Pierre Drieu La Rochelle e Louis-Ferdinand Céline: figli della solitudine, oppositori della decadenza europea

Luglio 1940, Diario di André Gide: “Se la dominazione tedesca dovesse assicurarci l’abbondanza nove francesi su dieci l’accetterebbero, e tre o quattro di loro col sorriso sulle labbra”. Pierre Drieu La Rochelle nacque a Parigi nel 1893 e vi morì, suicida, nel 1945. Fu, insieme a scrittori come Robert Brasillach, Georges Suarez e Louis-Ferdinand Céline, tra i pochi a pagare per il collaborazionismo con i tedeschi durante la Repubblica di Vichy. Brasillach e Suarez vennero fucilati. Céline dovette fuggire in Europa, scontare anni di carcere per poi rientrare in Francia nel dopoguerra ed essere privato dei suoi averi. Drieu, invece, si suicidò prevenendo il verdetto di condanna a morte. Romanziere, poeta, saggista, giornalista, drammaturgo, critico letterario, pamphlettista e infine studioso di religioni, Pierre Drieu La Rochelle – dato lo scomodo passato di collaborazionista – è entrato a far parte solo nel 2012 della prestigiosa collana francese Bibliothèque de la Pléiade, insieme ad autori come Molière, Stendhal, Proust, Chateaubriand e Hugo: tutto il meglio della letteratura francese. Non vi è dubbio sull’adesione fascista di Drieu La Rochelle come sulle sue posizioni antisemite. Non sarebbe corretto e onesto negare tali verità come non sarebbe onesto tacere su una figura così importante per la cultura europea. I fascisti portano il suo nome come un fiore all’occhiello. Gli antifascisti lo bollano come mero antisemita e lo ignorano. Ma qui non si scrive per compiacere né gli uni né gli altri.
Nato in una famiglia borghese normanna dalle idee tradizionaliste, Drieu, sotto l’influenza del padre, cresce nel rimpianto e nell’amarezza della sconfitta del 1870. Dallo sguardo grave e dalle idee radicali, egli affronta la vita con lo spirito di un vinto fin dalla prima giovinezza. Bocciato all’esame di Scienze politiche, pensa al suicidio per la prima volta. Porterà a compimento tale idea, sempre presente nei suoi romanzi, molti anni dopo, come un altro grande scrittore dal passato scomodo: Yukio Mishima. Partecipò alla Grande Guerra e ne uscì traumatizzato. Il dominio della macchina sull’uomo e l’ingresso delle masse nella storia sono gli elementi di novità che la tragedia bellica ha portato con sé. Davanti alla guerra di trincea, con i soldati costretti a strisciare nel fango, Drieu asserisce:

“La guerra, un tempo, erano gli uomini in piedi. La guerra di oggi sono tutte le posture della vergogna”.

La visione della vita per Drieu è decadenza. Tale idea si impossesserà di lui e attraverso tale lente guarderà il mondo e, soprattutto, l’Europa. Il suicidio non è altro che l’azione che segue, coerentemente, il pensiero. Si legge infatti nella prefazione del suo romanzo più importante Gilles: “Io mi sono trovato, come tutti gli scrittori contemporanei, di fronte a un fatto schiacciante: la decadenza. Tutti hanno dovuto difendersi e reagire, ciascuno a suo modo, contro questo fatto. Ma nessuno come me salvo Céline – ne è stato chiaramente cosciente”. A pensarli fratelli, Drieu e Céline, – come nota Arnaldo Colasanti nella prefazione de La commedia di Charleroi – si direbbe troppo. Sono grandi perché restano incommensurabilmente figli unici, figli della solitudine, orfani dell’assenza. Ed è per questo che lo scrittore e giornalista Stenio Solinas li ha racchiusi entrambi, separatamente, nel suo splendido saggio Compagni di solitudine. Una educazione intellettuale. Ma anche per Drieu in Fuoco fatuo, come per Céline nel suo Voyage, la notte rappresenta il marcio e la decadenza dell’umanità. Principi delle tenebre entrambi, vedono la morte come vocazione.

Da giovane antiborghese rifiuta la democrazia, il parlamentarismo, il progresso e l’egualitarismo. In un articolo scrisse che “l’eguaglianza non è mai appartenuta a questo mondo: la vita stessa sorge dall’ineguaglianza. L’intelligenza del più forte è la sola giustizia conosciuta”. Rifiuta il mito progressista della macchina, “nata dalla pigrizia dell’uomo”, nel cui dominio – come giustamente nota Rodolfo Sideri nel suo Inquieto Novecento – vede tessere la ragnatela dell’egualitarismo che predispone un mondo di sbarre e di inferriate, che soffoca i desideri con la soddisfazione dei bisogni. Lo stesso antisemitismo da lui predicato si inscrive nel suo rifiuto del mondo moderno. Si legge a tal proposito in Gilles:

“Ebbene! Io non posso sopportare gli ebrei, perché essi rappresentano per eccellenza il mondo moderno che io odio”.

La loro religione, rimasta ferma a uno stadio arcaico, rappresenta al meglio la modernità in quanto “più le genti sono primitive più si gettano a corpo morto nel mondo moderno. Sono senza difesa”. Il suo è un fascismo tutto particolare. Per Drieu, il fascismo significa “vivere con più forza”. Nel pamphlet politico Socialismo fascista spiega le ragioni della sua adesione al fascismo, in cui vide il solo strumento capace di frenare la decadenza dell’Europa. E’ però tentato in egual misura dai due opposti estremi: il comunismo e il fascismo, il rosso e il nero. Ma è in quest’ultimo che più si riconosce. Per lui pare valere la definizione di Victor Smirnov: “Il comunismo è un fascismo estremista, il fascismo è un comunismo moderato”. Nei romanzi Racconto segreto e I cani di paglia considera infatti la Russia sovietica come sicura erede del fascismo e padrona dell’Europa. Tra i suoi amici compaiono André Malraux (un comunista divenuto poi gollista) e Louis Aragon (comunista anche lui). Ne I cani di paglia il collaborazionista Brandy giunge alla conclusione che il nazionalsocialismo e la democrazia saranno schiacciati dalla Russia, e poi aggiunge: “il mio ideale di autorità e aristocrazia è in fondo nascosto in questo comunismo che ho tanto combattuto. Verrò ammazzato dai comunisti con amara soddisfazione”. Ed è questo forse che lo porterà a dire, alla fine della sua vita: “Je meurs communiste”. Nella sua immaginaria autodifesa non ammette mezze misure:

“Sì, sono un traditore, si sono colpevole d’intelligenza con il nemico…ho perduto. Esigo la morte”.

Per l’autore di Gilles “nulla si fa senza sangue. Bisogna morire incessantemente per rinascere incessantemente”. E, avvicinatosi all’induismo, morì con le Upanishad aperte sul tavolo da lavoro. Per andare lì, come scrisse in Racconto segreto, dove non c’è nessuno.

Veniamo ora all’altro grande scrittore scomodo, Céline: La Rochelle, come nota Stefano Lanuzza nel libro scritto insieme a Marco Fagioli, Arletty, Sartre e Louis Ferdinad Céline, lo assimilava ad un poeta medievale, antimoderno come lui, lungo una linea che va da de Maistre a Barthes. Il carattere dell’antimodernismo, intendendolo come il volto più recente della cultura borghese, sarebbe quello di una critica distruttiva dell’idea illusione di progresso, uno spirito antiilluminista e controrivoluzionario, un pessimismo che assume l’aspetto di una vituperation della società, fino al limite estremo del nichilismo. Tuttavia, anche se l’apparenza di Céline all’antimodernismo sembra per diversi aspetti limitare lo spessore della sua scrittura, refrattaria ad ogni tipi di classificazione.

Pochi mesi prima della condanna per indegnità nazionale da parte del Tribunale della Senna di Parigi, Céline, rispondendo ad un’inchiesta della rivista Crapouillot sul tema dedicato ai fatti segreti e non registrati dalla Storia, adombra con amara ironia una previsione del proprio destino.

Io sono un ragazzo semplice, fiducioso e rispettoso dei superiori. Ho fatto diciotto mesi di prigione, non so perché.

Sono indegno per sempre. Non so perché. Farò sicuramente venti anni di esilio, senza sapere perché.

Creperò lontano dal mio ambulatorio. Non saprò mai perché. 

 

Fonti: Valerio Alberto Menga

S. Lanuzza, M. Fagioli, Arletty, Sartre e Louis Ferdinad Céline, Aiòn

 

Yukio Mishima, strenuo difensore della bellezza e dell’etica giapponese

Yukio Mishima era nato il 14 gennaio 1925 con il nome di Kimitake Hiraoka. Era considerato già in vita uno dei più importanti e discussi scrittori giapponesi, sublime, romantico, estremo, forte di una notorietà internazionale derivante dalle sue posizioni radicali. Autore prolifico (scrisse 40 romanzi, tra cui ricordiamo:La foresta in fiore,  La dimora delle bambole, Confessioni di una maschera,  Sete d’amore, Morte di mezza estate, Una stanza chiusa a chiave, Una virtù vacillante, La casa di Kyōko), 18 testi teatrali, 20 raccolte di racconti, almeno 20 saggi e un libretto musicale e una sceneggiatura per film), era stato più volte indicato come un possibile candidato al Nobel per la letteratura, che venne vinto invece da Yasunari Kawabata nel 1968 e poi, in tempi più recenti, è stato vinto di nuovo da un giapponese, Kenzaburo Oe, solo nel 1994.

Il New York Times, in un ritratto del 15 settembre 1985 parlava così di Yukio Mishima: “non solo un concorrente perenne per il premio Nobel, ma, come Norman Mailer, [Mishima] si è anche ritagliato un posto permanente nella coscienza del pubblico con i suoi exploit teatrali sempre molto pubblicizzati: le sue apparizioni in film di gangster, la sua ossessione per il body-building e le arti marziali, le sue incursioni in politica e il piccolo esercito privato che aveva creato”.

Il giorno stesso in cui si suicidò a 45 anni, probabilmente una mossa pianificata da mesi, Mishima aveva terminato l’ultimo capitolo della sua tetralogia Il mare della fertilità, considerata la principale tra le sue opere maggiori. Aveva anche accantonato una somma consistente di denaro, con lo scopo di pagare la tutela legale dei suoi quattro aiutanti nel momento in cui si fossero arresi alla polizia militare giapponese. Uno dei quattro si suicidò immediatamente dopo che Mishima era morto.

Mishima: intellettuale decadente e nazionalista

Nazionalista e decadente, Mishima è stato accusato di essere un fascista e nostalgico, ma in vita si era più volte definito come apolitico e aveva invece perseguito un’estetica che univa elementi tradizionali giapponesi a tratti occidentali per realizzare quelli che chiamava “i quattro fiumi della mia vita”: la scrittura, il teatro, il corpo e l’azione. Secondo la critica, i temi principali dell’opera e della vita di Mishima erano l’omosessualità, la morte e la rivoluzione politica. L’autore aveva scritto a lungo anche su temi come i valori tradizionali dello sconfitto Impero giapponese e del rapporto fra erotismo e aggressione e tra erotismo e morte. Anche il suo esercito privato, composto da 100 giovani, per Mishima aveva un valore simbolico e non di reale forza militare: lo scopo era quello di difendere l’Imperatore e lo spirito della tradizione giapponese. Mishima si rifaceva all’etica samurai, la classe medioevale di guerrieri al servizio dei signori feudali, e auspicava un tempo di maggiore forza per il suo paese.

«Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! E’ bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! E’ il Giappone! E’ il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo». Disse.

 

La bellezza come esperienza tragica, tra richiami classici europei e greci

Sposato con due figli, Mishima ha creato quelle che secondo la critica sono alcune delle pagine più realistiche e vivide sull’omosessualità nella letteratura contemporanea. Considerato in Occidente principalmente come romanziere, in Giappone invece oltre che come saggista è anche studiato come drammaturgo. È stato infatti il primo autore contemporaneo a scrivere drammi per il teatro tradizionale Nō. Appassionato difensore della tradizione giapponese, Mishima viveva però in una casa di stile occidentale e studiava le tradizioni estetiche e letterarie dell’Occidente. I frequenti richiami al classicismo europeo, ai miti e all’estetica dei greci in particolare, ricorrono con elevata frequenza in tutta la sua opera.

Yukio Mishima si è spento in modo spettacolare ed è stato liquidato in maniera disonesta dagli addetti ai lavori, come un estremista nazionalista, un fanatico. Ma il Mishima “politico” non è altro che la sublimazione di quello “letterario”, l’uno senza l’altro non sarebbe esistito. Lo scrittore giapponese aveva una concezione tragica della bellezza e la viveva in maniera eterna ed eccessiva, come dimostra il romanzo Il Padiglione d’oro, dove l’autore si muove magistralmente nei meandri della mente dei suoi personaggi e in una cultura imbevuta di devozione.

Ma Mishima ha anche criticato aspramente il suo amato Giappone, quello moderno, in seguito all’influenza che Stati Uniti ebbero nella politica interna e a causa della sudditanza nei confronti delle Nazioni Unite, mettendo a repentaglio i valori tradizionali della cultura Giapponese, tra cui la sacralità della figura dell’Imperatore e la trasformazione delle usanze e dei costumi, dal Kimono al jeans.

Mentre il Giappone perdeva la sua identità e la sua autonomia (il nuovo Governo colluso con gli USA arrivò persino a decretare il divieto di insegnamento scolastico di geografia, storia e morale giapponese), Mishima creò nel 1968 un suo esercito personale, “la società degli scudi”,  e decise di liberarsi dall’americanismo e rifondare l’etica giapponese. Il suo progetto si concluse in perfetta coerenza con la sua estetica letteraria, nel suicidio rituale, il seppuku, la morte più bella ed onorevole per un samurai, per l’ultimo esponente della cultura nipponica.

Un gesto passionale, da esaltati diremmo, un quanto ci è culturalmente incomprensibile, soprattutto se pensiamo che oggi il Giappone fa parte a tutti gli effetti del sistema occidentale. In Mishima dunque non è riusciti o voluti andare oltre il suo nazionalismo. Per alcuni oggi Mishima è solo un becero e fanatico reazionario,un folle estremista. Tuttavia è bene sottolineare come il seppuku e l’harakiri, non hanno nulla a che vedere con le nostre (occidentali), per noi è una sconfitta, un crimine; in Giappone invece l’harakiri rappresentava l’ultima vittoria, il solo modo di salvare la propria integrità morale dopo un insuccesso, e proteggeva i valori più nobili del Giappone, vivificandoli.

Senza dubbio Mishima ci ha regalato pagine struggenti, intense, dolorose, un misto di candore e sessualità al contempo, trasmettendoci l’angoscia di chi deve indossare ogni giorno una maschera (Confessioni di una maschera), presentandoci la materia erotica e la seduzione in maniera celebrale, incrociando verità e menzogna (La scuola della carne), mostrandoci come la verità può essere raggiunta solo attraverso un processo intuitivo in cui pensiero e azione coincidano (Lezioni spirituali per giovani samurai).

 

Fonte: Il post-Marcello Veneziani

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