Ricordando Thomas Mann, mediatore tra Vita e Spirito

Thomas Mann (6 giugno 1875 – 12 agosto 1955) ha inscritto la propria complessa letteratura nel territorio della vita, in cui tutti noi ci riconosciamo, perché è un territorio ermetico, tra non-essere-ancora e non-essere-più. Di questo regno intermedio, demonico, mutevole, l’arte si fa espressione, a volte anche contro le taglienti pretese dello spirito.

L’ermetismo di questo straordinario mediatore lunare tra vita e spirito, autore del romanzo-saggio, si rifrange nei molteplici volti dei protagonisti delle sue opere maggiori: da Thomas Buddenbrook a Tonio Kröger, da Giuseppe a Felix Krull, da Gustav von Aschenbach a Adrian Leverkühn, i quali rappresentano una fantasmagoria delle sue controfigure più o meno parziali, fantasiose o ideali.

Thomas Mann e la Germania

Andando oltre i dibattiti sul romanzo ‘ottocentesco’ di Mann, o sulla sua idea perenne di borghesia, oppure sui suoi rapporti con lo spirito tedesco, si potrebbe partire, in occasione dell’anniversario della sua nascita, da una constatazione riguardo lo scrittore tedesco e nello specifico la sua produzione letteraria da parte del filologo ungherese Kerényi nel carteggio con Thomas Mann: “una grande entelechia con inclinazione mitologica, anzi con indole mitologica, con i tratti maliziosi di un essere ermetico”

La cifra spirituale e letteraria più originale di Mann, che è il suo lascito, può essere colta nel suo carattere ermetico.

Ma come viene visto oggi Thomas Mann? Quale potrebbe essere la più giusta definizione?

L’ermetismo di Thomas Mann

Seguendo le considerazioni di Kerenyi, Thomas Mann è visto come colui che, «in questo settore del mondo umano, nel regno intermedio tra vita e morte, si muoveva come i Greci reputavano che si muovesse il loro dio Hermes. La realtà psichica del dio Hermes […] consisteva nella possibilità (che però corrisponde anche adun’altissima facoltà spirituale) di trovarsi a casa propria persino in quel regno».

Se esiste un testo letterario in cui è rappresentata la “superiore realtà” di Hermes, questo è senza dubbio La montagna incantata dove il ludus viene scoperto, e il mistero rivelato proprio dall’autore nell’ultima pagina del romanzo, quando afferma che la storia di Hans Castorp forse non fu esemplare, ma nemmeno inutile: fu “una storia ermetica”

La politica

Il primo Mann, quello che arriva fino alle geniali e deliranti Considerazioni di un impolitico dove si chiede: Cos’è lo spirito tedesco? Come può esprimersi sotto la forma del borghese? E che rapporti ha con l’umanesimo? è quello che ritorna nel Doktor Faustus nel quale emerge come lo spirito tedesco sia pessimista.

Il “pessimismo” ha un’origine e una valenza ben precisa, in quest’ambito culturale; ne sono figli Nietzsche, Wagner e lo stesso Thomas Mann.

Questa origine si trova in Schopenhauer. Mann, in quanto romanziere “ottocentesco”, delinea consapevolmente la sua discendenza: «per quanto è essenziale al mio spirito, io sono un vero figlio del secolo nel quale cadono i primi venticinque anni della mia vita, il diciannovesimo […]. Romanticismo, nazionalismo, borghesia, musica, pessimismo, umorismo, questi elementi che erano sospesi nell’atmosfera del secolo passato sono anche le componenti principali e impersonali della mia esistenza»

Il pessimismo borghese

Un altro aspetto importante della letteratura di Mann è il “fattore morale” borghese che riguarda non solo l’uomo d’affari, ma anche l’artista, lo scrittore, come Mann chiarisce a proposito di se stesso: «in contrasto con quello meramente estetico, con la contemplazione edonistica della bellezza, anche col nichilismo e col vagabondaggio all’insegna della morte, è propriamente un sentirsi borghesi, ossia cittadini della vita, è la sensibilità per determinati doveri vitali […], a recare un apporto produttivo alla vita e al suo sviluppo; è ciò che impone all’artista di non concepire l’arte come una dispensa assoluta dalle responsabilità umane, di fondare una casa, una famiglia, di dare una base solida, decorosa, non trovo altra parola, borghese, alla sua vita spirituale, per avventurosa che essa sia»

La ‘borghesia’ nasce dunque in reazione a questo presentimento pessimistico del vuoto e dell’infondatezza.

La teologia

E la teologia? Per disquisire di quest’altro importante aspetto nell’opera di Thomas Mann, bisogna fare riferimento al Doktor Faust, e allo studio di Maar il quale in un articolo del 1989, ha annesso alla “costellazione” del romanzo un altro nome significativo, quello di Gustav Mahler, di cui ha studiato la posizione in tutta l’opera di Thomas Mann.

Il fatto che la posizione di Mahler nel Doktor Faustus sia sfuggita a numerosi critici prima di Maar come Adorno, è dipeso in parte da due fattori: le modalità della sua “apparizione” e la falsa constatazione che ne ha impedito il riconoscimento. Maar ha dimostrato con prove incontestabili (una fotografia posseduta da Thomas Mann e la descrizione che il romanziere aveva dato di Gustav von Aschenbach in Morte a Venezia) che il diavolo con cui Leverkühn discute lungamente nel capitolo XXV del romanzo e che, dopo una prima trasformazione, assume certi pensieri adorniani sulla crisi della musica e sulla sua “impossibilità” nella situazione storico-sociale “moderna”, non assume affatto i tratti fisici di Adorno, come generazioni di critici avevano sostenuto, bensì quelli di Gustav Mahler.

L’attualità di Thomas Mann

Di cosa ci parla oggi Thomas Mann, l’uomo che era spaventato dal caos del mondo e che seguiva gli eventi del suo tempo con la stessa puntigliosità utilizzata per comporre i suoi romanzi, era un testimone sempre vicino agli eventi e sempre dentro i dibattiti culturali e politici che li accompagnavano?

Soprattutto che la sua Montagna non è incantata come molti pensano, ma magica, in quanto essa può suscitare incanto, “ma anche sortilegio e maleficio” e del resto “nel corso della narrazione si assiste ad una vera e propria iniziazione”, quella che Mann fa sperimentare a Hans Castorp e della sua progressiva “salita” agli inferi e la cui conclusione è segnata da quell’“orribile danza” e da quella “voluttà smaniosa e maligna” che è la prima guerra mondiale, sui cui campi intrisi di sangue si compirà il sacrificio del protagonista.

Ascendenze freudiane

Mann ci parla di tendenze civili e demoniache presenti nell’uomo: ascendenze freudiane dunque e della potere che ha un grande evento storico di scuoterci. Di teologia, di passione, do sagacia, di filosofia contemporanea, della necessità di dare credito al temo, alla sofferenza, alla gioia; nel caos della vita.

Nonché le seguenti parole contenute in Considerazioni di un impolitico, lui che era antinazista ma anche radicato nella contraddizione:

“Non solo non penso che il destino dell’uomo si esaurisca nell’attività pubblica e sociale, ma addirittura trovo quest’opinione disgustosa e inumana”; “Amore! Umanità! Li conosco, quel teorico amore e quella dottrina umanitaria, professati a denti stretti per provocare un senso di ribrezzo nel popolo…. Tremenda, certo, è la guerra. Se però nel vivo della guerra il letterato politico si mette in posa e proclama di sentire nel petto il respiro d’amore dell’universo, questo è il più spaventoso degli spaventi e insopportabile”.

La personalità dunque nasce da un conflitto e la si ha quando si è qualcuno, non quando si hanno opinioni. Pensiero tagliente ed estremo, inconcepibile per chi accoglie solo l’ovvio e per chi non è uno spirito libero; questo sembra essere uno dei lasciti più importanti e al contempo urticanti del mago Thomas Mann.

 

Remembering Thomas Mann, mediator between Life and Spirit

 

‘La montagna incantata’ di Mann: una lettura filosofica di Davide Morelli

Ha perfettamente ragione Milan Kundera, quando scrive nel suo saggio “L’arte del romanzo”, che il romanzo è soprattutto complessità.  La montagna incantata infatti è impegnativa per la molteplicità di temi filosofici, politici, morali, scientifici, religiosi trattati. Il lettore si trova di fronte a molti spunti di riflessione.

La montagna incantata: un crogiolo di pensieri dell’epoca di Mann

Thomas Mann ha adoperato tutta la sua cultura per descrivere tutte le correnti di pensiero dell’epoca. Mann nella lezione per gli studenti dell’Università di Princeton dichiarò che questo è un romanzo del tempo in due sensi: “Anzitutto sul piano storico, in quanto cerca di delineare l’interiore immagine di un’epoca, quella dell’anteguerra europeo; in secondo luogo, però, perché suo argomento è il tempo puro, e questo oggetto è trattato non solo come esperienza del protagonista, ma anche in e per se stesso”.

Riguardo al primo punto Zecchi nel saggio “L’artista armato contro i crimini della modernità” sottolinea che la posizione assunta da Settembrini, ovvero che il nichilismo potesse essere contrastato con le scienze esatte in sinergia con le scienze dello spirito, sia stata una idea diffusa agli inizi del Novecento.

Trama e letture filosofiche

Poi giunse Husserl a spiegare che il progresso scientifico aveva allontanato l’uomo dal “mondo della vita”, facendogli perdere la visione globale del mondo e facendogli dimenticare l’interiorità. Per quel che riguarda l’argomento del tempo puro, ricordo che il protagonista mediterà più volte su di esso, chiedendosi quale sia l’organo specifico del cervello che che ci fa intuire lo scorrere degli istanti. Comunque iniziamo con la trama del romanzo che è semplice.

Nella Montagna incantata i protagonisti sono statici. Il romanzo fu ispirato da un fatto realmente accaduto a Mann. Egli stesso visse per tre settimane in un sanatorio, dove sua moglie fu curata per sei mesi. Anche Castorp, il protagonista, deve trascorrerci inizialmente solo tre settimane per far visita a suo cugino che soffre di tisi. Ma il giovane ingegnere Castorp per delle complicazioni alle vie polmonari finirà per trascorrere ben sette anni nel sanatorio svizzero.

In quel periodo si innamorerà di una ragazza russa a cui si dichiarerà e che gli concederà un bacio sulle labbra. Qui avrà modo anche di conoscere il letterato Settembrini e il gesuita Naphta. Settembrini è carducciano, massone, volterriano. Naphta è un nichilista, un conservatore.

Il primo è un razionalista. Il secondo invece è un irrazionalista. Castorp ascolta sempre le loro discussioni colte ed oscilla continuamente tra i due poli di questi suoi precettori. Oscilla tra l’evasione dell’arte e lo spirito religioso, tra l’impegno pratico e il riconoscimento della decadenza dei valori, tra rivoluzione e conservazione.

Le due posizioni presenti nel romanzo

Comprendere queste due posizioni non è facile perché contengono delle contraddizioni interne e delle antinomie. Le argomentazioni nella Montagna incantata sono complesse e rappresentano tutte le scuole di pensiero dell’epoca. Ma questi due personaggi sono complessi anche perché sono incoerenti. Settembrini dichiara che a volte bisogna utilizzare la violenza, eppure quando si trova a duellare con Naphta non mira all’avversario ma spara in aria.

Quest’ultimo decanta il misticismo cristiano e ciò nonostante soccombe alle proprie tare esistenziali e si suicida. Altro aspetto rilevante del libro è che tutti i personaggi sono borghesi e Mann riesce a fare una analisi spietata della borghesia della sua epoca.

Come ebbe modo di scrivere Lukacs nella prefazione alle novelle, lo scrittore fu testimone e giudice della decadenza borghese. Nel saggio “Mann e la tragedia dell’arte moderna” Lukacs scrive che lo scrittore tedesco è uno dei grandi esponenti del realismo critico e che riesce a svelare tutte le problematiche della società borghese, rappresentando l’apice del pensiero progressista di questa.

Rapporto tra conoscenza e malattia

Altro aspetto importante della Montagna incantata è il rapporto stretto tra voglia di conoscere e malattia. Se da un lato la malattia è disumana perché umilia l’uomo, dall’altro lato è occasione per Castorp per approfondire determinati argomenti che nella civiltà frenetica della pianura non avrebbe mai minimante trattato. La sofferenza quindi aiuta ad aumentare la consapevolezza.

La malattia è fonte di umanità, di conoscenza e di saggezza. Inoltre con il cristianesimo comunista di Naphta, Mann è riuscito ad intuire una delle possibilità della politica del novecento. L’unione del cristianesimo con il marxismo in Italia fu pensata da molti, anche dallo stesso Pasolini.

In America Latina fu anche applicata da preti rivoluzionari come Ernesto Cardenal, ministro della cultura del governo sandinista. Mann non era marxista, ma grazie al suo acume aveva intuito cosa sarebbe potuto accadere. Ad onor del vero va detto comunque che più che l’unione tra cristianesimo e marxismo si verificò almeno in Italia quella tra cattolicesimo e comunismo.

Da notare infine che anche il romanzo “Diceria dell’untore” di Bufalino tratta di un sanatorio per malati di tisi, anche se è ambientato nel dopoguerra, il protagonista è un reduce, non ci sono conversazioni così impegnate e in primo piano c’è una storia di amore che finirà con la morte della donna.

La montagna incantata è dunque completamente diverso dal libro di Bufalino. È innanzitutto un complesso romanzo di formazione, che riesce ad essere sia pedagogico che ironico. Bisogna ricordare anche che a Mann ci vollero dodici anni per completare questo capolavoro: niente a che vedere con certi scrittori di oggi, che pubblicano un libro commerciale all’anno.

‘L’eletto’, un Thomas Mann inedito che si ispira alla letteratura medievale germanica

“Anche tu appartieni all’umanità, anche se tutto non è nell’ordine”.
Thomas Mann, L’Eletto.

Opera tarda (1951) del premio Nobel Thomas Mann, L’eletto affonda le sue radici nell’affascinante letteratura medievale di tradizione germanica e, in particolare, nel Gregorius di Hartmann Von Aue, poema venato di leggenda sulla vita di papa Gregorio Magno. Il taglio che l’autore de I Buddenbrook ha dato al suo Gregorio è però ben diverso rispetto a quello del suo antico connazionale.

Messo da parte il turgore dell’èpos religioso, il grande scrittore tedesco, gioca tanto con la lingua (che compone e ricompone in un caos ordinato di latino, francese e tedesco, rammentando i giochi dell’Eco più medievalista) quanto con le situazioni iperboliche e paradossali che popolano tutto il romanzo, strappando ai lettori più attenti perfino qualche sorriso, soprattutto nella critica al potere religioso e temporale.

La vicenda narrata è presto chiara: un Edipo papa (nella fattispecie Gregorio) al posto di un Edipo re. Gregorio è infatti incestuosamente e inconsapevolmente sposato con la propria madre ed è a sua volta prodotto di un incesto fra sua madre e il proprio fratello gemello. Di fronte a ciò perfino le relazioni pericolose di Beautiful sembrano essere roba per dilettanti. Gregorio trascorre l’intera vita a espiare le sue colpe e di riflesso quelle degli altri suoi familiari; è un peccatore che si abbandona interamente alla volontà di Dio fino alla mortificazione totale del suo corpo e della sua mente.

Infine sarà proprio Dio ad affidarsi a lui per illuminare la strada dei fedeli alle prese con papati litigiosi e licenziosi. La vena ironica che pervade il romanzo è brillante e quasi inesauribile, pur mantenendosi discreta e sapientemente adombrata dai topoi classici della narrativa medievale. Tra un pegno d’amore e una professione di fede, L’eletto ci mostra un Mann inedito, meno complesso ed elaborato rispetto alle sue opere principali, ma ugualmente ispirato e sostenuto da una verve beffarda che raramente appare nella sua pur vasta produzione.

L’Eletto, appena duecentocinquanta densissime pagine, sia per il messaggio profondo (si tratta dell’ultima opera di Thomas Mann, una sorta di testamento spirituale) sia per lo stile; relativamente poche pagine ma diversi piani di lettura e un mirabile intreccio dei Mythos che pervadono la coscienze e l’anima collettiva dell’uomo europeo ed occidentale: quello giudaico-cristiano, quello greco e quello norreno. Tutto incastonato in una novella ispirata al poema epico medioevale “Gregorius von Seine” di Hertmann von Aue. Il piano simbolico è semplicemente spettacolare.

Dunque si tratta di una rielaborazione dell’Edipo Re sofocleo in chiave cristiana che pone in relazione la colpa e l’espiazione, la speranza e la redenzione. Una redenzione che secondo Thomas Mann è figlia della misericordia divina che trasforma provvidenzialmente il male in bene. Un tema questo già affrontato da giganti della letteratura universale; basti pensare a “La leggenda di san Giuliano l’ospitaliere” di Gustave Flaubert oppure, per venire ai giorni nostri, a Le Benevole di Jonathan Littell, tutto giocato – attraverso mille indizi – come una risposta allo stesso Thomas Mann di questo romanzo per arrivare a conclusioni filosofiche opposte rispetto al grande scrittore di Lubecca.

Una novella o, se si preferisce, un romanzo breve di Thomas Mann che attraverso la narrazione e i suoi simboli ci porta ad affrontare temi spirituali di enorme spessore e che ci interroga sulla nostra natura profonda e sul fine ultimo della nostra esistenza.

Echi, miti classici e simbologia ne “La morte a Venezia”

La morte a Venezia (1912) è l’opera di Thomas Mann più ricca di echi classici in quanto la passione omoerotica del Professor Aschenbach affonda le sue radici in un substrato cosmico, anteriore al concetto cristiano di peccato, che Platone ha espresso nel Convivio e nel Fedro.

Nel capitolo III il protagonista non appena si accorge dell’assenza di Tadzio, lo paragona ad un piccolo Feace e recita tra sé un verso dell’Odissea: “Continuo cangiar d’ornamenti  e bagni tiepidi e sonno…” Il capitolo IV si apre con un esordio epico: “E si sentiva come trasportato nel suolo esilio, ai confini della terra”. Nel suo delirio Aschenbach, per scacciare l’immagine di un torbido e peccaminoso eros, identifica se stesso con Socrate e Tadzio con il giovane interlocutore del filosofo, Fedro, quando ormai Socrate è vicino alla morte e rivolge ad un Fedro immaginario un discorso dove il concetto platonico non riesce a giustificare il senso di colpa sofferto dalla coscienza lacerata da un desiderio proibito.

Mann, durante gli anni della genesi del romanzo, si era documentato scrupolosamente al punto che quando nel capitolo III, un ragazzo di nome Jascio bacia Tadzio, Aschenbach lo indica tra sé e sé con il nome di Critobulo, storico bizantino che si sottomise a Maometto II. Tale riferimento risulta incomprensibile se si ignora la fonte, i Memorabili di Senofonte dove si cita l’episodio di Critobulo che aveva baciato il figlio di Alcibiade. Dice Senofonte: “Ma ti do un consiglio Senofonte: quando vedi un bello fuggi a tutta corsa; e a te Critobulo, consiglio di star lontano per un anno: nel frattempo potreste forse guarire dalla ferita”. Ed ecco le parole di Mann: “Quanto a te, Critobulo”, pensò sorridendo, “ascolta il mio consiglio, va’ in viaggio per un anno. Ché meno di tanto non ti occorre per risanare”.

Tadzio, contemplato da Aschenbach ha “una testa da Eros, dalla lucentezza dorata del marmo pario” ma non resta statico nella fantasia dell’innamorato che lo tramuta in una creatura mitica che in un’età favolosa ha anticipato i suoi gesti. Ad un certo punto egli prende la figura del giovane e ne fa un modello di un’idea letteraria: quando Tadzio gioca con la palla, si immedesima in Giacinto colpito a morte dal lancio di un disco; quando Tadzio gli sorride, rivive in Narciso che si specchia nella fonte; e mentre Aschenbach di fronte al mare china il capo sul petto e muore, gli sembra che da lontano il ragazzo gli accenni di seguirlo tramutato in Ermes, il dio che conduceva le anime nel regno dei morti. Il racconto, dunque, si snoda solo dalla visuale di chi idealizza l’amato e insegue le inquietudini di un’anima sovraeccitata, tutta rinchiusa nel suo mondo interiore, incapace di uno sguardo disincantato sulla realtà circostante.

Per quanto riguarda il paesaggio, Venezia è percepita da Aschenbach nell’aspetto più cupo di città in decadimento, soffocata da un clima afoso e luogo dove imperversa il colera. I presagi di morte che segnano l’ultimo viaggio del protagonista, non si manifestano solo a Venezia. Lo sconosciuto che incontrato a Monaco davanti al cimitero, ha tratti comuni con il finto giovanotto del battello e con il gondoliere, tutti e tre sono messaggeri dell’ignoto e la loro funzione si preannuncia evidente dal loro fisico: i denti sporgenti fino alle gengive, il loro biancore, che alludono alla mandibola corrosa di un teschio; senza contare l’affinità della gondola nera con la bara sottolineata da Mann. Durante il tragitto sulla barca Aschenbach pensa che quell’uomo sospetto potrebbe anche spedirlo direttamente nell’Oltretomba; il gondoliere non aspetta il compenso perché esercita il suo mestiere abusivamente, in questo modo la figura di Caronte si sdoppia nella sua.

Elementi mitici e simbolici dunque si alternano nel contesto de La morte a Venezia, si richiamano l’uno all’altro e accompagnano la vittima fino all’epilogo; alla vicenda borghese la narrativa di Mann è sempre rimasta fedele sia nei romanzi di vasto respiro come I Buddenbrook, La montagna incantata, il Dottor Faust, che nei romanzi brevi, da La morte a Venezia che accoglie in sé i motivi più importanti della sua problematica giovanile, fino a L’inganno, ultima opera di Mann che, nonostante il parere contrario dell’autore, ha in comune con la vicenda di Aschenbach il tema della simbiosi tra amore e morte.

 

Bibliografia: T. Mann, La morte a Venezia, Prefazione a cura di R. Fertonani.

 

‘Tonio Kröger’, la ricerca di se stessi secondo Mann

L’estate è ormai finita, e si porta via la corsa ai romanzi rosa da leggere sotto all’ombrellone. L’autunno ormai si avvicina, portando con sé la voglia di qualcosa di più impegnativo da leggere davanti al fuoco.  Qualcosa di più impegnativo potrebbe essere un premio Nobel per la letteratura, come Thoman Mann.

Troppo impegnativo, forse? Prendiamo Die Buddenbrook. Non sono in molti quelli che se la sentono di affrontare tale capolavoro. Ma la letteratura non permette di scappare, ti viene a cercare e ti tira attraverso il cuore, sulla strada che devi percorrere. Se non si è ancora pronti per la sua opera maggiore, si potrebbe cominciare con un romanzo breve del 1903, Tonio Kröger, una storia fortemente legata al periodo in cui è stata scritta ed alla vita del suo autore, ma che, leggendola con attenzione, si lega fortemente ad ogni tempo ed alla storia di ogni aspirante scrittore, musicista, pittore; alla storia di ogni artista.

Tale romanzo ha come sfondo, anche se non viene mai citata, la città di Lubecca, la stessa de I Buddenbrook. Se nella cornice esterna del racconto Mann si è richiamato allo stesso luogo natale, nel definire il carattere del suo protagonista, ha accentuato rispetto a Hanno Buddenbrook, il processo di assimilazione autobiografica. Come Mann, Tonio ha una madre brasiliana dalla quale ha ereditato i capelli bruni e la passione per la musica.

La vita del giovane ipersensibile Tonio (figura nella quale si possono immedesimare molti adolescenti introversi ed inquieti) viene utilizzata da Mann per descrivere una scissione interiore comune a entrambi autore e personaggio, tema caldo a inizio Novecento a causa degli scritti del filosofo Nietzsche: la distanza tra l’arte e la borghesia. Tonio Kröger è figlio di padre console e di madre artista esotica. Egli descrive così la sua esistenza, dopo un lungo viaggio dentro e fuori i confini fisici e mentali del suo corpo: “Io sto tra due mondi, di cui nessuno è il mio, e per questo la mia vita è un po’ difficile”.

Il sentimento che prevale nelle parole di Tonio,  ricalcando il pensiero dell’autore, è un senso di lontananza e casta invidia, una spaccatura tra due modi di essere non conciliabili in un unico uomo. Oggi, il concetto di borghesia appare in qualche modo sbiadito e superato, lo si incontra solo sparso nei libri di storia, non nel vivere quotidiano; lo si potrebbe sotituire con quello di società di massa.

Tonio bambino si sentiva diverso e lontano dai biondi occhi azzurri suoi coetanei; oggi lo studente che sente bruciare in sé il fuoco dell’arte sarà probabilmente vittima di bullismo e si sentirà alienato dagli standard seguiti a testa bassa in periodo adolescenziale dai più.

Tonio Kröger è la storia dell’arte che nasce sia dall’inadeguatezza che dal senso di isolamento che prova chi esce dal sentiero tracciato dall’indifferenza quotidiana della nostra società. È un romanzo, o meglio una prosa lirica per chi ama l’arte, i Bildungsroman, le riflessioni. Ma soprattutto è una storia per chi cerca di non dar voce alle proprie inclinazioni; per chi lotta contro se stesso, nascosto e impaurito.

Tonio Kröger, che l’autore considerava una delle sue opere più riuscite, racchiude nella sua brevità quelli che sono i motivi chiave della narrativa del grande scrittore tedesco: il contrasto arte-vita e quello spirito-natura. Tonio, come abbiamo detto, è ostile alla natura della gente comune, sana ma ottusa davanti agli ideali più sublimi. Il primo capitolo infatti termina con queste parole, in riferimento al protagonista:

“Allora viveva il suo cuore: lo struggimento lo abitava e una malinconica invidia, un tantino di sprezzo e una grande casta felicità”.

 

E l’ultimo:

“Non vituperate questo amore Lisaveta: è buono e fecondo, nostalgia e malinconia vi si trovano, e un tantino di sprezzo e una grande casta felicità”.

 

La ripetizione quasi integrale significa che il Tonio Kröger è un’avventura dell’anima che non esce da se stessa: Mann indaga su se stesso per accettarsi, dispiegando il proprio fascino nella descrizione intimistica dei turbamenti delle speranze, delle illusioni e delusioni adolescenziali, quando Tonio crede di poter piegare Hans alla sua amicizia e Inge al suo amore attraverso la poesia.

Per la prima volta Mann, come ha affermato lui stesso, inserisce in un’opera la musica come elemento stilistico formale. Tuttavia anche in questo che doveva essere un romanzo confessione-autobiografica, Mann non identifica se stesso con il protagonista, evitando il questo modo di aver scritto un libro di ricordi, soprattutto grazie all’uso dell’autoironia, rivelatrice di qualcosa che va oltre ad un semplice bisogno tecnico del realista Mann che probabilmente vuole  nascondere della materia scottante che gli si è imposta con tanta urgenza, pensiamo anche al protagonista, il musicista Aschenbach di  Morte a Venezia che aveva il terrore dei contatti fisici e olfattivi.

 

 

Gianrico Carofiglio: il caos è la norma

Gianrico Carofiglio

Gianrico Carofiglio nasce a Bari il 30 Maggio del 1961. Dopo essere stato magistrato nel 1986, entra a far parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari. Nel 2008 si candida al Senato con il Partito Democratico e viene eletto senatore.

Durante questi anni, che vedono anche il suo esordio come scrittore, vince alcuni premi come il Premio Bancarella (nel 2005) grazie a Il passato è una terra straniera (da cui verrà tratto un film con la regia di Daniele Vicari e  la partecipazione dell’attore Elio Germano) ed il Premio Tropea (nel 2008).  Nel 2007  viene eletto in Germania “il miglior noir internazionale dell’anno”. Nello stesso anno, viene pubblicato Cacciatori nelle tenebre per Rizzoli, con disegni ed illustrazioni ad opera del fratello dell’autore. Carofiglio  figura anche tra  i finalisti del Premio Strega, nel 2011, con il  romanzo Il silenzio dell’onda. Il 21 Ottobre di quest’anno è uscito il suo ultimo lavoro Il bordo vertiginoso delle cose,  tratto da una poesia di Robert Browning, caratterizzato da toni insolitamente malinconici.

La scrittura di Carofiglio è scorrevole, a tratti nervosa, lo stile è asciutto ed elegante,  di grande impatto emotivo; raccontare la psicologia dei personaggi per lui è fondamentale senza cadere, come spesso accade, in piccole e banali  storie private che tanto vanno di moda e soddisfano il mercato editoriale. La dialettica tra ordine e caos, follia e sanità è molto presente nei suoi  romanzi (specialmente in Il passato è una terra straniera e in Testimone inconsapevole) ed è proprio l’atto della scrittura a mettere armonia in questo caos che è la norma,  soprattutto ai fini del racconto noir e Carofiglio è uno dei pochissimi in Italia a trattare questo genere in maniera degna e avvincente, e senza enfasi retorica quando si affrontano tematiche inerenti alla giustizia a lui care.

Gli piace giocare con l’ambiguità dei personaggi, con i loro equilibri instabili, la monotonia della vita quotidiana, sui loro lati oscuri che però affascinano e decretano l’alta qualità di un romanzo che di certo non è da inserirsi nella narrativa commerciale.

In un’intervista rilasciata per La Stampa, a proposito del suo ultimo romanzo, Carofiglio spiega quanto siano stati e siano tutt’ora importanti per lui gli incipit , che ricopiava e trascriveva sin da bambino, quasi come  fosse un esercizio di stile (Thomas Mann e Dostoevskij erano gli autori che amava di più). Secondo lo scrittore barese, è l’incipit a determinare una buona o cattiva lettura, poiché egli stesso sostiene che la chiave, volendo, è già tutta nell’inizio. I suoi incipit sono quindi una prefazione, una “preparazione alla lettura” (cita come esempio John Fante, nella ristampa di Aspetta primavera, Bandini).

Il protagonista del Il bordo vertiginoso delle cose, Enrico,  è combattuto tra il ricordo dell’adolescenza, dura ed acerba per chi subiva continuamente una violenza prima psicologica e poi fisica, ed il disagio nel dover vivere il presente tenendo conto anche e soprattutto di questo, in una condizione che lo rimanda più volte a quel passato così ostile. Per questo stesso motivo, Enrico ritorna a Bari, la sua città, insomma all’ incipit della sua vita. Ed è proprio da questi presupposti che parte per la stesura del suo ultimissimo romanzo, ancora in via di pubblicazione, La sorte del bufalo.


“I Buddenbrook”: il capolavoro ‘schopenhaueriano’ di Mann

«Soltanto, non dovete credere che ci troviamo su un letto di rose…[..]..gli affari vanno male, …[..]..vi dico solo questo: se il babbo fosse vivo…[..]..giungerebbe le mani e ci raccomanderebbe tutti alla misericordia di Dio». Alle orecchie di quanti, suona, questa considerazione, come la tipica ed opportuna raccomandazione fatta in famiglia che, in tempi come quelli correnti, non manca mai all’appello? No. Come spesso capita, la letteratura ci permette di riflettere su quanto alcune vicende, per quanto antiche cronologicamente, siano attuali. E questo è il caso de “I Buddenbrook”: decadenza di una famiglia”.

Scritto da Thomas Mann sul finire dell’800, tratta della storia generazionale e sociale di una ricca famiglia della borghesia mercantile di Lubecca (Germania), della loro ascesa al potere alla loro fine che coincide con la fine dell’800 e l’inizio del nuovo secolo: il Novecento con le sue guerre e totalitarismi. La storia narrata va dal 1835 al 1877, passando per i fondamentali fatti storici Tedeschi del periodo (Rivoluzione di Marzo, Ascesa Prussiana, Unificazione del territorio tedesco).

Nonostante le premesse, il primo romanzo di Mann presenta, più che una vicenda economico-storica, una narrazione interiore e comportamentale di stampo familiare,che ricorda da vicino tanti probabili casi odierni, dove la “decadenza” del titolo non è tanto dei beni materiali, che pure sono un elemento portante della vicenda, quanto dei fondamenti psicologici e sociali della famiglia.

L’oppressiva sensazione di un destino fallimentare e di una fiducia troppo spesso negata, incarnate da un gran numero di famiglie che oggi troppi giovani, spesso troppo sensibili, sono costretti ad affrontare, è il  fulcro del racconto il quale trova respiro nel personaggio del giovane Hanno (personaggio di rottura che rappresenta il ‘900), anima artistica che individua la sublimazione di sé nella musica, e la propria nemesi nelle imposizioni familiari delle generazioni precedenti. Così come l’accumularsi delle ansie mortifere, delle tensioni e dei disastrosi pessimismi cosmici sempre più autoalimentati dagli odierni capi famiglia, sono rappresentati dall’originariamente energico imprenditore Thomas Buddenbrook. Tali “modelli” comportamentali, che quasi sembrano domandarci se davvero siamo autori del nostro destino, e i protagonisti che li rappresentano, sono definiti con uno stile tanto naturale quanto preciso che sembrano esser vissuti davvero.

“Ed ecco, improvvisamente fu come se le tenebre si lacerassero davanti ai suoi occhi, come se la parete vellutata della notte si squarciasse rivelando un’immensa, sterminata, eterna vastità di luce. “Io vivrò.” Disse Thomas Buddenbrook quasi a voce alta. Che cos’era la morte? La risposta non gli fu data con poche e presuntuose parole: egli la sentì, possedendola nel profondo di sé. La morte era una felicità così grande che solo nei momenti di grazia come quello la si poteva misurare. Era il ritorno da uno sviamento indicibilmente penoso, la correzione di un gravissimo errore. Fine, disfacimento? Che cosa si dissolve? Null’altro che questo corpo … questa personalità e individualità, questo goffo, caparbio, grossolano, detestabile impedimento a essere qualcosa di diverso e di migliore”.

E in un certo senso è così, dato che Mann si ispirò alla propria famiglia, in effetti originaria di Lubecca, e a quel clima di soffocante indottrinamento borghese che prevede(va?) l’imposizione di un’immagine di sé forte e solida agli occhi della società, a scapito della verità dentro noi stessi. Possono il sentimento dell’arte,la maturata consapevolezza di sé stessi attraverso quattro generazioni prevalere sulle esigenze economiche? Può uno dei protagonisti, Tony imporsi definitivamente, con il suo amore genuino e ottimismo giovanile, sulle convenzioni, nonostante gli innumerevoli lutti? I Buddenbrook sono in romanzo dove i protagonisti e le loro vicende, nonostante lo svolgimento nell’arco di 40 anni, ricordano da vicino una modernità che, troppo spesso, ci impone dilemmi impietosi e costrizioni innaturali.

I Buddenbrook lasciano che il lettore si renda conto del precario equilibrio che c’è tra la vita e la morte (la malattia sembra essere quasi celebrata, attraverso descrizioni dettagliate). Mann sembra volerci insegnare questo: dopo il raggiungimento del successo vi può essere solo una discesa, che sia rapida o lenta (la decadenza) non importa; ciò che manda in crisi il protagonista  è l’aver percepito che il prestigio della propria famiglia, nonostante tutti i suoi sforzi, dopo aver raggiunto il culmine è destinato a deflagarsi. In questo senso è evidente l’inflenza che ha avuto la filosofia di Schopenhauer su Mann, e infatti la vita dei protagonisti appare dominata da una forza, una volontà irrazionale, che li pone di fronte ad eventi ineluttabili. L’uomo davanti a questi fatti fatali non può nulla.

I personaggi de I Buddenbrook sono dotati di una volontà morale abbastanza forte che gli consente di affermare i loro valori, ma come gli inetti di Svevo sono incapaci di lottare per rendersi protagonisti e far emergere le qualità straordinarie che possiedono, hanno in sé un cupio dissolvi che li conduce al tracollo. anticipando così L’uomo senza qualità di Musil.

Thoman Mann da un lato critica la chiusura e l’ottusità della mentalità borghese nei confronti dell’arte e di tutto ciò che fa riferimento allo spirito, dall’altra, al contrario di molti decadenti, di questa società  ammira il pragmatismo e la solidità materiale, economica, l’abilità di conservare il proprio benessere. Dunque p lo scrittore stesso che vive un drammatico dualismo: egli infatti è sia un distinto borghese che un “avventuriero dello spirito”.

Sicuramente “I Buddenbrook” sono il libro più affascinante e complesso dello scrittore tedesco, l’opera più rappresentativa della crisi esistenziale dell’uomo borghese di inizio ‘900, il quale non sa conciliare arte e profitto, perché riesce a calare magistralmente la sua diagnosi culturale, sociale e politica nella semplicità quotidiana senza spiegare, senza dimostrare ma riflettendo, peculiarità che fanno di questo romanzo, un capolavoro senza tempo pervaso naturalmente dalla malinconia ma anche dalla grazia. I Buddenbrook è un romanzo imperdibile, una sinfonia enciclopedica dove si alternano malinconia ed ironia; da leggere e rileggere.

Thomas Mann: una sensibilità incompresa come quella del suo ‘Tonio Kroeger’

Thomas Mann (Lubecca, 6 giugno 1875-Zurigo,12 agosto 1955), scrittore tedesco, nasce in quella Lubecca una volta appartenente alla cosiddetta “Lega Anseatica”. E’ considerato non solo uno degli autori di maggior risonanza europea del novecento, ma anche mondiale; basti, per esempio leggere alcune delle sue opere più celebri da lui scritte come “La montagna incantata” , “Tonio Kroger”, “ I Buddenbrook”, “Morte a Venezia”. Personalità particolare, con mente sognatrice, fantastica e introspettiva.

Durante i suoi studi (di indirizzo commerciale) compone le sue prime opere, mostrando talento e qualità discrete. E’ durante il periodo universitario a Monaco che conosce importanti figuri intellettuali di vari caffè. Ed è proprio qui che tiene un’importante conferenza su Wagner, che ammirava molto citando alcuni legami tra il Nazismo e l’arte. Soggiorna, in seguito anche in Svizzera. Tra i riconoscimenti più importanti ottenuti dallo scrittore, ovviamente vi è il premio Nobel per la letteratura nel 1929. Nel 1952 è in Svizzera; tuttavia in Germania non vi fece ritorno, anche se venne proposto come Presidente della Repubblica. Muore di arteriosclerosi nei pressi di Zurigo il 1955

Parlando di alcune tematiche “classiche” e sempre presenti in Mann certamente c’è in agguato la morte, il regno oscuro e cupo, ma anche sofferente. Sì, sofferente perché? Proprio il suo Paese di nascita, la Germania. E qui vediamo, senz’ombra di dubbio, un certo disagio dell’autore nel guardarsi intorno i crimini commessi dal suo crudele popolo. Crudele, forse, a dir poco. Ma non siamo in sede di giudicare come si è comportato il popolo teutonico durante la Seconda Guerra Mondiale. Qui, tuttavia, basta leggere un qualsiasi libro di storia.

Ma il suo atteggiamento è molto ambiguo, in quanto elogia, altresì, l’amore per il suo popolo, soprattutto la Germania culturale, senza dimenticare, come detto sopra, le violenze che s’accompagnavano insieme ai grandi autori. Dove si sente una certa qual sofferenza è nella sua opera precedentemente citata “Tonio Kroger”. Cos’ha di speciale Tonio? La risposta si trova dopo aver letto il romanzo e, dove ci si chiede: chi è, in realtà, il protagonistà? E’ l’autore stesso!

Infatti, qui, Tonio, ragazzo molto giovane, affronta il difficile rapporto sociale con gli altri individui, in cui si egli accusa si non riuscire a godere di una vita pura e semplice come “tutti” gli altri, vivendo di giorno in giorno senza preoccupazioni, a differenza di quelli più dotati e dotati di una sensibilità artistica, che seppur consapevoli (o quasi) del mondo che li circonda, tendono a chiudersi a riccio, isolandosi, diciamolo pure, perfino da stessi. E qui sta vi risiede la situazione di Tonio, in una ricerca che è quella di se stesso, come d’altronde volle fare l’autore, cercare il suo vero essere, chi è (o cosa) e non è.
Il protagonista ha un’estrema sensibilità, come l’autore; sensibilità artistica, come l’autore; incompreso da tutti, come ancora l’autore.

E a questo, vien da chiedere: e dunque? Il dunque è qui: Thomas Mann sta a Tonio Kroger, come questi sta all’autore.
Un altro “dunque”? Dunque il romanzo potrebbe, a questo punto, chiamarsi benissimo “Thomas Mann” anziché “Tonio Kroger”, sicché, tanto, è la stessa cosa.

Ricorrente nelle sue opere anche il tema dell’omosessualità , della creatività faticosa ma positiva e fruttuosa per la società, della dicotomia innocenza-giovinezza/corruzione-vecchiaia,(incarnati rispettivamente da Tadzio e l’autore ascetico Gustav Von Aschenbach, innamorato di lui) specialmente in “La morte a Venezia” (1912) resa ancora più celebre dal film omonimo di Luchino Visconti.

Tra il 1933 e il 1942, Mann pubblica la tetralogia “Giuseppe e i suoi fratelli”, tratta dalla Genesi, lavoro di grande fattura. Con “Lotte a Weimar” (1939), riprende ispirazione da “I dolori del giovane Werther” di Goethe. Con il “Doctor Faustus”,(1947) invece, racconta la storia del compositore Adrian Leverkühn e della corruzione della cultura tedesca negli anni precedenti alla Seconda Guerra Mondiale, mentre il suo ultimo grande romanzo, “Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull”,dove il protagonista,un giovane fascinoso, riesce a far credere di appartenere ad un grado sociale superiore, è rimasto incompiuto per la morte del grande scrittore, uno dei più influenti nel panorama culturale del Novecento.

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