‘La Maledizione dell’Acciaio’: il supereroe-saldatore di Oreste Ciccariello

La Maledizione dell’Acciaio è l’opera prima di Oreste Ciccariello, giovane napoletano, già noto al pubblico per la partecipazione ai programmi TV Made in Sud e Colorado con il trio Malinconici, che con questo romanzo si mette in gioco nelle vesti dello scrittore.

In copertina un supereroe con una maschera da saldatore anticipa il genere del libro. Si tratta infatti di un romanzo, una sorta di grafic novel in stile Marvel. La presenza di un supereroe fa presagire un nemico duro combattere: l’Italsider, il mostro d’acciaio di Bagnoli. L’opera è figlia della collaborazione tra lo scrittore e il duo comico Gigi&Ross. Una storia che nasce “dallo smisurato amore che proviamo per la città di Bagnoli” come hanno affermato gli stessi autori. Il volume è corredato da una toccante prefazione del Magistrato Catello Maresca. L’intento non era quello di pubblicare un libro d’inchiesta, bensì portare alla luce e far conoscere una pagina storica della nostra regione. L’Italsider di Bagnoli è stato un produttore di lavoro fino al 1993, ma anche una macchina seminatrice di devastazione e veleno a causa dei rifiuti tossici. E’proprio questo il “cattivo” che si cercherà di combattere nella storia, non da fuori, bensì dall’interno e con gli stessi poteri.

La Maledizione dell’Acciaio racconta la storia di Massimo Mancini, un bambino che ha il sogno di diventare calciatore. La sua famiglia vive nei pressi del complesso dell’Italsider, il luogo di lavoro del papà di Massimo dove tutti conducono una vita serena e spensierata. Ma ad un certo punto qualcosa cambia, il papà di Massimo muore per l’Asbestosi, la malattia contratta da la maggior parte dei lavoratori dell’Ilva. Questa tragica notizia cambierà la vita di Massimo per sempre: Massimo promette al padre che avrebbe combattuto, decide di appendere le scarpette al chiodo per dedicarsi alla medicina. Riesce ad entrare alla facoltà di medicina, si laurea. Accanto a lui la mamma, il fratello, la nonna e un sacerdote Don Peppe-chiaro omaggio a Don Peppe Diana-la fidanzata Laurea, medico anche lei. Riesce ad entrare nella commissione di bonifica, ma, quando tutto sembrava procedere per il verso giusto, succede qualcosa: un salto dall’ordinario allo straordinario: Massimo si ritrova ad avere dei poteri ed ora è pronto ad affrontare il mostro ad armi pari. Lo scontro è avvincente e sorprendente al tempo stesso.

Il romanzo, che richiama alla mente il film Lo chiamavano Jeeg Robot, è diviso in due parti: nella prima si racconta l’adolescenza di Massimo, nella seconda, si descrive un Massimo adulto e la sua “trasformazione” in supereroe. Oreste Ciccariello dimostra di essere un’abile penna, che sprigiona una forza allucinatoria: quasi per tutto il tempo il lettore entra nelle pagine del libro e sembra essere coprotagonista, partecipando agli eventi come se fosse davvero presente. La storia è davvero avvincente, avventurosa, coinvolgente ma allo stesso tempo straziante. La scrittura è semplice ma efficace, come la scelta di adottare la grafic novel: si tratta infatti di un genere che avvicina un pubblico trasversale. La Maledizione dell’Acciaio è un romanzo originale, un misto di realtà e fantasy che con leggiadria tratta di un argomento tanto delicato.

La mission del libro non è stata tanto quella di confezionare semplicemente la storia di un eroe che combatte contro la malvagità, bensì sottende un messaggio importante: ognuno di noi può essere un supereroe con un’armatura di coraggio e come unico potere, la forza di combattere e il coraggio di restare nonostante le circostanze avverse. Lo stesso coraggio che ha contraddistinto Massimo, quando decide di diventare medico, prendendosi l’impegno di agire, fare qualcosa di concreto, senza girarsi dall’altra parte. Sono questi i supereroi, gli eroi del quotidiano. In questo romanzo si narra nello specifico di Bagnoli, che fa da sfondo alla storia, ma potrebbe trattarsi di qualsiasi altra città del mondo cui c’è un “mostro” da combattere; perché come scrive Oreste Ciccariello “Se ci credi, tutto è possibile”.

 

‘La tentazione di essere felici’: la senilità secondo il napoletano Lorenzo Marone

La tentazione di essere felici è la terza prova narrativa del napoletano Lorenzo Marone, edito da Longanesi (che per un esordiente è un particolare non da poco) nel 2015. Il romanzo è stato pubblicato in nove paesi stranieri, nonché scelto da Gianni Amelio per la sceneggiatura del suo film. I segreti che il protagonista Cesare scoprirà sulla sua vicina di casa, ma soprattutto su se stesso, sono la scintillante materia di questo formidabile romanzo, capace di disegnare un personaggio in cui convivono, con felice paradosso, il più feroce cinismo e la più profonda umanità.

Chi si lamenta della vecchiaia è un demente. Anzi no, cieco mi sembra più azzeccato. Uno che non vede a un palmo dal proprio naso. Perché l’alternativa è una sola e non mi sembra auspicabile. Perciò già essere arrivato fin qui è un gran colpo di fortuna. Ma la cosa più interessante è, come dicevo, che puoi permetterti di fare ciò che vuoi. A noi anziani tutto è permesso e persino un vecchietto che ruba in un supermercato è visto con candore e compassione. Se a rubare, invece, è un ragazzo, gli danno, nel migliore dei casi, del «furfante». Insomma, a un certo punto della vita si apre un mondo fino ad allora inaccessibile, un luogo magico popolato da gente gentile, premurosa e affabile. Eppure la cosa più preziosa che si conquista grazie alla vecchiaia è il rispetto. L’integrità morale, la solidarietà, la cultura e il talento sono nulla di fronte alla pelle incartapecorita, le macchie sulla testa e le mani tremolanti. A ogni modo oggi sono un uomo rispettato e, si badi, non è poca cosa. Il rispetto è un’arma che permette all’uomo di raggiungere una meta per molti inarrivabile, fare della propria vita ciò che si vuole.
Mi chiamo Cesare Annunziata, ho settantasette anni, e per settantadue anni e centoundici giorni ho gettato nel cesso la mia vita. Poi ho capito che era giunto il momento di usare la considerazione guadagnata sul campo per iniziare a godermela sul serio.

Cesare Annunziata, un anziano di settantasette anni cinico, schietto, perspicace, ben consapevole degli errori commessi nella sua vita, un po’ menefreghista ma molto rispettoso delle scelte altrui, che è solito non giudicare.
Cesare, ormai vedovo da cinque anni, vive da solo in un condominio di un quartiere di Napoli dove tutti si conoscono. Nonostante l’età, ha ancora molta energia e non vuole quindi poltrire nella sua casa come invece fa Marino, suo amico dai tempi in cui i due lavoravano insieme: anche lui vedovo, si è invece lasciato andare alla malinconia e la sua massima attività è affacciarsi sul pianerottolo e scambiare quattro chiacchiere con Cesare ed Eleonora, la pettegola del condominio e soprannominata La Gattara.

È anche forse con l’intenzione di non impigrirsi e non solo perché è sempre stato un donnaiolo, che Cesare intrattiene rapporti con Rossana, una donna sotto i sessant’anni molto schietta, di professione infermiera ma che per arrotondare fa anche la prostituta. Nella vita del protagonista ci sono anche i due figli Sveva, primogenita più simile per carattere al padre, nel bene e nel male, e Dante, che con i modi dolci e la sensibilità ricorda invece di più la madre.
Con entrambi l’uomo non ha un rapporto sereno ed è consapevole che buona parte della colpa sia sua perché non è mai stato troppo presente durante la loro crescita: sposato all’idea del vivi e lascia vivere, si è sempre preoccupato più a pensare ai propri interessi che a seguirli nella crescita. Così ora da un lato c’è Sveva, rigida e scontrosa e che per vendetta gli rivelerà un doloroso segreto di famiglia, e dall’altro c’è Dante, ragazzo omosessuale che è riuscito a dichiarare la sua inclinazione alla madre e alla sorella, ma non al padre.
In questo scenario si aggiunge una nuova conoscenza, Emma, una ragazza trentenne che si è trasferita da poco nel condominio insieme al marito violento.

Contrariamente alla sua indole menefreghista, Cesare non potrà fare a meno d’interessarsi alla ragazza e, anzi, cercherà di fare tutto il possibile per aiutarla, perché ha capito essere coinvolta in un caso di violenza domestica.
Questa nuova situazione gli darà inoltre la scossa per intervenire anche nella vita dei figli. I due dapprima non accetteranno questo suo improvviso cambiamento, Sveva soprattutto, ma poi resteranno positivamente impressionati da quanto invece Cesare abbia ancora da dare…
In un crescendo di eventi che coinvolgono sia la sfera familiare del protagonista che tutte le sue conoscenze all’interno del condominio in cui vive, Lorenzo Marone ci porta con maestria ad affrontare con delicatezza e freschezza diversi temi attuali, come la violenza domestica, l’omosessualità, il rapporto con i figli.

Una lettura trascinante e divertente per la verità dei personaggi. Un libro che racconta la senilità, ma, come ha notato Bruno Quaranta per La Stampa, c’è senilità e senilità. Chi, come lo sveviano Emilio Brentani, «traversava la vita cauto, lasciando da parte tutti i pericoli ma anche il gradimento, la felicità». E chi, come Cesare Annunziata, settantenne si spalanca alla Tentazione di essere felici, a «un mondo fino ad allora inaccessibile».
Ecco la confessione di un anziano che non vuole «assomigliare a un anziano». È in primis un gineceo, l’humus di Cesare Annunziata. Fra rose non colte (grazie irraggiungibili, che nelle estreme ore resuscitano, si riaffacciano), una moglie che gli ha lasciato in eredità la spina di un tradimento, la malafemmina-amante, la gattara («…una di quelle vecchine che incontri per strada col loro bel piattino di carta, rintanate tra le auto in sosta….»), una «ministangona dai capelli patinati», vicina di pianerottolo, maltrattata dal compagno, eppure depositaria, per il suo prossimo, sempre, di un salvifico «pizzico di gioia». Di figura in figura, di rendez-vous in rendez-vous afferrando la verità: «La vita credo sia donna: quando deve evidenziare un tuo errore, non usa troppi giri di parole».
È un racconto benedettamente tradizionale, La tentazione di essere felici. Una sentimentale promenade verso l’ultimo giorno, ma impermeabile infine all’incenso, sensibile invece, di tanto in tanto, all’autorale compiacimento proprio di chi ha identificato il pezzo di legno ad hoc da modellare.
Di fronte alla parabola di Cesare Annunziata come non riandare al salotto di Sommerset Maugham, dove, del romanzo, «non se ne parlava dal pedantesco punto di vista letterario. Quei sottili conoscitori del cuore umano, quegli uomini esperti, qual più qual meno, della vita e delle passioni, non vedevano nel romanzo che un problema umano. Nulla più, non è forse tutto?».

 

 

http://www.orlandofurioso.com/libreria/scrittori-famosi/5647/la-tentazione-di-essere-felice-di-lorenzo-marone/

Antonio Villani: Uguale e contraria

Diverse storie si intrecciano nei dieci racconti dello scrittore campano Antonio Villani, che vanno a comporre l’opera dal titolo Uguale e contraria, già autore di Ballate Egoiste.

La prima pagina di Uguale e contraria ci catapulta in un bordello dove tre donne si prodigano per il benessere fisico e probabilmente anche mentale di sfortunati che hanno trovato il modo più dolce  ed efficace per alleviare le loro pene quotidiane. All’inizio la sensazione è quella di trovarci in una casa di appuntamenti non facilmente collocabile in un’epoca ma poi, le turbe dei protagonisti, ci ricordano di come sia il nostro mondo contemporaneo ad aver bisogno di certi vecchi escamotage. L’orgasmo, come la vita, può durare il tempo di una sola sigaretta.

La protagonista della seconda storia è Veronica Puopolo con il suo incontrollato desiderio di maternità che si trasforma in un gioco pericoloso in cui si invertono le parti e non si sa più chi è il malato e chi il sano, nel senso più freudiano della questione. Forse la linea tra normalità e anormalità è solo troppo sottile. Forse non è semplicemente una questione di ruoli.

Così, ancora una volta, nell’episodio di Angelo che finisce per essere ritrovato in ascensore, l’anomalia si scontra con il modus vivendi degli altri, quelli che reagiscono alla diversità con il solito stupore di chi non si aspetterebbe mai si possa comunicare in maniera differente. E il neotomismo è la parola chiave, quella che aprirebbe mille porte se la gente non si lasciasse spaventare dal condizionale, appunto.

Un ruolo molto più divertente è quello affidato al  presunto scrittore di successo Mirko del Gaudio,  osservato nel suo pavoneggiarsi in libreria. Calato perfettamente nel ruolo dello sciupafemmine (o forse dovremmo dire sciupa-fans), il pavone non se ne fa scappare una di occasione. In fondo, è un sistema, quello del dare-avere che conosciamo tutti e che lascia quelli meno svegli con l’amaro in bocca.

Meno amara, invece, la vita di Don Gerardo Petrella, tutto ruotata attorno alla protesi oculare di un certo Hyeronimus Fuente, un occhio vigile e, a suo modo ingombrante che sembra non voler mai lasciare le mani nelle quali finisce. Perché mai? Avrà forse dei poteri quest’occhio scintillante?
Perché Don Gerardo pensa bene ti lasciarlo in eredità proprio a colui che a ”certe cose” proprio non ci vuole credere?

Avvincente il racconto di come quest’occhio influisca sui pensieri di chi, sempre meno ignaro, con rispetto lo costudisce. Ed è grazie proprio ad Hyeronimus Fuente che il nostro scrittore potrà continuare a stendere il suo romanzo Un prete’; in seguito a questi accadimenti che hanno un po’ il sapore della religione e della superstizione, un po’ ci trascinano con lui, in chiesa come in strada ma sempre con quell’occhio a portata di mano, sempre con Hyeronimus in tasca.

A fare da sfondo a queste ultime ingarbugliate vicende è sempre la città di Napoli, la città esoterica per eccellenza, a mio avviso. C’è Napoli nei volti ben descritti di chi tace e acconsente. C’è Napoli nella curiosità che non muore e che splanca porte nelle cripte e possibilità impensabili. Don Erasmo è probabilmente l’emblema di un popolo che sa come attaccare e come difendersi ma che soffre sempre e comunque per volere di terzi e imposizioni dall’alto.

Serena e Fausto sono invece i due, potremmo chiamarli anche ”amanti”dell’ultima storia, molto più umani e molto meno religiosi,  che inscenano il solito teatrino dei traditori che tentano in tutti i modi di assolvere se stessi. La storia si chiude con un cric stretto nella mano di chi chiede vendetta, mentre i loro volti vengono illuminati da una fastidiosa luce, forse quella del senso di colpa.

Uguale e contraria è un romanzo divertente, ”intrigante”, a metà tra sacro e profano.

Giovanni Artieri, ritrattista di Napoli, una Napoli ‘nobilissima’

Come ha giustamente evidenziato il critico Giovanni Titta Rosa, Napoli è la città italiana che può vantare più di ogni altra cronisti e storici del costume, rievocatori del suo passato glorioso e osservatori del suo presente. Il cronista napoletano, in genere, ha un amore elegiaco nei confronti della sua città, venato di un’affettuosa arguzia. Ne sono stati esempi lampanti Croce, Di Giacomo, Niccolini (storico di Vico e biografo dello stesso Croce), ma tra tanto amore per Napoli vi è indubbiamente lo scrittore e giornalista (ha collaborato con <<Il Mattino>>, <<La Stampa>> ed è stato vicedirettore de <<Il Tempo>>), Giovanni Artieri (Napoli, 25 marzo 1904 – Santa Marinella, 12 febbraio 1995) che, con Napoli nobilissima, titolo mutuato da Croce, proseguita con Funiculì funiculà, e con Penultima Napoli, ci ha offerto un ritratto della città e di alcuni personaggi della cultura e del costume napoletani.

Giovanni Artieri comincia con la scelta di diversi aneddoti napoletani da un tesoretto di 85 aneddoti già raccolti dal duca di Castelmola Salvatore Gaetani, autore delle’elegante Apud Neapolim. Degno di menzione è il racconto del Tormentoso idillio di Elisa e Salvatore dove la donna è Elisa Avigliano, ispiratrice, fedele fidanzata e poi moglie di Salvatore Di Giacomo. Il loro idillio non è solamente tormentoso ma patetico il cui contenuto si riverbera nelle parole della lirica giacomiana. Dice Artieri:

“L’amore del di Giacomo per Elisa Avigliano modificò spesso la natura e il modo del suo canto. Stavolta è lui stesso a soffrire: si vede che il suo spirito non genera più ariette miracolose di raggelata purità, o anche, quadri di rembrantesca violenza espressiva, visti, però, traverso la trasparenza di un cristallo. Stavolta il verso s’allunga, diventa ansioso; s’appoggia a cesure e si dilunga in echeggiamenti, reticenze, ritorni. Il poeta soffre le sue proprie pene d’amore perduto…”

Come ha affermato un’altra protagonista della cultura partenopea, Matilde Serao, Di Giacomo aveva la capacità di trasformare in poesia la piatta realtà: il poeta si è sposato a 56 anni anni con la trentasettenne Elisa, nel 1916, e in questa donna ha lasciato confluire tutte le donne della più fine lirica del poeta, aggiudicandosi il singolare privilegio di essere  al contempo una creatura di poesia e moglie di poeta. A differenza di Mastriani, Artieri non forza i toni quando si tratta di parlare della pazzia della moglie, ma si esprime in questi termini: “Elisa visse in una candida irrealtà fino alla notte tra il 14 e 15 giugno del 1962”.

Vi è un’atmosfera da belle epoque che anima il racconto come dimostrano le volute barocche tipicamente napoletane e congeniali al soggetto. Penultima Napoli  non manca di paesaggi, di descrizioni pittoresche e riflessioni di costume, tendenti al politico propagandistico. Memorabile la descrizione che Giovanni Artieri fa della celebre via Toledo.

 

 

Domenico Rea, il narratore di “Nofi”

A vent’anni dalla scomparsa di Domenico Rea (Napoli, 8 settembre 1921 – Napoli, 26 gennaio 1994), scrittore e giornalista italiano, la figlia Lucia ha scelto di dedicare al padre un sito internet; non un convegno, non un tout court, ma un archivio online per mantenere vivo il suo ricordo. Non possiamo di certo parlare di un’operazione esaustiva data la mole della sua produzione e forse sarebbe anche riduttivo limitarsi solo ad essa per ricordare il noto scrittore. Per tale motivo e soprattutto grazie alla facile consultazione, il sito vuole offrire al lettore un’idea generale del pensiero di Rea, descrivendo non solo la sua vita e le origini, ma i motivi che hanno spinto l’autore a cimentarsi in questo campo; una sorta di esempio dunque reso più interessante anche per l’inserimento di una sezione in cui si dà voce all’autore stesso. Il tutto ovviamente è facilitato da alcune foto personali e, come si sa, un racconto attraverso le immagini in Internet seduce e attira l’attenzione.

Domenico Rea nasce a Napoli l’8 settembre 1921, è stato ribattezzato dalla figlia come “narratore di Nofi” (appellativo con cui egli stesso si definisce in un’intervista rilasciata a Corrado Piancastelli nel febbraio 1975, indicando così la sua città, Nocera Inferiore):

“Come ti nacque l’idea di chiamare Nofi Nocera Inferiore? A quindici anni, quando scrissi il mio primo racconto, mi venne fatto di scrivere, invece di «C’era una volta a Nocera Inferiore… », «C’era una volta a Nofi…». Non saprei dire le ragioni motivazionali per cui si verificò questa sostituzione. Forse per non avvertire il peso di un nome di città così lungo e composto. Ma c’è un’altra versione di cui mi compiaccio. Nofi era il nome di un regno dall’orizzonte illimitato. Nocera un’identità storica, la rivale della Pompei romana, una terra di conquista di Annibale, una campagna ubertosissima ben segnalata da Luigi Einaudi. Nofi era invece una terra mia in cui qualche volta i protagonisti rassomigliavano a quelli realmente incontrati, conosciuti e frequentati di Nocera Inferiore”. (http://www.domenicorea.it/perche-scrivo/dallintervista-di-corrado-piancastelli-a-domenico-rea/).

Nato in una famiglia semi-analfabeta e povera, ultimo di tre figli (dopo le sorelle Raffaella e Teresa), nel 1924 Domenico Rea si trasferisce a Nocera Inferiore, paese dell’entroterra vesuviano e luogo d’origine di suo padre (lui ex carabiniere e la madre, Lucia Scermino, una levatrice). Trascorre un’infanzia “libera”, così come lui stesso ama definirla, impiegando il suo tempo nelle campagne di Nocera, correndo scalzo con gli amici, rubando frutta e verdura.
Nonostante la sua predisposizione all’italiano e alla geografia, dopo la licenza elementare abbandona la scuola, seguendo così il suggerimento degli insegnanti e successivamente lascia ogni tipo di studio per motivi economici. Fondamentale però si rivela per lui la lettura di un libro ritrovato per caso in soffitta e appartenuto alla sorella: Il viaggio intorno alla vita di Pierre de Coulevain. Letto da Rea con difficoltà, viene ritenuto infine incomprensibile, al punto che il suo amico Osvaldo, per invogliarlo e facilitargli così la lettura, gli fa recapitare a casa un vocabolario. Rea inizia a leggerlo e cercava di memorizzare quante più definizioni possibili, destandosi in lui una sorta di avidità del sapere.

In seguito, recatosi in una delle tante fiere, riesce ad impadronirsi di due libri: Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis e le Operette morali di Giacomo Leopardi. Proprio tali opere danno l’avvio al periodo creativo del nostro Domenico Rea. Scrivere diventa per lui un qualcosa di vitale al punto che nel 1939, a soli diciassette anni, partecipa ad un concorso letterario bandito dalla rivista <<Omnibus>>, diretta da Leo Longanesi, con il racconto È nato; non vince il concorso, ma Longanesi è colpito dal talento del giovane napoletano e lo invita a continuare a scrivere.

Nel 1944 si iscrive al PCI e diventa segretario della sezione di Nocera. Inizia a frequentare il gruppo di giovani intellettuali che darà vita alla rivista <<Sud>>. Determinante è l’incontro con Arnoldo Mondadori e suo figlio Alberto, avviando con loro una sofferta corrispondenza che precede e accompagna le sue pubblicazioni con la grande casa editrice. Alla fine del 1947 Mondadori pubblica il libro di racconti Spaccanapoli, un grande successo di critica, ma non di vendite.
Nel 1948 esce il dramma Le formicole rosse (successivamente rappresentato anche teatralmente con discreto successo), mentre elabora un altro libro di racconti intitolato Gesù fate luce. Si tratta di opere che rimandano agli aspetti più umili e quotidiani della vita napoletana e del Mezzogiorno, nelle quali si confondono realismo e barocco. Nel 1958 è la volta del romanzo Una vampata di rossore, storia di una tragedia familiare e di un’agonia che si dilata per tutta la lunghezza del romanzo. Il libro non viene accolto come Rea spera, né dalla critica né dal pubblico e ciò provoca in lui una crisi. Il suo periodo di silenzio durerà molti anni finchè, nel 1965 vince il Premio Settembrini con una raccolta di novelle intitolata I Racconti.

Nel 1970 Rea diventa giornalista alle dipendenze del Centro RAI di Napoli e collabora a <<Il Corriere della Sera>>. Il libro importante di questi anni è Fate bene alle anime del Purgatorio è pubblicato ancora da Mondadori. Dal 1980, collabora assiduamente con <<Il Mattino>>, per la cui testata scrive alcuni reportage di viaggi. Il 1985 si può considerare come l’anno del suo ritorno: con l’editore Rusconi pubblica Il fondaco nudo, una rielaborazione di racconti e saggi degli anni precedenti. Infine vince il Premio Strega col romanzo Ninfa plebea.

Domenico Rea è stato uno scrittore irrequieto, gioioso e addolorato, ironico e drammatico, lontano dalla vita politica, non si è mai assimilato a nessuna corrente letteraria, sebbene tutta la sua narrativa possa essere considerata per certe sfumature, neorealista, trattando il disagio ambientale e le ingiustizie, ma certamente Rea non è né Silone Carlo Levi. In lui convergono classicismo, romanticismo (Boccaccio e Manzoni) e cultura partenopea (Basile, Mastriani, Imbriani).

 

‘I pesci non chiudono gli occhi’, di Erri De Luca

La voglia di crescere, di cambiare, quel desiderio di vedere il corpo maturare, trasformarsi; c’è tutto questo in I pesci non chiudono gli occhi dello scrittore partenopeo Erri De Luca.

“L’infanzia smette ufficialmente quando si aggiunge il primo zero agli anni. Smette ma non succede niente, si sta dentro lo stesso corpo di marmocchio inceppato dalle altre estati, rimescolato dentro e fermo fuori.”

Erri De Luca torna, nel 2011, con un romanzo edito da Feltrinelli, infarcito di frasi che sembrano poesia. Una musica che accompagna una dolce e amara malinconia, sembra attorniare queste pagine. Un uomo che torna indietro con la propria mente, la guerra, il dopoguerra, gli americani, i tedeschi, una città distrutta e un padre che cerca fortuna altrove. Ancora un’isola, probabilmente Ischia, dove De Luca aveva ambientato “Tu, mio”, dove trascorrere l’estate, tra enigmi da risolvere e due nuovi occhi da guardare.

Da quei cinquant’anni tutto è cambiato, tutto o niente. Quel bambino è ancora li, ricorda e sente, sente e ricorda. Vede ancora quegli adulti, conosciuti attraverso i libri del padre, nient’altro che “…bambini deformati da un corpo ingombrante. Erano vulnerabili, criminali, patetici e prevedibili.”  

Nelle parole di De Luca conosciamo un altro piccolo protagonista senza volto, siamo noi, è lui, siamo noi. Un’infanzia fatta di silenzi, di sguardi persi nel vuoto, in quella voglia di cambiare, di apportare al corpo quella trasformazione che la mente già sente sua, in ogni più piccolo centimetro di essa. Ma il corpo resta li, fermo, immobile, e allora resta da scegliere una strada da percorrere per forzarlo, quel cambiamento. Con una rottura dello stesso corpo, solo così, qualcosa, sarebbe cambiato.

Le parole scorrono con dolcezza, attraverso quella malinconia che ci riporta indietro ogni qual volta osserviamo i luoghi che hanno accompagnato la nostra infanzia, quei luoghi fatti di quegli attimi che ci hanno cambiato. E allora il bambino cambia, il corpo inizia la sua trasformazione, “forzata”; attraverso il sangue, le lacrime nascoste, prese di posizione di fronte ad una madre che non sa scegliere, che sembra aver bisogno dell’appoggio di un “bambino” di dieci anni per trovare le sue risposte. O è forse quel bambino, a sentire di doverle dare, quelle risposte.

Il romanzo, racchiuso nella sua dolcezza, ci parla di una storia ordinaria, ma indimenticabile. Poche parole, poche notizie, piccoli accenni, spesso brevi commenti. L’indispensabile per raccontare quei momenti che tutto cambiano.

E poi lui, quel sentimento che sconvolge l’animo, che lo riempie e lo svuota, che smuove dentro, che arricchisce con le sue mille ferite. L’amore, quel solo verbo, “amare”, che il bambino non riesce a comprendere. I grandi se ne riempiono la bocca senza nemmeno sapere cosa sia. Ma quell’estate anche questo cambia. L’ amore arriva e ha due occhi che, il nostro giovane protagonista non riesce a smettere di guardare.

“Ero rimasto immobile a guardarla. “Ma tu non chiudi gli occhi quando baci? I pesci non chiudono gli occhi.””

I racconti di quei momenti che riportano all’ infanzia, si alternano ai pensieri dell’uomo ormai divenuto adulto: lo scrivere di oggi, il salire su un palco a strimpellare la chitarra, la morte dei genitori, la mano di sua madre che posava tiepida sulla fronte, fino all’ultimo. E ancora la madre, che amava tanto gli scrittori e che lo amava, anche come scrittore. Spesso, quando qualcuno dei suoi libri le era particolarmente piaciuto, lo guardava e diceva “Aro’ sì asciuto?” (Da dove sei uscito). E lo stupore, accompagnato da un dolce sorriso, per quell’amore, per quel verbo che, ancora oggi, gli adulti non sono in grado di comprendere.

Lo scrittore si lascia andare ad un certo autocompiacimento, ma le pagine scorrono veloci. I pesci non chiudono gli occhi è nn altro libro da “divorare”, come tutti quelli con cui lo scrittore napoletano ci ha appassionato. E quella lingua, il napoletano, quella che anche chi non la conosce, non può fare a meno di amarla. E così, Erri De Luca, torna a Napoli, noi camminiamo accanto a lui, ascoltiamo quella musica dolce, quella malinconia che accompagna le nostre giornate, gli anni che passano, inesorabili, come il tempo che corre troppo velocemente. Ma a De Luca, come un dono, è stato fatto quel dono che si concede solo ai grandi scrittori. Lui lo ferma il tempo, il nostro tempo, quello passato: ai ricordi andati, rimasti in quell’isola dove, quel tempo da bambini, si fermava per imparare a vivere.

“Capivo all’indietro quello che succedeva dentro i libri, quando uno si accorge della specialità di un’altra persona e concentra su quella l’esclusiva della sua attenzione. Capivo l’insistenza di isolarsi, starsene in due a parlare fitto. Non c’entrava per me il desiderio, quell’amore chiudeva con l’infanzia ma non smuoveva ancora nessun muscolo degli abbracci. Scintillava dentro, mi visitava il vuoto e me lo illuminava.”