‘Radure’, il meraviglioso sud nella poesia sintropica di Maria Allo

La raccolta di Maria Allo dal titolo Radure (Landolfi Editore) ricorda Heidegger, la radura del filosofo. Leggendola, si ha l’impressione che ciò fosse un richiamo evidente. Si intende il titolo col significato heideggeriano di apertura, disvelamento, irradiazione dell’essere.

Ma la radura è anche semplicemente un tratto disboscato. È anche ordine, chiarezza, pulizia e forse sintesi. Forse si può intendere anche in questo modo.

La costruzione del verso di Maria Allo

Maria Allo si dimostra maestra nella costruzione del verso e della prosodia. Si sente l’influsso di Dante, anche se la poetessa non ha l’ossessione di ingabbiare metricamente i suoi pensieri.

Rivela però l’abilità tecnica di saper strutturare le sue corrispondenze (“Pozzanghera nella terra scura:/ sopra rumori e inutili rattoppi./ Ti viene addosso un macigno/ minuscola e fragile una farfalla/ il muovere dell’ombra mentre/ tutto sfoca e colore cambia./ Sono una pietra d’inverno./ Pietra dal taglio perfetto/ nel silenzio della neve/ crepata sull’orlo della vita”) in endecasillabi canonici (quasi mai ipermetri o variamenti accentati e perciò irregolari) alternandoli con novenari e settenari.

Non tutti i poeti contemporanei conoscono la metrica, si danno delle regole oppure le sanno rispettare. La Allo dimostra di saper coniugare felicemente le regole della migliore tradizione poetica con la psicologia del profondo. Come ha felicemente intuito Franca Alaimo nella prefazione, la poesia della Allo è contrassegnata dal “coinvolgimento emotivo” per i luoghi.

L’io e la Natura

Viene più volte nominato l’Etna. Il mare da un lato viene descritto nella sua bellezza, ma al tempo stesso anche nella sua terribilità, ricordando le morti dei migranti («Cristo svanisce per il gran marciume», «per il sangue rappreso nei fondali», «per noi e la mancata fratellanza»).

C’è nei suoi versi un Sud magnifico. Franca Alaimo non a caso nota l’influsso di Quasimodo. Come cantava Piero Ciampiil Meridione rugge”. Ciò è vero anche in questa raccolta. Anche se la bellezza è difficile come scriveva Yeats, la Allo riesce a restituirci egregiamente in versi la bellezza della sua terra.

La poetessa siciliana relaziona continuamente il suo io alla natura, si rispecchia spesso nella natura, la sua poesia è innanzitutto conoscenza ed esplorazione del Sé, è percorso di  individuazione. L’autrice scrive l’imprevedibile, l’inafferrabile, l’ineffabile, senza voler rifarsi alla veggenza di un Rimbaud, alla divinazione del simbolismo e del decadentismo, ad un dannunzianesimo di ritorno, ma comunque rimane sempre in attesa di una rivelazione.

Una poesia sintropica

Cerca uno scarto dal senso comune e dal linguaggio convenzionale. Si contraddistingue per la ricchezza lessicale e l’appropriatezza stilistica. Tutto nella sua poesia ha una sua logica ed un suo ordine. Ci sono sostanzialmente due tipi di artisti: quelli che vogliono mettere ordine al disordine e quelli che vogliono aggiungere altro disordine al disordine del mondo.

La poesia della Allo è sintropica in questo senso. Cerca anche l’integrazione (e non l’antinomia) tra istinto e razionalità, ovvero l’espressione più autentica di sé stessa. La poesia della Allo non è riproduzione del reale, ma emanazione, intuizione, rischiaramento.

La scrittura come libertà interiore

Leggendo le sue liriche ci accorgiamo che  all’improvviso un simbolo, una immagine sgorga nell’animo della poetessa ed anche a noi per magia qualcosa ci fa vibrare dentro come una corda.

Talvolta è un’impressione, un dettaglio apparentemente insignificante, un’idea che non si sa dove è nata, però sappiamo che lei sapientemente l’ha fermata. La Allo ci insegna che non si deve scrivere per puro piacere, ma perché è un’attività che può significare l’inizio di una libertà interiore.

Scrivere per la poetessa  significa prendere possesso di sé stessi gradualmente, scoprire sé stessi, conquistare sé  stessi. La sua poesia si pone anche interrogativi metafisici. Esemplare come altre del resto è questa lirica:

Vivere nella nebbia

in un tempo incustodito.

Dove ritrovare ciò che si è perduto?

Su flutti inascoltati scrive memorie

[il mare.

In un grigio silenzio di voci

siamo noi i vivi?

Tendi orecchio al vento:

più ombre che forme in questa terra.

Le foglie cadranno a una a una

come a ogni raffica i rami mancheranno

[di colore.

Ma tu non abituarti mai.

Tendi l’orecchio e ascolta.

Solo nel sapere profondamente

libero in continuo moto

[c’è salvezza.

 

Molti finiscono spesso col fare della metapoesia e del metalinguaggio o per cadere nel poetichese più stucchevole e più ovvio (sentimentalismo, retorica, narcisismo, autocompiacimento).

Abitare le parole

La Allo fa poesia nel senso più nobile e più alto del termine. Il suo non è diarismo consolatorio ed intimismo patetico. La poetessa cerca comunque di abitare le parole, nel modo più confacente alla sua individualità (ed abitare le parole non significa affidarsi esclusivamente all’ispirazione.

L’ispirazione è un falso mito. Prima che qualsiasi opera abbia una consistenza unitaria definitiva molte sono le revisioni: cancellature, aggiunte, tagli). Scrive perché il mondo è vanità e la scrittura è terapia. La sua poesia fa intravedere l’inaccessibilità dell’essere al linguaggio.

Esiste anche una profondità a cui non si può attingere. Mettere in conto questo non significa predicare l’irrazionalismo, ma premettere che da sola la logica non è sufficiente.

Non ha alcun valore e nessuna efficacia la creazione di freddi schemi concettuali, che catalogano la realtà. Esiste il mistero, l’enigma, l’ignoto, che ci irretisce e ci angoscia. Questo la Allo ce lo ricorda magistralmente. La sua poesia è entità autonoma di conoscenza e produzione, di corrispondenza prelogica e preconscia tra l’essenza delle cose e l’essenza dell’animo umano.

Armonia tra forma e contenuto

C’è armonia tra contenuto e forma. Ai giorni nostri non esiste una “morte dell’arte”, ma il prevalere della poetica sulla poesia e ciò comporta una maggiore consapevolezza del proprio fare artistico e talvolta un eccessivo smontaggio analitico delle opere creative.

Ogni aspetto del reale può ispirare, anche ciò che un tempo poteva essere considerato impoetico per eccellenza. Nel Novecento compare all’improvviso l’inconscio con il surrealismo e il paroliberismo dei futuristi: i sintagmi sono in libertà, non c’è alcuna struttura interna.

Nella poesia sembra essere ammesso quello che ordinariamente non è ammesso nella cosiddetta grammatica. Per seguire i flussi di coscienza i poeti del Novecento spesso procedevano per associazioni, frammenti, immagini-frase.

La Allo si dà delle regole, osservandole sapientemente per strutturare anche l’inconscio individuale e collettivo. La Allo parte dal proprio Sé per indagare il mondo. Per capire a pieno le sue liriche bisogna sapere qualcosa di Jung e di Hillman.

Mai come nel corso di questa modernità l’io si è espanso e contratto a dismisura. Pessoa moltiplica il suo io grazie all’utilizzo degli eteronimi, oggi invece la critica letteraria ha ravvisato nella neoavanguardia un fenomeno di “riduzione dell’io”. In altri poeti neolirici si parla di ipertrofia dell’io.

L’io ha confini?

Non si sa bene dove inizino e dove finiscano i confini dell’io. Sappiamo comunque che inconscio individuale, inconscio collettivo, sovrastrutture ideologiche, bombardamenti massmediatici, iper-informazione, sovrastimolazione sensoriale premono sull’individualità di ognuno, su quel grumo di razionalità, sentimento, radici, che dovremmo chiamare io.

Chiamatelo io, coscienza, Sé, anima, mente, cervello. Chiamatelo come volete. È di questo che la Allo ci parla con il cuore in mano, scandagliando da par suo la psiche.

Ricapitolando l’io è in crisi e il mondo si è fatto così proteiforme e cangiante ad ogni minuto che passa, che è un’impresa titanica rappresentarlo totalmente. La poesia della Allo mi ricorda egregiamente tutte queste problematiche.

La tradizione in Maria Allo

Maria Allo riformula efficacemente i codici espressivi della tradizione, dimostrando di conoscere a menadito la  tradizione aulica, i classici, ma le sue liriche non sono mai intessute di preziosismi, latinismi, grecismi. Le sue conoscenze, la sua cultura umanistica è sempre sottintesa.

Non la sfoggia mai. Potrei affermare serenamente che la sua poesia è permeata interamente dal suo classicismo. Eppure non incorre mai in citazioni a sproposito, in echi e rimandi stucchevoli e ridondanti. In lei non c’è mai eccedenza, non c’è nessun surplus.

Tutto questo equilibrio poetico, tutta questa stabilità sono dovuti alla ponderatezza e all’accortezza. Il linguaggio è sempre sorvegliato. C’è un controllo rigoroso della Parola, che è sempre calibrata, regolata.

Di un tratto nel 1900 ecco una miriade strabiliante di innovazioni sintattiche, morfologiche e lessicali. Ecco affacciarsi l’antilirica, se si paragona la poesia moderna a quella dei secoli addietro.

Un’antilirica, che sempre più si disinteressa della metrica e pone tutto il suo interesse nelle poetiche e nell’ampliamento del lessico. La Allo si oppone fermamente a tutti questi dettami della cosiddetta tradizione del nuovo, cioè della neoavanguardia. L’autrice ci riporta alla tradizione, ci riconsegna in chiave moderna la tradizione con l’innesto efficace della psicologia del profondo.

Questa società è fondamentalmente “efficientista”. L’utile ha sempre la meglio sul  bello e sul buono. Eppure i sentimenti e le emozioni sono indispensabili per vivere in armonia con gli altri.

I sentimenti sono indispensabili, nonostante questo il mercato specula sui buoni sentimenti e a scopo di lucro mette in vendita un sentimentalismo deteriore, come quello presente nei romanzi rosa, nei film strappalacrime e nelle canzoni.

Il punto non è provare sentimenti (perché tutti li proviamo), ma saperli esprimere:  solo il soggetto capace di manifestarli può veramente realizzarsi interiormente. Saper esprimere i sentimenti significa ridurre in modo determinante il non detto.

Tra intuizione ed espressione

Per dirla alla Croce perché un poeta sia veramente tale intuizione ed espressione devono coincidere e a mio avviso è quello che accade nella poesia della autrice. Quando Zanzotto scrive dei fosfeni sappiamo che sono una reazione fisiologica degli occhi alla luce, ma anche qualcosa che riguarda la percezione soggettiva.

Eppure Zanzotto è universale. L’autrice descrive i propri stati d’animo ed il suo mondo, oggettivandoli ed è universale anche essa, come Zanzotto. Sappiamo che anche noi proviamo quelle cose e che ci riguardano. La Allo ci rammenta l’Altro. Dimostra nelle sue liriche l’apertura all’Altro. Ci ricorda la tragedia che avviene nel mare. Ci ricorda i migranti senza mai nominarne la parola.

Come ci insegna l’italianista e scrittrice Gilda Policastro spesso le buone intenzioni ed i buoni sentimenti non sono sufficienti per riuscire a fare veramente poesia. A lei arrivavano molti componimenti sui migranti, ma secondo quanto scriveva sulla sua rubrica molti componimenti erano da buttare.

La Allo riesce ad effondere il dolore senza quella che Sanguineti chiamava effusione. Non bastano le buone e lodevoli dichiarazioni di intenti per essere poeti. La poesia autentica come quella dell’autrice non è sfogo né lamento, ma espressione del dramma, rifuggendo la fisiologia della lacrima.

La Allo si innalza, si eleva spiritualmente, controllando sé stessa e le proprie forme poetiche. La poesia dell’autrice è espressione autentica del dolore.

Probabilmente la migliore opera sul dolore è il “De consolatione philosophiae” di Boezio. All’autore malato appaiono prima le Muse (che gli dettano dei versi), poi la donna Filosofia, che per curarlo adeguatamente lo invita a prendere in esame la fortuna e a considerare con equilibrio le lusinghe e le ingiustizie di quest’ultima.

La Filosofia dice a Boezio che solo ai malati la fortuna rivela il proprio vero volto, la propria perfidia, i propri inganni. Naturalmente per vocazione Boezio scaccia le Muse per dialogare con la Filosofia. La Allo invece decide di ascoltare le Muse.

 

Di Davide Morelli

 

 

Loescher Editore pubblica “Per leggere i classici del Novecento”: un’antologia per scoprire i capolavori del nostro tempo

Per leggere i classici del Novecento è il titolo del nuovo volume della collana I Quaderni della Ricerca/Didattica e letteratura pubblicato da Loescher Editore, storica casa editrice di Torino. Il libro, a cura di Francesca Latini e Simone Giusti, raccoglie 22 saggi dedicati a testi novecenteschi, apparsi sulla rivista “Per Leggere” tra il 2001 e il 2016. Un’antologia unica nel suo genere, che colma l’assenza di contributi critici e filologici dedicati a prove letterarie recenti o addirittura contemporanee, e che rappresenta un’opportunità – a disposizione dei docenti di oggi e di domani – per scrutare con la giusta messa a fuoco opere che per la loro vicinanza cronologica rischiano di scomparire dal nostro orizzonte.

Nei saggi selezionati trovano spazio le analisi di prose liriche, racconti, poesie, poemetti in versi e persino di una canzone, a testimonianza della scelta dei curatori di allargare i confini della scrittura d’arte oltre i tradizionali testi ‘classici’ che, come ricorda Francesca Latini nell’articolo di apertura, Calvino definiva “quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli”. Ed è proprio il desiderio di creare “le migliori condizioni” per i nuovi lettori alla base del volume, che affianca il Guido Gozzano di Invernale a maestri come Ungaretti, Montale e Fenoglio; e protagonisti della scena letteraria del XXI secolo del calibro di Giovanni Raboni, Andrea Zanzotto, Alda Merini, alle intense voci contemporanee di Milo de Angelis, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, per arrivare sino al cantautore Francesco Guccini.

Commentare un’opera – scrive nella Postfazione Simone Giusti – è un’attività tra le più artigianali che si trova a compiere lo studioso di letteratura, richiede di mettersi in ascolto del testo, tenendo sempre d’occhio il suo svolgersi nello spazio della pagina […] È un’opera di comprensione, di interpretazione e di valorizzazione che può essere compiuta solo attraverso una pratica di lettura puntuale del testo”. A partire da questa volontà, il nuovo Quaderno di Loescher Editore rivolge un appello al mondo degli studi umanistici e dell’insegnamento scolastico e universitario, per considerare la lettura come pratica indispensabile alla formazione dei docenti.

Un progetto editoriale che guarda a una scuola in cui insegnare non la letteratura, ma con la letteratura, usando le opere per costruire competenze linguistiche e culturali. “L’esperienza ‘mediata’ dalle opere della letteratura e, in generale, dalle storie, – prosegue Giusti – è libera e liberatoria, consente di ‘moltiplicare la vita’, di allenare l’empatia e di sviluppare l’‘immaginazione narrativa’. Un’esperienza che, esattamente come le esperienze reali, lascia tracce di sé nella memoria, preparando il terreno ad altre esperienze, tracciando piste per comportamenti futuri, aprendo la strada ad altre interpretazioni”. 

Per leggere I classici del Novecento si può ordinare in tutte le librerie (anche online) d’Italia; i docenti possono richiederlo agli agenti Loescher di zona. La Postfazione è online; sempre online è possibile consultare, in versione pdf, l’indice, l’introduzione e il primo capitolo.
QdR Per leggere i classici del Novecento – Indice

Invernale di Guido Gozzano – a cura di Nicoletta Fabio
Il maiale di Umberto Saba – a cura di Marzia Minutelli
Genova di Dino Campana – a cura di Paolo Giovannetti
Stralcio e Perdóno? di Clemente Rebora – a cura di Matteo Giancotti
Dove la luce di Giuseppe Ungaretti – a cura di Francesca Latini
La vite e A Carlo Tomba di Camillo Sbarbaro – a cura di Simone Giusti
Meriggiare pallido e assorto di Eugenio Montale – a cura di Tiziano Zanato
L’Appennino di Pier Paolo Pasolini – a cura di Francesca Latini
L’avventura di uno sciatore di Italo Calvino – a cura di Giovanni Bardazzi
Un altro muro di Beppe Fenoglio – a cura di Marco Gaetani
Ferro di Primo Levi – a cura di Anna Baldini
Pensieri di casa di Attilio Bertolucci – a cura di Fabio Magro
Falso sonetto di Franco Fortini – a cura di Davide Colussi
Amerigo di Francesco Guccini – a cura di Paolo Squillacioti
Laggiù dove morivano i dannati di Alda Merini – a cura di Marilena Rea
Periferia e Treni di Antonia Pozzi – a cura di Georgia Fioroni
Le ceneri di Vittorio Sereni – a cura di Rodolfo Zucco
Diffidare gola, corpo, movimenti, teatro di Andrea Zanzotto – a cura Marco Manotta
Ombra ferita, anima che vieni di Giovanni Raboni – a cura di Fabio Magro
L’ordine di Milo De Angelis – a cura di Marco Villa
Children’s corner di Valerio Magrelli – a cura di Claudia Bonsi
Le parentesi di Fabio Pusterla – a cura di Sabrina Stroppa

Beppe Fenoglio, lo scrittore-partigiano

Beppe Fenoglio è sicuramente da annoverare tra gli scrittori italiani più monumentali e innovatori del Novecento. Scrittore-partigiano (come si è definito lui stesso), nonché traduttore e drammaturgo, Fenoglio nasce ad Alba nelle Langhe il 1°marzo 1922. Primogenito di tre figli, cresciuto in una famiglia di lavoratori (il padre è macellaio e la madre donna forte caratterialmente che ambisce per i figli una vita migliore della propria) impara l’italiano sui libri, perché la lingua madre è il piemontese di Alba, dialetto capace di raccontare la guerra, la Resistenza, la giovinezza, il territorio, l’amicizia e l’amore come nessuno. Con dignità, poesia, genio, smarrimento e civiltà. Nonostante le ristrettezze economiche, su consiglio del maestro elementare, Fenoglio frequenta il Liceo, diventando un alunno modello e appassionato soprattutto di inglese iniziando anche delle traduzioni (le prime di una lunga serie).

Nel 1940 si iscrive alla facoltà di Lettere dell’Università di Torino che frequenta fino al 1943 quando è richiamato alle armi prima a Cuneo e poi a Roma al corso di addestramento per allievi ufficiali.
Alla fine della guerra, Fenoglio riprende per un breve tempo gli studi universitari prima di decidere, con grande rammarico dei genitori, di dedicarsi interamente all’attività letteraria. Nel maggio del 1947, grazie alla sua ottima conoscenza della lingua inglese, viene assunto come corrispondente estero di una casa vinicola di Alba. Il lavoro, poco impegnativo, gli permette di contribuire alle spese della famiglia e di dedicarsi alla scrittura.

Nel 1949 compare il suo primo racconto intitolato “Il trucco”, firmato con lo pseudonimo di Giovanni Federico Biamonti. Nello stesso anno presenta a Einaudi i “Racconti della guerra civile” e “La paga del sabato” (quest’ultimo romanzo abbandonato per dedicarsi alla stesura di dodici racconti, alcuni già inclusi in “Racconti della guerra civile”. Nel 1952 esce nella collana Gettoni l’opera “I ventitrè giorni della città di Alba”; libro “asciutto ed esatto”, come lo definisce Italo Calvino; un resoconto lucido sia di vicende partigiane, sia di sentimenti, amori, tradimenti e famiglie sullo sfondo di una cultura contadina tanto cara a Fenoglio. Nel 1954 pubblica il romanzo breve “La malora” (una vita sancita dalla fatica del lavorare la terra, ma anche dal contegno e dalla dignità).
Nel 1960 si sposa con Luciana Bombardi e l’anno successivo ha anche una figlia, Margherita. In occasione del lieto evento Fenoglio scrive due brevi racconti: “La favola del nonno” e “Il bambino che rubò lo scudo”. Nel 1962 si trasferisce a Bossolasco, in seguito ad una grave forma di asma bronchiale ed emottisi, trascorrendo così il suo tempo tra lettura e amici. Aggravatesi le sue condizioni, la morte lo coglie il 18 febbraio 1963 dopo due giorni di coma.

Senza dubbio l’opera più conosciuta di Fenoglio rimane l’antieroico Il partigiano Johnny” ma dell’autore si parla sempre poco nonostante la sua straordinaria attualità.Perché? Probabilmente perché si pensa, erroneamente, di aver detto e scritto tutto su Fenoglio, come se fosse facilmente leggibile, imbrigliato nelle ideologie; la Resistenza di cui ha parlato tanto Fenoglio non è solo storica ma anche eterna come ha notato Zanzotto, una sorta di moralità della scrittura, una resistenza della scrittura. E in effetti Fenoglio scriveva con fatica: invenzioni linguistiche, le dinamiche sociale, l’amore per la propria terra,le dilatazioni di spazio e di tempo per rendere le vicende universali,la resa profonda della dimensione esistenziale, sono queste le principali caratteristiche delle opere dello scrittore piemontese, sbrigativamente etichettato come “neorealista”, per l’uso di espressioni dialettali e gergali e per la trattazione dell’ambiente contadino. Questa resistenza la si può chiaramente notare ne “La malora” dove il protagonista, a differenza del partigiano Johnny che alla fine crollerà, sembra avere davanti a sè uno spiraglio di luce, un barlume di speranza, poiché ha resistito.

Beppe Fenoglio scrivendo non agisce su un luogo ma in altri spazi che lo portano lontano dal luogo reale, portandoci a scoprire la vera essenza di esso e questo fa di lui uno scrittore certamente non di provincia, altro motivo per cui lo scrittore-partigiano andrebbe riletto senza implicazioni, o meglio,forzature ideologiche.

 

 

 

Dino Campana: tra follia e poesia

Nato a Marradi in provincia di Firenze, Dino Campana(Marradi, 20 agosto 1885- Scandicci, 1 marzo 1932), trascorre l’infanzia in modo apparentemente sereno ma, fin da giovane inizia a dare segni di squilibrio mentale, favoriti dalla religiosità bigotta della madre infelice che lo accusa di essere l’anticristo.

Dino Campana

La sua vita è un alternarsi di momenti di lucidità e di furore violento, per questo è a più riprese internato in un manicomio sino al ricovero definitivo del 1918. Destabilizzante e turbolenta  si è rivelata la sua relazione con la poetessa Sibilla Aleramo.

Le crisi nervose si acutizzano, come pure i frequenti sbalzi di umore, a causa dei difficili rapporti con la famiglia, soprattutto con la madre, e  della vita monotona del paese natio.

Dino Campana esprime il suo “male oscuro” con un irrefrenabile bisogno di fuggire e dedicarsi a una vita errabonda. La prima reazione della famiglia, e poi dell’autorità pubblica, è quella di considerare le stranezze del poeta come segni lampanti della sua pazzia. A ogni sua fuga, che si realizza con viaggi in paesi stranieri dove si dedica ai mestieri più disparati per sostentarsi, segue, da parte della polizia (in conformità con il sistema psichiatrico di quei tempi), il ricovero in manicomio.

Nel 1913 consegna ai direttori della rivista “Lacerba” il manoscritto di poesie “Il lungo giorno” ma questi lo smarriscono e il poeta riscriverà i versi a memoria, pubblicandoli poi sulle riviste “La Voce” e “Lacerba“. Muore in manicomio nel 1932 dopo 14 anni di internamento trascorsi a dettare al suo medico curante notizie autobiografiche e riflessioni.

Da molti considerato il “poeta visionario” italiano per eccellenza, da altri ridimensionato a semplice <<poeta visivo>> (Contini), Dino  Campana è un poeta discusso, coinvolgente e suggestivo. Nell’ambito della linea “vociana”, in cui può esser fatto rientrare almeno marginalmente, rappresenta una sintesi originale di simbolismo ed espressionismo. L’ansia di liberazione e realizzazione esistenziale, è uno dei tempi ricorrenti nella poesia di Campana.

Le sue opere sono  pervase da due tendenze apparentemente inconciliabili: da una parte l’immediatezza esistenziale nel rapporto con la realtà e dall’altra invece l’influenza di modelli importanti come Carducci e Nietzsche. Anche la follia di Campana è stata interpretata in due modi opposti ma che coesistono: essa rappresenta l’incapacità di compromessi sociali e l’adesione al modello culturale di poeta maledetto (rifacendosi a Rimbaud). Alla base della psicologia dell’arte del poeta c’è un sentimento lacerante di esclusione e disarmonia. In questo senso di disadattamento Campana esprime in modo personale l’instabile condizione dell’intellettuale novecentesco. La reazione dell’autore, però, è differente rispetto agli altri poeti contemporanei, per la sua tendenza a resistere disperatamente alla nuova condizione, negandola. e  tentando  disperatamente di reintegrare l’io nell’armonia generale delle cose.

La sua controversa collocazione critica e i giudizi non certo unanimi hanno contribuito a formare attorno a questa figura un alone di mistero, per cui, quando si parla di  Dino Campana, si tende sempre a dare credito all’immagine del “poeta maledetto”.

La follia però, per il poeta, non è un presupposto della sua produzione; semmai è considerabile un punto d’approdo la libertà sterminata, distruttiva e disgregatrice di ogni coerenza, figlia del tempo in cui Nietzsche aveva decretato “la morte di dio”.

Eugenio Montale fu tra i primi estimatori ufficiali, il più autorevole a oggi, delle composizioni di Dino Campana, tanto da dedicargli una poesia o meglio un omaggio a chi meglio di lui aveva saputo piegare le parole fino a renderle ancora più oscure.

La poesia di questo poeta visionario è una poesia nuova nella quale sono presenti i suoni, i colori e la musica in una trasfigurazione reale del simbolismo onirico. Il verso è indefinito e i valori classici e una grande modernità si compenetrano in una forma e purezza irripetibili.

Campana afferma di voler <<nel paesaggio collocare dei ricordi>> e sul paesaggio, fondamentale nella sua poesia, aleggia un alone di misteriosa lontananza. Nei suoi scritti sentiamo il fascino delle ore crepuscolari, della luna sui campi, del canto che si perde nelle strade solitarie, della finestra illuminata nel buio della notte mediterranea.

La partenza e il ritorno sono i temi fondamentali della poetica campaniana; un figliol prodigo che desidera la casa paterna, ma che odia al contempo; è possibile confrontarlo con la figura di Ulisse, nella misura in cui possiamo considerare che il poeta ha una reale volontà di ritornare a casa.

Un altro tema fondamentale della sua poetica è “l’oscurità tra il sogno e la veglia”, percepibile dal ripetersi degli aggettivi, che ritornano come se dettati durante un sogno.

Per comprendere meglio le qualità poetiche di Campana è utile servirci delle parole di Zanzotto, il quale afferma che <<una poesia come quella di Campana si configura come un flusso ininterrotto di armonie e di disarmonie, di serie melodiche e semantiche che si sovrappongono e s’intrecciano: proprio per questa ragione, la sua poesia risulta terribilmente difficile da cogliere. Il polverio delle discontinuità mentali di Campana giunge, in qualche oscuro modo, a fondersi al latteo suono, direi, dei suoi versi, a queste maree di armonie logiche e di armonie foniche che s’inseguono incessantemente, s’intersecano, si fondono e si differenziano per ricongiungersi ulteriormente, nelle sue poesie>>.

Canti Orfici

Dino Campana insegue una concezione alta e sublime della poesia come momento misterioso d’identificazione con la vita universale e dunque momento di assoluta verità. In questo senso va letto l’aggettivo orfico della prima e unica raccolta del poeta, “Canti Orfici” del 1914. Questo atteggiamento, sia nei riguardi dell’io che nei riguardai della poesia, è ben presente nella sua raccolta, che però cela un’altra verità: la condizione dell’emarginato. Il soggetto appare sulla scena nei panni di vagabondo e uomo sofferente tra la folla.  Sono riscontrabili  due tendenze prevalenti della sua poesia,  quello simbolistico. decadente e quello espressionistico.

Pensare nel languore
Catastrofi lontane
Mentre colle sue antenne
E le sue luci un grande
Cimitero il tuo porto
……………………….
Ne la città voluttuosa
Scuotevasi il mare profondo
Caldo ambiguo il silenzio sullo sfondo
Le navi inermi drizzavansi in balzi
Terrifici al cielo
Allucinate di aurora
Elettrica inumana,risplendente
A la poppa ne l’occhio incandescente.

 

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose

 

…………………………………………

Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino.

 

Acqua di mare amaro
Che esali nella notte:
Verso le eterne rotte
Il mio destino prepara
Mare che batti come un cuore stanco
Violentato dalla voglia atroce
Di un Essere insaziato che si strugge…

(Poesie tratte dai “Canti Orfici”)

Altra tematica trattata da questa raccolta è la sessualità, rappresentata in termini sadici. La pulsione libica diventa il canale per esprimere la ribellione e la carica aggressiva del poeta.

AnchelLa ripetizione è una caratteristica fondamentale della poesia di Campana, il quale accuratamente studia le parole per ricavarne quella musicalità che tanto lo contraddistingue.

Tuttavia questae non crea ridondanza e monotonia, bensì contribuisce alla difficoltà e alla complessità del testo.Con  la sua instancabile ossessione a ripetere,  Dino Campana ha saputo rendere conto delle tensioni di un’epoca oltre che delle sue proprie, e insieme abbia dato voce ad una violenza psichica che fa parte in qualche misura di tutti noi.  La polisemia e l’ambiguità del testo mirano a produrre effetti musicali che, si fanno più intensi, proprio là dove il senso logico del discorso sembra rimanere sospeso. Se volessimo riferirci a Freud, è possibile affermare che l’oscuro significato delle parole, che porta alla sospensione del nesso logico, altro non è che l’effetto della rimozione che, per ubbidire al principio di realtà, trova nella sua espressione una formazione di compromesso tra l’impossibilità di esprime alcuni contenuti e la volontà di farlo.

La poesia, in questo senso, può essere dunque considerata un sintomo che esprime il disagio del poeta e di tutto un modello generazionale.

concludiamo  con il distico “Eterno” di Ungaretti che ci fa  comprendere a pieno la poesia di Campana:

Tra un fiore colto e l’altro donato

L’inesprimibile nulla.

Generi letterari del Novecento

I generi letterari che nascono o che sono maggiormente adoperati dagli autori durante il Novecento sono:

Sonetto: breve componimento poetico , composto da quattordici versi di endecasillabi raggruppati in due quartine  a rima alternata o incrociata e in due terzine a rima varia. Lo schema del sonetto è molto vario, possiamo avere il sonetto misto, doppio, minimo, continuo. Nel ‘900 autori come Pasolini e Zanzotto lo hanno utilizzato in maniera originale.

Versi liberi: l’autore non rispetta volontariamente lo schema metrico tradizionale, nè si avvale di un numero fisso di sillabe.Soprattutto durante il Novecento si attua un rapporto molto più libero per quanto riguarda gli accenti e le strofe.Si hanno cosi : la polimetria che consiste nell’utilizzare versi regolari ma che costituiscono strofe irregolari; anisosillabismo, quando si vengono a formare sillabe maggiori o minori rispetto a quelle tradizionali per una lunghezza variabile del testo; il verso-frase, coincide con la pausa e varia per accenti, battute ed estensione; il verso-lineare è di solito rappresentato con una pausa nella dizione e con uno spazio bianco.

Romanzo: forma della narrativa in prosa, caratterizzato da una struttura  della storia abbastanza complessa e una vasta varietà di personaggi. Presenta molti sottogeneri ,molti dei quali hanno avuto fortuna nel Novecento come:

il romanzo giallo: genere di narrativa popolare estesosi poi alla tv, ai fumetti  e soprattutto al cinema, nel quale si racconta un crimine; comprende a sua volta il poliziesco, il noir, lo spionaggio, il thriller, che può essere a sua volta legale o medico.

Il poliziesco dà maggiore importanza alle indagini rispetto ad un racconto giallo classico (o deduttivo); il noir , discendente dell’hard boiled americano mette racconta un delitto attraverso gli occhi del criminale o di chi ne è coinvolto involontariamente, con un’attenzione particolare per l’ambiente e la psicologia dei personaggi. La letteratura di spionaggio è incentrata su una spy story internazionale che può includere il noir, il thriller, la fantapolitica e la fantascienza. Il thriller è un giallo di suspense e di azione  dove si assiste alla preparazione ed esecuzione  del crimine in un crescendo di emotività e tensione. Nel thriller legale (Carofiglio, Grisham) i protagonisti sono gli avvocati che risolvono il caso, nel thriller medico (Cornwell) il medico legali e gli specialisti della scientifica.

Meritano poi una speciale menzione i gialli storici ambientati nell’Antica Roma, durante l’Età Vittoriana o nel Medioevo; e i serial killer di cui la maggior rappresentante è Agatha Christie (“Dieci piccoli indiani”).

Il romanzo rosa: narra vicende amorose , sentimentali e passionali  destinato soprattutto al pubblico femminile; celebri sono i romanzi di Liala, di Mura, di Glyn.

Il romanzo horror:  basato su storie che suscitano nel lettore forti emozioni e paura e orrore, è anche conosciuto come racconto gotico o di fantasmi. Predominano il mistero, il bizzarro, il sovrannaturale, luoghi sinistri, personaggi particolari, creature mostruose; il ritmo narrativo è veloce e caratterizzato da molti colpi di scena. Iniziatori e rappresentanti  del genere sono stati Poe, Doyle e Stevenson per poi proseguire del Novecento soprattutto in Inghilterra, Stati Uniti ed Irlanda (King) mentre in Italia raramente si scrivono romanzi di genere.

Il romanzo psicologico: la letteratura come mezzo di (auto)analisi , terapia e riflessione profonda; di fronte alla violenza e alla guerra gli autori scelgono di  focalizzare tutto  sui personaggi, sul loro mondo interiore e sulla loro psiche; la fabula è ridotta al minimo cosi come lo spazio. Prevalgono le pause (“La coscienza di Zeno”, “Uno, nessuno, centomila“, e i romanzi di Joyce, Proust,..

Riscuote poi molto successo anche il romanzo erotico, i cui contenuti sessuali sono piuttosto espliciti.

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