Le menzogne contenute ne ‘Il nome della rosa’, romanzo pseudo-storico, ideologico ed iniziatico

Ha avuto larghissima circolazione in tutto il mondo il film di Jean-Jacques Annaud Il nome della rosa, realizzato – come recitano i titoli di testa – “sul palinsesto del romanzo di Umberto Eco” (1980), che a sua volta – con oltre cinque milioni di copie diffuse in venticinque lingue – viene celebrato tra i libri di autore italiano più venduto di tutti tempi.

Sarebbero sufficienti le dimensioni del fenomeno a rendere opportuno un suo esame critico. La trama de Il nome della rosa è nota più o meno a tutti: nel novembre 1327 si incontrano, presso una imprecisata ma ricca abbazia benedettina dell’Italia settentrionale, per una disputa sulla povertà di Cristo e della Chiesa, una delegazione francescana – di cui fa parte il protagonista, Guglielmo da Baskerville, che è accompagnato dal giovane novizio Adso da Melk – e una legazione pontificia guidata dall’inquisitore domenicano Bernardo Gui. Nell’abbazia sono rifugiati due ex eretici della setta estremista dei dolciniani, che conducono vita sregolata e di notte fanno entrare nel convento una ragazza del vicino villaggio, che finirà per sedurre il giovane Adso. La vita dell’abbazia è sconvolta da una serie di oscuri delitti su cui indagano, con metodi diversi, Guglielmo da Baskerville e Bernardo Gui. L’inquisitore identifica i responsabili nella ragazza, che scambia per una strega, e nei due ex dolciniani. Nel romanzo questi presunti colpevoli vengono condotti da Bernardo Gui verso Avignone, e di loro non si sa più nulla; il film mette invece in scena – presso l’abbazia stessa – la loro condanna e immediata esecuzione sul rogo, seguita da un’improbabile rivolta di contadini – in cui l’inquisitore trova la morte -, che riesce a salvare almeno la ragazza. Nel frattempo Guglielmo da Baskerville – in una notte di tregenda, in cui l’abbazia è distrutta da un incendio – scopre il vero assassino: è il vecchio monaco cieco Jorge, che ha ucciso per impedire che venisse alla luce il perduto libro secondo della Poetica di Aristotele, un’opera pericolosa per la Chiesa perché vi si esalta l’umorismo che “uccide la paura, e senza la paura non ci può essere la fede. Senza la paura del demonio non c’è più la necessità del timore di Dio”.

Il nome della rosa, il “film”: un Medioevo di cartapesta

Il film, molto meno complesso del libro, si concentra su due temi noti alla propaganda anticattolica di tutti i tempi: la corruzione dei monaci e gli orrori dell’Inquisizione. Stanca ripetizione di temi noti: contro monaci e inquisitori avevano tuonato la propaganda protestante e i libelli illuministi; contro inquisitori e monaci si scagliava la letteratura popolare ottocentesca di ispirazione massonica. I benedettini vengono dipinti con una galleria di volti deformati, sadici e volgari; i vizi più inconfessabili si danno convegno nell’abbazia mentre i pezzenti del villaggio si scannano per accaparrarsi gli avanzi gettati via dal monastero. Un quadro grottesco, non compatibile neppure con l’incipiente decadenza del monachesimo nel secolo XIV, e che si prende qualche libertà anche con il romanzo dove – se la ragazza rappresenta un caso isolato di miseria – il cantiniere Remigio ha cura di precisare che il villaggio non è povero – “una famiglia normale laggiù possiede anche cinquanta tavole di terreno” – e liberalmente beneficiato dall’abbazia. Ma il danno agli spettatori più semplici è fatto: chi, uscito dalla proiezione de Il nome della rosa, ricorderà più che proprio i benedettini hanno fatto la nostra Europa, trasmettendo tesori di cultura – ma anche di conoscenze tecniche e agricole – e costruendo nei secoli punti di riferimento per i poveri e per i sapienti?

Sul tema dell’Inquisizione – che dilata in modo abnorme rispetto al romanzo – il film riapre vecchi armadi polverosi, pieni di arnesi dimenticati da qualche decennio: catene, ferri roventi, segrete, cortei notturni con torce ardenti. Ne nasce un quadro in cui nulla è vero.
Bernardo Gui inquisitore ignorante e feroce: menzogna. Procuratore generale del suo ordine “per la sua vasta produzione, specialmente storica, la ricca e minuta informazione e lo studio dell’esattezza, il Gui è considerato uno dei più notevoli storici del primo Trecento, come pure il migliore storico domenicano del medioevo”. Oggi gli specialisti hanno completato lo spoglio dei suoi processi inquisitoriali: su novecentotrenta imputati, dal 1308 al 1323, “se ne trovano soltanto 42 rimessi al braccio secolare”, mentre altri sono condannati a pene minori, spesso di straordinaria mitezza, e centotrentanove assolti. Bernardo Gui impegnato nella caccia alle streghe: menzogna. Presso Bernardo e gli inquisitori suoi contemporanei “è sempre modestissimo il numero degli accusati per pratiche stregoniche”, del resto di competenza dei vescovi e non degli inquisitori, a meno che la stregoneria si presentasse mescolata all’eresia. Anche in epoche successive la caccia alle streghe nascerà nei paesi protestanti, mentre la Chiesa cattolica si sforzerà piuttosto di controllare e di frenare una reazione nata dal popolo e gestita, non sempre con il necessario discernimento, dai tribunali laici dei principi. La tortura generalizzata e indiscriminatamente applicata: menzogna. L’Inquisizione del secolo XIV – a differenza dei tribunali laici del tempo – usa in casi rarissimi la tortura di cui – secondo un decreto del 1311 di Papa Clemente V – l’inquisitore non può, da solo, decidere di servirsi: deve sospendere il procedimento e instaurare “un giudizio speciale, al quale partecipi il vescovo o il suo rappresentante”.

L’inquisitore che decide in poche ore senza difesa né appello, e anzi enuncia il principio che “chiunque contesta il verdetto di un inquisitore è lui stesso un eretico”: menzogna. È l’Inquisizione del secolo XIV che inventa la giuria, consilium che mette l’imputato nella condizione di essere giudicato da un collegio numeroso – spesso di trenta o anche di cinquanta giurati -, dove molti “diventano di conseguenza gli avvocati dell’accusato” ed è l’inquisitore che, davanti alla loro muta, si trova piuttosto in situazione di inferiorità”. Del resto l’imputato ha diritto di difendersi e “può produrre testimoni a discarico”; “può anche ricusare i suoi giudici e, in caso di rifiuto di questa ricusazione, ottenerla mediante un appello a Roma” . La sentenza eseguita subito dopo la condanna, i rei confessi – e perfino il demente Salvatore – bruciati, il rogo organizzato direttamente dal domenicano inquisitore: menzogna. Nel processo inquisitoriale – lungo e complesso – i rei confessi e pentiti possono essere condannati soltanto a pene minori; è il potere laico, il braccio secolare – e mai la Chiesa -, a occuparsi dell’esecuzione delle condanne. Il popolo, infine, che insorge e uccide Bernardo Gui: menzogna. Gli storici, anche i più ostili alla Chiesa, confermano invece la notevole popolarità dell’Inquisizione presso il popolo, che se ne vedeva protetto dalle vessazioni di eretici che – come i catari e i dolciniani – non di rado trascendevano in violenze e in stragi.
Bernardo Gui morì tranquillamente nel suo letto, dopo essere stato nominato vescovo di Túy nel 1323 e poi di Lodève nel 1324.

Il libro: un’apologia della modernità

Il libro di Umberto Eco può essere letto a tre diversi livelli: come romanzo pseudo-storico; come romanzo ideologico a tesi; e come romanzo iniziatico, che contiene anche un senso nascosto. La lettura più facile è quella pseudo-storica del Medioevo di cartapesta, a cui corrisponde il film. Di alcune delle menzogne di fatto della pellicola non sembra direttamente responsabile il romanzo, che contiene però sul Medioevo e sull’Inquisizione le menzogne di principio fondamentali.

L’Inquisizione viene presentata nel romanzo come un tribunale ideologico, inteso a reprimere ogni possibile discussione di una serie di tesi razionalmente insostenibili, che potevano essere imposte solo con la forza delle armi e dei roghi, seminando il terrore attraverso la continua denuncia e perfino la “creazione” di un nemico. “Spesso – osserva Adso – sono gli inquisitori a creare gli eretici”. E un tribunale ideologico non può che condannare sempre e comunque: “Sarai dannato e condannato se confesserai – dice Bernardo Gui al suo imputato -, e sarai dannato e condannato se non confesserai, perché sarai punito come spergiuro!”. Lo spoglio statistico delle sentenze dell’Inquisizione, da cui si ricava la bassa percentuale di condanne, ha ormai dimostrato che questa tesi è falsa. Ma non meno falsa è la sua premessa: l’Inquisizione nasce tardi, verso la fine del Medioevo propriamente detto, non a fronte di eretici immaginari ma come reazione agli eccessi reali e concreti di movimenti come i catari, portatori di un “totalitarismo della morte” apologista del suicidio e dell’omicidio degli oppositori, e – più tardi – come i dolciniani, impegnati a mettere a ferro e a fuoco i villaggi in nome di un’utopia comunistica. Senza escludere deviazioni ed errori tipici di ogni tribunale umano, non si può che concludere che l’Inquisizione dei secoli XIII e XIV “è stata il modo necessario di affrontare un antigene sociale molto pericoloso”. Affermare il contrario significa liquidare un secolo di studi scientifici sull’Inquisizione per tornare al museo degli orrori dei romanzi di appendice del secolo scorso.

Fuorviante è poi, nel romanzo, l’elemento di supporto della trama, cioè il desiderio della Chiesa di occultare un volume che – con l’autorità di Aristotele – avrebbe pericolosamente legittimato, insieme con la commedia, l’umorismo, nemico della fede perché può liberare dalla paura su cui la religione si fonda. La tesi non è minimamente plausibile. I benedettini del Medioevo hanno salvato con amore anche il legato del mondo classico relativo alla commedia, pure spesso moralmente discutibile. Come ha mostrato Hans Urs von Balthasar, il Medioevo – oltre la critica rigida della patristica – ha dato inizio alla rivalutazione del teatro. Nella Summa Theologiae di San Tommaso si afferma, nella questione 168 della Secunda Secundae, che, se l’umorismo vano e malizioso deve essere evitato, l’umorismo di suo costituisce una manifestazione della razionalità umana che può essere perfino virtuosa. Di più: nella mancanza di senso dell’umorismo – “in defectu ludi” – si trova “un qualche peccato”, perché “tutto quanto è contro la ragione nelle cose dell’uomo è vizioso”, e mancare di umorismo significa spesso rivelarsi poco ragionevoli, “molesti agli altri”, “duri et agrestes” secondo l’espressione dello stesso Aristotele. Sono questi i medioevali de Il nome della rosa: cupi, tetri, in perenne quanto morbosa attesa di disastri apocalittici?

Un romanzo ideologico

Il nome della rosa è essenzialmente un romanzo ideologico a tesi, che intende indurre il lettore a scegliere come giusta una delle due posizioni in conflitto nel secolo XIV nella disputa sulla povertà – la Armutsstreit, come la chiama la storiografia tedesca – fra una parte dell’ordine francescano e la curia pontificia di Avignone. Nel film la disputa viene ridotta al semplice quesito se Cristo fosse o meno proprietario delle proprie vesti. Qualche spettatore della pellicola potrà quindi stupirsi nell’apprendere che uno dei massimi storici del diritto viventi, Michel Villey, ha visto nella Armutsstreit “uno degli eventi capitali nella storia della filosofia del diritto”, sia privato che pubblico. In realtà la posta in gioco nella disputa era la nascente ideologia della modernità – la tesi di cui si vuole convincere il lettore de Il nome della rosa – nelle sue tre principali dimensioni, cioè quelle filosofica, giuridica e politica.

a. Ne Il nome della rosa, Guglielmo da Baskerville è la figura abbastanza trasparente – quando parla di filosofia – di un altro Guglielmo francescano, inglese e nemico di Papa Giovanni XXII, Guglielmo di Occam, di cui nel romanzo si dice amico e discepolo. La filosofia di Guglielmo di Occam è il nominalismo relativista secondo cui si conoscono soltanto le realtà individuali – questo cavallo, quest’uomo -, mentre i presunti “universali” – l’uomo, il cavallo – sono semplici segni che servono a connotare – cioè a “notare insieme” – gruppi di realtà individuali, di cui esprimono – peraltro in modo incerto e impreciso – qualche generale rassomiglianza. Il metodo di Guglielmo da Baskerville è certamente quello di Sherlock Holmes; ma già il filosofo marxista Ernst Bloch aveva considerato il metodo “detettivo” del romanzo poliziesco come figura popolare della logica moderna, il cui frutto più maturo sarebbe appunto il marxismo. All’inizio del romanzo, in una scena tipicamente holmesiana, Guglielmo stupisce i suoi interlocutori descrivendo nei più minuti particolari, da qualche tenue traccia, un cavallo che non ha mai visto; quando Adso-Watson gli chiede come ha fatto, risponde con una lezione di occamismo, spiegando che “tra la singolarità della traccia e la mia ignoranza, che assumeva la forma assai diafana di un’idea universale”, ha scelto la traccia singola, senza correre dietro alle idee universali che sono “puri segni”, ed è così pervenuto alla “conoscenza piena”, che è “l’intuizione del singolare”. È grazie alla nuova logica di Occam che Guglielmo da Baskerville risolve gli enigmi dell’abbazia, mentre il tomista Bernardo Gui, che ragiona per universali, segue piste false; ed è con un motto nominalista che il romanzo si chiude: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”,La rosa originaria – la presunta essenza della rosa – consiste in un nome, noi non abbiamo che nudi nomi”.

Le conseguenze del nominalismo occamista sono di straordinaria gravità: se si conosce soltanto l’individuale, ogni presunta verità che vada al di là dell’individuale singolare e provvisorio è del tutto malferma; ultimamente, la verità non esiste. Guglielmo da Baskerville non sfugge a questa conclusione; e anzi la esprime nei termini brutali del “pensiero debole” del secolo XX: “Le uniche verità che servono sono strumenti da buttare”, “l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità” e perfino “il diavolo è […] la verità che non viene mai presa dal dubbio. Il diavolo è cupo perché sa dove va”. Il primo arcano della modernità svelato dal romanzo di Umberto Eco è il relativismo scettico: fuori dal relativismo vi è solo “la passione insana per la verità”, chi “sa dove va” è un “diavolo” che si esprime nell’intolleranza e nei roghi e che deve essere a ogni costo combattuto.

b. Sul piano del diritto, come ha mostrato in particolare Michel Villey, dal relativismo occamista deriva il positivismo giuridico. Se non esiste la verità, non esistono neppure le verità: non esiste un ordine naturale che possa essere fonte di un diritto naturale, ma fonti del diritto sono soltanto le espressioni positive di una volontà individuale. Sul piano del diritto privato si rovescia la nozione di jus, che non è più id quod iustum est, la “parte” o porzione giusta assegnata a ciascuno secondo equità, ma è – per Guglielmo di Occam – il “diritto soggettivo”, già in senso moderno, il potere concesso da qualche norma positiva di far valere la propria potestà. Questa autentica rivoluzione giuridica nasce proprio dalla disputa sulla povertà dei francescani, i quali affermano di non avere la proprietà ma solo l’uso di tutti i loro beni, come aveva – dicono – lo stesso Gesù Cristo. Ma – afferma Papa Giovanni XXII – la separazione fra proprietà e uso è una finzione, almeno per i beni che i francescani godono in perpetuo e per i beni consumabili come il cibo e le vesti: non si può avere l’uso del pezzo di formaggio che si mangia senza averne anche la proprietà. Se per jus si intende “la parte dei beni che ci viene attribuita secondo giustizia”, il Pontefice ha ragione, e lo stesso san Francesco aveva un diritto di proprietà sul pane che mangiava; per contraddire questa tesi “bisogna cambiare la nozione di jus, darle un significato più ristretto e in qualche modo peggiorativo; bisogna ridurre il diritto a strumento di coercizione materiale, al potere di difendersi davanti al giudice”. È a questo potere di difendere i beni che i francescani – e già Cristo e gli Apostoli – hanno – secondo Occam – rinunciato; ma il diritto di proprietà consiste appunto in questo. Questioni pedanti e superate? Tutt’altro: il mutamento della nozione del diritto di proprietà, e del diritto in genere, comporta “una vera e propria rivoluzione copernicana nella storia della scienza del diritto”.

c. Gli effetti del positivismo giuridico sono particolarmente gravi sul piano del diritto pubblico, dove nasce lo Stato moderno, sovrano assoluto nel senso di solutus ab, “sciolto da” qualunque controllo o vincolo superiore alla sua volontà. Se non esistono verità e valori, non vi è nessun criterio o istanza superiore in base a cui giudicare lo Stato e le sue leggi. E lo Stato certamente non può essere giudicato dalla Chiesa: ne Il nome della rosa Guglielmo da Baskerville e i suoi amici vogliono una “Chiesa povera”, ma non nel senso – come pretende ingenuamente il film – di una Chiesa che rinuncia alle sue ricchezze e le distribuisce ai poveri. Non è questo tipo di riforma ecclesiastica che interessa Guglielmo da Baskerville: “Povera – precisa – non significa tanto possedere o no un palazzo, ma tenere o abbandonare il diritto di legiferare sulle cose terrene”. La “Chiesa povera” dei “teologi imperiali” è una Chiesa confinata in sacrestia, che rinuncia a giudicare la politica e le leggi: “Il dominio temporale e la giurisdizione secolare nulla hanno a che vedere con la chiesa e con la legge di Cristo Gesù”. Poiché poi nel secolo XX gli imperatori, anche se laicisti e miscredenti, non sono più di moda, Guglielmo da Baskerville si premura di dichiarare che – una volta garantita la laicità dello Stato – lui e il suo amico Marsilio da Padova preferirebbero alla monarchia imperiale una “assemblea generale elettiva”, per cui però sfortunatamente “i tempi non sono maturi”. Ma in realtà il problema non consiste tanto nella forma dello Stato quanto nella estensione dei suoi poteri. Lo Stato laico moderno non si emancipa solo da possibili rischi di prevaricazioni clericali; si emancipa da qualunque controllo e limite e pone le premesse del totalitarismo, secondo un processo che è stato colto da autori cattolici ma anche da un maestro del neoliberalismo come Friedrich August von Hayek. Il nome della rosa mette in scena – è il terzo arcano della modernità – il momento sorgivo dello statalismo moderno. Lo statalismo non può che essere contro la Chiesa, perché una Chiesa libera si sentirà libera di criticare l’autorità politica, ed è una sfida che il potere totalitario non può tollerare. Lo afferma – sulla scia di Marsilio da Padova – Guglielmo da Baskerville: “Se il pontefice, i vescovi e i preti non fossero sottomessi al potere mondano e coattivo del principe, l’autorità del principe ne verrebbe inficiata”.

Il nome della rosa: Un romanzo iniziatico

Si sa che Umberto Eco è un grande appassionato di enigmi e di enigmistica, e Il nome della rosa è un romanzo insieme enigmistico ed enigmatico. Enigmistico, perché – come afferma la stessa manchette del volume – contiene una serie di “giochi” da risolvere, fra cui un “giallo di citazioni” non denunciate come tali. Esula dalle mie intenzioni seguire fino in fondo il gioco, anche se alcuni degli enigmi sono interessanti, perché rivelano citazioni occulte di autori fra i più radicalmente anticattolici del nostro secolo come Georges Bataille – a cui si deve la tesi secondo cui il suppliziato sperimenta un’estasi del dolore paragonabile alla mistica – e Roger Peyrefitte, dal cui romanzo Le chiavi di San Pietro è tratta quasi letteralmente la pagina sulle false reliquie. Il romanzo è insieme enigmatico perché alcune tesi possono non emergere a una prima lettura del testo e si rivelano progressivamente: si può quindi parlare anche di romanzo iniziatico.

Quando il retto uso della ragione va perduto, l’errore può manifestarsi come razionalismo o come irrazionalismo. Il proprium della modernità consiste nel fatto che razionalismo e irrazionalismo si manifestano insieme, come due facce della stessa medaglia. Alla “corrente fredda” razionalista e positivista della modernità si accompagna una “corrente calda” che fa della Rivoluzione una religione atea, che si esprime in simboli e miti; così la massoneria, vestale della modernità, coniuga il più estremo razionalismo e il più improbabile irrazionalismo esoterico, il comunismo è insieme materialismo e religione secolarizzata come adorazione filosofica del divenire, e così via. La distinzione fra le due correnti, calda e fredda, è di Ernst Bloch e le citazioni implicite di Bloch ne Il nome della rosa abbondano; sua è la tesi del “filo rosso” che legherebbe le speculazioni di Gioacchino da Fiore, le eresie medioevali, il dipanarsi della modernità e il marxismo. La “corrente calda” della modernità coincide, sostanzialmente, con quella che il cardinale de Lubac ha chiamato “la posterità intellettuale di Gioachino da Fiore”: una posterità che, in diversi modi, secolarizza l’aspirazione mistica del monaco calabrese verso una prossima aurea “età dello Spirito Santo” trasformandola in mito rivoluzionario.

Per intendere il senso occulto de Il nome della rosa può essere utile distinguere fra una posterità speculativa di Gioacchino da Fiore – nel romanzo rappresentata da Ubertino da Casale -, che legge l’età dello Spirito Santo come meta di una storia in progresso animata da Dio, ma vorrebbe mantenere una apertura alla trascendenza e conservarsi ancora cattolica, e una posterità rivoluzionaria, che trascrive il sogno gioachimita dall’eternità escatologica al futuro politico. Nel romanzo di Umberto Eco il gioachimismo speculativo, che vuole ancora salvare la trascendenza, si rivela perdente di fronte al gioachimismo rivoluzionario. È vero: Guglielmo da Baskerville disapprova il gioachimismo utopistico delle bande dolciniane che vogliono imporre il comunismo con il ferro e con il fuoco. Ma il suo giudizio lucido e spietato sulle eresie utopistiche è desunto, quasi letteralmente, da Ernst Bloch. Per raggiungere il suo scopo il gioachimismo rivoluzionario dovrà passare “dall’utopia alla scienza”; ci penserà – e qui Guglielmo mette in scena le profezie di un altro suo maestro, Ruggero Bacone – una “nuova scienza della natura”, una “grande impresa dei dotti per coordinare, attraverso una diversa conoscenza dei processi naturali, i bisogni elementari che costituivano anche il coacervo disordinato, ma a suo modo vero e giusto, delle attese dei semplici. Non manca neppure, in questa verità ultima del romanzo – e della modernità -, l’estremo arcano della gnosi – antica e moderna -, cioè la riduzione di Dio a un’unità originaria indistinta che, in ultimo, coincide con il nulla. Sul finire della storia Adso chiede a Guglielmo: “Che differenza c’è allora tra Dio e il caos primigenio?”. Sostenere che non esiste la verità, e quindi che da Dio non scaturisce un mondo ordinato ma un fascio infinito di possibili, “non equivale a dimostrare che Dio non esiste?”. Guglielmo non lo nega, ma si limita a rispondere ambiguamente: “Come potrebbe un sapiente continuare a comunicare il suo sapere se rispondesse di sì alla tua domanda?”. Qualche pagina dopo Adso conclude “Gott ist ein lautes Nichts”, “Dio è un grande nulla”, con una proposizione che trae dalla mistica renana ma che interpreta inequivocabilmente in senso gnostico, perché afferma di non credere più in un Dio personale ma solo in una “divinità silenziosa e disabitata” come abisso in cui “andrà perduta ogni eguaglianza e ogni disuguaglianza”.

Che cosa può imparare il mondo cattolico dalla grande operazione propagandistica realizzata attraverso Il nome della rosa? Certamente una conferma, se mai ce ne fosse bisogno, del fatto che qualcuno ritiene assolutamente necessario sottoporre le folle a periodici bagni di menzogne sulla civiltà cristiana medioevale, insistendo sempre sugli stessi temi – i monaci, l’Inquisizione -, tanto più oggi a fronte del grave rischio che la nuova medievistica scientifica giunga, sia pure lentamente, a conoscenza del pubblico dei non specialisti e smantelli mitologie a cui certe forze sono straordinariamente attaccate. Il film, “mini-museo antireligioso posto dall’altra parte di una cortina di ferro sempre presente”, costituisce una facile iniziazione offerta a tutti affinché varchino la soglia ed entrino nel mondo del romanzo, dove si svelano gli arcani della modernità nella loro verità ultima, nichilista e gnostica. Lo scopo di Umberto Eco consiste certamente nel temprare “lo scettro a’ regnatori”, esaltando lo Stato laico moderno e la sua ideologia; ma talora – involontariamente, e sta qui l’occasione positiva offerta al mondo cattolico – anche “gli allòr ne sfronda” e “svela di che lacrime grondi e di che sangue” il potere svincolato dalla religione e dalla morale e sostenuto da filosofie relativiste o da miti gnostici. Se ne potrà ricavare che la verità, e una politica che si lasci giudicare dalla verità, fa libero l’uomo, mentre la negazione dell’esistenza di una verità che si imponga anche ai principi lo rende schiavo dei potenti di turno.

 

Fonte:  Contro il nome della rosa, di Massimo Introvigne, sociologo

Addio a Umberto Eco, ideologo enciclopedico

Umberto Eco si è spento a 84 anni il 20 febbraio scorso, lasciando, a detta soprattutto della sinistra intellettuale radical chic, impegnata in questi giorni in sterili panegirici dello scrittore piemontese, un vuoto incolmabile.
Senza dubbio Umberto Eco è stata una delle personalità di maggior rilievo della cultura italiana dell’ultimo secolo, acuto osservatore e generoso donatore di sapere. Eco era una enciclopedia vivente, un concentrato di nozioni che gli consentiva di indagare intorno a vari argomenti, ma non è mai stato, come  molti pensano, un filosofo. In questo settore infatti mai una volta, a parte la semiologia in cui era specializzato, il borioso accademico ha dato vita ad una innovazione di pensiero. Cosa ha introdotto di significativo dal punto di vista filosofico Umberto Eco? Era un illuminista rimasto a Kant, che non si è mai reso conto che nuovi sviluppi hanno contraddetto alcuni principi. Un alfiere del progressismo di sinistra che ha accettato senza se e senza ma il pensiero unico, l’ideologia dominante. Anche nel suo caso è stata la politica a dividere il pubblico tra estimatori con la bava alla bocca e detrattori con altrettanto bava alla bocca. Da cattolico Eco è diventato miscredente, in un momento storico di grande conformismo per la politica italiana, ma tale passaggio gli ha giovato non poco in termini di consenso e soprattutto di incasso, d’altronde i laici progressisti nell’ultimo cinquantennio hanno goduto di stampa favorevole, sviolinate delle corporazioni degli “intellettuali”. Trattamenti non riservati a scrittori di grande interesse come Giuseppe Berto, Giovanni Papini o Giuseppe Prezzolini, snobbati in quanto conservatori. Cuore a sinistra e portafoglio a destra per Umberto Eco, che diverse volte non ha fatto mistero di disprezzare l’Italia e di voler lasciare il bel paese; Il suo impegno civile è cominciato ed è finito con la contestazione di Berlusconi, dichiarazioni al vetriolo nei confronti di chi si professava di destra, tacciandoli di inferiorità (pensiamo infatti a personalità come Montanelli, Gadda, Pirandello, Celine, Lorenz, Evola, Cioran, Guareschi, Gentile, ecc..) e con la professione di laicismo anticlericale. Davvero troppo poco per essere annoverato tra i geni della cultura italiana e internazionale come lo si fa apparire.

Vita e carriera di Umberto Eco

Laureatosi in Filosofia nel 1954 all’Università di Torino con una tesi sull’estetica di San Tommaso d’Aquino, che viene pubblicata, estesa, nel 1956 con il titolo Il problema estetico in San Tommaso, Umberto Eco inizia il suo interesse per la filosofia e la cultura medievale, campo d’indagine mai abbandonato.
Sempre nel 1954 partecipa ad un concorso alla RAI per l’assunzione di telecronisti; vince ed entra insieme a Furio Colombo e Gianni Vattimo. Insieme innovano l’ambiente culturale della televisione italiana. Dall’esperienza lavorativa in RAI, Eco trae spunto per molti scritti e inizia a interessarsi dell’influenza dei mass media nella cultura di massa; pubblica diversi articoli in gran parte confluiti in Diario minimo (1963), Apocalittici e integrati (1964) e Il costume di casa (1973). Interessante è anche la sua attenzione per le correlazioni tra dittatura e cultura di massa ne Il fascismo eterno. Attraverso un’attenta analisi individua forme di fascismo che si riproducono da sempre “in ogni parte del mondo” a partire ovviamente dal morboso culto della tradizione, dal rifiuto del modernismo, dalla paura delle differenze, dal populismo qualitativo di Tv e Internet. Lasciata la Rai dal 1959 al 1975 è condirettore editoriale alla Bompiani.

Negli stessi anni comincia anche la sua carriera universitaria prima come professore incaricato in diverse università italiane tra cui Torino, Milano, Firenze, e poi a Bologna come ordinario per la cattedra di Semiotica. Numerose e famose le sue trasferte come Visiting Professor alla New York University, alla Columbia, a Yale, Oxford, Harvard, alla University of California-San Diego, all Northwestern University,Cambridge, al Collège de France, alla Università di São Paulo e di Rio de Janeiro, a Buenos Aires, e all’ Ecole Normale Supérieure di Parigi.
Nel 1955 viene fondato il settimanale <<L’espresso>> ed Eco è una delle prime voci del giornale. Collabora ai giornali “Il Giorno”, “La Stampa”, “Il Corriere della Sera”, la “Repubblica”, “Il manifesto” e a innumerevoli riviste internazionali specializzate tra cui “Semiotica” e “Poetics”.

Con il saggio Opera aperta del 1962, Eco pone le basi teoriche al Gruppo63; nel 1968 pubblica il suo primo libro di teoria semiotica La struttura assente cui seguono il Trattato di semiotica generale (1975) e Semiotica e filosofia del linguaggio (1984). Nel 1980 Eco esordisce con il suo primo romanzo Il nome della rosa, il suo grande successo, un best-seller internazionale tradotto in 47 lingue; un libro cinico e nichilista, con errori storici, volto a celebrare il vuoto e a demolire i valori cristiani, guadandosi furbamente dall’affrontare il tema della Grazia divina. Otto anni dopo esce il suo secondo romanzo Il pendolo di Foucault, noiosa satira dell’interpretazione paranoica dei fatti veri o leggendari della storia e delle sindromi del complotto. Del 1994 è L’isola del giorno prima seguita da La misteriosa fiamma della regina Loana del 2004, dal Il cimitero di Praga, un cumulo di bizzarre inverosomiglianze che ha ottenuto una serie di stroncature soprattutto in Germania (2010) e da Numero Zero uscito nel 2015.

Eco ha dedicato anche diverse opere alle teorie della narrazione e della letteratura in libri come Il superuomo di massa del 1976, Lector in fabula del 1979, Sei passeggiate nei boschi narrativi (1994) e i più recenti Sulla letteratura (2002) e Dire quasi la stessa cosa del 2003.

La faziosità di Umberto Eco

Assurto a ruolo di pensatore incontestabile della nostra cultura, peccato di lesa maestà, a Eco non è mai toccata una critica nemmeno quando a suo tempo firmò quell’infamia di “manifesto” contro il commissario Calabresi, fatto di cui molti membri dell’opinione pubblica, nemmeno quando ebbe e definire il Fascismo come entità metafisica e storica, a dispetto del capitalismo. Per Eco se la cultura di destra trovava investitori era perché asservita al Capitale e lo faceva mossa solo dal denaro, se invece ciò toccava alla cultura di sinistra, questa era finanziata dal Capitale per scopi nobili. Umberto Eco è stato un ideologo enciclopedico, un fazioso mascherato da intellettuale illuminista che in Italia è stato criticato solo dal coraggioso Alfonso Berardinelli, il quale ha affermato: «Se fosse per le mie opinioni critiche, i romanzi di Umberto Eco e il libro di filosofia di Severino potrebbero sprofondare nella pattumiera», mentre già nel 1995 lo storico  Noel Malcolm definiva Eco «l’Armani dell’Accademia». 

Gruppo 63: tra avanguardia e sperimentalismo

Per comprendere meglio il senso della nascita del Gruppo 63, occorre ricordare cosa fosse la società letteraria italiana  verso la fine degli anni cinquanta. Come ha giustamente constatato Umberto Eco, tra i massimi esponenti del Gruppo 63,

“si trattava di una società che era vissuta in difesa e in muto sostegno, isolata dal contesto sociale, e per ovvie ragioni. C’era una dittatura, gli scrittori che non si allineavano col regime erano a mala pena tollerati. Si riunivanmo in caffè umbratili, parlavano tra loro e scrivevano per un pubblico da tiratura limitata. Vivevano male, e si aiutavano a vicenda per trovare una traduzione, una collaborazione editoriale mal pagata. Era stato ingiusto, forse, Arbasino, a domandarsi perchè non avessero mai fatto una gita a Chiasso, dove avrebbero potuto trovare tutta la letteratura europea. Magari attraverso spalloni, ma Pavese aveva pur letto Moby Dick, Montale Billy Budd, e Vittorini gli autori che aveva pubblicato in Americana. Ma, se da dentro riuscivano a ricevere tutto, o molto, essi non potevano andare fuori”.

Con gli anni sessanta del Novecento dunque il neorealismo è ormai consunto; e il Gruppo 63 è il nuovo movimento viene a sostituire il precedente. In una realtà totalmente negativa, in quello che sembra essere il caos assoluto, ancora brancolante nelle incertezze e nella disperazione del dopoguerra, la neoavanguardia vede la poesia come «mimesi critica della schizofrenia universale, rispecchiamento e contestazione di uno stato sociale e immaginativo disgregato».

Ancora una volta il concetto fondamentale è trovare un più adeguato rapporto nell’ideologia-linguaggio che darà poi luogo allo sperimentalismo senza limiti sia nella lirica che nella narrativa. Si parte nel in realtà nel 1956 con le prime e non poche esperienze istaurate dal «Verri» la rivista milanese fondata da Luciano Anceschi che aggrega i cosiddetti poeti «novissimi»: Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Antonio Porta e Alfredo Giuliani. La poesia dei novissimi è una poesia capace di agire, di una considerevole efficacia linguistica e confrontandosi con le più vivaci e svariate forme del linguaggio tradizionale non ne dava solo un meccanico rispecchiamento. La nuova poesia si propone come strumento per creare un rapporto attivo con le cose, riducendo la presenza dell’io e affidandosi ad uno schizomorfismo (dissociazione della visione e delle forme) come tappa fondamentale della nuova ricerca.

Stimolati e allo stesso tempo insoddisfatti dei nuovi passi che si stavano muovendo un gruppo di scrittori e critici, tra i quali Umberto Eco, Renato Barilli, Francesco Leonetti, Giancarlo Marmori, Lamberto Pignotti, Alberto Arbasino, Edoardo Sanguineti, Giorgio Manganelli, Luigi Malerba, in occasione di un convegno tenutosi a Palermo nel 1963, creano il «Gruppo 63» affermando il carattere provocatorio della nuova letteratura, la protesta contro il realismo e contro l’assetto della realtà, il carattere dell’opera moderna come «opera aperta», la disgregazione dei linguaggi e l’uso del plurilinguismo. Edoardo Sanguineti diventa l’organizzatore teorico della neoavanguardia, in   In libri come Erotopaegnia (1960), Triperuno (1964), Catamerone (1974), Sanguineti libera i suoi blocchi esemplari di scomposizioni che disgregati fluiscono e producono relazioni solo in modo psichico-onirico. Sanguineti infatti si esercita a scomporre e ricreare «finimondi liquido-sintattici» nella poesia come nel romanzo e nel teatro; è necessario disarticolare ogni struttura della lingua per esprimere una realtà più complessa sempre in relazione con l’onirico e il ludico.

Impegnati nella medesima ricerca e accomunati dalla stessa concezione del linguaggio gli altri componenti del «Gruppo 63» sono Balestrini che salta lasciando spazi bianchi parole e crea collages; Porta che fa l’inventario di contenuti assurdi e sadico-infernali senza speranza di liberazione; Giuliani che con lo schizofrenismo del reale rimanda tutto ad un altro luogo da cui tutto nasce. Lo stravolgimento dei modi di comunicazione è continuamente inseguito e rappresentato ogni bizzarria è significazione di una comunicazione che non può avvenire o che forse può avvenire solo non comunicando come al solito.

Il Gruppo 63 non ha polemizzato contro l’establishment; si è trattato in realtà di una rivolta dall’interno dell’establishment, un fenomeno  nuovo rispetto alle avanguardie storiche. Ha senza dubbio infastidito la cosiddetta cultura impegnata fondata sull’unione tra poetica del realismo socialista e marx-crocianesimo, ma non si deve confondere un movimento d’avanguardia con una letteratura sperimentale. Renato Poggioli nella sua Teoria dell’arte d’avanguardia ha fissato le caratteristiche di questi movimenti: attivismo, antagonismo, nichilismo, culto della giovinezza, ludicità, prevalenza della poetica sull’opera, autopropaganda, rivoluzionarismo e terrorismo in senso culturale, ed infine agonismo.
Lo sperimentalismo invece è amore per la singola opera, tendente ad una provocazione al suo interno. Nel Gruppo 63 sono convissute le due anime, ed è ovvio, come afferma ancora Eco, che l’anima avanguardistica abbia prevalso nel creare la sua immagine massmediatica.

Tra le scelte di chi voleva difendere la specificità dell’esperienza letteraria e il libero valore di conoscenza, di chi voleva invece politicizzare l’arte e la letteratura, di chi era preso dall’ossessione dell’attualizzazione e chi invece negava addirittura la letteratura non ci fu scampo e l’ultima occasione di lavoro del <<Gruppo63>> fu la rivista mensile <<Quindici>> durata appena due anni.

Il Gruppo 63 si è consegnato alla storia? è stata davvero un’esperienza utile? Cosa rimane di quel vortice di idee? Del Gruppo 63, rimangono soprattutto l’esempio della abilità a sollevare polemiche faziose e spesso gratuite, come quella scatenata contro Carlo Cassola e Giorgio Bassani,  e ad agguantare buona parte del potere culturale italiano, nonché un certo snobismo.

New Italian Epic: la narrativa metastorica

Logo  di Wu Ming

New Italian Epic- la Nuova Epica Italianache si configura come una sorta di nuova  narrativa  metastorica allegorica, viene pubblicato da Wu Ming (precisamente da Wu Ming 1. dato che così amano firmarsi gli autori) nel 2008 ed è accompagnato da un saggio  sul raccontare  di Wu Ming 2. In questo testo, che è un memorandum sulla letteratura (uno studio condotto sui diversi fenomeni letterari del periodo molto presenti in Italia e non solo, come i Giovani Cannibali con Isabella Santacroce o il movimento  cyberpunk e fluxus), viene analizzato un determinato periodo storico, diviso in tre lustri: quello che va dal crollo della Prima Repubblica, si ferma agli anni del G8 a Genova (e Wu Ming si è interrogato molto sulle responsabilità avute a riguardo, dato che alcune letture pare abbiano influenzato, non poco, il pensiero di alcuni anarchici insurrezionalisti attivi nei centri sociali, ma non solo il loro), fino poi ad arrivare agli anni del bagno di sangue della Sinistra e della crisi del berlusconismo.

Da quest’analisi è emerso un vuoto vero e proprio della critica letteraria, un’assenza di critici, un buco da riempire  (e qui si serve dell’idea dello sfondamento), come se i romanzi si somigliassero tutti (nei temi, nel linguaggio e nello stile) e come se il lettore fosse diventato un succube, schiavo, come l’autore, delle logiche trainanti del mercato e delle case editrici.  Per questo motivo, in New Italian Epic, ci viene proposta l’immagine del lettore  esigente, intendendo, con questo termine, un lettore informato ed in grado di cogliere certi messaggi e meccanismi (quasi d’ elite) ; ma, allo stesso tempo, anche vicino al linguaggio e allo stile popolare, tutto ciò attraverso il difficile  compromesso tra narrazione e pubblico, tra produttore e fruitore del prodotto estetico.

In riferimento ad una postilla al Il  Nome della Rosa, di Umberto Eco (sul loro sito, gli autori, tra l’altro, ci tengono a spiegare  come siano onorati dall’associazione fatta continuamente con questo autore ma ricordano, tra le loro fonti ispiratrici American Tabloid di James Ellroy e, per giunta, smentiscono ogni voce per ciò che riguarda l’eventuale partecipazione di Eco al loro collettivo e alle loro opere), testo che in Italia viene fatto coincidere con l’inizio della Post-Modernità (anni ’50) insieme a Se una notte di inverno un viaggiatore di Calvino; viene problematizzata la difficoltà dell’autore post-moderno di distaccarsi da alcune convinzioni tradizionaliste e storiche e, allo stesso tempo, quella di riscattarsi  aderendo a nuovi codici e dogmi che non sono altro che quelli della modernità. Quindi, in questo senso, per W.M., la citazione è qualcosa che va oltre e non si limita alla mera emulazione e parodia. Ecco che l’autore (l’uomo) si perde in quel conflitto che c’è tra realtà e fiction, perdendo di vista quella che è la sua realtà e che porta poi alla dissimulazione e all’evasione.

Questa scossa che deriva, nella coscienza di ognuno,  ci consente di ricorrere al mito (che non è tra quelli sfatati da Luther Blissett sulla ragione,  la storia,  il sé), visto come una possibilità, come collante sociale e soprattutto necessario all’essere umano per vivere. Mito che ora non è più meta-racconto (come quello illuminista o marxista) ma micro-racconto suddiviso e frammentato, come lo è l’animo dell’uomo post-moderno. Una narrazione, quindi, che non sia più destinata al fallimento come la nevrosi scaturita dallo scontro di reale e razionale, ma anamnesi, altra cosa.

Umberto Eco

In realtà, W.M., è considerato come un eroe anti-postmoderno che si schiera contro la logica del disimpegno, in quanto vuole allontanarsi da un certo manierismo, tipico degli ultimi anni novanta, che aveva ormai caratterizzato post-moderno e post-modernismo e liberarsi dal concetto di ”avanguardia”. Quindi, è come se denunciasse la mancanza di originalità ed il fatto che una certa letteratura non avesse, alla fine, uno scopo.

W.M., inoltre, si differenzia da Eco  poiché  vuole lasciare un messaggio che sia messa in discussione dell’io e della realtà che lo circonda prima, e strumento poi; per una letteratura destinata ai vinti, a chi non ha voce, agli eroi di oggi; che si servono dei miti e della storia per non asservirsi al potere alienandosi (iconoclasti di ieri e di oggi) in un circolo vizioso malato che non porterebbe a nulla, ma per immaginare il futuro.

Forse, con ”etica interna”, intende proprio questo: Il nuovo impegno morale dello scrittore.

 

 

Premio Strega: una storia lunga quasi 70 anni

Probabilmente, accanto alla bandiera Italiana, non sarebbe un errore affiancare il logo del liquore Strega, come simbolo della liberazione dalla dittatura fascista. Per comprendere il senso di quest’affermazione, dobbiamo soffermarci sull’uscio del Salone letterario di casa Bellonci nel 1944, dove troviamo anche Alberti Guido, proprietario della casa produttrice del citato liquore e contribuente portante all’idea della madre del premio, Maria Bellonci.

Fu lei a dichiarare “Cominciarono, nell’inverno e nella primavera 1944, a radunarsi amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tema doloroso nel presente e incerto nel futuro. Poi, dopo il 4 giugno, finito l’incubo, gli amici continuarono a venire: è proprio un tentativo di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla dispersione” , a proposito dello spirito del Premio Strega.

Un premio letterario che unisce gli uomini davanti all’incertezza del futuro, dunque.
E’ in questa forza quasi fiabesca che va ricercato il motivo della fama globale che tale Premio vanta, nonché nella presenza di alcuni capolavori mondiali tra quanti lo hanno conquistato, ad esempio  “Il nome della rosa” di Umberto Eco e  “Il gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Per tenere vivo lo spirito dei primordi dell’evento, la giuria, composta da quattrocento uomini e donne di cultura, ha conservato sempre il nome di “Amici della Domenica“, dal giorno in cui i membri del salone si riunivano inizialmente.
Tra i premi recentemente assegnati da tale giuria, vanno menzionati i celeberrimi “Caos Calmo” di Sandro Veronesi e “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano.

Nonostante le numerose preoccupazioni, futili e non, che la società di oggi ci presenta, sembra che lo scopo del Premio Strega di unire gli individui attraverso la lettura sia, a giudicare dalla fama di simili opere, raggiunto.
Ed a maggior ragione, il potenziale lettore dentro ognuno di noi è chiamato a sostenere questo magnifico risultato.