Addio all’intoccabile Camilleri, inventore di un non-siciliano originalissimo

Andrea Camilleri, scomparso oggi all’età di 93 anni, è stato un magnifico costruttore di trame, l’inventore di un non-siciliano originalissimo, un bulimico di vita, di letteratura, di sigarette. I sette nodi della sua personalità, e della sua letteratura.

Camilleri merita onori virtuosi e veritieri. Virtù per virtù (teologali e cardinali, come vuole la norma), accompagniamo il savio Andrea, vigoria dell’Italia che fu, negli altri mondi.

Fede. Comunista. Dopo una giovinezza, “come tutti”, diceva lui, sia onore al vero, fascista. A 14 anni scriveva la lettera al Duce per inabissarsi in Abissinia, più tardi fu antiberlusconiano. Salvini gli storpiava la bile. In un brutto libro, Esercizi di memoria, svelò che il commissario Montalbano era tratto dal profilo di uno zio Carmelo, commissario della Pubblica Sicurezza, “fervente fascista”. L’unica fede di uno scrittore, in ogni caso e in ogni modo, dovrebbe essere la scrittura. Da vecchio, fu l’Omero della sinistra, mentre la sinistra bruciava, come Troia.

Speranza.In Argentina tutti conoscono Camilleri, l’Italia è il Sud, il Sud da cartolina di Camilleri. “Non si scrive per pubblicare, ma per pesare le parole, le parole sono pericolose”, diceva la grande scrittrice argentina Sylvia Iparraguirre. Dillo a Camilleri, divo per acclamazione popolare, non c’è uno che non lo conosca.

Carità. Camilleri conosce i tempi teatrali. Per questo funziona. Non è un letterato, ma un uomo di teatro, una bestia scenica. I suoi libri, in effetti, si bevono come un drink, sono canovacci perfetti. Perciò, se volete la Sicilia, leggete De Roberto, Gesualdo Bufalino, Ignazio Buttitta. Camilleri crea una Sicilia da Cinecittà. Avrebbe potuto imporre Vigata in provincia di Cuneo arricchendo di cerea i romanzi e chiamando Gianduia il suo commissario. Avrebbe avuto successo gemellare.

Prudenza. Per prudenza, avrebbero dovuto evitare il doppio ‘Meridiano’ Mondadori, uno scialo meridiano, uno sciupio. Prudentemente possiamo dire che Camilleri era meglio come uomo, brioso e di vigorosa intelligenza, che come scrittore. Come scrittore, crebbe peggiorando. Uno degli ultimi libri, Conversazioni con Tiresia, è un arancino rancido: quando l’antico profeta dice che “non riuscii a staccare gli occhi dal corpo di Atena… fu guardando il suo lato B che ebbi la certezza che il mondo fosse rotondo e non piatto”, la facoltà immaginativa va al culo vintage di Edwige Fenech. Contestualmente, invecchiò in simpatia, il Camilleri: le interviste, sfiziose, spesso sono meglio dei romanzi, stucchevoli.

Giustizia. Giustizia ci impone di dire che letto uno (diciamo, due, tre), letti tutti. Montalbano non è Maigret e Vigata non è la Yoknatapatawpha del Sud Italia. Spesso la fiction è meglio dei libri, di viziata retorica. Per giustizia, va detto che basta Il birraio di Preston e Il ladro di merendine. Il resto è tempo rubato al meglio.

Fortezza. Letteratura come replica dell’uguale, disciplina del cliché. Fortezza. Stare nel fortino delle proprie attese. Camilleri è un logo, una indigestione di cassata. I suoi libri rassicurano, per questo sbancano.

Temperanza. Temperamento non certo temprato dalla sobrietà, gran parlatore e fumatore e poligrafo, Camilleri. Ha scritto moltissimo senza inibizioni estetiche. Né estremo come D’Arrigo né acuto come Sciascia, non si è posto il problema del male o del delirio umano attraverso la finzione, non aveva manie linguistiche né frizioni epiche. Si è divertito. Amen.

Camilleri è il prodotto perfetto per restituire una Sicilia di genere, lompo in luogo del caviale, un’isola da sarde a beccafico. Perfino la mafia nei suoi libri diventa un souvenir, come il carrettino o la coppola o il grembiule con l’effigie di Brando nei panni del Padrino. Fulvio Abbate

 

Fonte: https://www.linkiesta.it/it/article/2019/07/17/andrea-camilleri-scrittore-morte/42568/

 

 

Valentina Certo, autrice del saggio ‘Caravaggio a Messina’: La Sicilia per Caravaggio ha rappresentato importanti commissioni pubbliche e private

Caravaggio a Messina edito da Giambra editore è il primo scritto della giovane storica dell’arte siciliana Valentina Certo. Grazie ad un fortuita ma galeotta occasione Valentina ha la possibilità di conoscere e apprezzare Caravaggio. Quell’incontro artistico ben presto si è tramutato in passione per l’arte diventando il fulcro dei suoi studi accademici: nel 2011 Valentina si laurea in Beni culturali. Ma, come si suol dire, il primo amore non si scorda mai: l’autrice sceglie come argomento della sua tesi specialistica proprio Caravaggio con la quale si laurea in Storia dell’arte nel 2014. Nel 2016 con la stessa tesi partecipa al concorso letterario “Terra nostra” indetto proprio dalla casa editrice Giambra classificandosi prima e vincendone la pubblicazione. Questa vittoria consacra il successo della giovane e promettente storica dell’arte e consente a tutti gli appassionati d’arte e del grande pittore lombardo in particolare di conoscere un Caravaggio inedito e la Sicilia sociale, urbanistica e artistica del 1600 attraverso il suo libro avvincente che supera la cifra accademica per accarezzare il romanzesco, rivolto non solo ai grandi conoscitori d’arte ma anche a tutte quelle persone curiose che vorrebbero saperne di più sul rapporto tra uno dei più grandi pittori di sempre con la meravigliosa terra sicula.

 

Quando e come è nato il Suo interesse per Caravaggio?

Il mio interesse per Caravaggio è innato, così come quello per l’arte. Ricordo ancora la mia prima volta in nel Museo regionale di Messina, all’età di otto anni durante una gita scolastica quando sono rimasta “folgorata” dalla Resurrezione di Lazzaro del Caravaggio, tanto da scrivere il mio primo articolo. Da allora mi sono sempre dedicata all’arte in ogni sua forma e sfaccettatura. Il mio amore per Caravaggio non si è mai affievolito anzi si è alimentato sempre di più grazie alla partecipazione a convegni, conferenze ed eventi come quelli organizzati nel 2010, in occasione dei 400 anni dalla morte del pittore. Ho avuto anche il privilegio di assistere al restauro della tela di Lazzaro da vicino ed ammirare mostre a Roma e a Firenze.

Perché ha scritto il saggio Caravaggio a Messina?

Caravaggio a Messina è il frutto della mia tesi di laurea specialistica in storia dell’arte. Ho intrapreso la stesura di questa tesi con il Prof. Militello di Storia Moderna, per studiare ed approfondire le dinamiche storiche e artistiche della città di Messina all’inizio del 1600, un periodo che mi ha sempre affascinato. Ma le ragioni di questa scelta non sono soltanto sentimentali ma etiche: nei miei tre anni catanesi ho avuto modo di guardare Messina con altri occhi e notare, a malincuore, che, ancora oggi, in molti non hanno la consapevolezza del proprio passato, delle proprie radici. Per questo con l’editore abbiamo lavorato assiduamente per “trasformare” il saggio da ricerca accademica in un libro per tutti.

Nel sottotitolo si legge “un pittore dal cervello stravolto”, come mai Caravaggio viene definito così?

Caravaggio è stato definito “pittore dal cervello stravolto” in un documento privato da uno dei suoi committenti di Messina, Nicolò Di Giacomo. Ho voluto utilizzarlo per sottolineare come il suo temperamento in città fosse inquieto, da uomo tormentato ed in fuga. La sua personalità non è passata inosservata e sono tanti gli aneddoti tramandati soprattutto dalle fonti biografiche.

Per quale motivo ha posto la Sua attenzione proprio sul periodo “siciliano” del pittore?

Ho posto l’attenzione sul soggiorno siciliano del pittore perché mi interessava raccontare Caravaggio attraverso gli occhi della Sicilia e dei siciliani, ricostruendo le dinamiche storiche e sociali di quel periodo puntando l’attenzione sull’arte ed i cambiamenti stilistici del tempo. I fatti storici si intrecciano con le vicende demografiche delle città, con gli avvenimenti importanti, le biografie artistiche ed i documenti ma anche con gli aneddoti, le persone che il Merisi ha incontrato, i paesaggi che ha visto, per narrare le vicende di un uomo che ha rivoluzionato la storia dell’arte.

Cosa ha rappresentato la Sicilia per Caravaggio?

La Sicilia per Caravaggio ha rappresentato importanti commissioni pubbliche e private, protezione da uomini importanti e soprattutto scoperta di paesaggi e luoghi diversi.

La permanenza siciliana ha fatto eco nella produzione e nello stile dell’artista?

Certo, lo stile pittorico dei quadri siciliani di Caravaggio è diverso. È ancora più drammatico, la pennellata si fa violenta, febbrile, il divino scompare totalmente e compaiono spazi neri, bui, vuoti al di sopra dei personaggi come se stanno per essere schiacciati. Il pittore imprime nelle tele il suo dramma, la sua voglia di salvezza, tramutata in un continuo contrasto tra la vita e la morte, il nero e la luce. Caravaggio portò in Sicilia un linguaggio nuovo, oserei dire travolgente. Molti giovani pittori rimasero affascinati tanto da prenderlo a modello, altri lo criticarono aspramente ma le porte della modernità erano già state spalancate.

Che effetto Le ha fatto scoprire che c’è un legame così profondo tra la sua città e un pittore così importante nel panorama della storia dell’arte?

Smisurato orgoglio. Quando passeggio per le vie della mia città mi piace sempre pensare ed immaginare com’era in passato. Sogno ad occhi aperti e vedo davanti a me chiese, strade, uomini illustri. Penso com’era e cos’era Messina e cosa potrebbe diventare.

A Siracusa e a Messina sono conservate tre tele del Caravaggio dipinte durante il suo soggiorno in Sicilia, cosa ha significato per Lei poter ammirare queste opere d’arte da vicino?

E’ stato bello poterle ammirare ma soprattutto poterle studiare, osservare da vicino la luce, le ombre, i colori ed emozionarsi ogni volta come la prima. In Sicilia abbiamo sicuramente tre grandissimi capolavori: Il Seppellimento di Santa Lucia a Siracusa, la Resurrezione di Lazzaro e l’Adorazione dei pastori di Messina. Dispiace tantissimo ed è una ferita che non guarirà mai, non poter menzionare in questo elenco anche la Natività palermitana che si conservava presso l’oratorio di San Lorenzo e che è stata trafugata dalla mafia nel 1969.

Chi deve di più: Caravaggio a Messina o Messina a Caravaggio?

Nel 1608, quando Messina accolse Caravaggio, uomo in fuga, condannato a morte ed espulso dai cavalieri di Malta, sicuramente fu il pittore ad avere dei doveri verso la città. Ha vissuto da uomo libero, protetto, non gli mancavano le commissioni come la Resurrezione di Lazzaro per la chiesa di San Pietro e Paolo dei Pisani, l’Adorazione dei Pastori, tramite l’intercessione del Senato, per Santa Maria la Concezione, il ritratto di Cavaliere di Malta, adesso a Palazzo Pitti e altri quadri per i nobili, di cui si ha testimonianza negli inventari. Le fonti ci dicono anche che fu proprio a Messina che Caravaggio ricevette la somma più alta per un suo quadro. La città del porto viveva un periodo florido a livello economico e quindi artistico. Adesso siamo noi ad avere un debito grandissimo verso Caravaggio.

Cosa si auspica dopo la pubblicazione di questo saggio?

Auspico, soprattutto, che tutti possano conoscere l’operato di Caravaggio a Messina e cosa ha rappresentato la città per il pittore. Un punto cruciale nella biografia del Caravaggio. Nell’ultimo film Caravaggio l’anima e il sangue, il soggiorno messinese è stato tralasciato, ed io, attraverso la continua ricerca e divulgazione, spero che anche il mio libro contribuisca ad accendere i riflettori su questo periodo storico. Ho voluto raccontare il passato di Messina e della Sicilia affinché attraverso la consapevolezza di quello che è stato, si possano ideare e costruire progetti di rigenerazione e valorizzazione. Auspico che non sia una pubblicazione fine a se stessa e che sia un supporto valido, dal punto di vista didattico, per le nuove generazioni; che possa interessare non solo agli appassionati ma anche a curiosi e turisti affinché la città riscopra la sua naturale vocazione. Spero possa dare tanto ed arricchire l’animo di chi legge.

 

 

 

Evento ‘Angeli a Calatagèron’, Caravaggio incontra Lorenzo Chinnici: la meta-arte è servita

Il presente si arricchirà di passato il 21 luglio prossimo nelle sale del Palazzo Comunale di Caltagirone. In occasione della personale del maestro Lorenzo Chinnici, “Angeli a Calatagèron”, una delle più nobili attività umane, ovvero l’arte, non si presenterà solo come tecnica (la téchne greca), ma diverrà filosofia al suo grado più alto per rendere visibile ciò che è invisibile, facendo sì che tutti si chiedano: ma è l’arte che imita la vita o viceversa? L’invisibile in questo caso è rappresentato da un celebre artista del Seicento che soggiornò a Caltagirone e in altre città siciliane per un anno.

Si tratta di Caravaggio, uno degli artisti più tormentati ed iconici dell’arte, che tra il 1608 ed il 1609 fu nella città calatina, invitato dal potere e dalla magia propria dell’Arte, a lambire questa terra e i suoi cittadini, ospiti e turisti, e a creare un connubio con l’arte del maestro Chinnici. Un avvenimento unico nel panorama della cultura e dell’intrattenimento italiano, che non ha la pretesa di promettere un miracolo, piuttosto ci piacerebbe raccontare una bella fiaba di Sicilia dove i sogni si trasformano in realtà, facendo vivere ai partecipanti un’esperienza eccezionale. L’esposizione rende possibile ritorni importanti, facendo sì che Caltagirone prenda nuova vita come l’anima di Caravaggio, come un’arte rivoluzionaria e diversa, come fu quella dell’artista lombardo, che diventata tradizione, si illumina nuovamente e si unisce idealmente e concettualmente a quella di Chinnici. Perché solo ciò che è antico può apparire sempre nuovo. E’ il sublime dell’Arte.

Un’esposizione imperdibile dunque, che annoda l’arte verista e allo stesso tempo espressionista del maestro Chinnici, legato a figure come pescatori e lavandaie e al paesaggio assolato della sua amata Sicilia, a quella barocca di un pittore entrato ormai nel mito anche per le sue vicissitudini personali: Caravaggio. Qualcuno si domanderà cosa c’entra Caravaggio con Lorenzo Chinnici? Ebbene come Caravaggio, che ha trascorso un anno a Caltagirone, in fuga da Roma per omicidio, e realizzato su commissione privata, il dipinto Natività con i Santi Lorenzo e Francesco, trafugato a Palermo nel 1969, anche Chinnici mostra la luce e le ombre nelle sue opere, la luce è presente nella natura, entità superiore e nobile, le ombre tra i suoi personaggi, il cui stato d’animo è inquieto, affaticato (per il duro lavoro quotidiano) e travagliato come quello dei protagonisti dei capolavori di Caravaggio, sebbene quest’ultimo sia ovviamente più realista, teatrale e drammatico. Entrambi legati alla meravigliosa cittadina barocca di Caltagirone, celebre nel mondo per le sue ceramiche, i due artisti vanno oltre la moda, e intessono la loro pittura di simboli: quelli di Caravaggio molto oscuri ed intriganti, mentre i simboli di Chinnici sono intrisi di una religiosità nostalgica, di una moralità educativa da trasmettere ai più giovani.

San Francesco in meditazione, di Caravaggio

Entrambi impassibili alle convenzioni del mercato dell’arte, fedeli a loro stessi, immersi in un accanimento creativo per Caravaggio tutto tensivo, per Chinnici spirituale e memoriale, i due artisti speculari di questo evento particolare che per qualcuno non attento può risultare fuorviante, sono connessi tra loro anche per il modo di vivere l’arte: pensano e vivono quello che sentono, pensano e vivono il soggetto dell’Arte.

Andando più nello specifico, ovvero nelle similitudini tra il Caravaggio smarrito, inedito, di Caltagirone e il Lorenzo Chinnici che ritrae lavoratori, si può notare sia nel Caravaggio creatore di un ciclo francescano (Annunciazione, Seppellimento di Lucia, Madonna del parto, San Francesco in meditazione, San Francesco penitente, Resurrezione di Lazzaro, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco) che in Chinnici, sebbene trattino soggetti diversi e usino in maniera differente il colore, una concezione di sacro dimessa, umile non solenne, a vocazione popolare, esaltando i tratti più salienti in un figurativo proporzionato.

E’ ipotizzabile che Caravaggio, dovunque si trovi, sia tormentato per il furto del suo dipinto realizzato a Caltagirone? Perché no, d’altronde come diceva Einstein la logica ci porta da A a B, l’immaginazione dappertutto e lo stesso artista non sarebbe tale senza immaginazione. L’evento di Caltagirone ruota intorno all’immaginazione, al racconto di una favola siciliana, alla rievocazione del passato che dà luce al presente, al desiderio di entrare nella mente di un celebre artista, carpendone lo stato d’animo e mettendolo in relazione a quello di un artista del presente che vorrebbe uno dei suoi modelli quale è Caravaggio, presente all’esposizione. Avverrà davvero? Solo chi crede nell’invisibile potrà assistere all’impossibile! Imbottigliamo per un attimo il buonsenso e affidiamoci alla nostra voglia di sognare e di fare noi stessi arte che da sempre è terreno di libertà ed inventiva, precisando a chi legge che non ci sarà una mostra con le opere “francescane” di Caravaggio insieme a quelle di Chinnici, ma la sensazione e l’immaginazione di una corrispondenza ideale tra l’arte e l’animo di Caravaggio e quello di Lorenzo Chinnici.

‘Romanzo criminale’, di Giancarlo De Cataldo

<<Il potere non sazia, anzi è come una droga e richiede sempre dosi maggiori>>. Luciano De Crescenzo, Così parlò Bellavista, 1977

Luciano De Crescenzo: poche parole e un legame forse un po’ troppo poetico con un romanzo che porta alla luce una delle bande più spietate e intelligenti che comandarono Roma e su Roma, tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta. Il Libanese, il Freddo, il Dandi, il Secco. Uomini che non vogliono essere comandati, uomini che vogliono tutto e lo vogliono subito.

A scrivere è il giudice Giancarlo De Cataldo, magistrato, giornalista e scrittore italiano che, all’interno dell’omonimo film diretto da Michele Placido, interpreta il giudice che leggerà la sentenza che condanna i membri della banda. Il giudice De Cataldo nasce a Taranto, pubblica vari libri nel corso degli anni per poi raggiungere la notorietà con quest’opera che mostra un passato fatto di accordi tra criminalità organizzata e Stato. Quello che dovrebbe proteggerci, quello che avrebbe dovuto salvarci, quello che ancora oggi, spesso, ci lascia a noi stessi.

Siamo a Roma, inizi degli anni ’70. Il Libanese e il Dandi si conoscono si dall’infanzia. Hanno messo su una piccola banda che si occupa soprattutto di furti. Il Libanese, dopo l’ennesimo furto incontra il Freddo dopo che la sua auto è stata rubata da un drogato, il Sorcio, che decide di venderla al Freddo, appunto. Ed eccoli lì. Due uomini che dalla vita non hanno avuto nulla, due uomini pronti a “prenderse’ Roma.” Due uomini che non sono pronti a timbrare il cartellino tutta la vita, non lo saranno mai. E allora nasce quella prima piccola domanda. E noi? Noi che quel maledetto cartellino lo timbriamo tutti i giorni, ogni mattina e ogni istante della giornata, cosa siamo? Non abbiamo impugnato una pistola, non abbiamo ucciso, rapito, rapinato, non ci siamo venduti ad un soldo facile. Forse siamo stupidi perchè crediamo ancora in un mondo migliore. Forse vogliamo ancora credere che qualcosa di giusto esiste ancora.

Ma De Cataldo ce lo racconta. Quel che c’era di buono, se mai c’è stato, qui non esiste. Il progetto del Libanese e del Freddo prende corpo. Vogliono il potere, i soldi, il controllo di tutti i traffici esistenti a Roma. Dalla droga alla prostituzione creando un’associazione simile alla mafia siciliana.

Il primo colpo è il rapimento del barone Rossellini. Vi è una piccola particolarità su questo sequestro. All’interno della pellicola cinematografica, il cadavere del barone verrà ritrovato privo di vita. Nella vita reale, quel corpo, non vedrà mai più la luce del giorno.

Il barone, ancora in vita, viene affidato ad un’altra banda. Uno dei sequestratori mostrerà il proprio volto al barone. La scelta una. No, non c’è una scelta. Il barone dovrà morire. Ma il riscatto verrà ugualmente pagato. Così tutto ha inizio. Il Libanese e il Freddo sono pronti. Quel denaro servirà per una progetto più grande, per quel progetto che vedrà Roma in ginocchio con uno Stato pronto ad appoggiare quei criminali per mantenere vivi i propri interessi, il proprio potere.

Eccoli. La banda della Magliana. Stringeranno rapporti con la camorra di Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, per il traffico della droga. Saranno interpellati per il rapimento dell’onorevole Aldo Moro. In un primo momento sarà chiesto loro  un aiuto per riuscire a ritrovare l’onorevole ancora vivo. Ben presto sarà chiaro alla banda che a nessuno interessa ritrovare il politico democristiano. Aldo Moro sarà giustiziato dai brigatisti un mese e mezzo dopo il rapimento.

Il romanzo prosegue. Droga, alcool, morti ammazzati che sono parte di quel mondo. Il potere, il controllo su Roma, il controllo sul mondo. Un mondo che sembra non volere padroni. Un mondo che sembra non accettare ordini. Ma un padrone c’è. In quegli anni un padrone esiste ed è lì, più chiaro e vivo che mai. La banda della Magliana.

Grazie anche alla gestione di Night Club e di un giro di prostituzione gestito da Patrizia, ex prostituta di cui si innamora il Dandi che la mette a capo di un bordello di alto borgo gestito anche per ricattare personaggi illustri che lo frequentano, la banda diventa padrona di Roma.

E ancora altri accordi. Quelli stretti con la chiesa. Tant’è che il Dandi deciderà di farsi seppellire nella Basilica di Sant’ Apollinare, dopo aver contribuito al suo restauro. Ancora una machia, ingente, forte, in ciò che dovrebbe essere onesto, puro.

 Ma i rapporti ben presto si guastano tra il Freddo e il Libanese. Accordi con i servizi segreti stretti da Libano e che non sono approvati dal Freddo. Quella banda era nata per non avere padroni, quella banda era nata per essere padrone di stessa, del resto del mondo. E ora? Ora vedeva le sue forze sgretolarsi per obbedire alla giustiziaUna giustizia propria, corrotta, malata. Una giustizia che di onesto e saldo non ha più nulla. Forse, non l’ha mai avuto.

Il romanzo ripercorre così la storia della banda della Magliana. Dei suoi due decenni di controllo, comando, potere sulla città eterna. E ancora oggi questi criminali fanno parlare di se. La scomparsa di Emanuela Orlandi lascia ancora molti dubbi sul ruolo che avrebbe potuto avere la banda e sui suoi rapporti con il Vaticano in quel periodo.

Attraverso l’uso di un linguaggio forte ma discorsivo, De Cataldo ci porta nel mondo della banda che, come già detto, si fonda sulle orme della mafia siciliana, senza però copiarla. In un periodo in cui la mafia, le organizzazioni criminali venivano ritenute un problema di cui solo la Sicilia o Napoli, con la Nuova Camorra Organizzata, doveva preoccuparsi. La banda cresce grazie anche al periodo storico-politico in cui nasce. Un periodo in cui le forze dell’ordine, il così detto Stato, sembrava essere troppo impegnato ad occuparsi del terrorismo nero o rosso, per rendersi conto di ciò che accadeva al di fuori di esso. Una consapevolezza che giungerà troppo tardi. Una consapevolezza che sarà usata per i proprio fini. Una consapevolezza che sporcherà ancora una volta quel qualcosa di giusto che sembra aver cessato di esistere.

Ma un antagonista c’è. Ancora un uomo, il commissario Nicola Scialoja affiancato dal sostituto procuratore Fernando Borgia, che dopo il rapimento del barone Rossellini, attraverso alcune banconote segnate riesce a risalire alla banda, ma senza mai avere prove concrete.

Il romanzo mostra e descrive un parte importante della nostra storia. Momenti che restano nella memoria come la strage di Bologna, compiuta la mattina di sabato 2 agosto alla stazione ferroviaria di Bologna.

Dal libro è nato, oltre all’omonimo film, anche una  delle migliori serie televisive mai dirette e girate, a cura di Stefano Sollima. Varie saranno le differenze inserite nella visione cinematografica rispetto a ciò che De Cataldo descrive nel proprio romanzo. Un romanzo a cui la serie televisiva si accosterà molto. Immagini forti, reali, immagini indimenticabili per la loro brutalità. Per la descrizione di quella realtà che ancora ci appartiene. Ancora oggi. Ci apparterrà per sempre.

Romanzo criminale è un libro storico crudo, diretto, cinico, asciutto che va letto, una storia che non va dimenticata. Una storia che, ancora oggi, ad anni di distanza, non può essere cancellata, con la sua forza, la sua crudeltà, la sua realtà.La storia di una banda criminale che credeva di conquistare l’Italia intera e che invece è diventata, inconsapevolmente uno strumento del potere.

Impossibile non trovare un punto d’incontro, un legame, una certa empatia con gli uomini che hanno governato Roma in quegli anni. Forse la  rabbia comune è rivolta maggiormente allo stato, a chi avrebbe dovuto difenderci e non l’ha fatto. il Freddo stesso nelle seguenti e ultime parole, esprime ciò che quella banda voleva rappresentare. Ancora una volta vince una piccola visione romantica. Nulla cancella però, la realtà dei fatti. Erano criminali, lo saranno sempre, è così che saranno ricordati, questo è  ciò che hanno scelto di essere, schiavi e vittime della loro smisurata ambizione e bramosia di soldi e di potere.

” …Chi lo sa, forse quella morte doveva esse ‘n segnale per farce capi’ che dovevamo sta’ boni, dovevamo sta’ al posto nostro pe’ non fa a stessa fine… E invece noi abbiamo pensato che era proprio mejo fa quella fine piuttosto che timbra’ un cartellino pe’ tutta a’ vita.” 

 

 

“Il gattopardo”: L’immutabile e rassegnata decadenza della nobiltà

Romanzo storico pubblicato postumo nel 1958, Il gattopardo” è il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. L’opera si rifà alle vicende storiche della famiglia Tomasi, dove il principe Fabrizio Salina ricopre il ruolo di Giulio Fabrizio Tomasi, bisnonno dell’autore.

Il romanzo è un’opera di rassegnata decadenza. La decadenza della nobiltà a favore della borghesia; la decadenza del regime borbonico a favore del neo-regno d’Italia. Ma forse più di tutto, “Il gattopardo” è un’opera sull’immobilità. È questo il tema che colpisce più a fondo, e anche qui un’immobilità rassegnata ai tempi, alla storia, all’impossibilità di un cambiamento incipiente.

Se dal punto di vista prettamente narrativo il protagonista è Don Fabrizio Salina, da quello allegorico scorgiamo la presenza lungo tutta la narrazione del cane Bendicò. Si mostra, scompare per interi capitoli, eppure si presenta come elemento finale del romanzo. È lì nella prima pagina e nell’ultima. E lo stesso Tomasi, in una lettera del ’57 a Enrico Merlo, indica Bendicò come la chiave allegorica del romanzo.

Perché il cane rappresenta la famiglia stessa dei Salina e in senso più ampio rappresenta la nobiltà. Un cane che viene sostituito – per la morte naturale – ma che resta lì, imbalsamato come un monito proveniente dal passato. È la situazione della nobiltà indebolita, soppiantata e tenuta in disparte come un qualcosa di ormai arcaico.

I punti chiave del romanzo sono tre. È attraverso questi tre passi che Tomasi coniuga la decadenza con l’immobilità. Innanzitutto la famosa frase pronunciata da Tancredi Falconieri: «Se vogliamo che tutto resti com’è, bisogna che tutto cambi». Una frase incommentabile, tale è la sua chiarezza e che sembra essere la massima della classe politica moderna, che teme i reali cambiamenti, visti come minacce  ai loro privilegi.  Posizioni di potere, rapporti di forza: ogni cosa cambia e al contempo resta identica a sé stessa. Tutto ciò che muta è solo il nome di chi siede su quello scranno, mantenendo inalterata la funzione precedente. Così la nobiltà decade e il suo posto è preso dai nuovi ricchi, dai nuovi potenti.

La famiglia Salina  nel film di Visconti

Il secondo punto è il dialogo di Fabrizio Salina con Chevalley, messo del neo-regno d’Italia. Di particolare importanza è un aneddoto raccontato al piemontese. Gli inglesi gli chiesero cosa venissero a fare in Sicilia i garibaldini. La risposta del principe fu: «vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi». E ancora, in un passo memorabile: «Credo che non comprendessero, ma risero e se ne andarono. Così rispondo anche a lei; caro Chevalley: i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria».

La critica di Tomasi è alla Sicilia, e forse dalla Sicilia micro-cosmo all’Italia intera per estensione. L’immobilità è dovuta all’ego. Ed è qui che si congiunge il terzo punto: «Noi fummo i Gattopardi, i leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra».

Tomasi usa una decadenza per parlare di un’altra. Una decadenza che nasce dall’incapacità di mutare, dal pensiero di essere superiori a chiunque altro. Una sonnolenza. E nulla di buono può nascere da questa sonnolenza: non l’amore, che sembra rigoglioso solo in tempo di primavera; non gli affari, con le ricchezze che vanno diminuendo; non la vita sociale, in cui di continuo s’intravede lo spettro della morte.

È questo il mondo decadente in cui si muovono le vicende de Il gattopardo”. Un grande splendore che nasconde ignorante superbia. Don Fabrizio Salina è il conscio osservatore. È un uomo che ha compreso le virtù e i difetti, ha compreso lo spirito del tempo, ma è inserito anche lui in quello stesso mondo. E proprio lui, che sembra la figura capace di uscire dal circolo vizioso, si ritrova sconfitto, rassegnato alla verità dei fatti. E forse è proprio questo che lo rende ancora più triste.

Lighea: la sirena ambigua di Tomasi di Lampedusa

“La sirena” è un racconto fantastico  scritto tra il 1956 e il 1957. Il titolo Lighea” è stato suggerito dalla moglie di Tomasi di Lampedusa, Alexandra Wolff Stomersee detta Licy e riprende il nome del personaggio mitologico coprotagonista. Il lungo racconto è formato in realtà da due racconti inseriti l’uno nell’altro: un racconto cornice e un racconto quadro. Quello di secondo livello, dove appunto compare Lighea, ha carattere fantastico: descrive l’amore tra un uomo e una sirena. Questo “secondo racconto” ha toni fortemente sensuali ed erotici; già nella scelta della sirena si esplica un forte richiamo erotico. Lighea è il simbolo dell’erotismo supremo, creatura del mare, il mare principio e fine, immagine di nascita e morte, di voce e di silenzio. La storia di Lighea comincia con l’evocazione della grande calura estiva che lascia cadere e languire la storia nelle grinfie di demoni meridiani. La canicola estiva avvolge tra densi fumi i pensieri e sembra suggerire le visioni del senatore Rosario La Ciura.

La sirena è una protagonista ambigua perché reca i segni dell’indistinzione all’origine della vita; è ambigua per la sua doppia identità di donna-pesce. Nella sua metà femminile è legata alla terra, a sensazioni che sembrano essere quasi umane, nell’altra metà è invece indissolubilmente legata al mare. Una dualità insuperabile, risorsa e condanna al tempo stesso. È dunque una figura che si pone “pericolosamente” al centro né donna né bestia. Bestia sicuramente «ma nel medesimo tempo era anche un’Immortale». La sintesi descrittiva forse più semplice che il senatore tenta ma decisamente la più difficile da comprendere. Lighea creatura spirituale ed istintiva al tempo stesso, seduttrice e anche madre saggia, donna. La sua ferinità è la sua forza, è proprio da qui che si muove tutta la sua sensualità. Al centro di questo intreccio l’incontro tra l’uomo e la bestia, la loro congiunzione, quell’inimmaginabile che ha il sapore dei miti antichi, di quei miti greci a cui il senatore La Ciura tiene tanto.

E chissà se non è proprio la sua divorante e smisurata passione per la grecità che gli consente di incontrare una sirena. Da quel primo incontro non c’è più limite al sentire, alle emozioni; non c’è più riflessione, tutto svanisce; e nel linguaggio della sirena, in quelle parole greche così suadenti e colme delle spume del mare e difficili da comprendere si nascondeva «il maggior sortilegio» l’incanto. Dall’incanto della voce e del suono sparisce la difficoltà e l’insormontabilità dei due mondi dei protagonisti è superata. Il canto della sirena tradizionalmente pericoloso si ammansisce e diventa linguaggio comprensibile. Il senatore La Ciura trascorre un’estate intera in compagnia della splendida Lighea volgendo ogni suo interesse alla conoscenza e al piacere. Una conoscenza e un piacere che non riescono ad essere appagati perché alla fine l’uomo rimane soggiogato dalla “bestia” ; e il sortilegio di quella creatura marina e terrestre si compirà molti anni dopo quando il senatore stanco o semplicemente pronto deciderà di raggiungere in mare la sua antica amante.

Il linguaggio adoperato da Tomasi di Lampedusa è molto vivace e  realistico in quanto caratterizzato da termini dialettali, specchio di un contesto sociale-politico deludente, soprattutto in Sicilia e, che coincide con la fine del neorealismo.

‘Conversazione in Sicilia’: la scoperta dell’Uomo

Tra sogno e realtà, Conversazione in Sicilia sembra stato scritto sotto il segno di un’allucinazione continua da Elio Vittorini, il quale porta il lettore nelle splendide terre siciliane, accompagnandolo in un lungo viaggio fatto di incontri surreali, momenti paradossali, attimi che restano nella memoria, nel ritorno alla terra natia.

Il protagonista di quella che resta una delle migliori opere scritte da Vittorini, è Silvestro Ferrauto, intellettuale e tipografo che, ormai, vive a Milano da 15 anni. Dopo aver ricevuto una lettera dal padre, un ferroviere libertino, buono a nulla, uno di quegli uomini, padri, a cui forse speri di non assomigliare mai, che ha deciso di lasciare la moglie, Concezione, per andare a vivere a Venezia con un’altra donna, decide di tornare a casa, la sua Sicilia. Decide così di percorrere quel lungo viaggio che porta con se un cambiamento e un ritorno al passato. Accompagnato da una miriade di ricordi che affollano la mente, Silvestro incontra, durante il tragitto, personaggi che lo colpiscono particolarmente. Sul traghetto che lo porta da Villa San Giovanni a Messina, conosce un piccolo siciliano disperato con una moglie bambina, che lo scambia per americano e gli offre delle arance. Sul treno che lo porta a Siracusa, incrocia un uomo in cerca di doveri più grandi, che chiama Gran Lombardo, un vecchio, un catanese e un ragazzo malato di malaria. Conosce poi due polizziotti, a cui lo stesso protagonista da i nomignoli di Senza Baffi e Con Baffi, disprezzati dagli occupanti siciliani del vagone. E così, attraverso quello che si presenta come un pretesto, il viaggio di ritorno verso casa, Vittorini mostra al lettore punti di vista, idee, pensieri personali che si vestono attraverso le parole dei personaggi.

Conversazione in Sicilia è un’opera che mostra la grandezza dei romanzi del ‘900, un’opera che scorre, trascina il lettore fino all’ultima pagina, all’ultima parola, all’ultimo ricordo, a quell’addio che sembra doveroso ma che, in qualche modo, lascia un sapore amaro nell’anima.

Silvestro giunge cosi nella sua terra, tra quegli odori e sapori che solo chi ama davvero quell’isola può sentire su di se, perchè quegli odori, quei sapori, sono parte delle terre del sud, sono un amore incondizionato verso quel tempo che ancora vive nella memoria, che guida il nostro protagonista fino alla sua casa, fino a quel luogo che ancora ricorda con gioia, con un sorriso, con un cuore che batte più di quanto dovrebbe, perchè le origini non le cancelli, ti restano attaccate addosso, ti riportano indietro, ti avvolgono, ti insegnano a respirare. Ed è durante quel pranzo accanto alla madre, in un dialogo che scorre lento e forse un pò ripetitivo, che Silvestro ripercorre la strada dei ricordi. In una serie di immagini chiare e nitide, vive il ricordo della vita nelle casa cantoniere. Ma il nostro protagonista ha ricordi diversi da quelli della madre, fatti di mancanze, sacrifici, dolori, tradimenti da dover sopportare o, forse, da voler sopportare. Concezione ricorda la miseria, Silvestro ricorda un passato felice. Ed ecco che emergono ancora parole e ricordi che avvolgono quelle pagine, insieme a momenti che sembrano allucinazioni.

L’arrotino Calogero, che sostiene che nessuno ha più coltelli da affilare, si rallegra del temperino che Silvestro ha con sé. Calogero lo porta così dall’uomo Ezechiele, che gli racconta di come il mondo sia offeso. Il trio si sposta poi dal panniere (venditore di stoffe) Porfirio e infine alla bottega di Colombo, dove bevono alcuni bicchieri di vino. Lasciata la compagnia, Silvestro si reca da solo in via Belle Signore, dove incontra un soldato che rimane nell’ombra per non farsi vedere. I due discutono al cimitero e il soldato gli confessa che si ricorda di quand’era piccolo, mentre giocava con il fratello Silvestro. Gli racconta che lui recita ogni giorno una parte al cimitero insieme a tutti i “Cesari non scritti. Macbeth non scritti”. Il soldato inoltre, prima di scomparire, dice metaforicamente di trovarsi da trenta giorni su un campo di battaglia innevato.

Il lettore giunge così ai capitoli finali di Conversazione in Sicilia, tra quelle lacrime per la scoperta della morte del fratello in guerra e un’immagine che riporta quel gusto amaro, quel sapore che di dolce non ha più nulla ormai, la madre, piegata, inginocchiata, davanti a quell’uomo che Silvestro non può non riconoscere, non può amare, non può non disprezzare, un padre la cui figura è ormai solo un altro pò di quel gusto amaro che si posa sulla pelle.

In un’opera che si presenta come un vero capolavoro della narrativa del ‘900, Vittorini ci accompagna in un mondo che si mostra come un misto di realtà e finzione. Una Sicilia che «è solo per avventura Sicilia; perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela.»

Conversazione in Sicilia mostra così la possibilità di una doppia interpretazione. La prima è quella nel segno dell’allucinazione, del sogno, tecnica adottata da autori come Antonio Tabucchi in “Notturno indiano” e “Requiem”, oppure da Guido Piovène ne “Le stelle fredde”. Un ‘interpretazione che spiegherebbe il tono bizzarro e inconsueto verso cui procede la narrazione.

La seconda possibile interpretazione avvolge il romanzo in una chiave allegorica, perchè non tutto è come sembra. Vittorini, per non scontrarsi con le conseguenze della censura fascista, copre ogni denuncia, attacco al regime, con personaggi, azioni, parole che sembrano surreali, allucinazioni, appunto. Una critica al perbenismo borghese che non mostra il minimo interesse per i dolori, i disagi, la povertà di un mondo che sembra non appartenere loro. Attraverso uno stile e una tecnica che avvolgono 49 capitoli in un alone di misero in cui tutto potrebbe apparire paradossale, pura e semplice invenzione, Vittorini riesce ad avvicinarsi a quel verismo che ha reso indimenticabile un’opera come “I Malavoglia”.

E così, tutto viene avvolto da quel tentativo di denuncia verso quel regime che porta solo morte e distruzione, che priva gli uomini della loro libertà, dignità, forza, di quella vita che non è vita, di quei momenti che sono solo immagini da voler cancellare, dimenticare, come non fossero mai esistiti, come fossero  stati solo un brutto sogno, un’allucinazione.

Conversazione in Sicilia è uno straordinario viaggio di fantasia, una nobilitazione dello spirito puro dei contadini alla Tolstoj che conduce alla conoscenza e alla realizzazione dell’essere umano attraverso il dubbio. La narrazione procede per vie simboliche e dialoghi immediati. Magico, denso, storico e mistico.

“Scrivere è fede in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse, cercando la verità, la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segreto che si è sottratto a ogni indagine.”