La poesia italiana del Novecento tra parola cifrata e colloquio solidale

Montale, Ungaretti, Luzi

Il critico piemontese Giacomo Debenedetti ha riflettuto a lungo sull’origine e sull’originalità dell’ermetismo italiano, sorto in un contesto europeo, occidentale; Mallarmé ne è il dato originario, fondante, insuperato che è utilissimo per comprendere al meglio i testi italiani. Debenedetti dunque uno o pochissimi brani di ogni scrittore e li sottopone ad una lettura che si basa sulla molteplicità dei riferimenti.

Le cause dell’oscurità di Mallarmé sono ricondotte ad una contraddizione ontologica: la poesia è il solo strumento per raggiungere l’Assoluto, che però coincide con il nulla e dunque, in questo senso, la poesia si rivela fallimentare ed è per questo che il poeta parla di naufragio. L’uomo a cui solo tocca, attraverso il linguaggio, l’arduo compito della poesia, è poi abolito da questa stessa poesia che nulla ha più di <<riconoscibilmente umano>>, contraddizione in cui è osservabile <<il tipico paradosso di tutte le imprese mistiche>>. Non a caso si parla proprio di un naufragio nel testo di Mallarmé, A la nue accablante tu, Al nudo travolgente, dove l’immagine del naufragio è costruita da elementi reali ma l’intonazione sacrale ci avverte che la poesia allude a qualcosa che compromette il senso stesso della vita per il poeta e per tutti: si tocca un tragico destino. La poesia fallisce l’impresa di impadronirsi dell’Assoluto, ma l’oscurità con cui ci è trasmessa evoca al tempo stesso il bisogno dell’Assoluto: il tormentato destino del poeta teso ad afferrare la matrice ultima è lo stesso del critico, combattuto tra volontà della ragione e la resistenza dell’evento originario, è l’arcaico destino dell’uomo.

Debenedetti prende in esame come primo poeta Eugenio Montale, cogliendo nelle Occasioni una “crisi della presenza”; la poesia di Montale diventa ermetica quando non constata più gli aspetti comuni del mondo, quando attribuisce all’apparire “una significanza emblematica dei suoi momenti individuali. Soprattutto nell’Elegia di Pico Farnese sono riscontrabili i caratteri tipici dell’ermetismo mallarméano: la chiarezza delle singole notazioni insieme all’oscurità del significato generale, un sovvertimento dei valori razionali e grammaticali del linguaggio. Dunque è lecito razionalizzare il testo montaliano e in genere tutta l’arte moderna? Se si volesse seguire la posizione di Vico “Verum ipsum factum”, la risposta è affermativa, d’altronde l’opera d’arte è creazione dell’uomo e perciò non può non essergli comprensibile.

La molteplicità dei significati in Montale implica una non garanzia e molteplicità del senso; questo progredire dell’ermetismo deriva dalla scomparsa della figura del padre nella società borghese: il poeta si sente orfano e taglia tutti i rapporti visibili e riconoscibili tra il suo Io e la sua persona storica concreta. L’Io del poeta diviene alla maniera di Rimbaud un‘opera fabuleux, una scena in cui si susseguono eventi e spettacoli senza che nessuno ne abbia stabilito il programma.

Anche la poesia di Ungaretti certifica l’estraniamento del poeta come personaggio, teorizzando la scomparsa dell’io empirico e biografico del poeta e anche del lettore. Nella poesia metafisica Lago Luna Alba Notte della raccolta Sentimento del tempo, emerge una straordinaria forza di apparizione dell’oggetto senza rapporti con un prima o un poi, rimuovendo tutti i legami logici, gli eventi annunciano un senso senza spiegarlo e si giunge all’istanza sentimentale e drammatica di una poesia dell’esperienza umana. Nel finale degli appunti ungarettiani l’analisi del linguaggio di Lago Luna Alba Notte porta ad identificare un altro debito rimbaudiano del poeta, quello con la formula “Je est un autre”, collegandosi alle riflessioni di Montale.

La stessa frantumazione dell’Io che emerge nel periodo ermetico di Ungaretti è attestata anche in Mario Luzi; nell’Imminenza dei quarant’anni è assente infatti una linea biografica. Vi sono solo attimi slegati, momenti che non hanno un perché, viene simulato il racconto di una storia  che denuncia il “rifiuto di raccontare”. In questa situazione di smarrimento, di incertezza esistenziale, il poeta di aggrappa alla religione cristiana, per trovare un senso nel mondo.

 

Bibliografia: A. Borghesi, La lotta con l’angelo.

Alda Merini e la poesia come un’arma tagliente

Ma i poeti, nel loro silenzio, fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle”. Così scrive  Alda Merini (1931-2009), poetessa, scrittrice e aforista italiana, nei “Poeti lavorano di notte”, una tra le bellissime, profondissime poesie contenute nella raccolta “Destinati a morire”.

In pochi versi, la scrittrice sembra creare un vero e proprio manifesto poetico universale, esprimendo il ruolo del poeta e della sua arte. Silenziosamente, la poesia si fa arma rumorosamente tagliente; l’inchiostro, di volta in volta, strumento poliedrico e mutevole, attraverso la mano infervorata del poeta, diviene l’alter ego del poeta stesso, la voce del singolo, quella del popolo, la voce dell’emarginato, del vinto, del vincitore; la voce dell’anima, dell’inesprimibile, la voce del” buio” e quella della” luce”, della vita e della morte. Straordinariamente, diventa voce tra le voci, il grido “unanime”, un grumo di sogni, come direbbe Ungaretti, capace di squarciare il velo che cela la coscienza più profonda e tirar fuori, riportare a galla, come scoperchiando il vaso di Pandora, il bene e il male, il tutto e il niente, insiti nell’ esistenza e nella coscienza umana.

Alda Merini, data la sua esperienza di vita, trasforma la “croce” del proprio percorso psicoanalitico, dell’internamento in manicomio, in “delizia”, con la sua arte poetica, attraverso un animo resosi ancor più sensibile e geniale.

Uno stile limpido, preciso, quello della Merini, con il quale riflettere  sul mondo, esteriore ed interiore. Uno stile fatto di accostamenti di immagini, spesso oniriche e visionarie, frutto di un talento precoce e irruento, che dimora in una mente inquieta e dolente.

Ieri ho sofferto il dolore,                                                                                                                          

   non sapevo che avesse una faccia sanguigna,                                                                                                                                               

   le labbra di metallo dure,                                                                                                                                                                   

  una mancanza netta d’ orizzonti.”

(da: “La Terra Santa”)

La Merini affida alla sua poesia i propri tormenti, consacrandosi all’eternità  intatta, reale, veritiera, senza artifici né retorica. Attraverso questi versi vibra la voce del suo animo, un animo che in essi trova la propria cura, il proprio “canale d’ espressione”, nonostante la “mancanza netta d’ orizzonti” che la realtà, a causa del “male”, prospetta.  Una donna ,prima ancora che una poetessa, che affida ai suoi versi tutto il dolore, l’amore e la follia vissuti. Una donna, una scrittrice, che sia nel mondo letterario che in quello privato non teme di esporsi:

Più bella della poesia è stata la mia vita e la mia vita è stata un inferno dei sensi”, racconta.

Un binomio, arte-follia, che porta al sublime. Un sublime, che riesce a cogliere soltanto chi sa che oltre la logica della mente, esiste la logica del cuore, la logica dell’animo, dove la genialità, senza censure sociali e morali è libera di esprimersi, dove la realtà si fonde con la follia, con il delirio, perché in fondo la normalità è soltanto  ciò che decidiamo che sia. La Merini asserisce :

Sono nata il ventuno a primavera, ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle, potesse scatenar tempesta

D’altronde, scrive lo stesso Freud:

“ E’ tipica della nevrosi e di ogni talento superiore un’eccezionale attività fantastica”.

Nelle liriche della poetessa dei Navigli troviamo un’esistenza ossimorica, dove il “tutto”, il significato più profondo dell’esistenza, non possiamo che coglierlo per antitesi, in quanto la Merini ci insegna che il “tutto stesso è niente”. Non facciamo in tempo ad immergerci nella gioia che scopriamo il tormento; leggiamo la lucidità razionale e limpida di una donna vissuta e forte, e viaggiamo,  allo stesso tempo,  sulle ali della sua fragile e disincantata fantasia, sollevati dall’ebbrezza del delirio. Restiamo profondamente attaccati alla vita anche quando desideriamo la morte. Ci inebriamo di un’erotica sensualità affabulatrice e maliziosa e proviamo al contempo  un casto e religioso pudore .

Tutto questo ritroviamo nei suoi versi, tutto questo nella sua esistenza, tutto ciò riscopriamo nella nostra, se,” tolte le bende”,  abbiamo il coraggio di affrontare la luce e l’oscurità con la stessa goliardica curiosità.

E’ la vita che ci dà un senso, sempre se noi la lasciamo parlare

E l’inchiostro, plasmato dai suoi versi, diventa così la voce della vita stessa.  E la Merini , poetessa della vita, è capace di ascoltarla, fino in fondo, perché è capace di accettarla, nel bene e nel male :

“ Io il male l’ho accettato ed è diventato un vestito incandescente. E’ diventato poesia. E’ diventato fuoco d’amore per gli altri”

La poesia, nelle mani della  Merini,  diviene strumento mediante il quale esprimere l’inesprimibile. Uno scudo, una difesa, un’arma, l’unica possibile in quelle circostanze, come i dolorosi e disumani internamenti, con il quale difendere la propria dignità, conservare la propria umanità, non dimenticare la propria sensibilità, ma anzi farla risplendere, se è possibile, ancora di più. La poesia, medicina migliore per la sua anima, l’ancoraggio nel mare in tempesta, l’equilibrio nel disequilibrio, la redenzione, la salvezza.  Una poesia con la quale capiamo quanto sia difficile e dolorosa l’esistenza, ma anche quanto  l dolore contribuisca a renderla degna di essere vissuta, formandoci e rendendoci, talvolta, migliori. È soltanto attraverso le tenebre che scorgiamo la luce, è attraverso la morte che ci accorgiamo della vita, è mediante il dolore che apprezziamo la gioia.

“Il dolore è necessario..”

La Merini ce lo insegna, con i suoi versi, che divengono un tripudio di sensi, un’esaltazione orgiastica dell’ esistenza, ma anche con la sua esperienza, raccontandoci di una donna che nonostante i svariati tormenti non ha perso la voglia di cogliere la vita e di trasformarsi insieme a lei.

Sono una piccola ape furibonda..”

Mente e cuore, saggezza e folle ebbrezza, senso ed intelletto, consapevolezza ed incoscienza, fanno di Alda l’emblema universale dell’ “umanità”, commediografa del “teatro della vita”, autrice e spettatrice del “carnevale dell’esistenza”, rendendola unica ed indimenticabile.

 

Eugenio Montale: poeta metafisico dell’essenziale

Il poeta della negatività, della corrosione critica dell’esistenza, ma anche uno scettico o addirittura uno snob o un borghese onesto al di sopra della mischia, restio ad essere catalogato come chierico rosso o nero. Al più, la tragica testimonianza di una coscienza intellettuale che ha rimosso i conflitti politici del nostro tempo, sostituendoli con una condizione <<eterna>> di solitudine e di incomunicabilità.” Così è stato definito Eugenio Montale, uno tra i più grandi scrittori italiani, nato a Genova il 12 Ottobre 1896 da un’agiata famiglia borghese. Egli rifiuta di attribuire un valore assoluto e istituzionale alla scelta della poesia ed aspira a scrivere “sempre da povero diavolo e non da uomo di lettere professionale”: l’attività poetica non rappresenta per lui un mezzo mediante il quale spillare il senso profondo, intimo, segreto della vita, ma uno strumento di contatto con la realtà del presente, con lo scenario storico-sociale-naturale circostante. L’arte è per lui una forma di vita “alternativa”, che parte da un rifiuto della vita reale e da una non partecipazione al flusso distruttivo della natura e della storia. Queste le parole del Montale sulla figura del “poeta laureato”: “Io non attribuisco nessun particolare privilegio alla posizione dell’artista nella società, nessun merito specifico. L’idea classicistica del poeta che vive in mezzo agli uomini con l’alloro in testa , mi sembra un relitto di cui bisogna assolutamente liberarsi”.

La vita dello scrittore consta di motivi biografici meno significativi di quanto invece accade per poeti quali Saba o Ungaretti. Tuttavia, vive un’adolescenza difficile dove inizia ad emergere un senso di distacco dalla consueta vita borghese, un distacco che caratterizzerà profondamente la sua opera, mostrandoci, al di là della borghesia operosa e in ascesa, al di là della secolare fatica dell’uomo e della sua famiglia che ne è diretta rappresentazione nella mentalità e nei costumi ( il padre infatti dirige un’importante azienda di prodotti chimici), quella che è una natura opprimente, una realtà che in tutte le sue sfumature cela la pena di un male di vivere consustanziale nelle cose.

Da sempre appassionato di arte, studia dapprima musica per poi dedicarsi alla letteratura. Come molti scrittori del tempo, anche lui viene arruolato. La prima pubblicazione poetica risale al 1922 denominata “Accordi”, mentre il suo libro “Ossi di seppia” è del 1925. Nell’ambito politico chiara è la sua avversione al movimento fascista, quando nello stesso anno appone la sua firma al manifesto antifascista di Croce, un’opposizione che gli costerà l’espulsione dalla direzione del gabinetto di Vieusseux, seppur non condividendo i limiti troppo nazionali e tradizionali del crocianesimo, ma cercando un confronto con il mondo molto più problematico. Nell’immediato post guerra, fonda insieme a Bonsanti e Loria il quindicinale “Il Mondo”, ma dinanzi alla situazione conflittuale del dopoguerra, cadono le speranze di un orizzonte europeo laico ed illuminista. Montale ritiene infatti che la guerra più grande a cui è chiamato l’uomo sia quella contro l’ arroganza e la presunzione della stessa umanità, restia ad accettare di essere soltanto una minima parte dell’universale ingranaggio cosmico.

Nel 1939 pubblica “Le occasioni”. Viene a contatto con i più grandi intellettuali dell’epoca, primi fra tutti Svevo ed Ezra Pound. Lavora come giornalista al “Corriere della Sera” per poi pubblicare nel 1956 La bufera ed altro” e nel 1971 “Satura”. Nel 1980 nasce l’edizione critica di tutta la sua intera attività culturale, col titolo di “Opera in versi”. D’obbligo, nel 1975 è l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura ad uno scrittore considerato modello di cultura laica e liberale, di discrezione e di civiltà. Un uomo, Montale, poco propenso alle sbavature sentimentali, ai miti dell’ottimismo, che spesso schivo e reticente verso la propria stessa esistenza, può sembrarci alteramente rinchiuso nella “cittadella” del proprio io; ma in realtà è proprio il distacco, l’apparente non coinvolgimento, la sua “solitudine” che fanno della sua arte il dono grandissimo di comunicare “l’essenziale”, di scoprire la distanza abissale tra un io, lacerato dalle contraddizioni, e gli altri. Muore a Milano il 12 Settembre 1981.                                                                                                                                                                             Montale ha svolto anche una lunga attività di critico e traduttore che lo porta a contatto con le letterature straniere, specialmente francese e inglese. Dalla poesia francese ed in particolare da Baudelaire riprende la volontà di uscire da un orizzonte linguistico e tematico già dato, di valicare i limiti della realtà, mosso da un imperativo intellettuale e morale, che sembra richiamare le famose parole di Ulisse del canto ventiseiesimo dell’Inferno dantesco : “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. La sua poesia è   plasmata per conoscere, interrogando, il presente; per immergersi laicamente e razionalmente anche negli aspetti più inquietanti della realtà e della coscienza umana  prendendo atto della profonda solitudine dell’uomo e riconoscendo dinanzi a ciò i limiti e la marginalità della stessa poesia; una “scoperta”, questa, che lo porta a tenere il discorso, per l’assegnazione del premio Nobel, dal titolo: “E’ ancora possibile la poesia?”                                                                             

A questa domanda Montale non ci lascia una vera e propria risposta, ma esprime una condizione della poesia “martoriata” dalla “quantità estrema di parole che percorrono la terra”. A differenza di Ungaretti che propone un ermetismo conciso e tagliente, Montale va creando una poesia metafisica nata dal contrasto tra ragione e qualcosa che non è ragione; una poesia che si immerge razionalmente negli oggetti che va descrivendo per trarre alla luce ciò che in essi vi è di irrazionale; una poesia che ha uno scopo ma che al contempo è anche consapevole dei limiti di tale scopo. Questo tipo di poesia è stata definita “ poetica dell’oggetto”, richiamandosi al correlativo oggettivo di Eliot.

La poetica montaliana è un tipico esempio di come mediante l’attività letteraria si possano perfettamente conciliare classico e moderno. Innanzitutto la moderna “ricerca antropologica” condotta dal poeta assume connotati classici. Guarda al mondo dei grandi classici non per farne sfoggio di preziose citazioni, ma se ne avvicina in maniera critica, ricercando ciò che in essi serve a comprendere la realtà presente. Si uniscono così linguaggio tradizionale e moderno. Da Leopardi, il poeta ligure riprende l’inquieta interrogazione del nulla, dal Petrarca una ricerca di equilibrio perfetto, da Dante la ricchezza espressiva.

In Ossi di seppia già il titolo ci dà il senso  di questa poetica. L’osso infatti è metafora delle cose ridotte alla loro nuda e scarna esistenza. Questo spogliarsi delle cose rompe i consueti equilibri quotidiani, disintegra le maschere sotto le quali la realtà si cela, ci svela il vuoto in cui consiste il vivere personale e naturale. La voce del poeta, con quell’atteggiamento razionale e critico che lo contraddistingue, si immerge nel paesaggio, spesso quello ligure, descritto sull’onda dei ricordi dell’infanzia, senza però confondersi in esso, dove ogni barlume di speranza, di un attingere ad una vita più autentica e migliore, si risolve in una disillusione.  Non c’è una salvezza certa, non c’è un valore assoluto e definitivo della parola poetica. Tutto il libro è attraversato dal presupposto di una crisi gnoseologica che vieta l’adesione a confortanti certezze.  La poesia montaliana invita a  riflettere, non annuncia blande promesse:

“ …..Non domandarci la formula  che mondi possa aprirti,                                                                                              

  sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.                                                                                                              

   Codesto solo oggi possiamo dirti,                                                                                                                       

   ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.” 

Nelle Occasioni significativo è il discorrere con alcune figure di donne, generalmente donne reali, conosciute per momenti brevissimi, portatrici di un messaggio: il tentativo  di trovare la luce in un mondo buio e negativo. Un tentativo labile, che emerge come squarci di luce improvvisi nell’oscurità, che si risolve come la fiamma che brucia e poi immediatamente si spegne divenendo cenere. Rappresentano un’ultima, drammatica difesa contro la barbarie del mondo, una possibilità comunque insufficiente per “poter mutare le cose del mondo”:

“………La vita che dà barlumi                                                                                                                                                   

  è quella che sola tu scorgi.                                                                                                                                                                 

    A lei ti sporgi da questa                                                                                                                                                                                           

 finestra che non si illumina.”

Nella Bufera ed altro abbiamo un aspetto romanzesco del libro, che fa sì che si ponga un intreccio tra i segni della realtà contemporanea e la vicenda d’amore per una donna salvatrice. Una donna che richiama solo in parte quella stilnovistica, in quanto conserva tracce di un sottile erotismo, non distrugge la sensualità. Il “tu” femminile con il quale il poeta dialoga si identifica innanzitutto con Clizia, figura mitologica che nasconde in realtà la vera identità di Irma Brandeis, studiosa americana, simile alla lontana e inafferrabile Laura petrarchesca; poi passa a colloquiare con Mosca, più concreta e vicina e infine  con Volpe che in realtà è come se rappresentasse il passaggio da un piano “angelico” ad uno più propriamente terrestre, divenendo molto meno inafferrabile delle precedenti. La donna montaliana diviene simbolo che reca in sé tesi e antitesi, positivo e negativo, funzionale e antifunzionale. Comporta attraverso alcuni “segni preziosi” la funzione di opporre alla degradazione e alla violenza del presente, qualcosa di “altro”, ma al contempo essa stessa distrugge questa funzione, e gli stessi segni diventano simboli di distruzione e morte. La donna è inoltre simbolo della poesia, che da un lato tenta di resistere, di offrirsi come ultimo dono civile in un mondo incivile, e dall’altro soccombe:

“..il lampo che candisce                                                                                                                                                             

alberi e muro e li sorprende in quella                                                                                                                                         

  eternità d’istante….”                                                                                                                                                                

Il lampo è dunque metaforicamente simbolo della verità che , attraverso la donna, si svela per un attimo nell’oscura tragedia della guerra e della storia in generale.  Una verità che come abbiamo detto non può essere attinta fino in fondo e ce lo dimostra la chiusa di questa poesia, con la donna che ritorna nell’oscurità del buio:

“…mi salutasti-per entrar nel buio.”

Eugenio Montale ci ha lasciato una profonda testimonianza della sua poetica; la testimonianza di un uomo, che tra classicismo e modernità è stato interprete critico e razionale del suo tempo, comprendendo a fondo le contraddizioni di una società tanto complessa come quella del Novecento e vedendo molto più lontano di tanti programmi ideologici proiettati nel futuro; lasciando aperto uno spiraglio di speranza, sebbene, come si è visto, Montale non fosse incline alla fede come Ungaretti.

 

 

 

L’esperienza bellica in Saba, Montale, Ungaretti

Il ventesimo secolo è ricco di avvenimenti che hanno mutato dalle fondamenta il nostro Paese.
Le guerre, i regimi dittatoriali, hanno scritto la storia più cruenta del Novecento e hanno finito per creare un legame anche con la cultura del tempo, coinvolgendo sotto tutti i punti di vista scrittori come Ungaretti, Montale, Saba. Tre grandi pilastri della letteratura italiana, accomunati dall’esperienza della guerra, dalla cognizione del profondo malessere umano, quella solitudine esistenziale che ognuno di essi esprime attraverso il proprio stile, passando dalle “illuminazioni” ungarettiane, al “male di vivere”, a quella rottura insanabile tra individuo e mondo tipicamente montaliana, alla tenerezza infantile e non per questo meno profonda, che è il “marchio di fabbrica” di Saba.

Tutti e tre gli autori italiani affrontano nei propri versi gli orrori della guerra e ognuno ne mette in luce diversi aspetti, facendo di essa la “propria” guerra, ricercando oltre il dolore e la morte il senso più profondo della vita, attaccandosi attraverso la poesia, ad una speranza, che diviene speranza per l’intera umanità. Questo ci fa comprendere come la poesia e la letteratura in generale, non siano un qualcosa di lontano e obsoleto, ma sono vita che pulsa , passato che torna a vibrare nel presente, presente che scava nella storia e la rilegge, scoprendone ogni volta qualcosa di nuovo; sono le voci, le sensazioni, le emozioni di chi ci ha preceduto e che scopriamo inaspettatamente così vicino a noi; sono ciò che il nostro cuore, la nostra anima cela; è tutto ciò che spesso non siamo capaci di esprimere con le nostre parole. La guerra descritta in questi componimenti non è solo quella fisica, quella combattuta al fronte ma è anche la battaglia che l’individuo affronta quotidianamente con la propria esistenza, è la “molla” che fa scattare l’attaccamento alla vita o al contrario è la prova più evidente di quella profonda insofferenza insita nell’uomo, la dimostrazione di quella scissione insanabile tra individuo e mondo, l’ espressione di quella debolezza, incompiutezza, fragilità umana. Leggiamo in una poesia ungarettiana:
 

“… Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede
La morte
si sconta
vivendo.”

Il titolo del componimento è “ Sono una creatura” e appartiene alla raccolta “ L’ Allegria”. La poetica di Ungaretti è interamente pervasa dal ricordo dell’esperienza del fronte, da quella commemorazione così ermetica e per questo ancor più tagliente dei caduti di guerra, da quei flashback che sembrano squarciare la carta su cui si posano parole concise e prive di punteggiatura , che intrecciano passato e presente, dolore e speranza, vita e morte.

Eugenio Montale

Non poteva la poesia ungarettiana non risentire del bagaglio di sensazioni, ricordi, tomenti, di cui il poeta si fa carico partendo volontario per la prima guerra mondiale, legando la sua vita alla politica del tempo, partecipando con fervore non solo allo scenario culturale, ma anche sociale dei suoi anni. La pietra di cui leggiamo nel componimento è infatti quella del Carso, celebre per le sanguinose battaglie che ospitò durante la guerra, la cui durezza e asprezza viene paragonata al pianto del “soldato” Ungaretti, un pianto che non è più solo suo, ma di tutti coloro che hanno vissuto l’esperienza della guerra; un pianto che si pietrifica nel petto, rendendoli incapaci di esprimere emozioni, dubbiosi sull’essere ancora delle “creature”.  “La morte si sconta vivendo”. Un pensiero profondo, abissale, che ci fa comprendere come il confine tra vita e morte sia labile, come l’una si mescoli inevitabilmente con l’altra, come non c’è vita senza morte né morte senza vita, poiché colui che sopravvive alla morte non può non pensare a chi invece ne soccombe. È un tormento che si “sconta vivendo”, e la vita allora rende schiavi della morte, creando un intreccio esistenziale delicato e complesso. Ne “Il sogno del prigioniero”, poesia di Montale, contenuta nella sezione  “Conclusioni provvisorie” de “La bufera ed altro”, con uno stile completamente diverso da quello ungarettiano, ma comunque complesso, il poeta attraverso l’utilizzo del “correlativo oggettivo” descrive, quasi come se stesse disegnando, una condizione di prigionia e di oppressione che si estende a tutta l’umanità, che vive intrappolata nelle trame e negli orrori della società moderna.

“….e i colpi si ripetono ed i passi
e ancora ignoro se sarò al festino
farcitore o farcito. L’attesa è lunga,
il mio sogno di te non è finito”.

 

Umberto Saba

Anche in questo componimento emerge l’intreccio tra vita e morte, che tocca però un campo ancor più complesso, quell’intima esigenza di moralità, priva di qualunque intenzione moralistica, tipica della poetica di Montale ; una moralità che serpeggia nei suoi versi, ma che è sfuggevole, evanescente, non si svela mai del tutto. “Il prigioniero”, qui metafora dell’umanità ,può divenire vittima o carnefice, in nome di un senso morale dimenticato o al contrario esaltato. Ma lo “ignora”, così come noi lettori per volontà del poeta ignoriamo quale sia la scelta che il prigioniero, dunque l’umanità, dovrà compiere. Il “sogno” citato all’ultimo verso è invece metafora di quella speranza, di quel ruolo salvifico che il poeta conferisce alla poesia, rappresentata simbolicamente dall’immagine di una donna-angelo; una poesia che è l’ultimo spiraglio di positività in un mondo che per Montale è pervaso dal “male di vivere”.
Anche nella poesia di Saba, seppure in quantità minore, si riflette l’influsso della guerra e di tutto ciò che ha rappresentato, come le persecuzioni razziali di cui il poeta è stato vittima. Ma Saba, a differenza di Ungaretti e di Montale , riesce a descrivere anche la guerra con una delicatezza e una semplicità espressiva che non ha eguali. In “Marcia notturna”, contenuta nel  “Canzoniere”, si descrive la marcia dei soldati lungo il mare e nei versi emerge un ritmo lento, pacato, che accompagna un’evanescente dolcezza di ricordi, ricordi d’infanzia, di quando il poeta non conosceva la guerra, ma la inventava, giocandoci:

“….così che intorno io mi ritrovi il bello
lasciato quando qui venni a marciare,
e i sogni dell’infanzia a ritrovare”.

Un’immagine della guerra nuova, una chiave di lettura diversa e singolare, pienamente accordata allo stile del poeta, che forgia il suo dolore, lo trasforma, lo plasma attraverso la poesia che per lui è il suo scudo, la sua corazza, il mondo del conforto e della speranza.
Tre uomini, tre anime profonde e complesse e una poesia che diviene passato, poi presente, infine eterno.

 

Renato Serra, il critico umanista

Poco riconosciuto dalla cultura italiana fortemente influenzata dall‘ estetica crociana, Renato Serra (Cesena, 5 dicembre 1884 – Monte Podgora, 20 luglio 1915) durante la sua breve esistenza (mori’ a soli 31 anni, colpito a morte davanti al Podgora durante la prima guerra mondiale), ha anticipato la figura dell’intellettuale antifascista, che avrebbe preso il largo nei decenni successivi, distaccandosi dalle analisi di Benedetto Croce. Riconosciuto più come critico poetico che letterario, Serra, inizialmente convinto della superiorità dell’essere  un uomo di lettere  rispetto all’esistenza ordinaria, ha preso coscienza dei limiti che quella condizione offriva; consapevolezza maturata proprio con l’avvento della guerra, di fronte alla quale il letterato è solo un uomo illuso.

Nato da una famiglia benestante e di tradizione risorgimentale, Renato Serra si forma presso il Regio Liceo Ginnasio Vincenzo Monti di Cesena dove termina gli studi a  soli sedici anni, senza sostenere l’esame di maturità dati i voti altissimi. Si  iscrive  presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Bologna e segue le lezioni di insegnanti  celebri come  Carducci e Severino Ferrari, di quest’ultimo apprezza molto anche le idee socialiste. Si laurea  nel 1904 con una tesi sullo “Stile dei Trionfi del Petrarca”.

Qualche anno dopo Renato Serra torna a Cesena, dove svolge  il servizio militare di leva, l’anno successivo  si trasferisce a Torino, e collabora  con Luigi Ambrosini alla creazione di un dizionario Italiano-Latino e pubblica molti articoli per la rivista <<La Voce>> entrando in contatto anche con Croce. Diviene anche  direttore della Biblioteca Malatestiana di Cesena. Carducciano e tradizionalista, Serra dovrà fare ben presto i conti due eventi che lo sconvolgeranno, uno di portata mondiale, la prima guerra mondiale (come si è  già accennato), e l’altro, privato, ovvero il matrimonio della donna che amava con un altro uomo. Questi fatti incideranno fortemente anche sul pensiero critico di Serra.

Il critico  riflette ed espone le sue posizioni nella sua opera più importante, “Esame di coscienza di un letterato” del 1915; egli condanna la guerra e gli intellettuali di propaganda, difende il valore salvifico della letteratura e la letteratura stessa come fosse una fanciulla in pericolo e lo fa con tutta la passione che lo ha sempre contraddistinto; è convinto che si vada in guerra per dare un significato alla propria esistenza, non per la patria, e questa profonda motivazione inizialmente ha spinto anche lui ad arruolarsi abbandonando ogni razionalità, ogni ragione intellettuale. Come afferma egli stesso: << […] non ho distrutto quello che era nella mia carne mortale, che è più elementare e irriducibile, la forza che mi stringe il cuore. È la passione.>>

Esame di coscienza di un letterato

Renato Serra parte per il fronte ma dopo aver compiuto il suo esame di coscienza, dopo essersi confessato, dopo aver oscillato tra la voglia essere nella storia e di partecipare agli eventi e il desiderio, proprio degli intellettuali, di isolarsi dal mondo, contrapponendo alle barbarie del mondo la bellezza e la purezza della letteratura. Prevarrà la concezione ungarettiana della guerra come occasione per riscoprire il senso di umanità, la fratellanza tra gli uomini, un modo per rigenerarsi. Non c’è più alcuna superiorità intellettuale, nessun rifugio dalla storia (Serra ne rifiuta la concezione provvidenzialista-razionalista hegeliana), ma solo bisogno di sentirsi fratelli gli uni con gli altri, di condividere passioni (intese come pathos, sofferenza).

La poesia non può e non deve contemplare la bellezza ma  essere un mezzo per  promuovere un ‘esistenza  autentica e vera; con questo invito Serra preannuncia la stagione neorealista, la stagione dell’impegno sociale, strada che deve essere sempre percorsa da chi si dichiara uomo di cultura.  A differenza di Croce che pare non scandalizzarsi di fronte alle tragedie delle vita, non soffrire davanti alle sofferenze che la guerra porta, Serra è “umano”, come Carducci, il quale <<eleva l’arte all’uomo>>, e non è un caso  che il critico accosterà Croce a D’Annunzio.

Un critico da riscoprire e per molti da scoprire, da prendere come modello da tutti gli intellettualoidi odierni che si atteggiano a depositari della verità, sterili, imbrigliati nella retorica, senza aver compreso il valore rivoluzionario delle parole, il cui scopo è scrivere per convincere, estraneo al critico emiliano.

Se oggi fosse in vita, Renato Serra parlerebbe di “educazione al cambiamento”, e di “rivoluzione della coscienza” in un’epoca dove la critica letteraria “sembra” scomparsa.

 

 

Vittorio Sereni, poeta dell’incertezza

“Ci sono momenti della nostra esistenza che non danno pace fino a quando restano informi”. Così motiva la passione per la scrittura  in versi il poeta Vittorio Sereni (Luino, 1913- Milano, 10 febbraio 1983), morto il 10 febbraio 1983 a Milano, all’età di 70 anni.

Trascorre la sua giovinezza a Luino, luogo che ha lasciato la traccia maggiore nella sensibilità del poeta, oltre i luoghi del Lago Maggiore dove Sereni ne trarrà la sua ispirazione più alta. Nonostante ciò, egli considera Brescia la sua seconda patria, città dove sono emersi i suoi primi interessi letterari anche in seguito alla  lettura del grande poeta del Novecento, Giuseppe Ungaretti.

Nel 1933 Sereni si trasferisce nuovamente, questa volta a Milano. È qui che si laurea in lettere ed entra in contatto con numerosi poeti, tra cui Salvatore Quasimodo. In questi anni raggiunge uno dei primi importanti traguardi: il promettente poeta Carlo Betocchi nel 1937 pubblica due sue poesie sulla rivista <<Frontespizio>>.

Nel 1937, il poeta entra, con Dino Del Bo, Ernesto Treccani, Alberto Lattuada, a far parte della redazione di <<Corrente>> dopo aver collaborato alla rivista <<Letteratura>>. Nel 1940 la rivista si trasforma in casa editrice pubblicando nel ’41 la prima edizione di “Frontiera” ed in seguito la ristampa che porta il titolo di “Poesie”.

Riportiamo la poesia “Le mani”, da “Frontiera”:

Queste tue mani a difesa di te:

mi fanno sera sul viso.

Quando lente le schiudi, là davanti

la città è quell’arco di fuoco.

Sul sonno futuro

saranno persiane rigate di sole

e avrò perso per sempre

quel sapore di terra e di vento

quando le riprenderai.

E ancora In me il tuo ricordo:

In me il tuo ricordo è un fruscìo

solo di velocipedi che vanno

quietamente là dove l’altezza

del meriggio discende

al più fiammante vespero

tra cancelli e case

e sospirosi declivi

di finestre riaperte sull’estate.

Solo, di me, distante

dura un lamento di treni,

d’anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,

ti perdi nella sera.

Scoppia in questi anni la seconda guerra mondiale e la notizia del conflitto sorprende Sereni a Modena dove insegna italiano e latino in un liceo. Viene richiamato alle armi con il grado di ufficiale di fanteria e nell’autunno del 1941 è assegnato ad un reparto destinato all’Africa settentrionale. Come egli stesso racconta : “non arriverà mai a destinazione”. Il 24 luglio del 1943 infatti, viene fatto prigioniero a Paceco, vicino Trapani e trascorre due anni di prigionia in Algeria e nell’allora Marocco francese, facendo ritorno a casa soltanto a guerra terminata. Nel 1947 pubblica “Diario in Algeria”; ricordiamo la poesia “Dimitrios”:

Alla tenda s’accosta

il piccolo nemico

Dimitrios e mi sorprende,

d’uccello tenue strido

sul vetro del meriggio.

Non torce la bocca pura

la grazia che chiede pane,

non si vela di pianto

lo sguardo che fame e paura

stempera nel cielo d’infanzia.

È già lontano,

arguto mulinello

che s’annulla nell’afa,

Dimitrios, su lande avare

appena credibile, appena

vivo sussulto

di me, della mia vita

esitante sul mare.

L’esperienza della guerra è stata traumatica per il poeta lombardo in quanto ha demolito il suo  giovanile sogno di speranza e di attese, come dimostra la seguente lirica:

Un improvviso vuoto del cuore

tra i giacigli di Sainte-Barbe.

Sfumano i volti diletti, io resto solo

con un gorgo di voci faticose.

 

E la voce piú chiara non e piú

che un trepestio di pioggia sulle tende,

un’ultima fronda sonora

su queste paludi del sonno

corse a volte da un sogno.

Negli anni seguenti Sereni lascia l’insegnamento per lavorare presso l’ufficio stampa dell’azienda milanese Pirelli, dove rimarrà fino al 1958. Nel 1981 esce dall’editore Einaudi il quaderno di traduzioni “Il musicante di Saint-Merry” e altri versi tradotti dall'”Orphée Noir”, da Pound, Char, Apollinaire, Bandini e Corneille. Il lavoro di traduttore di poesie gli farà ricevere, nel 1982, il Premio Bagutta. Nel medesimo anno Garzanti pubblica “Stella variabile” che gli farà vincere il Premio Viareggio. Il 10 febbraio del 1983 muore improvvisamente in conseguenza di un aneurisma.

La poesia di Vittorio Sereni è stata inizialmente inserita  sia nel modernismo minore (anche per l’influenza di poeti quali Ungaretti e Quasimodo), sia nell’ermetismo fiorentino, mostrando oggetti, situazioni e sentimenti diversamente concreti. Tale visione muta con la prigionia e la guerra: il mondo diventa ai suoi occhi indecifrabile, così come si nota in “Diario in Algeria” (la voce parlante e gli elementi lessicali arcaizzanti servono spesso a distanziare la realtà, mentre il ritmo modulato tra una strofa e l’altra, simboleggia la condizione di prigioniero simile a quella dello stato umano). Ne risulta un lirismo sfocato, esitante ma al tempo stesso che induce alla scelta, al coraggio seppur intriso di angoscia ed incertezza esistenziale. Al senso di inadeguatezza e di smarrimento (che lo accomunano a Montale) sia psicologici che ideologici, Sereni contrappone pochi momenti di gioia, dei veri e propri “scatti” che hanno il volto dell’amore e dell’amicizia, che compensano in parte la  sua delusione  ( soprattutto per il fallimento degli ideali socialisti  e democratici in Italia) e il  suo sentirsi prigioniero della storia. Il poeta incerto non riesce a non sentirsi estraneo nel mondo tanto che affermerà: <<Non lo amo il mio tempo, non lo amo>>.

 Molto impegnativo risulta il libro  scritto nel trentennio successivo ,“Gli Strumenti umani”, dove è reso palese il difficile e tormentato dopoguerra del poeta. È possibile al suo interno individuare ben tre periodi distinti: PRIMO MOMENTO (1945-50), ritorno dalla guerra e voglia di cancellare le brutture del passato; SECONDO MOMENTO (1950-60): si alterna il rimorso per non aver partecipato alla guerra e aver vissuto ai margini della vita e dall’ altro il timore di un nuovo imprigionamento; TERZO MOMENTO (1960-65): impegno civile e chiarezza intellettuale. Quest’ultima, ben visibile anche nel tema dei morti, ossia coloro che possono svelare il senso ultimo dell’esistenza ed incoraggiare il poeta ad andare avanti per riempire quel vuoto che si è formato.

Per desiderio del poeta, sono usciti postumi nell’ottobre ’83 “Gli immediati dintorni- primi e secondi”, “Il saggiatore” e nel 1986 “Tutte le poesie” (Mondadori) a cura della figlia Maria Teresa. Nel novembre dello stesso anno Dante Isella raccoglie con il titolo “Senza l’onore delle armi”, (Scheiwiller, Milano), i testi : “La cattura”, “L’anno quarantatré”, “L’anno quarantacinque”, “Ventisei”, “Le sabbie dell’Algeria”.

Sereni, al quale nel 1956 era stato assegnato il premio internazionale “Libera Stampa” per alcune poesie di cui facevano parte i “Frammenti di una sconfitta”, è stato anche redattore-collaboratore della <<Rassegna d’Italia>> e critico letterario di <<Milano-sera>>.

Numerosi saggi, scritti vari, poesie, sono state pubblicate in <<Paragone>>, <<Nuova Corrente>>, <<Tempo Presente>>, <<Il Menabò>>, e in numerose altre riviste e giornali. La figlia Maria Teresa ne ha avviato la raccolta in volume. 

 

Dino Campana: tra follia e poesia

Nato a Marradi in provincia di Firenze, Dino Campana(Marradi, 20 agosto 1885- Scandicci, 1 marzo 1932), trascorre l’infanzia in modo apparentemente sereno ma, fin da giovane inizia a dare segni di squilibrio mentale, favoriti dalla religiosità bigotta della madre infelice che lo accusa di essere l’anticristo.

Dino Campana

La sua vita è un alternarsi di momenti di lucidità e di furore violento, per questo è a più riprese internato in un manicomio sino al ricovero definitivo del 1918. Destabilizzante e turbolenta  si è rivelata la sua relazione con la poetessa Sibilla Aleramo.

Le crisi nervose si acutizzano, come pure i frequenti sbalzi di umore, a causa dei difficili rapporti con la famiglia, soprattutto con la madre, e  della vita monotona del paese natio.

Dino Campana esprime il suo “male oscuro” con un irrefrenabile bisogno di fuggire e dedicarsi a una vita errabonda. La prima reazione della famiglia, e poi dell’autorità pubblica, è quella di considerare le stranezze del poeta come segni lampanti della sua pazzia. A ogni sua fuga, che si realizza con viaggi in paesi stranieri dove si dedica ai mestieri più disparati per sostentarsi, segue, da parte della polizia (in conformità con il sistema psichiatrico di quei tempi), il ricovero in manicomio.

Nel 1913 consegna ai direttori della rivista “Lacerba” il manoscritto di poesie “Il lungo giorno” ma questi lo smarriscono e il poeta riscriverà i versi a memoria, pubblicandoli poi sulle riviste “La Voce” e “Lacerba“. Muore in manicomio nel 1932 dopo 14 anni di internamento trascorsi a dettare al suo medico curante notizie autobiografiche e riflessioni.

Da molti considerato il “poeta visionario” italiano per eccellenza, da altri ridimensionato a semplice <<poeta visivo>> (Contini), Dino  Campana è un poeta discusso, coinvolgente e suggestivo. Nell’ambito della linea “vociana”, in cui può esser fatto rientrare almeno marginalmente, rappresenta una sintesi originale di simbolismo ed espressionismo. L’ansia di liberazione e realizzazione esistenziale, è uno dei tempi ricorrenti nella poesia di Campana.

Le sue opere sono  pervase da due tendenze apparentemente inconciliabili: da una parte l’immediatezza esistenziale nel rapporto con la realtà e dall’altra invece l’influenza di modelli importanti come Carducci e Nietzsche. Anche la follia di Campana è stata interpretata in due modi opposti ma che coesistono: essa rappresenta l’incapacità di compromessi sociali e l’adesione al modello culturale di poeta maledetto (rifacendosi a Rimbaud). Alla base della psicologia dell’arte del poeta c’è un sentimento lacerante di esclusione e disarmonia. In questo senso di disadattamento Campana esprime in modo personale l’instabile condizione dell’intellettuale novecentesco. La reazione dell’autore, però, è differente rispetto agli altri poeti contemporanei, per la sua tendenza a resistere disperatamente alla nuova condizione, negandola. e  tentando  disperatamente di reintegrare l’io nell’armonia generale delle cose.

La sua controversa collocazione critica e i giudizi non certo unanimi hanno contribuito a formare attorno a questa figura un alone di mistero, per cui, quando si parla di  Dino Campana, si tende sempre a dare credito all’immagine del “poeta maledetto”.

La follia però, per il poeta, non è un presupposto della sua produzione; semmai è considerabile un punto d’approdo la libertà sterminata, distruttiva e disgregatrice di ogni coerenza, figlia del tempo in cui Nietzsche aveva decretato “la morte di dio”.

Eugenio Montale fu tra i primi estimatori ufficiali, il più autorevole a oggi, delle composizioni di Dino Campana, tanto da dedicargli una poesia o meglio un omaggio a chi meglio di lui aveva saputo piegare le parole fino a renderle ancora più oscure.

La poesia di questo poeta visionario è una poesia nuova nella quale sono presenti i suoni, i colori e la musica in una trasfigurazione reale del simbolismo onirico. Il verso è indefinito e i valori classici e una grande modernità si compenetrano in una forma e purezza irripetibili.

Campana afferma di voler <<nel paesaggio collocare dei ricordi>> e sul paesaggio, fondamentale nella sua poesia, aleggia un alone di misteriosa lontananza. Nei suoi scritti sentiamo il fascino delle ore crepuscolari, della luna sui campi, del canto che si perde nelle strade solitarie, della finestra illuminata nel buio della notte mediterranea.

La partenza e il ritorno sono i temi fondamentali della poetica campaniana; un figliol prodigo che desidera la casa paterna, ma che odia al contempo; è possibile confrontarlo con la figura di Ulisse, nella misura in cui possiamo considerare che il poeta ha una reale volontà di ritornare a casa.

Un altro tema fondamentale della sua poetica è “l’oscurità tra il sogno e la veglia”, percepibile dal ripetersi degli aggettivi, che ritornano come se dettati durante un sogno.

Per comprendere meglio le qualità poetiche di Campana è utile servirci delle parole di Zanzotto, il quale afferma che <<una poesia come quella di Campana si configura come un flusso ininterrotto di armonie e di disarmonie, di serie melodiche e semantiche che si sovrappongono e s’intrecciano: proprio per questa ragione, la sua poesia risulta terribilmente difficile da cogliere. Il polverio delle discontinuità mentali di Campana giunge, in qualche oscuro modo, a fondersi al latteo suono, direi, dei suoi versi, a queste maree di armonie logiche e di armonie foniche che s’inseguono incessantemente, s’intersecano, si fondono e si differenziano per ricongiungersi ulteriormente, nelle sue poesie>>.

Canti Orfici

Dino Campana insegue una concezione alta e sublime della poesia come momento misterioso d’identificazione con la vita universale e dunque momento di assoluta verità. In questo senso va letto l’aggettivo orfico della prima e unica raccolta del poeta, “Canti Orfici” del 1914. Questo atteggiamento, sia nei riguardi dell’io che nei riguardai della poesia, è ben presente nella sua raccolta, che però cela un’altra verità: la condizione dell’emarginato. Il soggetto appare sulla scena nei panni di vagabondo e uomo sofferente tra la folla.  Sono riscontrabili  due tendenze prevalenti della sua poesia,  quello simbolistico. decadente e quello espressionistico.

Pensare nel languore
Catastrofi lontane
Mentre colle sue antenne
E le sue luci un grande
Cimitero il tuo porto
……………………….
Ne la città voluttuosa
Scuotevasi il mare profondo
Caldo ambiguo il silenzio sullo sfondo
Le navi inermi drizzavansi in balzi
Terrifici al cielo
Allucinate di aurora
Elettrica inumana,risplendente
A la poppa ne l’occhio incandescente.

 

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose

 

…………………………………………

Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino.

 

Acqua di mare amaro
Che esali nella notte:
Verso le eterne rotte
Il mio destino prepara
Mare che batti come un cuore stanco
Violentato dalla voglia atroce
Di un Essere insaziato che si strugge…

(Poesie tratte dai “Canti Orfici”)

Altra tematica trattata da questa raccolta è la sessualità, rappresentata in termini sadici. La pulsione libica diventa il canale per esprimere la ribellione e la carica aggressiva del poeta.

AnchelLa ripetizione è una caratteristica fondamentale della poesia di Campana, il quale accuratamente studia le parole per ricavarne quella musicalità che tanto lo contraddistingue.

Tuttavia questae non crea ridondanza e monotonia, bensì contribuisce alla difficoltà e alla complessità del testo.Con  la sua instancabile ossessione a ripetere,  Dino Campana ha saputo rendere conto delle tensioni di un’epoca oltre che delle sue proprie, e insieme abbia dato voce ad una violenza psichica che fa parte in qualche misura di tutti noi.  La polisemia e l’ambiguità del testo mirano a produrre effetti musicali che, si fanno più intensi, proprio là dove il senso logico del discorso sembra rimanere sospeso. Se volessimo riferirci a Freud, è possibile affermare che l’oscuro significato delle parole, che porta alla sospensione del nesso logico, altro non è che l’effetto della rimozione che, per ubbidire al principio di realtà, trova nella sua espressione una formazione di compromesso tra l’impossibilità di esprime alcuni contenuti e la volontà di farlo.

La poesia, in questo senso, può essere dunque considerata un sintomo che esprime il disagio del poeta e di tutto un modello generazionale.

concludiamo  con il distico “Eterno” di Ungaretti che ci fa  comprendere a pieno la poesia di Campana:

Tra un fiore colto e l’altro donato

L’inesprimibile nulla.

Elisabetta Pedata Grassia: “Fiori in rapsodie”

L’autrice Elisabetta Pedata Grassia

Un inno alla libertà, alla natura, alla bellezza, all’amore  e alla fede la raccolta di poesie  “Fiori in Rapsodie”con cui esordisce la giovane napoletana Elisabetta Pedata  Grassia, impegnata nel sociale nei quartieri difficili di Napoli, e a valorizzare i giovani talenti come lei. Determinata e tenace Elisabetta  ha messo nero su bianco note poetiche cariche di significato ed evocazioni  sia mitologiche che sacre, capaci (soprattutto alcune) di suggestionare il lettore  e di parlare di Dio attraverso la bellezza e la forza della natura.

Il mare, Dio, il vento,  il sole, la sabbia,l’anima, le piccole cose ( l’aquilone, il cappello), gli animali, sono elementi ricorrenti nelle poesie di Elisabetta Pedata Grassia che contribuiscono già da soli a conferire musicalità al verso libero, musicalità accresciuta dalla loro disposizione; l’autrice infatti , come Ungaretti,spesso isola alcune parole caricandole di valore simbolico. Le parole che utilizza Elisabetta  sono rivelatrici, atte ad una pacificazione  ed armonia esteriore ed interiore;  sono vitali perchè esprimono  tutta la pienezza della vita e la perfezione dell’Universo, del Tutto e dell’Uno.

Forte è anche l’influenza della letteratura orientale, Herman Hesse su tutti e lo si percepisce sia dalla compattezza   che  da una certa leggerezza stilistica . Tuttavia l’autrice non propone solamente liriche ma anche racconti brevi  sempre con soffofondo musicale con funzione metaforica. Spiritualità ed essenzialità sono le parole chiave della raccolta che propone anche soundtrack come  “Suzanne”Fabrizio De Andrè. La ricerca  del significato della parola è portata avanti con estrema attenzione, in certi momenti anche con struggimento e inquietudine che dimostrazione il grande coinvolgimento e bisogno emotivo da parte di Elisabetta Pedata Grassia di scrivere, qualità non di poco conto che certifica la sincerità e la genuinità dei più grandi poeti. Naturalmente la giovane scrittrice ne ha di strada da fare ma è su quella buona se solo si vuole considerare il suo approccio con questa “arte”.

Tra le poesie che maggiormente ci hanno colpito riportiamo alcuni versi delle seguenti poesie:

Agli zeri

Possiate cavalcare  sul grande carro

Mentre la notte si distende

Possiate sognare la luce

Quando la vostra voce

si leva al celo

[…]

(Da notare  qui l’anafora “possiate” e l’assenza della punteggiatura).

Ermeticha-Presente Passato Futuro

Cielo gravido

dilata le nuvole

Gambe androgine

Aperte tra le stelle

Fa un gioco dispettoso

la creatura dell’idea

Figlia del motore immobile

[…]

Apparentemente ambigua , questa lirica celebra tutta la potenza del cosmo attraverso un gioco di immagini efficaci volte a rappresentare  l’impetuosità della natura che non conosce limiti temporali.

Cantico del Mare

 Si sporse acrobata

sulla terrazza

Gli occhi due aquile

volavano

Oltre

Nella fissità del tempo

acqua terra

aria e fuoco

s’unirono

[…]

Qui l’autrice  va all’origine del mondo come sottolinea il tempo passato remoto “si sporse”. Riduce all’essenziale il verso non utilizzando il come per la similitudine “gli occhi come due aquile” e dando rilievo all’avverbio “Oltre” erigendolo a concetto filosofico.

Nelle braccia di Dio

Quell’alito di vento

forte sulle ringhiere

le rocce

Soffio umano d’amore

permea le anime

elevate alle nuvole

bianche di zucchero

[…]

In questa lirica viene descritta la sensazione di beatitudine che prova chi si lascia andare nelle braccia di Dio e quindi nell’Amore. Da evidenziare l’isolamento della parola “rocce” per creare una contrapposizione tra elementi leggeri, soavi che rimandano ad una dimensione eterea e di pace ed elementi duri come le rocce che richiamano gli aspetti terreni e la durezza della vita.

Vi invitiamo  a leggere questa preziosa e virtuosa raccolta non solo per poter leggere per intero le sopramenzionate poesie ma per poter scoprire anche le altre suggestive note musicali composte da questa talentuosa ragazza.

Potete trovare anche un’intervista rilasciata da Elisabetta Pedata Grassia  e a cura di Antonella Storti per Il Giornale di Casoria a questo link http://www.casacasoria.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3642%3Afiori-in-rapsodie-la-prima-opera-della-scrittrice–elisabetta-pedata-grassia&catid=3%3Acronaca-e-attualita&Itemid=6.