Luigi Pirandello: studi onomastici intorno ad ai personaggi di Mattia Pascal, Adriano Meis e Vitangelo Moscarda

Luigi Pirandello è uno degli autori italiani a quali sono stati dedicati innumerevoli studi di onomastica letteraria negli ultimi anni. L’Onomastica è il ramo della Linguistica che si occupa di studiare gli antroponimi ossia i nomi propri di persona.  La scelta onomastica affonda le sue radici nella poetica pirandelliana, nel suo relativismo, nel pedissequo contrasto tra forma e realtà e tra persona e personaggio.  L’uomo moderno è investito da una profonda crisi d’identità. L’autenticità della vita è costantemente messa a rischio dai meccanismi sociali che imprigionano l’uomo in una rete di convenzioni ed infigimenti e gli impongono l’identità fittizia di una maschera. Due sono le maschere: una indossata da noi e l’altra imposta da chi ci osserva. Da uno si diventa centomila e infine nessuno. Si smette di essere persona e ci si confina ad essere personaggio con una propria forma che si ripete indefessamente fino a giungere alla completa disgregazione dell’io. Il nome è tutto soprattutto quando si è convinti di vivere come personaggi.

Luigi Pirandello e l’importanza di chiamarsi

Per Luigi Pirandello il sistema onomastico è un gioco antinomico tra il nome proprio della persona e il nome letterario del personaggio. Luigi Sedita scrive “Il nome, anche per Pirandello, rappresenta la persona e la rimemora, ma sarà una persona diversa secondo i ‘centomila’ che le si rapportano e ne frantumano l’unità vanificandola in un angoscioso ‘nessuno’. Il segno onomastico conferisce certezza anagrafica al portatore, ma incapace di trasmettere il mondo «indiviso e pur vario» dello spirito, implica una dispersione esistenziale e pesa come un ingombro alienante. Se è dubbio che il nome proprio riassuma intera la persona, certamente quello letterario per Pirandello rappresenta invece il personaggio: il quale, però, dissentendo dall’autore, non sempre vi si riconosce.” Questa antinomia affonda le sue radici nello archetipo del Cratilo Platonico: Cratilo sosteneva che i nomi non venissero attribuiti per convenzione bensì che fossero collegati all’intima natura della cosa designata. Pirandello abbraccia in toto la riflessione cratiliana e ne fa un baluardo per le denominazioni dei suoi personaggi. L’interesse nei confronti dello scrittore novecentesco è sicuramente alto soprattutto perché ogni nome   assume riflessioni antropologiche, metalinguistiche e psicologiche.

L’attribuzione del nome è l’atto primario per la nascita del personaggio alla luce dell’arte, la certificazione della sua esistenza in vita, ma anche l’atto di riconoscimento e di affiliazione da parte dell’autore” precisa Sedita.

Nel coniare un nome o riadattandone uno esistente Luigi Pirandello compie una sorta di codificazione o ricodificazione, lasciando al lettore il compito della decodificazione. Il lettore deve scomporre, analizzare, scandagliare e riflettere. Nessun nome è casuale ma reca in sé un messaggio tutto da scoprire.

Mattia Pascal e Adriano Meis

Mattia Pascal è il protagonista del romanzo il Fu Mattia Pascal ma anche il personaggio a cui Pirandello si ispira per scrivere L’uomorismo. Luigi Pirandello nella premessa del Fu mattia Pascal scrive:

Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:

— Io mi chiamo Mattia Pascal.

— Grazie, caro. Questo lo so.

— E ti par poco?

Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:

— Io mi chiamo Mattia Pascal.

Le interpretazioni onomastiche circa questo nome sono svariate. La prima, più semplice, ci viene suggerita dal Pirandello attraverso le parole di Roberto Pascal, fratello di Mattia: «Mattia, l’ho sempre detto io, Mattia, matto… matto! Ma no! Matto!». E quanto al cognome, esso è identico a quello di Théophile Pascal, uno degli autori teosofici del signor Paleari, l’affittacamere del romanzo.

L’altra è più peculiare e affonda la sua origine nei testi sacri. Il nome e il cognome Mattia Pascal sono collegati con il tema della Resurrezione. Mattia, negli Atti degli Apostoli (I, 15-26), è il seguace di Cristo che, dopo il tradimento di Giuda, «fu associato agli undici apostoli» come testimone della Resurrezione. Il cognome Pascal rimanda alla Pasqua e alla Resurrezione. Nome e cognome ribadiscono l’ansia di resurrezione del personaggio.  Ad un certo punto Mattia desidera cambiare identità. Per attuare il suo disegno di palingenesi è costretto a cambiare nome:

Il nome mi fu quasi offerto in treno, partito da poche ore da Alenga per Torino.

Viaggiavo con due signori che discutevano animatamente d’iconografia cristiana, in cui si dimostravano entrambi molto eruditi, per un ignorante come me.

Uno, il più giovane, dalla faccia pallida, oppressa da una folta e ruvida barba nera, pareva provasse una grande e particolar soddisfazione nell’enunciar la notizia ch’egli diceva antichissima, sostenuta da Giustino Martire, da Tertulliano e da non so chi altri, secondo la quale Cristo sarebbe stato bruttissimo.

Parlava con un vocione cavernoso, che contrastava stranamente con la sua aria da ispirato.

— Ma sì, ma sì, bruttissimo! bruttissimo! Ma anche Cirillo d’Alessandria! Sicuro, Cirillo d’Alessandria arriva finanche ad affermare che Cristo fu il più brutto degli uomini!

L’altro, ch’era un vecchietto magro magro, tranquillo nel suo ascetico squallore, ma pur con una piega a gli angoli della bocca che tradiva la sottile ironia, seduto quasi su la schiena, col collo lungo proteso come sotto un giogo sosteneva invece che non c’era da fidarsi delle più antiche testimonianze.

— Perchè la Chiesa, nei primi secoli, tutta volta a consustanziarsi la dottrina e lo spirito del suo ispiratore, si dava poco pensiero, ecco, poco pensiero delle sembianze corporee di lui.

A un certo punto vennero a parlare della Veronica e di due statue della città di Paneade, credute immagini di Cristo e della emorroissa.

— Ma sì! — scattò il giovane barbuto. — Ma se non c’è più dubbio ormai! Quelle due statue rappresentano l’imperatore Adriano con la città inginocchiata ai piedi.

Il vecchietto seguitava a sostener pacificamente la sua opinione, che doveva esser contraria, perchè quell’altro, incrollabile, guardando me, s’ostinava a ripetere:

— Adriano!

— …Beroníke, in greco. Da Beroníke poi: Veronica…

— Adriano! (a me).

— Oppure, Veronica, vera icon: storpiatura probabilissima…

— Adriano! (a me).

— Perchè la Beroníke degli Atti di Pilato…

— Adriano!

Ripetè così Adriano! non so più quante volte, sempre con gli occhi rivolti a me.

Quando scesero entrambi a una stazione e mi lasciarono solo nello scompartimento, m’affacciai al finestrino, per seguirli con gli occhi: discutevano ancora, allontanandosi.

A un certo punto però il vecchietto perdette la pazienza e prese la corsa.

— Chi lo dice? — gli domandò forte il giovane, fermo, con aria di sfida

Quegli allora si voltò per gridargli:

— Camillo De Meis!

Mi parve che anche lui gridasse a me quel nome, a me che stavo intanto a ripetere meccanicamente: — Adriano… — Buttai subito via quelde e ritenni il Meis.

— Adriano Meis! Sì… Adriano Meis: suona bene…

Mi parve anche che questo nome quadrasse bene alla faccia sbarbata e con gli occhiali, ai capelli lunghi, al cappellaccio alla finanziera che avrei dovuto portare.

— Adriano Meis. Benone! M’hanno battezzato.

 

Sul piano onomastico Mattia Pascal e Adriano Meis sono riconducibili alla figura di Cristo. Nel romanzo si assiste ad una duplice mancata resurrezione il progetto di Mattia Pascal di rinascere in Adriano Meis e la reincarnazione di Adriano in Mattia. Mattia inizialmente è una persona reale ma alla fine il protagonista non è né Mattia né Adriano ma un uomo vuoto, senza identità. Un’ombra imprigionata in una vita senza nome. Il fluire onomastico va dal nome proprio di persona al nome letterario del personaggio e viceversa e nel finale tutto si frantuma a favore di un completo sradicamento dalla realtà e uno sgretolamento dell’io: “L’ombra di un morto ecco la mia vita rifletteva aggiungendo: Ma sì! così era! Il simbolo, lo spettro della mia vita era quell’ombra. Ecco quel che restava di Mattia Pascal, morto alla stià: la sua ombra”

 

Vitangelo Moscarda

Luigi Pirandello in una lettera a Bontempelli del 26 maggio 1910 scriveva: «Se sapesse in quale tetraggine io mi sento avviluppato, senza più speranza di scampo! Lo vedrà dal mio prossimo romanzo: Monarda – Uno, nessuno e centomila». Monarda, dunque, doveva essere il nome del protagonista del romanzo. Dal greco mónos ‘solo, unico’ e il suffisso con valore negativo –arda. Un antroponimo che in maniera lapalissiana suggeriva la disperata aspirazione di chi vuol sentirsi “Uno”, ma si scopre “Nessuno” perché angosciosamente “Centomila” per gli altri.

Forse proprio questa immediata corrispondenza aveva spinto Luigi Pirandello a sostituire Monarda con Moscarda. Alcuni in questo cognome leggono lo pseudonimo dell’autore Luigi Pirandello che negli ultimi versi della raccolta Fuori di chiave si era identificato con “mosca senz’ale”. L’altro riferimento è sicuramente all’insetto mosca. Il cognome Moscarda acconto al nome Vitangelo innesca un meccanismo antinomico, un onomastico sentimento del contrario: l’ossimorica corrispondenza –angelo, figura angelica librata del nome e l’insetto Mosca, imprigionato nel cognome. Lo stesso Vitangelo Moscarda si riferisce al suo cognome in questi termini:

“Il nome, sia: brutto fino alla crudeltà. Moscarda. La mosca, e il dispetto del suo aspro fastidio ronzante.
Non aveva mica un nome per sé il mio spirito, né uno stato civile: aveva tutto un suo mondo dentro; e io non bollavo ogni volta di quel mio nome, a cui non pensavo affatto, tutte le cose che mi vedevo dentro e intorno. Ebbene, ma per gli altri io non ero quel mondo che portavo dentro di me senza nome, tutto intero, indiviso e pur vario. Ero invece, fuori, nel loro mondo, uno – staccato – che si chiamava Moscarda, un piccolo e determinato aspetto di realtà non mia, incluso fuori di me nella realtà degli altri e chiamato Moscarda”.

Da questo passo di Uno nessuno e centomila appare chiaro di come Vitangelo non si riconosca nel cognome che porta. E questo è solo il primo passo che lo condurrà al completo straniamento che avverrò alla fine della narrazione:

Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d’oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita; ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace e non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita.

Viatangelo Moscarda come Mattia Pascal riconoscono la non giustezza del loro nome perché incongruente con il loro mondo e la loro anima. All’anticratilismo dei personaggi si oppone il cratilismo dello scrittore per il quale il legame tra personaggio e nome resta indissolubile.

Questi sono solo due dei personaggi pirandelliani presi in esame per l’analisi onomastica ma tutte le opere di Luigi Pirandello sono costellati da una copiosa quantità di nomi, tutti diversi tutti portatori di significati alla ricerca del lettore più curioso e capace di scoprirli. Luigi Pirandello è capace di solleticare l’attenzione: in un perenne gioco di specchi rimette sempre tutto in discussione, sradicando le nostre certezze e trascinando il lettore nell’alveo di una proficua ambiguità, delegando al lettore la possibilità di sciogliere tutti gli enigmi. L’autore non smette mai di offrire punti di vista sempre inediti e questo non solo gli conferisce una disarmante ed infinità attualità ma risponde all’assunto della Letteratura, l’inesauribile arte di raccontare.

 

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10 frasi per ricordare Luigi Pirandello a 150 anni dalla sua nascita

Luigi Pirandello, nato esattamente 150 anni fa ad Agrigento, è stato uno degli scrittori e drammaturghi più significativi del panorama letterario del ‘900, vissuto negli anni del crollo del positivismo e nel periodo dell’età giolittiana con la conseguente crisi dello Stato italiano. Questo senso di disagio si riversa inevitabilmente sull’uomo e l’intellettuale Luigi Pirandello che non si riconosce più e fatica a trovare una posizione all’interno della società. Da queste premesse si sviluppa il relativismo pirandelliano e quindi il contrasto tra forma e vita: l’uomo e le cose cambiano in base a chi li percepisce, dunque l’uomo non è uno solo ma ha tante forme: crede di essere unico ma è centomila e alla fine nessuno. Questo nessuno è costretto ad indossare una maschera per relazionarsi con la società, la quale impone dei condizionamenti sociali che impediscono il manifestarsi di una vita autentica. L’unico modo per sfuggire da questa condizione di falsità è la follia: attraverso di essa infatti l’uomo può smascherarsi e svelare il vero io. Questa è ciò che Luigi Pirandello definisce umorismo, sentimento del contrario. 

Tali tematiche esistenziali costellano tutta la poetica di Pirandello che in maniera eclettica incastona nei diversi generi da lui affrontati dai romanzi, alla saggistica, alla poesia alla narrativa fino al teatro. Le sue opere più celebri sono Il Fu Mattia Pascal, Uno nessuno e centomila, l’Umorismo, Novelle per un anno, Sei personaggi in cerca d’autore.

 

1.”Imparerai a tue spese che lungo il  tuo cammino incontrerai ogni giorno milioni di maschere e pochissimi visi”

2.”C’è una maschera  per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo, resti nessuno”

3.”E’ molto più facile  essere un eroe che un galantuomo. Eroi si può essere una volta tanto; galantuomini si dev’essere sempre”

4.”La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola”

5.”Nulla è più complicato delle sincerità”

6.”Gli unici modi per fuggire dalla vita sono la pazzia e l’ironia”

7.”Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io”

8,”Nulla atterrisce più di uno specchio una coscienza non tranquilla”

9.” E’ l’amore guardò il tempo e rise, perché sapeva di non averne bisogno. Finse di morire per un giorno, e di rifiorire alla sera, senza leggi da rispettare. Si addormentò in un angolo di cuore per un tempo che non esisteva. Fuggì senza allontanarsi, ritornò senza essere partito, il tempo moriva lui restava”

10. “Le anime hanno un loro particolare modo d’intendersi, d’entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nelle schiavitù dell’esigenze sociali”