‘In un battito d’ali’ di Giulia Fagiolino: un romanzo famigliare che evoca una pagina dolorosa della nostra storia

In un battito d’ali, edito da L’Erudita, Giulio Perrone, è l’ultimo romanzo di Giulia Fagiolino. L’autrice senese, nata il 23/09/ 1986, vive in provincia di Viterbo, proviene da studi classici ed è laureata in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Siena. Attualmente è Avvocato presso uno studio di Orvieto. Nel giugno del 2018 esce la sua opera prima Quel Giorno edito da Capponi Editore ed esordisce al Caffeina Festival di Viterbo . Nello stesso anno, a dicembre partecipa a Più libri più liberi al Roma convention Center La Nuvola a Roma  e nel 2019 al Salone internazionale del Libro di Torino.

Giulia si aggiudica quattro premi internazionali: Premio speciale circoli culturali il Porticciolo al Premio letterario internazionale Montefiore 2018; Segnalazione al merito al premio internazionale Michelangelo Buonarroti 2018 a Forte dei Marmi; menzione al merito al Premio letterario residenze gregoriane a Tivoli 2019; menzione al merito al premio internazionale Giglio Blu di Firenze, dove nelle motivazioni l’hanno paragonata al fanciullino di Pascoli. Fa anche parte di un laboratorio di scrittura creativa nell’alto Lazio, con il quale ha partecipato alla raccolta dei racconti Le case narranti. Rapsodie sui luoghi del silenzio, vagabondaggi nella Tuscia edito da edizioni Sette città.

Reduce dalla vittoria di importanti riconoscimenti, la scrittrice Giulia Fagiolino torna in libreria con la sua nuova opera edita dalla casa editrice romana.

L’Erudita è un marchio della Giulio Perrone editore. L’Erudita è una casa editrice indipendente rivolta a tutti, esordienti e non, giovani e meno giovani. Il catalogo spazia dalla narrativa alla saggistica, dalla poesia ai racconti. La Giulio Perrone Editore viene fondata a Roma il 19 marzo 2005 da Giulio Perrone e Mariacarmela Leto con lo scopo di creare una nuova realtà letteraria e culturale, sulla scia delle case editrici indipendenti romane. Punti cardine del progetto sono l’attenzione estrema per la qualità dei testi proposti, la cura per la veste grafica e una contaminazione fra arti e linguaggi che esplori le molteplici possibilità del fare cultura.

Obiettivi ambiziosi che la Giulio Perrone Editore si è impegnata a raggiungere con passione e competenza in questi anni di lavoro, supportata ed approvata da grandi personalità come Rossana Campo, Lidia Ravera, Walter Mauro, Dacia Maraini, Paolo Poli, Ugo Riccarelli, Antonio Tabucchi e altri grandi scrittori.

 

In un battito d’ali: Sinossi

 

In un battito d’ali, uscito nell’ottobre di quest’anno, è un romanzo famigliare e storico.

Agnese non aveva mai avuto una famiglia. Era chiamata “figlia di N.N.”, così si diceva di coloro dei quali non si conoscevano i genitori. Era cresciuta in orfanatrofio, in quelle camerate fredde prive di calore e di affetto. Intorno ai diciassette anni fu adottata da una famiglia. Cercavano una ragazza robusta che li aiutasse a guadagnare per vivere, così la mandarono a lavorare nelle ferrovie, dove si caricava grosse balle piene di ghiaia da versare fra i binari. Di quegli anni non parlava, era come se si fosse dimenticata di quella vita dove la fatica e lo sfinimento facevano da padroni. Di una cosa però era certa. Anche se non era stata riconosciuta come figlia, lei sapeva chi fosse il suo vero padre, che era deceduto in guerra. E lo sapevano anche i parenti, che non avendo avuto figli propri anni dopo decisero di riprenderla con sé, ma senza riconoscerla.

L’esistenza scorre faticosa ma dolce a Castelfosso in Toscana, dove la comunità vive e lavora in armonia come una grande famiglia. Agnese, donna forte e solida, conduce la sua casa con amore e prendendosi cura del marito Pietro e dei figli Ginevra e Tommaso. Intorno a loro si muovono tutti gli altri abitanti del paese, con le loro storie, i loro dolori e le loro gioie: Giulio, l’amato di Ginevra, sospettato da Agnese di voler usare la ragazza per i suoi possedimenti, il vecchio Gino, impazzito dopo la morte del figlio e la malattia della moglie, Gina, Bruna e tutte le altre donne che, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, sono costrette a vedere i propri mariti, figli, cari partire al fronte, mentre la Resistenza combatte contro l’occupazione tedesca coinvolgendo anche Ginevra, che mette a rischio la propria vita per amore.

“Questo libro – ha dichiarato l’autrice – è nato negli anni, quando attenta ascoltavo i racconti della mia famiglia, che mi ha così liberamente ispirato con fatti accaduti in un tempo ora lontano, ma sempre vivi nelle nostre memorie. Ho ricordato volti e paesaggi a me noti e ho immaginato di vivere realmente quei momenti con loro; dove la realtà mi sfuggiva, è subentrata la fantasia, che mi ha aiutato a tessere la trama del romanzo”.

La scrittrice ripercorre una pagina molto dolorosa del nostro passato storico. Attraverso la sua penna il lettore da spettatore delle vicende diventa quasi il protagonista condividendo con i personaggi del libro gli aspetti emozionali.

In un battito d’ali è un romanzo storico e corale che racconta l’intimità, le speranze e le miserie di un pezzo di storia d’Italia in un susseguirsi di eventi ed emozioni.

 

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‘La svastica sul sole’: il romanzo ucronico di Philip K. Dick

La svastica sul sole (L’uomo nell’alto castello) è un classico di un genere di nicchia: il celebre romanzo ucronico, o fantastorico di Philip K. Dick, il quale immagina come sarebbe il mondo se l’Asse avesse vinto la seconda guerra mondiale, con gli USA divisi in sfere d’influenza tedesca (costa atlantica) e giapponese (costa pacifica) e una zona centrale più autonoma ma politicamente ininfluente denominata “Stati delle Montagne Rocciose”, la Russia ridotta ad un’area ancor più marginale e subalterna, devastata dalle deportazioni naziste e sfruttata per la manodopera a basso costo, un’Asia (Cina, India, Indocina) e un’Oceania dominate dal Sol Levante.

La Svastica sul sole: trama

Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana è dilagato a tal punto da togliere ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a un deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre in Europa l’Italia ha preso le briciole e i Nazisti dalle loro rampe di lancio si preparano a inviare razzi su Marte e bombe atomiche sul Giappone. Sulla costa occidentale degli Stati Uniti i Giapponesi sono ossessionati dagli oggetti del folklore e della cultura americana, mentre gli sconfitti sono protagonisti di piccoli e grandi eventi. E l’intera situazione è orchestrata da due libri: il millenario I Ching, l’oracolo della saggezza cinese, e il best-seller
del momento, vietato in tutti i paesi del Reich, un testo secondo il quale l’Asse sarebbe stato sconfitto dagli Alleati.

Pubblicato nel 1962 dalla Putnam, il libro approdò nello stesso anno al Science Fiction Book Club e fu premiato l’anno successivo con il premio Hugo. Sebbene con maggiore umiltà rispetto ad alcuni contemporanei più fortunati come Vonnegut, anche Dick si colloca pienamente nell’area del postmoderno, approfondendo un discorso che non riguarda solo il rapporto ambiguo che si istituisce tra la realtà e l’illusione, ma ancora di più la relazione che intercorre tra la realtà e quel sistema codificato di menzogne che è una qualunque forma di comunicazione, in primis l’arte, ovvero la scrittura, nel momento in cui la verità diviene processo immaginativo, la cronaca ricostruzione fantastica, il Verbo divino un sistema di segni arbitrari, sempre e comunque soggettivamente interpretabili. Dick è sempre consapevole di essere parte e testimone del fenomeno di disintegrazione delle categoria conoscitive del reale di fronte all’avanzate degli strumenti della comunicazione di massa, sia come individuo che come scrittore.

Nella Svastica sul sole Dick trasferisce tutta la sua carica di scrittore sovversivo, sviluppando un modo di narrare in cui lo spazio caotico della realtà, che parte dall’autobiografia dello scrittore e si allarga ad abbracciare una serie di eventi storici dalle proporzioni immense; ne viene fuori un romanzo fantascientifico anomalo che non si risolve in un banale gioco di oziose fantasticherie pseudo-storiche. L’atto di fede compiuto da Dick riguarda il potere della scrittura che trasforma in una favola terribile, avvalendosi di un linguaggio lucido e tagliente , i processi e le mitologie attraverso cui si è istituita l’identità contemporanea americana. Infatti l’autore mette alla prova una serie di ricostruzioni storiche degli Stati Uniti legate alle vicende della seconda guerra mondiale che vanno dall’aggressione a Pearl Harbor del 1941 all’intervento alleato in Europa, con lo sbarco in Normandia fino al periodo post-bellico del confronto con l’Unione Sovietica, e le rovescia come un calzino. Adesso è la fiera America ad essere sottomessa a due nemici in disaccordo tra di loro: la Germania hitleriana e il Giappone imperiale.

Stile, linguaggio e l’arte come metafora

Con un procedimento terapeutico per cui il passaggio attraverso la follia della Storia è condizione ineludibile per recuperare una sanità sconvolgente, il lettore della Svastica sul sole, scopre non quello che già conosce, ma che l’America degli anni sessanta è inquinata dalla violenza, dall’autoritarismo e dall’ipocrisia delle istituzioni.

Dick non offre al lettore un’interpretazione celebrativa e conformista della realtà: l’artista può tranquillamente trasformarsi in una ridicola pedina del potere costituito, come accade al giovane tedesco Lotze in viaggio per San Francisco, pomposo sostenitore di un ‘arte spirituale che dovrebbe sconfiggere ogni traccia di materialismo, per mettersi al servizio degli ideale nazisti, con una forma di falsificazione ancora peggiore di quella attuata dai trafficanti americani di reliquie. L’unica risposta a tale infamia è quella che Dick fa pronunciare a Baynes, maestro di travestimenti che recita la parte del neutrale scandinavo, pur di rifiutare ogni affinità con la razza eletta, cui pure appartiene e che, di fronte all’antisemitismo di Lotze, si proclama ebreo, rivendicando simbolicamente la sua appartenenza a quell’universo alternativo che fa capolino tra le pagine di Abendsen, La cavalletta non si alzerà più (in cui il mondo immaginario è quello reale, dove gli sconfitti sono Germania e Giappone). In questo caso la menzogna fi Baynes acquista una sostanza etica è che la stessa di un genuino prodotto estetico.

L’America di Dick

Nell’America germanizzata di Dick la persecuzione antisemita avviene alla luce del sole anche se viene ostacolata dall’atteggiamento tollerante dei giapponesi. Nazismo storico e nazismo immaginario possono differire per alcuni dettagli ma la ferocia dell’Olocausto resta la stessa, a scanso di equivoci e di chi magari pensa che lo scrittore sia negazionista.

La grandezza di Dick sta proprio nel suo modo di utilizzare l’idea base del romanzo. Non ha l’ambizione di dare al lettore un quadro onnicomprensivo di un mondo ucronico dominato dai nazisti e dai loro alleati giapponesi. Nelle pagine iniziali viene rovesciato in modo geniale, lo stereotipo del turista americano, forte del suo dollaro, ma ignorante, che visita paesi stranieri acquistando souvenir e oggetti d’arte che spesso sono volgari patacche, Nella Svastica sul sole sono i giapponesi a collezionare oggetti americani per i quali, guarda caso, è nata un’industria del falso. Non si tratta solo di un appunto sarcastico, ma di una questione di identità culturale, ed è proprio riscoprendola che uno dei protagonisti, il mercante d’arte Robert Childan ritrova dignità umana e speranza di riscatto:

[…] L’ammiraglio è un collezionista? chiese Childan, con la mente che lavorava a tutta velocità.
Da un amante delle opere d’arte. E’ intenditore ma non è un collezionista. Ciò che desidera è acquistare qualcosa per fare un dono: vuole donare a ciascuno degli ufficiali della sua nave un prezioso cimelio storico, una pistola dell’epica guerra Civile americana. E L’uomo fece una pausa. In tutto ci sono dodici ufficiali. Dodici pistole della guerra civile, pensò Childan. Prezzo al cliente: quasi diecimila dollari. Fu scosso da un tremito. E’ risaputo, continuò l’uomo, che il suo negozio vende questi inestimabili oggetti d’arte della storia americana. Oggetti che, ahimè, scompaiono troppo rapidamente nel limbo del tempo.

L’autore si fa influenzare dal suo amore per la cultura orientale e al contempo dalla sua repulsione per il Nazismo, dando un’immagine dei giapponesi che contrasta con tutta la politica bellica del Giappone a partire dagli anni trenta e in particolare con il trattamento riservato ai cinesi durante l’occupazione, distinguendo però il militarismo nipponico dal nazismo, senza trascurare i rapporti tra l’America e L’Unione Sovietica in riferimento alla Germania nazista.

 

Fonte: prefazione al romanzo a cura di C. Pagetti, La svastica sul sole, Fanucci narrativa

Femministe d’assalto, prendete esempio da Maria Maddalena Rossi e dedicatele la festa della donna!

Femministe di lotta e di denuncia, compagne di piazza e di corteo, parlamentari progressiste e radicali, combattenti antifasciste, antisessiste e attrici che considerate gli uomini “pezzi di merda” (senza porvi il problema che le loro madri dovrebbe essere della stessa materia di cui sono composti i loro figli), vi invito a fare una piccola ricerca in occasione dll’8 marzo. Andate a scoprire chi era Maria Maddalena Rossi e dedicate a lei la festa della donna. Per aiutarvi nella ricerca vi dirò che aderì al Partito comunista quand’era ancora clandestino, fu arrestata dalla polizia fascista, mandata al confino, espatriata. Poi fu eletta nell’assemblea Costituente nel gruppo comunista, fece battaglie per la parità dei diritti delle donne; fu parlamentare del PCI, sindaco, Presidente dell’Unione Donne Italiane. Morì novantenne nel ’95. Insomma ha tutti i titoli per essere celebrata da voi.

Perché vi parlo di lei? Perché nel ’52 aprì in un’interrogazione parlamentare un capitolo scabroso e rimosso della Seconda guerra mondiale nelle vulgate storiografiche sulla liberazione: le marocchinate, ovvero le 25mila o forse più donne italiane, soprattutto nel basso Lazio, stuprate, violentate dalle truppe marocchine venute a “liberare” l’Italia con gli alleati. In Ciociaria, in particolare, fu uno scempio, di cui restò traccia molti anni dopo nel film La ciociara di Vittorio De Sica con Sophia Loren, tratto da un romanzo di Alberto Moravia. Donne stuprate, bambini violentati, più di mille uomini uccisi per aver cercato di difendere le loro donne, madri, mogli, sorelle, fidanzate, figlie.

Nel dibattito parlamentare che seguì all’interrogazione della Rossi venne fuori che il numero più attendibile era di 25mila vittime, ma se si considera che il campo d’azione dei magrebini andava dalla Sicilia alla Toscana, il numero di 60mila marocchinate è considerato plausibile. Il pudore nel raccontare queste storie ne ha perfino ridotto la portata: si voleva tutelare col silenzio l’onorabilità di quelle donne, e non sottoporle anche a una gogna umiliante. La responsabilità oltre che dei soldati marocchini, fu dei vertici dell’esercito francese che dettero loro sostanziale impunità e carta bianca, come un tribale bottino di guerra con diritto di preda. Non furono i soli, intendiamoci, in questa barbarie. Ma un fenomeno così vasto e quasi pianificato, su donne inermi che non avevano colpe, genera raccapriccio per la ferocia animalesca, più una scia di aborti coatti, nascite segnate, famiglie distrutte. Una pagina rimasta in larga parte impunita e rimossa.

Vi risparmio le migliaia di storie strazianti e di interi paesi violentati, quando ormai il sud era “liberato”. Per chi voglia approfondire, rimando ai libri sulle marocchinate di Emiliano Ciotti, Stefania Catallo e di una francese d’origine italiana, Eliane Patriarca. Un corposo e documentato dossier uscì alcuni mesi fa sulla rivista ‘Storia in rete’ di Fabio Andriola.

Ma volevo sottolineare che una donna comunista, leader delle donne in lotta, antifascista col fascismo imperante – non come i grotteschi militanti postumi dell’Anpi d’oggi – ebbe il coraggio e l’onestà di denunciare questo obbrobrio, che per ragioni di antirazzismo e antifascismo ora si preferisce mettere a tacere. Le stesse ragioni che portano a non scendere in piazza se una ragazza oggi è stuprata e uccisa da branchi di migranti. Come dimostra lo strazio di Pamela a Macerata, c’è la sordina sul femminicidio se a compierlo sono migranti, per giunta neri. O dimenticare quelle donne violentate, rasate a zero e uccise solo perché ausiliarie della Repubblica sociale o seviziate e uccise nelle foibe solo perché italiane.

Magari scoprirete che persino il Pci sessista di quegli anni aveva più donne rappresentative nei suoi ranghi rispetto al Pd femminista di oggi che non ha neanche mezza donna ai suoi vertici: non una tra i candidati alle primarie, non una tra i suoi premier e i suoi presidenti, non una tra i capi e capetti di questi ultimi anni, non un sindaco di una grande città. Il partito più maschilista d’Italia.

Probabilmente la Rossi dovette vedersela anche allora con le reticenze dei suoi compagni, lo strisciante maschilismo del vecchio Pci e l’omertà storica e ideologica sulle pagine nere dei “liberatori”. Anche perché ne avrebbero richiamato delle altre, per esempio gli eccidi nel Triangolo rosso. Ma noi volevamo indicare per l’8 marzo alle boldrini d’oggi e alle femministe d’assalto o in odore di mimosa, una femminista verace, comunista e antifascista, che non si tirò indietro a raccontare le scomode verità e le pagine nere della Liberazione.

 

Femministe, prendete esempio

‘Belka’: la storia dei cani soldato delle Aleutine di Furukawa

Un romanzo davvero particolare e unico quello dello scrittore Furukawa intitolato Belka. I protagonisti indiscussi di questa vicenda sono cani, con qualche debita comparsa umana che lega i vari frammenti della trama. Tutto ha iniziato durante la Seconda guerra mondiale, quando un contingente giapponese conquista e prende possesso di un’isola americana. Trattasi di un isolotto appartenente alle Aleutine, nell’Oceano Pacifico. Le truppe nipponiche portano con sé tre cani da guerra, Katsu, Kita e Seiyu, mentre un quarto lo adotteranno sul posto, Explosion. Questi quattro animali saranno i capostipiti di una lunghissima genealogia di cani straordinari, militari e non. Veniamo così a scoprire che durante i conflitti del XX secolo i cani furono usati moltissimi dalle varie nazioni e per i più svariati compiti, durante la guerra in Vietnam, in Corea, in Afghanistan ecc. In questo libro è difficile ricostruire i confini precisi della finzione e quelli della veridicità storica, fantasia e realtà si confondono a piacimento dell’autore e per il lettore tutto questo si trasforma in un viaggio a dir poco avventuroso nella storia della seconda metà del ‘900.

Alla vicenda dei figli dei figli di questi quattro primi cani soldato si intreccia la storia particolare di un russo, un killer soprannominato l’Arcivescovo, ricercato e braccato dalle mafie di diversi paesi. L’esistenza dell’uomo è fittamente legata a quella dei cani e la loro vita insieme è destinata ad essere stravolta da una giovanissima ragazza giapponese, figlia di un capo yakuza in visita a Mosca.

Belka è fitta di intrecci narrativi, sorprese e personaggi dalle indubbie doti. I cani, però, rimangono i fili conduttori di queste vicende. I protagonisti a quattro zampe saranno moltissimi e ci accompagneranno in un giro infinito intorno al mondo: Belka e Strelka (cani astronauti sovietici), Ice (una mamma selvatica), Sumer (pastore tedesco di immemore bellezza), Anubi (mezzo cane mezzo lupo), Guitar (un cucciolo dai sensi acuti), Good Night (cane navigatore) e tantissimi altri discendenti. I due umani della storia presenti nel romanzo sono: il vecchio, addestratore di cani d’elitè, ex dei servizi segreti russi, ora disertore e deciso a mettere a ferro e fuoco la scala gerarchica mafiosa della Russia. L’uomo dichiara guerra al capo yakuza e gli rapisce la figlia, una ragazzina dalla strana fisicità e i modi burberi tipici di un’adolescente. Sarà lei la vera e ultima chiave per il successo della straordinaria, e pazza, impresa dell’uomo. Soprannominata Belka, come la mitica cagnolina sovietica a cui il ricordo del vecchio è ancora molto legato, si affezionerà con empatia e indipendenza ai cani. Tutti rinchiusi in una vecchia città abbandonata della Siberia, la bambina e gli ultimi nati della grandiosa genealogia canina, diventeranno una cosa sola, pronti a conquistare il mondo.

Lo stile di Furukawa è molto particolare, non disdegna né ha timore di dilungarsi in ampi capitoli dedicati a spiegazioni e fatti storici. Il tutto, naturalmente, utile allo scopo di raccontarci cosa accade ai discendenti dei cani soldato delle Aleutine. Il linguaggio, come si addice agli ambienti che descrive, è crudo e grezzo, non lascia spazio all’immaginazione. I personaggi sono fittamente delineati e nelle loro vite non c’è spazio per buonismo, sorrisi di troppo o perdite di tempo. La scrittura di questo autore è diretta, veloce, analitica, molto descrittiva.

Kita non lo sa, ma un giovane uomo ha deciso di occuparsi di lui. Ha ventidue anni e appartiene al personale di terra dell’aviazione americana. E’ stato reclutato ne 1942. E’ un grande amante dei cani. L’aspetto di Kita, in particolare, ha destato la sua attenzione. Nella sua terra d’origine non ha mai visto cani di questa specie. Kita non è un esemplare delle razze nordiche che lui conosce, non è un samoiedo, né tanto meno un alaskan malamute. E’ la prima volta che si imbatte in un cane di razza giapponese. Orecchie dritte e coda attorcigliata come quelle di uno spitz. In particolare, i cani di razza Hokkaido sono dotati di coraggio e un’energia davvero formidabili, e non a caso sono utilizzati nella caccia all’orso. Si tratta di un animale decisamente fuori dal comune. Di che cane si tratterà mai?, si chiede il giovane soldato ogniqualvolta rende visita a Kita, due volte al giorno. 

The exception-L’amore oltre la guerra: un inno alla lotta contro il male

The exception- L’amore oltre la guerra è un film del 2016 di David Leveaux, un regista teatrale inglese al suo debutto nel mondo del cinema. Il cast della pellicola vanta Lily James nel ruolo di Mieke (già conosciuta per la versione di Cenerentola del 2015 e per il suo ruolo nella serie tv Downton Abbey), Jay Courtney nei panni del soldato Brandt (famoso per la saga di Divergent), Christopher Plummer (il capitano Von Trapp di Tutti insieme appassionatamente) e Janet McTeer (Insurgent, Io prima di te).

La trama comincia all’inizio della seconda guerra mondiale in Olanda. Il Kaiser Guglielmo II vive esiliato insieme alla moglie, Erminia di Reuss-Greisz, e va avanti grazie alla rendita concessagli dal Fuhrer. Il suo rapporto con il Terzo Reich è contraddittorio, deve appoggiarlo in pubblico, incentivato soprattutto dalla moglie, ma appena può esprime il suo sconcerto per ciò che la Germania è diventata sotto il potere di Hitler. Incaricato della sua protezione, ma ufficiosamente alla ricerca di spie inglesi infiltrate nel palazzo del Kaiser, è il soldato Stefan Brandt. L’uomo è reduce da una brutta ferita di guerra e da uno scontro in Polonia con un suo superiore che gli ha valso questo esilio forzato in Olanda, visto che Brandt non comprende le azioni delle SS, che non coincidono con l’etica militare che ha sempre seguito.

Mieke De Jong, una giovane ebrea olandese, cova in sé un odio profondo verso l’esercito nazista, che ha ucciso suo padre e suo marito, e accetta così un impiego da domestica a casa del Kaiser Guglielmo solo per poter avere contatti con i vertici e inviare informazioni in Inghilterra. La sua attività di spia non passa del tutto inosservata e dei sospetti cominciano ad arrivare al comando tedesco. Stefan Brandt nel frattempo inizia una relazione con Mieke senza sapere chi sia in realtà, ma anche scoperta la sua identità farà di tutto per aiutarla a fuggire e a mettersi in salvo. Stefan non è l’unico a subire il fascino della giovane ebrea, il Kaiser la prende così sotto la sua ala protettiva e aiuterà il soldato a nascondere Mieke e a farla passare indenne al posto di blocco tedesco.

The exception: un prodotto ibrido tra il dramma e il thriller

Il film The exception – L’amore oltre la guerra è tratto dal romanzo del 2003 The Kaiser’s Last Kiss, di Alan Judd, e si configura come un prodotto ibrido tra il dramma e il genere thriller. Getta uno sguardo sul passaggio di potere dalla monarchia al nazionalsocialismo, un addio ai governi del passato, alla vecchia aristocrazia e alla ricchezza per nascita, passaggio qui rappresentato da un’umiliante adulazione da parte dell’imperatrice Erminia nei confronti di Heinrich Himmler, considerato il braccio destro del Fuhrer. Il focus dell’azione è il rapporto tra il soldato tedesco Brandt e la giovane ebrea, emblema del potere dei sentimenti oltre la nazionalità, le convenzioni e gli ordini superiori. Alcune scene di nudo integrale possono risultare gratuite e inutili ai fini della storia, una crudezza eccessiva che nella trama è già rappresentata dall’alone di male che circonda i vertici nazisti. Il finale lascia uno spiraglio aperto, ma ha una sua spiegazione nell’incertezza della vita in tempo di guerra, una sequenza schizofrenica di variabili avrebbero reso poco credibile un epilogo diverso.

The exception-L’amore oltre la guerra rientra a pieno titolo nella serie di drammi di guerra ad alto tasso d’azione come The imitation game (2014) e Allied (2016).

‘Agnus Dei’, un dramma vero nella Polonia del 1945

Agnus Dei (titolo originale: Les Innocentes) della regista franco-lussemburghese Anne Fontaine (Nathalie…, Coco avant Chanel, Gemma Bovery, Two mothers), nelle sale italiane con Good Films dal 17 novembre, è senza dubbio il film rivelazione di questo 2016 che sta per concludersi. Questa la sinossi della pellicola Agnus Dei: Polonia, 1945. Mathilde, un giovane medico francese della Croce Rossa, è in missione per assistere i sopravvissuti della Seconda Guerra Mondiale. Quando una suora arriva da lei in cerca di aiuto, Mathilde viene portata in un convento, dove alcune sorelle incinte, vittime della barbarie dei soldati sovietici, vengono tenute nascoste. Nell’incapacità di conciliare fede e gravidanza le suore si rivolgono a Mathilde, che diventa la loro unica speranza.

“Per noi la fine della guerra non ha significato la fine della paura”; dicono le suore del convento in Polonia, ne sono sette, rimaste incinte in seguito alla violenze subìte dai soldati dell’Armata Rossa, liberatori dai nazisti ma non meno brutali dei precedenti oppressori: un male al quale sostituisce un altro male, sottolinea la regista, mostrandoci la perversione della Storia che non si divide, come purtroppo qualcuno pensa, tra buoni tutti da una parte e cattivi tutti dall’altra.

Agnus Dei: il superamento del male raccontato da Anne Fontaine

Agnus Dei è una storia del superamento del male nella Storia della seconda guerra mondiale, una storia vera, sconosciuta ai più che la virtuosa regista francese, che ha dimostrato in questi anni di sapersi cimentare anche con la commedia (elegante), ha deciso di portare sul grande schermo con delicatezza dicendoci che una storia drammatica e forte non necessariamente deve essere rappresentata con immagini e sequenze forti. La storia è immersa di un atmosfera cupa e austera sottolineata anche dalle musiche e dalle interpretazioni delle bravissime protagoniste Agata Buzek (Maria) e Agata Kulesza (la madre superiora)i cui volti, scavati dai primi piani della macchina da presa, sono avvolti nell’ombra e richiamano a figure pittoriche. Ma c’è anche luce in Agnus Dei, la luce dell’ottimismo (le cui fonti nel film sono la neve e le candele), forse eccessivo che chiude la vicenda. A mantenere salda la struttura narrativa del film contribuiscono anche gli splendidi dialoghi e la stessa storia romanzata dalla regista, storia che si ispira al diario del medico francese di stanza in Polonia Madeleine Pauliac.

Agnus Dei ha tradotto la scrittura cronachistica degli appunti privati della dottoressa in un racconto vivo e palpitante che procede per contrasti, universale e senza tempo, soprattutto se pensiamo che il tempo di un convento ha un altro passo e risulta quasi immobile, sospeso. Lo sfondo è quello della Polonia del 1945, ma potrebbe essere la Bosnia del 1993 o l’Africa di oggi dove gli stupri sono all’ordine del giorno. Agnus Dei è un meraviglioso film sul senso di colpa, sul rapporto tra fede e male, e soprattutto sulla sacralità del corpo delle donne, donne divise tra l’essere appunto donne per natura e al tempo stesso suore, spose di Cristo per scelta, per vocazione, ma grazie alla mediazione e alla sensibilità di Mathilde, esse trovano gradualmente nell’evento della maternità, tanto agognato da molte donne, una nuova identità che può placare tale conflitto. Proprio nella collaborazione tra la religiosa Maria e l’atea Mathilde il film è riuscito e nello specifico quell’aspetto che va oltre lo scandalo e conduce al linguaggio della relazione tra esseri umani.

Una pantera in cantina, di Amos Oz

Amos Oz

«Il contrario di quel che è successo è quel che sarebbe potuto succedere senza le bugie e la paura».

 Una pantera in cantina  dello scrittore e giornalista israeliano Amos Oz, tra i più influenti intellettuali d’ Israele,sostenitore della soluzione dei due stati per il conflitto arabo-israeliano, è una piccola grande storia di emozioni e sentimenti adolescenti, un’avventura di amicizia e di crescita, che pone interrogativi sulla colpa e sulla fiducia, in un contesto storico dominato da epocali stravolgimenti. Il protagonista Profi è infatti testimone di eventi più grandi di lui, ma ci consente di coglierne  gli effetti sulle relazioni umane grazie al suo sguardo ancora puro e alla sua sensibilità intatta.

Gerusalemme 1947: sullo sfondo degli eventi storici che incalzano, un ragazzino ebreo di appena dodici anni vive uno dei momenti più importanti della sua vita, momento che avrà poi un  grande significato nel suo futuro. Dopo l’Olocausto, sconfitti, traditi e vinti, gli ebrei fondano movimenti clandestini per la nascita dello stato di Israele. Anche Profi, il protagonista, ha fondato con un paio di amici, un po’ per gioco, un po’ sul serio, una società segreta con l’obiettivo di combattere gli inglesi, che occupano la Palestina, rivendicando il diritto ad avere una propria  patria dopo tanta sofferenza. Stabiliscono le loro regole di vita e anche una gerarchia. Le regole sono rigide ed indiscutibili, necessarie per la rinascita di un popolo, perennemente perseguitato. Il protagonista è soprannominato Profi, che altro non è se non una abbreviazione di professore, perché è intelligente, ha un’immensa cultura e ama leggere e studiare le parole i significati. Profi è già adulto in realtà. Forse bambino non lo è proprio mai stato. Né potrebbe mai permettersi di voler rivendicare la sua infanzia perduta. È un adulto dal principio della storia, dalle prime pagine, quando già è sotto processo, rimesso al giudizio dei suoi coetanei. È un ragazzo socievole e vivace, si considera coraggioso come una pantera e gode della simpatia di tutti i suoi compagni.

Poi un giorno, quasi il destino volesse beffarlo o metterlo alla prova, fa amicizia con il nemico, un sergente inglese che gli insegna la sua lingua in cambio di lezioni di ebraico. Da quel momento agli occhi degli altri diventa un vile traditore e, come tale dovrebbe essere punito. Profi ha tradito. Questa è la sentenza inappellabile. Ha tradito cedendo alle lusinghe del nemico. Con il nemico Profi ha appuntamenti quotidiani, in una saletta tetra e fumosa del caffè Orient Palace. La loro amicizia è fondata sullo scambio rispettoso di due culture così diverse e così in lotta tra loro che sembra un’utopia. Nell’animo di Profi, prende vita e mette radici quel contrasto di coscienza che lo porterà al bivio tra lo scrupolo creato dai luoghi comuni e dalla diffidenza e quelle domande senza risposta che non giustificano, un senso dell’odio così animato, una una falsa coerenza di ideali e un nazionalismo ottuso. La pantera dunque, animale coraggioso e spavaldo, deve nascondersi in cantina, trovare un rifugio dove poter riflettere, capire ed esprimere le perplessità e le angosce che di fronte alla sincera predisposizione di un uomo si dissolvono e svaniscono come le luci all’alba.

Attraverso uno suo sguardo ancora candido, puro, non corrotto da stereotipi  e preconcetti, attraverso una sensibilità integra, Amos Oz coglie appieno la semplicità delle relazione umana e la disarmante facilità con cui un uomo riconosce un altro essere simile a sé.

La scrittura di Amos Oz sempre fluida e delicata ha il potere si trasportarci per mano nella guerra e nel dolore infondendoci però quella fiducia e quella speranza necessaria a farci credere che un giorno, forse, non ci saranno più nemici né traditori e che tutti insieme potranno andare «sulla riva del fiume a vedere se la corrente aveva riportato al punto di partenza la persiana color blu pallido».