Murakami è il vincitore della sezione La Quercia del Premio Lattes Grinzane 2019

Haruki Murakami è il vincitore del Premio Lattes Grinzane 2019 per la sezione La Quercia, dedicata a Mario Lattes (pittore, scrittore ed editore, scomparso nel 2001).

Haruki Murakami (edito in Italia da Einaudi, tradotto da Antonietta Pastore e Giorgio Amitrano), nato a Kyoto nel 1949 e cresciuto a Kobe, è tra i massimi autori della narrativa mondiale. Pubblicato in oltre cinquanta lingue, è uno scrittore amatissimo dai lettori ed è stato insignito di premi importanti in tutto il mondo.

È autore di romanzi, racconti e saggi ed è traduttore in giapponese di autori americani come Francis Scott Fitzgerald, Raymond Carver, Truman Capote, J. D. Salinger, Tim O’Brien, John Irving e Ursula K. Le Guin. Grande appassionato di musica (classica, jazz e rock), negli anni Settanta ha gestito un jazz bar a Tokyo, insieme alla moglie, il Peter Cat (tappezzato di foto di gatti), esperienza preziosa per la sua formazione di scrittore grazie alle storie umane con cui è venuto in contatto.

Fin dal suo primo romanzo, Ascolta la canzone del vento, del 1979, Murakami si è imposto sulla scena letteraria giapponese come uno scrittore di primo piano che non sembrava appartenere alla tradizione nipponica. Gli scenari metropolitani, i riferimenti alla cultura popolare occidentale (da Michel Polnareff ai Beach Boys, dai film di Peckinpah a Jean Seberg), la forma della scrittura, debitrice a Fitzgerald e a Capote più che a Kawabata o Tanizaki, proiettavano la letteratura giapponese in spazi nuovi e inattesi.

Tra gli aspetti che hanno contribuito al successo dei suoi romanzi, spiccano il taglio cinematografico, la cura per la descrizione minuziosa, lo stile semplice, minimalista e realistico, che ingloba la presenza di un certo grado di surrealismo e “realismo magico”, situazioni in cui accadono eventi bizzarri o soprannaturali che i personaggi stessi non riescono quasi mai a decifrare completamente.

Motivazione del premio

«Diventato autore di culto a livello mondiale, Murakami è lo scrittore che più ha contribuito ad avvicinare il Giappone ai lettori occidentali. Fin dagli esordi, alla fine degli anni Settanta, egli esce dalla cornice della tradizione letteraria giapponese creando un suo mondo narrativo originalissimo, tramite un linguaggio nuovo e comunicativo, molto vicino al parlato.

La semplicità stilistica è un tramite per affrontare profondi temi esistenziali – il rimpianto per il “perduto”, la ricerca di sé nell’assurdità di un’esistenza alienata, l’attrazione per l’aspetto magico e misterioso, del mondo – e di toccare alcuni tasti dolenti del Giappone: le colpe storiche, le responsabilità politiche del passato e del presente. Caratteristica rilevante dei grandi romanzi di Murakami è la presenza di personaggi che conducono vite ordinarie (in cui l’ampia platea dei lettori immediatamente si identifica, al di là di ogni barriera culturale), ma nel seguito del racconto capita che la loro storia si venga di solito a trovare sospesa tra reale e irreale, coinvolta in eventi magici e inquietanti.

Il brusco passaggio dalla realtà al sogno rappresenta pienamente lo smarrimento dell’essere umano contemporaneo di fronte a fenomeni sempre nuovi e incontrollabili. Lo sconfinamento in un universo parallelo tuttavia non è mai una fuga, ma discesa nel profondo di se stessi, alla ricerca di ciò che si cela nei recessi della nostra coscienza».

Haruki Murakami

I primi due romanzi di Haruki Murakammi Ascolta la canzone del vento (1979; Einaudi, 2016) e Il Flipper del ’73 (1980; Einaudi, 2016) rientrano tra le poche opere realistiche di Murakami. A partire dal terzo libro, Nel segno della pecora (Longanesi, 1982; Einaudi, 2010), e dal successivo, La fine del mondo e Il paese delle meraviglie (1985; Baldini+Castoldi, 2002; Einaudi, 2008), nei suoi libri compaiono elementi surreali che si ritroveranno poi in quasi tutte le opere.

È con il quinto romanzo (1987) che Murakami ottiene un grande successo commerciale e di critica: Norwegian wood. Tokyo blues (Feltrinelli, 1993; Einaudi, 2006), che deve il suo nome all’omonima canzone dei Beatles e che vede la luce durante il suo viaggio in Sicilia e a Roma.

Segue l’altro successo Dance dance dance (1988; Einaudi, 1996). Nel 1991 Murakami si trasferisce temporaneamente negli Stati Uniti dove diviene ricercatore associato e poi professore associato nell’Università di Princeton. Nel 1992 esce A sud del confine, a ovest del sole (Feltrinelli 2000; Einaudi 2013). Nel luglio del 1993 Murakami si trasferisce a Santa Ana (California), per insegnare all’università William H. Taft.

Nel 1994 e nel 1995 vengono pubblicati i tre volumi di L’uccello che girava le viti del mondo (Baldini+Castoldi, 1999; Einaudi, 2007), che gli valgono nel 1996 il prestigioso Premio Yomiuri. Nel 1997 viene pubblicato Underground (Einaudi, 2003), saggio in cui Murakami raccoglie le interviste ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime dell’attentato alla metropolitana di Tokyo compiuto con il gas Sarin dalla setta Aum nel 1995, cercando di tracciare un quadro del Giappone contemporaneo.

Nel 1999 esce La ragazza dello Sputnik (Einaudi, 2001). Nel 2001 Murakami si trasferisce a Ōiso, prefettura di Kanagawa, dove vive dedicandosi alla scrittura, e alla corsa (ha disputato oltre venti maratone), pubblicando tra gli altri: Kafka sulla spiaggia (2002; Einaudi, 2008); After Dark (2004; Einaudi, 2008); il romanzo in tre libri 1Q84 (2009-2010; Einaudi 2011-2012); il saggio Il mestiere dello scrittore (2015; Einaudi 2017); L’assassinio del commendatore. Libro primo. Idee che affiorano (2018) e L’assassinio del commendatore. Libro secondo. Metafore che si trasformano (2019).

Nel 2006 gli viene conferito il Premio Franz Kafka, in passato già assegnato ad autori del calibro di Philip Roth, Harold Pinter ed Elfriede Jelinek.

‘Belka’: la storia dei cani soldato delle Aleutine di Furukawa

Un romanzo davvero particolare e unico quello dello scrittore Furukawa intitolato Belka. I protagonisti indiscussi di questa vicenda sono cani, con qualche debita comparsa umana che lega i vari frammenti della trama. Tutto ha iniziato durante la Seconda guerra mondiale, quando un contingente giapponese conquista e prende possesso di un’isola americana. Trattasi di un isolotto appartenente alle Aleutine, nell’Oceano Pacifico. Le truppe nipponiche portano con sé tre cani da guerra, Katsu, Kita e Seiyu, mentre un quarto lo adotteranno sul posto, Explosion. Questi quattro animali saranno i capostipiti di una lunghissima genealogia di cani straordinari, militari e non. Veniamo così a scoprire che durante i conflitti del XX secolo i cani furono usati moltissimi dalle varie nazioni e per i più svariati compiti, durante la guerra in Vietnam, in Corea, in Afghanistan ecc. In questo libro è difficile ricostruire i confini precisi della finzione e quelli della veridicità storica, fantasia e realtà si confondono a piacimento dell’autore e per il lettore tutto questo si trasforma in un viaggio a dir poco avventuroso nella storia della seconda metà del ‘900.

Alla vicenda dei figli dei figli di questi quattro primi cani soldato si intreccia la storia particolare di un russo, un killer soprannominato l’Arcivescovo, ricercato e braccato dalle mafie di diversi paesi. L’esistenza dell’uomo è fittamente legata a quella dei cani e la loro vita insieme è destinata ad essere stravolta da una giovanissima ragazza giapponese, figlia di un capo yakuza in visita a Mosca.

Belka è fitta di intrecci narrativi, sorprese e personaggi dalle indubbie doti. I cani, però, rimangono i fili conduttori di queste vicende. I protagonisti a quattro zampe saranno moltissimi e ci accompagneranno in un giro infinito intorno al mondo: Belka e Strelka (cani astronauti sovietici), Ice (una mamma selvatica), Sumer (pastore tedesco di immemore bellezza), Anubi (mezzo cane mezzo lupo), Guitar (un cucciolo dai sensi acuti), Good Night (cane navigatore) e tantissimi altri discendenti. I due umani della storia presenti nel romanzo sono: il vecchio, addestratore di cani d’elitè, ex dei servizi segreti russi, ora disertore e deciso a mettere a ferro e fuoco la scala gerarchica mafiosa della Russia. L’uomo dichiara guerra al capo yakuza e gli rapisce la figlia, una ragazzina dalla strana fisicità e i modi burberi tipici di un’adolescente. Sarà lei la vera e ultima chiave per il successo della straordinaria, e pazza, impresa dell’uomo. Soprannominata Belka, come la mitica cagnolina sovietica a cui il ricordo del vecchio è ancora molto legato, si affezionerà con empatia e indipendenza ai cani. Tutti rinchiusi in una vecchia città abbandonata della Siberia, la bambina e gli ultimi nati della grandiosa genealogia canina, diventeranno una cosa sola, pronti a conquistare il mondo.

Lo stile di Furukawa è molto particolare, non disdegna né ha timore di dilungarsi in ampi capitoli dedicati a spiegazioni e fatti storici. Il tutto, naturalmente, utile allo scopo di raccontarci cosa accade ai discendenti dei cani soldato delle Aleutine. Il linguaggio, come si addice agli ambienti che descrive, è crudo e grezzo, non lascia spazio all’immaginazione. I personaggi sono fittamente delineati e nelle loro vite non c’è spazio per buonismo, sorrisi di troppo o perdite di tempo. La scrittura di questo autore è diretta, veloce, analitica, molto descrittiva.

Kita non lo sa, ma un giovane uomo ha deciso di occuparsi di lui. Ha ventidue anni e appartiene al personale di terra dell’aviazione americana. E’ stato reclutato ne 1942. E’ un grande amante dei cani. L’aspetto di Kita, in particolare, ha destato la sua attenzione. Nella sua terra d’origine non ha mai visto cani di questa specie. Kita non è un esemplare delle razze nordiche che lui conosce, non è un samoiedo, né tanto meno un alaskan malamute. E’ la prima volta che si imbatte in un cane di razza giapponese. Orecchie dritte e coda attorcigliata come quelle di uno spitz. In particolare, i cani di razza Hokkaido sono dotati di coraggio e un’energia davvero formidabili, e non a caso sono utilizzati nella caccia all’orso. Si tratta di un animale decisamente fuori dal comune. Di che cane si tratterà mai?, si chiede il giovane soldato ogniqualvolta rende visita a Kita, due volte al giorno. 

Yasunari Kawabata, un delicato fiore di loto che galleggia apparentemente sull’acqua, cultore della bellezza

Primo premio Nobel giapponese, con la seguente motivazione: «Per la sua abilità narrativa, che esprime con grande sensibilità l’essenza del pensiero giapponese». Egli è colui che esporta l’idea del Giappone nel mondo. Se la penna dell’amico e allievo Mishima è una lama affilata, un fiore di ciliegio che fiorisce in modo breve ed intenso, quella di Kawabata è un loto, fiore delicato che galleggia apparentemente sull’acqua, ma si appoggia sul fondo melmoso. Tra gli ultimi anni del XIX secolo e i primi anni del XX il Giappone si sarebbe sbarazzato, progressivamente, di Cina, Russia e Corea sedendosi con prepotenza al tavolo delle potenze mondiali. Yasunari Kawabata nacque il 14 giugno 1899 ad Osaka, a 500 chilometri dalla capitale Tokyo, lontano dalla sanguinosa schiuma sovietica che l’ammiraglio Togo avrebbe sollevato, da lì a pochi  anni, sconquassando ulteriormente i fragili equilibri estremo orientali. Yasunari era lontano da tutto questo; nell’arco della sua vita non si interessò troppo alla guerra, lasciando quest’onere, e onore, all’amico e discepolo Yukio Mishima. Rimasto orfano a due anni, egli trascorse l’infanzia con un nonno semicieco e bizzarro, che lo educò in modo del tutto peculiare; il piccolo Kawabata si trovò immerso in un mondo dominato dall’arte, dall’erboristeria e dalla astrologia, sviluppando un eclettismo che si rivelò trasversale a tutti i campi della cultura. Nonostante ciò, la letteratura fu sempre il suo primo e grande amore. Lo stato di orfano lo condizionò per tutta la sua lunga esistenza, tanto da fargli confessare, ormai anziano:

“Mio padre morì che aveva un anno, mia madre quando ne avevo due. Il mio essere orfano è stato sempre sottolineato da tutti i critici che si sono occupati di me. E anche se, arrivato ormai a settant’anni, dubito che la definizione di orfano possa ancora adattarmisi, non mi sento di contraddirli. Credo, da bambino, di essermi lasciato viziare da questo sentimento di essere solo al mondo ma allo stesso tempo mi chiedo se i tanti incontri fortunati che ho avuto, nel corso della mia vita, non mi siano stati procurati proprio dal mio essere orfano”.

Partiamo dal primo incontro fortunato: verso la fine del 1918, dopo aver perso anche il nonno e dopo aver preso il diploma di scuola media, egli si reca nella penisola di Izu, dove incontra una banda di attori girovaghi che gli ispirerà il fortunatissimo racconto La danzatrice di Izu. E’ qui, in questo momento storico, a 19 anni, in solitudine, che si forma tutta la poetica di Kawabata, quel senso di “impegnato distacco” che lo accompagnerà per tutta la sua lunga esistenza. Non esiste un ossimoro più stridente di questo; forse è l’unico modo di comprimere in un unico colore un animo così culturalmente caleidoscopico. Innamorato follemente della protagonista, che dà il titolo a questo racconto, egli, una mattina, vide alle terme la figura del suo desiderio avvicinarsi, completamente nuda:

“Non aveva niente addosso, nemmeno un asciugamano. Era la danzatrice. Guardando il bianco corpo nudo dalle lunghe gambe, simile a un giovane albero di paulonia, ebbi la sensazione che il mio cuore fosse attraversato da una corrente di acqua limpida. Tirai un profondo sospiro di sollievo e mi misi a ridere. Era una bambina. Dimostrava diciassette anni perché aveva una capigliatura lussureggiante e io così mi ero lasciato, stupidamente, indurre in errore”.

In questo slancio giovanile, fiaccato poi dalla realtà della natura, si assiste ad un graduale e progressivo passaggio dalla prima alla terza persona, che troverà la sua definitiva consacrazione in uno dei romanzi della sua vecchiaia, la casa delle belle addormentate; qui l’anziano Eguchi ha la possibilità di dormire a fianco di giovanissime e bellissime ragazze, profondamente addormentate, toccandole ed esplorandole, senza violarle.

Il simbolo più grande di questo “impegnato distacco” è, però, il maestro di Go; in esso viene narrata la cronaca dell’ultima partita al gioco Go del maestro Shusai contro il giovane sfidante Otake; è una sfida tra i vecchi valori gerarchici, sul viale del tramonto, e i nuovi principi democratici, in rampa di lancio, tanto che lo sfidante pretende e ottiene che vengano aboliti i privilegi ancestrali accordati un tempo ai maestri, al fine di una partita il più equa possibile. Sebbene Kawabata sia lapidario nel dire che:

“Si perde il senso della partita, come opera d’arte, quando non ci si astiene dall’applicare anche al maestro il principio dell’eguaglianza”

In realtà egli rientra subito nei ranghi, tornando a quel ruolo di narratore che assurge anche al ruolo di mediatore; nel momento più critico della sfida, quando Otake minaccia di abbandonare la sfida, poiché troppo fiaccato dalle snervanti pretese del maestro, Kawabata riesce a farlo ragionare. Come? Con una semplice constatazione:

“La partita del ritiro coincideva con il passaggio a una nuova era, un’epoca di rinnovamento e rivitalizzazione del mondo del go. Interromperla a metà significava arrestare il flusso della storia. Con questa enorme responsabilità sulle spalle, avrebbe forse voluto far prevalere su tutto i propri sentimenti e le proprie ragioni?”

Naturalmente Kawabata vuole allargare la sua riflessione oltre il mondo ludico, evidenziando come un homo novus non avesse quella necessaria fermezza d’animo per bloccare l’incessante flusso dell’esistenza umana. Il timore per il nuovo che avanza fu una costante dello spirito nipponico; basta fare un balzo nel passato ed osservare la stasi shogunale dell’epoca Tokugawa, un lungo sonno della ragione durato più di due secoli, una sorta di medioevo ellenico che fece dell’accidia un punto di forza e un punto di vanto. In realtà, più che sonno della ragione, sarebbe più corretto parlare di silenzio, richiamando il recente film Silence di Martin Scorsese, ambientato proprio in quegli anni oscuri ed immobili della storia giapponese, così bui che i samurai dovettero saccheggiare i campi dei contadini per trovare un senso alla loro nobile esistenza. Naturalmente quella del maestro di Go non è solo una cronaca di un momento storico, ma è anche una profonda riflessione sulla morte; sempre, però, con il dovuto distacco: quando si trova a dovere fotografare, per il giornale in cui lavora, la figura del maestro appena spirata, egli afferma:

“Un obiettivo non fa distinzione tra vivi e morti, tra le persone e le cose, non cede all’emozione e non conosce rispetto”.

Il rispetto è sicuramente assente da un altro capolavoro kawabatiano, ossia Mille gru, in cui si assiste ad una sorta di telenovela, condita con sakè e sushi, in cui succede di tutto: il padre di Kikuji ha due amanti, la Ota e Chicako; il padre di Kikuji muore, suo figlio seduce la Ota e sfugge dalle grinfie di Chicako; la Ota muore, Kikuji cerca di sedurle la figlia e forse la giovane Inamura; la Inamura si sposa, la figlia della Ota pure, Kikuji si dispera; la figlia della Ota non si è sposata davvero, è solo una maldicenza della rediviva Chicako, Kikuji sorride, la figlia della Ota si uccide, Kikuji piange, finisce il romanzo.

Quando si legge Kawabata, è bene tenere a mente una cosa: anche i maestri più grandi hanno scheletri nell’armadio. Quale sarebbe quello di Yasunari? Forse è l’aver, talvolta, sacrificato il suo enorme talento sull’altare dei romanzi da ragazzine. Non è certo un peccato meritevole di pena capitale, condanna alla quale i nipponici sono ancora molto gelosi. Tutto il senso di questo apparentemente frivolo romanzo può riassumersi in un breve e profondissimo estratto, profondo tanto quasi il pozzo in cui riflette, per 800 pagine, il protagonista murakamiano dell’Uccello che girava le viti del mondo:

“Il fatto che i figli ignorino il corpo della madre, da cui pure sono nati, reca in sé qualcosa di stranamente bello, come stranamente bello è il rivivere delle forme materne nel corpo delle figlie”

Citare Haruki Murakami non è certo casuale: una frase del genere potrebbe tranquillamente essere inserita nel suo capolavoro Kafka sulla Spiaggia senza che nessuno si accorga della anacronistica storpiatura. Come è possibile questo? In una società tradizionalista e repressa come quella nipponica, il sesso è un argomento che un grande uomo di cultura non può certo evitare. Diverso, naturalmente, l’approccio: se Murakami è intriso della cultura americana post 1968, spingendosi in ghirigori sessuali talvolta enigmatici, Kawabata, in quell’anno fatidico, era ormai ben vecchio, sebbene non così tanto da tenere un discorso apicale alla premiazione del Nobel. Dunque, a una prima lettura, il passaggio sopraccitato potrebbe sembrare foriero di cattive interpretazioni.

Naturalmente, non è così: Yasunari, con la sua delicata naturalezza e quell’esasperato naturalismo che richiama spesso Flaubert, ci dice, sic et simpliciter, che la cerimonia sacra del thè è guasta, corrotta e corrosa dai tempi moderni. Il sesso è legato alla cerimonia del thè e a tutte le sacralità del Giappone: delicate, sensuali, estetiche ed estatiche. Tuttavia, la sacralità del rito è ammantata da un’aura grande, ma non così grande da impedire l’ammorbamento da una figura negativa come quella di Chicako; una donna con sembianze androgine, con un fare intrigante e con una enorme voglia sul seno è quanto di più lontano ci sia dal modello nipponico di donna femminea, schiva e soave. Ecco la differenza colta dall’osservatore distaccato: la bellezza, esaltata con la corrente artistica Shinkankakuha, in cui:

“Non deve più essere il cervello a scrivere quella cosa è dolce ma deve esserlo la lingua”.

Ha sia un potere salvifico, se posto nelle mani rugose della tradizione, sia malefico, se posto in quelle vellutate della nuova borghesia rampante e moderna. Si tratta un atteggiamento un po’ ambiguo, così come lo fu partecipare nel 1934 al gruppo di discussione letterario istituito dal governo bellicista e il rivendicare allo stesso tempo la propria libertà poetica. Ma si sa, la coerenza non è cosa facile. Talvolta capita di bluffare per arrivare ai piaceri più alti, così come farà Eguchi, l’anziano non così anziano, che fingerà di essere un “ospite di cui si può essere tranquilli” per accedere e scrutare un occultato scenario di impareggiabile bellezza: la bellezza stessa.

“Le tende rosse di velluto ricadevano su tutte le pareti della camera. Anche la porta di cedro da cui Eguchi era entrato si doveva poter celare con una tenda. Richiusa la porta a chiave, Eguchi lasciò cadere la tenda e abbassò lo sguardo sulla ragazza che dormiva. Non fingeva, si udiva inequivocabile il respiro profondo di chi dorme. All’imprevista bellezza della ragazza, il vecchio trattenne il fiato”.

Ecco, la bellezza, quella che coronerà il suo momento apicale, il premio Nobel per la letteratura del 1968, in cui leggerà un discorso intitolato, non a caso, la bellezza del Giappone e io.

“Quando vediamo la bellezza della neve, quando vediamo la bellezza della luna, in breve, quando apriamo gli occhi sulla bellezza dei singoli momenti nel corso delle stagioni e ne siamo sfiorati, quando abbiamo la fortuna di venire a contatto con la bellezza, allora pensiamo agli amici più cari, allora vorremo dividere con loro questa gioia; insomma l’emozione della bellezza risveglia più che mai l’affetto delle persone”.

Ecco; questi amici, con cui condividere la bellezza, siamo noi, i suoi lettori e il mondo intero.

 

Michel Simion-L’intellettuale dissidente

 

 

Kazuo Ishiguro vince il Nobel per la letteratura 2017

il Premio Nobel per la Letteratura 2017 è andato a Kazuo Ishiguro con la seguente motivazione «nei suoi romanzi di grande forza emotiva ha scoperto l’abisso sotto il nostro illusorio senso di connessione con il mondo». Uno scrittore molto particolare che con Rushdie e Kureishi fa parte del gruppo di scrittori, di origini diverse, che ha dato un sostanziale apporto alla letteratura inglese più recente. L’apporto alla descrizione e l’attenzione al particolare tipico della letteratura giapponese si unisce alle novità e le “inclusioni” della letteratura inglesi: vive a Londra dall’età di 6 anni ed è ora naturalizzato britannico. Tra i titoli più famosi della sua letteratura, troviamo il bel “Un artista del mondo fluttuante”, Quel che resta del giorno”, “Gli inconsolabili”, “Non lasciarmi” e “La contessa bianca”, quest’ultimo non è un suo romanzo, ma sceneggiatura per il film di Ivory. “Se si mettono insieme Jane Austen e Franz Kafka, ecco in nuce Kazuo Ishiguro, a cui però va aggiunto un po’ di Marcel Proust. Poi si mescola un po’ ma non troppo, ed ecco i suoi romanzi”, ha aggiunto Sara Danius, segretaria permanente dell’Accademia dei Nobel.

Esiste una particolare categoria umana che partecipa alle sfide, ai tornei e alle premiazioni, come il celeberrimo Premio Nobel, che viene considerata per fatti e non per teorie come “gli eterni favoriti” (e mai vincitori). Ecco, nel caso del Nobel per la Letteratura, Philip Roth e Haruki Murakami sono certamente i più importanti: per il saggista e scrittore americano – autore di Pastorale Americana, Il Seno, Nemesi, Il grande romanzo americano e tantissimi altri – e per il nipponico, ogni anno sembra essere quello buono ma di fatto non avviene mai. In particolar modo Murakami ha 68 anni è considerato uno dei più apprezzati a livello mondiale, proprio come Roth, e tra i più famosi libri pubblicati troviamo Norwegian Wood, Kafka sulla spiaggia e 1Q84. Assieme al suo collega americano, sono stati anche quest’anno i favoriti per le quote dei bookmakers.

Il settimo romanzo di Kazuo Ishiguro, Il gigante sepolto, è uscito il 3 marzo 2015, pubblicato negli USA e nel Regno Unito contemporaneamente, dopo ben dieci anni di silenzio dello scrittore giapponese naturalizzato britannico. Si tratta di un romanzo mitologico che si rifà ai romanzi di Tolkien, ambientato nella Britannia del V secolo, popolato da orchi, draghi e giganti e condito, per la prima volta nella produzione letteraria di Ishiguro, da scene violente.

La scrittura di Ishiguro è lirica, essenziale, equilibrata, priva di orpelli ed eccessi, accogliendo luoghi comuni e vicende scialbe avvolte da una strana atmosfera irreale e calma. Nel 1990 Ishiguro affermò in un’intervista che se avesse scritto con uno pseudonimo nessuno si sarebbe accorto che era giapponese. Nonostante questo, non lo si può considerare uno scrittore tipicamente britannico: «Non sono del tutto come gli inglesi, perché sono stato portato qui da genitori giapponesi e vivevo in una casa in cui si parlava giapponese. I miei genitori non capirono da subito che saremmo rimasti qui a lungo e si sentirono in dovere a tenermi in contatto con i valori giapponesi. Ho un background diverso, penso in modo diverso, la mia prospettiva è leggermente diversa».

Il successo di Ishiguro è stato sancito anche dalla trasposizione cinematografica di alcune sue opere, come Quel che resta del giorno, storia del perfetto maggiordomo inglese in epoca vittoriana, il quale deve possedere autocontrollo, dignità, discrezione e competenza, che si snoda intorno al concetto del ruolo, del significato della dignità del ruolo e dell’amore che irrompe come elemento disturbante della perfetta esecuzione formale nell’esercizio dello stesso e che lascia un profondo senso di rimpianto. Originale ed ironico come il romanzo, il film di James Ivory è ricordato soprattutto per la straordinaria interpretazione di Anthony Hopkins, affiancato dall’altrettanto brava Emma Thompson. 

Anche La contessa bianca è diretto da Ivory e il cast, anche qui, è stellare: Natasha Richardson, Ralph Fiennes e Vanessa Redgrave. La storia narra di un ex diplomatico non vedente e disincantato verso il mondo che lo circonda, che decide di creare «La contessa bianca», club notturno nella Shangai del 1936, luogo in cui scollegarsi dall’ambiente prebellico. Il nome deriva da una vera contessa, russa, che per vivere fa la prostituta dopo essere fuggita dal suo paese natale a causa della rivoluzione bolscevica.

Non lasciarmi è il film più recente tratto dal romanzo di Ishiguro. È un dramma distopico su tre adolescenti – Kathy (Carey Mulligan), Ruth (Keira Knightley) e Tommy (Andrew Garfield) – che sono cresciuti insieme in un internato e che si trovano coinvolti in un triangolo amoroso. I ragazzi non sono altro che cloni creati con il fine unico di essere donatori di organi per pazienti gravemente malati. Il film di Mark Romanek è un thriller angosciante dall’atmosfera soffusa, metafora della tragedia umana che si arrende lentamente al proprio destino, fedele alle intenzioni dell’autore giapponese, che avvalendosi di un stile elegante e privo di contrasti, tipicamente nipponico, riflette sulle conseguenze della clonazione della pecora Dolly e sul progresso scientifico. A differenza del film l’intreccio del libro non è fantascientifico: la storia oscilla in un assurdo mare di irrealtà. I personaggi sono tratteggiati in maniera impeccabile, in modo che il lettore non si affezioni troppo a loro, i quali sono resi al meglio nei pallori del film di Romanek.

Indubbiamente un Nobel pienamente meritato, quest’anno.

 

Fonte:

Kazuo Ishiguro ha vinto il premio Nobel per la Letteratura

Yukio Mishima, strenuo difensore della bellezza e dell’etica giapponese

Yukio Mishima era nato il 14 gennaio 1925 con il nome di Kimitake Hiraoka. Era considerato già in vita uno dei più importanti e discussi scrittori giapponesi, sublime, romantico, estremo, forte di una notorietà internazionale derivante dalle sue posizioni radicali. Autore prolifico (scrisse 40 romanzi, tra cui ricordiamo:La foresta in fiore,  La dimora delle bambole, Confessioni di una maschera,  Sete d’amore, Morte di mezza estate, Una stanza chiusa a chiave, Una virtù vacillante, La casa di Kyōko), 18 testi teatrali, 20 raccolte di racconti, almeno 20 saggi e un libretto musicale e una sceneggiatura per film), era stato più volte indicato come un possibile candidato al Nobel per la letteratura, che venne vinto invece da Yasunari Kawabata nel 1968 e poi, in tempi più recenti, è stato vinto di nuovo da un giapponese, Kenzaburo Oe, solo nel 1994.

Il New York Times, in un ritratto del 15 settembre 1985 parlava così di Yukio Mishima: “non solo un concorrente perenne per il premio Nobel, ma, come Norman Mailer, [Mishima] si è anche ritagliato un posto permanente nella coscienza del pubblico con i suoi exploit teatrali sempre molto pubblicizzati: le sue apparizioni in film di gangster, la sua ossessione per il body-building e le arti marziali, le sue incursioni in politica e il piccolo esercito privato che aveva creato”.

Il giorno stesso in cui si suicidò a 45 anni, probabilmente una mossa pianificata da mesi, Mishima aveva terminato l’ultimo capitolo della sua tetralogia Il mare della fertilità, considerata la principale tra le sue opere maggiori. Aveva anche accantonato una somma consistente di denaro, con lo scopo di pagare la tutela legale dei suoi quattro aiutanti nel momento in cui si fossero arresi alla polizia militare giapponese. Uno dei quattro si suicidò immediatamente dopo che Mishima era morto.

Mishima: intellettuale decadente e nazionalista

Nazionalista e decadente, Mishima è stato accusato di essere un fascista e nostalgico, ma in vita si era più volte definito come apolitico e aveva invece perseguito un’estetica che univa elementi tradizionali giapponesi a tratti occidentali per realizzare quelli che chiamava “i quattro fiumi della mia vita”: la scrittura, il teatro, il corpo e l’azione. Secondo la critica, i temi principali dell’opera e della vita di Mishima erano l’omosessualità, la morte e la rivoluzione politica. L’autore aveva scritto a lungo anche su temi come i valori tradizionali dello sconfitto Impero giapponese e del rapporto fra erotismo e aggressione e tra erotismo e morte. Anche il suo esercito privato, composto da 100 giovani, per Mishima aveva un valore simbolico e non di reale forza militare: lo scopo era quello di difendere l’Imperatore e lo spirito della tradizione giapponese. Mishima si rifaceva all’etica samurai, la classe medioevale di guerrieri al servizio dei signori feudali, e auspicava un tempo di maggiore forza per il suo paese.

«Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! E’ bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! E’ il Giappone! E’ il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo». Disse.

 

La bellezza come esperienza tragica, tra richiami classici europei e greci

Sposato con due figli, Mishima ha creato quelle che secondo la critica sono alcune delle pagine più realistiche e vivide sull’omosessualità nella letteratura contemporanea. Considerato in Occidente principalmente come romanziere, in Giappone invece oltre che come saggista è anche studiato come drammaturgo. È stato infatti il primo autore contemporaneo a scrivere drammi per il teatro tradizionale Nō. Appassionato difensore della tradizione giapponese, Mishima viveva però in una casa di stile occidentale e studiava le tradizioni estetiche e letterarie dell’Occidente. I frequenti richiami al classicismo europeo, ai miti e all’estetica dei greci in particolare, ricorrono con elevata frequenza in tutta la sua opera.

Yukio Mishima si è spento in modo spettacolare ed è stato liquidato in maniera disonesta dagli addetti ai lavori, come un estremista nazionalista, un fanatico. Ma il Mishima “politico” non è altro che la sublimazione di quello “letterario”, l’uno senza l’altro non sarebbe esistito. Lo scrittore giapponese aveva una concezione tragica della bellezza e la viveva in maniera eterna ed eccessiva, come dimostra il romanzo Il Padiglione d’oro, dove l’autore si muove magistralmente nei meandri della mente dei suoi personaggi e in una cultura imbevuta di devozione.

Ma Mishima ha anche criticato aspramente il suo amato Giappone, quello moderno, in seguito all’influenza che Stati Uniti ebbero nella politica interna e a causa della sudditanza nei confronti delle Nazioni Unite, mettendo a repentaglio i valori tradizionali della cultura Giapponese, tra cui la sacralità della figura dell’Imperatore e la trasformazione delle usanze e dei costumi, dal Kimono al jeans.

Mentre il Giappone perdeva la sua identità e la sua autonomia (il nuovo Governo colluso con gli USA arrivò persino a decretare il divieto di insegnamento scolastico di geografia, storia e morale giapponese), Mishima creò nel 1968 un suo esercito personale, “la società degli scudi”,  e decise di liberarsi dall’americanismo e rifondare l’etica giapponese. Il suo progetto si concluse in perfetta coerenza con la sua estetica letteraria, nel suicidio rituale, il seppuku, la morte più bella ed onorevole per un samurai, per l’ultimo esponente della cultura nipponica.

Un gesto passionale, da esaltati diremmo, un quanto ci è culturalmente incomprensibile, soprattutto se pensiamo che oggi il Giappone fa parte a tutti gli effetti del sistema occidentale. In Mishima dunque non è riusciti o voluti andare oltre il suo nazionalismo. Per alcuni oggi Mishima è solo un becero e fanatico reazionario,un folle estremista. Tuttavia è bene sottolineare come il seppuku e l’harakiri, non hanno nulla a che vedere con le nostre (occidentali), per noi è una sconfitta, un crimine; in Giappone invece l’harakiri rappresentava l’ultima vittoria, il solo modo di salvare la propria integrità morale dopo un insuccesso, e proteggeva i valori più nobili del Giappone, vivificandoli.

Senza dubbio Mishima ci ha regalato pagine struggenti, intense, dolorose, un misto di candore e sessualità al contempo, trasmettendoci l’angoscia di chi deve indossare ogni giorno una maschera (Confessioni di una maschera), presentandoci la materia erotica e la seduzione in maniera celebrale, incrociando verità e menzogna (La scuola della carne), mostrandoci come la verità può essere raggiunta solo attraverso un processo intuitivo in cui pensiero e azione coincidano (Lezioni spirituali per giovani samurai).

 

Fonte: Il post-Marcello Veneziani

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