‘Fiori di Loto’ e ‘Tesoro d’Irlanda’: i nuovi romanzi di Manuela Chiarottino

Fiori di loto, edito da Buendia books e Tesoro d’Irlanda, edito da More Stories sono gli ultimi due romanzi di Manuela Chiarottino.

Manuela Chiarottino è nata e vive in provincia di Torino. Vincitrice del concorso Verbania for Women 2019 e del Premio nazionale di letteratura per l’infanzia Fondazione Marazza 2019, ha abbandonato una carriera da informatica per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, passione innata che coltiva in modo prolifico, approfondendo in particolare le tematiche dei sentimenti e delle relazioni in diverse sfumature.

Tra le sue pubblicazioni: La bambina che annusava i libri (More Stories, 2019), Incompatibili (Le Mezzelane, 2019) La custode della seta (Buendia Books, 2019), Tutti i colori di Byron (Buendia Books, 2018), vincitore del concorso Barbera da… Leggere 2018, Il gioco dei desideri (Amarganta, 2018), Maga per caso (Le Mezzelane, 2018), Un amore a cinque stelle (Triskell, 2016), Cuori al galoppo (Rizzoli 2016), Due passi avanti un passo indietro (Amarganta, 2016), Il mio perfetto vestito portafortuna (La Corte, 2016), Ancora prima di incontrarti (Rizzoli, 2015) e molti altri.

Fiori di loto

Fiori di loto è uscito il 14 Febbraio 2020 e distribuito sul mercato nazionale da Directbook – Interscienze Srl.

Il romanzo è il frutto di un lavoro condiviso tra donne : ad arricchire l’opera, oltre la penna della Chiarottino e il lavoro dell’editrice, c’è la prefazione a cura di Mariangela Camocardi,scrittrice e presidente di giuria del Premio Letterario Verbania for Women, il commento finale di Arianna Garrone, Direttrice dell’Istituto Artemisia Formazione in Counseling Relazionale e Coaching e l’appendice della Dott.ssa Etta Finocchiaro, Medico Chirurgo Specialista in Dietologia e Scienza dell’Alimentazione presso Ospedale Molinette di Torino. L’opera ha ricevuto il Patrocinio e la postfazione della Fondazione Ricerca Molinette. Parte del ricavato delle vendite del libro, sarà a loro devoluto, a sostegno del progetto Donne per le Donne per la prevenzione e la cura dei tumori al seno

I boccioli ovali si schiudevano lenti, fino a comporre il fio- re nei suoi grandi petali rosa violacei, allargati su un intricato letto di foglie fluttuanti. Una stella che adesso sembrava splendere nella melma. Il seme non aveva conosciuto la terra, non ne aveva bisogno, restava immerso nell’acqua paludosa e nel fango per settimane, in certi casi sigillato per anni. 

Perdere o vedere irrimediabilmente cambiata una parte di sé, a causa di un male crudele o di un destino scritto da qualcun altro, è del resto un’esperienza traumatica che segna nell’intimo. Segni e cicatrici tatuano la pelle e non solo, scavano nell’animo e minacciano di chiudere il cuore, facendoci dubitare dell’immagine di chi eravamo, chi siamo e saremo. Da una ferita, però, può sbocciare una vita nuova, con radici ancora più profonde e variopinte, così forte da ergersi oltre il fango dei ricordi e le paure, schiudendo i petali su un mondo tutto da esplorare.

Laura ha subito la mastectomia e sta reinventando una seconda esistenza circondata dai volumi della sua libreria, ma qualcosa le impedisce di aprirsi davvero alle possibilità che ha di fronte e forse all’amore.

Dall’altra Ah-lai, conserva sul viso le tracce di una storia lontana, e nei piedi le conseguenze della fasciatura; fluttua come un giunco nel vento, eppure il suo spirito non si è mai spezzato, nemmeno dopo aver provato la fugace gioia di un sentimento vero e travolgente.

Un incontro nato quasi per caso, nutrito dalla condivisione, dai racconti e una nuova consapevolezza del proprio Io: un’amicizia delicata come il loto e altrettanto preziosa, tenace e indimenticabile.

“Con questa storia – dichiarato Chiarottino – ho voluto parlare di come la donna venga troppo spesso giudicata per il suo aspetto e, soprattutto, di come lei stessa finisca per sentirsi realizzata solo se risponde a uno stereotipo di bellezza femminile, dettami di bellezza e sessualità, decretati, chissà perché, dagli uomini e dalla società, che spesso dagli uomini è gestita. Criteri che possono cambiare nel tempo e nei luoghi ma che finiscono sempre per condizionarci. Ho cercato di farlo attraverso la storia di Ah-lai e Laura, due donne all’apparenza diverse tra loro ma unite dal dolore e dal coraggio.

Ma non è una storia solo al femminile, sono convinta possa essere una storia per tutti, perché di tutti può essere una nuova consapevolezza. E soprattutto, e questo è l’unico messaggio che vorrei trasmettere, di come ogni donna sia un fiore di loto, all’apparenza fragile nella sua bellezza, ma forte e tenace, pronto a emergere dal fango e ritrovare l’amore per la vita e per se stessa.

Tesoro D’Irlanda

A neppure un mese di distanza dal toccante romanzo Fiori di loto Manuela Chiarottino esce sul mercato editoriale con Tesoro d’Irlanda, una nuova storia dalla forza di un amore incontenibile edita da More Stories.

Annebbiato, stanco, confuso. Le onde lambivano la sponda di sabbia, spingendosi fino a sfiorargli le scarpe, ma Fosco rimaneva lì, a fissare con sguardo assente quel continuo fluire e tornare. I suoi occhi erano dello stesso colore del mare in tempesta, la bocca sapeva ancora di quel liquido dorato e forte che aveva tracannato poco prima per anestetizzare i pensieri. Raccolse una pietra: quella sensazione di liscezza gli dava uno strano sollievo. Continuava a girarla tra le dita, cercando di capire che cosa riportava alla mente: la pelle di una donna bianca come la luna, le guance vellutate di quando stendeva con la mano un velo di dopobarba sulla pelle rasata, il viso innocente di un bambino. A quell’immagine, un lieve tremore lo percorse. Scagliò il sasso con tutta la sua forza e lo seguì con lo sguardo mentre veniva inghiottito da un’onda scura.

Non sempre il cuore ha radici nel luogo in cui vive, ed Eillen lo sa bene.
Cresciuta con suo padre fin dalla tenera età, subendo l’abbandono della madre, la giovane frontwoman di un gruppo celtico è ormai una donna adulta con grandi ambizioni ma che non ha ancora incontrato l’amore.
La terra verde della sua infanzia sembra di nuovo chiamarla a sé, giorno dopo giorno.
Ogni particolare conduce i suoi passi sulle tracce dell’isola, e l’incontro con Fosco, un uomo taciturno e affascinante, la turba fino a costringerla a mettere tutto in discussione, dal cuore alla ragione.
E se avesse avuto sempre ragione sua madre, mentre narrava di fate dei boschi e magie d’altri tempi?E se l’amore prescindesse la realtà, scegliendo vie a volte surreali, ma altrettanto vivide?

“Tesoro d’Irlanda – dichiara l’autrice – è una storia d’amore, ma non solo, è anche un viaggio. Quello di una giovane donna alla ricerca delle proprie origini, un viaggio che la porterà in una terra incantata, dove tra scogliere e onde impetuose, boschi che sussurrano misteri e prati in fiore, troverà più di quanto si sarebbe aspettata. Un viaggio interiore, per ritrovare quella parte di sé bambina a lungo dimenticata e accogliere la magia che pervade ogni cosa. Non importa se sia reale o meno, basterà conservare la meraviglia nello sguardo, la voglia di sognare e affidarsi all’amore”.

Manuela Chiarottino in questo 2020 regala due romanzi e confeziona, con garbo e sensibilità, due storie, due tonalità diverse dello stesso colore: il rosa e il meraviglioso mondo delle donne, la loro forza, la loro resilienza e la capacità di rinascere dalle proprie ceneri come delle mitologiche fenici, alla ricerca di se stesse e di una propria dimensione nel mondo.

Fiori di loto

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Salviamo la scuola dall’anacronismo politico

Lavinia Flavia Cassaro, l’insegnante di Torino che ora rischia il posto per aver augurato la morte alle forze dell’ordine, rappresenta uno dei tanti modelli diseducativi che vorremmo sinceramente sparissero dalle nostre scuole.

Sembra che l’aria che si respira possa tranquillamente provenire da uno dei film di Elio Petri: le strade sono in fermento, i caschi della celere non occupano le gradinate degli stadi ma l’asfalto, ed il neo prototipo dell’anarchico da copertina si scaglia contro i tutori dell’ordine costituito. Cortei e fumo, disordine controllato, di nuovo il nemico nero da combattere, l’incombere di vecchie paure con l’ombra che torna a distendersi sul martoriato stivale del Belpaese. “Anacronismo che avanza!”, potrebbe essere lo slogan di una moderna corrente di pensiero, che ripesca modelli dal passato, per far fronte alla voragine politico-sociale, apertasi nel tessuto di questa nostra Italia che stenta a trovare una propria identità.

Gli avvenimenti di Torino vedono protagonista una donna, un’insegnante, che insorge da esagitata contro il discutibile pericolo nero. Una novella pulzella che invece della spada, utilizza la più proletaria bottiglia di birra e le malauguranti minacce di morte, opportunamente ingurgitate dal mostro mediatico, sempre sensibile alla prodezza scenica del gesto esasperato. La ricerca di un senso riguardante la vicenda, potrebbe mostrare i limiti di questa Italietta, che si dimena tra evanescenti condottieri e vecchie paure, pronta ad indossare panni logori e a recitare la buffa caricatura di se stessa.
Un’analisi più attenta, potrebbe rischiare di portare alla luce una crisi dei valori borghesi, che sembrano essere le traballanti colonne dell’attuale impalcatura sociale. Si potrebbe ipotizzare che la disgregazione dei valori vive di una degenerata simbiosi che si autoalimenta e conferma se stessa sia dal basso che dall’alto. Dall’alto si assiste alla pratica di illegalità diffusa da parte delle istituzioni, che sembrano avallare l’utilizzo della corruzione, facendola passare come prassi del fare.

Le azioni compiute consolidano la mutazione del concetto di illecito, non più legato ad una definizione universale, ma ad una semantica mutevole a seconda del proprio autore. Tale mutazione ripetutamente confermata, potrebbe rendere ormai superate le insegne presenti nelle aule dei tribunali della Repubblica inneggianti ad una sbiadita uguaglianza della legge. Per quel che riguarda la disgregazione dei valori provenienti dal basso, possiamo prendere ad esempio l’atteggiamento dell’insegnante di Torino, che sembra aver smarrito il significato di quello che più che un lavoro dovrebbe essere una missione, così come succede per il prete, il medico, il politico e la stampa stessa, vecchi capisaldi del nostro vivere sociale, che un tempo consolidavano le stesse istituzioni, che oggi sembrano sgretolarsi giorno dopo giorno.

Sarebbe opportuno chiederci se siamo soltanto nel bel mezzo di una crisi temporanea, o se il tunnel è cieco ed è in atto una sostituzione di valori che concorreranno alla formazione della nuova morale.

 

L’intellettuale dissidente

‘SuiGeneris’: Oriana Conte e la sua editoria

Dopo una piccola pausa estiva riprendiamo a conoscere la piccola editoria: questa volta abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere virtuali con Oriana Conte, che dirige la piccola ma intraprendente SuiGeneris, casa editrice nata nel 2014 in quel di Torino.

D: Cominciamo dalle basi: chi siete voi e cosa è SuiGeneris?

R: SuiGeneris è una casa editrice indipendente, aperta da me nel novembre del 2014. Al momento abbiamo sette pubblicazioni: Racconti Gialli, Carmen, Tutto relativo tranne… il Vento, Talita Kum, IlMorandazzo, Storia della filosofia a sonetti, Al cuore non si comanda, ai dipendenti sì. Tutti gli autori della casa editrice sono esordienti. Si può scegliere di pubblicare testi di successo sicuro e immediato, commerciali o si può scegliere di rischiare e di fare un lavoro di ricerca per scovare talenti ancora poco conosciuti. Questa seconda opzione è quella che mi appassiona e stimola di più.

D: Si dice spesso che l’editoria è in crisi, che poche persone leggono, che solo le grandi catene vanno avanti. E allora come vi è venuto in mente di aprire una nuova casa editrice? Cosa vi ha spinto e, soprattutto, quale obiettivo vi ha animati?

R: Quando qualcuno mi chiede se sono pazza ad aver aperto una casa editrice a ventitré anni, data la crisi ecc. ecc., io rispondo che non sono pazza e che ho con me in redazione Napoleone e Shakespeare. Perché poi risponda proprio questi due non so.

Le grandi catene hanno costruito i loro anelli, devono pur aver iniziato anche loro. Qualcuno potrebbe sorprendersi a scoprire che Moravia pubblicò in un primo momento a pagamento e che i racconti di Kafka furono stampati in 1000 copie e l’editore Kurt Wolff affermava di non aver venduto neanche quelle 1000 finché Kafka era in vita. Neo edizioni, aperta da pochissimo, ha già avuto un suo libro tra i candidati allo Strega.

Insomma con l’accelerazione dovuta al meccanismo dei best seller ci si è dimenticati che nella letteratura “grandi ci si diventa”.

L’editoria è in crisi perché è falsata. Il libro trattato come un prodotto qualsiasi è diventato liquido: il lettore è un consumatore. La casa editrice di catena punta sulla quantità, invade gli scaffali. Per il lettore è difficile districarsi, riconoscere tra i tanti il libro che incontra i suoi gusti. Molti non si fidano dei contemporanei e dicono di preferire i classici, sono sicuri che leggendo il Dostoevskij che hanno nella libreria di famiglia non perdono tempo. La casa editrice piccola non ha bisogno di pubblicare 400 titoli l’anno, includendo nel suo catalogo libri di dubbia qualità. La casa editrice piccola può garantire una stretta selezione. Mi ha spinto ad aprire la mia casa editrice l’entusiasmo, e l’obiettivo è avere un approccio umano con gli autori e i lettori, conquistare la loro fiducia pubblicando testi validi, originali, ironici, fuori dai canoni.

D: Mi pare di capire che il vostro catalogo non è suddiviso in collane, e anche il motto della casa – Ogni autore è un genere a sé – lo suggerisce. Come mai questa scelta?

R: Il catalogo è in realtà diviso in tre collane. La prima è Racconti d’ogni genere, dove si vuole dare spazio alla narrativa breve. Sono meno i lettori di racconti rispetto ai lettori di romanzi. Si devono abituare i lettori a scoprire le potenzialità delle narrazioni brevi. C’è poi Pierre Dumayet, dove si pubblicano i testi che vorremmo vedere anche tra i banchi di scuola. SuiGeneris infatti collabora con le scuole, sia Carmen sia Storia della filosofia a sonetti sono stati adottati da alcuni licei. Infine Ciampa e la corda pazza, dove si pubblicano i testi ironici, comici e grotteschi.

D: Quali sono le sfide che avete affrontato dal 2014, e quali quelle attuali? In che modo è cambiato il vostro percorso in questi due anni?

R: È stata ed è ancora una sfida aver aperto una casa editrice. Nel 2014 nessuno conosceva SuiGeneris, adesso inizia a riconoscersi una linea editoriale e a crearsi una cerchia di lettori. La sfida è crescere, sfruttare i canali di comunicazione, scoprire nuovi autori che rappresentino SuiGeneris. Al momento la casa editrice sta collaborando con Daria Spada e Maksim Cristan, organizzatori del Concertino dal Balconcino a Torino, e si pensa a una loro pubblicazione. Inoltre ha iniziato un lavoro di ricerca per una pubblicazione tanto impegnativa che ha richiesto il coinvolgimento di una decina di collaboratori. Non ho mai messo in campo così tante forze, ma l’idea di fondo della pubblicazione, anche se non posso svelarti molto, è interessante e spero che possa essere uscire entro il prossimo anno.

D: Come siete messi per quanto riguarda la distribuzione, e come vi organizzate per le presentazioni dei vostri libri? Cosa ne pensate della grande distribuzione e delle sue alte percentuali?

R: Al momento la distribuzione è diretta, online e in librerie non di catena. Ci si sta muovendo per allargarla. Le alte percentuali richieste dalla grande distribuzione sono il costo più elevato che l’editore deve sostenere, sono eccessive e andrebbero diminuite. Si dovrebbe trovare una formula o un’agevolazione da parte dello Stato per la circolazione dei libri o una regolamentazione che vieti ai distributori di imporre agli editori percentuali di retribuzione così alte. Il distributore arriva a chiedere il 65% del prezzo del libro. Resta una miseria all’autore, l’editore, al traduttore a tutte le figure che hanno contribuito a fare il libro.

SuiGeneris punta molto sul contatto diretto con il lettore, dunque organizza numerosi eventi e presentazioni. Durante le presentazioni si interagisce con il pubblico e ci si assicura che, luci soffuse o no, nessuno si addormenti. Nell’ultimo anno un attore, Gugliemo Basili, mi ha aiutato a rendere più dinamiche le presentazioni. Molti degli autori di SuiGeneris sono capaci di coinvolgere il pubblico, Francesco Deiana, Massimo Pica, Davide Di Rosolini sono proprio spassosi da vedere. Pur avendo assistito più volte alle presentazioni, mi sento ogni volta partecipe anch’io e le presentazioni sono tra i momenti del mio lavoro che apprezzo di più.

D: Eravate presenti al Salone del libro di Torino, nella zona dell’Incubatore. Vorrei una vostra impressione sulla fiera in generale e qualche considerazione sui rapporti di forza fra le big e le indipendenti.

R: SuiGeneris è davvero cresciuta nell’Incubatore. I due anni in cui ha partecipato le sono stati utili sia per le vendite sia per i contatti. La cosa bella del Salone è che hai a disposizione due sedie e un tavolo, e puoi adeguarti, fare il minimo sforzo, poggiare i libri e aspettare che qualcuno si avvicini. O, se non sei un tipo da star fermo e seduto, come sono i tipi di SuiGeneris, puoi arredare il tuo stand in maniera fantasiosa e coinvolgere le persone che passano, raccontargli la tua storia, i tuoi libri, non sederti neanche un attimo. Per farvi un’idea, vi rimando a questo video: SuiGeneris al Salone internazionale del libro di Torino 2016.

I big e le indipendenti hanno due forze di attrattiva diverse. Le case editrici grandi hanno un marchio già affermato, autori conosciuti. Il Salone è per loro un momento di maggiore vendita, ma poco cambia nel loro approccio. Lo stand di Mondadori ricalca le numerose librerie che si trovano in città, e così molti altri delle big. Trovo personalmente che il punto di forza del Salone sia stato anche essere una libreria gigante dov’era possibile farsi in un sol colpo una panoramica varia, ampia, allargata di una gran parte delle pubblicazioni; essere a contatto sia con i big sia con gli indipendenti.

Tutto ciò che è stato fatto da chi ha marciato sul Salone, che esula dagli editori così come dai lettori, è stato deplorevole. E mi riferisco a chi negli anni è stato indagato. Quest’anno la polemica con Milano tocca i vertici dell’assurdo. Nessuno si sognerebbe di spostare il Salone di Francoforte a Monaco, non si capisce perché invece in Italia si debba trasformare una manifestazione culturale in uno strumento di gioco-forza tra due città. Quando tutte le energie spese nello scontro potevano essere impiegate o nell’organizzazione di un altro evento con caratteristiche simili a quelle del Salone in un altro periodo dell’anno (quale in parte era già Bookcity) o nell’organizzazione di qualcosa di più grande insieme (in fondo il Salone è internazionale e le due città sono vicine).

Il risultato di tale mossa è che adesso si parla di questa polemica più di quanto si parla dei libri. E francamente ai lettori interessano i libri, le impalcature e le costruzioni fatte sopra sono un inutile fastidio.

Addio a Giorgio Faletti, scrittore e poliedrico uomo di spettacolo

“Ho sempre sostituito la paura di non farcela più, con la speranza di farcela di nuovo.”  Si spegne oggi, a Torino, all’età di 63 anni, Giorgio Faletti, scrittore, attore, cantante, paroliere, comico, pittore, compositore, pilota automobilistico che ha lasciato un segno nel panorama artistico e culturale popolare italiano.

Faletti nasce ad Asti e dopo la laurea in giurisprudenza, inizia la carriera di cabarettista nel locale milanese Derby. Siamo negli anni settanta, accanto a lui attori come Diego Abatantuono, Teo Teocoli, Massimo Boldi,  Paolo Rossi, Francesco Salvi. La sua popolarità arriva all’interno del “Drive In”, il cabaret show presentato da Gianfranco D’Angelo e Ezio Greggio. Ma è l’improbabile guardia giurata Vito Catozzo a regalargli il successo. Sempre dalla tv nascono Carlino da Passarano Marmorito, Suor Daliso, il testimone di Bagnacavallo. E altri ancora nelle successive trasmissioni (come Emilio con Gaspare e Zuzzurro).

Pian piano si avvicina al mondo della musica, pubblicando nel 1968 il mini-album “Colletti bianchi”, colonna sonora dell’omonimo telefilm che lo vede tra i protagonisti. Nel 1991 scrive per Mina “Traditore” e nel 1992 partecipa per la prima volta al Festival di Sanremo in coppia con Orietta Berti con la canzone “Rumba di tango”.

Nel 1994 Faletti è ancora una volta presente al festival e, con la canzone “Signor tenente”, vince il premio della critica. Questo è il momento in cui il comico lascerà spazio all’uomo capace di emozionare, mostrare lacrime e bagnare i volti degli italiani con parole forti ispirate alla strage di Capaci dove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta.

E poi il sogno. Quello di scrivere, diventare uno scrittore, come ce ne sono pochi. Quelli da ricordare, quelli che non dimentichi con la forza, la rabbia, la passione, la malinconia, l’amore, la dolcezza che costruiscono ogni pagina dei loro romanzi.

Nel 2002 arriva così il primo romanzo, Io Uccido. Il romanzo vende 4 milioni di copie. Ma quell’anno per lo scrittore non porta con se sorrisi. Faletti viene colpito da un ictus che riesce fortunatamente a superare senza gravi conseguenze. Nel 2004 arriva il secondo romanzo, Niente di vero tranne gli occhi, thriller che porta l’autore a essere definito dal maestro del thriller americano Jeffery Deaver, un “largen than life“, uno che diventerà leggenda.

Nel novembre del 2005 Giorgio Faletti riceve dal Presidente della Repubblica il Premio De Sica per la Letteratura. Nello stesso anno si aggiudica anche il ‘Premio letterario La Tore isola d’Elba’ poi assegnato tra gli altri a Camilleri, Vitali, Volo e Cazzullo.

Poi arriva il cinema. Nel 2006, accanto ad un giovane Nicolas Vaporidis, interpreta quel professore che, prima o poi, tutti incontriamo nella nostra carriera scolastica. Quell’uomo che solo a guardarlo provoca una rabbia incontrollabile, ma che, alla fine di tutto, in qualche modo, ci lascia un segno indelebile, ci insegna a vivere. Quell’uomo, quel professore, che ricorderemo per sempre.

“Vedi Molinari, Luca, l’importante non è quello che trovi alla fine di una corsa, l’importante è quello che provi mentre corri.” 

Poche parole che lasciano un segno, che ti restano dentro: è vero, l’importante è ciò che provi durante il viaggio.

La sua interpretazione riceve la nomination ai David di Donatello nel 2006 come miglior attore non protagonista.

E ancora musica e libri, per quell’uomo che aveva ancora tanto da dire. Per quell’uomo che è andato via troppo presto, che non si è mai prestato a giochi politici, che un emozione doveva ancora lasciarla dentro di noi.

Nell’ottobre 2006 pubblica Fuori da un evidente destino, ambientato in Arizona e in cui tra i protagonisti vi sono gli indiani Navajos, ai quali il romanzo è dedicato. Già mesi prima dell’uscita del libro, Dino De Laurentiis acquista i diritti per realizzarne un film. I suoi libri sono tradotti in 25 lingue e pubblicati con grande successo, oltre che in tutti gli stati d’Europa, anche in Sud America, in Cina, in Giappone, in Russia e, a partire dal mese di marzo 2007, negli Stati Uniti e nei paesi di lingua anglosassone. Nel 2009 è nel film di Giuseppe Tornatore, Baaria, dove interpreta il sindacalista Dino Siboni.

Il suo impegno e i suoi successi ottenuti in campo letterario lo portano a nominarlo, il 10 settembre 2012 presidente della Biblioteca Astense della sua città: accolto l’incarico con la sua solita verve umoristica, l’investitura è stata fortemente voluta dall’amico ed Assessore comunale alla Cultura Massimo Cotto. Un sogno che diventa realtà. Il suo sogno. Quello forse di tutta una vita che ora lascia un sapore amaro per chi ha amato i suoi libri. Amaro perchè non ce ne saranno altri, amaro perchè è accaduto troppo presto, amaro perchè nessuno aspettava questo momento. Nessuno era pronto ad affrontarlo.

Giorgio Faletti era malato da tempo. Un tumore ai polmoni lo aveva colpito e oggi lo ha portato via in silenzio. Come uno scherzo, un gioco, beffandosi di noi, di chi lo ha amato, ascoltato, sentito fino in fondo in quelle pagine scritte con passione e desiderio. Desiderio di non arrendersi mai, di lasciare in questa vita qualcosa che fosse più di una semplice presenza. E lui, Giorgio Faletti, ci è riuscito.

L’amico Massimo Cotto, rimasto accanto a lui fino a quell’ultimo respiro, parla e racconta l’uomo. Un uomo capace di prendere in giro anche la morte stessa, di giocare su quel male che di li a poco lo avrebbe portato lontano da quella penna, da quel suo modo di scrivere, di entrare in ognuno di noi, di emozionare, come solo i grandi scrittori sono in grado di fare, mai snob.

Un gioco. Ecco cos’è stato e cosa sarà quest’ultimo viaggio.

“Scherzava anche sulla malattia” – “Giorgio prendeva in giro tutto, anche il tumore. Ne parlavamo sempre a mo’ di battuta”. “Ho passato la notte con lui, c’erano tutti gli amici più cari, la famiglia”. “Negli ultimi giorni era molto debilitato, non era cosciente – racconta ancora l’amico -. Sembrava uno scherzo venuto male: due settimane fa pensava di aver vinto il cancro al polmone, ma poi la malattia ha avuto il sopravvento nel giro di poco”. 

Dopo essersi sottoposto ad una serie di cure a Los Angeles, la città degli angeli, nella primavera del 2014, viene trasferito all’ospedale di Molinette di Torino.

Criticato per le sue opere, accusato di aver usato il proprio nome e non la propria penna, di aver copiato da scrittori americani nella scrittura dei suoi romanzi, oggi muore un uomo amato, un autore che non sarà dimenticato, ma ricordato per la sua versatilità, la sua arte di saper fare molte cose senza mai cadere nel ridicolo risultando poco credibile. Le sue parole resteranno ancora, come una musica che non puoi cancellare solo perchè il tempo per ascoltarla è ormai finito.

Ancora un messaggio, l’ultimo. Le ultime parole di un uomo a chi lo ha amato incondizionatamente. Senza remore ne riserve. Ci saluta così il professore “carogna”  dagli occhi malinconici e profondi nella sua ultima notte. La sua notte, prima degli esami.

 “Cari amici, purtroppo a volte l’età, portatrice di acciacchi, è nemica della gioia. Ho dovuto a malincuore rinunciare alla pur breve tournée per motivi di salute legati principalmente alle condizioni precarie della mia schiena, che mi impedisce di sostenere la durata dello spettacolo. Mi piange davvero il cuore perché incontrare degli amici come voi è ogni volta un piccolo prodigio che si ripete e che ogni volta mi inorgoglisce e mi commuove. Un abbraccio di cuore. Giorgio”

 

Vasken Berberian: “Sotto un cielo indifferente”

Vasken Berberian

Lo scrittore, sceneggiatore e  regista televisivo greco, classe 1959, Vasken Berberian si ispira ai grandi classici della letteratura mondiale (Dostoyevskij e Tolstoj su tutti) ma anche a Frazen, Fante, Ellis e Yourcenar, scrittori, secondo Berberian, che raccontano le loro storia con assoluta trasparenza e sincerità; elementi che sono presenti anche nel suo commovente romanzo “Sotto un cielo indifferente” per la  casa editrice  Sperling & Kupfer (per la quale ha già pubblicato “Come sabbia al vento”).

Un bambino di nome  Mikael, è affidato  ad  una famiglia di Atene, ricca potente e piena di ideali, che poi lo manda al collegio armeno di Venezia Moorat-Raphael; l’altro, Gabriel, segue il destino del suo popolo che nel 1947 rimpatria all’Armenia sovietica sotto le grinfie del terrorismo rosso di Stalin. Un libro americano di  uno scrittore di origine armena, William Saroyan, diventa il pretesto perché padre è figlio vengano deportati in un gulag siberiano. Mikael, divenuto adolescente geniale e ribelle, che ignora l’esistenza del suo gemello, sente in maniera magica e trascendentale l’angoscia di Gabriel nei momenti di sconforto e solitudine nel collegio mechitarista sente di poter comunicare con un ragazzo di cui ignora l’esistenza.

Lo scrittore/ingegnere che vive tra Atene e Torino, cattura il lettore  con una storia costruita tutta sull’emotività, senza tralasciare l’aspetto storico: unisce armonicamente la narrazione di un secolo di Storia e il racconto delle vicende personali aventi come sfondo lo struggente mare Mediterraneo e i suggestivi mari glaciali siberiani.

Con rara sensibilità ed intensità, Berberian ci regala  un viaggio attraverso Paesi e stati d’animo, luoghi e anime, ponendo l’accento sul nomadismo del popolo armeno, e su quanto possa essere questa condizione sia voluta che dovuta alle circostanze. Sono i grandi eventi storici a forgiare il carattere e la personalità dei protagonisti che l’autore lascia liberi di muoversi, senza imbrigliargli con la presunzione di chi sa già come andrà a finire. Spazio anche alla natura, in particolare al cielo che sembra essere sempre indifferente alle sofferenze  e ai dolori umani, ma “Sotto un cielo indifferente” non è, come si potrebbe facilmente presumere, un libro triste, anzi, evocando con cura, luoghi, paesaggi, la cultura e l’atmosfera di un secolo cosi importante per la civiltà umana, incute speranza, passione senso  di riscatto e soprattutto della memoria che va sempre preservata come dimostra Mikael  per il quale il tempo non aiuta a dimenticare, perché a volte “ciò che hai vissuto , torna a riprenderti”.

‘La casa in collina’: la guerra mondiale e intima descritta da Pavese

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“Pensai incredulo alle colline e alle vigne di quassù. Che anche qui si sparasse, si tendessero imboscate, che le case bruciassero e che la gente morisse, mi parve incredibile, assurdo.” Il Pavese de “La casa in collina” è un Pavese forse inedito: i toni solipsistici di una solitudine quasi “fine a se stessa” di altre sue opere come “Feria d’agosto”, “La bella estate”, appaiono qui come abbandonati.

Il Pavese che fa pronunciare a Corrado quelle parole è forse un autore già all’apice della sua maturità letteraria, senza neanche che, come la maggior parte della critica scrive, occorra aspettare “La luna e i falò”.
Composto nell’immediato dopoguerra, “La casa in collina” è un racconto “diverso” della resistenza, della guerra: diverso perché il protagonista Corrado non partecipa alla resistenza, ma ne avverte il disagio. Detto così, però, l’intento che Pavese vuole trasmetterci con quest’opera, appare disatteso: in realtà possiamo benissimo dire che Corrado partecipi alla resistenza e alla guerra, ma vi partecipa in maniera “intima”. In questo caso il luogo della guerra  e della resistenza non è il campo di battaglia, ma è l’anima del protagonista. Allo stesso modo è interessante vedere come, durante il racconto, si rincorra una certa similitudine tra “le colline” e appunto l’anima tormentata del protagonista: le colline come luogo dell’anima, sembra una descrizione più che mai appropriata.

La casa in collina è proprio la casa delle due donne (Elvira e la madre) che Corrado raggiunge la sera, rincasando dall’osteria che si trova a valle, dove è solito intrattenersi con Cate (un suo vecchio amore), Dino (il figlio di Cate), il cane Belbo, Fonso (il partigiano). Dalla collina Corrado vedrà Torino in fiamme, vedrà risplendere i fuochi degli attacchi tedeschi che possono essere paragonati a quei film di fantascienza che parlano di sbarchi alieni, con le luci delle astronavi che illuminano il cielo, insomma come qualcosa di già soltanto visivamente spaventoso.

A sprazzi però il protagonista si lascia andare a delle speranze, come la similitudine tra l’avanzare della primavera e la fine della guerra: similitudine che però sarà disattesa.
La narrazione si fa più nervosa quando accade l’episodio chiave: i tedeschi catturano Cate e gli altri dell’osteria: Corrado è disperato, fugge tra le colline e capisce che i tedeschi di lui non sanno niente perché probabilmente nessuno tra Cate e gli altri, hanno parlato. Ma capisce che allo stesso tempo le colline non sono più un riparo per lui: “Non c’era su quelle colline un cantuccio, un porticato, un cortile donde almeno per quella notte guardare le stelle senza batticuore?”

“In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, ma volevo la mia. Volevo essere buono per essere salvo”. Così Elvira trova per Corrado un buon rifugio, il collegio dei preti a Chieri: lì sarà al sicuro, tra le mura del collegio, tra i volti dei ragazzi, tra le parole dei preti. Ma anche lì il terrore non lo abbandonerà: le orecchie sempre tese, i sensi sempre accesi per cogliere qualche pericolo. E una sera il terrore si presenterà reale: qualcuno al collegio può fare la spia. Il sospetto cresce angosciosamente in Corrado che per alcune sere non esce dalla sua stanza: alla fine un frate gli dirà che sarà meglio che si allontani un po’ dal collegio, per sicurezza. E così incomincia un vagabondaggio misero che porterà Corrado a comportarsi come un agnello indifeso in mezzo agli oscuri boschi: giorno dopo giorno cercherà di raggiungere la piazza del paese, poi si nasconderà tra le strade, sempre con il sottofondo degli spari, delle bombe e degli autocarri.

Verrà il momento che Corrado tornerà al collegio, ma gli studenti non ci saranno più: neanche Dino, che lo aveva raggiunto, sarà al suo fianco. Allora la sua solitudine, oltre che essere interiore, si farà anche materiale: arrivano notizie inquietanti dal mondo al di fuori della mura del convento. Corrado si interroga su Cate, su Belbo, si sente in colpa, possiamo dire, per questo suo stato di rifiugiato, per essere scappato. Verrà anche il momento che Corrado deciderà di tornare a casa, di affrontare le colline.
E ora l’immagine di questa “barriera di colline” che il protagonista  deve attraversare è molto diversa dalle “verdi colline” all’inizio del racconto: inizierà così un cammino da fuggiasco, per tornare a casa, si informerà sugli spostamenti dei tedeschi dai paesani che incontra, sbaglia molte volte strade, torna indietro, si nasconde.

Incontra un posto di blocco dei partigiani, che, non senza diffidenza, lo faranno passare. Si imbatte, da spettatore insieme a un vecchio contadino, a una rappresaglia di partigiani contro i Tedeschi: ma la scena non è descritta, è descritto solo il modo in cui Corrado si nasconde insieme al vecchio contadino e con il quale avverte solo la raffica di spari e il rumore dei carri. Quando l’imboscata sarà finita, l’uomo  esce allo scoperto: cammina tra i morti non permettendosi minimamente di scavalcarli, quasi come una forma di bigotto rispetto, forse, peggio ancora, di imbarazzo. Alla fine riuscirà a tornare a casa, sano e salvo. Ma il peggio lo aspetta ancora. Corrado sta male, si sente in colpa, avverte un grande disagio per quello che è accaduto ma non riesce a trovare una spiegazione.

“Mi accorgo che ho vissuto solo un futile isolamento, una inutile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra in un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie, e si dimentica di uscirne mai più”. Corrado alla fine del racconto non si assolve, non assolve il suo comportamento, anzi, si dissocia dal suo “io” dei mesi precedenti.
Molti tra i critici parlano di “egoismo” del protagonista che poi si risolve nella presa di coscienza di non essere riuscito a salvarsi, in realtà, perché “ogni caduto somiglia a chi resta”, perché alla fine i morti che ha visto per le strade possono somigliargli, ogni morto sconosciuto potrebbe essere addirittura lui, in realtà.

Il termine “egoismo” porta però intrinsecamente una ombratura di colpevolezza, di peccato: ma possiamo davvero incolpare Corrado di aver agito da miserabile egoista durante la guerra? Corrado è stato davvero un pavido per non essersi unito ai partigiani? Possiamo certamente assolvere la figura di Corrado, perché alla fine della storia riesce a rendersi conto di una cosa ancora più banale, ma per questo ancora più difficile: “Solo per i morti la guerra è finita davvero”.

‘La bella estate’ di Cesare Pavese: la libertà è un male?

La Bella Estate è il titolo di una raccolta di romanzi brevi di Cesare Pavese pubblicata nel 1949. Si compone di tre testi: “La bella estate” (scritto nel 1940 e rimasto inedito fino alla sua comparsa nella raccolta), “Il diavolo sulle colline”, composto nel 1948, e “Tra donne sole”, risalente invece al 1949. Grazie a questi tre racconti, racchiusi ne “La bella estate”, Pavese si aggiudica la vittoria del Premio Strega nel 1950.

Fondamentale testo di Pavese, che rappresenta uno degli ultimi atti  della sua produzione letteraria, La bella estate non ha goduto di particolare considerazione da parte della critica, soprattutto in tempi recenti. Altre sono infatti le opere dell’autore piemontese assunte come veri e propri classici.
Tuttavia questa è un’opera fondamentale per capire la personalità dello scrittore e forse le tre storie raccolte sono le più significative per quanto riguarda l’immedesimazione dello stesso autore.
Le tre storie sono tutte diverse tra loro, ma tutte trattano in maniera delicata ma al tempo stesso ineccepibile alcuni temi che il Pavese sente molto vicini: primo tra tutti il passaggio all’età adulta, l’abbandono doloroso quindi del mondo adolescente a cui si vorrebbe sempre rimanere attaccati. Il rapporto quasi “umano” tra campagna e città, descritte in modo da far emergere proprio due caratteri diversi, due mondi distanti che molte volte ti respingono, altre volte ti accolgono.

La protagonista del racconto dal titolo “La bella estate” è Ginia, una sarta torinese di sedici anni. La giovane, allegra e spensierata, fa la conoscenza di Amelia, una ragazza più grande che lavora come modella per alcuni pittori torinesi. L’amicizia con Amelia la porterà a frequentare ambienti a cui era poco avvezza e qui l’ingenua e inesperta Ginia s’innamora di Guido, un pittore, e grazie all’intervento di Amelia diventa la sua amante. All’inizio della vicenda amorosa la ragazza è felice e convinta di aver trovato l’amore,  ma si rende presto conto che in realtà Guido è poco interessato alla sua compagnia e si diverte molto di più a trascorrere il suo tempo con gli altri artisti, in particolare con Rodrigues, un tempo amante di Amelia.

Ginia, nonostante soffra moltissimo per l’indifferenza che avverte da parte di Guido, continua i suoi approcci. Poi arriva il momento cruciale: un giorno Guido propone alla ragazza di posare nuda per i suoi dipinti, senza avvertirla che da dietro una tenda la sta osservando anche Rodrigues. Ad un certo punto questi fa capolino nella stanza dal suo nascondiglio, e Ginia, umiliata e piena di vergogna, si copre e scappa immediatamente. Da quel momento niente sarà più come prima e Ginia preferirà la compagnia di Amelia. Il tema centrale del racconto è il rapporto tra le due ragazze: durante la storia si rincorrono, si cercano, si perdono, si trovano. L’attrazione erotica tra le due ragazze non è mai espressa in modo esplicito: Pavese vuole che il lettore intuisca cosa di “strano” ci sia nella storia. L’immagine di loro due che si baciano è quasi tenera e non riesce a sortire l’effetto, che forse avrebbe voluto l’autore, di rendere il rapporto tra le due giovani come un qualcosa di pian piano travolgente.

Ne La bella estate molto spazio è concesso ai particolari “della carne”,  “L’odore che hai tu sotto le ascelle è più buono dell’acqua ragia” – dirà Guido a Ginia. Tutto quasi a significare i corpi che si cercano, che si vogliono. Idea che Pavese tuttavia non riesce a rendere perfettamente, nel racconto si intuisce solo lievemente la voglia di un amore “carnale” più che platonico: molti critici hanno spiegato ciò riconducendosi ai problemi che Pavese aveva con le donne e alla difficoltà di avere un rapporto sereno con esse.
“Voi altre non fate che corrervi dietro, perché se siete tutte e due donne?” – è la domanda, non tanto retorica forse, che Rodrigues, il pittore, farà a Ginia che, per tutta risposta, cambierà argomento In questa occasione e in poche altre ci si rende conto effettivamente  del rapporto che intercorre tra le due protagoniste.

La bella estate è proprio il periodo dell’anno che attende con tanta ansia Ginia, perché lei e Amelia possano tornare a indossare lunghe e svolazzanti gonne andando in giro per negozi e facendosi guardare, come entrambe affermano in più di una volta durante il romanzo.
La scena finale della fuga di Ginia è emblematica di una adolescenza ancora acerba, di un considerarsi prematuramente “donna”, perché ancora non pronta a sopportare gli sguardi degli uomini sul proprio corpo nudo.

Con “Il diavolo in collina” è invece un racconto che, accanto al tema della difficoltà del passaggio al mondo adulto, accosta anche la metafora della vita in campagna, una vita che viene dalla terra, dai profumi che essa rilascia e dal calore del sole in estate, una vita vera, senza i filtri che invece caratterizzano la vita della città.
La  narra di tre amici inseparabili, l’io narrante, un bravo ragazzo di città, Pieretto, e Oreste, semplice e ingenuo che viene dalla campagna. Costoro, nei loro vagabondaggi per le colline, incontrano Poli, il figlio dei padroni della tenuta il Greppo.

Vengono così a conoscere la squallida storia di Poli che vuole liberarsi dell’ex-amante Rosalba che fa di tutto per trattenerlo. Una sera, durante un ballo, Rosalba, che poi si suiciderà, ferisce Poli con un colpo di rivoltella durante un amplesso e i tre giovani, finita l’avventura, ritornano alle loro vite per ritrovarsi, alla fine di agosto, a casa di Oreste.

I tre amici riprendono i loro vagabondaggi per le colline godendo della natura finché vengono a sapere che Poli è ritornato al Greppo e decidono di andarlo a trovare.
Poli si trova alla villa insieme alla moglie Gabriella e ambedue insistono perché si fermino. Qualche giorno dopo ritornano alla villa e, presto incuriositi e in fondo attratti da questo mondo e dal fascino di Gabriella, decidono di fermarsi. Oreste è particolarmente attratto dalla donna che gli mostra apertamente il suo interesse e l’io narrante, che si rende conto del pericolo, vorrebbe andarsene ma Pieretto lo convince a fermarsi. Poli dopo una festa si sentirà male e Gabriella portandolo a milano per cure lascerà i giovani al paese.

D’estate la vita assume altri significati, soprattutto quando si è giovani. Cosi i tre amici spesso si trovano in macchina tra le colline, nel cuore della notte, vagando senza una meta precisa nell’oscurità del paesaggio. È emblematico il modo in cui incontrano Poli: un’auto ferma in strada, con una persona riversa sul volante. Dapprima i tre sono impauriti, perché non sanno a cosa vanno incontro: emettono della grida che risuonano tra le colline deserte e buie. Questa è una delle tante immagini che meravigliosamente Pavese ci offrirà. I tre, ai quali poi si aggiungerà il diavolo sulle colline, cioè Poli , saranno soliti trascorrere le sere in compagnia (non sempre, tuttavia) di amiche, sfrecciando sulle stradine tortuose di collina, aspettando il sorgere del solo nelle piazzette deserte dei piccoli paesi.
Pavese come al solito ci fa solo intuire quali sono i caratteri dei protagonisti: lo studente di medicina che si permette poche distrazioni ma che viene spesso trascinato nelle avventure notturne da Poli, l’io narrante, che forse è il personaggio con meno personalità di tutti, perché non riuscirà mai a schierarsi apertamente contro le malefatte e scorribande che propone Poli, perché in realtà, forse, anche lui vuole divertirsi. E poi Poli: questo strano ragazzo che fa uso di droghe, sebbene sia di famiglia agiata, che vuole abbronzarsi fino a diventare nero come il carbone, che vuole la compagnia di belle donne, che vuole una vita a cento all’ora, ma che forse è il più disperato di tutti. Un personaggio quasi tipicamente gassmaniano, un mattatore dal sorriso triste e dagli occhi vispi.
Il modo in cui termina il racconto è l’epilogo di chi vuole ma non osa e di chi, per quanto abbia osato, si ritrova sconfitto: ovvero la vicenda di Oreste e quella di Poli. Insomma da un lato o dall’altro (appunto ai due antipodi, Oreste e Poli), Pavese ci offre un quadro di solitudine, di chi cerca in tutti i modi di aggrapparsi alle certezze quasi infantili che dolorosamente dovrà lasciarsi alle spalle, in un mondo da  adulti. E’ un racconto che lascia, anche in chi lo legge, un senso di scoramento.

“Tra donne sole” è forse l’opera che più ci fa capire il dramma di Pavese: gli sfondi del diavolo in collina, i richiami velati a una sessualità travolgente de “La bella estate”, lasciano spazio a un classico racconto dallo sfondo  neorealista. Tuttavia il motivo principale dell’importanza di quest’opera risulta essere l’inquietante parallelismo tra Rosetta, che morirà suicida e proprio lo stesso Pavese, che farà la stessa fine (anche con le stesse dinamiche in apparenza inspiegabili) pochissimo tempo dopo.

La protagonista, Clelia, è una donna che era partita da Torino 17 anni prima per  cercare lavoro e fortuna a Roma. Dopo molti anni di successo nel mondo del lavoro, ritorna alla sua città nativa, Torino, per aprire una succursale della sartoria romana per la quale lavora. Il ritorno al luogo dell’infanzia è per la protagonista una sorta di ricerca di se stessa. Clelia era infatti partita da Torino povera e desiderosa di uscire dalla sua situazione di miseria e aveva sognato di tornare un giorno a Torino e trovare un mondo diverso da quello da cui era partita, ma questo mondo si mostra ben presto tutt’altro da quello che lei si aspettava. Scopre così di sentirsi estraniata non solo di fronte ad una certa società, che disprezza e disapprova, ma anche di fronte ai luoghi della sua infanzia. Questo è reso bene da una immagine particolare che Pavese ci offre: “Conoscevo le case, conoscevo i negozi.  Fingevo di fermarmi a guardare le vetrine, ma in realtà esitavo, mi pareva impossibile d’essere stata bambina su quegli angoli e insieme provavo come paura di non essere più io”

Clelia ha raggiunto grazie al suo lavoro e al suo sforzo quegli ambienti che le sembravano prima inarrivabili ma ora invece freddi e vuoti. Clelia ha ottenuto l’accesso a quel mondo alto-borghese così lungamente desiderato, ma dopo aver frequentato queste persone così diverse da lei, aumenta la delusione e la consapevolezza che si tratta di un mondo vuoto, in cui mancano ideali autentici e veri valori. Giorno dopo giorno esamina le sue nuove conoscenze con indifferenza e senza coinvolgimenti emotivi. Scopre così che dietro l’apparenza, il bel mondo torinese nasconde una vacuità dei rapporti umani e un cinismo spietato.

Non mancano, nel libro, i giudizi che Clelia esprime sulle persone che frequenta, sempre contrapponendole al suo modo di essere donna: “Queste ragazze sono sempre  state con la madre, sono cresciute sul velluto, hanno visto il mondo dietro i vetri. Quando si tratta di cavarsela, non sanno e cascano male” .

In questa sorta di viaggio che Clelia compie all’interno di questa società, incontriamo tutta una serie di personaggi, soprattutto femminili: Clelia, voce narrante e protagonista del romanzo, ha l’immagine di donna emancipata che sembra aver trovato nel lavoro il senso dell’esistenza e la risposta ai propri dubbi.

Rosetta è una donna fragile, che non sa opporre resistenza al cinismo delle sue amiche, l’unica, forse, che sa ancora “sentire” qualcosa e proprio per questo destinata ad una fine tragica. Momina, una donna forte e cinica, vive una vita lussuosa, ma falsa e vuota, anche lei è però capace di sentire l’insensatezza di quel mondo e il disgusto di vivere, come rivelano i suoi dialoghi con Rosetta e con Clelia: “Il mondo è bello se non ci fossimo noi”. Mariella rappresenta la donna bella e simpatica, ma troppo superficiale e stupida. E infine c’è Nené, una donna ribelle con molto talento, ma che dipende da un uomo debole e frustrato.

Anche i personaggi maschili sono caratterizzati da un senso di fallimento generale e dalla mancanza di uno spessore interiore che si traduce in una serie di gesti e di azioni privi di reale consistenza. Clelia incontra questi personaggi prevalentemente di notte, in una Torino particolarmente vivace, diversa dalla città che Clelia vede di giorno. La città piemontese  che riscopre è diversa da come lei la ricordava, più agitata, attiva, trasformata rispetto ai tempi della sua infanzia. Proprio durante una di queste passeggiate, lei arriva nel quartiere dove ha vissuto da bambina, e ritrova l’amica di un tempo, che lei descrive come grigia e rassegnata, forse perché non è andata mai via da Torino.

Un altro personaggio della classe operaia, per il quale Clelia è attratta, è Beccuccio, il capomastro di via Po. Becuccio è una persona solida, che agisce con gentilezza e semplicità. Clelia trova la sua serenità frequentandolo e fra loro si sviluppa un rapporto di amicizia. Dopo una notte d’amore con il giovane, confusa da sempre di fronte alla scelta tra cuore e carriera, la donna sceglie di non proseguire il rapporto perché ciò significherebbe perdere la sua libertà e indipendenza, valori di molta importanza per lei.

Rinuncia dunque all’amore e all’autenticità di sentimenti a favore del lavoro e del successo. Qui c’è di conseguenza un’altra contrapposizione, tra la forte e libera Clelia, tutta dedicata al suo lavoro, e la fragile e disperata Rosetta. In lei il disgusto di vivere si fa sentire sempre più forte. “Voleva stare sola, voleva isolarsi dal baccano; e nel suo ambiente non si può star soli, non si può far da soli se non levandosi di mezzo” . Rosetta sembra essere insieme a Clelia, l’unica che si accorge della vacuità e superficialità del mondo in cui si trova coinvolta. E in questi confronti, il suicidio sembra essere la sua unica soluzione. Il suicidio non è stato dunque per amore, neppure per una storia finita molto tempo prima con Momina, ma a causa della presenza di un profondo disagio, che le impedisce di vivere ed integrarsi nel mondo, di cui è vittima inconsapevole. Rosetta è la vittima innocente di questo mondo di superficialità e ipocrisia.

Questa cerca invano di costruire rapporti più autentici e profondi, ma fallisce. Rosetta, con il suicidio, protesta contro il mondo falso e senza prospettive concrete della gioventù torinese. Il suicidio di Rosetta è presagito da Clelia che si rammarica, quando Rosetta scompare, di averlo sempre saputo e non aver fatto niente. Emblematico è la scena in cui tutti chiedono anche a Clelia notizie sull’apertura dell’atelier.

Molti critici affermano che Clelia e Rosetta siano entrambe due facce di Pavese: Clelia è la libertà, Rosetta la disperazione: queste due facce si incontrano con inquietante perfezione  in Pavese stesso. La libertà spesso appare come la peggiore tra le prigioni, una prigione che spinge a ricercare un senso nella propria esistenza: scoprirsi irrimediabilmente soli, non compresi dal mondo che ci circonda, è il passo principale verso una profonda solitudine e disperazione, una incomprensione verso il mondo e quindi verso se stessi. Sensazioni che Pavese probabilmente ha tentato di imprimere in questa sua ultima significativa opera.