‘Memoriale di un anomalo omicida seriale’ di Davide Buzzi: un thriller noir dalla potenza riflessiva

Memoriale di un anomalo omicida seriale, edito da 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni, è l’ultimo romanzo di Davide Buzzi. Lo scrittore ticinese nasce il 31 dicembre 1968 ad Acquarossa (Svizzera). Cantautore e autore, inizia la sua carriera artistica nel 1982 accanto a Giampiero Albertini e Franco Diogene nel film in L’oro nel camino. Nel 1993 pubblica il suo primo cd, Da grande, cui seguiranno Il Diavolo Rosso: Romaneschi (1998), Perdo pezzi (2006), Non ascoltare in caso d’incendio (2017) e, nei prossimi mesi, Radiazioni sonore artificiali non coerenti.

Nel 2013 Buzzi pubblica il suo primo libro di racconti dal titolo Il mio nome è Leponte… Johnny Leponte e nel 2017 il racconto breve La Multa. Negli anni ottiene importanti riconoscimenti internazionali quali la Targa Città di Milano(1997), il Premio Città San Bonifacio a Verona (2000) e il Premio Myrta Gabardi a Sanremo (2002). Nel 2012 ottiene due nomination agli ISMA Award di Milwakee (USA) per la canzone The She Wolf. Nel 2013 ottiene una nomination i NAMMY Award di Niagara Falls (USA) per la canzone “The She Wolf”. Fotografo di formazione, è attivo anche nel campo del giornalismo come membro di redazione del mensile “Voce di Blenio” e, da diversi anni, come inviato speciale di Radio Fiume Ticino al Festival di Sanremo.

 

Memoriale di un anomalo omicida seriale: Sinossi

Memoriale di un anomalo omicida seriale  è il romanzo autobiografico (spoof) di Antonio Scalonesi che, tramite la sapiente penna di Buzzi, si propone al lettore nelle vesti di un memoriale raccontato in prima persona, frutto dell’interrogatorio ad un uomo, Scalonesi appunto, che il 21 novembre del 2011 si presenta presso gli uffici di Lugano della Procura Pubblica del Cantone Ticino, in Svizzera, per confessare di essere un assassino seriale.

 

Sebbene sia un demone a parlare, non devono essere gli uomini a giudicare.

Antonio Scalonesi

 

No! Non lo voglio un avvocato! Certo, signor procuratore pubblico, lei mi ha letto tutti quanti i miei diritti e mi ha informato che ho la facoltà di restare in silenzio, che ho pure diritto alla presenza di un avvocato e che se non posso permettermelo me ne potrete affidare uno d’ufficio. Ma adesso mi dica lei, che ci sono venuto a fare qui se non fosse mia intenzione quella di parlare? Mi sono consegnato a lei perché avrei alcune cose da raccontarle, niente di che, solo alcuni morti ammazzati che nell’arco degli ultimi cinque anni hanno riempito il mio tempo libero.

 

Antonio Scalonesi, affermato mediatore immobiliare e proprietario di una piccola agenzia in una valle discosta dell’alto Ticino (Svizzera), è un uomo benestante, single, al quale la vita sembra avere riservato tutto il meglio possibile.

Persona di grande cultura, nutre numerosi e svariati interessi, fra i quali l’arte pittorica e la scultura. Sportivo, in passato è stato pure un ciclista dilettante di buona caratura, vincendo addirittura qualche gara importante.

Ma spesso la realtà si presenta ben diversa dall’apparenza, e non sempre nelle sue connotazioni migliori.

Il 21 novembre del 2011 Antonio Scalonesi entra spontaneamente nel palazzo della Procura della Repubblica e del Cantone Ticino di Lugano e chiede di incontrare l’allora Procuratore pubblico Giuseppe Cortesi, davanti al quale inizia a rovesciare un racconto dai risvolti terribili e inimmaginabili.

L’uomo afferma infatti di essere un omicida seriale e giorno dopo giorno, per undici lunghi mesi, confessa una lunga serie di delitti, a partire dal primo e commesso nel 2004.

Qualche mese prima di quella data Scalonesi perde un grosso affare, subendo quella che per lui rappresenta una grave umiliazione pubblica. Questo fatto scatena nell’immobiliarista ticinese un rancore smisurato nei confronti dell’imprenditore reo di avergli soffiato l’impresa, tanto che comincia a contemplare la possibilità di toglierlo di mezzo. Inizia così un intenso periodo di pedinamenti, mentre nel contempo studia un piano perfetto per arrivare finalmente, il 18 dicembre 2004, a colpire il suo “nemico” per strada, freddandolo a colpi di pistola. È solo l’inizio di una tragica epopea che lo porterà a diventare uno dei più spietati serial killer europei di tutti i tempi.

Infatti a partire da quel momento le sue azioni criminali continuano a crescere, anche perché le indagini degli inquirenti non riescono ad arrivare a lui.

Eppure, ad un certo punto il suo operato viene comunque notato da qualcuno che, seppure rimanendo nell’ombra, con il ricatto lo obbliga a compiere diversi delitti su commissione.

Il killer si ritrova così a dover ampliare il suo raggio d’azione, arrivando perfino a colpire in Francia e in Italia, mettendo però sempre in pratica delle abili strategie che gli permettono di confondere indagini e moventi e di sfuggire regolarmente a qualunque tipo di sospetto. Le diverse inchieste degli inquirenti, infatti, non riescono ad avvicinarsi in alcun modo alla verità, o anche solo ad associare fra di loro i diversi omicidi. Questo fatto porta Scalonesi a convincersi di essere un invincibile Dio della vita e della morte.

Ma qualcun altro arriva ad accorgersi dei suoi talenti nascosti, e questo a causa di un’azzardata ma abilissima impresa che Scalonesi commette all’interno del Museo d’Orsay di Parigi, dove si rende responsabile della sottrazione di un celebre dipinto di Vincent Van Gogh. Questo fatto lo proietta però inaspettatamente all’interno di un complicato intrigo internazionale e da cacciatore improvvisamente si ritrova a diventare preda. Ormai la sua vita è appesa a un filo, ma grazie ad un drammatico e tragico gioco a rimpiattino, durante il quale riesce con scaltrezza capovolgere gli eventi, il killer riesce a spuntarla e persino a scoprire l’oscuro personaggio che con il ricatto lo tiene in pugno da troppo tempo. La resa dei conti di Antonio Scalonesi si rivela terribile e lascia dietro di sé una lunga striscia di sangue che sembra non avere mai fine.

 

Antonio Scalonesi. Memoriale di un anomalo omicida: una finta biografia che terrà il lettore incollato alle pagine

Il racconto si sviluppa tutto su un supposto dialogo che avviene fra il protagonista dei fatti, Antonio Scalonesi, e il procuratore pubblico, che però non appare mai in prima persona. Il periodo storico dei fatti raccontati va da più o meno attorno al 2004 per il primo assassinio fino al 2010 per l’ultimo omicidio e l’autodenuncia di Scalonesi alle autorità.

Il Lavoro è corredato da tutta una serie di allegati, redatti da parte di vari specialisti: Articoli di giornali (redatti dall’autore e dallo scrittore, giornalista e direttore di Radio Fiume Ticino Duilio Parietti);  Rapporto della polizia scientifica in merito ad un caso specifico (redatto dall’ex. Commissario capo della polizia scientifica del Cantone Ticino E. Scossa Baggi); Richiesta di estradizione nei confronti di Scalonesi, emesso dalla corte di appello di Genova verso le autorità giudiziarie del Cantone Ticino (redatta dall’avv. Giovanni Martines, già difensore di Bernardo Provenzano nel “Processo per l’omicidio di Mario Francese” tenutosi nel 2001 a Palermo);Profilo psicopatologico e criminologico del personaggio (a cura del Dr. med, Orlando Del Don, Spec. FMH psichiatria, psicoterapia, psicopatologia del comportamento violento e criminologia). Resoconto dell’avvocato difensore di Antonio Scalonesi (realizzato dall’avvocato Amanda Rueckert).

Il protagonista parla a ruota libera e cinicamente dei suoi omicidi e (solo in parte) di alcuni aspetti legati alla sua vita, in un linguaggio non sempre educato (anzi) e con fare altezzoso e sdegnoso. A volte mente palesemente, altre stravolge la verità, omette particolari o inventa aneddoti che possano contribuire a buttare fumo sull’intera vicenda. Nel contesto generale del racconto appare quindi molto difficile intravvedere le bugie di Scalonesi in mezzo all’insieme delle verità, seppure il lettore più attento può riuscire qualche volta a coglierne gli indizi.

Scalonesi è un serial killer, ma non nel modo più stretto del termine, infatti non è ripetitivo nel suo agire e, sebbene in effetti uccida per il piacere di farlo e per poter godere del brivido della caccia, a volte esegue anche alcuni incarichi che riceve da parte di una oscura organizzazione che lo ha scoperto. La polizia invece non lo scoprirà mai, seppure forse in qualche caso potrebbe anche avere avuto qualche sospetto sul personaggio, ma non tanto in merito alla sua attività criminale, bensì più per il fatto che Scalonesi fosse spesso in viaggio e poco sul posto di lavoro. Quindi, come poteva mantenersi senza troppi problemi?

“Quando tempo fa ho iniziato a raccontare questa storia, mai avrei creduto che il tutto si sarebbe trasformato in un volume di oltre trecento pagine – dichiara lo scrittore Davide Buzzi. Scrivere l’autobiografia di un personaggio tragico come Antonio Scalonesi ti obbliga a penetrare tutto il tuo subconscio, fino ad arrivare nel nero più profondo di te stesso. In fondo, chi nel corso della propria vita, almeno per una volta, non ha mai pensato seriamente di ammazzare qualcuno, per vendetta o per arrivare alla soluzione di una diatriba impossibile? Poi, però, la maggior parte delle volte, il raziocinio ci riporta alla ragione, impedendoci di oltrepassare certe barriere. Ma non sempre… A volte purtroppo succede che la sete di vendetta, come anche la curiosità di capire fino a dove si è disposti ad arrivare con le proprie azioni, possono condurre un uomo apparentemente normale e pacifico al di là di ogni confine morale, senza che questi possa provare alcun pentimento per i crimini compiuti”.

“Memoriale di un anomalo omicida seriale è il frutto di mesi di lavoro che lo staff di 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni ha portato avanti insieme all’autore, Davide Buzzi. Si è trattato – spiega la Casa Editrice –  sicuramente di un incontro tra persone esigenti, pignole, attente ai dettagli. Abbiamo realizzato, con l’autore, quello che crediamo sia un romanzo alquanto inusuale e ricco di particolarità. Abbiamo scelto di percorrere la strada più ripida, e siamo certi che Memoriale di un anomalo omicida seriale troverà il giusto consenso tra il pubblico, sia per la struttura, che per la voce d’autore che lo caratterizzano. Davide Buzzi ha avuto l’idea di scrivere questo romanzo facendo raccontare direttamente al protagonista le vicende che lo vedono coinvolto. Crediamo sia stata una scelta audace e siamo soddisfatti del risultato finale. Adesso vogliamo raccogliere i frutti di questo lavoro e contribuire alla diffusione della cultura e della lettura, anche attraverso questa Opera. Grazie a Davide Buzzi per il contributo importante e per la fiducia che ha riposto in noi”.

Un thriller dalle tinte noir, che si presterebbe benissimo ad una trasposizione cinematografica. Una storia, ricca di suspense, assolutamente imprevedibile e potente che innesca una disarmonia in noi stessi, obbligandoci a riconsiderare i limiti della nostra coscienza.

 

http://www.ruedelafontaineedizioni.com/negozio/davide-buzzi-memoriale-di-un-anomalo-omicida-seriale/

 

‘Parasite’: la guerra totale tra ricchi e poveri secondo il sudcoreano Bong Joon-ho che fa ridere amaro

Il Joker e il ParasiteParassita, attenti a noi. Perfettamente in sintonia con il recente cult hollywoodiano, “Parasite” è ambientato a Seul, ma la metropoli asiatica funziona come un gigantesco specchio in cui ci è dato l’amaro privilegio di vedere cosa sta per succedere nel mondo. O forse ciò che è già successo.

La guerra totale tra poveri e ricchi come evento ineluttabile non è, peraltro, l’unico argomento del film premiato con la Palma d’oro a Cannes perché nel corso del suo imprevedibile percorso emerge una metafora raramente diramata al cinema con altrettanto cinico determinismo: i derelitti e gli svantaggiati non sono affatto “buoni”, non sono guidati da nobili ideali o consunti manuali ideologici, non hanno la faccetta corrucciata di Greta o di Carola, vogliono godere anch’essi dei beni consumistici, sono furbi, notturni, coriacei, duri a morire anche se –annota a margine il cinquantenne regista e sceneggiatore Joon-ho– non possono togliersi di dosso il tanfo emanato dalla loro condizione di perdenti.

Da un tetro seminterrato la famiglia dei Ki-taek riesce a trasferirsi, grazie a una serie di raggiri, nella villa da sogno della famiglia dell’archistar Park dando il via a una spericolata variazione di generi che passerà col giusto dosaggio di ritmi e toni dalla commedia sociale al thrilling psicologico (“Il servo” di Losey), dall’horror (“L’invasione degli ultracorpi”) al catastrofico, dal grottesco della commedia all’italiana (“Brutti, sporchi e cattivi”) al surrealismo bunueliano all’acido muriatico.

In Parasite La full immersion nella lotta per la sopravvivenza in cui ciascuno si tramuta in parassita di un altro procede, così, a base di allarmanti carrellate nell’appartamento (il principale “personaggio” dell’apologo), strategici tagli di luce, recitazioni strepitose di attori sempre sull’orlo del collasso: se la tragedia del divario sempre più abnorme scavato tra derelitti e benestanti ci riguarda tutti, il film non indulge alle solite artificiose indignazioni, non elargisce morali pret-à-porter, non recapita messaggi di speranza all’annichilito spettatore.

Quella che spiazza e avvince, insomma, è una questione di topografia sociale, le strettoie, le stratificazioni e i doppi, tripli fondi di una mappa prim’ancora fisiologica che umana in cui l’altissimo sovrasta l’alto, l’alto schiaccia il basso e l’ancora più basso è adibito a funzionare esattamente come funziona una cloaca.

La chance degli spazi perlustrati dall’occhio della cinepresa viene, dunque, utilizzata per scatenare una brutale sarabanda; una spirale satirica che via via costringe i contendenti a protestare, ringhiare, contorcersi, strisciare, rosicchiare, mimetizzarsi, rintanarsi; un’apnea emotiva sconsigliata a chi ama fare il tifo per una sola delle parti in gara; un gioco al massacro in cui la sinistra risata della governante licenziata sembra raccogliere e amplificare quella del grande Joaquin Phoenix che ancora trabocca dalle sale.

PARASITE
THRILLER/GROTTESCO, COREA DEL SUD 2019
Regia di Bong Joon-ho. Con: Song Kang-ho, Jo Yeo-jeong, Park So-dam, ChoiWoo-sik, Lee Sun-kyun

 

Parasite

‘Pulcinella è cattivo’: il ritorno di Gianluca di Matola in libreria

Pulcinella è cattivo, edito da Clown Bianco, nella collana i Gechi, è l’ultimo Noir di Gianluca di Matola. Il romanzo, presentato in anteprima all’ultima edizione del GialloLuna NeroNotte, il Festival del giallo e del noir italiano, uscirà nelle librerie il prossimo 14 Novembre.

Gianluca di Matola è nato a Napoli e vive a Sant’Anastasia, comune della provincia partenopea. Nel 2010 è uscito il suo primo romanzo Dieci.Ventotto edito da Prospettiva Editrice.

Un’ondata di successo investe lo scrittore, che negli anni successivi, diventa sempre più prolifico. Nel 2016 di Matola vince il concorso indetto dalla Nunzio Russo Editore, aggiudicandosi la messa alle stampe del suo secondo romanzo Come la pioggia sulla terra. Ancora nel 2016, a Lignano Sabbiadoro, gli viene conferito il Premio Scerbanenco per il racconto Ottani. Nello stesso anno è finalista al Garfagnana in giallo e vincitore dell’edizione 2018 del Premio per il Miglior Romanzo Inedito, indetto a Ravenna da GialloLuna NeroNotte.

Anche il 2018 è ricco di riconoscimenti: Gianluca di Matola si classifica secondo nella prima edizione del concorso letterario Thrillercafé. Sempre nel 2018 ha pubblicato, con Clown Bianco, il romanzo Luce scritto a quattro mani con Bettina Bartalesi.

Pulcinella è cattivo: il noir ambientato in un quartiere popolare di Napoli

Sara Venturi è una giovane ispettrice della Squadra mobile della Questura centrale di Napoli, sezione omicidi. Da due anni indaga sulla scomparsa di Umberto e Vanessa, due bambini che vivevano nel quartiere popolare di Ponticelli. Ossessionata dalla ricerca del colpevole, Sara
non solo è riuscita a conquistare la fiducia degli abitanti di una zona dove a dettare legge è la camorra, ma è diventata amica delle famiglie di Umberto e Vanessa.

Quando rischia di vedersi sfilare di mano l’indagine, per Sara inizia una disperata corsa contro il tempo. Ad affiancarla, il collega Boris, saggio, riflessivo e con un debole per lei; il dirigente della sezione omicidi Stani, chiamato semplicemente “Capo”; Luisa, una giovane con un passato doloroso; e Franz, un Rottweiler con un’affettività ingombrante come la sua mole.

Con il romanzo Pulcinella è cattivo, Napoli si tinge di noir. Lo scrittore Gianluca di Matola propone una storia dai graffi gialli e thriller con atmosfere accattivanti. Le avventure e le indagini della ispettrice Sara Venturi terranno incollate il lettore fino all’ultima pagina, fino a quando saranno svelati tutti i misteri.

 

‘La notte del B(r)uco’: il thriller esistenziale della coppia Menzella-Cirigliano

La notte del B(r)uco, edito da Eretica Edizioni è un avvincente thriller “esistenziale”, o lo si potrebbe definire anche “mentale” della coppia formata da Carmen Cirigliano e Carmine Menzella (classe 1984 e 1978), autori di questo secondo romanzo che vivono a Ferrandina, compagni nella vita come nell’arte. Laureati rispettivamente in Lettere e in Filosofia collaborano a svariati progetti che ruotano intorno alla scrittura nera, dalle sceneggiature alla regia per teatro e cortometraggi. Fondatori dell’associazione culturale Laboratorio Inchiostro Nero, volta alla promozione della cultura di genere horror, fantastica e thriller-noir attraverso vari linguaggi che spaziano dal teatro sperimentale e di figura, al cinema alla narrativa.

Il loro libro di esordio è “Ombre”, una raccolta di racconti neri, edito L’Erudita/Gruppo Giulio Perrone Editore, uscito a marzo 2017, mentre alcuni racconti brevi sono comparsi su riviste e raccolte di genere come Letteratura Horror.

In una notte senza fine, scossa dal vento ed avvolta dai vapori acidi delle strade, un gruppo di amici si mette alla ricerca di qualcuno. Intrappolati nel cemento di una città consumata dal vizio e dalla droga, che sfuma tra le note cupe di un arpeggio e i lamenti della notte, scendono nell’abisso, come Orfeo alla ricerca di Euridice. La città di notte, con le sue stradine che si intersecano nel buio, è la stessa della loro interiorità, smarrita nel groviglio delle possibilità incerte. L’assassinio misterioso di un amico, a cui ne seguono altri, il ritrovamento di lettere che annunciano l’arrivo della morte, li spingono a cercare una meta, a fuggire dalla morte, ma allo stesso tempo a trovarla e guardarla negli occhi, nei due buchi neri sulla maschera del malinconico Pierrot, o dietro le lenti scure dell’uomo che si fa chiamare il Bruco. Trafitti da un’apatia bianca che ha il sapore di una noia amara, di un eterno e irrisolto conflitto con la vita, cercano se stessi nel vuoto, progettando un futuro che gli sfugge.

Il buio metropolitano sembra riflettere il buio che pervade l’animo dei protagonisti del romanzo, privi di certezze. Ma non si può scoprire la verità senza guardare in faccia alla morte, scavalcarla per sperare in un futuro. Lo stile adottato dai due autori è scorrevole e cinematografico, il quale mostra in maniera raffinata e angosciante come sia la natura a seguire lo stato d’anima dei protagonisti, a supporto della tesi schopenhaueriano il mondo come mia rappresentazione, rendendo La notte del B(r)uco un viaggio nei meandri della mente umana e nelle atmosfere tipiche dei migliori film noir.

Non so se le mie ore sono vuote, oppure così piene da scoppiare. Non capisco se il mio tempo va via così veloce da lasciarmi solo attimi che non riesco a vivere e sentire, oppure è sempre fermo, come me. Oggi tutto è legge-ro, non riesco a stringere niente, come fermare il getto d’acqua con una ma-no, non sento quasi le mie mani, anche adesso mentre scrivo, sono lontano, la mia mente è da un’altra parte. Ho ascoltato un po’ di musica alle cuf-fiette senza parlare. Ho sperato che Deb facesse passare alla radio Man in the Box, ma niente… attendo ancora, tanto fuori c’è vento.

‘I segreti di Wind River’ di Taylor Sheridan : un mondo senza concessioni, spogliato di ogni eroismo

A pochi giorni dall’uscita di Hostiles (un bel film zavorrato da lentezze e pretensioni iper-autoriali), Hollywood raddoppia con I segreti di Wind River, western contemporaneo di ben maggiori sostanza e ritmo. Per la precisione si tratterebbe di un thriller, ma la mitologia del Far West acquista un ruolo decisivo nell’impianto costruito su misura dei gusti e le propensioni del regista texano Sheridan, già sceneggiatore di grandiosi duelli all’ultimo sangue ambientati nei moderni territori di frontiera (Sicario e Hell or High Water). Il taglio netto e concentrato dei vecchi e nuovi maestri del genere ci trasporta, infatti, nella riserva pellerossa del Wyoming flagellata dalla neve per molti mesi all’anno dove si staglia la figura eastwoodiana del protagonista Cory (Renner, grande attore non abbastanza promozionato) di professione cacciatore dei lupi e i leoni di montagna micidiali per il bestiame. Gravato da un atroce trauma familiare, il neocowboy è rispettato e benvoluto dagli allevatori e dagli Arapaho e Shoshone superstiti che se la passano assai male per colpa di disoccupazione, droga e alcolismo: così, quando una ragazza di Wind River viene trovata senza vita, Cory viene ingaggiato dalla polizia locale per scoprire la verità e dare la caccia all’assassino, mentre l’Fbi decide d’affiancargli l’affascinante quanto spaesata collega Jane (Olsen). Si capisce subito, in effetti, quanto il climax investigativo e il piglio antropologico con acclusa denuncia progressista sulle condizioni dei nativi risultino tradizionali e prevedibili; però la brutalità darwiniana messa in scena senza sosta tra i candidi bagliori di una landa pour cause “animalesca” ha tutta la forza necessaria per avvincere gli spettatori e riconsegnargli il fascino perduto di quello che continuiamo a definire il cinema americano per eccellenza.

Con Sicario e Hell or High Water, di cui Taylor Sheridan ha firmato le sceneggiature ma lasciato la regia a terzi (Denis Villeneuve e David Mackenzie), I segreti di Wind River forma una trilogia ideale agita nei territori di frontiera. Tre poliziotti, tre indagini e una conoscenza acuta della geografia americana. Dopo il confine col Messico e le lande desolate del Texas, Sheridan trasloca in Wyoming e realizza un film solenne ispirato ai problemi endemici che avvelenano le riserve indiane. Su tutti l’abuso sessuale e la scomparsa di troppe donne amerinde in un territorio che la polizia locale, esigua e sprovveduta, non riesce a controllare. Neve e silenzio al debutto stabiliscono tono e décor del film, inserito in un universo implacabile dove la rabbia di vivere convive con la rassegnazione.

Un mondo senza concessioni, dove l’uomo è lupo per l’uomo, una riserva di indiani e di bianchi, vestigia di una conquista spogliata di ogni eroismo. Avversari ieri e compagni oggi per non sentirsi abbandonati. Fedele agli script precedenti, Taylor Sheridan cortocircuita thriller classico e western contemporaneo, prediligendo una drammaturgia laconica che si prende il suo tempo, che raziona le informazioni e lascia che lo spettatore faccia il suo lavoro. Film di grande spessore, sia nella scrittura che nei personaggi che nell’ottima colonna sonora (di Nick Cave e Warren Ellis), che descrive un’umanità sofferente che sogna un mondo migliore, ma che scopre di essere sempre (come recita la poesia con cui inizia il film) “far from your loving eyes in a place where winter never comes”. 

 

Fonti: Mymovies.it

 

I segreti di Wind River

The exception-L’amore oltre la guerra: un inno alla lotta contro il male

The exception- L’amore oltre la guerra è un film del 2016 di David Leveaux, un regista teatrale inglese al suo debutto nel mondo del cinema. Il cast della pellicola vanta Lily James nel ruolo di Mieke (già conosciuta per la versione di Cenerentola del 2015 e per il suo ruolo nella serie tv Downton Abbey), Jay Courtney nei panni del soldato Brandt (famoso per la saga di Divergent), Christopher Plummer (il capitano Von Trapp di Tutti insieme appassionatamente) e Janet McTeer (Insurgent, Io prima di te).

La trama comincia all’inizio della seconda guerra mondiale in Olanda. Il Kaiser Guglielmo II vive esiliato insieme alla moglie, Erminia di Reuss-Greisz, e va avanti grazie alla rendita concessagli dal Fuhrer. Il suo rapporto con il Terzo Reich è contraddittorio, deve appoggiarlo in pubblico, incentivato soprattutto dalla moglie, ma appena può esprime il suo sconcerto per ciò che la Germania è diventata sotto il potere di Hitler. Incaricato della sua protezione, ma ufficiosamente alla ricerca di spie inglesi infiltrate nel palazzo del Kaiser, è il soldato Stefan Brandt. L’uomo è reduce da una brutta ferita di guerra e da uno scontro in Polonia con un suo superiore che gli ha valso questo esilio forzato in Olanda, visto che Brandt non comprende le azioni delle SS, che non coincidono con l’etica militare che ha sempre seguito.

Mieke De Jong, una giovane ebrea olandese, cova in sé un odio profondo verso l’esercito nazista, che ha ucciso suo padre e suo marito, e accetta così un impiego da domestica a casa del Kaiser Guglielmo solo per poter avere contatti con i vertici e inviare informazioni in Inghilterra. La sua attività di spia non passa del tutto inosservata e dei sospetti cominciano ad arrivare al comando tedesco. Stefan Brandt nel frattempo inizia una relazione con Mieke senza sapere chi sia in realtà, ma anche scoperta la sua identità farà di tutto per aiutarla a fuggire e a mettersi in salvo. Stefan non è l’unico a subire il fascino della giovane ebrea, il Kaiser la prende così sotto la sua ala protettiva e aiuterà il soldato a nascondere Mieke e a farla passare indenne al posto di blocco tedesco.

The exception: un prodotto ibrido tra il dramma e il thriller

Il film The exception – L’amore oltre la guerra è tratto dal romanzo del 2003 The Kaiser’s Last Kiss, di Alan Judd, e si configura come un prodotto ibrido tra il dramma e il genere thriller. Getta uno sguardo sul passaggio di potere dalla monarchia al nazionalsocialismo, un addio ai governi del passato, alla vecchia aristocrazia e alla ricchezza per nascita, passaggio qui rappresentato da un’umiliante adulazione da parte dell’imperatrice Erminia nei confronti di Heinrich Himmler, considerato il braccio destro del Fuhrer. Il focus dell’azione è il rapporto tra il soldato tedesco Brandt e la giovane ebrea, emblema del potere dei sentimenti oltre la nazionalità, le convenzioni e gli ordini superiori. Alcune scene di nudo integrale possono risultare gratuite e inutili ai fini della storia, una crudezza eccessiva che nella trama è già rappresentata dall’alone di male che circonda i vertici nazisti. Il finale lascia uno spiraglio aperto, ma ha una sua spiegazione nell’incertezza della vita in tempo di guerra, una sequenza schizofrenica di variabili avrebbero reso poco credibile un epilogo diverso.

The exception-L’amore oltre la guerra rientra a pieno titolo nella serie di drammi di guerra ad alto tasso d’azione come The imitation game (2014) e Allied (2016).

‘Visti dalla meta siamo tutti ultimi’, il thriller di Francesca Picone

Visti dalla meta siamo tutti ultimi (Lettere Animate Editore, 2017) è un romanzo di Francesca Picone, educatrice di strada presso numerose cooperative sociali del napoletano e laureata in Scienze Religiose. L’autrice napoletana ha già scritto un altro romanzo, Pimmicella e la Comunità, edito da Navarra Edizioni, vincitore del concorso “Giri di Parole” nel 2010. Visti dalla meta siamo tutti ultimi è un thriller, anche se per l’analisi psicologica dei personaggi e per l’ambientazione malfamata sarebbe classificabile più precisamente come un noir.

La protagonista è Sally, una giovane donna che vive al Paradisiello, un vicolo di Napoli composto di 150 gradini, una fenditura di un’altra via che si scorge all’improvviso, come se volesse restare nascosta al resto della città. Sally è allergica alle etichette e alle giornate già programmate, preferisce sfuggire ai lavori d’ufficio e alle storie sentimentali durature. Ama invece il suo libero vagabondare per le strade di Napoli, la sua scrittura frammentata e introspettiva e l’erba che fuma per evadere dalla realtà. La narrazione è pregna del suo malessere esistenziale, un vuoto che Sally non riesce a indagare a fondo neppure con la sorella gemella , con la quale non ha più da anni lo stesso rapporto simbiotico di un tempo. Così la protagonista spiega il suo disagio:

La solitudine non è nel non comunicare, ma nel non poter essere compresi.

L’ angoscia esistenziale di Sally è evidenziata anche dalla scelta delle persone delle quali si circonda: i pazzi psicotici del Giano (Salvatore, Mimmo, Enzo, Stefano e gli altri), persi nel loro percorso di vita anche più di lei; Alessandra, psicologa milanese che prova a capirla ma che poi si allontana da lei bruscamente; Angelo Biondo, ragazzo all’apparenza affine a lei, ma che si rivelerà violento, e infine Loki e la sua compagnia, rifugiati che la trascineranno nel mirino della Digos.

Visti dalla meta siamo tutti ultimi: filone narrativo e tematiche

Il romanzo di Francesca Picone è diviso in tre capitoli: la cura, la relazione d’aiuto e la sicurezza dei cittadini. Ognuno di questi blocchi tratta personaggi e temi diversi e ha come collante la protagonista Sally, che viene sballottata da una situazione all’altra senza riuscire a opporsi.

Sally si mostra all’apparenza come una ragazza ribelle, contraria al sistema e in cerca del suo posto nel mondo, ma in realtà ha una fragilità che le impedisce di affrontare con durezza qualsivoglia situazione (ad esempio non prova in alcun modo a recuperare il rapporto con l’amica Alessandra, né prende provvedimenti in seguito alla violenza di Angelo Biondo, né indaga a fondo sui traffici di Loki e della sua compagnia, nei quali in qualche modo rimane invischiata anche lei). Sembra che non volendo essere “come tutti gli altri”, alla fine Sally non riesca a essere proprio nessuno, neppure se stessa.

Le tematiche di Visti dalla meta siamo tutti ultimi sono molteplici, forse troppe, dato che alcune vengono solo presentate e non approfondite: la differenza sottile tra follia e sanità, la questione dei rifugiati politici, la Camorra, la situazione palestinese, le religioni cosiddette “alternative”, la legalizzazione di alcune sostanze, e via dicendo. Purtroppo l’effetto è quello di un volo pindarico da un argomento all’altro, da un flashback all’altro, da un’immagine all’altra, provocando nel lettore un senso di straniamento, un desiderio di sapere di più. Questo lo porta a perdere il filo della narrazione, spesso frammentaria, quasi come se Sally vivesse e presentasse la sua storia sempre sotto l’effetto dell’erba che ama fumare, a lei piacerà pure quel senso di ottundimento, ma il lettore si ritrova confuso e attonito. Meno “carne sul fuoco” e maggiore attenzione alle vere motivazioni del disagio esistenziale di Sally avrebbero reso più chiara e fluida la narrazione, magari puntando più attenzione sul rapporto fra le due gemelle, che sembra si sfiorino senza mai toccarsi davvero. Lo stile di scrittura di Francesca Picone è lirico e profondo, sia nelle parti descrittive sia nei dialoghi, dove spesso una semplice conversazione diventa dibattito filosofico.

Surclassando anche Sally, la vera protagonista del romanzo si dimostra Napoli (grazie anche a un uso sapiente del dialetto), un organismo presentato quasi come “malato”, ma dal quale è impossibile fuggire, la tela di un ragno che attira con fascino e lusinghe per poi cibarsi di te. Così Sally ne parla nel primo capitolo, spiegando il suo rapporto con Alessandra, una citazione nella quale è racchiuso il sentimento di odio-amore nei confronti della città partenopea:

E cosa abbiamo in comune? Abbiamo in comune l’ostinazione a vivere nell’invadenza napoletana e il disprezzo dell’anonimato milanese, pare, ma se io mi ostino è solo per pigrizia, se critico Milano è solo perché non si è mai offerta alla mia conoscenza. Ogni dettaglio napoletano di cui lei si è innamorata è la zecca che per abitudine o per amore non riesco a scacciare.

Alessandro Petrelli, autore di “Oltre la finestra”

Alessandro Petrelli, 25enne di Lecce è appassionato di libri e film horror, passione che lo ha portato a scrivere un romanzo proprio di questo genere: Oltre la finestra, edito da Lettere Animate, ambientato in un paesino sulla costa Salentina e che ha come protagonista Davide, un ragazzo rimasto orfano, che comincia a ricevere delle minacce da uno sconosciuto il quale gli lascia però dei piccoli indizi. Gli scrittori preferiti da Alessandro Petrelli, che si nutre di soli horror e thriller, sono King, Dan Brown e Dorn.

 

Alessandro Petrelli è l’autore del libro Oltre la finestra

 1. Oltre la finestra è un romanzo che parla di morte e che sfiora il genere horror-thriller…sei d’accordo con questa definizione?

Per quanto sia schietta sì, sono d’accordo. Per essere più precisi, è un thriller che in alcuni tratti sfiora l’horror.

2. A un certo punto, nella storia, si instaura una scena, quella della riunione attorno al tavolo di Laura, Davide e i due amici, che più o meno fa pensare alla riunione di Jumanji (1995) in cui Robin Williams, apparso dopo 30 anni di assenza, intrappolato in un lungo futuro della giungla, torna e convince i ragazzi a proseguire il loro percorso e terminare il gioco. Il tuo libro risente di questa suggestione o presenta altre influenze cinematografiche nascoste? Cosa torna dal passato, o meglio, dalla finestra?

Non ne risente. Non ci sono collegamenti al film Jumanji. Se qualcosa torna dal passato? Certo, riemerge una storia terrificante e mai risolta. Una vicenda che implica dei tragici avvenimenti manifestatisi a distanza di anni l’un l’altro. Il vecchio irrompe dalla finestra, è esatto.

3. Le location sono ben precise: San Foca, Manfredonia, Lecce… Come è nata l’idea di un’ambientazione pugliese?

Sono nato e cresciuto nel Salento quindi non potevo che rendere omaggio con il mio libro a questa splendida terra, approfittandone per descrivere, tra un capitolo e l’altro, alcuni di questi paesaggi meravigliosi.

4. E il maresciallo distratto? Potremmo definirlo un personaggio “tipizzato”,che troviamo spesso in fiction e serie tv come il Cecchini di Don Matteo.

Il maresciallo più che distratto, è incredulo. Nessuno si aspetta che storie del genere, avvolte da mistero e antiche credenze, si manifestino. Soprattutto un maresciallo dei Carabinieri con un’esperienza degna di nota alle spalle. Tuttavia, in un secondo momento, verrà distratto ulteriormente da un avvenimento personale che lo farà allontanare del tutto dalla storia del protagonista.

5.Non riuscivo più a percepire e individuare le emozioni che mi assalivano. Per questo non sono sicuro che fosse proprio felicità”. A questo punto il protagonista è felice o no? Si tratta di una scelta mirata di depistare chi legge?

Il protagonista è un ragazzo semplice, nel quale in parte rivedo me stesso, che si trova però di fronte a un cambiamento drastico della propria vita. Immedesimandomi in alcune scene mi sono reso conto di quanto sarebbe difficile provare felicità di fronte a una bella notizia in un periodo buio caratterizzato da avvenimenti terribili. Per questo, Davide avverte un senso di “felicità” in alcune scene ma, allo stesso tempo, sa di non poterla equiparare alla felicità che provava prima di trovarsi in quella tragica storia.

6. Quali sono le letture che hanno fomentato ed alimentato (e che alimentano tuttora) la tua attività di scrittore?

Leggo solo ed esclusivamente thriller ed horror. Mi piacciono però, come si può notare, le storie misteriose che colpiscono ragazzi e che non vedono l’intervento del solito detective pronto a risolvere tutto… deve essere lo stereotipo di ragazzo che conosciamo ad affrontare e risolvere la storia. Solo così riesco ad immedesimarmi come dovere. I miei scrittori preferiti sono King, Dan Brown e Dorn.

7. Pirandello viene citato più volte nel testo. È curiosa questa presenza; a cosa è dovuta?

Si tratta di una coincidenza. Pirandello è autore della novella “Male di luna” e per questo ho deciso di citarlo nel mio romanzo.

8. Se il tuo libro fosse una frase?

<<Davide non sa che dovrà affrontare i fantasmi del passato che si infiltra nella sua vita come una linea sottile, irrompendo dalla finestra>>.