J.R.R. Tolkien: lucido conservatore e sincero cattolico per il quale i grandi racconti non hanno mai una fine

Acuto conservatore ostile a qualsiasi forma di estremismo, sincero cattolico profondamente influenzato da numerosi altri apparati mitico-religiosi, tenace difensore degli alberi contro la società delle macchine: Tolkien è stato questo, e molto di più. Ripercorriamo la vita di uno dei più influenti autori del Novecento, nella convinzione che: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”. (Gandalf, Il Signore degli Anelli).

«[…] Non hanno dunque una fine i grandi racconti?». «No, non terminano mai i racconti», disse Frodo. «Sono i personaggi che vengono e se ne vanno, quando è terminata la loro parte. La nostra finirà più tardi…o fra breve»

John Ronald Reuel nasce a Bloemfontein il 3 gennaio 1892. Suo padre, Arthur Tolkien, aveva ottenuto un posto nella Bank of Africa ed era stato nominato responsabile dell’importante filiale in Sudafrica. Venne poi raggiunto dalla sua amata, Mabel Suffield, i due infatti, si erano sposati il 16 aprile del 1891. Il 17 febbraio 1894 Mabel dà alla luce il secondo figlio, Hilary Arthur Reuel, ma le condizioni – perlopiù climatiche – non ottimali a Bloemfontein la spingono a tornare in Inghilterra con i due pargoli. Arthur avrebbe dovuto raggiungerli successivamente, ma così non avviene: a seguito delle febbri reumatiche e della conseguente emorragia muore il 15 febbraio 1896. Pochi mesi dopo, Mabel abbandona la casa dei suoi genitori e si trasferisce con John e Hilary in un’abitazione a buon mercato nel piccolo villaggio di Sarehole, a circa un chilometro di distanza da Birmingham. J. R. R. porterà sempre nel cuore questi anni. In una lettera del 12 dicembre 1955, rispondendo a chi aveva paragonato la Contea – dei suoi cari Hobbit – ad Oxford nord, scrive:

In realtà è molto più simile a un villaggio del Warwickshire nel periodo intorno al Giubileo di Diamante; che è distante quanto la Terza Era dal deprimente e perfettamente banale agglomerato di case a nord della vecchia Oxford, privo anche di un indirizzo postale”.

A Sarehole il giovane Tolkien inizia ad usare parole dialettali, tipo gamgee “bambagia”, termine che deriva da un certo dottor Gamgee, inventore di un particolare tipo di tessuto fatto di cotone idrofilo. Inoltre, sviluppa due grandi passioni che risulteranno altrettanto significative da lì a poco: quella per gli alberi – con cui amava stare – e quella per i draghi, attraverso le fiabe di Andrew Lang. Pochi anni dopo, Mabel decide di convertirsi al cattolicesimo, incorrendo nella scomunica da parte della famiglia, in particolare del padre John, un unitario convinto, non in grado di sopportare una figlia papista. Questa decisione porta a vivere lei e i suoi figli in una situazione di grande ristrettezza economica. I tre cambiano casa più volte in questi anni, spostandosi in differenti zone di Birmingham (Moseley, King’s Heath, Oliver Road), ma la tenacia della madre è ammirevole, come John Ronald ribadirà continuamente nella sua vita, definendola anche martire, a partire da una lettera del marzo 1941 al suo primogenito Michael:

“Anche se di nome sono un Tolkien, per gusti, talenti ed educazione sono un Suffield, e ogni angolo di quella contea [Worcestershire] (non importa se bello o squallido) è per me in un modo indefinibile “casa”, come nessun’altra parte del mondo. Tua nonna, alla quale devi così tanto, poiché era una signora dotata di grande bellezza e spirito, molto provata da Dio con dolori e sofferenze, che morì giovane (a 34 anni) di una malattia aggravata dalla persecuzione della sua fede, morì nella casa del postino di Rednal, ed è sepolta a Bromsgrove”.

La precoce morte di Mabel – affetta da diabete – nel 1904 porta i due bambini a vivere dalla zia Beatrice, che diede loro “una casa, pasti caldi e poco più” nel centro di Birmingham. A giocare un ruolo determinate è invece il loro tutore padre Francis Morgan. In questi anni, J. R. R. inizia a scoprire la sua passione per la filologia. Entrò in contatto con un’introduzione elementare alla lingua gotica:

“non si accontentò di imparare il linguaggio, ma, per riempire i vuoti dello scarno vocabolario sopravvissuto, cercò di inventare altre parole, e proseguì nell’intento fino a costruire un linguaggio germanico plausibile”.

Nel corso della sua vita, di lingue Tolkien ne studierà e inventerà molte, interrogandosi profondamente riguardo le sue creazioni. In una lettera di risposta all’Observer del 1938 scrive:

“E poi, perché scrivo dwarves per i nani? La grammatica vorrebbe dwarfs; la filologia suggerisce che la forma storica sarebbe dwarrows. La vera risposta è che non ho saputo fare di meglio. Ma dwarves sta bene con elves; e in ogni caso elfo, gnomo, orco, nano sono solo traduzioni approssimate dei nomi in elfico antico per esseri che non hanno proprio le stesse caratteristiche e funzioni”.

Nel febbraio 1958, facendo i complimenti al figlio Christopher per una relazione ad Oxford, afferma di aver “improvvisamente capito di essere un filologo puro”, realmente emozionato dall’impatto estetico delle parole. Una consapevolezza raggiunta in piena maturità, ma presente fin da sempre. Del resto, in una certa misura, le storie tolkieniane non sono altro che il modo migliore per concretizzare le creazioni a lui più care.

È sempre in questo periodo che John Ronald conosce Edith Bratt, un’orfana di tre anni più grande di lui. I due si innamorano presto, ma padre Morgan si dimostra fin da subito contrario a questa relazione clandestina e proibisce al giovane di vedere la ragazza fino a quando non avrà compiuto ventuno anni. È il 1910, Tolkien ha diciannove anni. Per il ragazzo si prospettano due scelte: ubbidire a quello che per lui è stato un padre o ribellarsi e unirsi alla sua amata. Sceglie la prima. Lo fa straziato nell’animo, con la speranza di potersi ricongiungere ad Edith tre anni dopo. Nell’immediato, si dedica agli studi, che fino a quel momento aveva piuttosto tralasciato, vincendo una borsa di studio all’Exeter College di Oxford. Qui nel 1911, assieme a dei suoi compagni, fonda il Tea Club, Barrovian Society, per prendere il tè in compagnia di miti, poesie e musica. Scopre il Kalevala, la raccolta di poemi della mitologia finnica pubblicata solamente nel XIX secolo, che tanto influenzerà la sua produzione – direttamente ne La storia di Kullervo, recentemente pubblicata –. In una celebre lettera del 1951 all’editore Milton Waldman (alla quale promettiamo di dedicare un articolo a sé stante), Tolkien ritorna sul legame con le differenti mitologie:

“Inoltre, e qui spero di non sembrare assurdo, fin dalla più tenera età sono stato addolorato per la povertà del mio amato paese, che non aveva storie proprie (legate alla sua lingua e alla sua terra), non della qualità che cercavo, e trovavo (come ingrediente) nelle leggende di altre terre. Ce n’erano greche, celtiche, romanze, germaniche, scandinave e finlandesi (che hanno avuto molto effetto su di me); ma nulla di inglese, tranne materiale impoverito per libretti popolari. Naturalmente c’era e c’è tutto il mondo arturiano, ma malgrado la sua forza è naturalizzato imperfettamente, associato con la terra di Bretagna ma non con l’Inghilterra; e non sostituisce quello che a me mancava”.

Durante le vacanze estive del 1911, compie un viaggio in Svizzera ed acquista delle cartoline. Molto tempo dopo, accanto ad una di queste, una riproduzione del dipinto dell’artista tedesco Joseph Madlener intitolato Der Berggeist, scriverà: “origine di Gandalf”.

Da studente ad Oxford John Ronald è un tipo particolarmente socievole, tanto da partecipare a delle baldorie serali organizzate in giro per la città:

“Mettemmo a ‘ferro e fuoco’ la città, la polizia e i prefetti, tutti insieme per circa un’ora”.

Con bravate che tuttavia, non portano ad alcun tipo di conseguenze disciplinari, così potè continuare tranquillamente i suoi studi. Lentamente si arriva al 1913, J. R. R. ha ventuno anni e può ricongiungersi all’amata Edith, la quale lo ha aspettato. I due si fidanzano ufficialmente l’anno successivo, dopo che lei viene accolta nella Chiesa cattolica. Per il giovane Tolkien è un periodo decisamente movimentato, come ricorda in una lettera al figlio Michael riguardo al Santissimo Sacramento:

“Senza laurea, senza soldi, fidanzato. Sopportai la vergogna e le allusioni dei parenti sempre più esplicite, tirai dritto e nel 1915 ottenni il massimo dei voti agli esami finali. Scattai ad arruolarmi: luglio 1915. La situazione era intollerabile e mi sposai il 22 marzo 1916. A maggio attraversai la Manica (ho ancora i versi scritti per l’occasione!) verso la carneficina della Somme”.

L’amore, la guerra e la fede. Non è un caso che, proprio nel 1917, inizi a dare corpo al suo universo mitico con The Book of Lost Tales, il futuro Silmarillion. Secondo lo studioso Carpenter, questo percorso creativo si deve a tre fenomeni interdipendenti, precedentemente accennati: la passione per le lingue, l’innato sentimento poetico e la volontà di ideare una mitologia per l’Inghilterra. Tutti questi elementi si relazionano tra loro su un sostrato profondamente cattolico:

“Qualcuno ha riflettuto sulla relazione che intercorre tra le storie di Tolkien e la sua fede cristiana, e ha trovato difficile comprendere come un cattolico osservante possa scrivere di un mondo dove Dio non è adorato. Ma un simile mistero non esiste: Il Silmarillion è l’opera di un uomo profondamente religioso, che non contraddice il proprio sentimento cristiano, ma lo completa. Nelle leggende non c’è alcuna adorazione di Dio, eppure Dio è sicuramente lì, più esplicitamente nel Silmarillion che nell’altro suo lavoro, Il Signore degli Anelli, le cui radici affondano nel primo”.

Tra il 1918 e il 1929 i coniugi Tolkien hanno quattro figli – John, Michael, Christopher e Priscilla – e John Ronald compie una poderosa ascesa nel mondo accademico diventando prima lettore di Lingua inglese all’Università di Leeds, poi professore di lingua inglese, sempre presso quell’ateneo e infine, nel 1925, titolare della cattedra Rawlinson and Bosworth di Studi anglosassoni a Oxford, dove si trasferisce presto tutta la famiglia. Gli studenti ammirano le sue lezioni e la sua dedizione all’insegnamento è encomiabile, con una quantità di ore settimanali e corsi annuali nettamente superiore alla media.

Nel marzo 1939, Tolkien tiene una conferenza alla St. Andrews University dal titolo Sulle Fiabe, che fa parte della raccolta Il medioevo e il fantastico, curata dal figlio Christopher ed edita nel 1983. Questa è l’occasione per definire meglio la sua visione del fantastico, concepito non solamente come mezzo di riscoperta, evasione e consolazione, ma anche e soprattutto in riferimento alla fantasia intrinsecamente legata alla realtà, rintracciabile nella connessione tra Mondo Primario e Mondo Secondario realizzata attraverso l’autentica Arte Sub-creativa:

“Che le immagini si riferiscano a cose che non appartengono al Mondo Primario (se davvero ciò è possibile) è una virtù, non un vizio. La Fantasia in questo senso è, credo, non una forma inferiore ma una forma più elevata di Arte, invero la forma più prossima alla purezza e dunque (quando viene raggiunta) quella più potente. Naturalmente la Fantasia ha dalla sua un vantaggio: quella stranezza che attrae. Ma questo vantaggio è stato volto contro di lei, e ha contribuito alla sua cattiva reputazione. […] Creare un Mondo Secondario all’interno del quale il sole verde possa essere credibile, imponendo la Credenza Secondaria, richiederà probabilmente fatica e riflessione, e sicuramente avrà bisogno di una particolare abilità, una sorta di maestria elfica. Pochi tentano imprese così difficili. Ma quando queste imprese vengono tentate e quando sono in una certa misure riuscite, allora abbiamo una rara conquista artistica: della vera narrativa, l’elaborazione di una storia nella sua modalità primaria e più potente”.

Il 29 luglio 1954 esce La Compagnia dell’Anello, a novembre Le Due Torri e, nell’ottobre 1955, Il Ritorno del Re, con le tanto agognate Appendici. In una lettera del dicembre 1953 all’amico padre Robert Murray, che aveva letto parte del libro in bozze rimanendone entusiasta, riscontrando:

“Una positiva compatibilità con l’ordine della Grazia”

Tolkien aveva rivelato:

“Ovviamente Il Signore degli Anelli è un’opera fondamentalmente religiosa e cattolica; all’inizio lo è stata inconsciamente, ma lo è diventata consapevolmente nella revisione. […] In realtà ho pianificato consapevolmente ben poco; e soprattutto dovrei essere grato di essere stato educato (da quando avevo otto anni) in una Fede che mi ha rafforzato e mi ha insegnato tutto quel poco che so; e questo lo devo a mia madre, che restò fedele alla sua conversione e morì giovane, in gran parte a causa delle privazioni causate dalla povertà che ne era derivata”.

Nel giro di pochi anni, l’opera viene tradotta in più lingue – la prima è l’olandese –, vince premi e fa di J. R. R. un autore di fama internazionale. Nel 1965 nasce negli Stati Uniti il primo Tolkien Club, che diverrà poi la Tolkien Society of America e nel 1968 è la volta della British Tolkien Society. Alla fine del 1966 a Yale:

“La trilogia sta vendendo più rapidamente di quanto non facesse Il signore delle mosche di William Golding nel suo momento migliore. A Harvard sta superando di gran lunga Il giovane Holden di J.D. Salinger”.

 

Lorenzo Pennacchi

 

‘Serotonina’: il solito Houllebecq che parla della fine dell’occidente attraverso l’impotenza del maschio

Chi non ha letto i suoi romanzi precedenti, troverà Serotonina, l’ultima fatica letteraria del controverso scrittore francese Michel Houllebecq, un pugno nello stomaco, un capolavoro. Ebbene, il tanto atteso romanzo dell’autore di Sottomissione, libro che nel 2015 generò non poche polemiche, non è un capolavoro con buona pace dei seguaci acritici di uno dei più importanti scrittori d’occidente che parla d’occidente.

Tuttavia sarebbe ingeneroso liquidare Serotonina come un libro trascurabile, l’ultimo atto di un finto trasgressivo depresso che ama il politicamente scorretto e sguazzare in opinioni sconvenienti ormai giunto alla senilità. La storia di Houllebecq è nota: a partire dal successo del suo secondo romanzo, Le particelle elementari (1998 in Francia, 1999 in Italia), lo scrittore francese si è affermato come uno dei tre o quattro scrittori più rilevanti nel panorama letterario occidentale, fino ad arrivare al controverso Sottomissione del 2015. Da quel momento in poi ogni suoi libro è stato annunciato come un evento, e i lettori – quei figuri che le case editrici cercano con disperazione di resuscitare – sono riapparsi ogni volta come se fossero sempre esistiti. Le cronache culturali, non senza ragione, hanno fatto risalire i motivi di questa rilevanza perlopiù a circostanze extra-letterarie: una certa forma di preveggenza (il pericolo islamico, l’ingegneria genetica) unita a una certa forma di ideologia reazionaria seducente quanto scandalosa per il lettore tipo, normalmente portatore di valori e stili di vita di sinistra, giusti e rassicuranti.

Ma Houllebecq oggi pare essere acclamato anche da chi una volta lo odiava, mentre i suoi fans si dividono tra intellettualmente onesti che non possono non riconoscere in Serotonina un affresco stanco e abbastanza noioso dell’Occidente, che l’autore descrive ormai da vent’anni, e fans che ritengono il loro beniamino letterario intoccabile.

Serotonina: trama e contenuti

Houellebecq, discendente dalla grande tradizione dell’amarezza francese (i cui massimi esponenti sono Villon, Céline, Camus, Drieu La Rochelle), ancora una volta fa analizzare in maniera spietata e scientifica la situazione sociale della Francia e della società occidentale da un disadattato, un infelice, che però, a differenza di intellettualoidi che cicalecciano nei loro salotti ovattati, vede molte più cose, e le “sente” meglio: Florent-Claude Labrouste, quarantaseienne che lavora come funzionario del ministero dell’Agricoltura, vive una relazione ormai al capolinea con una donna giapponese, più giovane di lui, dalle idee libertine, con la quale condivide un appartamento in un anonimo grattacielo alla periferia di Parigi. L’uomo si tiene vivo attraverso l’uso costante di un antidepressivo, il quale, se da un lato lo priva dell’eccitamento, dall’altro risveglia nell’uomo l’antica sete di eliminare l’avversario in amore. Labrouste è un uomo intelligente che rileva gli accadimenti della società come se fosse un robot. Tuttavia egli prova affetto come un bambino, non sa amare, complice il suo stato mentale, le persone che lo circondano ma soprattutto il suo male di vivere, di stare al mondo, di essere già caduto quando è nato, per dirla all’Anassimandro. L’incalzante depressione induce il protagonista all’assunzione in dosi sempre più massicce di Captorix, grazie al quale affronta la vita, un amore perduto che vorrebbe ritrovare, la crisi della industria agricola francese che non resiste alla globalizzazione, la deriva della classe media. Una vitalità rinnovata ogni volta grazie al Captorix, che chiede tuttavia un sacrificio, uno solo, che pochi uomini sarebbero disposti ad accettare.

Dunque sembra apparentemente riecheggiare il solito messaggio in Serotonina: è colpa della società se sono così! ma è la società stessa a configurarsi come una proiezione effettiva del nostro mondo interiore, dato che siamo noi ad averla prodotta, cambiarla e che ne facciamo parte, perdendo al contempo, paradossalmente il contatto con la realtà. D’altronde gli stessi antieroi houllebecquiani, nevrotici, psicotici, depressi, accidiosi, cinici, ossessionati, pavidi, hanno una visione distorta, nichilista, della realtà.

L’impotenza sessuale maschile come metafora della fine dell’occidente

“Una civiltà muore semplicemente per stanchezza, per disgusto di sé” e “In Occidente nessuno sarà più felice” si legge ad un certo punto nel romanzo, affermazioni che si ricollegano ad una dimensione più individuale, intima “Ero capace di essere felice nella solitudine? Pensavo di no. Ero capace di essere felice in generale? È il tipo di domanda che credo sia meglio non farsi” e che ancora una volta dimostrano come lo scrittore abbia ormai ancora ben poco da dire: si parla di donne che sembrano già lette ma questa volta virate dal filtro dell’impotenza sessuale, metafora dell’impotenza dell’occidente. Si resta poi abbastanza spiazzati da almeno un paio di episodi che sono talmente forzati da apparire ridicoli (uno di questi, un’improbabile scena di zoofilia, è addirittura il motore del dramma interiore del protagonista; l’altro è una scena di pedofilia abbastanza inspiegabile). E però ci sono poi grandi pagine, soprattutto quelle dell’incontro con il vecchio amico Aymeric, che sono una specie di discesa negli inferi dell’entroterra francese; una tristissima e verissima notte di Capodanno trascorsa dai due nel cadente castello dell’amico in Normandia; le pagine sugli agricoltori in rivolta, che hanno fatto di nuovo gridare alla preveggenza – considerati i successivi moti di protesta dei gilet gialli – così come quelle sugli allevamenti intensivi e le produzioni di origine controllata, che insieme agli excursus extra-parigini di Carrère nell’Avversario, potrebbero essere riunite in un dolente dittico sulla crisi della provincia europea.

Tuttavia nella parte finale del libro, ritorna la sensazione di mancanza di ispirazione, fino a quando, in un passaggio più saggistico in cui il protagonista si mette a riflettere su Thomas Mann, Marcel Proust e Arthur Conan Doyle da un punto di vista sessuale, riappare l’illuminazione o la suggestione di essere di fronte non solo a una specie di autoromanzo sulla carriera letteraria di Houllebecq – la storia di un fantasma che vaga tra i resti delle sue opere – ma anche quella di avere tra le mani una pietra tombale della letteratura del Novecento e dei suoi postumi; per quanto “l’esaurimento” fosse stato già prescritto dai postmodernisti più di 50 anni fa, davvero l’esistenzialismo e il nichilismo in questa specifica forma di romanzo soggettivo e confessionale, sembrano essere colti in queste pagine nell’atto di esalare l’ultimo respiro.

Promosso come libro anticipatore dei Gilet gialli, Serotonina parla semmai della guerra del latte di 10 anni fa, oscillando tra le elucubrazioni dei film della Nouvelle Vague, sprazzi che fanno sperare in una inversione di rotta che non avviene mai e saccenterie lessicali incastonate in uno stile come al solito volutamente sciatto, “grigio” e stringato, contorsionismi intellettuali, e medesima descrizione del vuoto interiore, medesime provocazioni soprattutto, sul versante di una apparente misoginia, che in verità è misantropia, tra le quali ogni tanto fa capolino qualche sussulto poetico: “Era già quell’infinità, quell’infinità gloriosa di piaceri condivisi che avevo intravisto nel suo sguardo. Era la più recente e forse anche ultima possibilità di felicità che la vita avesse messo sulla mia strada.”

Una deflagrazione senza compromessi dell’io maschile dunque (senza contare il fallimento del femminismo contro cui l’autore si è sempre scagliato), che si estende all’intero occidente che non sa generare più nulla di buono. Cosa può salvarci allora? Il volgere la propria mente e il proprio cuore verso l’assoluto che nei romanzi di Houllebecq sembra essere assente, ma in realtà quello che si è autodefinito lo “scrittore della sofferenza ordinaria”, vive un desiderio di conversione e bisogno di trascendenza, in un mondo in cui si sente estraneo e rifiutato:

Il mondo brucia, le sue promesse son fumo. Cosa rimane? La bellezza dell’amore, anche quello che non è stato, quello delle fanciulle in fiore o di Cristo irritato dall’insensibilità dei cuori.

 

Fonte:

La fine di Michel Houellebecq

Addio a Philip Roth, demolitore di stereotipi e autore rabbioso del capolavoro ‘Pastorale americana’, ossessionato dalla fuga e dalla solitudine

Nel 2012 Philip Roth aveva annunciato che non avrebbe più scritto. A modo suo, citando la frase del pugile Joe Louis: “I did the best I could with what I had” (“Ho fatto il meglio che potevo con quello che avevo”). Philip Roth, il demolitore degli stereotipi americani, era stanco, soffriva da anni di un terribile mal di schiena e sosteneva – lui che era considerato se non il più grande, uno dei più grandi scrittori viventi – di non aver più niente da raccontare. In 30 romanzi, pubblicati durante la sua lunga carriera, aveva raccontato pregi e difetti dell’America, aveva scandagliato le inquietudini del nostro tempo, smascherato le nostre ipocrisie. Negli ultimi tempi diceva di non leggere più narrativa ma solo saggi. Ad annunciarne la morte è stato il New Yorker, poi il decesso è stato confermato dal suo agente letterario, il temibile Andrew Wylie, conosciuto come “lo sciacallo”, che di Roth aveva fatto il marchio della sua squadra vincente.

Roth è morto, “per insufficienza cardiaca”, all’età di 85 anni senza aver vinto il premio Nobel per la letteratura, che invece avrebbe meritato. Era nella lista dei candidati da anni ma all’Accademia svedese non piaceva: troppo scorretto, troppo irriverente per essere incoronato. Consola il fatto che non sarebbe stato l’anno di Roth neanche questo, visto che il Nobel è stato travolto dagli scandali e che il premio per la letteratura è stato cancellato e rimandato al 2019.

Philip Roth nasce a Newark, nel New Jersey, nel 1933. Viveva tra l’Upper West Side di New York e una casa nella campagna del Connecticut. I genitori appartengono alla piccola borghesia ebraica della città, ed è lì in quella piccola comunità di provincia che lo scrittore inizia ad osservare la sua gente e costruire – seppure ancora solo idealmente – le sue prima storie e i suoi primi personaggi. Raccoglie storie, osserva, cataloga tic che poi ingrandirà e trasformerà nel grande ritratto dell’America (i suoi romanzi in Italia sono pubblicati da Einaudi e sono stati poi raccolti in un volume Meridiani Mondadori, curato da Elena Mortara. Altri due Meridiani, curati da Paolo Simonetti, sono attesi per ottobre e per la primavera 2019).

Il primo libro è Goodbye, Columbus del 1959. C’è già tutto dentro: il sesso, la religione, la famiglia. Roth scrisse poi, ricordando quel tempo: “Con semplicità e inesperienza, e con parecchio entusiasmo lo scrittore in embrione che ero scrisse queste storie intorno ai suoi vent’anni, mentre si laureava all’università di Chicago, faceva il soldato nel New Jersey e a Washington e, dopo aver lasciato l’esercito, tornava a Chicago a insegnare inglese”. Aveva in realtà 26 anni e sapeva di aver avuto accesso ai riti e ai tabù del suo clan, la tribù degli ebrei americani di cui faceva parte.

Dieci anni dopo con Il lamento di Portnoy, Roth scandalizzerà tutti: “Il mondo della visione manichea che vige in casa Portnoy, si divide tra ebrei e goyim (non ebrei). Questi ultimi va da sé incarnano agli occhi dei genitori l’antimodello per eccellenza…”. Il libro narra la storia di un ragazzo ebreo, Alexander Portnoy, che confessa allo psicoanalista i suoi turbamenti. Lo psicoanalista rimane muto per tutto il tempo. La dissacrazione è compiuta. Altri dieci anni e debutta sulle pagine di Roth il suo alter ego: nel 1979 compare ne Lo scrittore fantasma il personaggio di Nathan Zuckerman, un giovane romanziere di belle speranze che lo accompagnerà per anni. Il romanzo diventerà il tassello di una serie di prove narrative, tra cui La macchia umana e Zuckerman scatenato.

Il capolavoro che consacra Roth nell’Olimpo della letteratura mondiale, Pastorale americana, è del 1997 e gli vale il premio Pulitzer. Si tratta di un romanzo/manifesto in cui passa la storia dell’America, con personaggi indimenticabili: da quello dello Svedese, Seymour Levov, alto, biondo, atletico, il prototipo dell’americano vincente, a quello della figlia Merry, la contestatrice che “decide di portare la guerra in casa”. Ne sarà tatto un film, American Pastoral, diretto da Ewan McGregor, con David Strathairn nei panni di Zuckerman. Roth racconta i miti, le nevrosi, e le contraddizioni dell’America, è un libro-manifesto che ci porta a conoscere questa nazione nel suo animo attraverso la vita di un uomo, colui che tutti hanno “mitizzato” visto le sue grandi doti sportive, perché proprio lui ha sposato Miss New Jersey. La pastorale idilliaca di un’America progressista e democratica svanisce nel contesto di una famiglia normale, come tante, in cui però irrompe la storia con la deflagrazione di una bomba.

«Credi di sapere cos’è un uomo? Tu non hai idea di cos’è un uomo. Credi di sapere cos’è una figlia? Tu non hai idea di cos’è una figlia. Credi di sapere cos’è questo paese? Tu non hai idea di che cos’è questo paese. Hai un’immagine falsa di ogni cosa.
Sai cos’è un guanto, cazzo. Ecco l’unica cosa che sai. (…) Una famiglia tiranneggiata dai guanti, bastonata dai guanti, l’unica cosa che conti nella vita, guanti da donna.»

Seguiranno Ho sposato un comunista e La macchia umana, dove Roth sferra un attacco al politicamente corretto americano che gli crea intorno più di un malumore. Protagonista il professor Coleman Silk al quale un giorno basta una frase sfuggitagli per sbaglio per essere crocifisso sull’altare della political correctness: aveva usato il termine “spettro” reputato “offensivo applicato ogni tanto ai neri”.

Nel 2010 arriva Nemesi, ultima tappa di una sterminata produzione narrativa. Ambientato nell’estate del 1944 in una New York contagiata da una spaventosa epidemia di polio. La domanda che ricorre è la stessa di tanti romanzi di Roth, da Everyman a Indignazione a L’umiliazione: quali sono le scelte che imprimono una svolta fatale a un’esistenza? Gli ultimi tempi da scrittore erano stati durissimi. Roth aveva raccontato di scrivere in piedi, usando un leggio, a causa dei terribili dolori alla schiena. Nel 2012 aveva annunciato al magazine Les Inrockuptibles di smettere di scrivere.

Dalla penna veloce, affilata e rabbiosa di questo grande scrittore ubriaco di disperazione, che ha iniziato a scrivere solo per vedere se ne era capace, scaturisce una fugace visione della realtà, proprio come i destino dei suoi personaggi e più in generale dell’uomo stesso, catalizzando l’attenzione su ogni singolo dettaglio che permea l’intera storia, dissacrando attraverso l’arma dell’ironia e del sesso, e facendo ragionare il lettore per assurdo.

La fuga è sempre stata l’ossessione di Roth. Andarsene per capire, andarsene per trovare. Evadere. Così intorno agli anni Settanta se ne andò. La sua America gli stava stretta e rischiava di estinguere la magia narrativa dopo una serie di libri che hanno diviso la critica, riducendolo a simbolo dell’onanismo. Scelse la Cecoslovacchia, fervida terra di reclusione che lo faceva sentire a casa. E qui che incontrò Milan Kundera e Ivan Klima, la moglie di Kundera conosceva l’inglese e legò Roth al nugolo di intellettuali dissidenti sulle orme di Kafka.

Capitolo donne. Le ragazze per Philip Roth sono state una faccenda strana. Sono l’ossessione erotica, certamente, ma anche la lotta alla solitudine. «Nessuno guarda mai se i miei personaggi femminili escono dal letto dei loro amanti meno fragili». C’è consumo e c’è un’alleanza invisibile. L’autore di Pastorale americana ha sempre inseguito questo sodalizio, sentendo di averlo raggiunto un pomeriggio del 1975, passeggiando per New York. Everyman è il libro che sostiene Roth davanti alla fine. È un libro sulla morte e sulla grande fuga, intesa come commiato dall’irresistibilità della vita. Roth percepisce «quell’avversario che è la malattia, e la calamità che aspetta tra le quinte». Per lui è il mal di schiena e la perdita di desiderio. La schiena è il suo irrisolto, ne soffre da quando è giovane, a causa del dolore è stato ricoverato in clinica psichiatrica. Pensava al suicidio e si consolò con una depressione abissale. Si salvò per la scrittura e quando ne venne fuori la prima cosa che fece fu guardarsi intorno. Da animali morenti, cosa rimane? Gli amici e la memoria, ecco perché l’affronto di Updike è stata una ferita insanabile. I due non si parleranno più. Da quel giorno Roth comincia a fare ordine in ciò che è stato e a capire come «non si ricordano i fatti, ma il modo di ricordarli». Così torna a essere figlio. Figlio del fratello Sandy, di Mia Farrow, di amici stretti, di Beethoven («un Bach sotto l’effetto di droghe!») e della possibilità di una scelta: smettere di scrivere. Avrebbe potuto continuare, gli sarebbe servito un appiglio alla Cheever. Mettersi a bere. La Pierpont gli chiede con che cosa sia riuscito a sostituire la bottiglia. Roth risponde senza esitare: «La disperazione». 

“E’ la mancanza di rabbia che finisce per uccidere. Mentre l’aggressività depura o guarisce.”

 

Fonte: La Repubblica

Pétronille, un sorso di Amélie Nothomb

Esistono libri che conquistano e intimoriscono, lasciano irretiti o sconvolgono. Non è sempre possibile aprire un libro e poter dire: lo rifarei ancora, e ancora, di questo libro vorrei ricordare tutto, stampare sulla pelle ogni sensazione. E’ esattamente quello che succede leggendo Petronille, un libro leggero, si badi bene leggero ma non frivolo, come questo, di una levità esaustiva e grave, che non può non pesare se si ascolta con gli occhi il messaggio stridente dell’autrice. Si tratta di Pétronille (2014, Voland), il romanzo breve della amatissima Amelie Nothomb, scrittrice nata a Kobe (Giappone) nel 1967, poi vissuta in Asia e America fino a quando non si è stabilita in Belgio, il paese che poi è divenuto la sua casa e dove vive tuttora, quando non si ferma a Parigi. A 21 anni torna in Giappone, terra per la quale la scrittrice nutre ancora oggi un amore viscerale. Infatti lì la Nothomb ha iniziato a lavorare a fianco del padre in una multinazionale, ma la sua prima esperienza di lavoro è stata quantomeno fallimentare. Tutta la sua goffaggine, le esperienze giovanili sono riassunte in Stupore e tremori. Il suo primo libro, al quale si lega indissolubilmente la sua fama è Igiene dell’assassino, uscito nelle librerie francesi nel 1992. L’affetto dei suoi lettori è subitaneo, poi rinnovato negli anni ad ogni pubblicazione, ad oggi un appuntamento imperdibile per i fan e i curiosi.

Pétronille è un romanzo a margine (il suo 23esimo), di quelli che forse non attirano l’attenzione, ma nella sua semplice soggettività della prima persona descrive l’amicizia tra una scrittrice di successo, Amélie Nothomb, appunto, e una donna che invece è al suo esordio, Pétronille Fanto: magnetica e scontrosa, androgina, ribelle, un’esordiente autrice. Le due donne sono così diverse ma entrano in sintonia dal primo momento in cui si conoscono, in occasione della presentazione dell’ultimo libro della scrittrice. Da una parte c’è la ferma distanza tra le donne, irripetibile occasione di crescita, dall’altra la scoperta che un semplice compagno di bevute può rivelarsi un amico per la vita. Infatti, un elemento che accomuna le due donne è l’adorazione per lo champagne; in un primo momento infatti il legame nasce proprio così: spontanee, l’appuntamento germoglia con l’unico scopo di condividere una bevute. Le due si mettono d’accordo per bere insieme, ma quella è soltanto una scusante, una giustificazione per non dirsi che l’amicizia è un dono condiviso. Lo champagne è l’inizio di un grande sodalizio, di un imperdibile spettacolo e in questo senso Pétronille è la storia di un’amicizia che spazia nel tempo ma non tende all’infinito e che a volte conosce l’amaro, è anche la vicenda di una passione condivisa e della ricerca dell’ebrezza insediata per fortuna nella noia. L’ebbrezza nella Nothomb potrebbe essere associata all’amore e alla sua perdita, allo smaltimento dei sentimenti e degli attimi che fuggono. L’uomo è ebbrezza quando vive ogni regalo ricevuto come fosse il solo.

Una vita veloce, di Zoe Jenny

“Vorrei andarmene, il più lontano possibile. Ma lì non ci andrò, dove hanno deciso di mandarmi quando sarà arrivato il momento. Non obbedirò per niente al mondo, non farò quello che vogliono loro…” Una vita veloce della scrittrice svizzera Zoe Jenny è un inno all’amore disperato raccontato con eleganza e senza troppi giri di parole.

Le parole della protagonista della storia Ayse scorrono limpide tra le pagine del suo diario. Ayse è un’adolescente turca che cresce nella Berlino di oggi, circondata da una famiglia benestante ma ancora troppo ancorata alle tradizioni, con un fratello ossessivo e geloso che cerca di controllare anche il suo più piccolo respiro. Poi, una sera, le luci che illuminano le strade di Berlino e quegli occhi che forse l’attendevano da tutta una vita: lui è Christian, giovane tedesco cresciuto nella casa nella quale ora vive “la sua Ayse”. Un ragazzo che, con poca convinzione, frequenta un gruppo formato da giovani appartenenti all’estrema destra.

Ayse e Christian: divisi da chi non capisce il loro amore, separati da chi non accetta che quelle differenze sociali e culturali che dovrebbero tenerli lontani l’uno dall’altro, sono ciò che li rende la parte mancante l’uno dell’altra. Loro, giovani amanti legati ad un destino beffardo, crudele, inconsapevole di una realtà inaccettabile ad uno sguardo adulto.

“…c’è un tipo d’amore che si lancia dritto contro la luce e brucia, come una falena.” 

Lettere e poesie, foto rubate, scatti rapiti nella consapevolezza di un amore che nulla potrà spezzare.

La scrittrice svizzera ci accompagna nelle pagine di un diario scritto e vissuto da una dolce adolescente della Germania odierna. Una ragazza forte, capace di vivere ciò che sente anche nel silenzio e nel buio della notte. Quel buio e quel silenzio che nascondono un amore proibito che porterà i due giovani amanti ad un tragico epilogo.

Una vita veloce viene pubblicato per la prima volta nel 2003, da Fazi Editori. Nello stesso anno la giovane scrittrice incontrerà nell’istituto Mario Pagano di Napoli, un gruppo di giovani studenti. Uno sguardo profondo, due occhi che mostrano dolcezza, una dolcezza che proviene da un amore altrettanto profondo di quello raccontato, l’amore di una figlia verso il padre, a cui il romanzo è dedicato. Durante l’incontro con quei giovani studenti che avevano letto la sua opera, la scrittrice parla dei suoi amori  letterari, di quei libri che l’hanno colpita, emozionata, portandola ad amare la scrittura più di ogni altra cosa nella vita. E così, tra le prime opere lette, giunge il bardo di stratford. 

Le parole di Zoe Jenny scorrono veloci nella mente del lettore, immagini dolci ma forti, immagini che restano legate ad un sapore amaro e malinconico. Come quell’amore, quel tragico epilogo, quelle foto strappate, quel dolore che il destino ha scritto tra le sue pagine.

E così torniamo indietro, riviviamo attraverso le parole della giovane autrice svizzera, Zoe Jenny, quel momento esatto in cui William Shakespeare mostrò al mondo intero che l’amore, quello vero, reale, unico, non puoi spingerlo in una direzione diversa da quella che il destino ha scelto per lui. Ancora una volta, a distanza di anni, secoli, ritroviamo quella forza che hanno forse solo gli adolescenti, coloro

“…ancora abbastanza giovani da amare disperatamente.”

Una storia struggente ed emozionante che rende giustizia ai sentimenti dei giovani, raccontati senza luoghi comuni e con superficialità.

 

Di Gabriella Monaco