Venezia 2020: vince prevedibilmente ‘Nomadland’ di Chloé Zhao, tra i film italiani si salva ‘Notturno’ di Rosi

Come da previsione, “Nomadland”, film pieno di cose giuste, come tanto va di moda adesso vince come miglior film Venezia 2020. Una regista donna, Chloé Zhao, nata a Pechino con studi di cinema a New York. Un’attrice con il carisma di Frances McDormand. Gli americani che vivono nei camper, parcheggiandoli al ritmo dei lavori stagionali: perché sono poveri, e perché – suggerisce il film – sono gli eredi dei pionieri con i carri. Un Leone d’oro impeccabile, dal punto di vista della politica festivaliera.

I film in gara per il Leone d’oro hanno messo a dura prova. L’indiano Chaitanya Tamhane, il nome del regista si dimentica all’istante, butta addosso allo spettatore due ore di musica classica. Indiana naturalmente, come il sitar per accompagnamento. Un giovanotto si esercita moltissimo, ma non riesce a sfondare, non vince nessun concorso di canto, quindi odia e disprezza chi molla la tradizione e va su YouTube per fare un po’ di soldi mentre lui è poverissimo. Di fissati è pieno il mondo, non abbiamo l’esclusiva. Per fortuna ci sono i film Fuori concorso. “La voce umana” di Pedro Almodovar con Tilda Swinton. Almodovar ha avuto i suoi momenti bui. Ma quel che tocca diventa cinema, sempre. Fuori concorso anche dubbio “The Duke” di Roger Mitchell. Il Duca di Wellington, s’intende. Ritratto da Goya in un dipinto comprato per 140.000 dalla National Gallery che incuriosisce un pensionato inglese. Non lo vuole per sé, ma per pagare il canone della BBC ad altri pensionati. Helen Mirren è sua moglie occhialuta e ingolfata in abiti grigi e marroncini da casalinga. Casalinga anni 60, Il film è ben scritto a partire da una storia vera, ben recitato, divertente. Niente di meglio per fare pace con il cinema.

Venezia 2020: i film italiani in concorso

E i film italiani in concorso a Venezia 2020? Belli. Bellissimi. Imperdibili. Fanno tenerezza le autopromozioni che stanno scortando la presentazione nelle sezioni principali e collaterali del festival di Venezia 2020, pilotato con abilità, competenza e un pizzico di spregiudicatezza dal duo Ciccutto-Barbera dei titoli battenti bandiera tricolore.

A dirla chiaramente vi hanno trovato accoglienza, tra le mille difficoltà dell’edizione strappata con le unghie e con i denti (e i 120 milioni del Fondo Unico dello Spettacolo erogati dal ministro gattopardo Franceschini) agli incubi del Covid, tutti quelli disponibili all’inizio di una stagione che avremmo pudore a definire “pubblica”. Se andremo o meno ancora al cinema nelle sale delle nostre città è, infatti, un quiz per ora irrisolvibile, ma Venezia 2020 ce l’ha messa sicuramente tutta per dare visibilità e favorire la promozione della produzione nostrana: strategia sicuramente sensata se non obbligata e pazienza se, specialmente per quanto riguarda la corsa al Leone, non è che i ditirambi mediatici ci abbiano regalato certezze indiscutibili.

Prendiamo “Miss Marx” della quarantacinquenne Susanna Nicchiarelli, un film non banale nelle motivazioni e sceneggiato con un’accuratezza inusuale a Cinecittà e dintorni: ricollegandosi al filone delle vite dei personaggi vissuti all’ombra dei vip, la regista romana vi mette in scena in costumi ottocenteschi, in inglese e senza attori di spicco la sconosciuta al grande pubblico Eleanor Marx, sestogenita del filosofo di Treviri, che fu vicina agli ideali paterni con ardente attivismo e scelte di lotta rivolti alla tutela dei diritti delle donne e l’abolizione dello sfruttamento del lavoro minorile.

La contraddizione che sta alla base della rievocazione, ovvero il suo aspetto, più stimolante sta nella figura del suo, purtroppo veritiero, compagno di vita e d’ideologia, un tale Aveling sedicente darwinista, ateo arrabbiato, dedito soprattutto alle scappatelle coniugali, in definitiva una sinistra figura di socialcomunista ipocrita ed egocentrico: la povera ragazza interpretata da Romola Garai, anche per questo destinata a una fine tragica, sperimenta, insomma, sulla propria pelle lo spegnersi di un’illusione e la precarietà degli stili di vita militanti. Tutto molto, troppo diligente, con tanti quadri fissi e il messaggio proto-femminista e anti-maschilista sempre a bagnomaria nel ritmo, col risultato di fare apparire le scenografie e le musiche “a contrasto” temporale un po’ dimesse, sommesse e lontane dalla pungente brillantezza dei modelli d’ispirazione che svariano dalle atmosfere punk al delizioso “Maria Antonietta” di Sofia Coppola.

Anche “Padrenostro” di Claudio Noce riguarda la Storia o più precisamente la cronaca italiana: infatti il film autobiografico più o meno sottotraccia, ci riporta ai pessimi anni Settanta ricostruendo nel prologo l’agguato a Roma di un gruppo armato rosso a un magistrato dal punto di vista del figlio decenne. Il trauma (anche se l’obiettivo dei criminali si salva) costringerà il piccolo protagonista a rifugiarsi in un mondo immaginario che, ovviamente, stride non poco con la ruvidezza degli adulti e coetanei in carne e ossa: fino a quando un angelico fanciullo sbucato dal nulla non arriverà a riaddestrarlo alla vita vera.

La nobiltà degli intenti è fuori discussione, ma la composizione è piatta, un po’ da fiction della domenica in tv, la musica dilata senza averne bisogno i toni già di per sé iper-drammatici e persino Favino esibisce con inusuale malagrazia le progressive truccature d’epoca.

Come previsto non ha invece deluso “Notturno”, il nuovo film di Gianfranco Rosi, il regista dei premiatissimi “Sacro GRA” e “Fuocoammare”: una sorta di oratorio per immagini rare e preziose intonato dalla cinepresa lungo i confini del Kurdistan, Siria, Iraq e Libano in cui non si cercano lo scoop delle carneficine, bensì il sapore, l’odore, il rumore di un non-luogo dove le persone tentano di ricucire le proprie esistenze perennemente in bilico.

L’apocalisse mediorientale vi si manifesta, così, nei racconti, gli sguardi e i comportamenti dei bambini passati nell’incubo dei tagliagole islamici dell’Isis, le madri yazide annichilite dal ricordo dei figli torturati e uccisi, dai bracconieri che insidiano le anitre all’ombra dei pozzi di petrolio, delle guerriere peshmerga che non rinunciano alla cura personale e a qualche vezzo femminile nonostante indossino le tute mimetiche e imbraccino i Kalashnikov.

Il mix tipico di Rosi tra osservazione acuminata e artificio creativo non assomiglia a nessun tipo di documentarismo e ribadisce quanto lo stile sui generis di quest’approccio “in trance” sia più importante del giornalismo corrente o il didascalismo sociologico. Chiude il quartetto in tutti i sensi “Le sorelle Macaluso” dell’autorevole regista teatrale Emma Dante, un film per noi pressoché ingiudicabile in quanto tutto interno a una logica artistica pretenziosa, impettita e volutamente incontestabile, accanitamente autoreferenziale. Le cinque sorelle palermitane del titolo -che seguiremo nell’intero percorso di vita da bambine orfane a vegliarde- esprimono, infatti, ai nostri occhi forse non all’altezza di siffatto, perentorio lirismo (che si vorrebbe, invece, carnale e terragno), soltanto un seguito di episodietti, bisticci, salti temporali, appetiti di ogni tipo, flashback saffici, inserti musicali alla chi più ne ha più ne metta. Per chi ne ha voglia seguono metafore.

 

Venezia 2020: tutti i premi

 

LEONE D’ORO per il miglior film a: NOMADLAND di Chloé Zhao (USA)
LEONE D’ARGENTO – Gran Premio della Giuria a: NUEVO ORDEN (NEW ORDER) di Michel Franco (Messico, Francia)
LEONE D’ARGENTO Premio per la migliore regia a: Kiyoshi Kurosawa per il film SPY NO TSUMA (WIFE OF A SPY) (Giappone)
PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a: DOROGIE TOVARISCHI! (DEAR COMRADES!) di Andrei Konchalovsky (Russia)
PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a: Chaitanya Tamhane per il film THE DISCIPLE (India)
COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a: Vanessa Kirby nel film PIECES OF A WOMAN di Kornél Mundruczó (Canada, Ungheria)
COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a: Pierfrancesco Favino (nella foto) nel film PADRENOSTRO di Claudio Noce (Italia)
PREMIO MARCELLO MASTROIANNI a un giovane attore emergente a: Rouhollah Zamani nel film KHORSHID (SUN CHILDREN) di Majid Majidi (Iran)
LEONE DEL FUTURO – PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA “LUIGI DE LAURENTIIS” assegnato dalla giuria presieduta da Claudio Giovannesi e composta da Rémi Bonhomme e Dora Bouchoucha a: LISTEN di Ana Rocha de Sousa (Regno Unito, Portogallo)

 

Fonti: https://www.ilfoglio.it/cinema/2020/09/05/video/i-film-in-gara-a-venezia-77-mettono-a-dura-prova-lo-spettatore-332944/

I film italiani a Venezia 2020

Nastri d’argento 2020: tra prevedibilità e premi meritati, è risibile che ‘Picciridda’ di Licata non porti a casa nessun premio

Assegnati nel giorno del lutto per Ennio Morricone, i Nastri d’argento 2020 hanno premiato Favolacce dei fratelli d’Innocenzo, film nero sulla vita nelle periferie, e già premiato allo scorso Festival di Berlino, a Matteo Garrone premio per la miglior regia di Pinocchio.

Il nastro come miglior attore non protagonista a Roberto Benigni per il suo Geppetto, oltre a quello per la scenografia (Dimitri Capuani), il montaggio (Marco Spoletini), il sonoro (Maricetta Lombardo) e i costumi di Massimo Cantini Parrini — ma è il secondo film di Damiano e Fabio D’Innocenzo, già premiato alla Berlinale per la sceneggiatura.

Cinque i nastri ottenuti: oltre al miglior film, anche per la sceneggiatura, degli stessi D’Innocenzo, per il produttore (Pepito con Rai Cinema, premiati anche per Hammamet), la fotografia (Paolo Carnera), e il bis per i costumi di Cantini Parrini. Doppietta per Pierfrancesco Favino che dopo Il Traditore nel 2109 vince come miglior attore protagonista per Hammamet.

Tra le attrici prevale prevedibilmente Jasmine Trinca, a nostro parere, immeritatamente su Lucia Sardo, attrice del film di Paolo Licata Picciridda, per una pellicola intrisa di dichiarazioni promozionali a mo’ di spot pubblicitario incastonati nel solito catalogo di Ozpetek, dal titolo La Dea Fortuna che ha ottenuto tre nastri: due per la musica, a Pasquale Catalano per la miglior colonna sonora, in cui spunta anche la voce di Mina,  e a Diodato, vincitore dello scorso Sanremo per la miglior canzone con Che vita meravigliosa.

Valeria Golino è stata la più votata dalla giuria dei giornalisti cinematografici tra le attrici non protagoniste per 5 è il numero perfetto, film d’esordio di Igort, e Ritratto della giovane in fiamme di Cèline Sciamma. Miglior commedia è risultata Figli di Giuseppe Bonito che fa vincere i suoi protagonisti: Paola Cortellesi al suo terzo nastro consecutivo – dopo Come un gatto in tangenziale nel 2018 e Ma cosa ci dice il cervello nel 2019, e Valerio Mastandrea. Il Nastro dell’anno, come già annunciato, va a Volevo nascondermi di Giorgio Diritti, che premia il regista, il protagonista Elio Germano, i produttori e tutto il cast tecnico. Nel palmarès anche il Nastro d’Oro a Vittorio Storaro e il Nastro alla carriera a Toni Servillo. 

E poi anche quest’anno c’è stato un nugolo di premi speciali perché non si premia mai abbastanza, dove però il cinema comincia a c’entrarci poco. Quando invece c’entra non si premia, come dimostra il caso del notevole esordio alla regia di Picciridda-con i piedi nella sabbia di Paolo Licata, film drammatico e lirico che vede come protagonista una straordinaria Lucia Sardo che però non è l’interpreta istintiva di un film di un regista che a buona parte della critica piace a prescindere, mente probabilmente a loro signori ancora sfugge il talento recitativo di Lucia Sardo, le cui doti le rimarca lo stesso Paolo Licata nella seguente breve intervista dove si sofferma anche sul suo film in generale e sulla sicilianità.

 

 

La prima cosa che vi siete detti con Lucia Sardo sul set?
Non ricordo con esattezza le prime parole che ci siamo detti, ma eravamo in comunicazione costante già da mesi prima, durante la preparazione del film. Arrivati sul set non c’erano più molte parole da dirsi, era il tempo di mettersi al lavoro. Ci siamo subito concentrati e dati da fare realizzando un film in tempi da record dei primati!

Tre aggettivi per definire Lucia Sardo
Super professionale e di sconfinato talento, super empatica, e super simpatica! Forse sono 4, ma 3 non mi bastavano!

Come è stato dirigerla, cosa le ha dato in termini artistici vista la sua grande esperienza?
È stato un grande onore e un privilegio potermi avvalere della sua arte e della sua esperienza. Sono fermamente convinto che il cinema italiano abbia avuto e abbia tutt’oggi pochissime interpreti come lei.
Definirla attrice è decisamente riduttivo, poiché è artista incredibilmente completa, con competenze e talenti che vanno molto oltre la sola bravura nella recitazione. Il suo metodo è frutto di anni e anni di ricerca, studio, e affinazione, dopo una lunga e formativa gavetta. “Picciridda” è stato il primo lavoro in cui ho potuto conoscerla professionalmente e mi ha colpito molto assistere al suo processo di trasformazione in Nonna Maria. La sua immedesimazione nel personaggio è iniziata molto prima dell’inizio delle riprese. Non c’è stato solo uno studio approfondito della parte, bensì una vera e propria assimilazione, una fusione, un trasferimento nello spirito di quel personaggio che infine ha preso corpo in lei. Sfido chiunque a guardare il film e a pensare ad un’altra attrice che avrebbe potuto prendere il suo posto.
Mi avvilisce notare come alcuni in Italia ancora non la conoscano e non comprendo il motivo per cui non sia “sfruttata” (nel senso più positivo del termine) molto ma molto più di così. Lucia non ha nulla da invidiare ad attrici come Anna Magnani, Marlene Dietrich, Judy Dench e altre di questo calibro, e ancora al cinema italiano questo concetto non è molto chiaro. Se fossi produttore, non mi farei sfuggire l’occasione di averla nei miei film. Da regista l’ho già fatto e lo farò ancora in eventuali altri progetti.

Come sta andando il suo film? E’ soddisfatto?
Sono molto soddisfatto del riscontro che riceviamo da chi lo guarda. Il film piace. È apprezzato dalla critica e anche dal grande pubblico. Riesce a coinvolgere un’ampia fascia di spettatori, di qualsiasi età, sesso, e nazionalità. Questo mi rende molto contento perché è sempre stato il mio obiettivo: fare un film, non per una nicchia ristretta, bensì accessibile a tutti e soprattutto che riuscisse a far vibrare le corde giuste.

Dirigerà un’altra storia di donne in futuro?
È altamente probabile. Ci sono alcuni personaggi molto belli di cui mi piacerebbe parlare. Non è intenzionale voler raccontare la vita di una donna, semplicemente è capitato imbattermi in alcune storie molto belle le cui protagoniste erano donne. Tendo a non fare una distinzione di generi, ma piuttosto a valutare il personaggio e la sua storia, che sia interessante e coinvolgente, ad di là del suo sesso.

Cosa vorrebbe fosse raccontato della Sicilia che non sia un luogo comune?
Mi collego alla domanda precedente. Ci sono tantissimi personaggi siciliani, scrittori, pittori, artisti di ogni genere, personaggi storici, vicende e situazioni che meriterebbero di trovare un posto d’onore in qualche bella sceneggiatura, pur non avendo niente a che fare con gli argomenti più tipicamente legati alla Sicilia. E non c’è dubbio che io mi vorrò fare da loro portavoce in eventuali progetti futuri. Dei luoghi comuni della nostra terra ritengo se ne sia parlato abbastanza e in tutte le salse. Non dobbiamo certo dimenticare le tematiche note e negative che ancora ci affliggono, però c’è anche altro, molto altro.