Educare all’editoria: cosa deve sapere un autore sprovveduto

Nel 2009, l’autrice Livia Manera intitolò un articolo sul Corriere della Sera dedicato alle scuole di scrittura creativa “Le fabbriche d illusioni”. Lo scetticismo nei confronti di queste scuole di scrittura è spesso giustificato dalla grande abbondanza di truffe confezionate ad arte da abili imprenditori e/o ciarlatani dell’editoria che non hanno mai pubblicato una riga.

Allo stesso modo, è facile alzare il sopracciglio di fronte alle migliaia di “packaging” di servizi editoriali online, come agenzie letterarie fittizie e case editrici fasulle dal sito professionalissimo che vantano distribuzioni “nelle principali librerie online” e una selezione dei manoscritti rigorosamente basata sulla qualità del romanzo. Alcune case editrici o servizi di questo tipo chiariscono subito quanto lo sprovveduto autore debba sborsare per vedere i propri lavori corretti, editati o addirittura pubblicati. Altre realtà, ancora più astutamente, non propongono un contributo monetario per la pubblicazione da parte dell’autore, ma richiedono – magari dopo che il povero scrittore ingenuo ha pure accettato un accordo – che egli acquisti o faccia acquistare un numero minimo di copie, garantendo quindi un guadagno sicuro all’ “editore” senza scrupoli. Dietro parole grosse come “casa editrice” e “agenzia letteraria” si cela quindi un mondo di approfittatori e truffatori.

Questo non significa che le riviste letterarie, le agenzie e i workshop di scrittura che richiedono un contributo da parte dell’autore siano tutti figli di cinici spremitori delle finanze dei sognatori. Ovviamente non è così. Un buon romanzo, prima di essere presentato a una casa editrice, ha bisogno del lavoro di un editor, così come spesso un bravo scrittore necessita di leggere molto e studiare la narrativa, organizzando il proprio lavoro in modo disciplinato e coerente. Tutte queste cose possono essere fatte senza scucire uno spicciolo. E’ nel porsi un obiettivo preciso che sta la differenza tra scegliere un percorso più difficile di un altro.

L’aspirante scrittore necessita, prima di iscriversi a una scuola, contattare un editor professionista e magari spedire il proprio lavoro a una casa editrice, di definire con calma i propri obiettivi.
Per esempio, non c’è niente di male a stampare un romanzo attraverso un servizio di self-publishing, ovvero auto-pubblicazione, o con un editore a pagamento. Alcuni autori desiderano solo vedere le proprie parole stampate su carta, senza occuparsi di questioni come l’etica dell’auto-pubblicazione o l’effettiva qualità del loro lavoro. Vogliono leggere il proprio nome scritto in copertina e vantarsi di aver “pubblicato un libro”, un libro con una copertina, tante pagine di carta stampate da poter sfogliare, toccare, annusare, a prescindere da servizi di editing e correzione di bozze. E’ giusto, quindi, che ci siano persone disposte a sfruttare le esigenze di questi autori, imprenditori che mettano a disposizione packaging dai prezzi diversi a seconda del tipo di revisione, promozione e distribuzione a cui l’autore aspira.

Detto questo, esistono buone case editrici o servizi attraverso cui auto-pubblicare il proprio libro, i cui editori sono ben chiari sin dal principio sui contributi dell’autore stesso. Allo stesso modo, molte scuole di scrittura o workshop letterari, nonostante i costi elevati, garantiscono classi ridotte, un criterio di selezione iniziale e docenti che sono anche scrittori importanti e conosciuti, come la Scuola Holden.
Realtà più piccole ma molto interessanti stanno nascendo un po’ ovunque in Italia, sebbene molti serbino un certo scetticismo nei confronti di chi pensa di saper insegnare a scrivere – e spesso gli stessi docenti di scrittura non lo pensano affatto.

E’ giusto, insomma, usufruire di un servizio a pagamento per provare a raggiungere la tanto sospirata pubblicazione? E’ vantaggioso, è utile in qualche modo?
Ciò che conta per l’autore sprovveduto è decidere la strada da intraprendere. Cosa si vuole scrivere, come e perché? Quali sono i tratti positivi di frequentare una scuola, di affidare un manoscritto a un editor, di pubblicare un racconto su un blog o una rivista più o meno conosciuta?

L’autore, diceva Umberto Eco, necessita di fare una buona gavetta. Uno potrebbe dunque domandarsi in cosa consista la gavetta per un aspirante scrittore – forse inerpicarsi su ogni pericoloso scalino della torre che dovrebbe portare alla pubblicazione?

In una lettera di risposta a una ragazza sul Corriere della Sera, Beppe Severgnini ha definito quella dello scrittore una professione “destrutturata, che non ha un percorso istituzionale”. Il successo del singolo autore dipende da una serie di fattori più o meno prevedibili, come succede, va avanti Severgnini, ai calciatori e ai pittori. La fortuna di aver scritto un libro che ricalca perfettamente i trend del mercato editoriale del momento, o quella di proporre un buon manoscritto a una casa editrice che ha appena incassato un bel gruzzoletto grazie a un caso editoriale del tutto inaspettato.

Quindi, cosa tocca al povero autore sprovveduto? Come può un giovane laureato in lettere avvicinarsi al mondo della scrittura e dell’editoria, con la “presuntuosa” ambizione di vedere le proprie parole sulle pagine di un libro? Forse potrebbe esserci bisogno di un’educazione al mondo editoriale, che spinga il giovane autore a una maggiore consapevolezza dei mezzi disponibili e non disponibili, soprattutto sul web, dove le trappole impazzano.

Ovviamente il diciottenne autore di una saga fantasy può benissimo rappresentare il prossimo caso editoriale del secolo (vi dice nulla Eragon?), ma di solito un aspirante scrittore deve attendere anni prima di vedere qualcosa di proprio pubblicato da una casa editrice – che molto probabilmente non sarà la Mondadori.

Mille domande affollano la mente di un esordiente. Quali sono le riviste a cui vale la pena mandare un pezzo? Quali sono quelle che effettivamente daranno visibilità? Quali agenzie di correzione di bozze, traduzione e editing, così diffusi nel mondo del freelancing fuori dal circuito chiuso dell’editoria tradizionale, garantiscono effettivamente servizi di qualità? Quali scuole, gruppi e workshop di scrittura offrono programmi didattici interessanti, senza false promesse di pubblicazione garantita?

L’autore di oggi deve imparare a barcamenarsi tra offerte, pubblicità su internet e possibilità che generano spesso più interrogativi che certezze. Ed è per questo che un corso di educazione all’editoria, forse, potrebbe essere persino più utile di un corso di scrittura.

 

Lo studio della scrittura creativa e la sua utilità

Nel tempestoso clima dell’attuale mondo editoriale, sembra difficile pensare che sia possibile imparare a scrivere il grande romanzo italiano del ventunesimo secolo o un best-seller commerciale pronto a sbancare le classifiche. Eppure, i corsi e programmi di scrittura creativa prosperano, non soltanto per quanto riguarda le più prestigiose istituzioni statunitensi, ma anche per gli workshop locali e i club del libro, i cui docenti o mediatori sono più spesso abili imprenditori che scrittori di successo.
Alla luce di questo sorgerebbe spontanea l’ipotesi che, se in tutto il mondo il mercato editoriale sembrerebbe in declino, la fioritura di corsi di scrittura sia una di quelle che gli Americani chiamerebbero daylight robberies: rapine alla luce del sole. In altre parole: fregature. Pubblicare senza doversi prestare a case editrici fasulle o auto-pubblicazioni è semi-impossibile, ma imparare a scrivere un romanzo pubblicabile, se si è disposti a pagare, lo è: suona sospetto, è vero.

Sul The Atlantic, un giovane studente dell’Iowa Writers’ Workshop (il più prestigioso programma di scrittura creativa degli USA e del mondo) ha dichiarato che lui e la maggior parte dei suoi compagni girano per la biblioteca e le sontuose aule dell’Università ancora increduli di essere stati ammessi. Come se essere accettati in un programma così famoso garantisse la strada spianata verso la pubblicazione con un’ottima casa editrice, o come se le facoltà innate che permettono ad uno studente di essere ammesso al programma fossero doti eccezionali che condurranno – obbligatoriamente – ad una sfavillante carriera di scrittore. Chi lo sa. L’aura di mistero che circonda questi programmi non ha certo impedito la loro fioritura: sempre The Atlantic sostiene che, solo negli USA, i programmi di Creative Writing siano più di trecento, e il loro obiettivo sia quello di aiutare gli studenti a scrivere racconti, poesie e romanzi “di livello pubblicabile”, concetto che potremmo definire quantomeno controverso.

Pubblicabile secondo chi? Da chi? Vendibile? Adatto ai trend editoriali del momento? Sono molte le opere davvero buone scartate dalle agenzie letterarie e dalle case editrici perché proposte in un momento in cui, invece che un romanzo sociale, il mercato richiede un thriller psicologico sulla vita dei pendolari o un romanzo erotico per casalinghe, come è successo dopo il fenomeno di La Ragazza del Treno di Paula Hawkins o di Cinquanta Sfumature di Grigio di E.L. James.

L’idea di insegnare ad un gruppo di studenti più o meno talentuosi a scrivere un romanzo pubblicabile può sembrare strana, soprattutto agli Italiani. Insomma, l’Italia è una terra di grandi scrittori. Fare lo scrittore o il poeta, qui, è una cosa seria: lo scrittore è il vate, una figura circondata da un alone di rispetto e mistero. Il resto è solo spazzatura: libri di facile, troppo facile consumo, quelli considerati (spesso a ragione) la rovina del mondo editoriale, uno spreco di fondi che avrebbero potuto essere destinati ad una letteratura più seria e interessante.  Eppure, anche in Italia qualche corso di scrittura creativa esiste, basti pensare alla Scuola Holden, presieduta da Alessandro Baricco a Torino, alla Bottega Finzioni, a Bologna, dove insegna Carlo Lucarelli, star del noir e giallo italiano. Sempre a Bologna, lo scrittore Gianluca Morozzi organizza workshop da anni, mentre Antonella Cilento anima interessanti corsi di scrittura a Napoli. Questi sono solo pochi esempi nel mare di realtà locali su tutta la penisola.

La domanda, a prescindere dalla location e dal tipo di corso, rimane una sola: è possibile insegnare – o imparare – a scrivere? Qual è il modo “giusto”, se esiste, per imparare a scrivere una storia interessante, che trascini il lettore in un altro mondo e lì lo tenga per tutta la durata del racconto o del romanzo?
Roberto Cotroneo, scrittore e giornalista, ha scritto uno dei manuali più “classici” per lo studio della scrittura creativa in Italia. Nel libro, Manuale di Scrittura Creativa, si trovano anche consigli di quelli che sono considerati mostri sacri della letteratura italiana attuale come Andrea Camilleri, che, in un paio di pagine, descrive alcune tecniche da lui utilizzate nel processo di creazione dei suoi personaggi. Se uno scrittore così noto si presta a consigliare gli aspiranti autori su esperimenti da mettere in pratica per scrivere un buon pezzo significa che, forse, l’idea di dare lezioni o suggerimenti di scrittura creativa non sia una prerogativa di ciarlatani affamati di soldo facile fatto sulle speranze altrui.

La scrittrice americana Flannery O’Connor, che partecipò per anni a conferenze sulla scrittura creativa in molte università americane, disse di non avere teorie su come scrivere bene, ma di poter portare la propria esperienza e testimonianza di scrittrice. Ma il solo contatto con uno scrittore o una scrittrice eccezionale non può garantire un futuro da brillante stella nel firmamento della letteratura.

Ma allora – di nuovo -, cosa fa di un autore un futuro scrittore? Cosa lo contraddistingue da qualsiasi blogger, a parte l’idea di prendere in mano una penna o una tastiera e buttar giù qualche idea? Frequentare il programma di scrittura creativa più prestigioso del mondo? Seguire un corso di Baricco, leggere un a settimana, scrivere mille parole al giorno? Insomma, domanda da un milione di dollari: è davvero utile, un corso di scrittura creativa?

La domanda, forse, è mal posta. Forse sarebbe meglio chiedersi a cosa serva, uno corso di scrittura creativa, e qui le risposte si moltiplicano.

Un corso di scrittura creativa serve a trovare il coraggio di mettersi alla prova e di esprimere i propri pensieri e idee. Serve a sperimentare nuovi stili e generi e a conoscere persone dalla voce ed esperienza diversa, che riescono ad arricchire i percorsi degli altri, ad influenzarli e a condividere nuove ispirazioni e opinioni. E gli esercizi proposti da tutor e professori sono sempre utili a cercare nuove vie attraverso cui esprimere la propria creatività.

Nel documentario Le Cinque Variazioni, il regista Lars Von Trier sfida il suo mentore e famoso direttore Jørgen Leth a girare una nuova versione del vecchio film L’Uomo Perfetto, mettendo però in pratica limitazioni molto precise. Il regista fallisce nel seguire tutte le indicazioni di von Trier, ma alla fine sviluppa un progetto che va ben oltre le iniziali aspettative e perplessità. Ecco: gli esercizi e giochi letterari possono sempre servire a questo. Ad incanalare le proprie idee in percorsi ben definiti, giungendo, forse, a nuovi, interessanti luoghi da esplorare.

I docenti di scrittura creativa invitano ad imparare a osservare, ascoltare e conoscere, e sostengono che l’ispirazione possa essere tratta da qualsiasi luogo, evento o banalità della vita quotidiana. Da una conversazione ascoltata sul bus, da un biglietto lasciato sul bancone di un bar, dalla lettura del giornaletto di cucina di un supermercato. La grande idea può venire a molti e la pazienza di metterla in pratica, la tenacia e la passione sono sempre d’aiuto. Un grande libro potrebbe essere scritto da tutti meno che dal povero e speranzoso aspirante autore che ha frequentato fior fior di corsi di scrittura creativa.

Quindi forse no, la laurea in scrittura creativa non è utile, se per utilità si intende la possibilità di divenire il nuovo Stephen King. Ed è innegabile che, invece, molti sedicenti scrittori o ciarlatani si ergano a insegnanti, vantando le proprie auto-pubblicazioni e approfittando di chi, invece, il gene dello scrittore di best-seller in attesa della pubblicazione pensa di averlo sul serio.

Molti grandi scrittori hanno frequentato e insegnato corsi di Scrittura Creativa. I primi programmi di scrittura nacquero alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento negli Stati Uniti, e lo studioso Mark McGurl, autore del classico The Program Era, sostiene che la nascita di questi corsi sia stato l’evento più importante nella storia della letteratura americana del dopoguerra, grazie al progressivo avvicinamento tra scrittori e mondo accademico.

Il valore di un corso di scrittura creativa e il modo in cui difendersi da ciarlatani e sedicenti autori sono argomenti ampiamente trattati da scrittori e esperti. Per informarvi al meglio, nel caso in cui siate curiosi, vi consiglio la lettura di questo articolo di Louis Menand sul New Yorker, che vi chiarirà dubbi e curiosità sulla storia dello studio della scrittura creativa.