‘Taranta d’inchiostro’ di Valeria Serofilli, in anteprima il saggio critico di Floriano Romboli alla raccolta poetica

Proponiamo in anteprima il saggio critico del Prof. Floriano Romboli dell’Università di Pisa alla nuova raccolta poetica di Valeria Serofilli, Taranta d’inchiostro, che uscirà il prossimo maggio per Oèdipus editore.

Il vario e sofferto lavoro del ragno

La più recente raccolta di versi di Valeria Serofilli, Taranta d’inchiostro, è contraddistinta da un notevole equilibrio formale-stilistico e dall’indubbia coesione strutturale dei testi.

Con interessante perizia ordinativa l’autrice premette infatti alle cinque sezioni di cui consta la silloge una lirica, intitolata L’architetto, dalla palese funzione introduttiva e tematicamente focalizzante, ove è facile rilevare la centralità della figura del ragno quale referente primario di un suggestivo campo associativo che connette la tessitura dell’insetto industrioso (“Tesseva un filo in più il ragno”) all’attività del poeta, alla sua ricerca etico-estetica (“Come aggiungesse da poeta un altro verso”), nell’allargamento prospettico di chi intende elaborare le esperienze particolari allo scopo di enuclearne i significati più generali e profondi in vista dell’acquisizione di una sintesi superiore animata da uno spirito metafisico:

Entrambi mattoni dell’universo
al cospetto
dell’unico Architetto/ il più alto Maestro

Tale scansione problematica risulta indicativa – nel suo efficace risvolto prolettico – dei motivi fondamentali e dei tratti ideativi del libro, dominato dal ricorrere di situazioni contraddittorie e unificato, dal punto di vista compositivo, dalle antitesi, tra cui quella essenziale fra libertà e predeterminazione, fra consapevole iniziativa individuale e sorte impersonale misteriosamente disposta “dall’alto”, peraltro preparata dall’exergo faulkneriano:

Quando
un filo si staccò dal complicato ordito:
o tutto già era stato scritto
tutto previsto?

A questi versi conclusivi del componimento incipitario giova aggiungerne altri compresi nella sezione ultima, a conferma di una obiettiva costanza tematica (“Chi sa dall’alto che risate/ nel vederci imbrigliati in ragnatele/ tessute in ancedenza/ in / nostra assenza”, Chissà dall’alto che risate, in Fuori della tela), che non implica però la rinuncia amara e nichilistica all’ardore vitale, a forme anche intense di coinvolgimento istintivo ed emozionale valorizzato e contrario nella paronomasia:

Il rischio è di sopire il tuo sapore
Non mi conviene/ penso
mentre piuttosto alimento
ardore con ardore (Ti ha morso la tarantola?, in La taranta, corsivi miei)

Il ragno ha in sé l’ambiguità costitutiva dell’animaletto che tesse la sua tela con ostinata razionalità, e costruisce rigorose sequenze conoscitive (“Ingombrante scaleo/ di sapienza cui/ ogni gradino ha acuito conoscenza”, Conoscenza, in La taranta, corsivo mio), solide catene intellettuali e memoriali (“Bulbo di memoria/ la conoscenza cresce ad oltranza”, in Vecchiezza, ivi, corsivi miei; e “Un altro pianeta sopra le nuvole/ ragnatela di neuroni/ Come se tutti segregassero in alto/ i propri pensieri/ i più pesanti/ anche se i più bianchi (…) Teoria delle onde in cielo/ ove l’ala non spezza il ricordo/ ché troppo saldo è il legame a terra”, Ragnatela di neuroni (L’amato gomitolo), in Ragnatela del mondo, corsivi miei); ma è pure abile predatore e soprattutto il suo morso può, secondo la leggenda, scatenare l’invasamento amoroso, la passione sensuale incontrollabile e tormentosa:

Forse che
sono io il ragno
a misurare le distanze
tra dune di sabbia
ormai tarantata in notti senza sonno ( Io ragno, in La taranta, cors. mio)

La trama del ragno avviluppa, lega, vincola nella stabilità del rapporto affettivo, mentre la “pizzica” sconvolgente, l’eros elettrico ed esplosivo (“E’ che/ quando stiamo insieme/ le stelle le abbiamo dentro/ Quell’elettricità latente/ che la mente accende/ e ti incendia il cuore/ Amore che si espande e ti acquieta/ stella luminosa di passione”, Notte di San Lorenzo (10 agosto 2017), in Fuori della tela) inducono insofferenza delle consuetudini relazionali, finanche in Penelope, raffigurazione archetipica della fedeltà paziente e incrollabile:

Stufa di tessere, gettò via
il suo fuso/ prima pungendosi
e mentre una goccia del suo sangue/ irradiava
l’intera trama per farne rosso arcobaleno… (Taranta Penelope, in La taranta)

A parti rovesciate il suo sposo Ulisse – altro archetipo potente e prestigioso – afferma invece il valore irrinunciabile e corroborante del legame d’amore (“Io non ho mai dubitato di noi nemmeno un attimo/ pur se mille sirene ad attirarmi/ a inabissarmi/ barbate, la prua (…) O mia Regina, mi sento solo/ pur tra mille orpelli/ Sei tu/ corpo e spirito/ la mia sola Festa/ il mio definitivo attracco”, Ulisse. Nell’onda una luce, in Ragnatela del mondo), nell’àmbito di un discorso sapientemente innervato da correlazioni antitetiche:

Quante volte/ ogni nuovo giorno, all’albeggiare
ho benedetto, maledetto il mare
per il sapore di avventura
e la sventura
l’ansia di scoperta e l’ansimare (ibidem, corsivi miei )

E le polarità si susseguono incalzanti – giustificazione/insensatezza, perspicuità/mistero, felicità/ dolore, vita/morte –, come agevolmente può verificare ogni lettore attento, sulla falsariga dell’acuta osservazione del post-fatore Antonio Spagnuolo, secondo il quale in questi testi “anche se il sapere si approfondisce e si differenzia secondo gli schemi inarrestabili della contemporaneità, la poesia insegue le diversificazioni della conquista del segno e della parola”.

Per Valeria Serofilli la ricchezza dell’esperienza umana si concretizza altresì nella varietà cromatica, a cui il motivo di una viva solidarietà sociale e morale-psicologica conferisce adeguata densità semantica (“Al risveglio cerco i colori/ in fondo all’anima:/ il rosso di tutto l’amore/ il bianco/ il manto del mio gatto (…) il verde/ corse sfrenate da bambina/ il giallo/ capelli della mia prima/ bambola di pezza (…) Al risveglio i colori/ Poi penso: quali trova nel cuore/ una bambina somala?/ Il rosso/ sangue di violenza/ il bianco della neve mai vista (…) il giallo dei capelli/ bambola mai avuta…”, Cerco i colori, in Ragnatela del mondo); e il suo linguaggio appare essenziale e raffinato, nel gioco studiato e musicale delle rime e delle riprese iterative, come nella poesia non per caso posta al termine dell’opera, poiché in essa l’inizio e la fine della vicenda esistenziale si richiamano e si presuppongono, e i vincoli sentimentali e ideali si rinsaldano:

Saremo tutti luce comunque
quando l’alba ci chiamerà al tramonto
E la luce rischiarerà il tuo corpo
a me di spalle (…)
Sarà allora che s’intrecceranno per sempre
le nostre mani
a nodo imprescindibile d’amore
Quando luce ne suggellerà il calore:
unica forza condensata in esplosione (Quando l’alba ci chiamerà al tramonto, in Fuori della tela, corsivi miei)

“Ulisse”: l’epica rovesciata di James Joyce

James Joyce  inizia a sviluppare l’idea per il suo Ulisse ( pubblicato nel 1922) nel 1914. Inizialmente l’Ulisse venne concepito come una novella da aggiungere alle quattordici scelte per il volume Gente di Dublino, il testo fu considerato, infatti,  “una novella non scritta”. La storia è quella dell’incontro di un gruppo di persone che avviene nell’arco di una giornata (precisamente dalle otto del mattino alle 2 di notte del 16 Aprile 1904) e che, da quel momento in poi, vedranno le loro vite intersecarsi.  Tra i  protagonisti : Leopold Bloom, uomo medio, eroe che sbaglia (la sua storia è in sostanza quella dell’eroe dell’ Odissea), incapace ad instaurare rapporti umani,  Stephen Dedalus,   più idealista e alla ricerca di valori spirituali  ma che, come Bloom, non riesce a raggiungere i suoi obiettivi ed, infine,  Molly,  la rappresentazione della natura femminile in tutta la sua essenza. I primi due, nella loro ansiosa ricerca,  non sono altro che incubo, mentre Molly, al contrario, emerge come la figura più risolutiva, colei che trasforma l’incubo in estasi.  Le esperienze di questi personaggi ci arrivano attraverso i loro monologhi interiori,  o meglio quello che è definito, in letteratura,  flusso di coscienza che in realtà è stato inventato da Tolstoj con Anna Karenina.

Joyce sceglie Dublino perché rappresenta la città in cui  la morale cattolica si è ormai cristallizzata, gli stessi abitanti sono fermi, non conducono una vita autentica e sono letteralmente oppressi dalla religione e dal nazionalismo. Joyce respinge tutto ciò, scelta che, come vedremo, lo condurrà a trascorrere molti dei suoi anni in  esilio.

Ulisse, nel romanzo di Joyce è l’eroe che sbaglia, non ha patria e si tiene lontano da certe sovrastrutture. Proprio come Ulisse che peregrina per terre e mari lontani, così l’ eroe che viene fuori da questo romanzo trascorre le sue intere giornate per le strade ed i bar della città. Attraverso la lettura di questo romanzo,  potremmo azzardare un’analisi della figura umana, oltre che delle dinamiche e dei riti quotidiani che, nello specifico, la riguardano. La ricerca del padre, la ricerca del figlio e l’esilio sono alla base di una ricerca più grande che investe l’uomo nella sua integrità fisica e, per questo, temi inevitabilmente ricorrenti. Potremmo azzardare che dietro ogni personaggio, si celi  l’autore stesso che,  diventato più maturo, riesce a vedere se stesso da lontano, come un ‘estraneo’.

Joyce adotta uno stile schematico, rivisitato più volte. Quello che ci è giunto prevede una disposizione ternaria  e schematica ( lo Schema Linati).  Tecnicamente,  l’autore divide il libro in 18 episodi cercando di seguire l’ordine delle avventure che compaiono nell’Odissea. Questa varietà di tecniche narrative, la continua parodia e la confusione degli stili adottati, la percezione che ha l’autore dell’umanità rendono questo romanzo “vitale”, “contemporaneo” e, sicuramente, una delle opere più rivoluzionarie della letteratura mondiale.

Si è provato a recensire questo libro straordinariamente ipnotico, ma l’Ulisse non è un romanzo, piuttosto un’opera letteraria a sé e sarebbe velleitario cercare di trovare il pelo nell’uovo quando in realtà non si è capito nulla della letteratura/ non letteratura di Joyce, troppo facile dire: “non fa capire nulla”, “è contorto”, “è noioso” e via dicendo…Semmai si potrebbe e dovrebbe ragionare di più sul perché lo scrittore irlandese attua questo rovesciamento, perché fa la parodia della letteratura stessa (oltre che la religione), giocando con le parole e mettendo in atto tutti i tipi di scrittura possibili. Ha voluto dimostrare  deliberatamente che la letteratura moderna è questo oppure l’ Ulisse è lo specchio della sua nevrosi, dando quindi inizio alla rivoluzione che è contemporaneamente stilistica, paesaggistica ( sono percepibili i sospiri della sua Irlanda, come se Joyce avesse piazzato una webcam su quel microcosmo) linguistica, ottica ( il tempo che impieghiamo a leggere il libro è più lento rispetto all’azione della narrazione stessa, a differenza di altri romanzi, compreso Anna Karenina), inconsapevolmente., ma come se fosse un invito all’accettazione del disordine. Se fosse un film sarebbe sicuramente diretto da Robert Altman.

Imperdibile ma non immediato.

James Joyce: sperimentatore introspettivo

James Joyce (nome completo James Augustine Aloysius Joyce) nasce a Dublino nel 1882, in una numerosa quanto conformista famiglia benestante, caratterizzata da un cattolicesimo imperante e da un rapido, ineluttabile declino economico.

Nonostante le sopraggiunte difficoltà monetarie e l’alcolismo del padre, al giovane Joyce non manca mai (anche per suoi meriti accademici) la possibilità di ricevere un’educazione e un’istruzione di altissimo livello.

Bambino prodigio, ad appena 9 anni James Joyce compone il suo primo pamphlet, invettiva decisa e ispirata (probabilmente dalle idee politiche del padre) nei confronti di un noto leader nazionalista, accusato di aver abbandonato la causa in un momento di forte difficoltà.

Durante gli anni universitari (nei quali si dedica soprattutto allo studio delle lingue, in particolare francese, italiano e inglese), Joyce sviluppa un deciso anticonformismo e un fermo anticlericalismo (in risposta all’ambiente familiare), oltre a radicalizzare una profonda ostilità verso il provincialismo (soprattutto culturale) di un’Irlanda comunque costantemente presente nei suoi scritti, seppur sovente in tono di polemica e disappunto.

L’esordio nella scrittura è considerato Chamber music (1907), raccolta di poesie dalla quale si evince una spiccata sensibilità musicale che gli procurerà l’apprezzamento di Ezra Poud.

Pur non essendo particolarmente copiosa, la sua produzione artistica influenzerà la cultura dell’epoca e ancor più quella futura, crescendo di pari passo con lo sviluppo delle nascenti tecniche psicanalitiche (complice la schizofrenia galoppante di sua figlia Lucia e il conseguente incontro con C. J. Jung).

James Joyce cerca la forma espressiva più confacente all’anelito di rinnovamento che si respira in quegli anni di rivalsa culturale, e sente di dover scandagliare l’animo umano alla ricerca di un diverso tenore d’analisi, improntato a processi mentali prima inesplorati. Aderisce sempre più alla corrente modernista (forse la inizia, certamente la rafforza), ne condivide l’esigenza intimista, talvolta oscura ma anche per questo seduttiva. Le tecniche espressive si modificano, performandosi alle esigenze narrative e diventando sempre più fluide e descrittive. Il flusso di coscienza vive di flash back, si nutre di metafore e similitudini, si genera in storie incastonate in altre storie, ripropone un divenire di idee, pensieri, ricordi ed emozioni avulse dal rispetto di un ordine grammaticale, sintattico e interpuntivo precostituito e rispettato. Tutto è caos nella memoria umana, e resta tale nel racconto di questo flusso inarrestabile.

Gente di Dublino (1914) è una raccolta di quindici brevi racconti (il primo, “The sisters”, precedentemente pubblicato sotto lo pseudonimo di Stephen Daedalus) che costituisce un realistico spaccato della realtà dublinese dalla quale Joyce non riesce a staccarsi mai del tutto. Lavora adesso come insegnante d’inglese a Trieste, ed è appena diventato padre, versando in condizioni economiche ancor più critiche; nonostante ciò, alla richiesta dell’editore londinese di operare tagli e modifiche sull’opera per scongiurare il rischio di censura, risponde con il ritiro immediato del manoscritto, ritenendolo evidentemente destinato ad altri tempi. C’è nei racconti una Dublino immobile, statica, quasi quiescente, che incatena i suoi abitanti a una serie di retropensieri da cui non tutti hanno la forza di liberarsi. Quasi nessuno, in verità. Unica speranza per farlo è la fuga. E qui compaiono i primi tratti caratteristici dell’autore dell’intimo, e si affacciano alla sua mente quelle epifanie che contraddistingueranno la sua scrittura successiva. Fulminee rivelazioni, questi espedienti narrativi focalizzano l’attenzione su una consapevolezza spirituale acquisita per caso, attraverso la pratica di un gesto in apparenza privo di significato ma praticato in un momento di grande crisi emotiva. Tutti i protagonisti del romanzo vivono l’epifania e dunque la consapevolezza della propria condizione, ma nessuno riesce a staccarsene e il fallimento delle interconnessioni umane diviene inevitabile. Le cose cambiano, irrimediabilmente, e il soggetto riesce a vedere la realtà con una lente d’ingrandimento prima preclusa al suo sguardo. Il flusso di coscienza è quasi predittivo, e si concretizza nell’uso del discorso indiretto libero, sempre più estremizzato (quasi esasperato), fin quasi a rendere difficoltosa la lettura di alcuni passi. Il narratore non s’intromette mai, e il registro linguistico ben si confà a età, condizione sociale e grado culturale dei parlanti.

Ritratto dell’artista da giovane (noto come Dedalus in alcune traduzioni italiane – pregevole quella di Cesare Pavese – del 1916) ed Esuli (suo unico dramma, che risale al 1917) rappresentano delle manifestazioni “primitive” ma longeve dell’ardimento letterario di Joyce e dei suoi profondi moti di ribellione attraverso l’uso dei conflitti. Il personaggio dell’autobiografico Ritratto, Stephen Dedalus, verrà per esempio riesumato nell’Ulisse.

Ed eccolo l’Ulisse (pubblicato nel 1922), scritto quando lo James Joyce ha già raggiunto una maturità espressiva e contenutistica fuori dal comune. Il testo consta di 18 capitoli, ciascun capitolo destinato al racconto di un particolare periodo della giornata, cui si associano anche un colore, una scienza e una parte del corpo. Ambientato nella sua Dublino, è il racconto di una vita intera cristallizzato in una sola giornata. Nonostante la lunga gestazione creativa (quasi un decennio) il romanzo registra una sola giornata di vita (sceglie una data a lui cara: il 16 giugno, giorno in cui conosce la moglie Nora) di un uomo comune, l’eroe moderno Leopold Bloom. Il parallelismo con l’epicità anche strutturale dell’Odissea omerica si ritrova nell’apparente normalità di un uomo che con pacato, eroico coraggio affronta la sua quotidianità in una metropoli moderna, ricca di insidie e imprevisti capaci di consumare, silenziosamente, un uomo che neanche nella propria intimità casalinga è certo di trovare un porto sicuro. L’inquietudine e le perplessità del protagonista e degli altri personaggi vengono raccontati come da un nastro registrato, senza l’aggiunta di alcuna spiegazione accessoria. Joyce è autore silenzioso, equidistante, oggettivo. Senza la sua compartecipazione emotiva i pensieri scorrono liberamente e il lettore diventa spettatore di un’intimità nella storia dei protagonisti che si dipana senza sosta, e di cui inevitabilmente si entra a far parte. Segni particolari sono la successione spesso illogica o sconnessa delle frasi, la ridondanza (assenza di fantasia lessicale realistica nel suo essere istintiva, tipica di un parlato immediato) di alcune frasi o espressioni,  la notevole carenza di punteggiatura. Il monologo interiore non risparmia che pochi corpuscoli di vita; per il resto, le caleidoscopiche visioni delle coscienze che attraversano le strade di una interscambiabile Dublino raccontano delle lesioni di una quotidianità perturbante.

Finnegans wake (“Frammenti scelti”, 1939) è il suo ultimo romanzo, definito dallo stesso autore “L’ultimo delirio della letteratura prima della sua estinzione”. Disintegrato il romanzo tradizionale, resta ritmo e musicalità in quest’opera non sempre accessibile dal punto di vista della comprensibilità, a causa dell’avvicendamento di elementi onirici, mitologici, fantastici, religiosi, simbolici e umani, associati da leggi soggettive e personali che non rispondono ad alcuna logica precostituita.

Nel 1947 viene pubblicata postuma un’opera profondamente autobiografica ma ritenuta poco interessante dagli editori. Data alle fiamme, verrà parzialmente salvata dalla moglie, cosa che ne consentirà la pubblicazione col titolo Stephen Hero.

Dopo aver decretato la morte del romanzo tradizionalmente inteso sarà James Joyce stesso a morire, quasi cieco, nel 1941. Lascerà però al mondo una nuova identità letteraria, eredità impagabile e preziosa di un uomo che ha ricostruito una mentalità.

James Joyce è come il suo Leopold Bloom, maniacale, sfuggente ed ambiguo, sperimentatore introspettivo, lontano dai fatti e dalla politica del suo tempo, come dal  cattolicesimo,la cui dottrina è inconciliabile con la natura dello scrittore:

«Quando un’anima nasce, le vengono gettate delle reti per impedire che fugga. Tu mi parli di religione, lingua e nazionalità: io cercherò di fuggire da quelle reti. »

Tuttavia il moderno Joyce  pur opponendosi ai dettami della Chiesa cattolica, dentro di se ha sempre rivendicato l’appartenenza a quella tradizione.