore lavorativo e scientifico, ma anche l’arte della competizione. Cold Spring Harbour mi ha insegnato molto sotto questo profilo. Non solo venivo dall’Italia,ma anche dal Sud e affermarmi non e’ stato semplice.

Nel 1993 si è distinto per una pregevole scoperta: il gene oncosopressore RB2/p130. In cosa consiste questo gene? Quanto ha influito sulle diagnosi e sulle terapie dei pazienti affetti da cancro?

Si tratta di un gene oncosoppressore che, introdotto attraverso un retrovirus, in alcuni modelli animali e’ in grado di ridurre la crescita tumorale. La ricerca su questo gene e sulle sue applicazioni e’ ancora molto attiva.

Dal Suo lavoro di ricerca si evince quanto in Campania l’insorgenza di tumori sia fortemente legata agli ambienti inquinati. Cosa ha significato per un napoletano come Lei prenderne coscienza?

In realtà’, successivamente alla morte di mio padre, sono andato a rileggere i suoi studi e mi sono reso conto della loro attualità. Mio padre e il suo team di ricerca, con incredibile lucidità’, era riuscito a prevedere la situazione ambientale che si sarebbe realizzata da li’ ai 40 anni successivi. Quindi, più’ che prendere coscienza ho voluto aggiornare scientificamente quella mappa della nocività’ che mio padre aveva tracciato quando ero ancora un ragazzo.

Preziose sono le Sue pubblicazioni divulgative: Monnezza di Stato.La terra dei fuochi nell’Italia dei veleni e Campania, terra dei fuochi, dossiers che raccontano il disastro ambientale. Quanto è stato rilevante portare alla luce questi dati?

E’ necessario contestualizzare gli eventi. Quando ho incominciato ad interessarmi della questione “rifiuti tossici” sono stato molto scoraggiato per non dire avversato da alcuni tra i miei stessi colleghi. Allora si parlava ancora poco dell’argomento. Solo successivamente i pentiti della camorra hanno confermato quanto a livello scientifico si andava dimostrando. Ritengo importante per un cambiamento di rotta portare all’attenzione dell’opinione pubblica, ma soprattutto dei giovani la reale situazione ambientale. Solo smuovendo le coscienze potremo sperare in un futuro più’ pulito.

Napoli ormai da anni è declassata a terra dei fuochi. Su quali risorse può contare secondo Lei per scrollarsi da questo epiteto e ritornare a risplendere come una delle più belle regioni d’Italia?

A mio modo di vedere Napoli e’ stata una città’ che ho scoperto più’ di altre il vaso di Pandora anche grazie al lavoro dei comitati locali che si sono andati costituendo man mano che l’emergenza crescevaIn realtà’, come apprendiamo quasi quotidianamente, dagli organi di informazione, i siti inquinati dai rifiuti tossici sono presenti in Italia, ma più in generale nel mondo intero. Addirittura l’oceano e’ invaso da quintali di plastica. 

Grazie all’impegno dei ricercatori e dei medici, il cancro  oggi viene sempre più debellato e il tasso di sopravvivenza è aumentato notevolmente. Quanto è importante investire sulla ricerca e promuovere una sensibilizzazione sociale?

E’ fondamentale continuare ad investire nella ricerca scientifica e nella prevenzione per comprendere meglio i meccanismi alla base della malattia e per meglio curarla. Anche la prevenzione pero’ ha un ruolo determinante: un intervento tempestivo può’ salvare la vita.

Professore Giordano un mese fa ha siglato con l’ospedale di Marcianise un accordo per la creazione di un centro studi e ricerche contro il cancro. Quanto è significativo disporre anche in Italia di questi centri?

Premesso che l’Italia e’ un Paese all’avanguardia nelle cure del cancro, ritengo che in qualsiasi parte del mondo siano auspicabili collaborazioni di studio che consentano lo scambio di conoscenze scientifiche.

Quale consiglio si sente di dare a tutti i ricercatori e coloro che intendono intraprendere questa missione?

Consiglio di essere onesti con se stessi e di intraprendere questo lavoro per passione. Si tratta di una professione nella quale si e’ costretti ad affrontare molteplici sacrifici non ultimo quello di lasciare anche il proprio Paese per delle esperienze più o meno lunghe all’estero. In Italia, la situazione dei ricercatori e’ difficile e la maggior parte emigra all’estero.

Se trovasse una lampada e sfregandola avesse la  possibilità di esprimere tre desideri, quale esprimerebbe?

E’ molto complicato risponderLe. Probabilmente, provvederei alle bonifiche dei territori inquinati, migliorerei le condizioni lavorative dei giovani italiani (soprattutto dei giovani ricercatori) e, per me stesso,chiederei di poter lavorare ancora per molti anni.

 

Nikola Tesla, storia di un genio truffato e dimenticato che rifiutò il Nobel

“Mi chiamarono pazzo nel 1896 quando annunciai la scoperta dei raggi cosmici. Ripetutamente si presero gioco di me e poi, anni dopo, hanno visto che avevo ragione. Ora presumo che la storia si ripeterà quando affermo che ho scoperto una fonte di energia finora sconosciuta, un’ energia senza limiti, che può essere incanalata”. Così Nikola Tesla apre il primo capitolo della propria autobiografia, un piccolo volume così scarsamente conosciuto da sembrare scritto da qualcuno senza grandi meriti per la collettività. Pochi sanno infatti che questo “qualcuno non così importante” è il vero padre di molte invenzioni che ognuno di noi usa tutti i giorni nella sua vita quotidiana.

Quasi tutte le più grandi conquiste tecnologiche del XX secolo come ad esempio la prima grande centrale idroelettrica del mondo (cascate del Niagara), i sistemi elettrici polifase a corrente alternata della nostra rete elettrica, i motori a campo magnetico rotante dei nostri elettrodomestici, il tubo catodico dei vecchi televisori, il tachimetro/contachilometri delle automobili, le lampade a vuoto luminescenti (neon) degli uffici, le porte logiche dei pc, il radar per il controllo del traffico aereo o indispensabili strumenti di comunicazione moderna come la radio. Ed infatti anche se i libri di scuola, le istituzioni e i mass-media celebrano ancora solennemente il nostro Guglielmo Marconi come l’inventore del telegrafo senza fili (il nome della radio di allora) esiste una sentenza della Corte Suprema USA che ha riconosciuto la vera paternità della radio a Nikola Tesla. Ciononostante, tutte le più grandi enciclopedie continuano a liquidare la sua vita e le sue opere nelle poche righe di un trafiletto dove troviamo citato il suo nome esclusivamente come unità di misura dell’induzione elettromagnetica. Una volta conosciute la sua storia però non si può non provare un grande senso di gratitudine nei suoi confronti e non ci si può non interrogare sul come un genio così eccelso possa essere stato completamente dimenticato. Di tanto in tanto però, lo scomodo nome di Tesla riemerge dall’oblio come ha fatto nel 2007 quando i ricercatori del MIT (Massachussets Institute of Tecnology) hanno annunciato al mondo di essere riusciti a trasmettere energia elettrica senza fili utilizzando i principi di risonanza scoperti dallo scienziato serbo più di un secolo prima!

Un poeta della scienza, un sognatore spirituale

Uno schiocco di dita e lo spettacolo inizia: è una sera del 1891 e sul palco c’è Nikola Tesla, scienziato serbo-croato emigrato negli Usa. Per un istante una rossa palla di fuoco avvampa nella sua mano. Con cautela l’uomo, altissimo, lascia scivolare le fiamme sul suo frac bianco, poi sui capelli neri. Infine il mago, che con stupore del pubblico è del tutto illeso, ripone il misterioso fuoco in una scatola di legno.

«Ora farò luce come se fosse giorno» dichiara Tesla. Ed ecco che il teatro delle sue esibizioni, il laboratorio sulla newyorkese South Fifth Avenue, risplende di una luce straordinariamente chiara. Poi l’inventore balza su una piattaforma collegata a un generatore di tensione elettrica. Lentamente lo scienziato alza il regolatore, fino a quando il suo corpo è esposto a una tensione di due milioni di volt. Le scariche elettriche crepitano intorno al suo busto. Fulmini e fiamme gli guizzano dalle mani.

Quando Tesla spegne la tensione, così riferiranno gli spettatori, intorno a lui scintilla un bagliore azzurrognolo. Il “mago dell’elettricità” amava incantare l’alta società di New York con i suoi allestimenti. E mostrare ai giornalisti la potenza e la sicurezza del sistema di corrente elettrica da lui sviluppato. Le spettacolari esibizioni facevano parte della sua propaganda nella guerra per l’elettrificazione del mondo.

È una guerra che Tesla (seppure contro la sua volontà) combatté contro un altro inventore, altrettanto famoso. Un uomo dall’indole così diversa da personificare l’esatto opposto di Tesla: Thomas Alva Edison. Disinvolto, furbo, abile negli affari. Per gli americani Tesla era al contrario un “poeta della scienza”, un teorico e uno sfortunato cervellone, le cui idee erano “grandiose, ma del tutto inutili”.

Edison misurava il valore di una scoperta dalla quantità di dollari arrivati alla sua azienda. Per Tesla invece non si trattava solo di denaro: l’obiettivo di un’invenzione, sosteneva, consiste in primo luogo nello sfruttamento delle forze naturali per le necessità umane.

Nikola Tesla: un vincitore perdente

Sarà alla fine proprio Nikola Tesla a vincere la battaglia per la corrente elettrica. Eppure – come successe spesso nella sua vita – ne uscirà perdente. Ed è proprio come perdente che oggi è tornato a incantare il pubblico: il numero dei libri e dei siti web che lo riguardano è in aumento, su YouTube ci sono video a lui dedicati, un gruppo rock ha scelto di chiamarsi Tesla. E una casa automobilistica finanziata dai fondatori di Google è stata battezzata Tesla Motor.

La misteriosa forza dell’elettricità affascinò Tesla sin dall’infanzia. Nato il 10 luglio del 1856 da genitori serbi nel villaggio croato di Smiljan, da bambino vedeva fulmini abbaglianti. «In alcuni casi l’aria intorno a me si riempiva di lingue di fuoco animate» ricorderà Tesla nella sua autobiografia. Di solito queste visioni si accompagnavano a immagini interiori. Con gli occhi della mente Tesla osservava ambienti e oggetti tanto chiaramente da non riuscire a distinguere realtà e immaginazione.

Con il tempo imparò a controllare queste suggestioni: viaggiava con il pensiero in città e Paesi stranieri, intrattenendosi con le persone e stringendo amicizie. La forza della sua immaginazione si manifesta all’età di 17 anni, quando inizia a “occuparsi seriamente delle invenzioni”. Non aveva bisogno di alcun modello, disegno o esperimento per sviluppare i congegni: l’intero processo creativo aveva luogo nella sua mente. Lì costruiva le sue apparecchiature, correggeva gli errori, le metteva in azione. «Per me è del tutto indifferente costruire una turbina nella mia testa o in officina» scrisse «riesco persino a notare quando va fuori bilanciamento».

Nel 1875 il 19enne Nikola ricevette una borsa di studio al Politecnico di Graz, in Stiria. Il suo impegno sui libri era ossessivo, a volte dalle tre del mattino alle undici di sera, e nel primo anno superò nove esami con il massimo dei voti. «Ero posseduto da una vera e propria mania: dovevo concludere tutto ciò che iniziavo» ricordò. Quando si accinse a leggere Voltaire, apprese con sgomento che “quel mostro” aveva scritto un centinaio di libri. Ma affrontò comunque la mastodontica impresa. Il giovane continuava a essere soggetto a comportamenti compulsivi. Nutriva una forte avversione verso perle e orecchini, provava disgusto per i capelli delle altre persone. Sentiva caldo davanti a una pesca. Ripeteva alcune attività in modo che le ripetizioni fossero divisibili per tre. Contava i passi mentre camminava, calcolava il volume del contenuto delle tazzine di caffè, dei piatti fondi, degli alimenti. «Se non lo faccio, il cibo non mi piace» annotò.

Ci vollero sette anni prima che Tesla, impiegato in una compagnia telefonica di Budapest, arrivasse a una svolta. In una sera del 1882, durante una passeggiata nel parco della città, la soluzione gli si presentò alla mente “come un fulmine”. Tesla afferrò un bastone e disegnò nella polvere il diagramma di un motore assolutamente innovativo, nel quale le bobine esterne, attraversate dal flusso di corrente alternata, generavano un campo magnetico rotante. In questo modo si creavano le forze che mettevano in moto il rotore interno. Come in delirio, nelle settimane successive Tesla sviluppò ulteriori motori, dinamo e trasformatori; tutti necessitavano di corrente alternata, o la producevano. «Uno stato spirituale di completa felicità come non lo avevo mai provato nella vita» scrisse. «Le idee mi si presentavano in un flusso ininterrotto. L’unica difficoltà era riuscire a fissarle».

Tesla si rese conto che la corrente alternata offriva un vantaggio decisivo rispetto a quella continua: grazie alle sue proprietà fisiche, poteva essere trasportata via cavo per centinaia di chilometri, con perdite quasi nulle. Con la corrente continua, invece, si poteva farlo solo per brevi tratti.

In America

Due anni più tardi, nel 1884, Tesla si licenziò dall’azienda e prese la strada di New York, armato di una lettera di raccomandazione. Voleva lavorare con il grande Thomas Alva Edison e convincerlo del valore della sua pionieristica scoperta. Il magnate della lampadina aveva costruito la prima centrale elettrica pubblica al mondo nel centro di Manhattan. Ma la corrente prodotta era in grado di illuminare soltanto i lampioni elettrici nel raggio di un centinaio di metri. Per questo Edison progettò di coprire la città con una rete di generatori.

La lettera di raccomandazione procurò a Tesla un colloquio con Edison. Fin dal primo incontro fu però disilluso: quando espose le caratteristiche del suo sistema elettrico, l’americano gli replicò irritato di smetterla con quella follia. «La gente vuole la corrente continua, ed è l’unica cosa di cui intendo occuparmi».
A ogni modo, Edison riconobbe il talento tecnico del giovane serbo e lo assunse, promettendogli un premio di 50mila dollari nel caso riuscisse a migliorare le prestazioni delle dinamo a corrente continua. Tesla accettò l’offerta. Dopo quasi un anno di duro lavoro, poté annunciare al capo i propri successi: le modifiche alle dinamo di Edison erano concluse, l’efficienza era aumentata in modo sostanziale. Ma la retribuzione promessa non arrivò. Edison si rifiutò di pagare il premio: «Tesla, lei non capisce il senso dell’umorismo americano» si giustificò.

Indignato, Tesla si licenziò. Più tardi scrisse sul (presunto) genio del secolo: «Se Edison dovesse cercare un ago in un pagliaio, si metterebbe a esaminare con la frenesia di un’ape un filo dopo l’altro, fino a trovare l’oggetto cercato. Con dispiacere ho assistito al suo modo di procedere, ben consapevole che un po’ di teoria e di calcolo gli avrebbero risparmiato il 90% del lavoro».

In seguito Tesla si dedicò meticolosamente allo sviluppo di una lampada ad arco e depositò svariati brevetti. Ma dopo aver portato a termine i suoi incarichi, fu estromesso dall’azienda e imbrogliato sui compensi. «Seguì un periodo di lotta» ricordò seccamente l’inventore. Per un anno si trovò a sbarcare il lunario lavorando, a chiamata, nella costruzione di strade.

Ma all’inizio del 1887 il suo destino prese una piega inaspettata: il capo della squadra di costruzione venne a sapere del presunto motore dei miracoli ideato da Tesla e lo mise in contatto con Alfred K. Brown, il direttore della Western Union Telegraph Company. Le compagnie telegrafiche necessitavano di energia elettrica; e Brown era interessato alla corrente alternata, che poteva essere trasmessa su grandi distanze senza perdite. Non lontano dalla Edison Company, a Manhattan, i due presero in affitto uno spazioso laboratorio nel quale Tesla poté finalmente accelerare la trasposizione pratica del suo sistema in corrente alternata.

Ebbe così inizio la guerra della corrente elettrica: Tesla depositava un brevetto dopo l’altro per i componenti del suo innovativo motore, teneva conferenze, inscenava le sue dimostrazioni davanti a un pubblico entusiasta e presto catturò l’attenzione dell’industriale George Westinghouse. Westinghouse, egli stesso ingegnere e inventore, era entrato nel mercato elettrico da qualche anno, acquistando svariati brevetti. Diversamente da Edison, credeva nella redditività della nuova tecnica. Acquistò i brevetti di Tesla, stabilendo il pagamento di un diritto di licenza da 2,5 dollari per ogni cavallo vapore venduto dell’“elettricità di Tesla”. E scese in campo nella battaglia per la corrente alternata.
Grazie alle ridotte perdite di energia, Westinghouse poté erigere le sue centrali all’esterno delle città. Inoltre i suoi cavi di rame erano meno spessi di quelli richiesti dalla corrente continua, e i costi per le linee elettriche erano minori di quelli sostenuti dalla concorrenza. Westinghouse riuscì a vendere l’elettricità a prezzi più favorevoli di Edison, e presto si ritrovò ad avere più clienti. Ma quest’ultimo passò al contrattacco: raccolse informazioni sugli incidenti che coinvolgevano la corrente alternata, scrisse pamphlet e fece pressione sui politici.

Il gioco sporco di Edison

Edison pagò giovani studenti perché catturassero cani e gatti che, durante esibizioni ufficiali, legava a placche di metallo, facendo poi passare la corrente alternata nel loro corpo sussultante. Chiedeva infine agli spettatori: «È questa l’invenzione che le nostre amate donne dovrebbero usare per cucinare?».

Nel gennaio del 1889 nello Stato di New York entrò in vigore una nuova legge: gli assassini sarebbero stati condannati a morte tramite corrente elettrica. Edison perorò la causa della corrente alternata. Nell’agosto del 1890 un uomo (William Kemmler) morì sulla prima sedia elettrica: tramite corrente alternata. L’interruttore dovette essere premuto due volte prima che il condannato smettesse di sussultare.
Ma la campagna di diffamazione promossa da Edison non raggiunse i suoi obiettivi. Nel giro di due anni Westinghouse costruì oltre 30 centrali elettriche e rifornì 130 città americane con la corrente alternata di Tesla. Nel 1893 fu lanciato il bando per l’illuminazione dell’Expo di Chicago: Westinghouse offrì quasi un milione di dollari meno di Edison.

Dal novembre del 1896 in poi, in tutto il mondo le città installarono quasi unicamente centrali a corrente alternata. Nikola Tesla stava per diventare uno degli uomini più ricchi del pianeta: secondo il contratto di licenza avrebbe dovuto incassare una percentuale per ogni motore elettrico venduto, e per ogni utilizzo dei brevetti sulla corrente alternata. Ma gli investitori spinsero Westinghouse a modificare il contratto.

L’imprenditore disse chiaramente a Tesla che dalla sua decisione dipendeva il destino dell’azienda. Tesla, che in Westinghouse vedeva un amico, strappò il contratto e barattò la percentuale per i brevetti con un importo forfettario di 216mila dollari. In questo modo perse ogni diritto non soltanto sugli onorari già guadagnati, presumibilmente 12 milioni di dollari, ma anche sui miliardi che si sarebbero prodotti in futuro. Per Tesla il denaro non era importante: ciò che contava era la diffusione della sua tecnica. L’inventore era già immerso in nuovi compiti. Immaginava un mondo in cui tutti gli uomini avrebbero ricevuto energia gratuita e illimitata. Per Tesla le reti elettriche erano soltanto uno stadio intermedio nel percorso verso un sistema senza fili, in grado di spedire intorno al globo informazioni ed energia.

Energia a distanza

Nel 1898 sviluppò il primo radiocomando a distanza. L’anno successivo da un laboratorio situato vicino a Colorado Springs riuscì a inviare onde radio a una distanza superiore ai 1.000 chilometri. Con queste bobine venivano prodotte correnti alternate a voltaggio elevato, che Tesla voleva utilizzare per la telegrafia senza fili a grande distanza. Ma nel 1906 interruppe i tentativi.

Nel 1900 Tesla trovò un finanziatore per la costruzione di una futuristica torre-antenna a Long Island: il suo obiettivo era inviare negli strati superiori dell’atmosfera onde altamente energetiche per distribuire l’energia intorno al globo. Ma poco prima dell’ultimazione del progetto, l’investitore si ritirò: se chiunque nel mondo avesse potuto utilizzare senza controllo l’energia prodotta a Long Island, da dove sarebbero venuti i guadagni? Tesla ne ricavò un esaurimento nervoso da cui faticò a riprendersi. Nel 1917 l’impalcatura di acciaio della torre fu fatta esplodere e i rottami venduti per mille dollari. Nello stesso anno l’inventore avrebbe dovuto ricevere la prestigiosa Medaglia Edison. Ma Tesla rifiutò: l’onorificenza avrebbe dato lustro solo allo stesso Edison. Bernard Arthur Behrend, presidente della giuria, lo persuase ad accettarla. «Se privassimo il mondo industriale di tutto ciò che è nato dal lavoro di Tesla» disse Behrend «le nostre ruote smetterebbero di girare, le vetture elettriche e i treni si fermerebbero, le città sarebbero buie e le fabbriche morte e inutili. Il suo lavoro ha una tale portata da essere diventato il fondamento stesso della nostra industria».

Gli errori di Tesla

Assieme alle sue intuizioni geniali, Tesla – com’è normale – non mancò di seguire idee più o meno sballate. Abbiamo già parlato del fallimento del radar sottomarino. Ma Tesla rifiutò anche la teoria della relatività di Albert Einstein, che riteneva priva di senso, e cercò di inventare una teoria gravitoelettrica delle forze fondamentali che però non arrivò da nessuna parte. Tesla pensava erroneamente di aver osservato raggi cosmici più veloci della luce. Tesla si convinse di aver ricevuto dei segnali da extraterrestri su Marte e Venere, ma si trattava solo di artefatti sperimentali. Tesla, inoltre, era abilissimo a propagandare le proprie invenzioni, e spesso si attribuì scoperte che non aveva mai dimostrato (cosa che contribuisce ad ampliarne la leggenda). A livello più personale Tesla aveva tratti imbarazzanti: per esempio era letteralmente disgustato dalle persone sovrappeso, e arrivò a licenziare la sua segretaria perché a suo giudizio troppo grassa (fonte:wired).

Nonostante la fama e i suoi 700 brevetti, il mago dell’elettricità non ebbe mai successo economico, al grande inventore interessava fare del bene per l’umanità, rendere la vita un po’ più semplice.
Il 7 gennaio del 1943, a 86 anni, Nikola Tesla, l’inventore più disinteressato della Storia, morì povero in canna in una camera d’albergo di New York.

“ La scienza non è niente altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni umane.” (N. Tesla)

 

Fonti: Nikola Tesla, storia di un genio truffato,

NIKOLA TESLA, il più grande genio dimenticato dalla storia

 

Un mondo che odia la scienza è destinato a soccombere

Anche l’America odia la scienza, è questa la deduzione che possiamo fare dopo il varo ufficiale dell’ordine esecutivo dell’Amministrazione Trump sulla politica energetica. Quella che il vicepresidente Mike Pence ha definito “La fine della guerra al carbone” ha un significato storico senza precedenti.

Per la prima volta si torna indietro, vengono cancellate tutte le dimostrazioni scientifiche sulla correlazione tra riscaldamento globale e inquinamento, in ragione di uno sviluppo economico che si regge ormai su basi molto fragili. Una scelta scellerata che mette in discussione il già precario risultato ottenuto a Parigi nel 2016 e che pone il mondo davanti ad un pericolo più che concreto di autodistruzione.

Quello che sorprende è ormai la diffusa diffidenza, che sembra aver invaso le classi dirigenti di mezzo globo, verso la scienza sempre più ridotta ad ancella della politica economica. Eppure le riconversioni ed il cambio di paradigma energetico progettati da Obama promettevano nel lungo periodo risultati molto incoraggianti anche dal punto di vista economico. Come detto, però, la politica continua a navigare solo nel brevissimo e ci condanna ad un futuro sempre più fosco.

Il rapporto tra capitalismo sfrenato e ambiente ha radici profonde che hanno visto sinora soccombere sempre e comunque la natura. Considerazione banale è che all’interno di quell’ambiente ci vive anche l’uomo e se le condizioni vitali sono messe in discussione lo è anche la sopravvivenza della razza umana.

Se in America si piange, in Italia certamente non si ride. Le ferite già inferte al nostro Paese sono innumerevoli, ma in compenso se ne stanno preparando di nuovissime. Il recente referendum sulle trivelle, la TAP (si leggano gli articoli di Alessandro Cannavale sul Fatto Quotidiano) e la questione del petrolio lucano, dimostrano come si continui a ritenere l’ambiente esclusivamente come un bene di consumo.

Costruire un giusto rapporto tra la scienza e la politica è un passo fondamentale, perché ciò possa avvenire ci deve essere una spinta dal basso. Tale spinta è possibile solo istillando nell’elettorato le giuste priorità per lo sviluppo e la crescita rendendo popolare il metodo scientifico. Per fare ciò occorre investire sull’informazione corretta e sulla formazione.

È vitale invertire la tendenza perché il baratro è ad un passo.