“Fate presto”, il romanzo di Gloria Vocaturo sul terremoto in Irpinia nel 1980

“Fate presto” è un titolo rimasto nella storia del giornalismo italiano. E’ “Fate presto”, quello che il Mattino di Napoli pubblica pochi giorni dopo la scossa che quarant’anni fa colpì Irpinia e Basilicata. Nasce da una riunione di redazione, con Pietro Gargano e il direttore Roberto Ciuni. “Fare presto” è la proposta di Gargano, “Fate presto” è il titolo scritto nel taccuino del direttore. Un appello nei giorni della rabbia e del dolore, segnati dal ritardo dei soccorsi e dalla mancanza di coordinamento.

L’espressione “Fate presto” è ripresa dalla scrittrice Gloria Vocaturo (Troisi- ‘O ssaie comme fa ‘o core; Iskra un’epica di pace nel conflitto russo-ucraino; Autobiografia di mio padre. Trump, il patriota che divide l’America. Le raccolte poetiche: È solo parte di me, Speranza), nel libro omonimo edito da Castelvecchi Editore, 2025 e che racconta il terremoto dell’Irpinia del 1980 attraverso uno sguardo inedito: la voce della terra stessa, che irrompe come narratore e carnefice.

In un intreccio di storie – studenti, famiglie, medici, sopravvissuti– Gloria Vocaturo costruisce un romanzo corale che attraversa Napoli e l’Irpinia in quei novanta secondi che hanno cambiato per sempre il volto del Sud. La scrittura, poetica e crudele, non si limita alla cronaca ma restituisce l’esperienza intima del crollo, il buio, la polvere, la lotta per resistere. Ne nasce una testimonianza viva, che illumina la fragilità delle vite spezzate e la forza dei legami umani, trasformando la memoria di una tragedia in racconto universale.

Gloria Vocaturo non vuole solo ricordare un evento storico, ma dare forma alla sua eco interiore, al modo in cui continua a risuonare nelle vite, nelle città, nel paesaggio del Sud Italia. La scelta di far parlare il terremoto, e poi di contrastarne la voce con quella dei suoi personaggi, è una dichiarazione poetica per riflettere sul dolore, sull’abbandono e sulla forza ostinata di chi, nonostante tutto, continua a chiamare per nome i vivi e i morti.

La memoria è responsabilità e nel racconto di Vocaturo non si può non fare riferimento al discorso di Pertini, tra i primi ad arrivare nei luoghi del disastro, quando in televisione si rivolse agli italiani: “…Quello che ho potuto constatare è che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi”, invitando tutti “ad andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”.   Ma il titolo che a Gargano costò di più arriva il 29 novembre: “Speranza è morta, arrivano le ruspe”. “Ne fui turbato – ricorda – ma era quella la scelta e come leader della zona ci toccava un ruolo di capofila, e ce lo pigliammo con dolore”. 

“Fate presto” ha fatto il giro del mondo, perché il terremoto del 23 novembre 1980 è una ferita che il tempo non potrà mai rimarginare. Novanta secondi che hanno ridisegnato per sempre il volto dell’Irpinia, della Basilicata, di Napoli.

Il libro di Vocaturo lascia parlare il terremoto stesso, restituendo voce a chi quella notte ha perso tutto. I personaggi sono di fantasia ma realistici, interpreti del dolore di una popolazione piegata dal terremoto.

C’è spazio tra le pagine, anche per omaggiare la solidarietà spontanea che esplose nei giorni successivi al disastro, quasi a compensare il ritardo dei soccorsi. Ai radioamatori che tennero viva la comunicazione quando tutto era spento. Ai vigili del fuoco, medici, infermieri che non abbandonarono il loro posto. Ai volontari arrivati da ogni parte d’Italia, ai cittadini comuni che donarono coperte, cibo, conforto.

“Fate presto” è una drammatica geografia del dolore e della speranza, un resoconto umano che mostra quanto la sensibilità e il coraggio di ogni singolo individuo, prima che cittadino, possa fare la differenza anche nelle tragedie.

 

Articolo pubblicato sul Riformista

 

 

 

‘Autobiografia di mio padre’, l’esordio narrativo della poetessa Gloria Vocaturo

“Autobiografia di mio padre” è l’esordio nella narrativa della poetessa Gloria Vocaturo, che ha voluto offrire ai lettori un’opera emozionante in cui ricorda l’amata figura paterna e in cui allo stesso tempo omaggia la sua intera famiglia, il perno attorno a cui ruota la sua esistenza. Il romanzo è narrato in prima persona dal padre dell’autrice, Romeo, anche se in realtà è lei stessa a donargli il fiato, le memorie e a riempire gli spazi vuoti; nonostante ciò è come se fosse proprio lui a parlare, mentre si trova in una dimensione trascendente molto vicina ai suoi cari, e anche a noi.

Le parti narrative in cui viene raccontata la storia terrena di Romeo e della sua famiglia sono intervallate da brevi istantanee, dei veri e propri soliloqui, in cui egli esprime i suoi pensieri sulla sua nuova condizione spirituale; egli avverte la mancanza dei suoi affetti ma allo stesso tempo respira un amore totalizzante, che lo riempie di pace. Dalla saggezza delle sue parole emerge la certezza che niente va perduto, che ogni cosa che si dissolve si ricrea e che i legami sinceri e puri vivono per sempre.

«Qui nulla è camuffato. Tutti si amano, c’è una felicità stabile, vergine, eterna. Qui la Storia è sempre freschissima, nessuno è nel passato. Qui non c’è la morte».

L’autrice unisce vita e morte in un unico, appassionante dialogo, che non termina mai e che si rafforza nell’amore; nell’opera l’esistenza terrena e quella spirituale si intrecciano saldamente permettendo una serena elaborazione del lutto, che non vede nel trapasso una chiusura netta e definitiva bensì un naturale proseguimento del cammino di un’anima. La morte non è quindi la negazione della vita ma è parte di essa, e in questa verità di fede si intravede tutta la potenza e la bellezza dell’esistenza.

Gloria Vocaturo invita alla riflessione profonda e sincera su ciò che per noi è il senso della vita, della famiglia e dell’amore, e ci offre un’intensa opera che diventa lo specchio attraverso cui osserviamo noi stessi, con le nostre fragilità e paure, con i nostri dubbi e dolori; in questo riflesso arriviamo alla fine a comprendere che non c’è timore, sofferenza o incertezza quando si crede nell’eternità.

 

SINOSSI DELL’OPERA. Un romanzo intimo, emozionale, emozionante. In “Autobiografia di mio padre” Gloria Vocaturo affronta i valori fondamentali della vita: la famiglia, la morte, la spiritualità. Leggendo, si respira l’eternità: i “Soliloqui” fungono da elementi connettivi tra ciò che accade, la vita, e il suo significato spirituale; rappresentano la voce interiore che, post-mortem, rimane indelebile. Il padre diviene immortale. Molto efficace, nel racconto, è la dialettica costante tra la sua presenza terrena – le sue debolezze, la sua italianissima malinconia – e la sua persistenza nell’Altrove.

 

BIOGRAFIA DELL’AUTRICE. Gloria Vocaturo, romana, vive a Napoli da venticinque anni.

Laureata in Scienze Politiche, ha all’attivo due opere poetiche: “È solo parte di me” e “Speranza”. È inoltre presente in numerose antologie. “Autobiografia di mio padre” è il suo esordio in narrativa.

 

Casa Editrice: Castelvecchi Editore

Genere: Narrativa contemporanea

Pagine: 104

 

Contatti

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