‘Modern love’ di Amazon Prime Video: amore “moderno” o amore senza tempo?

L’amore declinato nelle sue mille sfaccettature è il protagonista di Modern Love, la nuova miniserie statunitense distribuita da Amazon Prime Video a partire dallo scorso 18 ottobre e che richiama subito alla mente Love Actually. Il tv show diretto da John Carney, consta di 8 episodi ognuno incentrato su una storia d’amore, reale o romanzata tratta dall’omonima raccolta in uscita sul New York Times.

Il primo episodio, che fa da pilota, presenta un tipo d’amore particolare, quasi atipico: l’amicizia tra la protagonista e il portiere del palazzo dove abita. Maggie (Cristin Milioti) è una giovane adulta, che si è trasferita da poco più di un anno in una nuova città. Come è noto, ambientarsi in un contesto diverso dal proprio non è mai semplice, ma la nostra signorina Mitchell non è davvero sola, il suo “migliore amico” è proprio lì con lei. Guzmin (Laurentiu Possa), infatti, si dimostrerà premuroso, paterno, attento e protettivo, e colmerà le mancanze affettive della giovane con la sua presenza in più occasioni. Emerge qui a chiare linee che anche l’amicizia è una forma d’amore, forse la più sincera.

L’episodio successivo viaggia su due binari amorosi: un amore perduto e un amore ritrovato. Durante l’intervista con Julie (Catherine Keener), giornalista del Sunday Magazine, Joshua (Dev Patel), giovane sviluppatore di un’applicazione di dating, racconta di essersi buttato a capofitto nel lavoro dopo una fortissima delusione d’amore. La reporter, comprendendo perfettamente i sentimenti del ragazzo, non può fare a meno di aiutarlo. Lei stessa in passato, ha “perso” il suo primo amore Michael (Andy Garcia). La narrazione procede attraverso una serie di flashback e flashforward in cui le storie dei due protagonisti si intrecciano continuamente lasciandoci fino alla fine con una grande curiosità. La vicenda amorosa di Julie risulta la più emozionante grazie anche al finale che lascia un po’ d’amaro in bocca.

Il terzo tipo d’amore, è l’amore verso se stessi. Lexi (Anne Hathaway), ad uno sguardo superficiale, sembrerebbe una ragazza comune, vivace, che conduce la propria vita in maniera semplice. Una sera di ritorno dal lavoro decide di iscriversi ad un sito di incontri. La descrizione che proporrà di sé ci lascerà stupiti perché farà emergere la difficile storia di questa protagonista. La ragazza, come lei stessa afferma, ha un problema, che non le permette di instaurare legami affettivi duraturi. “Riuscirà a trovare qualcuno che la amerà davvero per come è realmente?” La nota attrice riesce a esprimere sia la gioia che la sofferenza provata dal suo personaggio, ricoprendo con la giusta emotività un ruolo abbastanza ostico da interpretare.

Personaggi principali della quarta puntata sono Sarah (Tina Fey) e Dennis (John Slattery), una coppia sposata da tanti anni, ormai in crisi, che per trovare una soluzione ai numerosi problemi si rivolge ad una terapeuta. La donna lamenta di sentirsi fortemente trascurata ed esclusa dalla vita del marito accusandolo di pensare solo al lavoro. I due cominciano a seguire la terapia di coppia ma con scarsi risultati. Dopo l’ennesima litigata però si verifica un risvolto inaspettato. Riusciranno a riunirsi oppure no? Questo episodio rappresenta uno spaccato familiare abbastanza comune, due persone che mettono al primo posto i propri figli e cercano di superare le difficoltà.

Il quinto episodio propone una coppia di protagonisti che di primo acchito sembrerebbero non avere alcun punto in comune. Yasmine (Sofia Boutella), popolarissima e bellissima influencer, e Rob (John Gallagher Jr.), il classico ragazzo della porta accanto. I due escono per il secondo appuntamento che si svolge per la maggior parte del tempo in ospedale. Nonostante lo scenario non sia dei migliori, la sincerità, l’onestà e il cuore puro di Rob, permettono di svelare una Jasmine del tutto inattesa, senza filtri, senza maschere. L’amore al tempo dei social, dietro i quali la ragazza nasconde la sua reale essenza, assume qui una connotazione quasi “positiva”. Con le persone giuste, quelle che non ti giudicano dalla “copertina” è facile mettersi a nudo e mostrarsi per ciò che si è davvero nel profondo.

L’episodio seguente riguarda Tami (Myha’la Herrold) e Maddy (Julia Garner), due amiche che si ritrovano per festeggiare il compleanno della prima. Maddy resta molto colpita dalle parole d’orgoglio pronunciate dal padre di Tami in quella occasione di festa. La ragazza, difatti è orfana di padre da quando aveva undici anni e questa mancanza dell’immagine paterna le provoca forte sofferenza. Ciò la spinge ad intrecciare un rapporto ambiguo con un socio senior dello studio dove lavora che la porterà a maturare nuove consapevolezze. La puntata provoca indubbiamente un effetto straniante all’inizio, chiarito poi solo nella scena finale.

Il penultimo episodio tratta l’amore tra persone dello stesso sesso. Tobin (Andrew Scott) e Andy (Brandon Kyle Goodman) legati da un amore profondo decidono di allargare la famiglia. Si rivolgono dunque ad una agenzia di adozioni per valutare le diverse procedure. Dopo l’ennesimo rifiuto conoscono Carla, una homeless, che fa proprio al caso loro. Sembrerebbe andare tutto bene fin quando la ragazza non si trasferisce stabilmente per terminare la gravidanza. Ecco che cominciano le prime discussioni, Tobin in particolar modo la accusa di essere irresponsabile e immatura. Sarà proprio lui però che alla fine le starà accanto, affrontando con lei uno dei momenti più importanti nella vita di una donna. L’episodio mette in luce una realtà molto diffusa ai giorni nostri, quella della famiglia “allargata”che, seppur con notevoli difficoltà, riesce a superarle grazie all’amore.

L’ultimo episodio ci lascia indubbiamente tristi e felici allo stesso tempo, perché chiude il bellissimo cerchio dei sentimenti. L’amore tra Margot (Jane Alexander) e Kenji (James Saito) è un amore adulto, maturo. Entrambi vedovi, si incontrano alle olimpiadi geriatriche e si innamorano perdutamente. L’amore è eterno, l’uomo no. Margot si ritrova nuovamente sola con i suoi pensieri, ma nulla la distoglie da un’ultima corsa. Mentre corre, la donna ritrova se stessa, la voglia di vivere, la serenità tanto agognata. Lei non lo sa ma indirettamente incontra anche i suoi “compagni di viaggio”: Carla, Maggie e Guzmin, Joshua e Julie, Rob e Yasmin, Lexi, Sarah e Dennis, Maddy. Ed è sempre emozionante come la prima volta, quando si guarda il primo episodio. Vedere questi personaggi e riconoscerli, quasi come fossero persone realmente incontrate.

In poco più di mezz’ora gli episodi racchiudono messaggi emozionanti che toccano le corde del cuore in ogni scena. Sono storie di vita quotidiana, in cui ognuno può riconoscersi. La serie non solo ci mostra che l’amore può avere numerosi volti, ma ci spinge anche a riflettere su temi delicati quali il bipolarismo, la maternità. Rapporti di coppia in frantumi, storie di amori persi, di amori ritrovati, di amicizie intense. La grande attenzione sulla scelta dei titoli, che racchiudono perfettamente l’essenza del racconto, la delicatezza con cui sono affrontate le tematiche, la presenza di un cast d’eccezione (tra cui Andy Garcia, Dev Patel, Ed Sheeran, etc.), capace di emozionare anche solo con uno sguardo, sono gli ingredienti perfetti per la ricetta di Modern Love. Lo show dell’amore e dei sentimenti, rivolto a tutti, dai ragazzi agli adulti. Del resto l’amore è la forma di espressione più bella in assoluto.

 

 

Maigret, la serie tv: l’idea di una giustizia compassionevole

Mr. Bean torna sotto forma del commissario Maigret nato dalla penna di George Simenon. Torna perché c’è la stessa malinconia di fondo di Rowan Atkinson. Questo nuovo Maigret interpretato da Atkinson pone lo spettatore, assettato di velocità seriale, plasmato da episodi prodotti con il fordismo industriale, in una nuova dimensione della giustizia: quella della compassione.

Tutto comincia, più che con gli omicidi, con la compassione che Maigret ne prova, chino sulle vittime, sulle loro vite spente, non semplici corpi, comune e ormai inerte materia, ma vite spente, ormai concetti su cui riflettere, anime su cui piangere, così questo Maigret immensamente malinconico vive la sua professione. In una scena di intensissima drammaticità, il commissario così potentemente umano decide di seguire il corpo della vittima, già morta, come se fosse una Beatrice dantesca che deve assicurarsi l’accesso in Paradiso del defunto innocente.

Compassione che ritorna significato letterale, quando addirittura sostituisce la vita della vittima insieme alla propria moglie per tendere una trappola ai colpevoli, ma nel farlo l’immedesimazione assume i tratti di una capacità di entrare dentro la vita del sostituito e farne proprie le esigenze, i desideri, le speranze, i dolori.
La sua è una giustizia lenta, mai urlata, gli episodi ne sono l’espressione, lunghi un’ora e mezza circa. Che significa giustizia lenta? Significa che il suo procedere, le sue indagini, possiedono non la forza delle armi, il grido eclatante dell’azione muscolare e audace. Non c’è mostra di spettacolarità, quanto triste e inesorabile attuazione delle misure della dea bendata. Questo Maigret vive in lunghi silenzi le sue riflessione sulla condizione umana, sul senso di ciò che accade. Tutto qui è interiore, le stesse armi, poco usate, sono nascoste in quei grandi cappotti da uomo, come se fossero sentimenti che il pudore e la compostezza di un tempo impongono di celare, di utilizzare con taciuto dolore, taciuto, ma vissuto. Lenta la giustizia si diceva, perché il male impone profonda e attenta riflessione.

La compassione è il principale motore di questa giustizia lenta ma inesorabile, efficace, definitiva, seppur non esauriente sulle domande umane circa il dolore e il male. Compassione che Maigret prova per la vittime e i colpevoli, arrivando fino a far portare i fiori nella stanza dell’assassina, perché aveva appena partorito: era una madre con suo figlio e la stanza era fredda, i fiori l’avrebbero resa più umana. Un procedere lento, i morti stessi sembrano lenti ad andarsene, trattenuti in questo mondo dalla malinconia di Maigret che non accetta mai definitivamente l’ingiustizia della loro condizione di vittime innocenti, nulla passa dunque, al contrario del pantha rei classico, qui c’è un parmenideo immobilismo, un’impassibile resistenza della vita, che eternizza i morti non nell’aldilà, ma nella tristezza del vivo Maigret, nell’attesa della giustizia da riportare. Solo in un momento sembra perdere l’amore per l’uomo: di fronte ad un giustificabilissimo vigliacco, che balbetta titubante le informazioni per paure di essere ucciso, solo di fronte a queste esitazione Maigret diventa duro, ma lo fa per la giustizia che è al di sopra anche di lui, lenta sì, ma che non ammette ostacoli, la giustizia che tutto oltrepassa e su tutto cala, in questo mondo in cui la violenza non può essere evitata ma “giustiziata”. Maigret non è altro allora che il braccio di questa compassionevole giustizia, vestita con abiti umani, piena di malinconica comprensione, triste disincanto e immensa moralità. Questa serie ha poco a che fare con il thriller, ci porta su un piano metafisico, è filosofia della giustizia, è religione.

I dialoghi di Maigret con i colpevoli sono quasi monologhi, non su che cose sia giusto, ma su quanto sia ingiusto quello che i colpevoli hanno fatto, in un elenco di colpe che ricorda una litania epica, un’epica della morte ingiusta, che ricorda i canti omerici sulla guerra di Troia e la tristezza della morte che aleggia sui guerrieri.
L’ambientazione non è che l’espressione materiale di questo visione, vissuta con gli abiti che solo la sua epoca sapeva portare con compostezza ed eleganza, sempre in giacca e cravatta, sempre con il cappotto, non quello alla moda di Sherlock, attillato dalla vanità, o quello ampio, ma trasandato di schiavone, simbolo di umanità nichilisticamente sgualcita, ma quello comodo e soprattutto semplice, come l’umanità dovrebbe essere, che indossa ancora il cappello, alla cui ombra sembra nascondersi la malinconia di questo Maigret. Abiti in cui correre è difficile e anche non voluto, proprio perché qui la giustizia si attua sussurrando la forza, più che imponendola; giustizia che porta con sé la consapevolezza che il bene, nella sua calma superiorità, ce la farà. Si corre, forse, ma mai Maigret, si spara, ma mai Maigret, si vince, e vince sempre Maigret, vince sempre la giustizia e la compassione.

Le musiche sono funzionali a questa espressione malinconica, non c’è mai la musica gloriosa della vittoria napoleonica, mai quella cadenzata dell’azione in corso, ma sempre quella lenta e nostalgica del mondo come avrebbe dovuto essere… più giusto, e che con Maigret almeno sarà meno ingiusto.
Maigret è malinconico come una poesia nata dall’infelicità, e soprattutto è giusto come solo la forza della compassione riuscirebbe ad essere. E’ il primo poliziotto a dirci che giustizia e saggezza sono la stessa e identica virtù.

Il Gattopardo: dal romanzo alla serie tv prodotta dall’Indiana Production e La Feltrinelli

In atteggiamento di rottura col Neorealismo e in linea col Decadentismo, si pone Il Gattopardo romanzo del ‘900 dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Tema focale dell’opera è l’introspezione psicologica di Fabrizio principe di Salina. L’autore infatti mette in evidenza il senso di “inettitudine” e stanchezza del protagonista di fronte ai mutamenti sociali e storici.

L’autore

Giuseppe Tomasi di Lampedusa è stato uno scrittore italiano nato a Palermo nel 1896 e morto a Roma nel 1957. Proveniente da una famiglia nobile, presto diventò un autore di successo grazie al romanzo Il Gattopardo pubblicato postumo nel 1958. Nel 1915 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza e partecipò al primo conflitto mondiale tra le file italiane come ufficiale. Diventò testimone autoptico della disfatta di Caporetto e della prigionia austriaca. Dopo quella terribile esperienza si ritirò a vita privata dedicandosi alla scrittura. Nel ‘32 si sposò con Alexandra von Wolff-Stomersee ma il matrimonio fu messo più volte in discussione. Nel ʻ40 fu richiamato in guerra ma presto congedato. Dopo pochi anni perse la madre a cui era molto legato e nel 1957 morì vittima di cancro ai polmoni.

Il Gattopardo: tra letteratura e cinema

Nel 1958 Giorgio Bassani pubblicò l’opera presso Feltrinelli dopo i diversi rifiuti di Vittorini. Del resto l’autore era uno sconosciuto; un principe siciliano che aveva sempre vissuto lontano dai circoli letterari. Contro ogni previsione l’opera ebbe un enorme successo specialmente in Italia e in Francia. Fa da sfondo al romanzo la Sicilia garibaldina degli anni ‘60. Il protagonista è logorato dalla sua inermità e attende con angoscia la morte. A fargli compagnia sulla scena il nipote Tancredi che si unirà ai garibaldini piuttosto che difendere il Regno. “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.” – affermaSostenendo in questo modo che il passaggio al nuovo Regno d’Italia sarà solo apparente; il potere difatti rimarrà nelle mani delle classi dirigenti. Egli sposa dunque la bella Angelica, figlia di Calogero Sedara, un borghese arricchito. Quest’unione segnerà l’alleanza definitiva con le nuove classi in ascesa e il debutto nell’alta società.

Nel 1963 Luchino Visconti accettò con entusiasmo di realizzarne la trasposizione cinematografica, attratto particolarmente dalla figura del protagonista. Il successo fu assicurato in tutto il mondo e il film vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes. Visconti dunque cominciò a preferire le ambientazioni aristocratiche e alto borghesi. Nella pellicola troviamo un cast d’eccezione composto da Burt Lancaster, attore e regista statunitense, nelle vesti del protagonista Fabrizio. Ad impersonare il sovversivo Tancredi è Alain Delon a sua volta attore e regista. Nei panni dell’ homo novus Calogero Sedara vediamo Paolo Stoppa (attore teatrale e doppiatore italiano) e nel ruolo di sua figlia Angelica la famosissima attrice italiana Claudia Cardinale.

La serie televisiva

Grazie alla collaborazione tra l’Indiana Production e la Feltrinelli Il Gattopardo diventa una serie tv a tutti gli effetti. Nello specifico si tratterà di una serie televisiva storica in costume che ripercorrerà le orme di Downtown Abbey e The Crown. Sarà composta da 8-10 puntate e trasmessa in lingua inglese. Le riprese cominceranno nel 2019 in Sicilia. Dalle interviste dei soci dell’Indiana Production si evince l’obiettivo del progetto che non ripercorrerà le tappe del film realizzandone un remake, ma si esplicherà nella trasposizione del romanzo per permettere alle nuove generazioni e a tutto il pubblico di godere di questo capolavoro da un punto di vista moderno.

‘Tredici’, la serie tv targata Netflix che ha diviso la rete

La serie tv Tredici, conosciuta negli Stati Uniti come 13 Reasons Why, è sbarcata sulla piattaforma Netflix il 31 Marzo 2017. La serie è stata creata da Brian Yorkey sull’omonimo romanzo di Jay Asher, autore conosciuto per i suo romanzi indirizzati prettamente al pubblico adolescente e che trattano i temi propri di quest’età. Tredici racconta la storia di Hannah Baker, ragazza suicidatasi prima dell’inizio dell’episodio pilot e che, nelle ore che hanno preceduto la sua morte, ha inviato una serie di tredici cassette (da qui il nome della serie) a tutti coloro che, in minima o grande misura, hanno contribuito a spingerla al suicidio. Il primo episodio vede uno dei più grandi amici di Hannah, Clay Jensen, ricevere il pacco di audiocassette e cominciare a interrogarsi sulla morte della ragazza della quale era segretamente innamorato da anni.

Analisi di un fenomeno della rete: i difetti di Tredici

La serie Tredici, non a caso, è composta da tredici episodi, ognuno concernente una delle ‘verità’ di Hannah. La storia è raccontata dalla sua voce narrante, ma la ragazza è protagonista degli episodi raccontati a Clay anche fisicamente. Il ritmo della narrazione si mostra, nei primi episodi, incalzante e carico di suspense, e così anche nei tre episodi finali, durante i quali viene svelato interamente il mistero sulla morte della protagonista. Ma, isolando gli episodi centrali, si può notare un profondo calo di interesse dovuto alla volontà di allungare la storia più del dovuto, pecca che di certo si può riscontrare anche nell’omonimo romanzo di Jay Asher. I racconti di Hannah si concentrano su piccoli e grandi episodi di bullismo, fino a sfociare nella violenza sessuale, eppure per la prima parte della serie è difficile per lo spettatore entrare davvero in empatia con la protagonista, che sembra in alcuni casi causa dei suoi stessi problemi, ovviamente escludendo dal discorso i casi di violenza. Per il resto Hannah sembra risentire con eccessiva sensibilità di episodi più adatti alle ‘burle’ da scuola elementare che alla vita di una ragazza di 18 anni, come il furto di alcuni foglietti indirizzati a lei o la pubblicazione di una sua poesia sul giornale della scuola senza il suo consenso. Così facendo, il regista ha spostato il focus dalle vere ragioni del suicidio di Hannah, descritte solo nelle ultime audiocassette. Per non parlare del protagonista, Clay Jensen, inglobato nel gruppo degli ascoltatori e potenziali istigatori al suicidio senza alcun valido motivo.

Tredici è una serie che ha diviso l’opinione pubblica fra chi l’ha aspramente criticata per il modo in cui è stata realizzata, lenta e piena di episodi non necessari, e chi l’ha lodata, sicuramente ritenendo più importante il tema trattato. Ma su questo genere di storie sono state create molte serie di successo, da I segreti di Twin Peaks alle più recenti Pretty little liars e Big little lies, in cui i temi caldi, dalla violenza al bullismo, sono stati ben bilanciai da un ritmo narrativo di certo più accattivante. Cavalcando l’onda del successo, Netflix ha già commissionato una seconda stagione di Tredici per l’anno prossimo.

‘I Medici’, un bilancio sulla period drama targata RAI

I Medici è una serie tv anglo-italiana andata in onda su Rai 1 tra Ottobre e Novembre 2016, la prima serie della televisione italiana trasmessa anche in Ultra HD. È composta da otto episodi di 55 minuti, una produzione internazionale creata da Frank Spotnitz e Nicholas Meyer e diretta da Sergio Mimica-Gezzan. I Medici ripercorre la storia della famosa dinastia fiorentina dal passaggio di testimone a capo della banca e della famiglia da Giovanni (interpretato da Dustin Hoffman), morto avvelenato in circostanze misteriose, a Cosimo de Medici (Richard Madden). Le otto puntate della prima serie, alla quale farà seguito una seconda con al centro le vicende di Lorenzo il Magnifico, sono incentrate sui tentativi di spodestamento dal posto di comando che i Medici hanno nella signoria fiorentina da parte di Rinaldo degli Albizi, e dalle indagini di Cosimo circa la morte del padre. Gli altri attori facenti parte di questo cast stellare sono: Guido Caprino, Alessandro Sperduti, Annabel Scholey, Lex Shrapnel, Frances Barber, Alessandro Preziosi, Sarah Felberbaum e Brian Cox.

I Medici: analisi della trama e del contesto storico

I Medici risulta una serie tv che, nonostante l’impronta della Rai, guarda al panorama internazionale senza sfigurare. Oltre al cast d’eccezione, troviamo un’ambientazione storica ricca di dettagli, nonostante le inesattezze e gli anacronismi (voluti e non voluti) che servono a ‘romanzare’ la trama. Tra le differenze con la Storia troviamo la morte di Giovanni de Medici, di Rinaldo degli Albizi e di Lorenzo, nella serie tv uccisi ma in realtà morti di morte naturale. Tra gli anacronismi alcune vedute dall’alto della città di Firenze, che presenta opere artistiche che nel 1400 ancora non erano state realizzate. La storia de I Medici presenta un andamento alquanto discontinuo: l’inizio è accelerato, lo spettatore segue due archi temporali distanti vent’ anni, scoprendo sia la giovinezza che la maturità di Cosimo, dualismo temporale che sembra atto a svelare dei misteri del passato della famiglia fiorentina ma che in realtà viene abbandonato dopo un paio di puntate senza apparente motivo; da metà serie l’andamento risulta più lento, focalizzato sulla maturità di Cosimo e sulle vicende legate a Rinaldo degli Albizzi, mostrandosi a tratti un po’ noioso e ripetitivo. Il protagonista, ovvero Cosimo, non riesce a entrare in empatia col pubblico, diventandone il beniamino, ruolo che cede chiaramente alla moglie Contessina de Bardi, una donna forte che tiene le redini della famiglia pur vivendo nell’ombra del marito. Un personaggio anacronistico per certi versi, soprattutto nella scena in cui consola la nuora Lucrezia Tornabuoni che ha appena perso un figlio, dicendole: “Una donna ha molti modi di rendersi indispensabile, non solo avendo figli”.

I Medici risulta quindi un prodotto discreto, che si lascia seguire, nonostante le inesattezze, i troppi flashback, la scarsa tensione emotiva, la recitazione da soap opera e poco realistica, e le lacune nella trama, incorniciato da una sigla d’apertura che ‘stona’ con l’ambientazione storica ma che non guasta, dando alla serie un’impronta più innovativa: ‘Renaissance’ cantata da Skin. Siamo comunque lontani dal valore didattico e culturale che dovrebbe avere un’opera simile, oltre che più avvincente, come lo è stato ad esempio il capolavoro del 1973 di Roberto Rossellini, L’età di Cosimo de Medici, pellicola che riesce ad erudire senza annoiare, riflettendo anche sul ruolo dell’artista e dell’intellettuale.

‘The Young Pope’ sempre più un fenomeno globale: 7° e 8° episodio

The Young Pope sta ormai conquistando tutto il mondo. Paolo Sorrentino sta scatenando vivaci dibattiti sui social e tra gli addetti ai lavori. Certamente la sua serie emoziona i telespettatori, la quale si arricchisce, puntata dopo puntata, di nuove ed intense sfumature che caratterizzano i personaggi. Alternando musiche che vanno da Roberto Murolo ai Jefferson Airplane, passando per Schubert, il regista napoletano prosegue la sua originale narrazione tra il poetico e il grottesco.

Se nei due precedenti episodi centrale era stato il ridondante richiamo all’infanzia del pontefice, in questi due episodi, l’equilibrio tra passat e presente si è dimostrato più saldo consentendo la straordinaria espressività attoriale di Jude Law, grazie anche alla presenza di Esther e del suo bambino che trasforma il Papa in una figura paterna, anche se come afferma Lenny: “Un prete non cresce mai perché non può diventare padre. Rimane sempre figlio”. A fare da sottofondo alla scena, una versione personale della canzone “Hallelujah” di Leonard Cohen, scomparso pochi giorni fa, durante un provino di X Factor, proprio nel giorno in cui è stato dato l’annuncio della morte del cantautore canadese folk, rendendo la sequenza una toccante coincidenza. Ma questo episodio ha permesso al regista di mostrare anche la decadenza umana fatta di botox, paillettes e selfie che caratterizza la vita dei salotti romani, accompagnata da Melanconia di Peppino Di Capri, evidenziando e marcando lo stato d’animo del Cardinale Dussolier (Scott Shepherd), tormentato dal senso di colpa per la morte del giovane Sanchez.

La settimana puntata di The Young Pope si era aperta con un Cardinal Voiello, sfegatato tifoso del Napoli, in tenuta calcistica azzurra, con il rosario in mano, mentre penava in ascolto della radiocronaca di una partita della sua squadra del cuore contro la Lazio nelle stanze vaticane. Napoli è presente anche nell’ottava puntata con il ritorno dell’accenno alla canzone “Era de maggio” cantata da Roberto Murolo durante il primo viaggio del pontefice in Africa. Qui Pio XIII incontra la finta benefattrice Suor Antonia, fondatrice del Villaggio della Bontà: il pontefice denuncia le ipocrite azioni umanitarie della religiosa e al suo ritorno in Italia, costretto da un atterraggio d’emergenza a Napoli, sull’autostrada Napoli- Roma Lenny chiede al suo seguito di fermarsi in un’aerea di servizio, in una strada buia, dove prega inginocchiato, invocando la morte della suora. Dall’altra parte del mondo suor Antonia muore.

Sorrentino in questi penultimi episodi, racconta per contrasti, tra suggestioni ed ironie, tra stravaganze e dolore, la presa di coscienza di Lenny Belardo che le cose non stanno andando per il verso giusto, e il pensiero che il suo pontificato sia destinato a concludersi presto. La curiosità per come andrà a finire questa potente serie tv sarà soddisfatta il prossimo 18 novembre.