‘Vento Lupo e altre improbabili storie’ di Ugo Mauthe, 10 racconti che declinano la fantasia

Uno strano vento scende dalle montagne e ulula tra le case, esasperato dalla solitudine. Una cornacchia dispettosa mette in pericolo la missione di un misterioso equilibrista. L’invenzione della funzione standby porta scompiglio nella vita di coppia di On e di Off. Sono solo alcune delle storie di Ugo Mauthe, fantasiose e improbabili come lupi in città.

I dieci racconti che compongono il libro declinano l’irrealtà, di volta in volta su un diverso registro predominante. Oscillano fra la fiaba nera di Vento lupo (Ensemble 2020 e vincitore del Premio Officina), che dà il titolo alla raccolta e l’allucinata esperienza di vecchiaia e solitudine di Paglia nera. Migrano dall’epica impossibile e pacifista  di L’ultimo soldato ai sorprendenti risvolti della commedia amara di Zapping. Viaggiano fra due diverse sfumature di fantascienza con Zio Simmi e Un fatto misterioso. Toccano l’amore con l’eros tecnologico di On/Off e la favola sognante di Butterfly. Raccontano di strani incontri, come accade nella storia natalizia intitolata Un incontro e nell’ultimo testo della raccolta, Il tatuaggio.

In Vento Lupo, l’autore, pubblicitario con una lunga storia professionale come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione, dopo aver pubblicato sempre con Ensemble  Il silenzio non tace, Premio Conrieri, Premio Il Meleto di Guido Gozzano, Minuziosa sopravvivenza (Il Convivio Editore, 2018), una silloge poetica che ha ottenuto diversi riconoscimenti, e il romanzo Qunellis (Giovane Holden Edizioni, 2018), una favola nera post apocalittica e post umana, sembra chiedersi cosa sia la realtà e in cosa consista la verità dell’essere umano, catapultando il lettore in una dimensione visionaria.

L’irrazionale scherza con il pensiero in Vento Lupo, per rendere traslucidi, attraverso strade di riflessione diverse, l’essenza e i desideri di ogni essere umano. Probabilmente non viviamo la distopia che ci è stata promessa: non viviamo in un mondo di controllo assoluto da parte di internet e della tecnologia, semmai viviamo in un mondo dove si assiste ad un proliferare di nicchie sorprendenti. Non siamo in un romanzo di Orwell, sembra dirci Ugo Mauthe, ma nel mondo di Philip K. Dick, da cui l’autore sempre prendere spunto per raccontare il disordine ontologico di un mondo dove vero e falso si sovrappongono e confondono, realtà e fantasia si fondono, dove false realtà creeranno false creature umane, oppure falsi umani genereranno false realtà per venderli ad altri umani. Per questo le storie improponibili di Mauthe potrebbero non essere tanto improponibili, dato che la realtà che circonda l’autore non lo aggrada, e di conseguenza scrive, evadendo dalla realtà che vede, ma creandone un’altra parallela e facendo emergere l’invisibile che si cela dietro le nostre vite e la nostra quotidianità.

Vento Lupo si configura come una serie di racconti-ragionamento intorno alla realtà e al rapporto dell’uomo con la fantasia, all’abbandonarsi ad essa grazie alla quale la vita di ogni giorno viene vissuta con maggiore curiosità ed intensità. D’altronde come scriveva Alberto Savinio: <<Il verismo è il peggior nemico della letteratura. […] la letteratura non guarda al presente con l’occhio del presente. La letteratura conosce quello che il presente ignora. La letteratura dice quello che il presente tace. […] La letteratura è la Speranza Scritta>>

 

La busta dice di essere un uomo, l’uomo è lui. C’era già arrivata prima ma aveva perso il segno. “Quanto prima?” si domanda mentre dà un altro schiaffo all’aria, l’ultimo, per forza d’inerzia, perché ha speso tutte le sue energie per muoversi e non ne ha più per fermarsi. La busta dice di essere un uomo, l’uomo è lui, “allora sei tu che mi tocchi, mica un ictus o chi sa che malanno, mi vuoi male, cosa vuoi cosa sei venuto a fare, me lo dici eh?” (Da Vento Lupo)

 

Cosimo Argentina, scrittore irriverente e nostalgico: “La decadenza e il degrado fanno piangere, ma è sempre importante trovare il modo di ridere delle miserie proprie”

Lo scrittore tarantino Cosimo Argentina è un uomo generoso e sensibile, sebbene leggendo alcuni suoi libri si possa far fatica a crederlo, data la sua penna affilatissima, irriverente e cruda. Laureato in giurisprudenza con una specializzazione in criminologia, e dopo aver praticato l’attività di procuratore legale e giornalista a Taranto, nel 1990 Argentina si trasferisce in Brianza dove vive ed insegna Diritto ed Economia.

Esordisce nel 1999 con il romanzo Il cadetto edito da Marsilio, vincitore del Premio Letterario Edoardo Kihlgren Opera Prima e del Premio Oplonti. Nel 2002 con lo stesso editore pubblica Bar Blu Seves e nel 2004 il suo Cuore di cuoio edito da Sironi, selezionato per il Premio Bancarella Sport; poi è la volta di Maschio adulto solitario (Manni 2008), Beata ignoranza (Fandango 2009), Vicolo dell’acciaio (Fandango 2010),  Per sempre carnivori (Minimum Fax, 2013) L’umano sistema fognario (Manni, 2014), Le tre resurrezioni di Sisifo Re (Meridiano Zero, 2016) e Legno verde. Educazione sentimentale di un adolescente (Oligo, 2019).

Argentina è un fine narratore di storie dove i protagonisti sono “gli sfigati”, coloro che vivono nel degrado, collocati all’ultimo posto della scala sociale. Se Baudelaire ha saputo raccontare come nessun altro prima l’angoscia esistenziale, Argentina ci mostra tutte le sfumature del disagio sociale all’interno di quella sgangherata lotta di classe che in Italia vede la fazione dei ricchi (spesso indebitati e cafoni) scagliarsi contro quella dei poveri (quasi sempre rappresentati da chi povero non è affatto), rei di non voler fare nulla, di essere degli sfaticati che non soprattutto i poveri del sud. Questi ultimi, specialmente i tarantini sono patrimonio interiore di Argentina che li omaggia con uno stile grottesco e con una profonda empatia che non può non lasciare indifferente il lettore, il quale inevitabilmente si chiederà se nell’essere consapevole del degrado e della miseria umana e sociale si giunga al pianto dopo un riso amaro o viceversa.

Si avverte una certa nostalgia tra le pagine dei libri di Argentina, in primis per una letteratura che è stata ma che certamente è immortale, non a caso i punti di riferimento dello scrittore pugliese sono Conrad, Dante, Céline, Dostoevskij, Kafka, Pessoa, Cormac McCarthy, ecc, e per un sana provincia che non c’è più come si evince dal delizioso e malinconico romanzo Cuore di cuoio, dove il campo da calcio funge da metafora della vita, e per l’adolescenza che fu, spensierata e piena di sogni.

I libri di Argentina ci consegnano uno scrittore che non ama scendere a compromessi (“Chi legge le mie storie spesso capisce dove voglio arrivare e tanto mi basta” afferma) e che riesce a vedere il lato positivo anche nella tragedia, anche perché a volte l’essere umano non è trascinato nella tragedia dalle sue mancanze e disvalori, bensì dalle sue qualità come ci insegna Haruki Murakami.

L’universo di Argentina è costituito da visioni, realtà concrete, caos, paranoie, invettive, neologismi, contorsioni linguistiche, preveggenze, tenebre, ma anche ricordi, luce, sentimento. Senza dubbio tra i migliori e veri romanzieri italiani che la noiosa, prevedibile e markettara letteratura contemporanea nostrana è capace di offrire.

 

 

1 Lei ama definirsi narratore di storie. Qual è la differenza principale tra narratore e descrittore?

Il narratore, a mio avviso, deve avere per le mani una storia. Tutto parte dalla storia e dallo stile. Stile e storia fanno il narratore. Se non c’è questa base non si va da nessuna parte. Ecco perché un narratore dovrebbe iniziare a scrivere tardi, chessò, dopo i trent’anni come afferma Henry Miller. Questo perché prima deve vivere e immagazzinare storie da raccontare, altrimenti si limiterà a copiare le storie degli altri e i suoi diventeranno libri che imitano altri libri. Il narratore si prende dei rischi in quanto nelle storie che racconta mette inevitabilmente se stesso. Si mette a nudo e non ha paura di farlo. Lo scrittore descrittore invece è capace di scrivere su qualunque cosa. Puoi mostrargli una sedia e lui tirerà fuori pagine e pagine descrivendo ogni minuzia di quella sedia. È un professionista che è in grado di scrivere a prescindere da tutto. È un intellettuale, uno che può dire la sua in politica, finanza, società, lavoro, ecologia, farmaceutica, geografia…

2 In tal senso in Italia vede più narratori o descrittori?
I narratori si vedono alla distanza. Se le loro storie reggono devono essere leggibili da qui a cinquant’anni. Ci sono romanzi che invecchiano bene e diventano classici, altri che perdono valore col tempo. Quando venne chiesto a Marlon Brando cosa ne pensasse del film Il selvaggio che aveva lanciato una moda poi seguita da tutti i giovani ribelli del tempo lui rispose non mi piace perché è invecchiato male. Questo vale anche per i libri e i narratori. Perciò risponderò tra cinquant’anni. Gli scrittori descrittori sì, ce ne sono molti e alcuni molto bravi. Io non amo chi spacca il capello in quattro, ma devo ammettere che saper tenere la penna in mano è una dote che apprezzo sempre.

3 Chi sono i suoi punti di riferimento?
I grandi vecchi della letteratura mondiale. Sono loro. Ernest Hemingway, Ungaretti, Philip Dick, Boccaccio, Céline, Garcia Marquez, Dostoevskij, Kafka, quel pazzo di Dante Alighieri, Pessoa. Tra i recenti Tabucchi, Mario Rigoni Stern, James Ellroy, Cormac McCarthy, insomma quelli da cui si può sempre imparare.

4 Il primo libro che ha letto?
Corsa al Polo Nord. Un libro per ragazzi che mi aveva entusiasmato per via della gara tra Amundsen e Scott. E poi il fatto che il tecnologico perdeva e quello con la slitta tirata dai cani vinceva, non so, aveva un che di epico. Lo lessi in tre ore sdraiato sul letto dei miei in pomeriggio afoso. Poi sono passato ai racconti di Edgar Allan Poe e ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere. Leggendo Poe ho pensato: ehilà, questo mi mette i brividi e mi fa emozionare mettendo una parola accanto all’altra… mondiale!

5 Tre libri che l’hanno illuminata?
Fiesta di Ernest Hemingway per via dello stile. Anche una gita al fiume per pescare trote diventa poesia e poi lo scandagliare la psiche dei personaggi a quel modo. Viaggio al termine della notte di Louis Ferdinand Céline perché, lì c’è tutto. È per il Novecento europeo ciò che Moby Dick è per la letteratura americana e la Divina Commedia è per il mondo. Cuore di tenebra di Conrad perché è pieno di simboli e ogni simbolo è al suo posto e in poche pagine riesce a mettere in scena l’orrore, l’avventura l’esotismo e le forza che sono in gioco nella vita degli uomini.

6 In Maschio adulto e solitario e L’umano sistema fognario Lei raggiunge vette di grottesco davvero sorprendenti. La decadenza e il degrado umano fanno più piangere o ridere alla fine? Vede l’umanità senza speranza, scivolare in un vortice autodistruttivo oppure è un modo di guardare con distacco la miseria umana perché è l’unico modo di non disprezzarla totalmente?

A volte la realtà supera la mia immaginazione. Altre volte metto su carta ciò che ho visto come la tigre nel cortile di MAS. La decadenza e il degrado fanno piangere, ma è sempre importante trovare il modo di ridere delle miserie proprie e non solo. Le malattie, lì non ci sono santi, sul resto si può passare una verniciata di ironia. Di grottesca presa di coscienza. Non fa male a nessuno. No, quanto al disprezzo no. Come mi disse una volta Fernanda Pivano già il fatto che metti in scena una tragedia stai facendo una scelta e la stai omaggiando, quella tragedia, e ne stai prendendo le parti e cerchi involontariamente una soluzione alla vita. La Pivano mi disse che chi scrive è capace di amare anche laddove si è oltre il baratro.

7 Perché le interessa raccontare soprattutto gli ultimi della scala sociale? Qual è l’aspetto peculiare che li caratterizza e che risulta interessante ai suoi occhi?
Mi ci sono sempre trovato bene. Certo, se uno ha vissuto 57 anni sa bene che spesso ultimi e primi hanno dinamiche crudeli differenti ma assimilabili. Un ultimo vorrebbe passare al di là della barricata, senza dubbio, e poi magari comportarsi come gli aguzzini sociali che lo hanno tenuto alla catena. Ma io ho vissuto per strada e tutt’oggi i miei amici e conoscenti sono gente da fabbrica, alienati, gente che fa le pulizie in casa di altra gente, muratori che però conoscono a menadito Nietzsche, avventurieri che aprono locali che poi vengono chiusi in battuta dalle autorità sanitarie; gli ultimi, gli sfigati sono più simpatici. Hanno una genuinità che proviene dal non aver nulla da perdere. E hanno storie terribili da raccontare e uno che scrive è una spugna.

8 Come la prenderebbe se la accostassi a nomi come Palahniuk? Si sente di appartenere a quel modo di concepire la scrittura, cruda ed incisiva?
Fight Club mi era piaciuto, non tanto per la storia, troppo surreale, quanto per la scrittura, davvero efficace. È un accostamento che mi onora. La mia scrittura segue canoni che corrono su due direttrici: la storia che voglio narrare e l’onestà che ci metto nel momento in cui la racconto. Se devo scrivere “cazzo” lo scrivo e non cerco sinonimi improbabili. Uno non è che è tenuto a scrivere per forza. Se metto su pagina una scena di sesso crudele lo faccio e basta. Cose troppo letterarie mi disturbano. Io voglio scrivere quello che vedo e come lo vedo. D’altra parte c’è sempre una evoluzione e un cammino verso una scrittura sempre nuova che però mi permetta di conservare il marchio di fabbrica.

9 Cosa rappresenta la sua città natale Taranto, protagonista dei suoi romanzi e quanto l’ha condizionata?
Uno è ciò che è per via della famiglia che ha frequentato e i luoghi dove ha vissuto nei primi quindici sedici anni, sicché Taranto è roba mia, mio patrimonio interiore. E quindi condiziona il mio modo di pensare, ironizzare, agire. Pur avendo padre brindisino e madre bolognese io sono uno di Taranto. È il mio scenario ideale, soprattutto la Taranto degli anni ’70 ’80 e prima metà degli anni ’90. Oggi la riconosco di meno. Ma i tarantini sono sempre loro, la mia tribù preferita.

10 La massima di Gide per il quale per fare buona letteratura ci vogliono cattivi sentimenti sembra calzarle a pennello…
Bè, qui ti sorprendo perché quelli che mi hanno conosciuto mi hanno trovato una persona perbene. “Con quello che scrive”, mi dicevano “ci aspettavamo un orco”. Un ragazzo stava facendo la tesi di laurea in lettere sui miei romanzi e voleva avvicinarmi. Però gli avevano suggerito di non farlo perché io ero un bastardo e lo avrei preso a calci. Quando la sua fidanzata mi ha intercettato durante una presentazione e poi ha organizzato un incontro con il suo fidanzato si sono accorti che ero un pacifico insegnante di mezz’età. Però concordo che nel mettere in scena una storia bisogna bere il calice amaro fino in fondo e i cattivi sentimenti, a giocare la partita con sincerità, ci sono e vanno mostrati.

11 Perché secondo lei a volte molte persone sembrano “amare” sguazzare nel loro degrado? Mancanza dell’”appiglio trascendentale” o perché a volte tutti amiamo “sporcarci un po’”, scendere nel sottosuolo, per dirla alla Dostojevskji?
Non saprei. In me, ad esempio, c’è un po’ di autolesionismo. Ho conosciuto una ragazza a cui tenevo maledettamente. Ero molto preso. Ma al primo o secondo incontro le ho raccontato tutte le mie debolezze e quanto fossi sfigato e quanto ero negativo come persona e banale e mediocre. Lei era sorpresa perché aveva sempre avuto a che fare con uomini che soprattutto all’inizio facevano di tutto per apparire fighi, misteriosi, interessanti, attraenti. Poi c’è l’essere naturalmente disadattati. Io non ho mai incontrato una famiglia sana, totalmente sana. E poi scendere nei bassifondi a volte genera anche lo smarcarsi dalle responsabilità. E poi c’è il desiderio del suicidio. Un tossico, un tabagista, un ludopatico in fondo cosa vogliono se non farla finita?

12 Cuore di cuoio è un inno all’adolescenza spensierata spezzata da un morte prematura in cui prevale la tenerezza. Lei è nostalgico? Che rapporto ha con i ricordi e cosa ne pensa degli adolescenti di oggi?
Sì, mi dicono che essendo del cancro sono mammone e nostalgico. Ma uno che scrive dovrebbe ricordare ogni sasso che ha calpestato e, per dirla con Stephen King, ricordare ogni ferita. Io rivisito il passato spesso e volentieri. Il problema è che a volte lo faccio anche con gli altri. Domando dei vecchi amori, di come si amavano, dei lutti, domando se odiavano i genitori e cose così. L’adolescenza è terribile e al tempo stesso è un momento magico dove tu stai uscendo dal bozzolo. Io da insegnante dico che gli adolescenti di oggi sono troppo intubati nei social e nei telefonini. Troppo soli. Ma a parte questo riconosco in un quattordicenne ciò che ero io a quattordici anni e poi so che, ad ascoltarli, gli adolescenti hanno dentro tanta anima che un mondo distratto non sa cogliere.

13 Si autocompiace quando dice che a lei poi non importa più di tanto di vendere e di essere letto, di aver vinto, ad esempio, un Premio Strega?
No, è solo invidia, hai presente la volpe e l’uva? Però non sono disposto a snaturarmi, quello no, quello sarebbe scorretto innanzitutto verso me stesso. Scrivo le mie storie e il mio sogno è conquistare milioni di lettori vincere lo strega e il Nobel per la letteratura. Ma snaturarmi no. Non lo trovo giusto. Chi legge le mie storie spesso capisce dove voglio arrivare e tanto mi basta. Se invece che mille fossero un milione però, detto fra noi, farei un giro di campo a braccia sollevate.

‘Chicche di riso’, l’umorismo di Alessandro Pagani

Chicche di riso dello scrittore e musicista fiorentino Alessandro Pagani (editore “96, Rue de la Fontaine”) è una raccolta di 500 battute e/o freddure tra satira e comicità, tra umorismo e circostanze grottesche, in frasi, neo aforismi e brevi dialoghi, tutti da scoprire.

Con questo nuovo scritto riguardante il mondo della risata, l’autore ha voluto di cogliere i momenti di ‘imbarazzo’ che possono scaturire dall’ambiguità delle parole di tutti i giorni, in quelle situazioni paradossali che possono sembrare banali, ma che a volte non lo sono. Un modo semplice, ma non semplicistico, per non prendersi troppo sul serio.
Al termine del libro, come una sorta di omaggio al lettore, un breve racconto dal titolo Piccolo racconto onirico.

Come recita la prefazione scritta da Cristiano Militello (toscano come l’autore del libro), in “Chicche di riso” Alessandro Pagani, si mette nel solco dei Bartezzaghi e dei Campanile, passando per Woody Allen (la numero 499 avrebbe potuto scriverla tranquillamente lui). L’autore ci regala o, meglio, ci fa pagare il giusto, una valanga di freddure con predilezione per il calembour, anzi, ad esser precisi, per i metaplasmi, le metatassi e i metasememi.

La dimensione schizofrenica della realtà ci fa spesso dimenticare che esiste un luogo parallelo al tangibile, dentro una visione diversa delle cose, in una giustapposizione solo apparentemente incongrua tra ciò che è, quello che sembra e il fantastico opposto: il mondo surreale. Attorno al sottile confine fra oggettività e prospettive meno logiche, questa sfera è il territorio inconsueto dove inoltrarsi e incontrarsi per vedere il mondo da un punto di vista difforme, al fine di esorcizzarne gli effetti (e gli affetti) talvolta troppo gravosi per dominarne stereotipi ed eccessiva sacralità. Attraverso l’ironia, la satira, sarcasmo e ‘ingannevoli’ nonsense, il surreale sovverte ogni aspettativa sistematica andando oltre il raziocinio e la dialettica, servendosi dell’assurdo per innescare provocazioni, allusioni e paradossi più o meno espliciti, che oltrepassano l’ordinarietà. Le cinquecento frasi che seguono, oltre a sfatare luoghi comuni, personaggi reali e dell’immaginario collettivo, tentano di ridicolizzare la consuetudine sociale della monotonia quotidiana attraverso l’uso delle parole e con l’aiuto di situazioni umoristiche che tutti, almeno una volta nella vita, da protagonisti o spettatori, potremmo affrontare.

Chicche d riso è un libro leggero e divertente dedicato soprattutto a chi ha voglia di non prendersi sempre sul serio, chi vuole irridere sui paradossi e contraddizioni della nostra epoca, che però non manca di riflessioni intelligenti e acute sulla vita e sui modi di approcciare ad essa.

Intervista allo scrittore Davide Amante in occasione della designazione di Milano a città della cultura 2020

La città di Milano ospiterà a Ottobre 2020 il vertice mondiale delle città della cultura. Abbiamo chiesto allo scrittore Davide Amante, letterato e milanese doc, di spiegarci meglio questa iniziativa, il suo punto di vista sull’amministrazione della città e le opportunità che essa rappresenta. Milano è stata designata da 38 altre metropoli per aver agito nell’inclusione sociale, nella creatività, nella riduzione delle distanze tra centro e periferia, nell’impegno ambientale.

Incontriamo lo scrittore nel suo attico nel pieno centro di Milano, da dove già si ha una rappresentazione visiva imponente della città: dal Duomo di Milano alle antiche cupole delle chiese fino ai moderni grattacieli in vetro della parte più moderna della metropoli.

 

Lei è d’accordo con la designazione di Milano a città della cultura 2020?
Sì, certo. A mio avviso è una designazione meritata e importante per la città di Milano. Questa è una iniziativa particolare, voluta in origine dal sindaco di Londra, che è riuscita negli anni a coinvolgere oltre 40 metropoli del mondo fra le più attive e impegnate culturalmente. Quindi stiamo parlando già dell’eccellenza della cultura mondiale – così come viene espressa dalle città – e il fatto che Milano sia designata per il 2020 è ancor più significativo considerati i competitor. Va anche detto che è un network di metropoli che collaborano all’iniziativa, pertanto non si tratta di una vera e propria competizione ma piuttosto di portare avanti una comune sensibilità e attenzione al tema della cultura e della creatività, nel senso più esteso.

Perché è stata scelta Milano?
Perché Milano è vitale, esuberante, intensa. Qualche volta anche volgare come spesso accade quando c’è grande vitalità. Ma io vedo una Milano impegnata, che si muove in avanti con fiducia, generosa, portatrice di valori civici solidi, e che è in costante cambiamento. E dove c’è movimento, c’è sempre poesia.

Secondo lei l’Expo Milano 2015 ha determinato questa nomina?
No, non credo. E’ giusto citarlo come un volano perché l’Expo ha dato una grande e necessaria scossa a Milano, coinvolgendo tutti, anche gli scettici. E certamente questa spinta si è riverberata anche e molto sulla cultura. Ma la cultura e la creatività fanno parte di Milano da sempre nella sua storia e nonostante l’opinione un po’ superficiale e frivola che alcuni ne hanno di città che ruota intorno al denaro, chi la conosce davvero sa che Milano ha sempre viaggiato su coordinate culturali e creative di primissimo livello. La differenza semmai è che la città ha sempre voluto amalgamare l’interesse economico e il business con la creatività, e questo a mio avviso è giusto.
L’Expo 2015 ha forse messo in risalto, a livello internazionale, l’impegno di Milano nella cultura nel contesto di questi anni. Ma la cultura e la creatività di Milano sono ben altra cosa, vanno viste in un contesto ben più ampio. E questo senza nulla togliere all’amministrazione milanese che ha ben fatto a mio avviso.

La sua conclusione porta direttamente alla domanda successiva: secondo lei l’amministrazione di Milano ha aiutato ad ottenere questa nomina?
Sì, ritengo che l’amministrazione degli ultimi anni abbia ben fatto. Milano ha sempre avuto una tradizione di sinistra moderata che, senza voler entrare in discussioni politiche che poco mi riguardano, si è dimostrata operosa ed efficace. Trovo che l’attuale sindaco, con la sua squadra, abbia ben lavorato nell’interesse della città in questi anni. Penso che sia un buon momento questo per Milano, tutto considerato. L’attuale amministrazione e in particolare il sindaco Sala e l’assessore alla Cultura Filippo del Corno ne sono gli artefici.

Può spiegarci quali caratteristiche culturali di Milano la rendono meritevole di ospitare il Summit?
Milano è una città rinascimentale che a dispetto di quanto molti possano pensare, ha sempre messo in primo piano la cultura, l’arte, la creatività. In Italia c’è la tendenza a vedere la cultura e l’arte come qualcosa di costituito e completo, del resto le città d’arte e Roma stessa sono sature d’arte e purtroppo vi è spesso la tendenza da parte di molti a riconoscere come arte soltanto ciò che proviene dal passato e che è già stato riconosciuto da altri.

L’arte, al contrario, è innovativa, spezza le regole del passato per crearne di nuove, la vera arte non sta mai alle regole perché crea le proprie di regole, e quasi sempre è disorientante per i contemporanei che la affrontano la prima volta. Penso all’arte povera (di origine torinese ma immediatamente compresa e rilanciata soprattutto da Milano), penso alla Transavanguardia, la musica, la grande tradizione dell’editoria illuminata milanese purtroppo scomparsa, penso a quella moltitudine di artigiani specializzati e raffinati che hanno sempre trovato in Milano un cliente d’eccezione, disposto a spendere e investire, penso all’eccezionale fenomeno della moda stessa.

Dare a Milano quel ruolo di capitale finanziaria, sebbene tecnicamente sia comprensibile, significa non aver capito niente dei milanesi e delle famiglie milanesi. E’ proprio quando si ha la disponibilità finanziaria che si comprende che senza la curiosità, senza l’anima, senza il sogno a dare una direzione, il denaro non porterebbe da alcuna parte se non alla noia. Per questo motivo proprio in una metropoli ricca come Milano si può ben comprendere e più che altrove la necessità di circondarsi d’arte e cultura.
Milano è sempre stata rinascimentale nel senso che la cultura e l’arte – non quella del passato ma quella del futuro – sono sempre state nelle sue corde. Milano è una grande capitale della creatività e dell’anima italiana, spesso mai abbastanza riconosciuta per questo.

Lei è uno scrittore e sceneggiatore, come vede la letteratura milanese?
Quando non ci sono più i grandi editori disposti a rischiare e capaci di capire la letteratura, rimangono gli amministratori e le redazioni. Questi ultimi mi fanno pensare a un bell’articolo di Vitaliano Brancati ‘Il Borghese e l’Immensità’. La immagina la brava redattrice o il bravo redattore, o anche i bravi blogger, che si recano in tram al lavoro o che scrivono sui loro portatili, pensando al mutuo, alla spesa per il gatto, alla prenotazione delle vacanze e all’aperitivo, scegliere per la pubblicazione il testo di un grande scrittore, uno che sta cambiando le coordinate del proprio tempo, che ha viaggiato fino ai confini più distanti di se stesso e della vita? La immagina la loro sensibilità nel comprendere queste cose? La scelta dei bravi blogger e dei bravi redattori è quella che vediamo sugli scaffali delle librerie, una foresta di piccoli problemi rappresentati con piccole storie e una piccola competenza letteraria. Cèline li chiama i Goncourtisti con gli occhiali o senza occhiali, i professorini che fanno gli scrittori e così andare. Questa purtroppo è la tendenza della letteratura italiana contemporanea ed anche milanese. Ma i grandi scrittori non se ne curano. Scrivono i romanzi. A un certo punto anche i redattori si accorgono della differenza.

Come vede il ruolo della donna in questa Milano moderna?
Questa faccenda della parità nei ruoli e nei poteri di uomo e donna, la vedo del tutto fuori tempo, ridicola. Il problema non dovrebbe neanche più esistere e invece, purtroppo, c’è ancora gente convinta che via sia una qualche differenza qualitativa. Milano ha il vantaggio di essere concreta e moderna, guarda al risultato e di conseguenza sa bene che non c’è alcuna differenza. Anzi, preferirei semmai vedere più donne nei ruoli chiave che uomini, tendo a fidarmi più delle donne.

Lei vive in una area storica della città, come si vive nel centro storico?
La qualità della vita è alta e negli ultimi anni ho riscontrato una continua tendenza al miglioramento. Rispetto alle altre metropoli nel mondo Milano ha un equilibrio irripetibile. Riesce a mantenere un dialogo e una dimensione umane, pur correndo e lavorando sul piano internazionale. E’ un meccanismo raffinato che le altre metropoli, seppur a volte più efficienti, non riescono a comprendere. Io credo che si stia facendo molto negli ultimi anni per migliorare la città, sia da parte dell’amministrazione sia da parte della cittadinanza. Mi pare che molti abbiano compreso l’importanza di fare questo passo. E i risultati cominciano a vedersi.

Può spiegarci come funziona il World Cities Culture Summit?
Il World Cities Culture Summit è sostanzialmente un network di metropoli di tutti i continenti, che da un’iniziativa nata dall’allora sindaco di Londra, riunisce le città culturalmente virtuose che vogliano collaborare a realizzare policy comuni a favore della cultura. Questo Summit porta avanti un comune pensiero per cui la cultura e la creatività hanno un impatto determinante nella pianificazione e nella legislazione intorno alle grandi città. Ogni anno si organizza un summit appunto, un incontro programmatico fra i più alti responsabili di ciascuna città. Tutte le altre città concorrono ad eleggere la città ospitante ogni anno ed è chiaro che l’elezione avviene sul presupposto che questa città abbia dimostrato sensibilità e attenzione alle tematiche culturali e creative.

Quali opportunità può portare questa inziativa alla città?
E’ una ottima occasione per discutere le best practice milanesi in un’ottica di sviluppo della cultura e delle creatività. Non dimentichiamo che a Milano in particolare la cultura è sempre stata un volano economico importante, a cui volentieri hanno storicamente partecipato grandi imprenditori locali. In senso più ampio è il momento in cui da un senso alla produttività economica della città, redistribuendola attraverso la cultura, la creatività e le inziative culturali per creare nuovi stimoli e nuovi percorsi di cui si può avvantaggiare nuovamente tutta la città. E’ un circolo virtuoso in cui imprenditoria e cultura si tengono per mano, avvantaggiando tutti.

Secondo lei Milano in che cosa può migliorare, riguardo alla cultura?
Milano ha bisogno di più coraggio sui temi della cultura e della creatività. Il World Cities Culture Summit è un nuovo stimolo in questo senso. Se sapremo raccogliere questo stimolo, il coraggio di averlo fatto sarà ripagato, perché una città più colta è una città più pronta ad affrontare il futuro e a creare ricchezza

Addio all’intoccabile Camilleri, inventore di un non-siciliano originalissimo

Andrea Camilleri, scomparso oggi all’età di 93 anni, è stato un magnifico costruttore di trame, l’inventore di un non-siciliano originalissimo, un bulimico di vita, di letteratura, di sigarette. I sette nodi della sua personalità, e della sua letteratura.

Camilleri merita onori virtuosi e veritieri. Virtù per virtù (teologali e cardinali, come vuole la norma), accompagniamo il savio Andrea, vigoria dell’Italia che fu, negli altri mondi.

Fede. Comunista. Dopo una giovinezza, “come tutti”, diceva lui, sia onore al vero, fascista. A 14 anni scriveva la lettera al Duce per inabissarsi in Abissinia, più tardi fu antiberlusconiano. Salvini gli storpiava la bile. In un brutto libro, Esercizi di memoria, svelò che il commissario Montalbano era tratto dal profilo di uno zio Carmelo, commissario della Pubblica Sicurezza, “fervente fascista”. L’unica fede di uno scrittore, in ogni caso e in ogni modo, dovrebbe essere la scrittura. Da vecchio, fu l’Omero della sinistra, mentre la sinistra bruciava, come Troia.

Speranza.In Argentina tutti conoscono Camilleri, l’Italia è il Sud, il Sud da cartolina di Camilleri. “Non si scrive per pubblicare, ma per pesare le parole, le parole sono pericolose”, diceva la grande scrittrice argentina Sylvia Iparraguirre. Dillo a Camilleri, divo per acclamazione popolare, non c’è uno che non lo conosca.

Carità. Camilleri conosce i tempi teatrali. Per questo funziona. Non è un letterato, ma un uomo di teatro, una bestia scenica. I suoi libri, in effetti, si bevono come un drink, sono canovacci perfetti. Perciò, se volete la Sicilia, leggete De Roberto, Gesualdo Bufalino, Ignazio Buttitta. Camilleri crea una Sicilia da Cinecittà. Avrebbe potuto imporre Vigata in provincia di Cuneo arricchendo di cerea i romanzi e chiamando Gianduia il suo commissario. Avrebbe avuto successo gemellare.

Prudenza. Per prudenza, avrebbero dovuto evitare il doppio ‘Meridiano’ Mondadori, uno scialo meridiano, uno sciupio. Prudentemente possiamo dire che Camilleri era meglio come uomo, brioso e di vigorosa intelligenza, che come scrittore. Come scrittore, crebbe peggiorando. Uno degli ultimi libri, Conversazioni con Tiresia, è un arancino rancido: quando l’antico profeta dice che “non riuscii a staccare gli occhi dal corpo di Atena… fu guardando il suo lato B che ebbi la certezza che il mondo fosse rotondo e non piatto”, la facoltà immaginativa va al culo vintage di Edwige Fenech. Contestualmente, invecchiò in simpatia, il Camilleri: le interviste, sfiziose, spesso sono meglio dei romanzi, stucchevoli.

Giustizia. Giustizia ci impone di dire che letto uno (diciamo, due, tre), letti tutti. Montalbano non è Maigret e Vigata non è la Yoknatapatawpha del Sud Italia. Spesso la fiction è meglio dei libri, di viziata retorica. Per giustizia, va detto che basta Il birraio di Preston e Il ladro di merendine. Il resto è tempo rubato al meglio.

Fortezza. Letteratura come replica dell’uguale, disciplina del cliché. Fortezza. Stare nel fortino delle proprie attese. Camilleri è un logo, una indigestione di cassata. I suoi libri rassicurano, per questo sbancano.

Temperanza. Temperamento non certo temprato dalla sobrietà, gran parlatore e fumatore e poligrafo, Camilleri. Ha scritto moltissimo senza inibizioni estetiche. Né estremo come D’Arrigo né acuto come Sciascia, non si è posto il problema del male o del delirio umano attraverso la finzione, non aveva manie linguistiche né frizioni epiche. Si è divertito. Amen.

Camilleri è il prodotto perfetto per restituire una Sicilia di genere, lompo in luogo del caviale, un’isola da sarde a beccafico. Perfino la mafia nei suoi libri diventa un souvenir, come il carrettino o la coppola o il grembiule con l’effigie di Brando nei panni del Padrino. Fulvio Abbate

 

Fonte: https://www.linkiesta.it/it/article/2019/07/17/andrea-camilleri-scrittore-morte/42568/

 

 

‘Il cuore e la tenebra’, il nuovo romanzo sul trionfo della forza di volontà, di Giuseppe Culicchia

Il cuore e la tenebra è l’ultimo romanzo di Giuseppe Culicchia. Un romanzo del tutto differente dai suoi precedenti. Un testo corposo, che induce alla riflessione intrinsecamente difficile e complicata. Apre scenari e domande di grande spessore narrativo. Nulla può rendere meglio l’idea di questo testo, se non le parole stesse dell’autore in una nota a calce:

“Il cuore e la tenebra è la storia di un uomo che, non tollerando più il suo presente e non vedendo più alcun futuro, sceglie di rifugiarsi nel passato. Ma non in un passato per così dire di comodo. (…) no: lui sceglie il cuore di tenebra dell’Europa. Da artista e uomo di spettacolo, resta affascinato dallo “spettacolo”messo in scena da Hitler. Vedi Joseph Conrad in Cuore di tenebra. (…) Incapace di liberarsi dal senso di colpa che lo attanaglia dopo aver distrutto la sua famiglia, Federico Rallo si fa carico di una colpa ancora più grande. E’ il suo modo di chiedere perdono.”

Giulio, trent’anni superati da poco, viene raggiunto dalla notizia della morte del padre. Famoso direttore d’orchestra, si era trasferito anni prima a Berlino, dove era stato nominato direttore della Filarmonica. Ossessionato dall’esecuzione della Nona Sinfonia diretta da Furtwängler nel 1942 per il compleanno di Hitler, aveva costretto l’orchestra a migliaia di prove estenuanti per ripeterla identica. La rivolta dei musicisti e l’accusa di nazismo che ne era seguita avevano troncato la sua carriera. Sullo sfondo di una Berlino in costante mutazione, Giulio intraprende il suo viaggio per raccogliere i pezzi della vita di quel padre scomparso improvvisamente e che aveva visto così poco dopo che aveva lasciato la madre e lui e suo fratello ancora bambini. Tocca a Giulio occuparsi di tutto e, nell’appartamento berlinese, tra gli oggetti, i libri e i file personali, quella che piano piano prende forma davanti ai suoi occhi è una nuova immagine del padre, una nuova storia.

Per il protagonista del romanzo vive un travaglio incomprensibile, una dispersione nel nulla che non comprende e che lo sconvolge. Si rende conto di non aver mai conosciuto a fondo il proprio padre; è smarrito e quando apre il suo computer si trova davanti a file terribili:
“Apro il Mac .Lo schermo si illumina. Sullo schermo, tutto nero, leggo una frase: WIR KAPITULIEREN NICHT, NIEMALS. Noi non capitoleremo, mai. Poi ai quattro angoli dello schermo, quattro cartelle. La prima è intitolata NAZI. La seconda WORK. La terza FUN. La quarta KINDER. Ovvero …. BAMBINI. Oh mio dio. Vengo attraversato da un pensiero terribile”.

Una discesa negli inferi per comprendere. O forse no. Infatti:
“Fu quello l’istante in cui l’incanto del mondo si spezzò. (…) E come se continuando a leggere ciò che hai scritto mi inoltrassi nel tuo cuore di tenebra.”

Culicchia abbandona in parte l’ironia che l’ha sempre contraddistinto, ma ci guadagna in profondità. Il cuore e la tenebra è un’indagine sulla forza di volontà e il suo trionfo, sulla finitezza dell’essere umano, dentro i segreti di un padre che si rivela uno sconosciuto, è una storia d’amore (e odio) tra due generazioni, fa commuovere e fa sorridere, perché è davvero un romanzo pieno di cuore e, in un certo senso, anche di tenebra.

 

Fonte: https://www.qlibri.it/narrativa-italiana/romanzi/il-cuore-e-la-tenebra/

‘Gli egoisti’: l’opera postuma di Federigo Tozzi sull’ambiente letterario romano

Lo scrittore toscano Federigo Tozzi è un classico che gode di una paradossale fortuna: sempre più studiato, ma tutt’ora poco letto; ormai da tempo assurto nel canone (soprattutto grazie a Debenedetti e Baldacci), ma in forme particolarmente mosse e dibattute. Il che, certo, dipende anche dal carattere scorciato ed ellittico delle sue narrazioni, i cui vuoti, disorientanti per il lettore ingenuo, hanno variamente sollecitato la critica. Del resto, se classico è quell’autore che «non ha mai finito di dire quel che ha da dire», Tozzi lo è in modo particolare; anche perché, con lui, più se ne sa, e meno si può concludere; più si guardano da vicino i suoi testi, e più si rivelano nuovi spessori.

In tal senso anche un romanzo breve come Gli egoisti – forse minore, e certo dalla critica meno considerato – può costituire un valido terreno di prova: un testo ricco e problematico, sul quale sono stati dati giudizi dai margini d’oscillazione anche molto ampi, ma che, appunto, non smette di interrogarci. Scopo di questo contributo sarà dunque quello di metterne in luce alcune peculiarità stilistiche e narrative, muovendo dal testo e tornando al testo. Senza pretese conclusive, ma cercando di avvalorare gli spunti interpretativi con osservazioni d’insieme e primi piani. Gli egoisti sono un’opera postuma, non licenziata dall’autore e pubblicata per la prima volta nel 1923 (in un unico volume assieme a L’incalco, per le cure di Emma Tozzi e Giuseppe Antonio Borgese), sulla base di un dattiloscritto probabilmente composto tra il 1918 e il 1919, e sostanziosamente rivisto nel gennaio del 1920 (due mesi prima della morte).

Trama e contenuti del romanzo di Tozzi

Gli egoisti, ambientato in una Roma seducente e ingannatrice, ed imperniato sull’ambiente letterario romano, ha per protagonista Dario, un musicista di Pistoia trasferitosi a Roma in cerca di fortuna. Un conflitto interiore tormenta l’animo dell’uomo che spesso viene assalito dalla solitudine: Dario ama Roma e Albertina, ma entrambe sembrano respingerlo. Il rifiuto scatena in lui impulsi contrastanti che lo portano ad allontanare e detestare ciò che in realtà desidera. Vagando per Roma con gli amici nel vano tentativo di dimenticare le proprie delusioni, Dario riuscirà a far emergere i suoi più profondi sentimenti. Un grande libro, Gli egoisti, dove arte e vita si confondono tra spine indistricabili, in poche pagine, purtroppo poco capito e grande nella misura stessa in cui esso si salda con le origini prime della vocazione tozziana: il battesimo dannunziano.

Il carattere non definitivo della versione pubblicata e la discontinuità della sua gestazione sembrano riflettersi nella struttura profonda di questa opera. E questo non tanto perché la natura desultoria e scheggiata del narrare tozziano risulta qui quasi esasperata dalla suddivisione in sedici brevi capitoli così frammentati al loro interno da apparire come unità narrative, se possibile, più labili del solito. Ma piuttosto perché, nella stesura degli Egoisti, paiono essersi alternate intenzionalità, per non dire poetiche, diverse. Da un lato, infatti, con modalità che paiono muoversi nella scia di Con gli occhi chusi, buona parte del romanzo – secondo noi, quella migliore – persegue la rappresentazione (psico)drammatica, necessariamente ondivaga e sussultante, della nevrosi e della visionarietà del protagonista, alter ego di Tozzi. Dall’altro, nel finale soprattutto, sembra emergere un’istanza etico-ideologica che subordina la rappresentazione al messaggio.

Aspetti linguistici

L’ambientazione romana del romanzo, al di là della toponomastica, non comporta nessuna nota linguistica di colore locale; ma forse è responsabile del fatto che la componente toscana è qui meno rilevata che nei precedenti romanzi. Negli Egoisti, infatti, senesismi e toscanismi sono quasi del tutto assenti anche nel dialogato. E, in definitiva, si limitano ad alcuni tratti fonomorfologici (v. bevere, escire, leticare, riescire, smovere, torbo, ma soprattutto il verbo-insegna doventare, 11 occorrenze, sempre preferito a diventare) e a poche forme più accusate: crocchiolante (‘croccante, scricchiolante’), 15 diaccio, p. 458 (‘ghiacciato’), giomella, p. 476 (‘cavità formata dalle mani giunte’), rincincignare, p. 469 (‘spiegazzare’), rincalcagnato, p. 473 (‘ammaccato’), scrinatura, p. 453 (‘scriminatura’), stroppione, p. 459 (‘scardaccione’, nome comune del ‘cirsium arvense’) e trasaltare, p. 465 (‘trasalire’).

Quanto ai consueti effetti di relativizzazione e soggettivizzazione, essi si manifestano in forme ulteriormente insistite; come segnala l’accentuato ricorrere di come (con valore approssimante), forse, parere, sembrare e, soprattutto, di quasi e come se (comparativo ipotetico). I riscontri statistici lo dimostrano,18, ma basterebbe anche una semplice rilettura del primo capitolo per convincersene. È però nella resa degli stati allucinatori e visionari del protagonista che pare di poter cogliere il nucleo più originale degli Egoisti. Qui infatti il frantumato procedere della rappresentazione tozziana non solo ha luogo entro un quadro di estrema de-realizzazione, ma contempla anche nuove forme, ancor più destabilizzanti, d’incrinatura d’una dimensione narrativa tradizionale:

Ad un tratto, gli parve che la sua anima si mettesse a suonare; ma non percepiva distintamente nessuna musica; come se fosse stato profondamente sordo. Cercò d’ascoltare meglio: attese che una nota più bella si chiarisse; per poterla ricordare. Attese con ansia acre, quasi disperata. Ma, quella larva sparì; e non ne restò nessun segno. Pure, era sicuro di averla sentita! Ora, gli pareva d’essere in una piazza; dove non era stato mai; camminava a passi cadenzati, e una specie di fanfara, anche questa inespressa, lo faceva muovere come se danzasse. La piazza era grande e non finiva più; si allargava sempre; benché restasse eguale.
(cap. II, p. 459)

la narrazione degli Egoisti è tutta un susseguirsi di microeventi e un altalenarsi di stati d’animo contrastati, che si presentano come assoluti ed effimeri insieme. Al senso di una interiorità senza saldezza, che senza sosta si sfa e si trasmuta, si somma così quello di una realtà esteriore anch’essa in continua agonia e mutamento: colta, per lo più, nei suoi scollamenti e nel suo deformarsi; percepita come sul punto di cedere, pronta a fendersi e a richiudersi, ma sempre senza possibilità di rivelazioni o incanti durevoli:

Ma si fermò ad ascoltare un pino che si smuoveva; come se fosse stato per aprirsi quanto era largo il cielo. Allora, tremando tutto, non potendo più tenere la voce che non obbediva alla volontà, le gridò:

– Stanotte, scriverò la musica che io sento ora!
E, quando egli si fu calmato, senza che Albertina fosse riuscita a dirgli una
parola, tutta la notte era stellata, e il pino fermo e chiuso.

D’altronde la vita di un artista, di uno scrittore è anche questo. E Tozzi lo sapeva bene.

 

Fonte: https://www.academia.edu/10015153/2013_Gli_egoisti_di_Federigo_Tozzi._Appunti_per_una_rilettura

In ricordo di Giovannino Guareschi, cantore dell’Italia contadina e profeta dell’estinzione dei piccoli centri rurali, a 50 anni dalla morte

50 anni fa, nel luglio del 1968 scompariva lo scrittore Guareschi che, con i suoi romanzi, ha provato a fermare l’inesorabile incedere del tempo, delineando in tal modo un vivido quadro dell’Italia post-bellica. La campagna, il mondo rurale, luogo della sua infanzia, dei suoi ricordi fa da sfondo alle vicende del sindaco Peppone e del parroco suo rivale Don Camillo. Come Pasolini in Scritti Corsari, denuncerà con profondo rammarico, la guerra silenziosa mossa ai piccoli centri rurali profetizzandone l’estinzione. L’Italia contadina trova in Guareschi la massima esaltazione; egli conscio del profondo mutamento in atto, non ha altro mezzo se non la scrittura per mostrare ed eternizzare un mondo che, pur subendo il fascino e la forza prepotente della città, trova la fora per mantenere intatta la sua identità.

Quando per la prima volta il mondo si accorse di Giovannino Guareschi, si apprestava all’orizzonte il tramonto di un’era segnata dal sangue e della violenza e l’alba di una nuova, dai tratti più miti per quanto incerta apparisse, carica di fragili promesse di speranza e di pace. Gli animi, sgravati dal peso sciabordante della guerra, della fame e della paura, erano pronti a riconciliarsi con la civiltà perduta, che nel tetro labirinto della storia appariva sempre più come una lontana e transeunte meteora. La mente del popolo italiano attanagliata da tristi ricordi, languiva tra la povertà e la miseria, tra sorrisi amari e certezze devastate, e fu chiamata nonostante tutto a fare l’ultimo passo per il benessere e la salvaguardia del proprio paese. Si facevano spazio nelle loro coscienze, tra le macerie spirituali e sociali che il grande conflitto aveva lasciato, ideali di rinnovamento e venti di cambiamento che stormivano fra le antiche fronde del loro tragico passato.
L’Italia del dopoguerra è una nazione d’immagini d’effetto, di tensioni politiche, di lotte intestine, di divisioni sociali e religiose. Si assiste al passaggio di fase involontario da una consapevolezza tirannica ad un’altra, più decisiva per certi versi, che intaccò con minor o maggior intensità tutti i campi della vita quotidiana. Guareschi incarna questa transizione culturale più di molti altri suoi contemporanei. Figlio della bassa emiliana, il giovane scrittore con molta probabilità ereditò il gusto delle belle lettere dalla madre, maestra elementare nel piccolo paesino di Fontanelle, dove vivevano lui insieme ai suoi numerosi fratelli, coltivando al tempo stesso un amore legittimo per la vita campestre e il mondo agricolo. Già da fanciullo manifesta la sua indole polemista e riottosa, in concomitanza con il desiderio di sapere e di raccontare la miseria e le storture del suo tempo:

Io da giovane facevo il cronista in un giornale e andavo in giro tutto il giorno in bicicletta per trovare dei fatti da raccontare.[…] Nel mio vocabolario, avrò sì e no duecento parole e sono le stesse che usavo per raccontare l’avventura del vecchio travolto da un ciclista o di una massaia che, sbucciando le patate ci rimetteva il polpastrello.

Guareschi appartiene indubbiamente a quello che viene definito realismo fantastico, figlio del surrealismo e in stretta connessione con l’irrazionalismo novecentesco. Forse tale accezione indurrebbe a fraintendimenti se l’autore stesso non avesse escogitato un modo per eluderlo declinando la realtà fatalista di fondo che pervade i suoi scritti in una visione ironica e burlesca. L’autore della bassa, riversa i suoi giochi di parole, il suo disagio spirituale e il suo languore metafisico nell’arte del creare, dello stupire, nell’abbattere le sicurezze, le credenze e i luoghi comuni di Belpaese. Scrittore, giornalista, umorista, vignettista e caricaturista, abbracciò tutti i rami che l’arte del suo tempo potesse concedere. Dotato di una spiccata predilezione per lo scherzo e per la satira mordace, costituivano questi i dardi infuocati da scagliare contro a tutti coloro credeva meritevoli di tale trattamento. Il punto di svolta di Giovannino fu senza dubbio nel ’36, anno in cui riuscì a conquistarsi la grande Milano collaborando attivamene all’appena nato Bertoldo, giornale umoristico che Zavattini, conoscenza del periodo universitario a Parma, dirigeva e Angelo Rizzoli editò, dopo incertezze e litigi. Ma anche gli anni del Bertoldo passarono, la grande guerra infuriava e non risparmiò nulla, portando con sé morte e tribolazione inaudita. Dopo essersi arruolato, dopo lotte esangui e notti insonni, dopo il rifiuto di giuramento di fedeltà all’ex alleato tedesco, finisce in un campo di concentramento, prima in Polonia, poi in Germania dove resterà fino al 1945. Questa esperienza devastante sarà humus vitale per il Canto di Natale e il più intimista Diario Clandestino, allo stesso modo delle celebri Memorie di una Casa Morta di Dostoevskij, con l’unica variante che il primo fu scritto esattamente durante il periodo di prigionia nel lager.

A noi è concesso soltanto sognare. Sognare è la necessità più urgente perché la nostra vita è al di là del reticolato, e oltre il reticolato ci può portare solamente il sogno. Bisogna sognare: aggrapparsi alla realtà coi nostri sogni, per non dimenticarci d’esser vivi. Di queste inutili giornate fatte di grammi, di cicche o di miseria, la sola parte attiva, la sola parte vitale saranno i nostri sogni. Bisogna sognare: e, nel sogno, ritroveremo valori che avevamo dimenticato, scopriremo valori ignorati, ravviseremo gli errori del nostro passato e la fisionomia del nostro avvenire. Sediamoci fuori della baracca: proiettiamo le visioni del nostro desiderio sullo schermo del cielo libero e sogniamo (gli occhi bene aperti e la mente vigile) costruendo noi stessi la trama della vicenda immaginaria, soggettisti, registi, attori, operatori e spettatori del nostro sogno.

L’ira attonita dell’uomo qualunque, che impotente è vessato e offeso, temprato dalla conoscenza diretta col dolore, troverà la realizzazione concreta nel giornale satirico da lui ideato e diretto Candido, , dove la satira espressa tramite vignette umoristiche, assume un aspetto più sagace.

Ma è con la sbalorditiva saga del Mondo Piccolo, che Guareschi afferma la sua magistrale caratura letteraria. Ritratto sbiadito di una vita campestre, di un futuro colmo di disincanto e amarezza. Protagonista della storia è la bassa padana. Uno stralcio di terra che corre da Pavia a Mantova, da Bologna a Ferrara, attraversata dal Po. Squarci di terreno inondato da acque fresche e rugiada vespertina, antichi pioppi che gettano un’ombra lungo il cortile di vecchi casotti abbandonati alla decadenza mordace del tempo, stradine non lastricate che solcano immensi campi di margherite, di grano e di campanule che si perdono all’orizzonte e riempiono il cuore di una pace e una grazia ineffabile, sono testimoni di piccole e insignificanti storie comuni. Storie di uomini e donne, santi e dannati, impavidi e pusillanimi. Gente comune, gente che vive, una vita semplice e placida. Le storie di Guareschi sono il riflesso di questo mondo. Piccolo, antico, puro, incontaminato. Al riparo dalla violenza distruttrice dell’uomo moderno e dalla perversa insaziabilità del suo estro e del suo capriccio. Questo è lo scenario del mondo di Don Camillo e Peppone, uno scenario semplice che tuttavia, per Guareschi rappresenta la parabola esistenziale della sua narrazione. Una narrazione sostanzialmente ancipite, che vede contrapporsi in antagonismo l’eterno binomio parroco-sindaco durante tutte le brevi storie che compongono il ciclo. Ma un altro personaggio, volto a formare una trinità pragmatica coi primi due, è il Cristo vivente dell’altar maggiore, a cui è affidato il compito di aiutante critico, in una dimensione di riflessione e testimonianza interiore.

La sfiducia nell’uomo si tramuta in una fede cieca in Dio, il suo Dio, che è un po’ la voce dell’umana coscienza. Se in una prima analisi la piccola comédie humaine messa in piedi dallo scrittore si risolve su un piano caricaturale e ironico, dall’altro quando in gioco entrano valori universalmente validi e interessi collettivi, ecco che le due fazioni diametralmente opposte, convergono subitaneamente senza esclusioni di sorta. Quando subentrano principi come la capacità d’amare, il bene per la collettività, il rispetto e la salvaguardia dei deboli, ecco che lotte cessano e si prosegue, seppure lungo strade diverse alla medesima destinazione. L’opera possiede un carattere se non apologetico, tutt’al più moralistico, ma di quel tipo di morale invisibile poiché mascherata da uno spesso strato di verecondia. Guareschi si serve del primo per mostrare le miserie di un nazionalismo in rovina e dell’altro per mostrare gli effetti dell’incipiente insediamento politico. Non salva l’uno condannando l’altro come la critica letteraria ha a volte affermato, né l’opposto, ma sferza entrambi con la frusta dell’ironia e lo sguardo vigile e accesso del sarcasmo. Eppure liquidare l’opera di Guareschi come lo scontro perenne fra il burbero Don Camillo e il prepotente Peppone, fra Destra e Sinistra, sarebbe irrispettoso e ingiusto per un’opera del genere. Il contributo di Guareschi alla narrativa italiana si estende in direzioni molto più ampie. L’autore sposa l’idea dei contrasti, dei chiaroscuri, da manifestare visibilmente in ogni riga, in ogni parola. Come detto in precedenza, sul piano iconico-visivo, tramite l’elaborazione certosina di una paesaggistica quasi vivente, gli abitanti e quel mondo artificiale di cui fanno parte, si compenetrano a vicenda in un gioco di forza che tiene in equilibrio la struttura narrativa.

La bassa padana, da sfondo decorativo diviene epicentro delle vicende umane, incarna ossia, quel mondo piccolo che Guareschi conosce assai bene, che sente fin dentro le ossa e che consapevolmente descrive: un mondo con le sue leggi, con un suo ordine naturale, con una sua gerarchia sociale. E adesso vede il sovvertimento di questi dettami, vede violata l’intimità pacifica di questo mondo gentile da ciò che viene definita come modernità. Nel noto romanzo di Kafka, Il Processo, assistiamo ad una situazione analoga. Nella scena iniziale, due tirapiedi mandati dal tribunale irrompono una mattina, senza preavviso, nella camera del signor K. dichiarandogli la propria colpevolezza, minacciandolo mentre è ancora allettato e divorando finanche la sua colazione. La stanza in questo caso è emblematica di una dimensione intimista e privata in cui un’altra, estranea, fa breccia con irruenza dispotica neutralizzando ogni possibile difesa. Come Kafka, anche lo scrittore della bassa, sacrifica l’introspezione psicologica, per un’assoluta centralità dei gesti e delle azioni come indicatori degli stati d’animo e delle qualità delle relazione individuali. Ciò che Guareschi contesta, su cui polemizza è l’intromissione violenta nel suo piccolo mondo di quella forza infausta e demonizzante, che esplicita nel socialismo in particolare, e in generale con tutto ciò che possa negare o minare le fondamenta culturali della sua terra nativa. Espressione massima anche nel rapporto conflittuale tra metropoli e campagna, tra un’apparente conciliazione del moderno vivere con la tradizione popolare. Un rinsaldamento declinato nell’accettazione aprioristica dello sviluppo come un bene imprescindibile. Guareschi non rinuncia alla modernità, tuttavia la guarda con occhio critico e severo, percependone le tristi derive verso cui può condurre. Le delusioni sono state troppe, troppi i danni subiti. Il celebre filosofo tedesco Georg Simmel una volta scrisse:

Nella metropoli da una parte la vita viene resa estremamente facile, poiché le si offrono da ogni parte stimoli, interessi, modi di riempire il tempo e la coscienza, che la prendono quasi in una corrente dove i movimenti autonomi del nuoto non sembrano neppure più necessari. Dall’altra, però, la vita è costituita sempre più di questi contenuti e rappresentazioni impersonali, che tendono a eliminare le colorazioni e le idiosincrasie più intimamente singolari; così l’elemento più personale, per salvarsi, deve dar prova di una singolarità e una particolarità estreme; deve esagerare per farsi sentire, anche da se stesso.

Sono queste rappresentazioni impersonali, come Simmel le definisce, a spaventare Guareschi e a farlo stare in uno stato di perenne apprensione sul progresso che incombe voracemente sul suo mondo. Questo suo disincanto, non solo politico, ma anche sociale, economico e religioso, questa sua ilarità, quasi tragica per certi aspetti, si traducono in una presa di coscienza di sé e del suo compito in qualità di uomo, prima che di scrittore. Il popolo del mondo piccolo, concepito in una sfera d’azione essenziale e minimalista, richiede un linguaggio adeguato. Ponendosi dei vincoli espressivi, elaborando una grammatica elementare, una sintassi scarna e un lessico ristretto raggiunge un traguardo in termini di diffusione e comunicazione. Una prosa povera, asciutta, ma dotata di una grande eleganza espressiva. La ricompensa per un registro stilistico popolare, è sicuramente la diretta compartecipazione e attenzione mondiale, e non deve stupire quindi la lunga pluriennale fedeltà di un pubblico che nelle sue storie ha trovato, e trova tuttora, sempre qualcosa o qualcuno in cui riconoscersi o ritrovarsi.

Guareschi con la sua semplicità conquista ogni nazione, perché arriva direttamente alla gente, senza tanti giri di parole o frasi artificiose, ma con la spontaneità colloquiale di un compagno di cella. La semplicità di fondo, di questo autore, così come quella di molti altri, come Calvino o Tabucchi per citarne alcuni, non è istintiva, ma nasconde in realtà una complessità ideologica, di cui si apprezza l’originalità solo dopo una seconda lettura ed una profonda analisi. Dietro un resoconto quasi da cronista, c’è una ricerca spasmodica della più ampia comunicabilità possibile. Fra i capisaldi della poetica guareschiana v’è senza dubbio un’aspirazione di rivincita sociale. L’autore si rende conto che le posizioni politiche stanno perdendo consistenza, che non ha alcuno senso stare da una parte piuttosto che da un’altra. La sua è una intuizione anticipatrice, sintomatica di una capacità di analisi della società fuori dall’ordinario. Eppure, guardando le distese sconfinate della bassa padana, è in quei luoghi che la sua voce riemerge con forza. Lì il tempo sembra essersi fermato, le leggi fisiche che regolano l’universo sono in quella porzione di spazio inerme senza alcun valore, né podestà. Le impressioni che posti e paesaggi del genere suscitano nell’ignaro spettatore difficilmente si conciliano con ciò che il pensiero della globalizzazione ci ha abituato a credere. I ritmi sono lenti, le parole sospirate, gli amori come le stagioni passano senza destare timori. E in quell’istante, la natura si rivela, si riversa nel suo tacito clamore. Qui il miracolo più sorprendente, qui il prodigio più estasiante. Come William Shakespeare scrisse molto tempo fa:

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.

 

Angelo de Sio