Premio Vincenzo Crocitti International VIII edizione con evento online Roma

L’Autore e Direttore Francesco Fiumarella e il Comitato Direttivo del Premio Vincenzo Crocitti International, rendono noto che, in dicembre 2020, pur nell’attuale contesto mondiale di estrema delicatezza e particolarità che ha portato anche in Italia, tra le altre cose alla chiusura di teatri, cinema e di molte attività connesse al mondo dell’eventistica e dello spettacolo, è stato consegnato telematicamente ad oltre 60 artisti tra esordienti, emergenti, in carriera (anche per la sezione estero) il prestigioso riconoscimento che porta il nome dell’attore Vincenzo Crocitti, noto anche come “IL VINCE” a conferma della continuità del Premio dedicato al caratterista ed attore Crocitti  per il quale nel 2020 si è celebrato il decennale della “nascita in Cielo”.

L’intento di perseguire l’obiettivo delle premiazioni anche in quest’anno così difficile, è stato principalmente quello di continuare a stimolare gli artisti e quanti dediti al mondo del cinema e della cultura per non abbattersi, per non rinunciare a credere nel loro lavoro, per continuare a sognare e come fanciulli credere che un mondo migliore si potrà sempre costruire. I Premi di questa edizione sono stati tutti fortemente voluti soprattutto dall’autore che insieme alla Direzione hanno meticolosamente visionato i curricula di migliaia di artisti e intellettuali nelle varie categorie compresi i candidati del bando flash che ha preceduto le assegnazioni in modalità virtuale.

Un lavoro non facile visto la finalità del Premio, ovvero scegliere chi meritocraticamente poteva esserne il destinatario. E i meritevoli, a ben “scovare” sono come sempre tantissimi; una scoperta continua di persone che studiano, amano l’arte e la cultura, il cinema e la musica, lo sport, il canto, la danza, amano scrivere e creare… Un mondo di lavoratori, veri, si proprio così, veri…  chi alle prime armi, chi già avviato, chi professionalmente realizzato da parecchi lustri; decine, centinaia di lavoratori che spesso non sono valorizzati come si dovrebbe; che lottano giorno per giorno per “sfondare quella porta” ed avere un po’ di spazio, di visibilità e riconoscimento che giustamente meritano ma che tarda ad arrivare o per molti a volte chissà se arriverà. Ed è proprio per tale motivo che in questa edizione così speciale si è intenzionalmente voluto premiarne un gran numero, oltre la usuale programmazione annuale, triplicando le assegnazioni. Tutto per regalare un momento di gioia, strappare un sorriso, un senso di soddisfazione a quanti lo hanno ricevuto. E così è stato.

I ringraziamenti pervenuti con i video-selfie dei singoli premiati parlano da soli; la commozione, la gratitudine e l’entusiasmo, la piacevole sorpresa e la gioia fanno da filo conduttore fra tutti i premiati.

Come non facile e del tutto innovativa è stata la modalità organizzativa delle premiazioni scelta per questa edizione, ovvero quella virtuale, a tutela di tutti e nel rispetto delle norme nazionali vigenti in queste settimane, quindi un’edizione particolare del tutto diversa dalle edizioni precedenti in presenza, svolte in Italia ed anche in Sudamerica, con l’auspicio di poterle riprendere appena la situazione nazionale lo consentirà. In tale prossima occasione tutti i destinatari del riconoscimento 2020 saranno invitati a presenziare all’evento usuale.

Prossimamente sarà divulgata on line la presente Edizione “virtuale” nelle modalità di trasmissioni possibili in via telematica e attraverso la rete ed i canali ufficiali del Premio Vincenzo Crocitti International.

Il Comitato Direttivo sta già lavorando nel merito; nel contempo ringraziando quanti hanno collaborato alla realizzazione di questa VIII edizione, premiati, simpatizzanti, partner storici (Miss Straniera d’Italia), tecnici e anche gli sponsor ufficiali delle passate edizioni fra i principali: Ipertriscount, 2001 Rainbow s.r.l., Rinomata Pasticceria F.lli Silvestrini, MTM car service s.r.l., Nashville), le Location,(in particolare il Green Park Pamphili di Roma), tutti i componenti della Direzione Premio e l’autore danno appuntamento al prossimo evento sulle note della pucciniana “All’alba vincerò” magistralmente eseguita dal tenore Patrick Salati che ha voluto così contribuire da Modena a questo particolare evento virtuale con un suo video canoro ben augurale.

 

Premiazioni 2020

Maurizio Bianucci: “Il cinema è una grande bugia a cui tutti dobbiamo credere perché è l’unica che ti rivela la verità’

Maurizio Bianucci, romano, classe 1969, è un attore e cantante il cui nome a molti non dirà nulla, ma la sua passione per il teatro e per il cinema, genuina e supportata da una cultura della materia non indifferente, dalla curiosità, e dall’umiltà. Lo si capisce dal modo in cui Bianucci parla e considera il pubblico, dal rispetto che ha per i grandi maestri del passato e anche del presente, e in virtù della tanta gavetta fatta senza scendere a compromessi con la sua idea di Arte senza però esonerare il pubblico, lo spettatore, spesso indolente, dal suo importante ruolo in questo settore, ora in sofferenza più che mai data l’emergenza Covid.

Bianucci ha iniziato la sua formazione presso la Scuola Internazionale di Teatro “Circo a Vapore” di Roma diretta da E. G. Lavalleè e la Scuola di recitazione “La Ribalte” di Enzo Garinei per poi seguire un Seminario sul Metodo Strasberg con Dominic De Fazio (Actor Studio). Ha proseguito con gli Studi di Commedia dell’arte con Contin e Merisi, quelli di Canto con M° Caio Bascerano e Patrizia Troiani  fino agli Studi di teatro al DAMS di ROMA TRE. Ha insegnato recitazione presso gli Ist. Sup. Statali Q. Sella e G. Romano e nei corsi di teatro integrato per poi approdare agli spot pubblicitari e a ruoli in film e serie TV di successo quali “L’Aquila – Grandi Speranze” RAI 1 – Idea Cinema – regia Marco Risi,  “La Compagnia del Cigno” RAI 1, “Aldo Moro – Il Professore“ RAI 1 – Aurora TV – regia F. Miccichè, “Suburra – la serie” Netflix/RAI 2 – Cattleya 2017 (stag. 1)– regia Placido-Molaioli- Capotondi. Per il cinema ha preso parte al film “Fuorigioco” con Toni Garrani per la regia Benso – RioFilm 2015 selezionato per il David di Donatello 2016, “Il ritorno di Grosjean” corto – 2014 regia F. Longo – RioFilm
selezionato anch0esso per il David di Donatello 2015; è in uscita al cinema con “L’amore a Domicilio” con Miriam Leone per la regia Corapi – Prod. WorldVideoProduction.

Molto ricca la sua attività in teatro per il quale segnaliamo: “Ti hanno portato via all’alba” regia F. Giuffrè 2010 “Emigranti” regia C. Benso 2008/2009 “Memorie” regia F. Giuffrè con Jinny Steffan – tratto da Lo Zoo di Vetro – 2006 “Storia di Beatrice” regia R. Petrone – 2003 “Attore… per quel po’ che si guadagna” Varietà di e con M. Bianucci – 2003 “La Scoperta de l’America”, musiche di M. Bianucci – regia P. Bonini – 2001.

Da buon estimatore di Chaplin, Bianucci, vincitore del Premio Crocitti riservato ad attori sconosciuti ma di talento, non può non essere poeticamente nostalgico del cinema che fu, per il quale “è una grande bugia a cui tutti dobbiamo credere perché è l’unica che ti rivela la verità,” che tuttavia, anche oggi gli offre molti stimoli per continuare a lavorare con questa grande passione, puntando sulla qualità, sullo studio, e sulle ispirazioni del passato e perché no anche dagli spot pubblicitari che entrano prepotentemente nelle nostre case cui Bianucci ha preso parte con eleganza e rispetto, come ad esempio a quelli della Bauli, Vodafone, Mediolanum, lavorando sempre con professionisti.

 

1 Cinema, teatro, spot pubblicitari, musica, in quale ambito si sente più a suo agio?
Ho lavorato in tutti questi settori, ma il teatro e la musica mi mettono più a mio agio degli altri, suppongo perché ho iniziato da bambino. Avevo 12 anni, ero in una filodrammatica di ragazzini e portavamo in scena i testi di Shakespeare, Cecov, Cervantes e il livello di formazione era davvero alto. Sono stato educato con queste discipline artistiche che hanno si accresciuto il mio talento, ma soprattutto mi hanno formato come persona. Sul palco mi sono sempre sentito a mio agio, come a casa mia, il pubblico è il mio ospite a cui non si fa mancare nulla.
Mi diverto molto anche con le pubblicità, ne ho girate tante, mi hanno permesso di lavorare con grandi professionisti del settore, sono set dove si respira una grande professionalità.
Il cinema infine è per me una seduzione, mi affascina, è un punto di arrivo, seppur mi mette ansia e questo non so come spiegarlo. Nonostante la mia prima esperienza sul set risalga al 1991, ho sempre con me un po’ di ansia quando devo girare, non mi è mai passata. Ovviamente tutte le paure spariscono al primo ciak, ma prima e dopo il ciak per me sono momenti difficili e qualche notte insonne.
Per concludere, posso dirti che considero il teatro mia madre e il cinema la mia amante. Così credo sia chiaro il mio rapporto con loro.

2 Prova nostalgia per il cinema italiano degli anni d’oro?
Io sono nostalgico per indole, anche se crescendo sto abbandonando questa debolezza. I film del passato, italiani o stranieri, mi sembrano sempre più belli degli attuali. Inoltre se per cinema degli anni d’oro intendi quello strettamente legato al boom economico italiano, dal dopoguerra in poi, direi proprio di si.
Rossellini, De Sica, Visconti, Fellini, Risi, Lattuada, Germi, Antonioni e altri, più o meno blasonati, sono la spina dorsale del nostro cinema, che con i loro film hanno offerto grandi spunti di riflessione sulla nostra società, alle volte nascosti anche in una risata. Sono artisti che dal Neorealismo, con la volontà di staccarsi dal genere dei “telefoni bianchi”, hanno accompagnato la cinematografia italiana a livelli altissimi e hanno preparato la strada per quei giovani registi che si stavano affacciando proprio in quegli anni. Ad esempio Bertolucci o Bellocchio che porteranno a loro volta un nuovo cambiamento, uno stile più coerente a loro stessi e una nuova era lucente del nostro cinema.
E’ difficile quindi contrassegnare gli anni d’oro in un solo momento specifico. Quando c’è fermento, il seme gettato a terra dà di certo frutti, che a loro volta ne daranno altri. Pensa che solo nel 1960 nelle sale c’erano film come Rocco e i suoi fratelli, La dolce vita, La Ciociara, L’avventura, ma anche il Mattatore e Signori si nasce. Un anno dopo è il turno di Accattone di Pasolini e poco dopo Bertolucci con Prima della rivoluzione.
Come non essere nostalgico allora? La fatidica frase “ma che fanno al cinema oggi?” in quel periodo trovava facilmente una risposta e ampia scelta.

3 Cosa pensa del cinema italiano di oggi?
Devo necessariamente collegarmi alla risposta precedente. Gli stimoli che hanno dato vita ai grandi periodi storici del nostro cinema, venivano da una fame culturale, da un enorme curiosità, dalla capacità di osservare da vicino la realtà e dalla incessante voglia di cambiamento. In questo ultimo ventennio ne vedo pochi di questi esempi. Non posso non citare Garrone, Sorrentino o Virzì tra quelli che mi piacciono molto e hanno queste caratteristiche, oppure Ivano De Matteo con la sua grande capacità scarna di osservare e filtrare la realtà. Vedo però nuove leve farsi strada e questo mi fa ben sperare. Inoltre quando si parla di cinema si parla di tutto un sistema produttivo enorme, pesantissimo, aggrovigliato tra burocrazia e arte, che non facilita di certo la realizzazione di un film. Credo che il sistema produttivo debba alleggerirsi, debba in futuro essere più dinamico e svincolarsi in parte dalle logiche in cui si è bloccato, lasciando più libertà all’artista. Ecco, manca un po’ di coraggio, siamo stretti in meccanismi viziati e astringenti, che alla fine non fanno che ridursi nel produrre film molto simili tra loro.

4 Chi sono i suoi punti di riferimento culturali?
Tanti, del resto i riferimenti culturali di ognuno sono mutevoli, cambiano nel tempo secondo il nostro livello e la nostra età. Alcuni però non li perdi mai, non li dimentichi. I miei primi riferimenti giovanili sono legati alla cultura di Roma e allo spettacolo popolare in genere, passando per la Commedia dell’Arte fino al Musical. Sono un cultore di Petrolini, dei poeti romaneschi, del Varietà Italiano, a cui tra l’altro ho dedicato più di uno spettacolo. Parallelamente però, mentre leggevo Maupassant e mi incuriosivo di Caravaggio e Matisse, avevo già portato in scena, con la compagnia di filodrammatica, i testi di Shakespeare e approcciavo alla letteratura Russa, partendo da Cecov per arrivare a Gogol e finire con lo scoprire Stanislavskij. Alla fine, neanche a farlo apposta, dopo i Russi sono arrivati gli Americani con Strasberg. Per gli attori Strasberg e Stanislavskij sono un punto di riferimento per la tecnica moderna di recitazione, ma anche un modo con cui riempirsi la bocca al solo suono di “Metodo Stanislvskji – Starsberg”. Allora, la mia passione per la Commedia dell’Arte è rigurgitata fortemente, intesa non solo come tecnica, ma come conoscenza di quell’affascinante mondo della vita delle compagnie di giro dal 1500 in poi. Ho riferimenti confusi come vedi, ma credo sia naturale, un artista ha bisogno di tutto, deve nutrirsi e digerire ogni cosa.

5 Cosa significa per lei aver vinto il Premio Crocitti?
Che bel momento mi fai ricordare! Quel premio è stato uno stimolo a non fermarsi, chiudeva un periodo fruttuoso per me – avendo da poco lavorato per Netflix in Suburra la prima serie e per la Rai ne La Compagnia del Cigno, L’Aquila grandi speranza e altre fiction – e ne apriva un altro. Infatti poco dopo è uscito nelle sale il film L’amore a Domicilio con Simone Liberati e Miriam Leone, per la regia di Corapi. Vincenzo Crocitti, che vinse il David Di Donatello e i Nastri D’Argento per la sua interpretazione ne Un Borghese piccolo piccolo, ha una lunghissima carriera cinematografica televisiva e teatrale alle spalle e chi lo ha conosciuto personalmente ne parla come una persona di grande umiltà. Il senso del premio Crocitti è proprio questo, premiare anche gli attori poco conosciuti ma che si sono distinti, a giudizio del Comitato e del Direttore Artistico Francesco Fiumarella, per umiltà talento e lunga gavetta. Li ringrazio ancora per aver riconosciuto in me queste caratteristiche. Ho ricevuto il premio il 7 dicembre 2019 insieme ad altri bravi artisti e sono stati assegnati 2 premi alla carriera, a Paolo Bonacelli e Francesco Nuti.

6 Cosa rende secondo lei un film un capolavoro?
Non credo si possa dare una definizione assoluta. Posso dirti che per me il capolavoro è qualcosa che spiazza le tue sicurezze, che ti parla dentro, che ti scava, trova un posto nella tua anima e non va più via. Non basta che un’opera d’arte sia tecnicamente perfetta se non ti parla dentro, per essere un capolavoro deve averti sconvolto. Per farti un esempio, personalmente il mio capolavoro cinematografico è Ultimo tango a Parigi. Mi distrugge ogni volta che lo rivedo e penso che non ci sia nulla di simile in tutta la cinematografia.

7 Chi sono stati i suoi “maestri” e cosa le hanno insegnato maggiormente?
I “maestri” sono stati tanti, ma sono quelli che purtroppo non ho potuto incontrare. Charlie Chaplin, Petrolini e Walter Chiari mi hanno insegnato tanto. Mi soffermo solo su Chaplin di cui ho divorato l’intera sua cinematografia; per un anno di seguito, tutti i giorni, non facevo altro che guardare i suoi film e leggere libri su di lui, sperando di poter rubare un pizzico della sua tecnica, ma soprattutto della sua anima. Da lui ho appreso la potenza di un gesto, non vuoto, un gesto pieno di verità, non un gesto qualunque. Chaplin mi ha insegnato che un solo gesto, se correttamente motivato, racconta tutta un’azione e può raccontare anche un intero personaggio. Poi ho avuto tanti bravi insegnanti, già dalla mia infanzia fino alle scuole di teatro che ho frequentato col passare degli anni. Sono stato fortunato, ho incontrato persone che ne sapevano di pedagogia e che amavano insegnare. Porto con me tutto quello che mi hanno dato e che ho potuto donare a mia volta, quando ho insegnato recitazione nelle scuole superiori e nei laboratori di teatro integrato.

Suburra, la serie

8 “Il cinema è la scrittura moderna il cui inchiostro è la luce”, diceva Cocteau, la pensa anche lei allo stesso modo?
Se lo diceva Cocteau non posso che trovarmi d’accordo. Non ho la capacità di formulare una immagine così poetica, ma ti racconto questa cosa. Molti anni fa ero alla Libreria del Cinema di Roma, un luogo meraviglioso oramai chiuso, in cui ho passato anni a leggere libri, vedere film, conoscere artisti e bere vino. Quel giorno stavano girando un piccolo documentario ad uso interno della libreria, mi ci trovai in mezzo e mi chiesero di rispondere a questa domanda: ”Che cosa è il cinema?”. Io d’impatto risposi “…è una grande bugia a cui tutti dobbiamo credere perché è l’unica che ti rivela la verità”. A farmi la domanda era il regista Antonello Grimaldi che, dopo aver sentito la mia risposta e aver dato lo stop alla macchina da presa, mi fissò qualche lungo istante. Ecco, ora che ci penso di nuovo, forse il cinema è li, tra la mia risposta e il lungo silenzio del regista.

9 Quali lavori le hanno procurato maggior emozione e allo stesso tempo grande agio nella parte che doveva interpretare?
In teatro ho sempre lavorato in spettacoli molto ben fatti, ma nel cuore ho Emigranti di Slamovir Mrozek, uno spettacolo con un grande successo di critica e pubblico, regia di Carlo Benso. Due uomini, di diversa estrazione e pensiero, vivono da emigrati in uno scantinato lontano dalle famiglie. L’inevitabile scontro fra le due personalità sfocerà in liti, scherzi crudeli, confessioni, sogni e delusioni di entrambi. E’ la notte di Capodanno e sono soli con le loro frustrazioni, a fargli compagnia solo i rumori fuori della festa e gli scarichi dei tubi. E’ stato duro affrontare il mio personaggio, un intellettuale che è scappato dalla propria terra per poter scrivere la sua grande opera letteraria che mai completerà, è stata una sfida con me stesso oltre che una prova d’attore non da poco. Dopo i primi mesi di prove e un continuo scontrarmi con il mio personaggio ho cominciato ad intravedere che in me c’era molto di lui, allora mi sono lasciato andare ed il resto è venuto da se.

1o C’è polemica intorno al film di Vanzina, Lockdown all’italiana. Cosa ne pensa di tale polemica e come sta vivendo lei e il mondo dello spettacolo e della cultura questo difficile momento?
Non sono uno spettatore di Vanzina, ho visto solo pochi minuti della sua intera cinematografia, quindi glisso su eventuali giudizi sulle sue opere o su polemiche intorno al suo film. Il mondo dello spettacolo, da sempre in sofferenza, ora più che mai avrebbe bisogno di essere ripensato sia dai politici che dagli addetti ai lavori. Non dovrebbe essere lasciato così in agonia perché, quando questo momento difficile per tutti sarà finito, ho timore che quello che si sarà spento durante, avrà bisogno di anni per riaccendersi. Non mi fermerei a ragionare sulla situazione attuale, che oggettivamente non permette di lavorare con la serenità di prima, ma bisogna fin da ora progettare il dopo, affinché il settore della cultura non sia sempre un fanalino di coda nella nostra economia. Ci vuole un’apertura mentale maggiore da parte di tutti, anche dello spettatore, e molta lungimiranza per una rinascita più ampia del cinema, del teatro e di tutto il mondo della cultura. In questo senso ci vengono incontro le nuove realtà distributive come Netflix o Amazon, dove si trovano film o serial molto interessanti, coraggiosi, dove puoi vedere opere che non hanno trovato spazio con la distribuzione classica. Intendiamoci, un film è meraviglioso visto nella sala cinematografica, ma le cose sono cambiate e anche le sale, che non devono chiudere, devono trovare un nuovo modo per riprendersi l’attenzione del pubblico.

Sul set del film “L’amore a domicilio”

11 Progetti in cantiere?
Certo, anche se è preferibile non parlare di cose che non esistono ancora, ho alcuni progetti e si tornerà nella mischia appena questo momento sarà finito e saremo tutti più sereni. Uno posso svelartelo; un progetto in particolare è quello di portare in scena l’opera teatrale “Gocce d’acqua su pietre roventi” di Fassbinder, da lui mai realizzata. E’ un testo molto duro, messo in scena raramente, ed è diventato un bellissimo film nelle mani di Ozon. Ho una mia visione particolare del testo ma ho bisogno di sostegno, di un produttore e un teatro che accolga uno spettacolo così.

Nastri d’argento 2020: tra prevedibilità e premi meritati, è risibile che ‘Picciridda’ di Licata non porti a casa nessun premio

Assegnati nel giorno del lutto per Ennio Morricone, i Nastri d’argento 2020 hanno premiato Favolacce dei fratelli d’Innocenzo, film nero sulla vita nelle periferie, e già premiato allo scorso Festival di Berlino, a Matteo Garrone premio per la miglior regia di Pinocchio.

Il nastro come miglior attore non protagonista a Roberto Benigni per il suo Geppetto, oltre a quello per la scenografia (Dimitri Capuani), il montaggio (Marco Spoletini), il sonoro (Maricetta Lombardo) e i costumi di Massimo Cantini Parrini — ma è il secondo film di Damiano e Fabio D’Innocenzo, già premiato alla Berlinale per la sceneggiatura.

Cinque i nastri ottenuti: oltre al miglior film, anche per la sceneggiatura, degli stessi D’Innocenzo, per il produttore (Pepito con Rai Cinema, premiati anche per Hammamet), la fotografia (Paolo Carnera), e il bis per i costumi di Cantini Parrini. Doppietta per Pierfrancesco Favino che dopo Il Traditore nel 2109 vince come miglior attore protagonista per Hammamet.

Tra le attrici prevale prevedibilmente Jasmine Trinca, a nostro parere, immeritatamente su Lucia Sardo, attrice del film di Paolo Licata Picciridda, per una pellicola intrisa di dichiarazioni promozionali a mo’ di spot pubblicitario incastonati nel solito catalogo di Ozpetek, dal titolo La Dea Fortuna che ha ottenuto tre nastri: due per la musica, a Pasquale Catalano per la miglior colonna sonora, in cui spunta anche la voce di Mina,  e a Diodato, vincitore dello scorso Sanremo per la miglior canzone con Che vita meravigliosa.

Valeria Golino è stata la più votata dalla giuria dei giornalisti cinematografici tra le attrici non protagoniste per 5 è il numero perfetto, film d’esordio di Igort, e Ritratto della giovane in fiamme di Cèline Sciamma. Miglior commedia è risultata Figli di Giuseppe Bonito che fa vincere i suoi protagonisti: Paola Cortellesi al suo terzo nastro consecutivo – dopo Come un gatto in tangenziale nel 2018 e Ma cosa ci dice il cervello nel 2019, e Valerio Mastandrea. Il Nastro dell’anno, come già annunciato, va a Volevo nascondermi di Giorgio Diritti, che premia il regista, il protagonista Elio Germano, i produttori e tutto il cast tecnico. Nel palmarès anche il Nastro d’Oro a Vittorio Storaro e il Nastro alla carriera a Toni Servillo. 

E poi anche quest’anno c’è stato un nugolo di premi speciali perché non si premia mai abbastanza, dove però il cinema comincia a c’entrarci poco. Quando invece c’entra non si premia, come dimostra il caso del notevole esordio alla regia di Picciridda-con i piedi nella sabbia di Paolo Licata, film drammatico e lirico che vede come protagonista una straordinaria Lucia Sardo che però non è l’interpreta istintiva di un film di un regista che a buona parte della critica piace a prescindere, mente probabilmente a loro signori ancora sfugge il talento recitativo di Lucia Sardo, le cui doti le rimarca lo stesso Paolo Licata nella seguente breve intervista dove si sofferma anche sul suo film in generale e sulla sicilianità.

 

 

La prima cosa che vi siete detti con Lucia Sardo sul set?
Non ricordo con esattezza le prime parole che ci siamo detti, ma eravamo in comunicazione costante già da mesi prima, durante la preparazione del film. Arrivati sul set non c’erano più molte parole da dirsi, era il tempo di mettersi al lavoro. Ci siamo subito concentrati e dati da fare realizzando un film in tempi da record dei primati!

Tre aggettivi per definire Lucia Sardo
Super professionale e di sconfinato talento, super empatica, e super simpatica! Forse sono 4, ma 3 non mi bastavano!

Come è stato dirigerla, cosa le ha dato in termini artistici vista la sua grande esperienza?
È stato un grande onore e un privilegio potermi avvalere della sua arte e della sua esperienza. Sono fermamente convinto che il cinema italiano abbia avuto e abbia tutt’oggi pochissime interpreti come lei.
Definirla attrice è decisamente riduttivo, poiché è artista incredibilmente completa, con competenze e talenti che vanno molto oltre la sola bravura nella recitazione. Il suo metodo è frutto di anni e anni di ricerca, studio, e affinazione, dopo una lunga e formativa gavetta. “Picciridda” è stato il primo lavoro in cui ho potuto conoscerla professionalmente e mi ha colpito molto assistere al suo processo di trasformazione in Nonna Maria. La sua immedesimazione nel personaggio è iniziata molto prima dell’inizio delle riprese. Non c’è stato solo uno studio approfondito della parte, bensì una vera e propria assimilazione, una fusione, un trasferimento nello spirito di quel personaggio che infine ha preso corpo in lei. Sfido chiunque a guardare il film e a pensare ad un’altra attrice che avrebbe potuto prendere il suo posto.
Mi avvilisce notare come alcuni in Italia ancora non la conoscano e non comprendo il motivo per cui non sia “sfruttata” (nel senso più positivo del termine) molto ma molto più di così. Lucia non ha nulla da invidiare ad attrici come Anna Magnani, Marlene Dietrich, Judy Dench e altre di questo calibro, e ancora al cinema italiano questo concetto non è molto chiaro. Se fossi produttore, non mi farei sfuggire l’occasione di averla nei miei film. Da regista l’ho già fatto e lo farò ancora in eventuali altri progetti.

Come sta andando il suo film? E’ soddisfatto?
Sono molto soddisfatto del riscontro che riceviamo da chi lo guarda. Il film piace. È apprezzato dalla critica e anche dal grande pubblico. Riesce a coinvolgere un’ampia fascia di spettatori, di qualsiasi età, sesso, e nazionalità. Questo mi rende molto contento perché è sempre stato il mio obiettivo: fare un film, non per una nicchia ristretta, bensì accessibile a tutti e soprattutto che riuscisse a far vibrare le corde giuste.

Dirigerà un’altra storia di donne in futuro?
È altamente probabile. Ci sono alcuni personaggi molto belli di cui mi piacerebbe parlare. Non è intenzionale voler raccontare la vita di una donna, semplicemente è capitato imbattermi in alcune storie molto belle le cui protagoniste erano donne. Tendo a non fare una distinzione di generi, ma piuttosto a valutare il personaggio e la sua storia, che sia interessante e coinvolgente, ad di là del suo sesso.

Cosa vorrebbe fosse raccontato della Sicilia che non sia un luogo comune?
Mi collego alla domanda precedente. Ci sono tantissimi personaggi siciliani, scrittori, pittori, artisti di ogni genere, personaggi storici, vicende e situazioni che meriterebbero di trovare un posto d’onore in qualche bella sceneggiatura, pur non avendo niente a che fare con gli argomenti più tipicamente legati alla Sicilia. E non c’è dubbio che io mi vorrò fare da loro portavoce in eventuali progetti futuri. Dei luoghi comuni della nostra terra ritengo se ne sia parlato abbastanza e in tutte le salse. Non dobbiamo certo dimenticare le tematiche note e negative che ancora ci affliggono, però c’è anche altro, molto altro.

 

 

Intervista a Paolo Licata, regista di ‘Picciridda’, in concorso per Il Globo d’oro e i Nastri d’argento

Disregazione familiare, violenza e giustizia privata. Sono queste le tematiche centrali di Picciridda- con i piedi nella sabbia, film tratto dal romanzo di Catena Fiorello, felice esordio alla regia di Paolo Licata, 38enne siciliano che mette in scena un melodramma costruito sull’essenzialità dei dialoghi e degli sguardi dei protagonisti, incastonati in una natura aspra ma che sa essere anche di conforto ai drammi degli esseri umani.

Il film di Licata, date queste premesse, può richiamare alla memoria il poderoso e drammatico affresco familiare di Luchino Visconti (di cui Licata è estimatore), Rocco e i suoi fratelli, in realtà se ne distacca per l’assenza di carica ideolgica e per l’importanza che il regista dà alla sua terra e alla natura.

Picciridda: trama e contenuti

Favignana, fine anni Sessanta. Lucia (Marta Castiglia) è una bambina di undici anni che ha appena visto i suoi genitori e suo fratello partire in cerca di fortuna in Francia. Lucia viene affidata a nonna Maria (una granitica Lucia Sardo), donna severa che non ama le smancerie, sul cui volto è impresso un triste segreto che l’hanno resa diffidente e guardinga. La donna, che lavora come “vestitrice di morti” è in rotta con la sorella Pina (Ileana Rigano), la cui figlia Rosa Maria (Katia Greco), è innamorata di un uomo sposato.

In questo perimetro complicato, gli unici motivi di distrazione e leggerezza per Lucia sono la compagnia di una gallina e quella di una compagna di scuola.
Su uno sfondo naturale che ricorda le ruvide opere di Giovanni Fattori con la sua propensione a mostrare gli aspetti più terragni della realtà, quelli meno appariscenti e dunque più dolorosi, Licata infatti presenta con delicatezza il suo verismo filmico, senza risparmiare un innocente coinvolgimento lirico, a tratti troppo enfatico, rappresentato soprattutto dall’acqua che purifica e fa dimenticare per un po’ ciò che di disperato stiamo vivendo.

Il piglio impressionistico di Licata fa sì che le riprese risultino omogenee e accordate tra loro e contribuisce a dare alla pellicola un’atmosfera nostalgica in virtù non solo di chi è rimasto, smarrito e ignaro di possibili pericoli, nella propria terra, subendo l’emigrazione, ma anche una velata nostalgia per il cinema italiano che fu, quello del Neorealismo di Rossellini, in particolare il film Stromboli: se in questo capolavoro Ingrid Bergman che vaga alla ricerca di Dio, era al vaglio di sguardi spigolosi e sospettosi da parte degli abitanti dell’isola, la picciridda Lucia ha una doppia vita che si nutre di dramma, conflitto e infine di riconciliazione con la vita attraverso il mare e la memoria.

Lucia sembra essere l’alter ego femminile del protagonista del romanzo di Elsa Morante, L’isola di Arturo: <<Presto, ormai, per me, incomincerebbe finalmente l’età desiderata in cui non sarei più ragazzino, ma un uomo; e lui, il mare, simile a un compagno che finora aveva sempre giocato assieme a me e s’era fatto grande assieme a me, mi porterebbe via con lui a conoscere gli oceani, e tutte le altre terre, e tutta la vita!>>

Picciridda accumula frammenti che pian piano diventano la forma di un destino che si compie, sorprendendo e commuovendo lo spettatore senza avvalersi di retorica e facili sentimentalismi.

Il film è in concorso ufficiale per il Globo d’oro e ai Nastri d’argento con Lucia Sardo come migliore attrice protagonista.

 

Una scena del film

1 Come nasce la sua passione per il cinema? Perché ha deciso di girare un film?
Sono nato e cresciuto nel teatro lirico. Ho respirato la polvere del palcoscenico sin da quando ho memoria, poiché i miei genitori sono entrambi musicisti. Sin da piccolo mi sono interessato in modo particolare alla regia teatrale e ho iniziato a fare da assistente ai registi che lavoravano nelle produzioni che dirigeva mio padre. Ho anche diretto qualche opera teatrale. Poi crescendo la mia attenzione si è spostata verso il cinema (c’è sempre stata in realtà), e già da autodidatta giravo corti e gag con i miei amici in modo molto artigianale. Dopo la laurea in giurisprudenza, sono andato a Roma a studiare regia e da lì ho iniziato a fare tutto in modo più professionale: spot tv, corti, via via sempre più lunghi fino al mediometraggio di mezz’ora, The Novel, che ha ottenuto vari riconoscimenti nel mondo. Pian piano è venuto naturale il desiderio di passare al lungometraggio.

2 Chi sono per Lei i maestri del cinema italiano?
I “maestri” per me sono quelli che hanno fatto la storia del cinema (quando il cinema italiano faceva storia) e che ho studiato sui libri di cinematografia. Vittorio De Sica, Pietro Germi, Luchino Visconti. Tra i contemporanei italiani, Scimeca (a cui ho fatto da assistente, ed è stato il mio mentore), Crialese, Tornatore.

3 Qual è stato il momento più difficile durante le riprese?
Dato che il nostro set era un’isola, e le riprese hanno avuto luogo tra novembre e dicembre, i momenti di panico sono stati quelli in cui il mare e il vento si alzavano e le comunicazioni con la terra ferma si interrompevano. Vivevo con la preoccupazione che qualche attore non arrivasse o che non potessimo girare qualche scena a causa del maltempo. Rischi sempre enormi in un film a basso budget, in cui i soldi non bastano mai e non c’è spazio per imprevisti e straordinari. La scena più impegnativa è stata quella della spiaggia, con la gallina (è un piano sequenza in cui i genitori dovevano sostituirsi alla gallina e viceversa).

4 Quali elementi della scrittura di Catena Fiorello, l’hanno catturata maggiormente e come è stato lavorare con lei e con Ugo Chiti?
Catena è una grande narratrice, una raccontatrice. È davvero brava nelle descrizioni di luoghi, persone, colori, sapori, situazioni. Quindi quando ho letto per la prima volta “Picciridda”, oltre alla bellissima storia, mi ha colpito la sua grande capacità di dipingere minuziosamente i dettagli. È stato facile immaginare il film durante la lettura del libro grazie a questo. E lavorare con Ugo è stato un grande onore e privilegio, ogni incontro era per me una lezione di sceneggiatura.

5 Cosa pensa del cinema italiano?
Credo che il cinema italiano sia pieno zeppo di grandi talenti. Parlo sia di attori che di registi, e di tutte le figure in generale. Temo solo che a volte venga dato molto spazio solo ad alcuni e molto poco ad altri. Tanti attori, non di copertina o da gossip, come quelli di cui mi sono avvalso nel mio film, meriterebbero di avere l’agenda sempre piena e invece troppo spesso e troppo a lungo stanno a casa. I talenti ci sono, ma quelli che lavorano continuamente sono sempre e solo gli stessi.

6 Lei racconta un’odissea al femminile affidandosi all’essenzialità che è propria della terra che fa da sfondo alla vicenda. Ma nel suo caso la natura sembra riservare momenti indimenticabili e rassicuranti alla protagonista del film…
L’ambiente in cui si muove la nostra protagonista è elemento essenziale della vicenda. Non in quanto Sicilia (dato che la storia potrebbe essere ambientata e raccontata in qualsiasi parte del mondo), bensì come personaggio che ha un’interazione importante con la protagonista. Intenso e fortissimo è il legame che c’è tra la picciridda e la sua terra, il posto in cui è nata e cresciuta. Lei conosce quei luoghi alla perfezione, ogni angolo di spiaggia e granello di sabbia in cui adora affondare i piedi. Uno degli aspetti più dolorosi del trauma che subisce Lucia è iniziare a vedere quei luoghi con occhi diversi, inevitabilmente. Da un momento all’altro, con violenta rapidità, quei luoghi che lei tanto ama, si trasformano nei luoghi che le ricordano l’incubo che ha vissuto. Uscita dalla casa del terrore, persino quel sole caldo che in genere l’accarezza amorevole, adesso sembra ferirla ed accecarla. Già da lì tutto è cambiato.

7 Crede sia riduttivo qualificare il suo film come una storia di riscatto di donne?
Mi piace vedere il mio film come un contenitore di messaggi per persone di ogni genere ed età. I temi trattati sono molteplici e ho potuto notare che ognuno si emoziona in scene e momenti diversi, a seconda del tipo di sentimento che il film gli ha rievocato. Non credo che la storia sia destinata prevalentemente ad un pubblico femminile, credo che per sentirla sia sufficiente avere un cuore. Più specificamente, riguardo al tema della violenza sulle donne, vorrei che questo film fosse un monito e che i destinatari principali di questo messaggio fossero gli uomini, troppo spesso incuranti degli effetti devastanti che un loro momentaneo impulso primordiale può avere sull’intera vita di una donna.

8 Come si lavora, trattando tematiche cosi’ delicate, con i bambini?
Ho sempre cercato di adottare tutti gli accorgimenti necessari per tutelare e proteggere la sensibilità di Marta, anche in base alle sue conoscenze ed esperienze. Mi consultavo costantemente con i suoi genitori per sincerarmi che un determinato argomento non fosse nuovo per lei e, nei casi un cui lo era, ci coordinavamo per capire quale fosse il modo migliore per procedere. Nel caso specifico della violenza sessuale, pur convinto che Marta, bambina di inarrestabile perspicacia e curiosità, fosse perfettamente consapevole di ciò che accadeva nella storia, le ho sempre descritto la scena incriminata come un momento in cui l’uomo cattivo semplicemente maltrattava la piccola.

9 In “Rocco e i suoi fratelli”, pellicola ambientata durante il boom economico, Visconti, imputa all’emigrazione di una famiglia lucana verso Milano, la tragica parabola della famiglia di Rocco in una città moderna e del benessere. Il suo film parla di emigrazione passiva, e della violenza insita nella famiglia di Lucia. Trova che si parli troppo poco della sofferenza e della solitudine di chi resta?
Il tema dell’emigrazione passiva mi ha colpito dal primo momento in cui ho letto il libro. In realtà non avevo ancora visto molti film in cui si rappresentava la sofferenza di chi resta e vede i propri cari partire. Il tema è di grande attualità perché è sempre all’ordine del giorno nelle aule del parlamento e nelle prime pagine dei quotidiani. Lo viviamo quando riceviamo le famiglie che emigrano dal proprio paese, ma lo viviamo anche quando le nostre famiglie si dividono tutt’oggi. L’unica differenza col passato è che prima erano i genitori a partire, oggi sono i figli. Ma il dolore e la sofferenza restano uguali, perché il trauma risiede nel distacco, nell’allontanamento dai familiari e dalle persone a cui vogliamo bene.

10. Cosa si aspetta da questo film? Il suo desiderio più grande?
Mi fai una domanda importate in un periodo delicato in cui sono molto sensibile all’argomento.
Vorrei che il mio film non finisse nel dimenticatoio per dare spazio ai film grossi che devono uscire! Vorrei che, appena possibile, lo vedesse il maggior numero di persone. Vorrei che il periodo assurdo in cui è uscito non lo penalizzasse nella sua diffusione e che, a tal fine, le istituzioni intervenissero direttamente per tutelare i film che non sono usciti o che sono usciti per poco come il nostro. Mi rendo conto che ci sono altri film più grossi che attendono ancora di uscire, ma ciò che è accaduto non ha precedenti e pertanto non credo sia giusto che ad essere penalizzati siano le piccole produzioni.
Vorrei che si agisca secondo giustizia e buon senso. Vorrei essere orgoglioso e fiero delle decisioni del governo e dei ministeri. Vorrei che i decreti tanto rigidi per fronteggiare il virus, fossero altrettanto rigidi nella gestione di eventuali turni nella programmazione dei film la cui commercializzazione è stata traumaticamente interrotta. Perché in tutti i film ci sono persone che hanno investito tutta la propria vita ed è giusto che tutti abbiano il proprio spazio. Lo spazio e il successo del film deve essere lasciato all’indice di gradimento del pubblico, non dai virus che ne bloccano la diffusione. E questo sarà possibile solo se ne sarà garantita la visibilità dalle istituzioni e dagli enti preposti.

‘Tolo Tolo’, il nuovo film di Checco Zalone, tra convivialità e notazioni scorrette ed opposte

Resteranno delusi coloro che si sono accapigliati ancora prima dell’uscita dell’atteso film di Checco Zalone, Tolo Tolo, prodotto dalla Taodue di Pietro Valsecchi, che si dividono in quelli pronti a condannare il presunto spirito razzista, salviniano, anti-migranti, e quelli adusi a difendere la sua comicità politicamente scorretta.

Tolo Tolo: tra citazionismo e mescolamento di notazioni “scorrette”

Ma Luca Medici, alias Checco Zalone, non ha fatto una scelta di campo e in Tolo Tolo (Solo, solo) non manifesta alcuna fobia o insofferenza per i neri, gli sbarchi e i migranti né strizza l’occhio a Salvini. Anzi. Piuttosto mescola notazioni “scorrette” ad altre di segno opposto, è la sua miscela vincente e se vogliamo furba, anche se stavolta il risultato è meno riuscito rispetto ai suoi precedenti film; Tolo Tolo infatti si rivela un film leggero, godibile ma fa ridere meno del solito.

Zalone diverte a dispetto delle critiche stantie e noiose di alcuni critici abituati ad essere estasiati dal tetro e pesante bastian contrario di Nanni Moretti o al fazioso trasformismo Maurizio Crozza. Zalone invece sparisce per molto tempo, non cura i social, non compare in TV per poi sbucare all’improvviso con un nuovo film che riempie tutte le sale cinematografiche d’Italia battendo il suo stesso record di Quo Vado, dove Zalone compiva un’esperienza nella civilissima e progressista Norvegia.

Dal punto di vista formale Tolo Tolo risulta essere un film più elaborato dei precedenti, ma non altrettanto per quanto riguarda il soggetto e la sceneggiatura (scritta con Paolo Virzì); tuttavia la forza della pellicola risiede nell’abilità del regista di far credere che ad essere preso di mira è sempre qualcuno altro, non lo spettatore che lo guarda, e per questo che Zalone frega e scontenta tutti.

Tolo Tolo, come molti si aspettavano non parla di immigrazione e integrazione, bensì di emigrazione e convivialità, concetti pressocché sconosciuti ad intellettuali ed artisti nostrani. Facendo la spola a velocità massima tra opposto estremismi e centrismi, Zalone prende di petto argomenti attuali e spinosi ricorrendo anche al citazionismo e a riferimenti della storia del cinema non comprensibili o conosciuti da tutti: si va da Esther Williams a Pasolini, da Bertolucci a Spielberg, passando per Mary Poppins.

Trama del film di Zalone

La storia è quella di un imprenditore delle Murge che scappa in Kenya per sfuggire ai tormenti procuratigli dalla ex moglie, Equitalia e creditori vari, dove si improvvisa cameriere in un resort esclusivo, perché secondo lui, che ha rifiutato il reddito di cittadinanza per aprire un sushi restaurant, in Africa “è possibile continuare a sognare”. Lì incontra Oumar, cameriere con il sogno di diventare regista e la passione per quell’Italia conosciuta attraverso il cinema di Pasolini.

All’improvviso in Africa scoppia la guerra e i due sono costretti a emigrare, anche se Checco non punta all’Italia ma ad uno di quei Paesi europei che sono paradisi fiscali. A loro si uniranno la bella Idjaba e il piccolo Doudou (“come il cane di Berlusconi”)

Tolo Tolo è un road movie alla rovescia dove il burattinaio Zalone ne ha per tutti ma non parteggia per nessuno, e dove i politicamente corretti godono a vedere messi alla berlina i pregiudizi d’una volta; e i politicamente scorretti godono a vedere essere presi in giro i nuovi tabù intoccabili in un linguaggio senza veli. Così ognuno ride alle spalle dell’altro.

La sua satira dei pregiudizi degli italiani regge su una semplice ma efficace trovata: fa parlare un ragazzo d’oggi con le parole ingenue di pochi decenni fa, quando quei modi di dire e di pensare erano senso comune e lessico quotidiano, non solo al Sud. Sulla stessa lunghezza d’onda è la sua comicità fondata sui doppi sensi, come si usava nelle comitive di una volta e che oggi appare irriverente. Zalone è un finto ingenuo e triviale che non vuol convincere né fustigare nessuno, né propinare ideologie “corrette”, solo seminare qualche dubbio e strappare risate.

Non a caso in Tolo Tolo gli sfruttati neri sono perseguitati, ma non di rado si trasformano in sfruttatori; i politici italiani sono macchiette viventi, ma i poliziotti locali prendono mazzette più degli evasori nostrani; il Mussolini che è rimasto nelle nostre vene  è grottesco, ma purtroppo è vero anche che i trafficanti estorcono 3000 dollari a testa ad adulti e bambini per la pericolosa traversata; sul molo dove attraccano i barconi si fronteggiano a pari merito di sgradevolezza i tifosi del “cacciateli via” e quelli del “restiamo umani”.

Si può vivere insieme per fronteggiare problemi comuni (guerra, tasse, terrorismo, ex mariti o ex mogli) e abitudini universalmente riconosciute (come la “gnocca”) e non perché qualcuno ci viene a dire che bisogna stare tutti nella stessa casa, per costrizione oppure per contaminazione, ricordando sempre che molto spesso la realtà è una fake news.

 

‘Pinocchio’ di Matteo Garrone: tra realismo popolare e gotico

Un Pinocchio che lotta contro la propria riconoscibilità universale, che vuole smarcarsi dal peso di un archivio monumentale. Un film di grandioso impatto figurativo e visionario che rischia per questo di mitigare la capacità di emozionare.

Il film di un maestro, tuttavia, perché pochi registi come Garrone saprebbero sorreggere l’equilibrio tra una prima parte di tono realistico popolare e la seconda improntata al gusto esoterico-mostruoso del romanzo gotico e nessuno di riuscire a presentare un Benigni contenutissimo, ligio al ruolo di Geppetto e con la debordante vena istrionica sostituita da un’umanissima e scompigliata naiveté da poverocristo finto padre.

Rimarchevole è, in questo senso, la differenza di stile tra il lungo prologo dai cui primi piani e dettagli sembrano propagarsi in sala le luci, gli odori, i suoni di un’età e una società arcaiche, rozze, sporche e tribolate e la corsa verso sottofinali e finale caratterizzata, invece, da campi lunghi o volute labirintiche. Un’altra scelta sacrilega, ma –fatti salvi i gusti individuali degli spettatori- sostanzialmente riuscita è quella di avere abbandonato l’iconografia classica del presepe collodiano dei prati e vigneti, pievi e borghi dell’entroterra toscano in favore di scenari pugliesi tutti ulivi, masserie e castelli semidiroccati stagliati su marine evocanti rotte orientaleggianti.

A una prima visione, il film sembra un po’ carente di una qualità di non poco conto e cioè della capacità di commuovere, turbare, appassionare. Non di stupire o di scioccare, sia chiaro, perché la resa spettacolare garantita dalla fotografia, il montaggio, le scenografie, i costumi, i designer e gli effetti visivi resta costante; senza dimenticare che accanto a Benigni e all’inquietante faccia di legno del Pinocchio nient’affatto accattivante del piccolo Ielapi molti degli attori –in primis il Gatto e la Volpe Papaleo e Ceccherini, la Timo governante lumaca, il Corvo e la Civetta dei fratelli Gallo, il perfetto grillo parlante dell’ex “Ciribiribi Kodak” Marotta, il giudice-scimmia Celio- si dimostrano all’altezza delle strepitose maschere che ne esasperano le indoli e deformano i connotati.

Lo slancio trasgressivo del Garrone lo si può trovare, in ogni caso, in passaggi e soluzioni di primaria importanza: l’attacco, più aggiornato rispetto a quello delle infinite versioni precedenti del romanzo, alla pedagogia scolastica ultra-permissiva (montessoriana?) e alla magistratura per nulla all’altezza della sua conclamata missione d’imparzialità; l’accentuazione in senso horror degli episodi degli assassini e l’impiccagione di Pinocchio o la spaventosa mutazione degli scapestrati monelli in asini; la normalizzazione operata dalla fatina sull’istinto ribelle del burattino che diventerà giudizioso forse in senso conformista e piccoloborghese.

E’ come se il regista romano avesse conservato per se stesso, per il proprio ruolo nascosto tra le quinte teatrali dell’allestimento quello che, per esempio, ha tolto stranamente al personaggio più eversivo della compagnia, il Lucignolo che non ha particolare rilievo nell’economia drammaturgica del film.

Il romanzo di formazione deve recuperare, così, quasi nel sottotesto del percorso puramente estetico il suo portato di “conoscenza amara, crudele e senza luce della realtà” a suo tempo segnalato da una celebre lettura di Pietro Citati.

Laico e profano in superficie, il film riserva la sua ultima sorpresa nella conclusione che rispetta il climax diventato ormai archetipico della fiaba, ma fa trapelare alquanto coraggiosamente la metafora cristiana della meccanicità della persona illuminata dall’aspirazione a dotarsi di un’anima. La fatina come operatrice del Mistero Mariano, insomma, che presiede alla ri-nascita del bambino sacro in simbiosi con un padre (Geppetto-Giuseppe) vecchio e infecondo col quale, ovviamente, non si è mai unita.

 

Fonte:

Pinocchio

Antonio Spoletini, la “faccia giusta” per il cinema: ‘il cinema è seduzione e che la seduzione ha un limite’

Il nome di Antonio Spoletini probabilmente ai più non dirà nulla, ma Spoletini, protagonista del docufilm Nessun nome nei titoli di coda, diretto da Simone Amendola, ci racconta l’indimenticabile cinema dei grandi maestri, quegli aspetti fondamentali ma che sono sconosciuti; perché dietro le grandi star e i grandi registi c’è un universo di uomini e donne indispensabili per la riuscita dello spettacolo. L’attore, che non ha rimpianti, e conserva sempre un certo spirito critico, è impegnato sui set di James Bond e su un film a episodi di Terrence Malick.

Trama

Se dici “comparse” dici Spoletini. Cinque fratelli trasteverini che a partire dal dopoguerra hanno cercato le facce giuste per il cinema italiano e internazionale passato da Roma. Dei cinque, Antonio, a ottant’anni suonati, è ancora lì, sul suo campo di battaglia, Cinecittà. All’approssimarsi dell’idea di una fine, come ogni uomo, vorrebbe lasciare un nome nei titoli di coda.

Contenuti del film

Nessun nome nei titoli di coda, prodotto dalla casa di produzione Hermes, è nato durante una cena quando a tavola Antonio Spoletini ha cominciato a raccontarci una miriade di aneddoti sui personaggi con cui aveva lavorato nel corso della sua quasi settantennale carriera: da Pasolini a Visconti alla Hollywood sul Tevere, da John Huston a Scorsese fino ai giorni nostri, passando in rassegna i loro pregi, difetti, manie, tic e passioni.

Il progetto inizialmente prevedeva un maggiore utilizzo, in percentuale, del materiale d’archivio rispetto alle riprese da effettuare: in corso d’opera ci gli addetti ai lavori si sono resi conto che per poter trasmettere al pubblico le stesse emozioni (alcune anche spiacevoli) sarebbero dovuti uscire dagli schemi non raccontando un pezzo di storia del cinema attraverso Antonio bensì la storia di Antonio stesso, invertendo le proporzioni tra girato e materiale di repertorio.

Un film che lavora sulla figura di Antonio Spoletini come passpartout per raccontare senza retorica le trasformazioni del cinema e quelle della società, di una città e di un paese, esplorando mondi invisibili eppure centrali; seguendo il corso e le azioni di Antonio (uomo vero, ma anche personaggio) l’idea è stata quella di  fare un film che inizia entrando dalla porta di servizio e che finisce uscendo dal camerino degli artisti.

Cinecittà

I ricordi di Antonio Spoletini

È venuto fuori un documentario su un uomo che attraverso i suoi ricordi dietro la macchina da presa ha permesso non solo una diversa ricostruzione dei tanti, tantissimi film a cui ha preso parte ma anche una spiegazione puntuale sulle diverse trasformazioni di Cinecittà e del Cinema che, da sempre, accompagna l’evoluzione dei costumi e della società.

Cinecittà e il Centro Sperimentale di Cinematografia – che hanno appoggiato con entusiasmo la nostra iniziativa concedendoci numerose aree per le riprese –, ha affermato il produttore Cristiano Sebastianelli occupano un peso specifico rilevante nel documentario ma i “set” scelti per raccontare la vita e le esperienze sono tanti, a partire dal cuore di Roma, Trastevere, il rione in cui Antonio è nato e da cui è partita la sua avventura. Molte eccellenze dei cinema italiano e internazionale hanno voluto partecipare al documentario, i premi Oscar Dante Ferretti e Fernando Meirelles, il vincitore della Palma d’Oro a Cannes Marcello Fonte. 

 

1) Cosa significa per lei ricordare? Evocare con un sorriso e un po’ di nostalgia il passato? Rimpiangerlo?

Non rimpiango mai nulla. Mi sono capitate anche tante cose non fatte, ma se non l’ho fatte è perchè in quel momento doveva andare così.
Il passato quindi lo vivo come qualcosa di sereno. Forse a volte penso quella cosa l’avrei potuta fare in quest’altra maniera, ma è uno spirito critico che mi serve a migliorare sempre, a guardare avanti. La cosa fondamentale è che quello che faccio ancora mi diverte, cercare le figurazioni e le facce giuste per i film è ancora qualcosa che faccio con passione.

2) Il regista che le ha lasciato qualcosa di speciale?

Ce ne sono tanti. Federico Fellini, Gigi Magni, Monicelli, Visconti… ho lavorato con tutti i grandi e ognuno mi ha dato qualcosa, ad ognuno ho rubato qualcosa, anche fosse solo la simpatia. A volte faccio la battuta ‘faccio prima a dire con chi non ho lavorato…’
Con Federico ho tantissimi episodi! Uno molto personale non lo racconto perchè lo scoprirete guardando il film su di me, Nessun nome nei titoli di coda di Simone Amendola.
Vi posso però dire che io sono uno dei tre che ha visto Ingmar Bergman con gli occhi lucidi mentre Federico gli parlava.

3) “Il cinema: una donna nuda e un uomo con la pistola. Qualcosa a metà tra l’orologeria di precisione e la tratta delle bianche”, diiceva Dino Risi, lei che visione ha del cinema?

È una domanda difficile per me. Io dico che il cinema è seduzione e che la seduzione ha un limite.
Già il Decameron di Pasolini e I diavoli di Ken Russel rischiano di superarlo.
Per me il cinema coincide con le donne che fanno immaginare, come la Vitti, sia nei film di Antonioni sia nelle commedie.
Dino (Risi) è un provocatore intelligente. Un grande regista. Con lui già i miei fratelli fecero dei piccoli personaggi in Poveri ma belli e poi io ho lavorato con lui tante volte.
Una volta gli feci la domanda qual’è il tuo film migliore, lui rispose Il sorpasso e Una vita difficile. Io dissi ‘No, il sorpasso è simpatico, Una vita difficile è il tuo capolavoro’ Io ho lavorato anche con il figlio Marco, un bravissimo regista boicottato dopo che fece Il muro di gomma.

Backstage “La faccia giusta”

4) Come trova il cinema attuale, soprattutto quello italiano?

Io non sono mai stato pessimista, ma a fine anni ‘80 ho detto il cinema italiano sta a pezzi. Oggi ammetto di non seguire più tanto le nuove leve. Vado meno al cinema. Uno con cui mi pacerebbe lavorare è Garrone.

5) Che significato e valore attribuisce al successo in questo ambiente? Che rapporto ha avuto e ha con la popolarità?

La fama vale solo se hai le qualità. Se diventi conosciuto in un certo ambiente perchè vali.
Oggi mi dicono ‘c’è un film su di te, sei diventato famoso!’ La cosa non mi esalta, però mi fa piacere che siano contenti che si parli di me, che dicano ‘era ora!’

6) Cosa spera di trasmettere agli spettatori con questa pellicola? E cosa dovrebbero sapere sul cinema italiano del suo tempo?

Spero che sia uno stimolo per prendere rapporto con un certo mondo, un certo passato. Io ripeto spesso ai giovani: prendetevi qualche dvd, studiatevi come recitavano Marcello, Nino, Ugo, Gianmaria, Vittorio! Dal ’60 al ’90 abbiamo fatto delle cose enormi. Io dico che Leone ha superato John Ford.

7) Prossimi impegni?

Vengo ora da Matera, dai set di James Bond e del nuovo film a episodi di Terence Malick, siamo stati lì per quattro mesi.
Per me Matera è cinematograficamente una seconda casa. Ci sono tornato dopo Il Vangelo secondo Matteo e The Passion di Mel Gibson.
Vediamo il futuro cosa riserva. Ho avuto delle proposte, ma non so… Aspettiamo, ora non andiamo di fretta.

‘Gustose visioni’ ricorda Ugo Tognazzi con il film Amici Miei al Cinema San Quirico

Domenica 27 Ottobre per celebrare l’anniversario della morte di Ugo Tognazzi non poteva mancare il film che lo ha reso immortale nel ruolo del Conte Mascetti con Amici Miei Atto I, uno dei capolavori della commedia italiana di tutti i tempi. Doppia proiezione alle ore 18.00 ed alle ore 21.00 accompagnata da un bicchiere di vino rosso e sformato di maccheroni della Carmen.

La trama di Amici miei è nota: Quattro amici sui cinquanta (qualcuno arrivato nella professione, qualcun altro ormai in disarmo, ma tutti con una voglia matta di rimanere giovani, di vivere una vita picaresca come da ragazzi) ogni tanto lasciano le rispettive occupazioni e si radunano per le “zingarate” (vagabondaggi, scherzi feroci, “zingarate”). Finché uno di loro muore (anche se la moglie crede fino all’ultimo che si tratti di una beffa dell’incorreggibile personaggio).

Mario Monicelli  per questa commedia riprese un soggetto che il povero Pietro Germi non aveva fatto in tempo a realizzare e lo tradusse in immagini con l’abilità che gli è propria. Un bel film con notevoli interpretazioni, tra cui anche Bernard Blier in una macchietta di credulone molto divertente. 

Gustose Visioni è un appuntamento a cadenza settimanale alla domenica presso lo storico cinema di quartiere fiorentino San Quirico (ex Cinecittà) in Via Pisana, 576 che unisce proiezioni cinematografiche principalmente della commedia italiana anni ’70 ’80 con la buona cucina per serate condivise e conviviali.

Prenotazione obbligatoria su https://www.eventbrite.it/e/biglietti-berlinguer-ti-voglio-bene-gustose-visioni-71197777469
E alla domenica successiva, 3 Novembre come ormai abitudine tornano gli “alluvionati dentro” di Amici Miei Atto II per l’anniversario dell’alluvione di Firenze del 4 Novembre 1966, evento che fu presente in diverse divertenti scene proprio all’interno del film.

Gustose Visioni prosegue ogni domenica. Seguite il calendario completo sulla pagina social https://www.facebook.com/gustosevisioni/
Per informazioni >> cinema@supercazzola.it

Gustose Visioni c/o Cinema San Quirico – Via Pisana 576 Firenze

La vita è una combinazione di pasta e magia. Federico Fellini