Cesare Pavese editore, più interessato ai classici e ai saggi che ai romanzi

Un approfondimento, ricco di aneddoti, dedicato al lato meno noto di Cesare Pavese dove, in parallelo con la propria scrittura, lo si vede intento a organizzare quella degli altri dalla scrivania di una casa editrice, l’Einaudi degli inizi.
Allora come ora, un editor di narrativa poteva avere ogni tanto la tentazione di ribellarsi. Se poi si chiamava Cesare Pavese, immensa capacità di lavoro e carattere virante al brusco, poteva anche scrivere, nel primo dopoguerra, una lettera di questo tenore a qualche incauto: “Caro signore, ricevendo noi molte proposte, abbiamo dovuto sviluppare un sesto senso, e così fiutare l’ingegno e le capacità di uno scrittore dal suo tono epistolare. Il suo ci pare non prometta nulla di buono. Per ciò non dia corso all’invio dei manoscritti”.

La cita Gian Carlo Ferretti nel saggio (uscito per Einaudi) L’editore Cesare Pavese, che fa seguito ad analoghe ricerche sull’editoria libraria del Novecento – ricordiamo almeno L’editore Vittorini e il lavoro su Niccolò Gallo (Storia di un editor, Il Saggiatore) oltre alla monumentale Storia dell’editoria letteraria in Italia 1945 – 2003 (ancora Einaudi). Qui si affronta il lato meno noto di Cesare Pavese dove, in parallelo con la propria scrittura, lo si vede intento a organizzare quella degli altri dalla scrivania di una casa editrice. Fu infatti un grande protagonista nella prima, decisiva fase dello Struzzo (assunto il 1 maggio 1938, ci lavorò fino al 27 agosto del 1950, giorno del suicidio in una camera dell’hotel Roma), quando si posero le basi di quella che sarebbe poi stata l’Einaudi negli anni più fortunati dell’egemonia culturale, esercitata per un lungo periodo.

Al tempo di Cesare Pavese, la sfida era ancora agli inizi; la casa editrice era piccola e faticava a trovare autori di buon nome, soprattutto nella narrativa. Il giovane redattore si dedicava un po’ a tutto: dal ‘40, quando Leone Ginzburg, che era stato il grande ispiratore di Giulio Einaudi, venne mandato al confino in Abruzzo, toccò a lui esercitare di fatto il ruolo di direttore editoriale. A Roma fra il gennaio e il luglio ’43 si occupa della nuova sede -aperta nel ’41 -, poi torna a Torino tra bombardamenti e traslochi di fortuna, tiene i rapporti con i collaboratori, legge i testi, progetta collane, si occupa di contratti, è di nuovo a Roma, città che mal sopporta, nel ‘45. “Lavoro come uno schiavo egizio”, proclama non senza ironia – lavorare è per lui una ragione di vita -; si arrabbia spesso, i suoi giudizi sono quasi sempre sferzanti.

Ferretti fa emergere un aspetto sin qui assai poco noto: a differenza poniamo di Elio Vittorini – o dell’amatissimo allievo Italo Calvino – Pavese non ha un vero interesse in quanto editore per la narrativa (né per la poesia: nel ‘50 scriverà al giovane Edoardo Sanguineti, che gli ha presentato le sue prime prove: “Questa non è poesia, e nemmeno stile; sono giochi di prestigio”); tanto che appena può, a guerra finita, lascia volentieri per esempio a Natalia Ginzburg l’onere di occuparsene. A lui premono i classici, e naturalmente i saggi di antropologia che pubblica nella Collana viola, una delle iniziative più “scandalose” della casa editrice perché i nomi proposti facevano parte di una cultura bollata nel dopoguerra come “irrazionale”, e considerata sinonimo di fascismo.

Da Mircea Eliade e Georges Dumézil, per non parlare di Leo Frobenius (la cui Storia della civiltà africana venne pubblicata con una prefazione di Ranuccio Bianchi Baldinelli che accostava l’autore a Rosenberg e ai nazisti), molti dei titoli erano allora considerati impresentabili e “pericolosi”. Tanto da doverli proporre con prefazioni-anatema per vincere la resistenza degli studiosi marxisti. Qualche nome era seriamente imbarazzante: per esempio Eliade, legato durante la guerra alle “guardie di ferro” rumene, alleate dei nazisti, e riparato in America dopo il ‘45, ma studioso di primissimo piano. “Non c’è passato per la mente di esaminare la fedina penale dell’Autore – scrive Cesare Pavese a Giolitti nel ‘49 – in quanto non si tratta di opere di politica o di pubblicistica. Qualunque cosa faccia l’Eliade, come fuoruscito, non può ledere il valore scientifico della sua opera”.

Fuoruscito è un eufemismo quanto meno delizioso. E la grandezza di Pavese editore sta anche nei particolari. Ferretti ne offre un quadro molto convincente, riprendendo e risistemando le ricerche già compiute con nuove scoperte d’archivio. A differenza degli editori-scrittori che sono stati molto importanti nel Novecento, e ai quali è dedicato lo studio ormai classico di Alberto Cadioli appena uscito in una nuova edizione arricchita (Letterati editori, attività editoriale e modelli letterari del Novecento, Il Saggiatore), Cesare Pavese sembra ogni volta prescindere dal proprio essere (innanzi tutto?) un autore, gettandosi senza interferenze nell’organizzazione culturale: il che può essere letto come una forma di risentito ascetismo sabaudo, non privo di eroismo. Ma non senza eccezioni: ci sono giudizi in cui si sente battere il cuore di chi ha scritto, poniamo, La Luna e i falò. Come questo su Hemingway, dove sottolinea – e che cosa, no? – il “lavoro ben eseguito, la pagina asciutta, diretta ed essenziale, la tecnica, ultima dea che ispiri il tragico uomo occidentale”.

 

Fonte:

http://www.illibraio.it/editor-pavese-482668/

“Il sergente nella neve”, il capolavoro di Mario Rigoni Stern

Mario Rigoni Stern

<<Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno>>. L’incipit del capolavoro dello scrittore veneto Mario Rigoni Stern, “Il sergente nella neve” (1953) racchiude memoria e poesia, natura e testimonianza in quello che è senza dubbio uno dei romanzi più belli e classici del Novecento, un diario di guerra che racconta come in circostanze tragiche si possa e si debba mantenere la propria umanità. Uomini che restano uomini tra le barbarie della guerra, uomini che hanno paura, freddo, fame, ma che sanno addirittura ridere delle proprie disgrazie e considerare i nemici semplicemente degli uomini come loro, i russi vengono descritti come gli italiani, nella loro fragilità: <<Sono giovani e non hanno la faccia cattiva, ma solo seria e pallida, e compunta, guardinga>>.

Il cammino letterario di Stern comincia proprio in questo modo, durante la guerra:  Stern è un  giovane alpino, sergente maggiore scampato alla ritirata di Russia dell’esercito italiano tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, capace di guidare un gruppo di soldati  allo sbando fuori dalle linee di fuoco. Divenuto improvvisamente responsabile delle vite di molti uomini, viene catturato dai tedeschi ed è costretto a sopravvivere per più di due anni nei lager di Lituania, Slesia e Stiria. La prigionia  dà modo allo scrittore di riflettere sulla sofferenza ma anche sul valore della letteratura, che diventa veicolo per le sensazioni e i ricordi, luogo della testimonianza e della memoria, della fratellanza e della riscoperta del significato di essere uomini, che  coincide soprattutto con il non lasciarsi sopraffare dalle bruttezze della Storia , dal relativismo delle circostanze.

Leggendo “Il sergente nella neve” si è paradossalmente pervasi da un senso di pace e di tranquillità, è straordinario e commovente, quasi infantile come Stern riesca a raccontare il dolore e la disperazione, senza retorica e crudezze, ci tocca e ci emoziona con immediatezza e delicatezza,  trasmettendoci un profondo senso di  moralità. Stern descrive la nostra essenza che fa da eco a quella della montagna e del bosco, la semplicità della quotidianità pur trovandosi una situazione estrema  dalla quale però emerge la certezza della speranza. Il modo di narrare utilizzato dallo scrittore accarezza il lettore, conducendolo dolcemente a scoprire i  silenziosi segreti della natura, con le sue stagioni e fenomeni atmosferici, dai quali l’uomo può trarre forza.

Particolare ed universale si fondono magicamente; questa è la cifra di Stern, lo si nota anche nei romanzi successivi “Il bosco degli urogalli”, “Storia di Tönle”, “Le stagioni di Giacomo”. Come Hemingway in “Addio alle armi”, Mario Rigoni Stern ha portato nuova linfa, freschezza e serenità nel romanzo italiano, fattore che fa de “Il sergente nella neve” un classico imperdibile del Novecento, statico e plastico nella prima parte e incalzante e dinamico nella seconda, non è avvolto dalla ricercatezza formale ma dall’esperienza diretta che fa esprimere l’autore in un certo modo, che gli fa descrivere  quel microcosmo in cui si trova in un certo modo. Lo scrittore di Asiago osserva; non scrive con la testa ma con gli occhi e riporta tutto ciò che vede, sente e annusa sulla carta con grande precisione.

Il sole, la neve, l’inverno, la primavera, il bosco, l’attesa di ritornare a casa, l’uomo che guarda in faccia al suo simile senza provare vergogna perché non si è lasciato dominare dalla brutalità e dalla violenza della guerra, dalle circostanze che, ormai è assodato che costituiscano un’ attenuante ai nostri gesti ed azioni più esecrabili. Come afferma  Elio Vittorini nel manoscritto con una esplicazione che volle aggiungere, “Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini, […] Se questo è successo una volta, potrà tornare a succedere.Potrà succedere a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere”.

Succederà?