Croccolo addio, Napoli ti saluta!

Si è spento oggi all’eta di 92 anni Carlo Croccolo, artista napoletano con un curriculum di tutto rispetto nel grande schermo. Attore, doppiatore, regista e sceneggiatore, conosciuto ai più per il suo ruolo nella popolare serie televisiva “Capri” in cui vestiva i panni dell’amabile marinaio Totonno. Non meno per le sue notissime apparizioni accanto ai grandi del cinema napoletano; in primis Totò e i fratelli De Filippo.

Biografia

Carlo Croccolo nasce a Napoli il 9 aprile del 1927. Esordisce in radio, all’età di circa 23 anni, con la commedia “Don Ciccillo si gode il sole”. Successivamente calca il palcoscenico teatrale ne “L’Anfiparnaso” diretto dal regista torinese Mario Soldati. Nel 1950 l’attore napoletano recita nel film comico del tolentino Mario Mattoli, “I cadetti di Guascogna”, nelle vesti di Pinozzo. Ma è nell’89 che arriva la prima gratificazione: il David di Donatello per il film “O Re” diretto da Luigi Magni.

Alla fama, quella vera, Croccolo giunge accanto agli illustri comici napoletani Totò, Eduardo e Peppino De Filippo, in film come “Totò lascia o raddoppia?”,”47 morto che parla”, “Signori si nasce” (diretto nuovamente da Mattoli), “Miseria e nobiltà”, e ancora “Ragazze da marito” e “Non è vero..ma ci credo” (tratto dall’omonima commedia in tre atti scritta proprio da Peppino).

Croccolo e il doppiaggio

Il poliedrico artista napoletano vanta una carriera eccelsa composta da numerose perfomance teatrali e che sfiora la vetta di oltre 100 film. Risulta fervente e intensa inoltre la sua attività di doppiaggio. Croccolo presta infatti la sua voce al notissimo duetto comico Stanlio e Ollio (interpretati dall’inglese Stan Laurel e dallo statunitense Oliver Hardy), nei film “L’eredità”, “Tempo di pic-nic”, “Un marito servizievole”, etc. Nei primi anni ’50 doppia, con grande orgoglio, proprio lo stesso Totò (si dice addirittura che fosse stato l’unico ad avere questo privilegio), e altri celebri personaggi come Vittorio De Sica ne “I due marescialli”, Renato Carosone in “Caravan petrol”, Nino Taranto in “Stasera mi butto” e molti altri.

Napoli probabilmente darà l’ultimo saluto a suo figlio domani presso la Chiesa di San Ferdinando. “Addio, Carlo, la tua arte resterà eterna.”

 

Il Circolo letterario romano Bel-Ami presenta il volume ‘Totò, il principe-poeta’

Per la prima volta raccolte in un unico progetto editoriale multimediale tutte le poesie e i testi delle canzoni di Antonio De Curtis, il leggendario Totò: il libro è curato dalla nipote del ‘principe poeta’, Elena Anticoli de Curtis, e da Virginia Falconetti.

Il Circolo Letterario Bel-Ami organizza, domenica 24 febbraio, 2019 alle ore 19.00 – la prima presentazione pubblica a Roma del volume “Il principe poeta. Tutte le poesie e le liriche di Totò” (Colonnese Editore) di Antonio De Curtis, a cura di Elena Anticoli De Curtis e di Virginia Falconetti.

L’evento, ospitato dalla Libreria Teatro Tlon di via Nansen, vedrà protagonista il prezioso volume: per la prima volta, condensata in un unico volume, tutta la produzione letteraria di Antonio De Curtis – con cinque inediti – che raccontano l’uomo dietro la ‘maschera’ Totò. Alla presentazione del 24 febbraio 2019 saranno presenti le due curatrici del volume, che racconteranno la genesi di questo progetto editoriale. Modererà l’incontro il giornalista e scrittore Michelangelo Iossa.

Nelle poesie di Totò non ci sono le battute e le movenze che lo hanno reso celebre, ma c’è il mondo visto da dietro quella maschera. C’è la vita difficile degli esordi (e non solo), il successo, gli amori, le delusioni, la nostalgia. C’è Napoli, con la sua “lingua-madre”, che non è però l’abusato “paese del sole”, ma in un certo senso è il mondo. Perché quella di Antonio De Curtis è soprattutto una “poesia morale” – non moralistica – che nasce e parla al cuore degli uomini. Che crede nel bene e non sopporta la prepotenza. Che crede alla bellezza, e non rinuncia ad amare, seppure tra le amarezze inevitabili che la vita riserva ad ognuno. Il libro ci consegna anche un Totò romantico, malinconico e pensieroso.

L’introduzione di Totò, il principe poeta è arricchita da uno scritto di Vincenzo Mollica. “Per Totò la parola era teatro, cinema, poesia, canzone, vita. Tutte le sue espressioni artistiche e tutti i suoi sentimenti erano tessuti con le parole. La sua genialità si esprimeva principalmente sotto questo segno.”, sostiene il giornalista.

Una serata per conoscere un nuovo e affascinante aspetto del ‘principe’, accompagnati dalle letture delle poesie da parte del regista e attore Giuseppe Schirrillo e dalle canzoni scritte da Totò, eseguite dal ‘cant-attore’ Marco Francini in una elegante versione per voce e chitarra acustica.

Bellezza, disincanto, nostalgia e, naturalmente, la sua amata Napoli: questo volume rilancia e riscopre le poesie di Totò, riprese dalle “carte originali” da sua nipote, Elena Anticoli de Curtis, insieme a Virginia Falconetti.
“Il Principe Poeta” è anche un libro multimediale che consente – grazie al lavoro condotto da Activart – di ascoltare, mentre si scorrono le pagine, la voce originale di Totò.

In memoria di Totò: la serata omaggio del Mattino di Napoli

Tra le migliaia di aggettivi che il povero Totò si sta vedendo accollare in questi mesi, non dovrebbe mai mancare “indistruttibile”. Nessun altro artista, infatti, sarebbe potuto sopravvivere all’inesausto coro dei celebratori né continuare a opporre le proprie qualità alla bulimia interpretativa che prolifera di pari passo con la maniacalità dei fan e dei collezionisti. La serata-omaggio, che “Il Mattino” ha allestito come prologo alla pubblicazione di un nutrito inserto monografico, prevede però un passaggio che potrebbe svincolarsi dal forse inevitabile blob: la proiezione di un conciso florilegio dei tagli operati a suo tempo dalla censura su alcuni film interpretati dal più grande attore comico del cinema e del teatro italiani.

Un contributo davvero incisivo e originale che il Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale ha voluto offrire al pubblico napoletano e in particolare ai lettori del suo quotidiano grazie all’illuminata presidenza di Felice Laudadio e alla generosa disponibilità di collaboratori e funzionari, in primis dello studioso e saggista Domenico Monetti della sezione Comunicazione, stampa ed editoria.

I titoli dei film che hanno fornito (involontariamente) questo jolly filologico sono in ordine di apparizione “Totò cerca casa” (’49, Steno e Monicelli), il trailer di “Arrangiatevi!” (’59, Bolognini), “Dov’è la libertà…?” (‘54, Rossellini), “Sua eccellenza si fermò a mangiare” (’61, Mattoli), “Totò e le donne” (’52, Steno e Monicelli), “I due marescialli” (’61, Corbucci) e “Totò sexy” (’63, Amendola) e “Totò e Carolina”(’55, Monicelli), quest’ultimi privi del sonoro.
Al di là della curiosità epidermica, ne deriverà dunque la possibilità d’abbozzare una riflessione sulle influenze ideologiche che negli anni condizionati dal clima della guerra fredda si contrapposero utilizzando anche la sponda delle pratiche censorie. Diciamo subito che quest’indagine, non solo doverosa ma anche avvincente, può prendere due direzioni alquanto divergenti: quella secondo noi mirata ad aiutare non solo i cinefili a vederci più chiaro sui rapporti tra autori e mercato, recuperare l’uso imparziale delle testimonianze e dei documenti e delineare con la necessaria lucidità l’avanzamento spesso conquistato con la lotta del costume nazionale e quella più in voga e sbandierata a casaccio che tende a servirsene per ritrarre il nostro paese come una sorta di dittatura in grado di soffocare qualsiasi conato di dissidenza culturale.

Per quanto oggi possa sembrare assurdo, innanzitutto, non è clamoroso il fatto che la censura si dedicasse con zelo all’esame dei film di serie B e C (dalle farse al peplum), perché era proprio nel settore destinato al tripudio delle sale popolari che le produzioni si concedevano licenze soprattutto sul piano del voyeurismo. Certo, tra decine di pellicole di questo genere che la facevano franca, si stagliano casi davvero incredibili come quello, appunto, di “Totò e Carolina”, da qualcuno definito con notevole enfasi il film più censurato della storia del nostro cinema: nel contesto di un apologo smielato ed edificante, per noi tra i peggiori girati dall’attore, la commissione dipendente dal ministero dell’interno allora occupato dal falco Mario Scelba ravvisò addirittura 35 punti da eliminare perché offensivi nei confronti dell’arma dei carabinieri e della religione cattolica. Circostanza che si ripete nel plot di “Guardie e ladri” in cui il brigadiere Fabrizi, secondo quei signori più realisti del re, quando rinuncia a consegnare per pietà il truffatore alla legge sarebbe apparso espropriato d’autorità e messo sullo stesso piano del personaggio antisociale.

Puntualmente nemico delle figure di potere di volta in volta incarnate da caporali, capiufficio, deputati, direttori, comandanti, alti ecclesiastici il principe De Curtis rischiava di diventare un elemento pericoloso per la stabilità delle istituzioni consolidatesi nel dopoguerra a partire da quella cruciale della famiglia: tesi nient’affatto peregrina perché quel personaggio anarcoide e sfrontato sullo schermo non aveva rispetto per niente e nessuno, senza peraltro potersi giovare di padrini antagonistici considerato che i suoi filmetti erano invisi agli intellettuali vicini al neorealismo e la sua visione della donna e del sesso non coincideva certo con quella “onesta e pulita” promossa dalle militanti social-catto-comuniste dell’UDI. Grazie anche al nostro mini scoop, insomma, molti appassionati potranno rivolgersi con maggiore cognizione di causa ai lavori di Tatti Sanguineti che con le sue inchieste scritte e filmate ha fatto luce sulle motivazioni dei tagli di censura subiti da lungometraggi, cortometraggi e pubblicità distribuiti in Italia dal 1913 al 1965 (“Volete conoscere un film? Dai tagli fatti scoprirete quasi tutto. La censura aveva diversi livelli, basta saperli leggere”).

Proprio lo storico, ricercatore e organizzatore definito da Aldo Grasso il “retroscenista” del cinema italiano che nel documentario “Giulio Andreotti – Visto da vicino” propose un’attentissima rilettura del rapporto col cinema tra il ’47 e il ‘53 del giovane sottosegretario del governo De Gasperi al di là della celebre battuta “i panni sporchi si lavano in famiglia” la cui alternativa epigrafe recita così: “mentre lavoravo a un libro su di lui, lo sceneggiatore ex comandante partigiano e comunista Rodolfo Sonego mi disse: Andreotti ha ammazzato cinque film, ma ne ha fatti nascere cinquemila”.

Fonte:

Totò “tagliato”

Ricordando Totò, il principe metafisico, a 50 anni dalla sua morte

A 50 anni dalla scomparsa del grande e inimitabile Antonio De Curtis, in arte Totò, proponiamo parte della lunga intervista realizzata dalla giornalista e scrittrice Oriana Fallaci al principe della risata, nel 1963 e riportata nel libro Intervista con il mito. La Fallaci considerava Totò l’unico autentico artista tra tanti cialtroni, l’unico vero signore tra tanti cafoni, l’unica altezza imperiale dinanzi alla quale lei si toglieva non uno ma cento cappelli.

Totò è stato un innovatore, in quanto ha allargato il linguaggio napoletano, adottando nuove espressioni e abbracciando tutti i dialetti italiani. L’arte di Totò, come ha evidenziato Mario Soldati, ha un persistente còte funebre. La stessa suprema qualità comica di Totò, si affidava alla rigidità della mimica alla Keaton e delle mosse: il suo corpo, più che un burattino, diventava un cadavere elettrizzato. E la sua intima esuberanza e vitalità diventavano poetiche proprio per questo suggerimento, questo beffardo presagio di morte. Totò danzava e recitava ricordandoci con semplicità il nostro destino, come se dicesse di continuo, in sottofondo: «Mi agito tanto e anche voi vi agitate tanto: ma fa lo stesso: siamo già scheletri dentro di noi, e finiremo, tutti stecchiti».

Smascheratore di ipocrisie contemporanee e nemico del potere e del conformismo, Totò è stato regista di se stesso, dotato di quella grandezza propria degli afflitti, degli umili; e sebbene avesse avuto un successo internazionale se fosse stato diretto da registi di lusso, probabilmente avrebbe dato meno, perché sarebbe stato congelato dal talento di qualcun altro.

 

Le altre altezze imperiali come la trattano, principe?

All’inizio mi snobbavano, si capisce. Poiché lavoro, poiché faccio il pagliaccio, mi guardavano con la puzza sotto al naso. Ad ogni modo, sa, io me ne infischio di come mi trattano poiché il mio titolo è più forte del loro. E poi su queste cose la penso come lo spazzino della mia poesia ‘A livella: quella del marchese che è seppellito accanto allo spazzino e vuole mandarlo via. <<Marché, me so scucciato/Te vuo’ mettere ‘n capo alle cervella/ che stai malato ancora ‘e fantasia?/ La morte sai cos’è?/ E’ na livella/Lu re. lu magistratu, lu grand’omme/traversa ‘stu canciello fatto a punte/ e ha perso tutto: ‘a vita e pure ‘o nomme./ Perciò stamme a senti’, nun fa ‘o restivo: /sopportami vicino, che t’importa?/ Ste’ pagliacciate ‘e fanno solo ‘e vive/ Nui simmo serie, appartenimmo ‘a morte>>. Dico bene?

Lei dice sempre bene. E poi lei è un Divo, un artista.

Macché artista: venditore di chiacchiere. Un falegname vale di più di noi artisti, almeno fabbrica un tavolino che rimane nei secoli. Ma noi, dica, che facciamo? Quanto duriamo? Al massimo, se abbiamo molto successo, una generazione. Lo scritto rimane, il quadro rimane, il lavandino rimane, ma di ciò che facciamo noi non rimane un bel nulla. Dico bene?

Principe, la Sua modestia mi lascia smarrita. Principe, Lei sta recitando.

Io le giuro sulla tomba di mia madre, l’unica cosa cara che ho al mondo, che sono sincero: non recito. Sto per confessarmi, anzi come non ho mai fatto con nessuno. Io sono un misantropo, un timido, pensi che quando entro in un ristorante, abbasso gli occhi perché mi vergogno che la gente mi guardi, e non ho mai amato rivelare chi sono. Stavolta ci provo, però deve credermi: sennò tanto vale andarci a bere un caffè. Signorina, io recito solo nei miei brutti film.

E allora mi dica: perché recita in quei brutti film?

Signorina mia: io non prendo i cento, i settanta, i cinquanta che prendono gli altri. E ciò di proposito, perché se sento dire che il tale o la quale hanno preso seicento milioni per la parte di un film, resto inorridito, schifato. Io non ho mai voluto prendere grandi cifre perché ho sempre pensato che il produttore deve guadagnare, col film. Se non guadagna, fallisce. Se fallisce, io non faccio più i film. E se un po’ alla volta falliscono tutti, io che faccio? I film dove recito io, di conseguenza, sono commerciali, sono filmetti arraffati, destinati alle sale di seconda visione, e costano poco. Quando sono là, non posso mica dire no, questo io non lo fo, non mi piace, non va…Sarebbe scorretto, scortese…senza contare che io non posso vivere senza far nulla: se vogliono farmi morire, mi tolgano quel divertimento che si chiama lavoro e sono morto.

Lei non ha, vero?, una grande stima degli uomini, una buona opinione del suo prossimo. E forse non ha nemmeno molti amici tra gli uomini.

No. No. No! Io mangio più volentieri con un cane che con un uomo. Di amici ne avrò due, forse. Il conte Paolo Gaetani e il conte Fabrizio Sarazani. A parte il titolo, due che lavorano come me: umili operai. Perché vede, quella mia battuta <<Siamo uomini o caporali?>> Non è affatto un gioco. Il mondo io lo divido in questo modo, in uomini e caporali. E più vado avanti, più scopro che di caporali ce ne sono tanti, di uomini che ne sono pochissimi.

E quando nacque questo Suo odio per i caporali, Principe?

Sotto le armi, con un caporale di Alessandria che nella vita faceva lo spazzino. Caporali, vede, sono quelli che vogliono esser capi. C’è un partito e sono capi. Cambia il partito e sono capi. C’è la guerra e sono capi. C’è la pace e sono capi. Sempre gli stessi. Io odio i capi come le dittature, le botte, la malacreanza, la sciatteria nel vestire, la villania nel parlare e mangiare, la mancanza di puntualità, la mancanza di disciplina, l’adulazione, i ringraziamenti…

Principe, io non l’ho mai vista ridere. A parte il fatto che esser tristi è la legge dei comici, io temo che Lei abbia sempre riso pochissimo: che non conosca il sapore di una bella risata.

Pochissimo, niente. Io non rido. Sorrido. E anche quello, raramente. Sorrido a lei, per esempio, perché è una donna, non si può mica parlare ad una donna con il musone. Però vede, non è esatto nemmeno dire che io sia triste: sono calmo, privo di ansia. Io l’ansia non la conosco. Deve influire, in questo, il mio residuo di sangue orientale, bizantino. Non so..Starei ore a guardare il cielo, la luna. Io amo la luna assai più del sole. Amo la notte, le strade vuote, la campagna buia, con le ombre, i fruscii, l’eleganza tetra della notte: bella quanto il giorno è volgare. Il giorno..che schifo! Le automobili, i camion, la luce, la gente..che schifo! Io amo tutto ciò che è scuro, tranquillo, senza rumore. La risata fa rumore, come il giorno.

Lei è un animale notturno, lo so: non va a letto prima dell’alba e si sveglia quando il sole è già alto. Ma come passa la notte in questa veglia. Che fa?

Nulla e tante cose. Ora le spiego. La servitù va a dormire alle undici. Franca, mia moglie, resta con me fino alle due, mi parla, mi legge i giornali perché come lei sa io sono mezzo cieco… Poi anche lei va a dormire e io resto solo. Giro per la casa, sto seduto, penso molto, mi affaccio alla finestra, vado in cucina a controllare che il gas sia chiuso, vuoto i portacenere.. E poi, siccome ho una radio che prende tutte le stazioni, e in più la radio marina, mi ascolto tutti i discorsi che si fanno le navi, i telegrammi dei pescherecci, e ci trovo l’alba. Ridicolo, eh? Una scena da uomo ridicolo.

No una scena da uomo solo. Lei deve essere un uomo terribilmente solo, principe. Solitario e solo.

Molto solo, non terribilmente. Perché io amo esser solo, ne ho bisogno: per contemplare, per pensare. A volte mi danno noia persino le persone che amo. E quando accade, zitto zitto, mi alzo e vado in camera mia; […] è difficile vivere con me. La base della mia vita è la casa. Io adoro la casa, per me è una fortezza, una difesa, quasi una persona.

Ma quando recita, le capita di essere un pochino felice?

Quella non è felicità, è un’altra cosa, che non so spiegare. Recitare per me è come una droga, o meglio:  un ossigeno. E se lei tenta di intervistarmi su questo, non ne ricava risposta. Per esempio se lei mi chiede: come faccio a far ridere, a essere tanto snodabile? Io le rispondo: non lo so. […]. Non è una disciplina, uno studio, è istinto, una roba che succede da se, quasi indipendentemente dalla mia volontà. Sicché è inutile che i critici mi rimproverino perché faccio sempre le medesime cose da decine di anni, perché sono sempre lo stesso. […] Sono passato con disinvoltura dalla commedia dell’arte alla prosa, all’operetta, al varietà, al cinema, alle canzoni, e ora giro un film, Il comandante che è un film serio. Ma che io sia quello e non altro, non vi è dubbio. Perché non sono io che comando la mia faccia, è la mia faccia che comanda me.

Lei non ama i critici, vero? I critici non sono stati spesso generosi con Lei.

Li rispetto. Ma i critici devono consigliare, non distruggere. […] Io rispetto ma voglio anche essere rispettato.

Ma a Lei…a Lei piace Totò?

Le rispondo con una cosa che non ho mai detto a nessuno, una cosa a cui non crederà […]. Non mi piace neanche un po’. Anzitutto come uomo, fisicamente. Signorina ma l’ha visto quanto è brutto? La faccia…tutta torta, asimmetrica..[…] Poi non mi piace come personaggio, non lo so, mi sta antipatico. […] E non mi piace come attore, come recita. Perché non mi fa ridere. E badi che a me i film umoristici piacciono, divertono. Mi divertono Sordi, Tognazzi, mi divertiva Charlot. Ma questo Totò, parola mia d’onore, non mi diverte per niente.

Per questo principe, quando lavora, chiede sempre “Va bene?”, “Sono stato bravo”?. Per questo è tanto modesto?

Per questo. Io, signorina mia, sono afflitto da un gran brutto complesso: il complesso d’inferiorità. Inferiorità fisica, intellettuale, culturale. Per esempio: non sono un uomo colto, e questo mi pesa. Vorrei aver studiato di più, letto di più guardato di più. Vorrei essere stato più curioso. E ora che sono mezzo cieco e non posso curiosare più, studiar più, legger più….

Si consoli principe: al vocabolario c’è arrivato lo stesso. Guardi… Dice che è uscito un libro, Storia linguistica dell’Italia, dove Lei viene citato come esempio di efficacia linguistica e dove le sue espressioni fa “d’uopo”, “quisquiglie”, “pinzillacchere”, sono riportate come espressioni ormai entrate nell’uso comune, quindi nel vocabolario.

Oh, oh oh!!!! Che bello! Che bello! Che onore, che gioia. (Afferra il giornale, tenta inutilmente di leggerlo, e i suoi occhi sono lucidi)