L’io nei Prologhi di Vincenzo Cardarelli

L’opera d’esordio di Vincenzo Cardarelli è totalmente incentrata sulla figura dell’io dell’autore, che si manifesta, più che attraverso il ricordo e la rappresentazione puntuale di fatti biografici realmente accaduti, mediante un’accurata riflessione sulla propria interiorità e sulla percezione della realtà esterna e dei rapporti umani che vi si svolgono, condotta con rigore logico e affidata a sentenze lapidarie e perentorie.

In questo senso, i Prologhi, nel loro insieme, si configurano come un percorso di formazione che lo scrittore intraprende alla ricerca di un codice morale da seguire, esplorando le proprie angosce e cercando di riportare a unità i suoi dissidi interiori.

Protagonista assoluto del libro è lo stesso Cardarelli, il quale offre al lettore l’immagine problematica di un animo tormentato da spinte contrastanti, il ritratto di un uomo isolato dal mondo, costantemente alla ricerca dei mezzi per comprendere una realtà ostile e rappresentare nel contempo la propria lotta contro se stesso.

Ovviamente bisogna considerare che, trattandosi di un lavoro letterario, di finzione, l’autore, nonostante sia presente all’interno dell’opera in prima persona, di rado coincide in toto con l’io effettivamente descritto, ma seleziona in maniera programmatica quali parti di sé mostrare e quali celare. Di fatto, nei Prologhi i cenni biografici, quasi nulli, vengono solo abbozzati e utilizzati come punto di partenza per l’investigazione di stati d’animo ricorrenti, ma variamente declinati nei diversi brani;1 le esperienze private, spogliandosi dei connotati specifici nella descrizione di situazioni che assumono valore generale, sono accuratamente scelte per essere funzionali al progetto del diario di una crisi interiore su cui si imposta il testo, al punto che Giuseppe Raimondi, nell’introduzione al volume delle Opere complete cardarelliane, afferma:

Nella sua opera, non si sa mai in quale punto finisca l’influenza della sua esistenza sui risultati del lavoro letterario, dove si possa dire che la sua pagina sia il prodotto di una pura applicazione intellettuale, un’attenta sperimentazione stilistica, sia pure di alta efficacia estetica, e dove il peso dei sentimenti sprigionati dai minuti della giornata si trasformi, misteriosamente e subitamente, in idea poetica, in immagine. Si ha l’impressione di assistere, di essere testimoni di una nascosta competizione tra i fatti della vita e la nascita dell’immaginazione lirica.
La quasi totale mancanza di dati realmente autobiografici, unita alla genericità di quelli effettivamente proposti, che prima di posarsi sulla pagina subiscono un continuo processo di sublimazione, ha indotto molti critici a parlare per quest’opera di «astratto autobiografismo»: primo tra tutti Emilio Cecchi, il quale, recensendo il libro, asserisce che «l’assenza anche d’ogni traccia e simbolo d’oggetto affettivo […] dà uno smarrimento, un’angoscia di funebre e gelato petrarchismo».

La centralità dell’io è messa in risalto sin dai due brani che svolgono funzione proemiale, il breve frammento anepigrafo «La speranza è nell’opera» e la prosa Dati biografici. L’autore si presenta al lettore definendosi «un cinico che ha fede in quel che fa», veicolando l’immagine di un uomo legato alla concretezza e privo di qualsiasi spinta verso il trascendente, irriverente e dubbioso nei confronti della società in cui vive, la quale probabilmente non è in grado di comprenderlo e di accettarlo, inserendosi, in questo modo, in una diffusa corrente primonovecentesca di critica alle convenzioni imperanti.

Segue una biografia fittizia, che, a dispetto del titolo illusorio, per l’appunto Dati biografici, non fornisce alcuna informazione sulla vita di colui che scrive in prima persona, bensì, in aggiunta a varie delucidazioni sulla sua poetica, si concentra su un generico profilo morale; il ritratto si focalizza insomma esclusivamente sul lavoro letterario dell’autore, rimarcando le difficoltà che si sono sempre contrapposte alla sua creatività.

Ne emerge una figura di incompreso, ossessivo e in continuo fermento, soprattutto ragionativo, che non si limita a recepire e analizzare i fatti, ma li assimila febbrilmente (nel testo si utilizza il verbo divorare) che si considera vittima di forze superiori, nonostante in precedenza abbia detto di credere solamente nella propria opera.

 

Matteo Tabacchi

Karl Kraus, aforista ironico e tagliente che non ha lesinato critiche alla società, ai politici e ai mass media del suo tempo

«Accidenti alla legge!»: con questo aforisma si potrebbe riassumere il carattere satirico, ironico e tagliente di Karl Kraus (Jičín, all’epoca parte dell’Impero asburgico, oggi della Repubblica Ceca), 28 aprile 1874 – Vienna, 12 giugno 1936), scrittore, aforista e giornalista che non ha lesinato critiche alla società, ai politici e ai mass media della sua epoca (rilevo, purtroppo, che abbiamo soltanto poche menti libere, ma soltanto scribacchini di infimo ordine).

Nel tracciare uno schizzo biografico, è bene rilevare, come prima cosa, il suo background multiculturale: nato in quella che è attualmente la Repubblica Ceca, ma che all’epoca era una provincia dell’Impero austro-ungarico, in un’agiata famiglia borghese di ascendenza ebrea, Krausssi trasferì nel 1877 (all’età di tre anni) a Vienna, dove trascorse tutta la sua vita. A scuola Kraus ebbe ben presto contezza del coacervo socio-culturale in cui si trovò a vivere: la sua origine ebrea, la sua ascendenza borghese e l’essere austriaco. Non fu possibile in tutta la sua vita trovare un compromesso con la borghesia, alla quale non risparmiò durissime critiche.
Se è possibile fu la scuola a rappresentare una vera e propria palestra di vita e un trampolino di lancio per la sua futura carriera letteraria: apprese a comporre versi, ma, al tempo stesso, la rigidità del sistema scolastico imperiale e la dogmaticità di alcuni insegnanti ebrei determinarono il distacco dell’autore dalla cultura ebraica, che egli ormai percepiva come ostile.

Abbandonati gli studi giuridici, si dedicò a studi umanistici senza mai completarli, ma, tuttavia, presso il Café Greinsteidl, cuore pulsante dell’ intellighenzia viennese, ebbe modo di incontrare la crème de la crème della Vienna fin de siècle, come Hugo von Hoffmansthal e Hermann Bahr e, al tempo stesso, annuncia il primo numero della sua rivista Die Fackel (“La Fiaccola”), che esce il 1° aprile 1899. È opportuno soffermarsi sul titolo della rivista, che ha quasi un valore programmatico: Kraus vuole agire come se potesse illuminare delle menti ottenebrate, una sorta di neoilluminismo per una cultura soffocata dalle pastoie di Cesare Lombroso, dall’ipocrisia e dalle prime manifestazioni di ideologie proto-fasciste. Una simile novità editoriale non mancò di attrarre contributori di fama, come artisti del calibro di Oskar Kokoschka e Adolf Loos, scrittori come Frank Wedekind, Franz Werfel, August Strindberg, musicisti come Arnold Schönberg e addirittura Oscar Wilde. In questo stesso periodo Kraus si allontana dalla fede ebraica, suscitando sdegno e si fa battezzare nella Chiesa romana, dalla quale uscirà in rotta con le sue posizioni conservatrici e per tutelare la sua autonomia intellettuale. Ancora una volta non posso far altro che apprezzare il rigore intellettuale e la difesa del ruolo dell’uomo di cultura in una società ipocrita e corrotta, che si avvia verso la catastrofe del primo conflitto mondiale.

Corrosiva è la critica di Kraus al conflitto attraverso una delle sue opere più note, Gli ultimi giorni dell’umanità (1915-1922, “Die letzten Tage der Menschheit”), una tragedia in 5 atti con prologo ed epilogo. Al di là dell’attacco alla brutalità e alla violenza della guerra, è significativo riflettere sul carattere dell’opera: 220 scene in cui si alternano i “grandi” (come l’imperatore Francesco Giuseppe) e coloro che si sporcano le mani sul campo e che saranno dimenticati, come gli ignoti e innominati soldati. Non siamo lontani dalla riflessione brechtiana di “Domande di un lettore operaio”.  Non si può non ricordare la raccolta di aforismi Detti e contraddetti, la quale come ha giustamente affermato il critico Mario Praz, «come i sovrani orientali che si deliziavano ad affondare le mani in un sacchetto di gemme, il lettore di Detti e contraddetti farà una pesca reale di aforismi memorabili, dai più ovvii a quelli che più tortuosamente rispondono al requisito krausiano dell’aforisma che dovrebbe riuscire a “scavalcare la verità, saltarla con un passo solo”. “L’aforisma non coincide mai con la verità, o è una mezza verità o una verità e mezzo” … E quanti degli scrittori satirici d’ogni tempo potrebbero menare quel vanto che Kraus non a torto attribuiva al suo stile? “Dicono che tutti i rumori dell’attualità sarebbero rinchiusi nel mio stile. Perciò i contemporanei ne avrebbero nausea. Ma i posteri lo potranno tenere come una conchiglia all’orecchio e sentirvi la musica d’un oceano di fango”.

Gli aforismi krausiani svelano anche le sue contraddizioni (non a caso il volume si intitola Detti e contradetti), quelle di uno scrittore di cui a volte si ha l’impressione che l’egocentrismo, il gusto della satira e della battuta sferzante oltrepassino il suo stesso pensiero. Lo si nota maggiormente nelle sezioni dedicate alla donna che sembrano nascondere del maschilismo:

Nulla è più insondabile della superficialità della donna;

La donna è coinvolta sessualmente in tutti gli affari della vita. A volte persino nell’amore;

Bisogna distinguere tra donne colpose e dolose;

Con le donne monologo volentieri. Ma il dialogo con me stesso è più stimolante;

Quanto poco c’è da fidarsi di una donna che si fa cogliere in flagrante fedeltà! Oggi fedele a te, domani a un altro.

La cosmetica è la scienza del cosmo della donna 

L’avvento di Hitler e del nazismo in Germania rappresentano per l’ebreo Kraus il pretesto per scrivere Die dritte Walpurgisnacht (1952, postumo, “La terza notte di Valpurga”). Lo scrittore austriaco opera, nel titolo, un richiamo intertestuale a una delle più importanti opere della letteratura tedesca, le due parti del Faust goethiano, dove la notte di Valpurga rappresenta un momento di caos. La terza notte lo è ancora di più.
Riassume il carattere di Karl Kraus questo aforisma, che indica l’approccio iconoclasta dello scrittore:

La libertà di pensiero ce l’abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero.

 

Fonte:

http://www.artspecialday.com/9art/2017/06/12/karl-kraus-anticonformismo/

‘Le ragazze di Sanfrediano’ di Pratolini: semplice romanzo rosa o lezione etica?

Le ragazze di Sanfrediano è un romanzo di Vasco Pratolini pubblicato nel 1949 che narra le vicende di un gruppo di ragazze intente a “vendicarsi” del dongiovanni dell’omonima cittadina.

L’autore Vasco Pratolini

Vasco Pratolini nasce a Firenze il 19 ottobre del 1913 da una famiglia di condizione modesta. Allo scoppio della Prima guerra mondiale il padre Ugo parte per il fronte e il bambino viene affidato alle cure della madre e dei nonni. Nel 1918 il padre viene richiamato in guerra, Pratolini perde la madre, e il fratello neonato viene affidato ad un’altra famiglia. Sin dalla scuola elementare il poeta mostra la sua indole vivace e indisciplinata e nel ’25 alla morte del nonno, infatti decide di abbandonare gli studi e cominciare a lavorare. Ma la sua passione letteraria è più forte di ogni mestiere per cui comincia a studiare i classici da autodidatta ed entra in contatto con importanti autori fiorentini come Alessandro Pavolini fondatore del settimanale «Il Bargello» con cui collabora come recensore e scrittore, Aldo Palazzeschi e infine Elio Vittorini che lo spinge ad approfondire il legame tra la letteratura e la politica.

Nel 1938 esordisce con il racconto Prima vita di Sapienza e nello stesso anno fonda insieme ad Alfonso Gatto la rivista ermetica «Campo di Marte» soppressa poco dopo dal regime fascista. Nel ’41 si sposa con Cecilia Punzo e dà alle stampe il suo primo libro intitolato Il tappeto verde. Due anni dopo partecipa alla Resistenza come capo settore nella zona di Ponte Milvio, esperienza che confluisce nell’opera il mio cuore a Ponte Milvio. Dopo la Liberazione pubblica diverse opere: Il Quartiere (1944), Cronaca familiare (1947) dedicata alla morte del fratello, Cronache di poveri amanti e si dedica alla scrittura de Le ragazze di Sanfrediano romanzo pubblicato poi nel ’49. Tre anni dopo Pratolini torna definitivamente a Roma e prosegue la sua attività giornalistica per diverse testate e lavora con alcuni dei più importanti registi tra cui Luchino Visconti e Bolognini che traspone alcuni dei suoi romanzi più famosi. Nel ’55 scrive Metello primo romanzo della trilogia Una storia italiana e nel ’57 L’Accademia dei Lincei gli conferisce il premio Feltrinelli per le Lettere. Successivamente ottiene la laurea honoris causa e diverse altre onorificenze. Si spegne il 12 gennaio del 1991.

 Le ragazze di Sanfrediano: la trama

Protagonista maschile del fresco e brioso romanzo che è un affresco corale della vita di quartiere fiorentina di Pratolini Le ragazze di Sanfrediano è Aldo chiamato da tutti Bob per la somiglianza con l’attore cinematografico statunitense Robert Taylor, intrattiene diverse relazioni con alcune fanciulle della città. Nessuna di queste sospetta minimamente di non essere l’unica. Bob infatti riesce attraverso la sua dialettica a dissuaderle da ogni dubbio o reticenza.

L’ultima conquista è Tosca, una ragazza con un grande senso del dovere. Ella aveva cominciato a lavorare sin da piccola e quando la guerra era scoppiata a Sanfrediano si era prodigata per aiutare i partigiani. È proprio in questa occasione che conosce Bob e i due cominciano a frequentarsi. Sebbene Tosca dubiti sin da subito del giovane dopo alcune conversazioni comincia ad insospettirsi. Le sue indagini la portano a scoprire una triste verità; ella è vittima di una menzogna e non è l’unica ad esserlo. Accanto a lei, la sua amica-nemica Silvana ed altre quattro ragazze di Sanfrediano: Gina, Loretta, Mafalda e Bice che, venute a conoscenza dell’inganno, decidono di vendicarsi. Il piano risulta ben studiato: Tosca invita Bob al prato dell’amore lì dove lui soleva portare tutte le sue conquiste. I due giovani giungono al luogo designato e  vengono raggiunti dalle “altre” che dopo averlo smascherato, intimano a Bob di scegliere una sola tra loro da prendere in moglie. Il suo rifiuto categorico dà origine ad una vera e propria esecuzione violenta ai danni del ragazzo. Questo gesto determinerà la sua umiliazione pubblica e la sua definitiva resa.

Temi e personaggi

Le linee direttive della poetica pratoliniana affondano le loro radici nelle opere che segnano un decennio (1944-1954). La prospettiva storico-geografica prediletta dal Pratolini risulta senza alcun dubbio quella toscana dominata della guerra e dai movimenti della Resistenza. Infatti è proprio la patria natia del poeta che fa da sfondo a Il Quartiere; romanzo costruito sulle vicende di un gruppo di giovani che collaborano tra loro nella realizzazione di un futuro più roseo; ed è sempre a Firenze che è ambientata l’opera successiva intitolata Cronache di poveri amanti in cui l’autore ricostruisce perfettamente i luoghi popolari della sua adolescenza, e approda nel romanzo Le ragazze di Sanfrediano a cominciare dall’incipit: «Il rione di Sanfrediano è di là d’Arno, è quel grosso mucchio di case tra la riva sinistra del fiume, la Chiesa del Carmine e le pendici di Bellosguardo».

La dimensione urbana fiorentina, costituisce un vero e proprio microcosmo dove si svolgono le vicende dei cittadini di Sanfrediano. I riscontri si desumono dalle battute dei personaggi; quando Tosca mette in guardia Bob sul suo comportamento: «Sono una ragazza di Sanfrediano, non te ne scordare», e ancora quando comunica alle sue “rivali” con chi si è fidanzata: «Non c’è che dire, siete proprio nate in Sanfediano, tu, Silvana, tutte quante siete». Ciò è sottolineato anche da alcuni interventi autoriali; ad esempio Pratolini di Bob dice: «è amico di tutti, e come tutti sanfredianino». Altro spunto è offerto dallo scontro verbale tra Gianfranco e Bob avvenuto per difendere l’onore di Silvana di cui il primo è innamorato. Bob, con la sua fama da “sciupafemmine” si vanta di poter annoverare tra le sue amanti anche la ragazza. Gianfranco ferito dal rifiuto di questa e dal poco tatto del rivale nel parlare di lei la difende, addirittura accusandolo di non essere partigiano. Il discorso di un innamorato ferito sfocia in denuncia politica. Gianfranco: «Considera o no, se ti tengo in mano, l’attestazione per il riconoscimento, ti sei scordato? Te l’ho firmata io… ti si vide uscire col fazzoletto rosso dopo che Sanfrediano era già liberato, […] non c’eri mai. Tuttavia quando me lo chiesero, detti il parere favorevole, eravamo amici, si trattava di farti un  piacere, a me bastava sapere che se non hai fatto il partigiano, non sei mai stato nemmeno fascista». E ancora: «Sai quanti sono i partigiani uguali a te? Molti più di quelli veri». Gianfranco dunque minaccia Bob di rivelare la verità a tutti e lo colpisce nel punto maggiore di vulnerabilità: le donne. «Come la piglierebbero, le tue donne, dopo che ti sei rivelato un vigliacco?». Bob per timore e preso dall’ira lo colpisce, vantandosi in giro di aver “messo al tappeto” l’uomo più virtuoso di Sanfrediano.  Sarà infatti la passione per le donne a provocare la sua sconfitta.

Beffa o etica della monogamia?

Pratolini descrive Aldo con queste parole: «Egli era ancora un giovanetto ed ebbe una fidanzata, poi una seconda, una terza, e da ciascuna, col tempo era ormai sui vent’anni, si staccò naturalmente, siccome l’altra l’attraeva. Diceva mi sono sbagliato, non mi piaci, amo lei, salute e grazie». Così con il suo fascino e savoir faire conquista gran parte delle ragazze di Sanfrediano. Gina la prima tra tutte, decisa a sposarsi con un altro uomo solo per dimenticarlo e dargli una lezione. Sarà l’unica a mettere in dubbio fino alla fine con il piano architettato ai danni del ragazzo. Mafalda la fiera seduttrice che non riesce ad accettare l’abbandono di Bob e medita vendetta per il torto subito. Bice furba e sognatrice, spinta da un forte ottimismo e una grande tenacia nel farsi rispettare. Silvana decisa ed orgogliosa fino alla fine tanto dall’asserire: «Le ragazze di Sanfrediano non prendono i rifiuti di nessuno». Loretta, la più giovane ed ingenua, rispettosa del suo onore e dell’educazione familiare ricevuta. Infine Tosca, l’attuale fidanzata, colei che svela la menzogna e ordisce la congiura. «Era stata Tosca ad intessere le file della congiura, casualmente dapprima, e poi con una determinazione sempre più precisa e una spietatezza tutta sanfredianina». Grazie alla sua sagacia riesce a svelare le bugie di Bob.

Le ragazze di Sanfrediano dunque decidono di tessere un tranello al giovane solo per il puro gusto di smascherarlo e irriderlo, ma poi qualcosa scatta nella loro mente. Si verifica dunque un risvolto inaspettato che comincia con queste dure parole: «Finché ci pigliava una alla volta, si poteva credere di essere l’ultima e quella buona, ma ora sappiamo che lo fa di mestiere, e forse tu, io e chissà quante ancora, non siamo che degli straordinari di Mafalda…E allora, siamo nate in Sanfrediano per nulla, se non gli togliamo il pelo». Questo è il grido di rivalsa delle donne illuse che trasforma la beffa in un linciaggio. Il piano iniziale cambia drasticamente; le ragazze non vogliono più sbeffeggiarlo ma ripagarlo con la sua stessa moneta. Da romanzo rosa si passa a lezione di etica tesa a educare l’uomo alla monogamia. Francesco Piccolo parla infatti di una vera e propria “parabola della monogamia” che, come evidenzia lo scrittore, si conclude con una moraleggiante voce narrante.

 

Mistero e irrealismo in Buzzati

Il grande ritratto di Dino Buzzati trasporta il lettore, dietro la vicenda di colui che si pensa essere il protagonista (ma non lo è in quanto è difficile che nella narrativa di Dino Buzzati esista un protagonista-uomo o donna, essendo la sua umanità sempre vittima di qualcosa di molto più grande di essa), in una sorta di “sopramondo”, a metà tra fantascienza e un mondo sui generis, le cui dimensioni, da umane si trasformano e deformano, assumono proporzioni irreali, diventano incubo, ossessione e a volte pazzia. Come nel protagonista del Grande ritratto, Endriade, il capo di un elitario staff di scienziati a cui ordini è stato costruito in una località remota dalla consueta vita umana, una specie di laboratorio sul quale esiste il più fitto dei misteri.

Mistero e psicologia in Dino Buzzati

Questa presenza del mistero, anche nella vita quotidiana, è un tema caro a Buzzati e da lui sfruttato a volte in modo geniale, altre solo abilmente. Geniale nel Deserto dei Tartari, in alcune sue novelle, ne I Sette Messaggeri in particolare come ne I sessanta racconti; abile in Paura alla Scala e ne Il crollo della Baliverna. La graduale suggestione della misteriosità eccezionale della cosa è affidata nel Grande ritratto, alla perplessità, alle paure e alla curiosità del modesto scienziato Ismani, argutamente controbilanciato dalla sicurezza della moglie, al quale viene dato il misterioso incarico di raggiungere quella remota località, di cui non sa assolutamente nulla. Si tratta di un incarico di un organo segreto del ministero della guerra; cosa che fa supporre al lettore che si stia affrontando argomenti militari. Ismani parte con la moglie, è preso in consegna da guide riservatissime e portato dove era stato destinato. Le non poche pagine, ma di scarno dialogo, di rapide descrizioni sia del paesaggio che delle inquietudini del pavido scienziato, sono probabilmente le più suggestive perché significano una condizione psicologica, frequente nella fantasia o almeno nell’immaginazione di Dino Buzzati. In quel luogo Ismani conosce un paio di colleghi, le loro mogli (molto bello il ritratto di olga Strobele):

<<abitano in ville contigue, ai margini di una valle, dove sprofonda il laboratorio. “Dinanzi a loro (i coniugi Ismani e Olga) sprofondava un botro, un vallone senza sbocchi, un ripidissimo cratere che si prolungava tortuoso a perdita d’occhio. Dal fondo le pareti erano interamente ricoperte di strane costruzioni, come scatole, attaccate l’una all’altra, che formavano una babelica successione di terrazze accompagnando le sporgenze e le rientranze delle rupi. Ma le rupi non c’erano più, né si vedeva vegetazione […]. Tutto era invaso da un accavallamento di edifici simili a silos, torri, mastabe, muraglioni, esili ponti, barbacani, caselli, casematte, bastioni, che si inabissavano in vertiginose geometrie. Come una città si fosse abbattuta sui fianchi di un burrone. Ma c’era un elemento esageratamente anormale che dava a quelle architetture qualcosa di enigmatico. Non esistevano finestre. Tutto appariva ermeticamente chiuso o cieco […]. Non si vedeva anima viva. Eppure l’allucinante bolgia non esprimeva la morte o l’abbandono. Anzi, si percepiva sotto l’involucro, una vita arcana che stesse fermentando. Perché? Forse per il brulichio delle antenne metalliche, dalla più bizzarre forme, che spuntavano dai ciglioni sommitali? Forse per il confuso coro di sommessi ronzii, risonanze, sussurri, lontani scrosci e tonfi, che lievitava sopra la dirupata cittadella, e andava e veniva a lente ondate […]>>

Basterebbe solo questo passo per mostrare la qualità forse maggiore della fantasia di Buzzati, che affronta il teratologico come se si trattasse della descrizione di un paesaggio naturale, ma quello che accade là dentro probabilmente lo sa solo Endriade e lo spiegherà alla moglie di Ismani, che poi verrà inghiottita come un fuscello da quel novello minotauro: Che se noi qui si riesce-dice Endriade al collega Strobele, diventiamo i padroni del mondo! E invece non è vero nulla. Endriade ha costruito questo monstrum per due scopi opposti: creare la macchina del pensiero, la cellula della personalità, l’intima essenza della creatura, e la macchina si chiama Numero 1, e sia per resuscitare la vita di una giovane donna morte, la moglie infida di Endriade, Lauretta, di cui l’uomo sente ancora la voce e persino la presenza fisica.

I due elementi fantastici del racconto non fanno unità perché sono intimamente estranei, e il racconto smette di essere persuasivo in ogni sua parte, aspetto che rappresenta il difetto del romanzo di Buzzati, sebbene non manchino pagine molto belle.

Gi Titta Rosa: Vita letteraria del Novecento, V.III.

Pétronille, un sorso di Amélie Nothomb

Esistono libri che conquistano e intimoriscono, lasciano irretiti o sconvolgono. Non è sempre possibile aprire un libro e poter dire: lo rifarei ancora, e ancora, di questo libro vorrei ricordare tutto, stampare sulla pelle ogni sensazione. E’ esattamente quello che succede leggendo Petronille, un libro leggero, si badi bene leggero ma non frivolo, come questo, di una levità esaustiva e grave, che non può non pesare se si ascolta con gli occhi il messaggio stridente dell’autrice. Si tratta di Pétronille (2014, Voland), il romanzo breve della amatissima Amelie Nothomb, scrittrice nata a Kobe (Giappone) nel 1967, poi vissuta in Asia e America fino a quando non si è stabilita in Belgio, il paese che poi è divenuto la sua casa e dove vive tuttora, quando non si ferma a Parigi. A 21 anni torna in Giappone, terra per la quale la scrittrice nutre ancora oggi un amore viscerale. Infatti lì la Nothomb ha iniziato a lavorare a fianco del padre in una multinazionale, ma la sua prima esperienza di lavoro è stata quantomeno fallimentare. Tutta la sua goffaggine, le esperienze giovanili sono riassunte in Stupore e tremori. Il suo primo libro, al quale si lega indissolubilmente la sua fama è Igiene dell’assassino, uscito nelle librerie francesi nel 1992. L’affetto dei suoi lettori è subitaneo, poi rinnovato negli anni ad ogni pubblicazione, ad oggi un appuntamento imperdibile per i fan e i curiosi.

Pétronille è un romanzo a margine (il suo 23esimo), di quelli che forse non attirano l’attenzione, ma nella sua semplice soggettività della prima persona descrive l’amicizia tra una scrittrice di successo, Amélie Nothomb, appunto, e una donna che invece è al suo esordio, Pétronille Fanto: magnetica e scontrosa, androgina, ribelle, un’esordiente autrice. Le due donne sono così diverse ma entrano in sintonia dal primo momento in cui si conoscono, in occasione della presentazione dell’ultimo libro della scrittrice. Da una parte c’è la ferma distanza tra le donne, irripetibile occasione di crescita, dall’altra la scoperta che un semplice compagno di bevute può rivelarsi un amico per la vita. Infatti, un elemento che accomuna le due donne è l’adorazione per lo champagne; in un primo momento infatti il legame nasce proprio così: spontanee, l’appuntamento germoglia con l’unico scopo di condividere una bevute. Le due si mettono d’accordo per bere insieme, ma quella è soltanto una scusante, una giustificazione per non dirsi che l’amicizia è un dono condiviso. Lo champagne è l’inizio di un grande sodalizio, di un imperdibile spettacolo e in questo senso Pétronille è la storia di un’amicizia che spazia nel tempo ma non tende all’infinito e che a volte conosce l’amaro, è anche la vicenda di una passione condivisa e della ricerca dell’ebrezza insediata per fortuna nella noia. L’ebbrezza nella Nothomb potrebbe essere associata all’amore e alla sua perdita, allo smaltimento dei sentimenti e degli attimi che fuggono. L’uomo è ebbrezza quando vive ogni regalo ricevuto come fosse il solo.

La camera azzurra, il romanzo-interrogatorio di Simenon

La camera azzurra (Adelphi, 2003) è un romanzo di Georges Simenon e viene pubblicato per la prima volta nel 1964; esso va collocato nel genere poliziesco per la presenza di un giudice, di un investigatore e di un’atmosfera che ha non poco a che fare con il giallo ma che da esso si diparte in fretta. O, per meglio dire, chi legge quest’opera avrà una sensazione diversa, in cui languore e disgusto sedimentano e stimolano la lettura che non è quello che si prova leggendo un giallo di Agata Christie.

L’autore della Camera azzurra è ormai mitico: si tratta dello scrittore belga Georges Simenon, ideatore delle vicende del celebre commissario Maigret. Simenon è uno scrittore strabordante e ricco di talento, quasi convulso. Il fenomeno Simenon vuole che egli abbia scritto un romanzo nell’arco di una settimana, così come è nota la storia della sua irrefrenabile e mai esausta creatività. Improbabile fornire infatti una bibliografia della sua opera completa: si tratta di uno scrittore che vive per scrivere mai scrive per vivere:

“Sono passato poco a poco da 12 giorni ad 11, a 10, a 9. Ma ecco che per la prima volta sono giunto alla cifra 7, che è diventato come lo stampo definitivo nel quale saranno colati ormai i miei romanzi” (G. Simenon).

Tony Falcone, protagonista del romanzo, vive a Saint-Justin con la sua famiglia, insieme alla moglie Gisèle dalla quale ha avuto una bimba, Marianne. La loro è una vita semplice e genuina, fatta di abitudini, certezze e molti sacrifici. Basata sul reciproco rispetto e su di un amore “razionalmente” controllato, così prosegue la vita dei coniugi, fino ad un momento: quello in cui Andrée entra nella sua vita. Lei alta e fredda così che a Tony  pare una “statua”, una donna senza emozioni che non può dare amore, almeno questo è ciò che Tony crede. Quella donna diventerà l’amante disinibita, cruda ossessione, la sua rovina, pone fine alla calma – che vige nello stagno noioso di un piccolo borghese –  impettita dell’esistenza. Ma la protagonista eccentrica della storia, nucleo dell’intreccio che ritorna a più riprese non è una donna, bensì lei: la camera azzurra. Come fosse animata da un spirito ribelle, accompagna Tony fino alle ultime pagine.

A Tony bambino il colore azzurro sembra un miracolo, come può una polverina cromata di cielo candeggiare  lenzuola e vestiti? Allo stesso modo, si può costruire un parallelo tra questo non cedibile candore, la pulizia che a Tony ricorda l’amore materno, con la relazione con la devota moglie Gisèle? Se non fosse per quell’azzurro mozzafiato della stanza dell’Hotel de Voyageurs, che lo ha tentato inconsciamente, non sarebbe colpevole, no, non lo sarebbe. Strano, è proprio quello che Andrée si lascia scappare durante il proprio interrogatorio al giudice: “Le donne come lei non sono capaci di un vero amore”. Così, secondo Andrée, Giséle Falcone sarebbe un corpo svuotato dell’istinto, una moglie affidabile ma non una donna innamorata. E’ curioso perciò constatare che l’immagine che Tony aveva anteriormente al primo vistoso amplesso con Andrée, mai svelata all’amante, sia la stessa che l’amante di Falcone ha della sua rivale. Inversione di ruoli o gioco di specularità? Una cosa è certa: le donne del libro sono virili nell’animo, pusillanime è invece il ritratto di Falcone. C’è un momento, uno spartiacque nella vicenda, raccontata tramite la serie di interrogatori ai quali viene sottoposto il protagonista, quello dell’invio delle lettere spedite da Andrée. Lì Tony si sveglia, e comincia l’incubo giudiziario. E’ colpevole, lui stesso lo dirà. Ma di cosa? Di non essere stato sincero con se stesso? O c’è dell’altro? Si sovrappone il passato al presente, la bellezza al turpe inferno delle domande.

Simenon mostra in una parola, in un suono o in un dettaglio, nell’indubbia paura che si può scivolare nel baratro e racconta proprio questo: chi sopravvive nell’infelicità è morto da tempo. Solo ad un certo punto del libro l’autore ci concede di capire, ma non tutto. Il  protagonista, insieme alla sua amante Andrée, è artefice di una vicenda torbida e piena di ambiguità. Non sono solo amanti, ma accusati di un ignominioso crimine: entrambi sono stati arrestati con l’accusa di aver commesso l’omicidio dei rispettivi coniugi Nicolas, ex marito, inutile e malato, e la placida Gisèle.

Con La camera azzurra lo scrittore belga è riuscito a tessere una trama autentica che trascina giù con efficacia più del vero: nella quotidianità siamo tutti Tony e abbiamo paura di scegliere. A partire dalle prime righe della prima pagina Simenon non può non colpire il lettore: che sia nel bene piuttosto che nel male, basta poco per capirlo. Quelle parole sono scolpite, affisse come un annuncio di festa che poi si capovolga in un necrologio. La sua nettezza è lampante, plastica la luce come le ombre. Si afferra ogni virgola con gli occhi, come battuta di una piccola inquadratura cinematografica, o l’inizio di una sceneggiatura.

La camera azzurra non solo è un romanzo scritto come se fosse un sogno, senza sbavature o incrinature, è una casa in cui ogni oggetto si muova come animato e, al ritorno del padrone di casa, si riponga autonomamente al posto di assegnazione;  mestoli nella credenza, la frutta sul tavolo, e così via. Ogni emozione in Simenon è al suo posto, questo libro riesce ad aprire il cuore senza chiudere la mente, la spalanca . Chi entra a leggere, non potrà uscire se non cambiato da questa storia di passione e autodistruzione. Il libro stesso risulta costruito come un interrogatorio vero e proprio che scandaglia fino alle viscere oceaniche del nulla, per poi ammettere che la verità non è mai una sola, è solo che un’omissione è più potente di una bugia. E che cos’è, la verità, se non forse solo un’impressione?

 

Antonio Baldini, tra serio e faceto

Antonio Baldini (Roma, 10 ottobre 1889 – Roma, 6 novembre 1962), dopo la laurea in Lettere con una tesi su Francesco Petrarca, incomincia a svolgere una lunga attività di collaborazioni giornalistiche, grazie alle quali diventa uno dei più seguiti elzeviristi e uno dei più noti inviati speciali del giornalismo italiano tra le due guerre. La sua notorietà gli consente di entrare a far parte dell’Accademia d’Italia (1939).

L’impegno giornalistico (<<La Tribuna>>, <<Corriere della Sera>>, <<Idea nazionale>>) è strettamente intrecciato a quello letterario: ogni articolo dà l’occasione a Baldini di offrire una prosa elegante e di grande affabilità, seguendo in’idea di letteratura che gli deriva direttamente dalla sua cultura e formazione classica. Come saggista letterario, del resto, Antonio Baldini ha sostenuto più volte la necessità di riferirsi alla scrittura della tradizione letteraria italiana. Le sue opere sono sempre costruite con un montaggio di testi diversi già apparsi su quotidiani o su periodici. Tra le sue opere possiamo ricordare: La vecchia del Bal Buller (1934), Italia di Bonincontro (1940), Michelaccio (1941), Rugantino (1942), Italia sottovoce (1956), che raccoglie i suoi scritti di inviato, La dolce calamita (1929), Fine Ottocento (1947).

Durante gli anni Quaranta e Cinquanta lo scrittore romano prende parte a molte trasmissioni radiofoniche, raccogliendo poi i suoi interventi in Melafumo (1950) e Il doppio Melafumo (1957). Baldini è stato uno scrittore diviso tra le esperienze frammentiste, impressioniste della Voce, e dalla sua educazione classica, che, repugnando alle forme più disarticolate del lirismo, fra l’ostentato antitradizionalismo e antiumanesimo di molti suoi colleghi. Ad un certo punto della sua carriera lo scrittore acquisisce “visività”, ovvero quella sensualità visiva, che tende a rappresentarsi ogni aspetto della vita, ogni sentimento o concetto sotto specie di  immagine, di “pura forma”, e a farne quadro, spettacolo. Visività che però non esclude affatto una ricca vita affettiva con i suoi riflessi umoristici, da ogni ingorgo lirico; caratteristica dominante di Baldini.

Tra le opere più valide di Baldini sicuramente figura Michelaccio, un lungo racconto ambientato nel Cinquecento ed incentrato sulla storia di un giovane scapestrato e sognatore. La bizzarria stilistica tipica di Baldini, trova in questa opera un equilibrio e un argine nella realtà, probabilmente mai più raggiunti dall’autore. A questa prima edizione ha fatto seguito una seconda, in cui Baldini ha aggiunto alla storia di Michelaccio altri diciassette racconti, privi però della forza emblematica delle pagine della prima edizione. Tra i vari personaggi si ricordano, oltre all’ozioso Belacqua (incontrato da Dante nel Purgatorio), Gennarino re, favola di un vagabondo divenuto re, e Duccio Cannibale, racconto tra il serio e il faceto, di un servo a cui le bellezze della nipote del padrone suscitano un desiderio quasi cannibalesco.

Lo stile di Antonio Baldini per quanto ricercato, assume un aspetto giocoso e si rivela essere un puro divertimento letterario, non a caso lo scrittore, a differenza di Dante, nutre della simpatia per il personaggio di Belacqua.