Racconti brevi della scrittrice Valeria Serofilli

UNA GRASSA RISATA
Ride l’americana di colore in sovrappeso sotto al mio balcone.
Una risata sana, grassa come lei, orgasmica, che dire? Il primo passo verso la felicità. Di fronte a lei un’altra americana, altrettanto grossa ma bionda. Risate che suonano anacronistiche in questo periodo di pandemia ma che è come se salissero al cielo, lame di luce a penetrare le nubi per poi ricadere salvifiche su reparti asettici, o almeno dovrebbero, di ospedali, e a rischiarare il grigiore dell’asfalto di strade semivuote.Ride l’americana di colore in sovrappeso, forse incurante della situazione o forse, proprio di quella ride.

Valeria Serofilli

31 ottobre 2020

LA GABBIA

Deliziava i pranzi e le cene dei commensali. Una voce celestiale, potente,  per quella gabbietta dieci centimetri per cinque o forse lo era proprio per quella gabbietta. Lei apprezzava il canto senza chiedersi da dove provenisse, senza domandarsi quale ne fosse lo strumento.

E si stupì molto quando quel giorno il padrone del locale le parlò del merlo, portandola a vedere la gabbia appesa al muro: si stupiva che un piccolo essere così nero, così esile, dalle ali untuose ormai atrofizzate, potesse produrre suoni che toccavano le corde più intime del cuore.
Poi un giorno non lo senti più e ai suoi pranzi, nonostante avesse accanto l’amore della sua vita, da quel momento mancò qualcosa.

NON PORTO FIORI

Correva felice Luisella, sulla sua piccola bicicletta rossa. Ma l’impeto con cui pedalava aveva qualcosa di strano o almeno così appariva ai miei occhi, quasi una sorta di sfogo, un accanimento. – Mamma perché ha le labbra viola?- Si è affaticata troppo – mi rispondeva lei sottovoce. Numerose volte mi ero recata nella piccola corte a giocare con Luisella. Poi un giorno mi dissero che era andata a Milano perché si doveva operare. Ricordo che l’appuntamento successivo fu direttamente in quello spazio cimiteriale con cui, prima o poi, tutti ci dobbiamo confrontare. Non vedendo Luisella, rivolsi a mia madre la domanda più ingenua, scontata e senz’altro la più tremenda, che solo una bambina può concepire – Dov’è Luisella? – È là – mi rispondeva sottovoce – Là dentro?!! –  Iniziai a piangere terrorizzata.Ricordo che l’avrei voluta accarezzare ancora una volta, vederla pedalare con le treccine al vento ancora una volta. Forse è iniziato  allora il mio difficile rapporto con i cimiteri. Scusa mamma se adesso non ti porto fiori.

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‘Taranta d’inchiostro’ di Valeria Serofilli, in anteprima il saggio critico di Floriano Romboli alla raccolta poetica

Proponiamo in anteprima il saggio critico del Prof. Floriano Romboli dell’Università di Pisa alla nuova raccolta poetica di Valeria Serofilli, Taranta d’inchiostro, che uscirà il prossimo maggio per Oèdipus editore.

Il vario e sofferto lavoro del ragno

La più recente raccolta di versi di Valeria Serofilli, Taranta d’inchiostro, è contraddistinta da un notevole equilibrio formale-stilistico e dall’indubbia coesione strutturale dei testi.

Con interessante perizia ordinativa l’autrice premette infatti alle cinque sezioni di cui consta la silloge una lirica, intitolata L’architetto, dalla palese funzione introduttiva e tematicamente focalizzante, ove è facile rilevare la centralità della figura del ragno quale referente primario di un suggestivo campo associativo che connette la tessitura dell’insetto industrioso (“Tesseva un filo in più il ragno”) all’attività del poeta, alla sua ricerca etico-estetica (“Come aggiungesse da poeta un altro verso”), nell’allargamento prospettico di chi intende elaborare le esperienze particolari allo scopo di enuclearne i significati più generali e profondi in vista dell’acquisizione di una sintesi superiore animata da uno spirito metafisico:

Entrambi mattoni dell’universo
al cospetto
dell’unico Architetto/ il più alto Maestro

Tale scansione problematica risulta indicativa – nel suo efficace risvolto prolettico – dei motivi fondamentali e dei tratti ideativi del libro, dominato dal ricorrere di situazioni contraddittorie e unificato, dal punto di vista compositivo, dalle antitesi, tra cui quella essenziale fra libertà e predeterminazione, fra consapevole iniziativa individuale e sorte impersonale misteriosamente disposta “dall’alto”, peraltro preparata dall’exergo faulkneriano:

Quando
un filo si staccò dal complicato ordito:
o tutto già era stato scritto
tutto previsto?

A questi versi conclusivi del componimento incipitario giova aggiungerne altri compresi nella sezione ultima, a conferma di una obiettiva costanza tematica (“Chi sa dall’alto che risate/ nel vederci imbrigliati in ragnatele/ tessute in ancedenza/ in / nostra assenza”, Chissà dall’alto che risate, in Fuori della tela), che non implica però la rinuncia amara e nichilistica all’ardore vitale, a forme anche intense di coinvolgimento istintivo ed emozionale valorizzato e contrario nella paronomasia:

Il rischio è di sopire il tuo sapore
Non mi conviene/ penso
mentre piuttosto alimento
ardore con ardore (Ti ha morso la tarantola?, in La taranta, corsivi miei)

Il ragno ha in sé l’ambiguità costitutiva dell’animaletto che tesse la sua tela con ostinata razionalità, e costruisce rigorose sequenze conoscitive (“Ingombrante scaleo/ di sapienza cui/ ogni gradino ha acuito conoscenza”, Conoscenza, in La taranta, corsivo mio), solide catene intellettuali e memoriali (“Bulbo di memoria/ la conoscenza cresce ad oltranza”, in Vecchiezza, ivi, corsivi miei; e “Un altro pianeta sopra le nuvole/ ragnatela di neuroni/ Come se tutti segregassero in alto/ i propri pensieri/ i più pesanti/ anche se i più bianchi (…) Teoria delle onde in cielo/ ove l’ala non spezza il ricordo/ ché troppo saldo è il legame a terra”, Ragnatela di neuroni (L’amato gomitolo), in Ragnatela del mondo, corsivi miei); ma è pure abile predatore e soprattutto il suo morso può, secondo la leggenda, scatenare l’invasamento amoroso, la passione sensuale incontrollabile e tormentosa:

Forse che
sono io il ragno
a misurare le distanze
tra dune di sabbia
ormai tarantata in notti senza sonno ( Io ragno, in La taranta, cors. mio)

La trama del ragno avviluppa, lega, vincola nella stabilità del rapporto affettivo, mentre la “pizzica” sconvolgente, l’eros elettrico ed esplosivo (“E’ che/ quando stiamo insieme/ le stelle le abbiamo dentro/ Quell’elettricità latente/ che la mente accende/ e ti incendia il cuore/ Amore che si espande e ti acquieta/ stella luminosa di passione”, Notte di San Lorenzo (10 agosto 2017), in Fuori della tela) inducono insofferenza delle consuetudini relazionali, finanche in Penelope, raffigurazione archetipica della fedeltà paziente e incrollabile:

Stufa di tessere, gettò via
il suo fuso/ prima pungendosi
e mentre una goccia del suo sangue/ irradiava
l’intera trama per farne rosso arcobaleno… (Taranta Penelope, in La taranta)

A parti rovesciate il suo sposo Ulisse – altro archetipo potente e prestigioso – afferma invece il valore irrinunciabile e corroborante del legame d’amore (“Io non ho mai dubitato di noi nemmeno un attimo/ pur se mille sirene ad attirarmi/ a inabissarmi/ barbate, la prua (…) O mia Regina, mi sento solo/ pur tra mille orpelli/ Sei tu/ corpo e spirito/ la mia sola Festa/ il mio definitivo attracco”, Ulisse. Nell’onda una luce, in Ragnatela del mondo), nell’àmbito di un discorso sapientemente innervato da correlazioni antitetiche:

Quante volte/ ogni nuovo giorno, all’albeggiare
ho benedetto, maledetto il mare
per il sapore di avventura
e la sventura
l’ansia di scoperta e l’ansimare (ibidem, corsivi miei )

E le polarità si susseguono incalzanti – giustificazione/insensatezza, perspicuità/mistero, felicità/ dolore, vita/morte –, come agevolmente può verificare ogni lettore attento, sulla falsariga dell’acuta osservazione del post-fatore Antonio Spagnuolo, secondo il quale in questi testi “anche se il sapere si approfondisce e si differenzia secondo gli schemi inarrestabili della contemporaneità, la poesia insegue le diversificazioni della conquista del segno e della parola”.

Per Valeria Serofilli la ricchezza dell’esperienza umana si concretizza altresì nella varietà cromatica, a cui il motivo di una viva solidarietà sociale e morale-psicologica conferisce adeguata densità semantica (“Al risveglio cerco i colori/ in fondo all’anima:/ il rosso di tutto l’amore/ il bianco/ il manto del mio gatto (…) il verde/ corse sfrenate da bambina/ il giallo/ capelli della mia prima/ bambola di pezza (…) Al risveglio i colori/ Poi penso: quali trova nel cuore/ una bambina somala?/ Il rosso/ sangue di violenza/ il bianco della neve mai vista (…) il giallo dei capelli/ bambola mai avuta…”, Cerco i colori, in Ragnatela del mondo); e il suo linguaggio appare essenziale e raffinato, nel gioco studiato e musicale delle rime e delle riprese iterative, come nella poesia non per caso posta al termine dell’opera, poiché in essa l’inizio e la fine della vicenda esistenziale si richiamano e si presuppongono, e i vincoli sentimentali e ideali si rinsaldano:

Saremo tutti luce comunque
quando l’alba ci chiamerà al tramonto
E la luce rischiarerà il tuo corpo
a me di spalle (…)
Sarà allora che s’intrecceranno per sempre
le nostre mani
a nodo imprescindibile d’amore
Quando luce ne suggellerà il calore:
unica forza condensata in esplosione (Quando l’alba ci chiamerà al tramonto, in Fuori della tela, corsivi miei)

’22 febbraio 2020′, un racconto ai tempi del Coronavirus di Valeria Serofilli accompagnato da poesie

Il presente racconto, nato dall’esigenza di scrivere un testo che traesse spunto dall’attuale crisi derivante dal Coronavirus, dal forzato isolamento e dalle dinamiche psicologiche e sociali non di rado alienanti che stiamo vivendo, è stato scritto nell’ambito della campagna #iorestoacasaascrivere, che ho personalmente promosso sulla scia della vasta diffusione online di quella mediatica #iorestoacasaaleggere.

La sfida, alla base della concezione del racconto e del suo intento espressivo, è quella di trovare spunti e “nutrimenti” per l’ottimismo in questi frangenti messo a dura prova. Ciò ha determinato sia l’impostazione del testo sia la struttura, la composizione delle parti che lo costituiscono. In linea col pensiero di Bukowski come anche di Hesse o Musil, ho ritenuto che inserire versi poetici in una narrazione, ancorché breve, la impreziosisca. E il racconto stesso, nel suo insieme, è un inno, fatto sia di prosa che di poesia, di realismo e di sogno, alla possibilità della vita e della vitalità anche nel pieno della crisi. È, in sostanza, la descrizione di una Primavera che sboccia in ogni caso, a dispetto di tutto.

All’improvviso i portoni si sigillarono ma si aprirono i tetti. E comparvero pianoforti sulle terrazze e profumi di fiori, narcisi, crochi e ciliegi. Lo scrittore scrisse il suo romanzo più bello, il poeta “L’Inno dell’Italia insidiata”, immaginandosi un’Italia già provata, adesso invasa dal serpente-virus che insidiava e si insinuava nell’uomo-mela; Il Papa percorse le strade di Roma per una propria personale preghiera, il sacerdote suonò fortissimo le campane.

Il cuoco rallegrò tutti con una torta a sei piani, del tipo di quelle americane, colorate e perfette, ma a forma d’Italia e squisito era anche il suo sapore Ognuno intonò la sua canzone più alta: e cori e canti all’unanime grido di “Andrà tutto bene!”. Ogni cellulare che si accese diventò una fiammella di cuore, a scacciare il nemico invisibile col suo battito pulsante, mentre le infinite goccioline umorali dei canti formarono una nube rosa, impenetrabile al Virus. Chi imitava con rassegnata filosofia la vita del gatto, chi sulla terrazza faceva bellissimi giardini pensili o inscenava spettacoli di sana follia, chi sempre in terrazza aveva addirittura portato il computer per trarre ispirazione dal tramonto, cosa che prima non aveva mai fatto. Anzi neanche si era mai accorto di quanto fosse bello il tramonto. C’era anche chi, sempre dalla terrazza, dava lezioni di ballo o recitava versi apotropaici:

“Ed ecco la serpe/ nel verde giardino
iniettare il suo sibilo/ nella mela respiro.
Ma andrà tutto bene:
che la voce si erga/ di regione in regione
a rendere tangibile un nemico invisibile
che questo ė l’inno/ della guarigione
Andrà tutto bene:
che la voce si erga contro il male
a infrangerne l’involucro
col suo potente stivale!”.

All’improvviso i portoni si sigillarono ma si aprirono i tetti e comparvero pianoforti sulle terrazze e profumo di fiori, narcisi crochi e ciliegi.
La Primavera esplose con una forza mai vista prima. Il suo polline salvifico si andò mischiando alle note che pseudo improvvisati pifferai magici spandevano nell’aria insieme al verde grido dei grilli mentre zagare, limoni e rosmarino crearono un mix inebriante e afrodisiaco.
Gli alberi lanciarono liane di germogli che si fecero tronco.
E comparvero pianoforti sulle terrazze e profumi di fiori, narcisi, crochi e ciliegi perché all’improvviso, se i portoni si sigillarono, si aprirono i tetti.

 

Congedo

Guardate a noi con indulgenza
(Omaggio a Bertolt Brecht)

A noi/ sulla linea di confine
della nostra debolezza
in trincea per i peccati commessi
voi/ generazioni che verrete
guardate con indulgenza

A noi/ sovrani di questa novella Atlantide
di cui colpa abbiamo/
e consapevolezza.

“Ingiustificata sana euforia”

Ancora qui
a camminare sotto un cielo distratto
un po’ matto, carico di virus
a contare i buchi alla crostata, i merli alle torri
per una salvezza pleonastica
a togliere capelli di plastica/ in pettini da bambola

Ancora qui
a scrivere a quattro mani
una nuova sana poesia
a otto, a sedici, a mille /perché infinite sono le mani dei poeti.

 

Copyright Valeria Serofilli
15/03/2018
Tutti i diritti riservati
Legge sul diritto d’autore (L. 633/1941)

Prof.ssa Valeria Serofilli
Presidente AstrolabioCultura
Premio Astrolabio e Incontri letterari dell’Ussero e di Palazzo Blu di Pisa
Web Site: www.valeriaserofilli.it

‘Inno all’Italia della guarigione’ di Valeria Serofilli, perché andrà tutto bene!

In questo momento difficile per il nostro Paese, data l’emergenza sanitaria Covid19, invitiamo le persone a stare a casa e a leggere poesie che infondono ottimismo e sano spirito patriottico come ‘Inno all’Italia della guarigione’, che porta la firma della poetessa toscana Valeria Serofilli. La silloge si ispira alla simbologia greca che associa il bastone di Asclepio, un serpente (simbolo di rinascita e fertilità) attorcigliato intorno ad una verga, alla medicina.

 

“Inno all’Italia della guarigione”

E un giorno ecco la serpe/ nel verde giardino
iniettare il suo sibilo/ nella mela respiro.

Ma andrà tutto bene:

che la voce si erga/ di regione in regione
a rendere tangibile un nemico invisibile
che questo ė l’inno/ della guarigione

Andrà tutto bene:

che la voce si erga contro il male
a infrangerne l’involucro
col suo potente stivale!

Valeria Serofilli

Copyright Valeria Serofilli
13/03/2020
Tutti i diritti riservati
Legge sul diritto d’autore (L. 633/1941)

‘Notte di Natale’, di Valeria Serofilli

NOTTE DI NATALE

L’aria incanutita dalla neve
si smalta di rosso/ per via di quel fiocco
al portone d’ingresso

Se schiudi un po’ l’uscio/ è aria di festa
già stata annunciata
da luci di vetrata

Ed all’interno/ profumo di cannella
girotondo di bambini e di cuscini
sfrigolío nelle teglie, di ciambelle

Sarà ressa/ stanotte
alla messa di Natale tanto attesa
Saran salmi, preghiere e profumi forti
d’incenso e di candele.

Per intanto, è un aspettar soltanto
il vagito di un bimbo
atteso a lungo

è un afferrar con mano lo sfavillío
che ogni anno, puntualmente
la notte di Natale ci regala!

Valeria Serofilli
2 dicembre 2010
Tutti i diritti riservati. Legge sul diritto d’autore (L. 633/1941)

 

 

 

‘Lo spirito del Natale’, la silloge inedita di Valeria Serofilli

Pubblichiamo di seguito l’inedita poesia di Valeria Serofilli, Lo spirito del Natale, augurando ai nostri lettori un sereno Natale 2019 all’insegna della ricerca del vero spirito natalizio, da rinnovare in maniera autentica e con lo spirito piuttosto che con addobbi e abeti di plastica, come ci suggerisce l’autrice toscana, mettendo in contrapposizione il materialismo quasi mortifero del Natale consumistico al Natale vitale e luminoso da coltivare tutto l’anno.

LO SPIRITO DEL NATALE

Lo spirito del Natale bussava bussava:
è qui che mi avete cercato
mentre farcivate panettoni in stanze ammuffite
impastando uova rancide per stanchi creme caramel?
È qui che mi avete cercato
mentre confezionavate surgelati bouquet
dagli steli già morti
addobbando abeti di plastica con spente candele?
O appendendo distratti
scoloriti cotillon
tra luci già fulminate
imbastendo scontati presepi?

Bussava bussava lo spirito del Natale:
è qui che mi avete cercato
mentre riciclavate regali in carte sgualcite
confezionando bambole
d’incrinati biscuit?

È qui che mi avete cercato
per i vostri usurati natali?

Eccomi, arrivo:
ad accendervi il cuore
ad addobbarvi la vita
illuminandovi
in questo giorno non soltanto.

Valeria Serofilli, poesia inedita sul Natale
17 dicembre 2019

Tutti i diritti riservati. Legge sul diritto d’autore (L. 633/1941)

Casa Serofilli

‘Natale da gatti’, il racconto di Natale di Valeria Serofilli all’insegna del perseguimento del bene

Come già Andersen ne “La lumaca e il rosaio” e Virginia Woolf in “Kew Gardens” hanno proposto la storia attraverso gli occhi di una lumaca, il racconto di Valeria Serofilli, ‘Natale da gatti’, finalista al Premio Teramo 2005 “Città di Fantasia”, è narrato da un protagonista a quattro zampe.

Una gatta domestica che, al pari di troppi eroi antropomorfi, tenta di salvare il mondo o almeno il proprio microcosmo e finisce puntualmente per ottenere il risultato contrario.

Il doppio incontro prima con l’Abete e successivamente con il Pupazzo di neve, sfocia nel primo caso in un gesto di superficiale ostinazione per trovare infine il suo acme nello sciogliersi del pupazzo dotato, per sua sciagura, di un cuore pulsante!
Tale trama di incontri, complicata e arricchita dai numerosi flash – back evoca la bellezza più autentica e genuina di un Natale come tanti eppure unico nella sua magia.

L’inserimento del motivo cantilenato all’interno del tessuto narrativo intende ricalcare il modello utilizzato da Andersen, in tante favole con uno schema narrativo in qualche modo similare.

La morale di questa favola sui generis è che non sempre la buona volontà e le azioni concepite a fin di bene danno frutti all’altezza delle aspettative.

L’aria incanutita dalla neve quella mattina si smaltò di rosso per il grande fiocco al portone d’ingresso. Anche le verande della casa erano adornate da rami d’agrifoglio e da piccole pigne raccolte in montagna la scorsa primavera.
Ma alla ricchezza degli addobbi faceva riscontro la nudità del giardino spogliato dell’abete.

Tutti nel giardino padronale da cui si scorgeva la Piazza dei Miracoli, avevano subito avvertito la mancanza del piccolo albero: dalla mimosa, che era solita protendersi verso il pasciuto vicino per smorzare le punture del freddo, alla Mimma, bianca gattina dai curiosi occhi celesti che agli aghi dell’abete si strusciava e scavava spesso piccole buche nella terra fra le sue radici.
– Che fine aveva fatto? – si chiedeva la Mimma interpretando il pensiero comune. Spinta da curiosità felina la minuta gatta si lasciò scivolare nella casa, forzando l’apertura dell’uscio socchiuso.

All’interno l’avvolse quell’aria di festa già annunciata dalle luci alle vetrate: un giro a tondo di bambini e di cuscini, lo sfrigolio di ciambelle nelle teglie, un dilagante profumo di cannella che ben si sposava a quello pungente dei chiodi di garofano infilzati negli agrumi, e… – No! Non può essere lui! – pensò la Mimma, appena in tempo per sentire il più piccolo della famiglia che con voce squillante intonava i versi imparati faticosamente a memoria.
In un primo momento Daniele aprì la bocca senza riuscire ad emettere se non un flebile sibilo. A tradirlo erano stati l’emozione ed il timore di non ricordare con esattezza quanto gli era stato insegnato. Tutto ciò fu sufficiente alla Mimma per ricordare con un sorriso, il solenne episodio avvenuto davanti alla scuola al termine delle lezioni il giorno prima della vacanze natalizie.

L’ABETE

<<Tintinni per i campanelli
tentenni / sotto il peso delle strenne
troneggi
nel mezzo della sala.

Con te / fanciulli si trastullano
e si pungono le dita
co’ tuoi aghi;

ma tu comunque li ripaghi
con la luce,
che si accende e che si spegne
fra i tuoi rami.

Ai tuoi piedi
spacchettati, si accartocciano
fogli colorati
di regali.

Le tue fronde, fresche
giorni addietro
già cominciano a tingersi
d’opaco.

Le radici recise
in moncherino,
la cima barattata
in un puntale.

Non te ne curi:
bruco di sempre,
farfalla
il giorno di Natale>

Vestito a festa il piccolo abete troneggiava nel mezzo della sala, tintinnando per i campanelli e per gl’infiniti ornamenti appesi ai suoi rami;
a balzare agli occhi era invece la dismisura tra la cima, barattata in un enorme puntale dorato, il grande e decorato fusto e la base, minuscola al confronto e inadatta a sorreggere tanta abbondanza: sembrava un’imperatrice cinese dai piedi spezzati.

– Che fine hanno fatto le tue lunghe radici? – gli chiese stupita e sconvolta la Mimma.
– Recise in moncherino – sentenziò solennemente l’abete tra l’orgoglio e il dolore.
– Quando l’uomo sarà andato alla funzione di Natale, ti aiuterò io a fuggire! – lo rassicurò la Mimma. Ma l’abete non aveva alcuna intenzione di lasciare la calda sala, i limoges riversi sulle pareti, quegli arredi caldi e preziosi e soprattutto il suo vestito di festa. Infinite volte dal giardino aveva desiderato essere avvolto dalla calda luce che filtrava dalla vetrata dell’abitazione, ed essere accarezzato dalle mani affusolate della padrona di casa. E pregando la piccola gatta di non disturbarlo – Lascia che il bruco di sempre diventi per un giorno farfalla: e farfalla di Natale! – le disse.
La Mimma pensò che ognuno è artefice del proprio destino e senza aggiungere altro, scivolò fuori della casa con la stessa lievità con cui vi era entrata.

IL PUPAZZO DI NEVE E LA LUNA ROSSA

Si trovò nuovamente nel giardino dove un girotondo cantilenato faceva da colonna sonora al nascere di un pupazzo di neve, plasmato dai bambini intorno ad un palo:

Pezzo di ghiaccio
trova il coraggio
d’andar laddove
torna anche maggio!
Pezzo di ghiaccio
in eroico atto
sotto ad una stufa
raggomitolati a gatto!

<<Povero caro>> – riflettè la Mimma- <<hai bottoni per occhi, un rastrello per denti, una carota per naso, ma a nessuno è venuto in mente di farti un cuore… pensare che basterebbe così poco, che se una ciliegia e una fragola sono troppo piccole, una mela rossa sarebbe proprio adatta all’occasione. Quando tutti saranno andati via ci penserò io: un pupazzo non è fatto di solo ghiaccio!>>-.

Sfruttando tutta l’agilità e l’intraprendenza felina, la Mimma scelse dalla cassetta della frutta che la padrona aveva disposto sulla credenza, la mela più rossa…

Una volta sola, posizionò la mela rossa all’altezza del petto del pupazzo, donandogli un cuore. Ma non contenta, volle fare di più. Il cuore è un organo vivo, pulsante, e soprattutto caldo; per imitarne il calore la Mimma accese una pasticca di combustibile che posizionò sopra un piccolo fornello di metallo.

Per un attimo l’uomo di neve brillò tutto, come l’abete il giorno di Natale. Ma vita breve di farfalla, diventato un enorme otto trasparente, iniziò a sciogliersi un poco ad ogni “battito”, finché il suo bel manto candido andò scivolando completamente a terra.
Il mattino seguente, nel giardino padronale, vicino al solco lasciato dall’abete, i bambini trovarono anche un palo di legno, una mela rossa e la Mimma , con i suoi grandi, celesti occhi stupiti. Si sa, gli occhi di un gatto vedono di più, specie se di gatta, e questa storia è per chi, come me, oltre a capirne lo sguardo ne sa intendere anche il linguaggio, in quanto è la Mimma ad avermela raccontata.

‘Le conchiglie di Tenerife’, un racconto della poetessa Valeria Serofilli

Erano lì le conchiglie, forse da sempre. O almeno da quel tanto per fondersi col proprio scoglio. A colpirmi è stato quel loro piccolo cappello che brillava al sole e poco importava che fosse “abitato” e che al di sotto piccole antenne sporgessero cullandosi alla brezza marina.
È stato un attimo il rapinare il madreperlaceo tesoro, scaraventandolo, con movimento furtivo, dall’oceano, in poca acqua di mare contenuta in una bottiglietta da mezzo litro.

Giunta in albergo ho dimenticato il contenitore con all’interno gli intraprendenti abitanti. Poi la notte il rimorso: un sonno assai turbato dalla consapevolezza di stare facendo soffrire dei piccoli esseri, la cui colpa era stata unicamente quella di aver scelto, come casa, la conchiglia piú bella. Che anche i molluschi sian dotati di un gusto estetico quasi pari al nostro? E nel mio sonno agitato, le conchiglie si erano liberate per viaggiare veloci sui muri della stanza, sui mobili, giurerei di averne viste alcune ormai mutate geneticamente VOLARE posandosi sui vestiti appesi, finalmente di nuovo libere… Non mi vergogno di dire di aver chiesto, pentita, scusa al Dio Oceano per averlo privato di alcune sue creature per farne un braccialetto estivo che avrebbe adornato il polso di quella stessa mano che aveva compiuto il misfatto.
Immaginate la sorpresa quando la mattina al risveglio, vicino al mio letto, ho visto un piccolo cappellino di madreperla, il più bello e senz’altro anche il più temerario. E dietro a lui le chiocciole più piccole, ognuna con la propria casetta più modesta e in terra il tappo che chiudeva la bottiglia.

Non si sono forse meritate di essere riportare in spiaggia? E anche se lo scoglio non sarà più quello originario, anche se costituiranno probabilmente la preda di una spietata quanto insaziabile catena alimentare, le loro piccole antenne si muoveranno ancora alla brezza e alla corrente marina, quasi plaudendo alla ritrovata libertà.Per quanto mi riguarda mi accontenterò di indossare il braccialetto dell’Acquapark, impersonale e di plastica, ma almeno del tutto innocuo.

Valeria SerofilliPresidente AstrolabioCultura
Premio Astrolabio e Incontri letterari Ussero – Palazzo Blu di Pisa

(Tenerife, 6 luglio 2019)