Evento ‘Angeli a Calatagèron’, Caravaggio incontra Lorenzo Chinnici: la meta-arte è servita

Il presente si arricchirà di passato il 21 luglio prossimo nelle sale del Palazzo Comunale di Caltagirone. In occasione della personale del maestro Lorenzo Chinnici, “Angeli a Calatagèron”, una delle più nobili attività umane, ovvero l’arte, non si presenterà solo come tecnica (la téchne greca), ma diverrà filosofia al suo grado più alto per rendere visibile ciò che è invisibile, facendo sì che tutti si chiedano: ma è l’arte che imita la vita o viceversa? L’invisibile in questo caso è rappresentato da un celebre artista del Seicento che soggiornò a Caltagirone e in altre città siciliane per un anno.

Si tratta di Caravaggio, uno degli artisti più tormentati ed iconici dell’arte, che tra il 1608 ed il 1609 fu nella città calatina, invitato dal potere e dalla magia propria dell’Arte, a lambire questa terra e i suoi cittadini, ospiti e turisti, e a creare un connubio con l’arte del maestro Chinnici. Un avvenimento unico nel panorama della cultura e dell’intrattenimento italiano, che non ha la pretesa di promettere un miracolo, piuttosto ci piacerebbe raccontare una bella fiaba di Sicilia dove i sogni si trasformano in realtà, facendo vivere ai partecipanti un’esperienza eccezionale. L’esposizione rende possibile ritorni importanti, facendo sì che Caltagirone prenda nuova vita come l’anima di Caravaggio, come un’arte rivoluzionaria e diversa, come fu quella dell’artista lombardo, che diventata tradizione, si illumina nuovamente e si unisce idealmente e concettualmente a quella di Chinnici. Perché solo ciò che è antico può apparire sempre nuovo. E’ il sublime dell’Arte.

Un’esposizione imperdibile dunque, che annoda l’arte verista e allo stesso tempo espressionista del maestro Chinnici, legato a figure come pescatori e lavandaie e al paesaggio assolato della sua amata Sicilia, a quella barocca di un pittore entrato ormai nel mito anche per le sue vicissitudini personali: Caravaggio. Qualcuno si domanderà cosa c’entra Caravaggio con Lorenzo Chinnici? Ebbene come Caravaggio, che ha trascorso un anno a Caltagirone, in fuga da Roma per omicidio, e realizzato su commissione privata, il dipinto Natività con i Santi Lorenzo e Francesco, trafugato a Palermo nel 1969, anche Chinnici mostra la luce e le ombre nelle sue opere, la luce è presente nella natura, entità superiore e nobile, le ombre tra i suoi personaggi, il cui stato d’animo è inquieto, affaticato (per il duro lavoro quotidiano) e travagliato come quello dei protagonisti dei capolavori di Caravaggio, sebbene quest’ultimo sia ovviamente più realista, teatrale e drammatico. Entrambi legati alla meravigliosa cittadina barocca di Caltagirone, celebre nel mondo per le sue ceramiche, i due artisti vanno oltre la moda, e intessono la loro pittura di simboli: quelli di Caravaggio molto oscuri ed intriganti, mentre i simboli di Chinnici sono intrisi di una religiosità nostalgica, di una moralità educativa da trasmettere ai più giovani.

San Francesco in meditazione, di Caravaggio

Entrambi impassibili alle convenzioni del mercato dell’arte, fedeli a loro stessi, immersi in un accanimento creativo per Caravaggio tutto tensivo, per Chinnici spirituale e memoriale, i due artisti speculari di questo evento particolare che per qualcuno non attento può risultare fuorviante, sono connessi tra loro anche per il modo di vivere l’arte: pensano e vivono quello che sentono, pensano e vivono il soggetto dell’Arte.

Andando più nello specifico, ovvero nelle similitudini tra il Caravaggio smarrito, inedito, di Caltagirone e il Lorenzo Chinnici che ritrae lavoratori, si può notare sia nel Caravaggio creatore di un ciclo francescano (Annunciazione, Seppellimento di Lucia, Madonna del parto, San Francesco in meditazione, San Francesco penitente, Resurrezione di Lazzaro, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco) che in Chinnici, sebbene trattino soggetti diversi e usino in maniera differente il colore, una concezione di sacro dimessa, umile non solenne, a vocazione popolare, esaltando i tratti più salienti in un figurativo proporzionato.

E’ ipotizzabile che Caravaggio, dovunque si trovi, sia tormentato per il furto del suo dipinto realizzato a Caltagirone? Perché no, d’altronde come diceva Einstein la logica ci porta da A a B, l’immaginazione dappertutto e lo stesso artista non sarebbe tale senza immaginazione. L’evento di Caltagirone ruota intorno all’immaginazione, al racconto di una favola siciliana, alla rievocazione del passato che dà luce al presente, al desiderio di entrare nella mente di un celebre artista, carpendone lo stato d’animo e mettendolo in relazione a quello di un artista del presente che vorrebbe uno dei suoi modelli quale è Caravaggio, presente all’esposizione. Avverrà davvero? Solo chi crede nell’invisibile potrà assistere all’impossibile! Imbottigliamo per un attimo il buonsenso e affidiamoci alla nostra voglia di sognare e di fare noi stessi arte che da sempre è terreno di libertà ed inventiva, precisando a chi legge che non ci sarà una mostra con le opere “francescane” di Caravaggio insieme a quelle di Chinnici, ma la sensazione e l’immaginazione di una corrispondenza ideale tra l’arte e l’animo di Caravaggio e quello di Lorenzo Chinnici.

‘Il marchese di Roccaverdina’: la lotta contro il rimorso e la paura secondo Luigi Capuana

Luigi Capuana (Mineo milleottocentotrentanove- Catania millenovecentoquindici) è statoI uno dei massimi esponenti del Verismo italiano, del quale è considerato il teorico. Migrato da Mineo, si trasferisce a Firenze, poi a Milano e poi a Roma, dove svolge le professioni di giornalista e critico d’arte, per poi diventare anche professore di Letteratura Italiana, prima all’Istituto superiore di Magistero a Roma e poi all’Università di Catania. Il suo capolavoro, nell’ambito del Verismo, è sicuramente il suo romanzo Il Marchese di Roccaverdina (millenovecentouno), ma anche Giacinta.

Protagonista del romanzo, pubblicato nel 1901 da Treves, Il marchese di Roccaverdina, è un nobile che vive nelle sue terre di Sicilia con la prepotenza, la cocciutaggine, gli arbìtri degni dei suoi bisavoli, soprannominati i Mluomini. Nel palazzo dove abita solo con la vecchia balia, mamma Grazia, egli è cresciuto con Agrippina Solmo, una contadina che gli dedicò gionventù, bellezza, purezza, con animo di innamorata e di schiava. Per non correre il rischio di disonorare il nobile casato sposandola, il marchese la dà in moglie un suo devoto fattore Rocco Criscione, esigendo però che entrambi giurino davanti al crocifisso di vivere come fratello e sorella.

Quando però, qualche tempo dopo le nozze, gli nasce il dubbio che Rocco e Agrippina abbiano violato il giuramento, il marchese si apposta di notte dietro la siepe e mentre Rocco passa sulla mula lo uccide con una fucilata; del delitto viene accusato Neli Casaccio, che già aveva minacciato Rocco perchè apparentemente gli insidiava la moglie.
Il romanzo inizia a questo punto, storia della lotta segreta e feroce fra il marchese e il suo rimorso. L’antefatto è vivo e presente in tutta la vicenda, riflesso come in uno specchio stregato nella coscienza del marchese che cerca di liberarsene prima nella confessione e, quando l’assoluzione gli viene rifiutata, allontanandosi da qualsiasi fede religiosa.
Dopo il delitto l’amore per Agrippina, che gli è rimasto nel sangue, ha qualche volta il sapore dell’odio, un tormento in più; per vincerlo, il marchese decide di sposare Zosima Mugnos che ha amato nella adoloescenza e che ora, a 32 anni, vive con la madre e la sorella nella miseria in cui le ha ridotte la prodigalità del padre. Poi, mentre Agrippina passa a seconde nozze con un pastore dei monti, il marchese si dà ad una vita piena di attività, in contrasto con l’isolamento caro alla sua indole.
Ma il ricordo del suo delitto rotorna a lui di continuo nell’immagine di un crocifisso abbandonato in casa, nei racconti contadini che vedono riapparire Rocco sul luogo dell’assassinio.

Lo scenario di questa lotta è un paese riarso e immiserito da 16 mesi di siccità, che screpola la terra, decima uomini e bestie.
L’angoscia si fa da una pagina all’altra più spietata ed incalzante si confonde all’attesa della pioggia che i fedeli invocano in processione, flagellandosi.
Finalmente le nubi salgono sul cielo di Rabbato e la pioggia scroscia, la terra verdeggia e fiorisce, Zosima diviene marchesa di Roccaverdina, l’innocente Neli Casaccio muore in carcere, muore anche don Silvio La Ciura, il santo prete che ha raccolto dal marchese la confessione del delitto.
Il marchese, tuttavia, sebbene al sicuro da ogni timore e da ogni testimone, non può sottrarsi al suo giudice interno, che lo assedia e lo spinge alla pazzia. Zosima, che della follia del marito apprende il suo delitto, lo abbandona. A soccorrerlo, pietosa nella sua miseria umana, accorre vicino a lui, tutta amore e dolore Agrippina, che gli sta al fianco finché alla pazzia furiosa succede il presentimento della morte.

Il marchese di Roccaverdina è l’opera più riuscita di Capuana. In essa confluiscono con maggiore equilibrio la sua inclinazione a una ricerca psicologica sottile e un po’ morbosa e l’interesse per una realtà schiettamente legata alla terra – la Sicilia di fine Ottocento – insieme alla curiosità per il soprannaturale, il favoloso, l’esperienza spiritica; una lotta senza tregua, che attraversa la follia e si chiude nel silenzio e che ricorda Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij. L’opera inoltre offre al lettore un interessante spaccato di vita sul machismo e sulla condizione femminile nella Sicilia nel secolo scorso. ma leggendo le cronache di questi giorni su quanto avviene in tutta Italia e specialmente al nord direi che il libro è di una sorprendente attualità e non conosce latitudini o confini temporali.

Capuana nel Marchese di Roccaverdina fa riferimento ad alcuni fatti storici; a tal proposito si parla dei moti rivoluzionari del quarantotto (“Ma nel quarantotto, la rivoluzione rimise in libertà tutti i galeotti”), ai quali il padre del protagonista aveva partecipato ( “e suo padre nel quarantotto? Capitano della guardia nazionale…”), si fa poi riferimento anche ad alcuni re che avevano governato in quel periodo (“Almeno con Ferdinando Secondo e Francischiello si stava tranquilli!”). Questi elementi permettono di dedurre che il tempo è reale. L’arco temporale coperto dalla storia, dai riferimenti dati nella narrazione, potrebbe essere di due o più anni, tuttavia non è specificato; a pagina sessantatre è passato un anno dall’omicidio, a riga undici si dice infatti “…da più di un anno, la sua vita era una continua ipocrisia”, e a pagina novantacinque sono passati sei mesi dal matrimonio. Il tempo del racconto è rallentato da numerose pause che si soffermano sull’introspezione psicologica dei personaggi (ad esempio si legge: “egli però non poteva fare a meno di rammendare, di paragonare”;…legandola inconsideratamente alla sua minaccia”, si dà spazio alla descrizione dei sentimenti del Marchese sia per Zòsima che per Agrippina, mettendoli a paragone) o sulle rappresentazioni dei paesaggi rurali dei luoghi che fanno da sfondo all’opera, ponendo in rilievo la siccità estenuante di quei mesi (“Ci vuole la pioggia!…” a venti “…le spinose foglie magre e quasi gialle per mancanza d’umore”). Tuttavia, a queste numerose pause, si accompagnano anche alcune ellissi; ad esempio a pagina ottantotto il venticinquesimo capitolo esordisce con “Due mesi dopo…”. Accanto alle ellissi, la cospicua presenza di flash-back contribuisce ad alterare l’ordine cronologico degli eventi. Essi sono generalmente utilizzati per fornire indizi sull’omicidio o per riportare i ricordi del Marchese; a tal proposito leggiamo: “Rivedeva ora Rocco, ora la Solmo…”,  egli ricorda il suo ex-maggiordomo e la sua ex-amante.
La sintassi utilizzata da Capuana è prevalentemente paratattica con periodi piuttosto lineari e semplici. La lingua si presenta al contempo formale e realistica; l’autore introduce difatti delle espressioni in latino, utilizzate in qualità di modi di dire (“errare humanum est”), dei termini (“carbonaro”) ed espressioni dialettali (“<<Si mamma, vo’ vedere se m’ama>>”), oltre a sporadici modi di dire ( “bisognava battere il ferro mentre era caldo”).

 

Fonti: http://www.italialibri.net/opere/marchesediroccaverdina.html

https://www.skuola.net/libri/recensione-marchese-roccaverdina.html

‘Marianna Sirca’ di Grazia Deledda: una storia che brucia di passioni e che spezza le catene del pregiudizio

Marianna Sirca è un romanzo breve del 1915 di quella che è considerata la maestra del verismo romantico, ovvero Grazia Deledda, la cui opera venne subito apprezzata sia da Verga che da Capuana. La storia è incentrata su realtà storico/sociali del primo Novecento e ha per protagonista una giovane donna di origini umili, che diventa ricca grazie all’eredità di uno zio prete. Si innamora di Simone Sole un bandito nuorese povero ma dal carattere forte e deciso che deve saldare il proprio debito con la giustizia; i due decidono di sposarsi ma Marianna chiede a Simone di costituirsi e di scontare la sua pena. Quando tale segreto viene a galla, tutti sono contrari. La casa di Marianna Sirca è sorvegliata dai carabinieri ma Simone sparisce dalla circolazione per non farsi prendere e per non divenire oggetto di scherno da parte degli altri banditi. La ragazza, delusa, lo accusa pubblicamente di viltà e quando il giovane torna per chiederle di ritirare l’offesa, Marianna gli oppone un silenzio ostinato:

Si guardarono, come l’altra volta, in fondo all’anima: e sentivano d’essere un’altra volta pari, pari nell’orgoglio e nel dolore come lo erano stati nella servitù e nell’amore. «Marianna», egli disse, fermo davanti a lei, così vicino che le bagnava le vesti con le sue vesti bagnate, «tu hai detto per me una parola che devi ritirare.» Marianna lo guardava senza rispondere, stringendosi alla porta, decisa a non aprire anche se l’uomo avesse tentato di farle del male. «Rispondi, Marianna; perché non rispondi? Vedi che sono qui e che non sono un vile.» Ella sorrise lievemente, un poco beffarda, guardando lontano e intorno come per scrutare quali pericoli egli aveva attraversato: allora egli le afferrò i polsi, la tenne inchiodata alla porta, parlandole sul viso: «Rispondi! Perché hai detto che sono un vile? Ti ho fatto del male, io? Potevo fartene, quella sera, qui e poi in casa tua, e poi sempre, in qualunque posto, e anche adesso potrei fartene, e non lo faccio, lo vedi che non lo faccio. Lo vedi? Rispondi». Ella lo guardava di nuovo, con gli occhi socchiusi, la bocca stretta, il viso pallido ma fermo. «Tu non mi vuoi rispondere! Altre volte però mi hai risposto. Vile, a me? Che ti ho chiesto, io, perché sia un vile? Ti ho chiesto i tuoi denari, forse? La tua roba, ti ho chiesto? O ti ho chiesto la tua persona? Ti ho chiesto solo amore, e amore tu mi hai dato; ma anche io ti ho dato amore; siamo pari; ci siamo scambiati il cuore. Ma tu volevi di più, da me: volevi la mia libertà e questa non te la do, no, perdio, perché la devo ad altri, prima che a te, la devo a mia madre, a mio padre, alle mie sorelle… Vile, a me?», riprese rauco, delirante di rabbia per il silenzio di lei. «Eri tu che mi volevi vile; tu, che volevi farmi andare in carcere, tu che volevi legarmi a te come un cane al guinzaglio… Tu…» 

Un rapporto d’amore burrascoso, avventato e avversato che sfocia nell’incomprensione e scivola nella tragedia, quello tra Marianna Sirca e il suo Simone, ambientato tra i monti e i boschi aspri e selvaggi di una Sardegna arcaica e profondamente imbevuta dei valori religiosi e della cultura della società contadina. Un finale malinconico. Sono presenti e vivi i temi tipici della scrittrice sarda, ovvero quelli relativi al destino, alla sopraffazione, al dolore, alla morte, alla solitudine, e all’aspirazione alla felicità. Il tutto raccontato con uno stile narrativo leggero, semplice e ricco allo stesso tempo, dove l’autrice analizza soprattutto attraverso il dialogo e i personaggi di supporto (il padre, la domenica di Marianna), la psicologia dei protagonisti principali senza rinunciare a meravigliose descrizioni della sua terra, della natura che è parte integrande del romanzo della Deledda. I cuori dei protagonisti così come le lande silenziose del nuorese, percosse dai gelidi venti invernali ed imbiancate da candida neve, sono solitari. In questo modo viene a crearsi un flusso di immagini ed eventi in stretta simbiosi.
Con Marianna Sirca Grazia Deledda conferma le sue doti narrative raccontando una storia che brucia di passioni, che anela gioia, che spezza le catene del pregiudizio verso certa umanità, che tratta di un territorio ruvido, difficile e percorso da forti contrasti, di pennellate cromatiche intense, di sensazioni olfattivi molto forti che si confondono con gli struggimenti emotivi e gli immancabili colpi di coda del fato.

Il bilinguismo di Grazia Deledda

“Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e che con calore tratta  problemi di generale interesse umano”.(Motivazione del Premio Nobel per la letteratura a Grazie Deledda)

Grazia Cosima Deledda (Nuoro 1871-Roma 1936) è stata vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1927. Insieme ad Elsa Morante, Virginia Woolf, solo per citarne alcune, la Deledda con la sua opera, rappresenta una  tra le più importanti conseguenze dei processi di trasformazione che hanno attraversato il Novecento: un rapporto sempre più stretto delle donne con la cultura, che è stato tra i presupposti essenziali per la parità dei diritti tra i sessi.

Qual è quest’alto ideale verso cui la scrittrice sarda si protende? Nicola Tanda nel saggio La Sardegna di Canne al vento, scrive:

“L’intero romanzo è una celebrazione del libero arbitrio, della libertà di compiere il male ma anche di realizzare il bene, soprattutto quando si ha esperienza della grande capacità che il male ha di comunicare angoscia. Il protagonista che ha commesso il male non consente col male, compie un viaggio doloroso, mortificante, ma anche pieno di gioia nella speranza di realizzare il bene, che resta la sola ragione in grado di rendere accettabile la vita”.

Ancora una volta, la letteratura tende al suo fine principale: la manifestazione del vivere, in tutte le sue sfaccettature. Ma la scrittrice sarda, si avvia a tessere il filo di questa vasta, complessa, intricata rappresentazione riducendo il mondo ad un’unica, fondamentale regione: la Sardegna. L’isola sarda, che come quella procidana nella Morante, diviene emblema delle pulsazioni dell’animo umano, di quei richiami ancestrali, primordiali, arcani, istintuali che investono i protagonisti nelle sue opere.

I suoi romanzi ci portano in un mondo, che appare quasi “primitivo” per la forza delle passioni, tramutate in tragedie, che in esso si soffrono:

L’isola è intesa come luogo mitico e come archetipo di tutti i luoghi, terra senza tempo e sentimento di un tempo irrimediabilmente perduto, spazio ontologico e universo antropologico in cui si consuma l’eterno dramma dell’esistere”.

Ma questa, chiamiamola “sensazione”, di trovarci dinanzi ad un passato quasi “mitico” nasce dal fatto che la Deledda costringa ogni lettore a fare i conti con la parte più profonda, nascosta del proprio essere: certi impulsi, anche se repressi sono sempre presenti. E ritornano a galla, come echi leggendari e si insinuano nel nostro agire.

Dinanzi a questa “tragedia” del mondo, non c’è catarsi che regga, nessuna possibilità di distacco dalle passioni e le vicende rappresentate  non hanno il fine di mostrare  il “come potrebbe essere” se non si segue un regime deontologico corretto,  ma sono pura raffigurazione di “ciò che è”, a prescindere dall’etica e dalla morale, in quanto l’uomo non potrà mai essere svincolato dalle sue debolezze e fragilità, qualunque sia il codice comportamentale seguito. Ed il mondo appare bello solo nel suo stesso dramma e l’uomo diviene “umano” soltanto nella sua, talvolta perversa complessità. Dice la scrittirce sarda:

La coscienza del peccato che si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano l’esperienza del vivere di un’umanità primitiva, dolente, gettata in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio del mistero e dell’esistenza assoluta”.

E la religione come si muove in questo campo minato di passioni?

Questa, non è la soluzione ai problemi dell’uomo. L’essere umano, nutrendosi o non della parola di Dio, sarà sempre soggetto così come al bene, anche al male. Quindi la religione, nella poetica della Deledda  è strettamente connessa al libero arbitrio dell’uomo, in sintesi potremmo dire che è una scelta. Scegliere di vivere nel timore di Dio non significa cancellare la colpa e la vergogna, ma cercare di portarne al meglio il peso.

Resta, aleggiando nel fondo, un sentimento di pietas che permea tutti i suoi componimenti; una partecipazione compassionevole verso tutto ciò che è mortale,  un sentimento misericordioso che induce al perdono di una comunità di peccatori che ha sulle proprie spalle il peso del proprio destino. Uno stile, quello della scrittrice sarda, che ha posto necessariamente il problema dell’intenso rapporto tra civiltà-cultura-lingua. Lei stessa scrive in una sua lettera:

Leggo relativamente poco, ma cose buone e cerco sempre di migliorare il mio stile. Io scrivo ancora male in italiano, ma anche perché ero abituata al dialetto sardo che è per se stesso una lingua diversa dall’italiana

Una delle prime problematiche che deve affrontare la Deledda, dunque, è quella di far propria la lingua italiana, che lei, come sardofona, non sente sua. Operazione ancora più difficile se si tiene conto che l’autrice si accinge a narrare il proprio vissuto, il proprio universo antropologico sardo. Ne è sorto un dibattito recente sul bilinguismo, in quanto il sardo è stato riconosciuto lingua e non dialetto; dibattito che però non è riuscito ancora a chiarire questo rapporto di doppia identità. Questo però non deve far pensare che il suo linguaggio si sia improntato solamente di verismo e naturalismo, ma al contrario si è piegato al lirico e al fiabesco. Afferma Natalino Sapegno:

Ma da un’adesione profonda ai canoni del verismo troppe cose la distolgono, a cominciare dalla natura intimamente lirica e autobiografica dell’ispirazione.”

Fin dai tempi in cui scrive su riviste di moda si rende conto della distanza esistente tra la stucchevole prosa in lingua italiana e la sua esigenza di impiegare una lingua che sia più vicina  alla realtà e alla società dalla quale proveniva.  E così si protende alla letteratura russa e le parole delle sue opere rievocano memorie tolstojane e dostoevskiane.

L’intento della Deledda, spesso, finisce con l’approdare ad un linguaggio scarno, soprattutto in quei scritti giovanili e alcuni attribuiscono questo risultato alla paura di sbagliare, a quell’ansia che potremmo definire “da prestazione” nel dover maneggiare contemporaneamente due lingue : l’italiano ed il sardo. Secondo altri critici, invece,questo linguaggio non propriamente fluido deriva dal pensare in sardo e il tradurre in italiano. In alcuni punti delle sue opere si può chiaramente scorgere come vengano utilizzati dei veri e propri “sardismi”, soprattutto quando mancano corrispondenti in italiano. La scrittrice non ha problemi a marchiare di lingua sarda la sua poetica e tutto questo  deriva da una scelta voluta e consapevole.

L’influsso della Sardegna e della lingua sarda nelle opere della Deledda non riguarda solo le opere sintattiche e il lessico  ma anche e soprattutto le tematiche: i costumi, le immagini, i detti e i proverbi.

Dunque, la sintassi prevalentemente paratattica, non equivale alla mancanza di stile ma deriva dal trasferimento nella scrittura  di modalità linguistiche di costruzione del racconto orale. Grazia Deledda può essere considerata una scrittrice straniera fino ai trent’anni. Ha lottato affinché il suo bilinguismo venisse riconosciuto; ha combattuto contro una critica, aspra e severa, che spesso l’ha giudicata una “scrittrice non degna”. Il suo impegno in campo letterario in realtà è poi divenuto un impegno ancor più grande in ambito umano, dove è riuscita a gettare le basi, le fondamenta per la costruzione di un ponte, quello tra due culture: la cultura italiana e quella sarda.

Queste le riflessioni stilistiche e tematiche sulla poetica di una scrittrice, definita talvolta anche sovversiva. Una grande donna prima ancora che una grande scrittrice, che ha saputo prima ancora che raccontare, soprattutto vivere, respirare, esplorare l’intera società sarda, e di riflesso, nel profondo, l’intera società umana.

 

‘Conversazione in Sicilia’: la scoperta dell’Uomo

Tra sogno e realtà, Conversazione in Sicilia sembra stato scritto sotto il segno di un’allucinazione continua da Elio Vittorini, il quale porta il lettore nelle splendide terre siciliane, accompagnandolo in un lungo viaggio fatto di incontri surreali, momenti paradossali, attimi che restano nella memoria, nel ritorno alla terra natia.

Il protagonista di quella che resta una delle migliori opere scritte da Vittorini, è Silvestro Ferrauto, intellettuale e tipografo che, ormai, vive a Milano da 15 anni. Dopo aver ricevuto una lettera dal padre, un ferroviere libertino, buono a nulla, uno di quegli uomini, padri, a cui forse speri di non assomigliare mai, che ha deciso di lasciare la moglie, Concezione, per andare a vivere a Venezia con un’altra donna, decide di tornare a casa, la sua Sicilia. Decide così di percorrere quel lungo viaggio che porta con se un cambiamento e un ritorno al passato. Accompagnato da una miriade di ricordi che affollano la mente, Silvestro incontra, durante il tragitto, personaggi che lo colpiscono particolarmente. Sul traghetto che lo porta da Villa San Giovanni a Messina, conosce un piccolo siciliano disperato con una moglie bambina, che lo scambia per americano e gli offre delle arance. Sul treno che lo porta a Siracusa, incrocia un uomo in cerca di doveri più grandi, che chiama Gran Lombardo, un vecchio, un catanese e un ragazzo malato di malaria. Conosce poi due polizziotti, a cui lo stesso protagonista da i nomignoli di Senza Baffi e Con Baffi, disprezzati dagli occupanti siciliani del vagone. E così, attraverso quello che si presenta come un pretesto, il viaggio di ritorno verso casa, Vittorini mostra al lettore punti di vista, idee, pensieri personali che si vestono attraverso le parole dei personaggi.

Conversazione in Sicilia è un’opera che mostra la grandezza dei romanzi del ‘900, un’opera che scorre, trascina il lettore fino all’ultima pagina, all’ultima parola, all’ultimo ricordo, a quell’addio che sembra doveroso ma che, in qualche modo, lascia un sapore amaro nell’anima.

Silvestro giunge cosi nella sua terra, tra quegli odori e sapori che solo chi ama davvero quell’isola può sentire su di se, perchè quegli odori, quei sapori, sono parte delle terre del sud, sono un amore incondizionato verso quel tempo che ancora vive nella memoria, che guida il nostro protagonista fino alla sua casa, fino a quel luogo che ancora ricorda con gioia, con un sorriso, con un cuore che batte più di quanto dovrebbe, perchè le origini non le cancelli, ti restano attaccate addosso, ti riportano indietro, ti avvolgono, ti insegnano a respirare. Ed è durante quel pranzo accanto alla madre, in un dialogo che scorre lento e forse un pò ripetitivo, che Silvestro ripercorre la strada dei ricordi. In una serie di immagini chiare e nitide, vive il ricordo della vita nelle casa cantoniere. Ma il nostro protagonista ha ricordi diversi da quelli della madre, fatti di mancanze, sacrifici, dolori, tradimenti da dover sopportare o, forse, da voler sopportare. Concezione ricorda la miseria, Silvestro ricorda un passato felice. Ed ecco che emergono ancora parole e ricordi che avvolgono quelle pagine, insieme a momenti che sembrano allucinazioni.

L’arrotino Calogero, che sostiene che nessuno ha più coltelli da affilare, si rallegra del temperino che Silvestro ha con sé. Calogero lo porta così dall’uomo Ezechiele, che gli racconta di come il mondo sia offeso. Il trio si sposta poi dal panniere (venditore di stoffe) Porfirio e infine alla bottega di Colombo, dove bevono alcuni bicchieri di vino. Lasciata la compagnia, Silvestro si reca da solo in via Belle Signore, dove incontra un soldato che rimane nell’ombra per non farsi vedere. I due discutono al cimitero e il soldato gli confessa che si ricorda di quand’era piccolo, mentre giocava con il fratello Silvestro. Gli racconta che lui recita ogni giorno una parte al cimitero insieme a tutti i “Cesari non scritti. Macbeth non scritti”. Il soldato inoltre, prima di scomparire, dice metaforicamente di trovarsi da trenta giorni su un campo di battaglia innevato.

Il lettore giunge così ai capitoli finali di Conversazione in Sicilia, tra quelle lacrime per la scoperta della morte del fratello in guerra e un’immagine che riporta quel gusto amaro, quel sapore che di dolce non ha più nulla ormai, la madre, piegata, inginocchiata, davanti a quell’uomo che Silvestro non può non riconoscere, non può amare, non può non disprezzare, un padre la cui figura è ormai solo un altro pò di quel gusto amaro che si posa sulla pelle.

In un’opera che si presenta come un vero capolavoro della narrativa del ‘900, Vittorini ci accompagna in un mondo che si mostra come un misto di realtà e finzione. Una Sicilia che «è solo per avventura Sicilia; perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela.»

Conversazione in Sicilia mostra così la possibilità di una doppia interpretazione. La prima è quella nel segno dell’allucinazione, del sogno, tecnica adottata da autori come Antonio Tabucchi in “Notturno indiano” e “Requiem”, oppure da Guido Piovène ne “Le stelle fredde”. Un ‘interpretazione che spiegherebbe il tono bizzarro e inconsueto verso cui procede la narrazione.

La seconda possibile interpretazione avvolge il romanzo in una chiave allegorica, perchè non tutto è come sembra. Vittorini, per non scontrarsi con le conseguenze della censura fascista, copre ogni denuncia, attacco al regime, con personaggi, azioni, parole che sembrano surreali, allucinazioni, appunto. Una critica al perbenismo borghese che non mostra il minimo interesse per i dolori, i disagi, la povertà di un mondo che sembra non appartenere loro. Attraverso uno stile e una tecnica che avvolgono 49 capitoli in un alone di misero in cui tutto potrebbe apparire paradossale, pura e semplice invenzione, Vittorini riesce ad avvicinarsi a quel verismo che ha reso indimenticabile un’opera come “I Malavoglia”.

E così, tutto viene avvolto da quel tentativo di denuncia verso quel regime che porta solo morte e distruzione, che priva gli uomini della loro libertà, dignità, forza, di quella vita che non è vita, di quei momenti che sono solo immagini da voler cancellare, dimenticare, come non fossero mai esistiti, come fossero  stati solo un brutto sogno, un’allucinazione.

Conversazione in Sicilia è uno straordinario viaggio di fantasia, una nobilitazione dello spirito puro dei contadini alla Tolstoj che conduce alla conoscenza e alla realizzazione dell’essere umano attraverso il dubbio. La narrazione procede per vie simboliche e dialoghi immediati. Magico, denso, storico e mistico.

“Scrivere è fede in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse, cercando la verità, la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segreto che si è sottratto a ogni indagine.”

“Canne al vento” di Grazia Deledda: i drammi della fragilità umana

Efix, un contadino che lavora da parecchi anni in un podere in Sardegna di proprietà delle dame Pintor, al termine di una dura giornata di lavoro riceve, in tarda serata, la visita di un giovane con la richiesta di presentarsi l’indomani mattina per dei chiarimenti riguardo una lettera appena giunta. Efix ripercorre la storia della famiglia Pintor; le tre signorine Pintor, Ruth, Noemi e Ester, la madre Donna Cristina, morta prematuramente, il padre Don Zame, dispotico ed arrogante, sempre più tiranno nei confronti delle figlie fino alla sua morte, avvenuta in strada per cause sconosciute, forse per sincope o forse per una aggressione di sconosciuti, la sorella Lia, scappata improvvisamente per dissapori familiari.

“Canne al vento”  è una storia semplice di uomini semplici. Il talento dell’autrice, che certamente non necessita di essere decantato, è stato quello di rappresentare con successo la società dell’epoca con le sue tradizioni, le sue feste e le sue superstizioni. L’autrice ci descrive una società in cui il giorno era dedicato alle incombenze della vita quotidiana e la notte al riposo. La notte è rappresentata come un momento di magia, animata da ogni sorta di creature di fantasia.

“Era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sì, la giornata dell’uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti.”

Tutti questi esseri misteriosi si svegliavano dal loro sonno quotidiano per vagare nelle campagne, rispettati e temuti da tutti.

“Specialmente nelle notti di luna tutto questo popolo misterioso anima le colline e le valli: l’uomo non ha diritto a turbarlo con la sua presenza, come gli spiriti han rispettato lui durante il corso del sole; è dunque tempo di ritirarsi e chiuder gli occhi sotto la protezione degli angeli custodi.”

Gli uomini e le donne descritti dalla Deledda sono individui che, consapevoli della propria posizione dinanzi al divino, ne accettano le conseguenze con animo dimesso. Si rendono conto di essere come le canne sull’argine di un fiume, piegate dal vento a suo piacimento, senza però spezzarsi

La narrativa della Deledda, posta ora nella scia del verismo di Verga, ora accostata al decadentismo dannunziano, racconta di forti vicende d’amore, di dolore e di morte, nelle quali domina il senso religioso del peccato e la tragica coscienza di un inesorabile destino. Nella sua prosa si consuma la fusione carnale tra luoghi e figure, tra stati d’animo e paesaggio, tra gli uomini e la terra di Sardegna, luogo mitico e punto di partenza per un viaggio dell’anima alla scoperta di un mondo ancestrale e primitivo.
Il libro appare molto “musicale” e porta il lettore a lasciarsi suggestionare dall’armonia descrizioni del paesaggio, fino a  provare empatia verso la gente sarda che risulta semplice, ma tuttavia non priva di infelicità e miseria: il garzone, il libertino, la vergine aristocratica, ognuno naviga nella propria infelicità fin che rimane schiavo del proprio vizio. È servendo con lealtà e dignità il proprio destino che si raggiungerà la serenità.

Letterariamente molto diverso dalla narrativa contemporanea e forse un pò appesantito dalla descrizione dei paesaggi, è un viaggio attraverso la fragilità umana che diventa forza nel momento in cui si accetta pienamente il senso di colpa e ci si vuole salvare attraverso l’espiazione. Deledda racconta di un’umanità in balia del destino,in cui le convenzioni e le convinzioni valgono più delle scelte e del libero arbitrio, il tutto descritto con una vena di lirismo: siamo proprio come canne al vento.