‘Red Land’, un film sul massacro di una ragazza istriana per ricordare le Foibe

In occasione dell’anniversario delle Foibe, consigliamo la visione del film Red Land, terra rossa, uscito lo scorso anno, dedicato alla storia di una ragazza istriana, Norma Cossetto, che fu violentata, massacrata e gettata nelle foibe dai partigiani comunisti di Tito, sostenuti dai partigiani comunisti nostrani, solo perché era la figlia del segretario politico del fascio locale. Norma era una studentessa, laureanda a Padova con una tesi dal titolo Istria rossa, rossa come la terra istriana, ricca di bauxite. Quella tesi, e quella terra rossa diventa la metafora che dà il titolo al film ed evoca il sangue versato sulla terra istriana e il colore dell’ideologia che condusse allo sterminio.

È un film duro anche se sa essere delicato nelle scene dello stupro. Il regista è un argentino, Maximiliano Hernando Bruno, la protagonista è Serena Gandini. Il corpo di Norma fu ritrovato dai pompieri nel ’43, l’ultimo testimone è un vigile del fuoco di 98 anni e ha raccontato che la ragazza la ritrovarono quasi seduta nella fossa carsica, con gli occhi che cercavano la luce all’imbocco della foiba. Una storia terribile in cui il Male appare quasi assoluto, diabolico, più che bestiale.

Estate del 1943. Il 25 luglio Mussolini viene arrestato e l’8 settembre l’Italia firma quell’armistizio separato con gli angloamericani che condurrà al caos. L’esercito non sa più chi è il nemico e chi l’alleato. Il dramma si trasforma in tragedia per i soldati abbandonati a se stessi nei teatri di guerra ma anche e soprattutto per le popolazioni civili Istriane, Fiumane, Giuliane e Dalmate, che si trovano ad affrontare un nuovo nemico: i partigiani di Tito che avanzano in quelle terre, spinti da una furia anti-italiana. In questo drammatico contesto storico, avrà risalto la figura di Norma Cossetto, giovane studentessa istriana, laureanda all’Università di Padova, barbaramente violentata e uccisa dai partigiani titini avendo la sola colpa di essere Italiana e figlia di un dirigente locale del partito fascista.

Perché è così difficile parlare di foibe nel cinema italiano ma anche nelle scuole e nei media? Perché evoca il capitolo più infame del Novecento, il comunismo e i suoi orrori, che si spargono lungo settant’anni, tre continenti, centinaia di milioni di vittime e di oppressi. Una catastrofe che non ha paragoni. Ma tutto questo va rimosso, come ben sappiamo.

Ricordiamo i guai che passarono alcuni che sollevarono il velo d’omertà sulle foibe; per esempio Renzo Martinelli, regista di Porzus, un bel film sull’eccidio dei partigiani bianchi della brigata Osoppo (tra cui il fratello di Pasolini) da parte dei partigiani rossi. E di recente, la barbarie di chi augurava la riattivazione delle foibe per infoibare i “sovranisti” di oggi.
Solo di recente lo Stato italiano riparò al vergognoso oblio, la trucida omertà, e il presidente Ciampi consegnò una medaglia d’oro alla memoria di Norma Cossetto. La meritoria iniziativa partì allora da Franco Servello, vecchia guardia dell’Msi in versione An. La studentessa aveva già ricevuto nel ’49 la laurea honoris causa postuma, alla memoria, su proposta del latinista e comunista Concetto Marchesi dall’Università di Padova. Ma una lapide nello stesso ateneo la ricordava assurdamente tra le “vittime del nazifascismo”. Lei che era stata barbaramente trucidata dai comunisti di Tito. Un vile oltraggio alla verità e alla memoria, che la uccideva una seconda volta. Red Land è stato realizzato da Rai cinema col sostegno della Regione Veneto.

La memoria non si dovrebbe identificare solo con l’orrore ma anche col positivo ricordo di epoche, eroi, eventi del passato. Bisognerebbe stancarsi di questa guerra postuma a colpi di sterminio, temere le speculazioni politiche, le approssimazioni nei giudizi, i piccoli interessi del momento, le cecità dell’odio; detestare il già detto mille volte, seppure invano. Ma non possiamo sottrarci – per una sorta di dovere civico, etico, spirituale – dal ricordare quella storia che l’Italia ufficiale, sempre premurosa davanti a ogni ricorrenza purché antifascista, preferisce sbrigare con brevi, fredde, formali cerimonie. Perciò raccontiamo quella storia che invece andava cancellata. Era fuori norma.

 

Fonte:

Istria rosso sangue

Foibe: tredici anni fa, la prima celebrazione del ‘Giorno del Ricordo’, in memoria di quasi ventimila italiani torturati e assassinati

Esattamente tredici anni fa, nel 2005, gli italiani furono chiamati per la prima volta a celebrare il «Giorno del Ricordo», in memoria dei quasi ventimila nostri fratelli torturati, assassinati e gettati nelle foibe (le fenditure carsiche usate come discariche) dalle milizie della Jugoslavia di Tito alla fine della seconda guerra mondiale. La memoria delle vittime delle foibe e degli italiani costretti all’esodo dalle ex province italiane della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia è un tema che ancora divide. Eppure quelle persone meritano, esigono di essere ricordate.

Per questo motivo proviamo a ricostruire quegli eventi drammatici, e a capire come mai questa tragedia è stata confinata nel regno dell’oblio per quasi sessant’anni.

Nel 1943, dopo tre anni di guerra, le cose si erano messe male per l’Italia. Il regime fascista di Mussolini aveva decretato il proprio fallimento con la storica riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943. Ne erano seguiti lo scioglimento del Partito fascista, la resa dell’8 settembre, lo sfaldamento delle nostre Forze Armate. Nei Balcani, e particolarmente in Croazia e Slovenia, le due regioni balcaniche confinanti con l’Italia, il crollo dell’esercito italiano aveva fatalmente coinvolto le due capitali, Zagabria e Lubiana. Qui avevano avuto il sopravvento le forze politiche comuniste guidate da Josip Broz, nome di battaglia «Tito», che avevano finalmente sconfitto i famigerati “ustascia” (i fascisti croati agli ordini del dittatore Ante Pavelic che si erano macchiati di crimini), e i non meno odiati “domobranzi”, che non erano fascisti, ma semplicemente ragazzi di leva sloveni, chiamati alle armi da Lubiana a partire dal 1940, allorché la Slovenia era stata incorporata nell’Italia divenendone una provincia autonoma.

La prima ondata di violenza esplose proprio dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi di Tito si vendicarono contro i fascisti che, nell’intervallo tra le due guerre, avevano amministrato questi territori con durezza, imponendo un’italianizzazione forzata e reprimendo e osteggiando le popolazioni slave locali. Con il crollo del regime – siamo ancora alla fine del 1943 – i fascisti e tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del popolo, prima torturati e poi gettati nelle foibe. Morirono, si stima, circa un migliaio di persone. Le prime vittime di una lunga scia di sangue. Tito e i suoi uomini, fedelissimi di Mosca, infatti, iniziarono la loro battaglia di (ri)conquista di Slovenia e Croazia – di fatto annesse al Terzo Reich – senza fare mistero di volersi impadronire non solo della Dalmazia e della penisola d’Istria (dove c’erano borghi e città con comunità italiane sin dai tempi della Repubblica di Venezia), ma di tutto il Veneto, fino all’Isonzo. Fino alla fine di aprile del 1945 i partigiani jugoslavi erano stati tenuti a freno dai tedeschi che avevano dominato Serbia, Croazia e Slovenia con il pugno di ferro dei loro ben noti sistemi (stragi, rappresaglie dieci a uno, paesi incendiati e distrutti).

Ma con il crollo del Terzo Reich nulla ormai poteva più fermare gli uomini di Tito, irreggimentati nel IX Korpus, e la loro polizia segreta, l’OZNA (Odeljenje za Zaštitu NAroda, Dipartimento per la Sicurezza del Popolo). L’obiettivo era l’occupazione dei territori italiani. Nella primavera del 1945 l’esercito jugoslavo occupò l’Istria (fino ad allora territorio italiano, e dal ’43 della Repubblica Sociale Italiana) e puntò verso Trieste, per riconquistare i territori che, alla fine della prima guerra mondiale, erano stati negati alla Jugoslavia. Non aveva fatto i conti, però, con le truppe alleate che avanzavano dal Sud della nostra penisola, dopo avere superato la Linea Gotica. La prima formazione alleata a liberare Venezia e poi Trieste fu la Divisione Neozelandese del generale Freyberg, l’eroe della battaglia di Cassino, appartenente all’Ottava Armata britannica. Fu una vera e propria gara di velocità.

Gli jugoslavi si imadronirono di Fiume e di tutta l’Istria interna, dando subito inizio a feroci esecuzioni contro gli italiani. Ma non riuscirono ad assicurarsi la preda più ambita: la città, il porto e le fabbriche di Trieste. Infatti, la Divisione Neozelandese del generale Freyberg entrò nei sobborghi occidentali di Trieste nel tardo pomeriggio del 1° maggio 1945, mentre la città era ancora formalmente in mano ai tedeschi che, asserragliati nella fortezza di San Giusto, si arresero il 2, impedendo in tal modo a Tito di sostenere di aver «preso» Trieste.

La rabbia degli uomini di Tito si scatenò allora contro persone inermi in una saga di sangue degna degli orrori rivoluzionari della Russia del periodo 1917-1919. Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono obbligati a lasciare la loro terra. Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Secondo alcune fonti le vittime di quei pochi mesi furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila. Fin dal dicembre 1945 il premier italiano Alcide De Gasperi presentò agli Alleati «una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» ed indicò «in almeno 7.500 il numero degli scomparsi».

In realtà, il numero degli infoibati e dei massacrati nei lager di Tito fu ben superiore a quello temuto da De Gasperi. Le uccisioni di italiani – nel periodo tra il 1943 e il 1947 – furono almeno 20mila; gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case almeno 250mila. I primi a finire in foiba nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari fascisti della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori).

Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.

Soltanto nella zona triestina, tremila sventurati furono gettati nella foiba di Basovizza e nelle altre foibe del Carso.

 

Fonte: https://www.focus.it/cultura/storia/che-cosa-furono-i-massacri-delle-foibe

I martiri delle foibe scomparsi dai libri di storia e dalla memoria collettiva

«Non abbiamo ormai detto tutto su vicende di 70 anni fa? Ha senso ritornarci sopra ad ogni ricorrenza? Ebbene sì, ha senso. Riconciliazione non significa rinuncia alla memoria». Queste le parole dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione delle celebrazioni per la Giornata del Ricordo delle Foibe del lontano 2013, degne di un Capo di Stato responsabile e attento a voler tenere vivo nel ricordo di tutti il dolore che ancora provano le vittime delle persecuzioni titine. Eppure, quando nel febbraio 2011 l’Unione degli Istriani denunciò pubblicamente la presenza del maresciallo Tito tra i cavalieri di Gran Croce della Repubblica, nessuno si indignò. «Chiedo al presidente della Repubblica di voler procedere all’annullamento immediato della benemerenza», il presidente dell’associazione in questione, Massimiliano Lacota, scrisse proprio a Giorgio Napolitano. «È semplicemente orribile e disgustoso che lo Stato italiano riconosca il dramma delle Foibe e allo stesso tempo annoveri tra i suoi più illustri insigniti proprio chi ordinò i massacri e la pulizia etnica degli Italiani d’Istria, ovvero il dittatore comunista Tito».

Ma quello sfogo non sortì alcun effetto. La grande stampa, la politica moraleggiante e Napolitano quasi si nascosero, ignorando l’appello di chi, ancora ferito, si sentiva umiliato dalla permanenza del proprio carnefice nell’elenco più importante dei benemeriti della Repubblica. Fa rabbia pensarlo. Il suo successore, Sergio Mattarella, ha impiegato settimane intere per comunicare chiaramente la volontà di ricevere al Quirinale le associazioni di esuli, dopo giorni e giorni di silenzio assordante. Non solo, come sottolinea in una nota che dovrebbe essere riconciliatoria Giovanni Grasso, direttore dell’Ufficio stampa e Comunicazione del Quirinale, Mattarella nel 2015, appena insediatosi, si limitò ad intervenire alla Camera con due note sull’accaduto, mentre lo scorso anno era in visita a Washington. Quest’anno, ancora una volta, si trova all’estero, a Madrid.

Non proprio due grandi esempi di autorevolezza istituzionale da parte degli ultimi due presidenti della Repubblica, ecco. Ma ciò che getta ancor più nello sconcerto è constatare come questa non sia ancora la più grande delle ingiustizie perpetrate ai danni delle vittime di quella pulizia etnica. Peggio ancora del parlare nel modo sbagliato di una tragedia è, infatti, non parlarne affatto. Ed è proprio il silenzio su questo tema che ha caratterizzato la storia repubblicana del nostro Paese: ignorare, apporre una pagina completamente bianca sui libri di storia. Ciò che ha cancellato per anni la tragedia del popolo giuliano-dalmata è stata anzitutto un’operazione culturale.

Scrive Nicola Imberti su Il Tempo: “Il Trattato del 1947 chiedeva all’Italia di «restituire» alla Jugoslavia l’Istria, con le città di Fiume e Zara e le isole di Cherso e Lussino (836.129 abitanti). Nonché prevedeva il diritto da parte jugoslava di requisire tutti i beni dei cittadini italiani. A luglio il testo approdò davanti all’Assemblea Costituente per la ratifica. E fu un plebiscito: su 410 presenti 262 votarono sì, 68 no, mentre in 80 si astennero. Storico (e citato nel libro) resta il discorso pronunciato in quell’occasione da Vittorio Emanuele Orlando che sottolineò tutta la drammaticità di un’Italia che si vedeva «amputata» di città e territori dove «l’italianità è più profonda, più intima, più pura».

A settembre il Trattato entrò in vigore ed iniziò una lunga e travagliata vicenda. In realtà già nel 1945 il presidente del Consiglio Ferruccio Parri e il ministro degli Esteri Alcide De Gasperi avevano denunciato la scomparsa di 8.000 deportati italiani in Jugoslavia.
Insomma sapevano. Sapevano che, dopo la fine del conflitto, i vincitori jugoslavi avevano utilizzato qualsiasi mezzo per ottenere la «slavizzazione» della Venezia Giulia. I bilanci peccano spesso in difetto, ma si calcola che tra il 1945 e il 1956, circa 350.000 italiani fuggirono dall’Istria, da Zara, Fiume e dalle isole, e si ritrovarono profughi lungo la Penisola.

Il «Parere sull’importanza dell’insegnamento della Storia e del ruolo del docente» scritto dal Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione nel settembre del 1960 recitava testualmente: «la trattazione dei fatti contemporanei… dovrà essere svolta… ai fini di apologia democratica, pacifista, antifascista».

Gli infoibati, non rientrando nella suddetta categorizzazione, restarono alla stregua di veri e propri fantasmi. Parlarne diveniva quasi controproducente, si rischiava di essere additati, etichettati, messi ai margini.

Qualcosa cambiò nel 1996 quando l’allora ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, con decreto ministeriale, stabilì che i programmi dovessero «contemperare l’esigenza di fornire un quadro storico generale». Da qui la «necessità di studiare l’intero Novecento e non solo la parte che possa far piacere, senza omettere, ma anche senza dimenticare che non si fa opera di verità confondendo vittime e aguzzini».
Da quel momento qualcosa iniziò a smuoversi, timidamente. La celebrazione di questa tragedia storica diventò man mano una questione politica: da destra si premeva affinché venissero riconosciute le responsabilità dei partigiani titini, da sinistra si gridava all’apologia di fascismo. Fino ai giorni nostri il dramma delle foibe ha rappresentato tutta l’immaturità dell’uomo moderno nel non saper rispettare, con il silenzio del cordoglio e non con quello dell’indifferenza, le vittime dell’ingiustizia, a prescindere dalle circostanze e dal periodo storico.

Proprio questa è la più importante testimonianza di come si debba parlare delle vittime delle foibe ancora per molto, in tutti i modi possibili, visto che per troppo tempo un popolo intero si è reso complice dell’infamia del silenzio che ha mietuto vittime del tutto prive di colpa.

 

http://www.ilconservatore.com/idee/martiri-delle-foibe-scomparsi-dai-libri-storia-dalla-memoria-collettiva/