‘Ammazza la star’, il nuovo romanzo di Francesco Consiglio rivolto a chi non pretende solo la verità da un romanzo

Un metaromanzo non ordinario, impietoso, un libro che prende per il culo il lettore che pretende solo la verità (sebbene ci sia sempre di fondo un po’ di verità in ogni opera, soprattutto se lo dichiara), o meglio la realtà davvero vissuta, da chi scrive: è questo l’ultimo libro di Francesco Consiglio, già autore de Le molecole affettuose del lecca lecca e Qualunque titolo va bene. Romanzo a pezzi, che reca il titolo Ammazza la star, edito da Castelvecchi nel 2018.

L’ultima fatica letteraria di Consiglio ha tutta l’aria di rivolgersi proprio a quel lettore “medio” che si nutre di TV, videogiochi, cronaca nera per mostrargli l’identikit del serial killer tipo attraverso l’utilizzo del flusso di coscienza. Peccato che il lettore in questione faccia fatica a comprendere il senso tragico apparentemente nascosto dal sarcasmo e dal grottesco, di questo originale romanzo per quanto ne riguarda soprattutto la struttura e l’impostazione. L‘incipit di Ammazza la star è una ridicola giustificazione dell’essere killer di donne, secondo il protagonista, che vuole modificare l’esito delle storie dei cartoons che hanno influenzato la sua infanzia e reso il protagonista, un uomo da analizzare, conoscere solo in chiave naturalistica-antropologica, alla maniera di Zola.

Francesco, come recita la sinossi del romanzo, il serial killer, è un uomo inutile e solitario che coltiva il desiderio ardente di diventare famoso uccidendo una star dello spettacolo; e quello di Paola, insegnante precaria che cerca di riscattare un’esistenza sterile catturando il killer senza l’aiuto della polizia e raccontare poi la sua impresa in un libro di successo. Le loro vite si intrecciano e si confondono con quelle di un’umanità paradossale nascosta nell’apparente quiete della provincia italiana. Sono dunque due i punti di vista presenti in queste pagine suddivise in brevi capitoli che fanno di Ammazza la star un romanzo frammentario, disorganico che offre qui e là, al lettore i pensieri mediocri conditi di ironia e autoindulgenza di una nullità che le cui visioni quotidiane sono protagonisti di film truculenti, romanzi, pubblicità e TV, sogna di diventare famoso grazie ai propri omicidi.

Consiglio cerca di dare una nota di originalità ed ineluttabilità anche in alcune risposte che dà il serial killer a delle ipotetiche domande del tipo “Perché lo fai, perché le donne?”: “Perché è più facile”. In realtà, se l’autore avesse voluto essere più tranchant, scandaloso e politicamente scorretto nel delineare un profilo di uno psicopatico che non ha rimorsi, avrebbe potuto far commettere al suo alter ego omicidi su bambini, bersagli facili per eccellenza, o su donne molto anziane. Ma forse sarebbe stato troppo anche per chi ambisce ad evitare di parlare cosa è bene e cosa è male per non risultare moralista, manicheo e noioso. Senza contare che non sarebbero potute essere “giustificate” le spudorate incursioni sessuali; probabilmente avrebbero sconquassato il lettore che invece potrebbe sentirsi divertito o leggermente stranito nel leggere il bollettino medico di un essere umano nella società del capitalismo selvaggio dove si sognano la fama e il successo.

Se da una parte Consiglio mette nero su bianco in maniera asciutta, adottando uno stile quasi cinematografico, una vicenda paranoide, tragicamente divertente o divertentemente tragica a seconda dei punti di vista, per mostrarci lo stato mentale e fisico di chi sogna di andare in TV e di ricevere lettere da fan squilibrate che vedono un assassino come una star al pari di un attore di Hollywood o di un calciatore di serie A, dall’altro ne risulta un romanzo freddo e a tratti ripetitivo, ma probabilmente proprio in virtù del fatto che l’assassino-scrittore impotente che brama la fama, è “rituale” e ossessivo nei suoi pensieri.

Potrebbe apparire come un rappezzo ma l’analisi cruda di un pezzo della nostra società attraverso l’immedesimazione nella mente di un disturbato per dimostrare che non per forza un romanzo debba raccontare la verità ai lettori ai quali tuttavia, garbano anche confortanti menzogne, può fungere da sprone ad invogliarci a vedere come ci siamo ridotti: esseri senzienti che espletano i loro bisogni primari di cui si diventa schiavi, incapaci di discernimento, fagocitati dalla virtualità, dalla tecnologia, consolati e giustificati dalla TV, da film maledetti come Tetsuo, eccitati dalle pubblicità di Charlize Theron, rassegnati. Ammazza la star, però è un’opera asfissiata da un surplus di pretese inversamente proporzionali alla consistenza di ciò che si concretizza nelle quasi 300 pagine; non vi sono riferimenti al contesto storico-politico-culturale di più amplio respiro, non si scava a fondo nella melma e nel fango che si celano nell’animo umano, non basta l’ironia che aiuta l’autore a non erigersi a moralista, a far contorcere le viscere, non inquieta. Ammazza la star diverte, fa riflettere, ci sbatte in faccia parte di una realtà di cui dovremmo provare vergogna, con la sua già citata ironia, marchio di fabbrica dello scrittore, pare sminuire la pericolosità dello sfigato protagonista, rendendocelo quasi poco credibile fin dall’inizio (complice anche la trama bizzarra), ma non è il vero senso del maledetto, ad accompagnare la penna di Consiglio, bensì il gusto per il politicamente scorretto, del dissacrante, l’insofferenza, anche a ragione, verso una determinata tipologia di scrittori che vanno di moda oggi e che vendono.

Consiglio non giudica il suo protagonista, lascia che sia il lettore a farsi un’idea e racconta quello che gli riesce meglio quello che possiamo vedere noi ogni giorno, soprattutto per quanto concerne certi aspetti fisiologici… Stop. E’ poco? E’ noioso? Potrebbe sembrarlo ma si spera che chi legga Ammazza la star possa soffermarsi soprattutto su pezzi  come questo: “Ho continuato a sentirmi un povero coglione inadatto a volgere lo sguardo oltre l’orizzonte. E quando ci ho provato, l’ebbrezza di una vita nuova e ancora immaginata mi ha stordito, facendomi perdere di vista i miei obiettivi. Le vedi queste persone sedute attorno a noi? Fanno colazione e tra poco si alzeranno per andare al lavoro. Si sbattono, producono, portano a casa uno stipendio e un pizzico di felicità. Di fronte a me sono giganti, o almeno io li vedo così.” Come del resto lo stesso horror Tetsuo che si diverte a shockare lo spettatore con le sue trovate, si apre a diverse letture. A chi non basta la radiografia della realtà, leggere il raddoppiamento di ciò che è sotto i nostri occhi, e cerca rude poesia, mitopoiesi, forza visionaria, metafisica, quinta essenza della maledizione, ricchezza linguistica, deve rivolgersi altrove. Non solo a Truman Capote, citato dall’autore alla fine del libro.

 

 

 

‘La metà del diavolo’, il noir nichilista di Incardona

La metà del diavolo (NN editore 2016, titolo originale Derrière les panneaux, il y a des hommes) è l’ultimo libro di Joseph Incardona, il primo tradotto in italiano. È un noir teso e disperato che, fra le altre cose, getta una fievole luce sull’esistenza di un ben preciso tipo di umanità: quello che vive e lavora sulle autostrade, non-luoghi per eccellenza.

La metà del diavolo. L’altra metà, che cos’è?

Diversi sono i personaggi, alcuni dei quali nel ruolo di mera comparsa, che popolano questo romanzo, ma a tre si può dare il ruolo di comprimari: Pierre Castan, Pascal Folier, Julie Martinez. Il primo è un padre di famiglia distrutto dalla morte della figlia Lucie per mano del secondo, un serial killer di bambine; il terzo personaggio è il poliziotto incaricato di ritrovare la piccola Marie Mercier, l’ultima vittima di Pascal; quando dietro la scomparsa della ragazzina si innalza l’ombra del rapimento, le forze in gioco si gettato a caccia del rapitore.

I punti di forza di questo noir/thriller non sono tanto la trama, di per sé abbastanza poco originale, quanto piuttosto: 1) il carattere introspettivo dei personaggi, ben delineati; 2) l’atmosfera; 3) l’utilizzo di uno sviluppo alternativo per affrontare una storia che rientrerebbe, di diritto, nel genere giallo/poliziesco.

“Siamo soli con i nostri segreti”

Pierre Castan è un uomo distrutto, un fantasma rabbioso in cerca di vendetta. La vita sua e quella della (ex?) moglie Ingrid è finita con la morte della loro figlia. Da allora Ingrid è caduta in una depressione apatica dalla quale non sembra esserci possibilità di ritorno: passa le giornate ad alcolizzarsi e masturbarsi in un salotto invaso dalla sporcizia, ogni tanto si fa sodomizzare dai porta-pizza che capitano per casa. E questo è tutto il suo “ruolo” all’interno del romanzo; di fatto è un personaggio inutile ai fini dello sviluppo della trama, ma che ben rappresenta l’atmosfera nichilista di cui al punto 3. Pierre è un’anima tormentata, un uomo che ha abbandonato per dare la caccia all’assassino, e lo fa vivendo di fatto fra un autogrill e l’altro, convinto che prima o poi riuscirà a mettere le mani addosso all’uomo che ha annichilito la sua famiglia. La seguente frase viene riferita a Ingrid, ma è senza problemi applicabile anche a Pierre:

Per questo Ingrid resiste.
Soltanto per questo.
Resisterà il tempo necessario a strappargli gli occhi, la lingua, le orecchie, le dita, il naso. Il cazzo. Tutto ciò che ha approfittato di Lucie, tutto ciò che ha divorato Lucie sarà colpito piegato spezzato scuoiato dilaniato distrutto.
Sale sulle ferite.
Gli piscerà in bocca.
Cosparso di benzina e bruciato.

“Il cazzo”, dunque. Elemento quasi di scherno questo, visto che Pascal Folier, oltre a essere sociopatico, orfano e sordo, è anche impotente; e dunque non rapisce le bambine per violentarle. Il problema principale di Pascal è la solitudine: l’assenza di suoni nella sua vita si unisce con l’assenza di affetti e di emozioni. È di fatto una monade esistenziale, un alieno. Nel romanzo non lo vediamo intrattenere rapporti umani se non per mera necessità; prova più sentimenti per il suo furgone che per qualsiasi altro essere vivente; la sua estrema razionalità lo avvicina decisamente alla sociopatia. È dunque un individuo pericoloso, e bravissimo è Incardona a immedesimarsi nella sua mente, anche se a tratti si vacilla, da lettori, nel capire quali siano le sue motivazioni. Di fatto sembra rapire ragazzine per avere compagnia, ma poi non si fa problemi a chiuderle in una ghiacciaia o a scioglierle nell’acido per far scomparire le prove. È in ogni caso un personaggio diabolicamente affascinante.

Julie Martinez è forse, fra i tre, il meno azzeccato: è una donna forte, “cazzuta”, emotivamente fragile ma in grado di recuperare questa mancanza con una grande motivazione. Però sembra sfuggire a tratti quali sono i suoi obiettivi nella vita oltre a quelli lavorativi. La vediamo cedere solo quando, incapace di controllarsi e consapevole di star rischiando anche la vita nell’indagine, si lascia andare sessualmente (ma non emotivamente, almeno non del tutto) col suo compagno di squadra Thierry Gaspard.

Ciò che accomuna questi individui (e gli altri personaggi: la veggente Tìa Sonora, la prostituta transessuale Lola, il manager di autogrill Gérard Lucino, le varie comparse) è in una sorta di disperazione, di senso di sconfitta dalla vita assimilabile, per vie traverse, a quel grande non-luogo che è l’autostrada. E qui arriviamo al punto 2.

Non-luoghi, non-vite, non-senso

Non c’è nessun dio, Pierre.
Nessun riferimento al di là di noi stessi.
Non c’è nessuna macchinazione, nessun deus ex machina.
Qualcuno ha preso tua figlia perché il mondo è in movimento.

Il male esiste ma non è il Diavolo: questo ci dice Incardona ne La metà del diavolo. In un mondo senza Dio, in cui regnano non la Legge e il Disegno divino, bensì l’entropia e il caos totale, è l’essere umano il male, o meglio quella vitalità interna che porta avanti le sue azioni, e che può sdoppiarsi in qualsiasi momento: «Come spiegarle che, oltrepassata una determinata soglia di sofferenza, ci si trasforma in una scheggia impazzita, non c’è più nessun legame sociale, nessuna legge, più niente da rispettare se non la propria sete di vendetta. […] Distruggere. Vendicarsi. Far male. Purificare». Ecco il male cos’è: la mancanza di empatia da una parte, la voglia di distruzione dall’altra. È un male che terrorizza per la sua insensatezza e per l’impossibilità di redenzione che rappresenta. Senza Dio, a chi si può chiedere aiuto? Perché, ci dice altrove Incardona, «Dio è morto».

La caccia all’assassino, la caccia allo stile

La caccia è dunque al centro del romanzo La metà del diavolo, ma interessa poco a Incardona mostrare prove, referti medici, indagini ecc. Anziché puntare sul giallo, si butta sul nero, mostrandoci come la vendetta e la giustizia si confondano quando di mezzo c’è la disperazione. Allora le intuizioni e i colpi di scena tipici del primo genere vengono soppiantati da elementi introspettivi, ambientazioni squallide, vite bruciate e un senso di redenzione che si aspetta fino alla fine ma che proprio non arriva.

Se questo elemento rende peculiare La metà del Diavolo, d’altro canto è difficile mantenere la giusta tensione per 270 pagine. L’autore/narratore si intromette pesantemente, coi suoi giudizi e la sua visione del mondo, dialoga coi personaggi, dà loro consigli pur sapendo che non possono ascoltarlo, si diverte sadicamente col lettore anticipando alcune morti. La struttura scricchiola appena quando, dopo l’ennesima digressione dalla trama, Incardona vuole trasmetterci, ancora una volta, un senso di estraneità.

Ma questo è decisamente un difettuccio che gli si può perdonare.

“Omicidi in pausa pranzo”, di Viola Veloce

“Apro gli occhi appena in tempo per vedere Colombo che si butta sul direttore e gli stringe la mano, complimentandosi per il Festival di Sanremo a scopo formativo. Ma non è l’unico leccapiedi a ronzare intorno a Vernini, perché di colleghi lanciati a congratularsi col verme ce ne sono almeno un’altra dozzina”.

 

Omicidi in pausa pranzo (Mondadori, 2014) è il  terzo romanzo di Viola Veloce, pseudonimo dell’autrice di Mamme Bailamme e Mariti in salsa web. Il caso letterario di Omicidi in pausa pranzo nasce dalla rete ed è il risultato di un’auto-pubblicazione. Dal passaparola, molti iniziano a leggerla e dimostrano di apprezzare notevolmente la storia del serial killer aziendale che uccide gli impiegati. Perché? Si tratta di un romanzo con uno stile personale graffiante e autentico che tratta di un tema pressoché nuovo, mai affrontato, che sfrutta il sottofondo dell’omicidio in azienda, e del panico derivatone, per condurre una critica esasperata del rapporto dirigente-impiegato in cui, ironia a parte, chi non viene licenziato, o cambia lavoro o muore di stress. Nel romanzo, si evince perciò un conguaglio drammatico in cui tragico e comico si confondono con destrezza grazie alla capacità dell’autore. Così accade, quando la madre della protagonista si pone alla figlia con la ricetta televisiva anti-killer.

Lei allora tira fuori una vocina da scolaretta e risponde tutta compita: “Tesoro, mi sto costringendo a guardare quei terribili telefilm perché voglio scoprire chi ha ucciso la Sereni! Hai capito, amore, li guardo per te, per aiutarti!”.

Quello che di primo impatto si presenta al lettore come un giallo si presta subito ad una analisi che tenga conto di ben altri generi letterari: il romanzo rosa ed il noir. Veloce acquisisce ed assimila elementi di ogni singolo tipo e li rimescola per un romanzo ironia e sarcasmo occupano il tono predominante della narrazione. La vicenda vede come protagonista una ligia impiegata, contabile in una azienda milanese: Francesca Zanardelli. La donna è single, è stata abbandonata prima del matrimonio dall’ex fidanzato Maurizio. Si delinea il classico profilo della donna trentenne depressa in cerca di marito, che affannosamente temporeggia nella noiosa, livida vita metropolitana alla ricerca della svolta. Vita dell’impiegata qualunque tristemente divisa tra visite ai vecchi, ansiosi genitori ed un pasto con il collega saputone, Michele, che ogni sera si diletta in letture di storia medioevale. Il ritmo regolare dell’azienda milanese viene dilaniato da un omicidio: la Sereni, proprio la collega seduta di fronte alla scrivania di Zanardelli, viene uccisa mentre tutti gli altri sono impegnati a inforcare cotolette milanesi e insalata, distratti in un’apoteosi da pausa pranzo, quella parentesi di immobile e fissa sospensione temporale che separa i dipendenti dalla ripresa dell’attività e dona ai dipendenti un momento di effimera gioia. E’ la protagonista a trovare il corpo nel bagno dell’ufficio. La donna, peso inutile e odiata dall’intero corpo aziendale perché stralunata e scansafatiche, è distesa a terra con la mani incrociate sul petto e un cappio bianco al collo.

Da questo momento in poi Francesca perde la serendipità sul luogo di lavoro, vocabolo che il narratore sottolinea ironicamente in quanto non rispecchia le reali ma solo le apparenti condizioni lavorative degli impiegati. Fa pensare un po’ al personaggio di “Diario di Bridget Jones”, soltanto che in questo caso Francesca non ha la bonarietà e la freschezza del primo, si anima nell’ufficio pervasa da un’aria saccente e inspiegabilmente insicura, e per questo motivo non convince del tutto, non regge e lascia un po’ perplessi. In alcuni momenti si pone ai colleghi come una stakanovista impeccabile e meticolosa, in altri invece si lascia andare a scivoloni propri di uno Charlot aziendale, dimostrando un fare disincantato a cui si uniscono interventi inappropriati o iniziative poco credibili sul piano narrativo, come farsi riprendere da un iphone blaterando dalla scrivania della segretaria. E’ probabile che l’autrice abbia volutamente messo in atto un procedimento di autoironia, di critica alacre che la protagonista applica agli altri come a se stessa. Ciò nonostante le due metà convivono bene solo parzialmente, in quanto maldestro impiegato e rigido contabile sono due facce di una stessa medaglia della quale solo una può prevalere sull’altra. Avrebbe fatto meglio a dare voce ad una della due facce, anziché ad entrambe. Riconoscibile è la (celata) critica all’azienda come microcosmo e delle condizioni in cui i lavoratori italiani sono obbligati a sottostare. Un personaggio secondario che spicca è quello di Crudelia, la sindacalista dell’azienda, che tartassa i lavoratori con stridenti circolari in cui si incita alla ribellione intestina, là in quelle assemblee che fanno ripensare al vecchio, ridicolo cameratismo dove ognuno manifesta la disapprovazione per il male collettivo, ma il singolo in realtà pensa solo al tornaconto personale.

Nonostante la perplessità intorno al protagonista, Veloce diverte, spinge il lettore a ridere di gusto e riesce comunque a far riflettere. I personaggi sono coerenti con quello che si potrebbe definire umorismo contemporaneo e alle volte presentano dei tratti grotteschi. Alla negatività di un’esistenza senza futuro, Francesca è depressa ancora prima della morte della collega, l’autrice contrappone la ricetta per la quiete, non per la felicità, utopia che l’autore lascia ai semplici e ai poveri sognatori. In questo si sottolinea anche una sorta di non propriamente cantabile cinismo, che fa sì che il lavoro sia interpretato così come un sinonimo di rinunce e vessazioni. Omicidi in pausa pranzo è il frutto di una penna in cui l’ironia si acuisce in un sarcasmo che denuncia una realtà asfittica e arbitraria, in cui personalità vagano tra paura del futuro e critica del presente.

L’uomo (e la donna) narrato da Viola Veloce è l’uomo contemporaneo: contraddittorio, timoroso, buffo e maldestro, privo di consapevolezze e con tendenze maniacali. Ma non è privo di eroismo, anzi, al momento opportuno e non senza un pizzico di comicità, riesce a risolvere i suoi problemi e guarda al futuro. Omicidi in pausa pranzo è un libro consigliato  a chi va oltre la pagina scritta: non ci si aspetti suspense, colpi di scena o altri espedienti del genere. Il romanzo va letto con un occhio attento ai temi e alle problematiche sollevate e alla virtù della risata. Non si tratta perciò di un giallo, bensì di un romanzo che probabilmente aspira ad essere qualificato come tale ma è più vicino al comico. Non si può parlare di giallo perché il colpevole è facilmente individuabile dalle prime pagine; rimane comunque un’opera che propone una sostanziale critica del lavoro in azienda e un inno alla risata, perché di risate non muore mai nessuno (o quasi!).

 

 

 

Generi letterari del Novecento

I generi letterari che nascono o che sono maggiormente adoperati dagli autori durante il Novecento sono:

Sonetto: breve componimento poetico , composto da quattordici versi di endecasillabi raggruppati in due quartine  a rima alternata o incrociata e in due terzine a rima varia. Lo schema del sonetto è molto vario, possiamo avere il sonetto misto, doppio, minimo, continuo. Nel ‘900 autori come Pasolini e Zanzotto lo hanno utilizzato in maniera originale.

Versi liberi: l’autore non rispetta volontariamente lo schema metrico tradizionale, nè si avvale di un numero fisso di sillabe.Soprattutto durante il Novecento si attua un rapporto molto più libero per quanto riguarda gli accenti e le strofe.Si hanno cosi : la polimetria che consiste nell’utilizzare versi regolari ma che costituiscono strofe irregolari; anisosillabismo, quando si vengono a formare sillabe maggiori o minori rispetto a quelle tradizionali per una lunghezza variabile del testo; il verso-frase, coincide con la pausa e varia per accenti, battute ed estensione; il verso-lineare è di solito rappresentato con una pausa nella dizione e con uno spazio bianco.

Romanzo: forma della narrativa in prosa, caratterizzato da una struttura  della storia abbastanza complessa e una vasta varietà di personaggi. Presenta molti sottogeneri ,molti dei quali hanno avuto fortuna nel Novecento come:

il romanzo giallo: genere di narrativa popolare estesosi poi alla tv, ai fumetti  e soprattutto al cinema, nel quale si racconta un crimine; comprende a sua volta il poliziesco, il noir, lo spionaggio, il thriller, che può essere a sua volta legale o medico.

Il poliziesco dà maggiore importanza alle indagini rispetto ad un racconto giallo classico (o deduttivo); il noir , discendente dell’hard boiled americano mette racconta un delitto attraverso gli occhi del criminale o di chi ne è coinvolto involontariamente, con un’attenzione particolare per l’ambiente e la psicologia dei personaggi. La letteratura di spionaggio è incentrata su una spy story internazionale che può includere il noir, il thriller, la fantapolitica e la fantascienza. Il thriller è un giallo di suspense e di azione  dove si assiste alla preparazione ed esecuzione  del crimine in un crescendo di emotività e tensione. Nel thriller legale (Carofiglio, Grisham) i protagonisti sono gli avvocati che risolvono il caso, nel thriller medico (Cornwell) il medico legali e gli specialisti della scientifica.

Meritano poi una speciale menzione i gialli storici ambientati nell’Antica Roma, durante l’Età Vittoriana o nel Medioevo; e i serial killer di cui la maggior rappresentante è Agatha Christie (“Dieci piccoli indiani”).

Il romanzo rosa: narra vicende amorose , sentimentali e passionali  destinato soprattutto al pubblico femminile; celebri sono i romanzi di Liala, di Mura, di Glyn.

Il romanzo horror:  basato su storie che suscitano nel lettore forti emozioni e paura e orrore, è anche conosciuto come racconto gotico o di fantasmi. Predominano il mistero, il bizzarro, il sovrannaturale, luoghi sinistri, personaggi particolari, creature mostruose; il ritmo narrativo è veloce e caratterizzato da molti colpi di scena. Iniziatori e rappresentanti  del genere sono stati Poe, Doyle e Stevenson per poi proseguire del Novecento soprattutto in Inghilterra, Stati Uniti ed Irlanda (King) mentre in Italia raramente si scrivono romanzi di genere.

Il romanzo psicologico: la letteratura come mezzo di (auto)analisi , terapia e riflessione profonda; di fronte alla violenza e alla guerra gli autori scelgono di  focalizzare tutto  sui personaggi, sul loro mondo interiore e sulla loro psiche; la fabula è ridotta al minimo cosi come lo spazio. Prevalgono le pause (“La coscienza di Zeno”, “Uno, nessuno, centomila“, e i romanzi di Joyce, Proust,..

Riscuote poi molto successo anche il romanzo erotico, i cui contenuti sessuali sono piuttosto espliciti.

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