‘Arcipelgo Gulag’, il saggio di inchiesta narrativa capolavoro di Solzenicyn. Cos’è oggi il Gulag?

Arcipelago Gulag scritto dallo scrittore russo Aleksandr Solzenicyn sotto forma di saggio di inchiesta narrativa, tra il 1958 e il 1968, rappresenta spaccato di storia dolorosamente vissuta sulla Russia stalinista. Dal Circolo polare artico alle steppe del Caspio, dalla Moldavia alle miniere d’oro della Kolyma in Siberia, le “isole” del Gulag – l’organismo che gestiva i campi d’internamento nell’Unione Sovietica – formavano un invisibile arcipelago, popolato da milioni di cittadini sovietici. Nei Gulag è vissuta o ha trovato fine o si è formata un'”altra” Russia, quella di cui non parlavano le versioni ufficiali, e di cui Solzenicyn, per primo, ha cominciato a scrivere la storia. In un fitto intreccio di esperienze dirette, di apporti memorialistici, di minuziose ricostruzioni dove non un solo nome o luogo o episodio è fittizio, Arcipelago Gulag racchiude una tragica cronaca di quella che è stata la vita del popolo sovietico “del sottosuolo” dal 1918 al 1956. Un’opera corale che ha visto la luce per la prima volta a Parigi nel 1973. Solzenicyn è più che un scrittore, in Russia è un mito, un filosofo, rispettato tantissimo per le sue idee, per la sua inflessibilità e per il suo coraggio di scrivere sempre e comunque la verità.

Arcipelago Gulag è un’opera corale la cui versione francese recepisce sia le aggiunte e integrazioni apportate al testo dallo stesso Solženicyn nel 1980 sia i successivi interventi volti a esplicitare nomi e luoghi effettuati nell’edizione curata da sua moglie nel 2006.

L’opera è lunga (poco più di 1300 pagine), a tratti difficile per un europeo in quanto si rimanda a fatti o avvenimenti della storia russa (ci sono ovviamente note a fine libro) ma questo non rappresenta un ostacolo per la resa dell0opera che risulta avvincente e coinvolgente.

L’autore russo è coscienza della Russia, implacabile accusatore del regime comunista e di quello degli oligarchi e di Boris Eltsin, che lui definiva pseudo-democratico. E adesso sostenitore convinto della «democrazia guidata» appena trasmessa da Vladimir Putin a Dmitrij Medvedev.

Il grande scrittore premio Nobel per la letteratura, compiuti i novant’ anni molti anni fa, ha visto pubblicare la prima monumentale biografia (quasi mille pagine) letta e approvata dallo stesso ex recluso nei campi di lavoro e dall’ inseparabile seconda moglie Natalia. Lui è malato, quasi non può camminare e da cinque anni non esce di casa. Ma scrive tutti i giorni, cura la pubblicazione della sua Opera omnia e, soprattutto, continua a sparare bordate contro l’ Occidente, l’America di George W. Bush e coloro che criticano la politica del governo russo.

Così Solzenicyn descrive l’ossessione della scrittura, una ossessione che perde e che salva. Raccontando la storia, Solzenicyn vive “come in sogno”. Ogni gesto di scrittura, se grande, accade dal carcere, scavando il tempo dalle pareti, come i carcerati, gratificando le unghie.

Da dissidente a supporter del «suo» presidente e del «suo» primo ministro. Tanto da arrivare a difendere persino il passato nel Kgb di Vladimir Putin e a sostenere, lui che per anni è stato vittima dei servizi segreti, che «servire nello spionaggio estero non è una cosa che viene vista negativamente in molti Paesi».

La biografia scritta da Lyudmila Saraskina – per le edizioni Molodaya Gvardiya – è stata pubblicata a Mosca. Novant’ anni che coprono quasi per intero il «secolo breve», dalla nascita in una famiglia di ex proprietari terrieri subito dopo la rivoluzione (e in casa non si doveva mai parlare del nonno ufficiale zarista), alla partecipazione alla guerra come comandante di una compagnia di artiglieria. Il giovane Aleksandr era un comunista convinto, ma in una lettera privata criticò Stalin e finì nelle grinfie dell’ Nkvd, predecessore del Kgb. Otto anni di campo di lavoro e poi il confino.

Dalla sua esperienza in Kazakistan e in altri luoghi di «espiazione» nacquero i grandi capolavori. Una giornata di Ivan Denisovich, che raccontava la quotidianità dei lager, venne pubblicato durante il breve disgelo kruscioviano nel 1962 e fece un immenso scalpore. Giubilato Kruscev, il nuovo potere sovietico impedì allo scrittore di pubblicare alcunché e alla fine lo cacciò dall’ Unione Sovietica. Dopo che uscì all’ estero Arcipelago Gulag, la dettagliata analisi del mondo della repressione nata con Lenin e proseguita con Stalin, i tentativi di persecuzione continuarono. «Contromisure attive», come le chiamavano i ragazzi degli «Organi» repressivi.

La sua biografa ci racconta che Jurij Andropov, allora direttore del Kgb, era ossessionato dallo scrittore. Fece pubblicare in Italia e in Giappone un libro denigratorio scritto della ex moglie di Solzenicyn. Poi fece uscire sull’ Unità, l’ 11 luglio del 1975, una lettera della figlia del direttore di Novy Mir, la rivista che aveva pubblicato Una giornata di Ivan Denisovich. Dopo lo scioglimento dell’ Urss, il Vate riebbe la cittadinanza russa e poté tornare a casa dal Vermont, dove si era stabilito. Giunse in Estremo Oriente nel 1994 e attraversò tutto il Paese in treno, con migliaia di persone alle stazioni.

Ma ben presto il feeling con il Paese venne meno, anche a causa delle sue opinioni assai particolari. Profondamente antidemocratiche, le hanno definite i suoi critici. Anatolij Chubais, uno dei più brillanti tra i giovani riformisti degli anni Novanta (e tra i più criticati) ha detto: «Un odio simile verso la Russia moderna non l’ho visto nemmeno nei comunisti di Ziuganov».

Per un po’ l’ideale di Solzenicyn è stato il ritorno a una Russia agraria e religiosa. Poi, più recentemente, ha sposato la «democrazia guidata» di Vladimir Putin. Ha appoggiato le sue campagne contro l’ ingresso nel Paese della Chiesa cattolica e delle sette protestanti; se l’ è presa con l’Ucraina che ha accettato «l’abbraccio mortale dell’ Occidente e della Nato», che vogliono solo «accerchiare totalmente la Russia e farle perdere la sua sovranità».

Solzenicyn è morto 13 anni fa ed è diventato un’icona buona per le conferenze e i servizi in tv: d’altronde, chi ha oggi il coraggio di dire che il Gulag sono stati una azienda sovietica efficiente e che la sopraffazione è un atto buono e giusto? Così, leggiamo Arcipelago Gulag come la testimonianza di un tempo che fu. Ma non è oggi il Gulag, in un’altra forma, magari più sofisticata e sagace questo sistema di di frustrazione, smarrimento patente che viviamo? Cosa dire poi della Russia di Putin, del suo microcosmo oligarchico.

Già. Chissà cosa penserebbe oggi Solzenicyn di quello che sta accadendo in Russia, di Putin, di Navalny, degli scontri nelle piazze, dell’attenzione dell’Europa.

 

Fonte: Q-Libri

Addio al dissidente Eduard Limonov, scrittore e uomo in rivolta

Insopportabile, estremista, avventato, vagabondo, dissidente, avventuriero. Da qualunque punto di vista lo si veda, Eduard Limonov, classe 1943, scomparso lo scorso 17 marzo, ha fatto della sua vita un’opera d’arte, devoto alla rissa, coerente nella contraddizione. Soprattutto, Limonov è scrittore autentico, che scortica, disturba, che scrive dissipandosi. Reso celebre dal romanzo Il boia, libro di spericolata violenza, “scritto a Parigi nel 1982”, diceva lui, pubblicato nel 1986 dalla “casa editrice Ramsay, che temendo la censura mutò con imbarazzo il titolo in Oscar et les femmes”,  racconta, dietro il velo romanzesco, aspetti della vita newyorkese underground di Limonov.

Il boia narra di una vertiginosa ascesa sociale ed economica, alimentata da donne dell’upper class desiderose di essere sottomesse, tra noir e grottesco, segnata da due omicidi, in cui Oscar, “il boia”, trova nel sesso e nella dominazione sugli altri quel riscatto negatogli dalle ambizioni infrante. Limonov non giudica. Come se impugnasse una cinepresa, descrive in modo crudo e dettagliato le estreme pratiche sessuali e gli istinti ferini dei protagonisti di quel carnevale che è la vita mondana di New York, ragionando in maniera seria, da un punto di vista letterario, sul sadomasochismo.

Limonov è stato un piccolo delinquente nelle strade di Charkiv, in Ucraina, dove è cresciuto. Suo padre era membro dell’NKVD, antenato del KGB, ma la strada di Limonov era destinata a non incrociare quella dei suoi genitori. E così, tra una rapina e una rissa, Limonov trovava il tempo di scrivere e recitare poesie. In breve è a Mosca, dove inizia a frequentare un gruppo di letterati underground, costretti alla clandestinità dal duro regime sovietico.

Limonov ha una scrittura attraente perché insieme intima e gelida, figlia di una esistenza estrema, anticonformista e distante da ogni materialismo. Era stato in Italia in più occasioni e aveva raccontato il Belpaese con suggestioni folgoranti nel Libro dell’acqua (Alet), la sua opera più originale perché salda affreschi paesaggistici a sfumature sentimentali e passioni amorose. Descriveva con dettagli ora truci ora pieni di umanità l’Adriatico come il Tevere, Ostia e le lande pasoliniane o la Fontana di Trevi a Roma (tra il 1974 e il 1982), accompagnato dall’amata Elena Scapova (moglie che lo lasciò per diventare in seguito vedova di un ricco italiano).

Dall’Italia passava alla Moscova nella capitale russa, tinteggiata mentre sfilava in corteo con decine di giovani che sventolavano il vessillo rosso con al centro la Limonka, la bomba a mano a forma di limone, che diede il nome alla testata che dirigeva. In Italia era tornato con una certa frequenza negli ultimi anni, dopo la celebrità che gli aveva donato la biografia Limonov (Adelphi) scritta da Emmanuel Carrère, tra fiere del libro e ospitate nei circoli identitari (come Terra Insubre), per presentare Zona industriale (Sandro Teti). Politicamente la sua linea era tracciata in Drugaya Rossiya, manifesto dove coesistevano Julius Evola e Lenin, Drieu La Rochelle e Gorky.

I suoi partiti di matrice nazional-bolscevia, però non ebbero successo, anche se era apprezzato dalla giornalista Anna Politkovskaja, che ne elogiava il coraggio civile rispetto al conformismo filogovernativo (una costante in tutti i sistemi politici del nostro tempo). Considerava Putin, il presidente dei ricchi, e gli Stati Uniti d’America un piacevole inferno.

Uomo in rivolta, spregiudicato nel fare proprie le battaglie irredentiste più disparate corre il rischio di diventare icona pop, non solo per il suo abbigliamento da eterno punk e per la parlantina tagliente (in Italia solidarizzava con le forze sovraniste), ma soprattutto perché gli ha dedicato un post anche il cantante Fedez.

La vita di Eduard Limonov, è  stata un romanzo di avventure: al tempo stesso avvincente, nero, scandaloso, scapigliato, amaro, sorprendente, e irresistibile. Perché Carrère è riuscito a fare di lui un personaggio a volte commovente, a volte ripugnante – perfino accattivante. Ma mai, mediocre. Che si trascini gonfio di alcol sui marciapiedi di New York dopo essere stato piantato dall’amatissima moglie o si lasci invischiare nei più grotteschi salotti parigini, che vada ad arruolarsi nelle milizie filoserbe o approfitti della reclusione in un campo di lavoro per temprare il “duro metallo di cui è fatta la sua anima”, Limonov vive ciascuna di queste esperienze fino in fondo.

L’autorevole disincanto con cui ha parlato della Morte è la cifra della complessità umana e letteraria di Limonov: “è chiaro che abbiamo paura della Morte, tutta la nostra vita è segnata da questo appuntamento… pare che ci sia silenzio un attimo prima, Aldo Moro scrisse “se ci fosse luce sarebbe bellissimo”… penso che non si abbia il tempo di piangere, quindi le lacrime e le parole teniamole e usiamole adesso che siamo vivi, sono un dono, usiamole bene”.

Fonte

https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/cinema-e-spettacoli/1213175/addio-a-limonov-il-dannunzio-russo-lesteta-armato-e-i-suoi-viaggi-in-italia.html