Arte, cinema letteratura: storia e identità nazionale in Pier Paolo Pasolini. Giovedì 20 Ottobre alla Suor Orsola Benincasa

“Nella travolgente parabola intellettuale, artistica e umana di Pier Paolo Pasolini l’amore appassionato per l’Italia, la sua storia, la sua unicità rappresenta una stella polare costante”. Così lo storico Eugenio Capozzi, professore ordinario di Storia contemporanea all’Università Suor Orsola Benincasa, presenta la giornata di studi che l’Ateneo napoletano ha scelto di dedicare giovedì 20 Ottobre a partire dalle 10 a Pier Paolo Pasolini (1922-1975) nell’anno del centenario della sua nascita.

Per celebrare lo straordinario eclettismo culturale di uno dei più apprezzati intellettuali del Novecento l’Università Suor Orsola Benincasa, con il patrocino del Comitato Nazionale per il Centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, ha pensato ad una giornata di studi multidisciplinare che proverà a ricostruire il sentimento identitario nazionale di Pasolini dalle diverse angolazioni in cui si è dispiegata la sua enorme produzione artistica e culturale.

In ogni aspetto naturale, sociale, artistico, letterario dell’Italia – evidenzia Capozzi – Pasolini ha cercato avidamente l’eredità di quella cultura contadina e popolare che voleva salvare dalla distruzione ad opera della società di massa e ritrovava nei borghi diroccati così come nelle borgate e periferie delle metropoli. Ecco che allora la giornata di studi organizzata dall’Università Suor Orsola in occasione del centenario della sua nascita, riprendendo la storica citazione (“questa è l’Italia e non è questa l’Italia”) della sua poesia “L’umile Italia”, punta ad evidenziare alcuni nuclei fondamentali in cui quella passione prende forma nell’opera pasoliniana, tra poesia, narrativa, cinema, teatro, scritti critici e politici”.

Giovedì 20 ottobre alle ore 10 nella Biblioteca Pagliara dell’Università Suor Orsola Benincasa (ed in diretta streaming su www.facebook.com/unisob) per discutere di “Storia e identità nazionale in Pier Paolo Pasolini” si confronteranno, quindi, studiosi di varie discipline con relazioni che spazieranno dalla storia (L’abisso tra corpo e storia. Croce, Gramsci e i conti con l’ideologia) alla letteratura (L’anti-grand tour pasoliniano), dalla storia dell’arte (Roberto Longhi e Pasolini: Masaccio, i manieristi, Caravaggio e un’idea dell’Italia) al cinema (L’Italia ‘profonda’ al cinema: da Accattone a La ricotta).

Al tavolo dei relatori, coordinato da Alfonso Amendola, docente di Sociologia dei processi culturali all’Università di Salerno, dopo l’introduzione del Rettore del Suor Orsola, Lucio d’Alessandro, si alterneranno dalle 10 alle 17 lo storico dell’arte Stefano Causa, lo storico del cinema Augusto Sainati, gli italianisti Guido Cappelli, Nunzio Ruggiero, Carlo Vecce e Paola Villani e i giornalisti Alessandro Gnocchi ed Antonio Tricomi. Programma completo degli interventi (www.unisob.na.it/eventi).

Alle 17.30 la giornata dedicata a Pasolini dall’Università Suor Orsola Benincasa proseguirà con la proiezione di uno dei suoi film più noti, Il Decameron, nel Salotto culturale “Le Zifere”, fondato dallo storico dell’arte, Roberto Nicolucci, all’interno di uno dei palazzo storici più prestigiosi della città di Napoli: il Palazzo De Sangro di Vietri in piazzetta Nilo.

Addio allo scrittore napoletano Raffaele la Capria, amante dell’indefinito e di coraggiosi fallimenti

Lo scrittore e sceneggiatore napoletano Raffaele la Capria se n’è andato il 27 giugno 2022 all’età di 99 anni. Con lui se ne va un’idea della città di Napoli come metafora della vita, tra vizi e virtù. Lo scrittore legato all’attrice Ilaria Occhini (nipote abiatica per parte materna di Giovanni Papini, scomparsa nel 2019) per 58 anni, che ha raccontato “l’armonia perduta” per spiegare il suo rapporto con la città che “ti ferisce a morte o t’addormenta, o tutt’e due le cose insieme”, descritto magnificamente nel suo romanzo più celebre, “Ferito a morte”, che gli valse il Premio Strega nel 1961, considerava quello dello scrittore un atteggiamento cognitivo-emotivo, un lavoro conoscitivo del mondo.

Un giorno di impazienza, il Realismo di La Capria

Già con il primo romanzo Un giorno di impazienza, la Capria si contraddistingue per la sua adesione al Realismo in modo distaccato. Infatti il ragazzo protagonista del romanzo comprende di avere un appuntamento con la realtà che si trova oltre l’adolescenza e nel raccontare la storia, l’autore napoletano lo dice esplicitamente ai lettori identificando la realtà in Mira, la quale guizza da tutti le parti senza farsi prendere.

La Capria lascia rivelare le cose attraverso il corpo, perché il suo protagonista è ansioso di trovare punti fermi e di conoscere se stesso “pura presenza in vuota capienza”, descrivendo l’accesso alla maturità in modo allusivo. La giovinezza è sospesa su un trampolino di possibilità  che la protendono nel mondo ma è tutta raccolta in se stessa, mai messa alla prova del salto mortale.

In Amore e Psiche ad un certo punto lo scrittore fa coincidere voce narrante e la mente narrante combaciano, si sovrappongono, perché non è detto che voce narrante e mente combacino e di certo un romanzo è un gesto con il quale si può esprimere la cognizione dell’ignoranza rispetto al destino. In tal senso Amore e Psiche è il romanzo più aperto di La Capria, scritto in presa diretta.

Ferito a morte e il rapporto con Napoli

La vicenda narrata in “Ferito a morte”, elegante romanzo dalla non facile lettura, che parla del declino morale e fisico di Napoli, e di un’epoca, si svolge nell’arco di circa undici anni, dall’estate del 1943, quando, durante un bombardamento, il protagonista Massimo De Luca incontra Carla Boursier, fino al giorno della sua partenza per Roma, all’inizio dell’estate del 1954. Tra questi due momenti il racconto procede per frammenti e flash, ognuno presente e ricordato, ognuno riferito a un anno diverso, anche se tutti sembrano racchiusi, come per incanto, nello spazio di un solo mattino: la pesca subacquea, la noia al Circolo Nautico, il pranzo a casa De Luca… Negli ultimi tre capitoli vi è poi come una sintesi di tutti i successivi viaggi di Massimo a Napoli, disincantati ritorni nella città che «ti ferisce a morte o t’addormenta, o tutt’e due le cose insieme»; nella città che si identifica con l’irraggiungibile Carla, con il mare, con i miti della giovinezza.

Se, come ha scritto E.M. Forster, «il banco finale di prova di un romanzo sarà l’affetto che per esso provano i lettori», quella prova “Ferito a morte” l’ha brillantemente superata: libro definito dal suo stesso autore «non facile», cult per molti critici e scrittori, è stato ed è anche un libro popolare, amato e letto, con grande adesione sentimentale, da lettori che poco sapevano di questioni letterarie, ma vi ritrovavano la loro stessa nostalgia per un paradiso perduto e per una «giornata perfetta». Un libro, insomma, di iniziazione, di rivelazione e di scoperta dal valore universale.

Raffaele la Capria, insieme a Pasolini, Morante, Svevo, Pavese, fa parte di quella geografia letteraria segnata dal bisogno di autodenigrarsi, farsi piccoli, di contrabbandare la propria maturità che si acquisisce con la vita e la scrittura come dimostra anche il romanzo False partenze.

La formazione di La Capria tra istinto, consapevolezza e predilezione per l’indefinito

La storia di la Capria è quella di un lungo apprendistato nel corteggiamento della realtà mediante il linguaggio, la storia di una seduzione che lo ha portato a scrivere anche sceneggiature per film importanti quali  Le mani sulla città (1963),  Uomini contro (1970) e Ferdinando e Carolina e a vincere oltre al premio Strega, il Premio Campiello alla carriera, il Premio Chiara, sempre alla carriera, il Premio Viareggio per la raccolta L’estro quotidiano, il premio Alabarda d’oro alla carriera per la letteratura e il Premio Brancati.

La cifra di questo grande scrittore sta nell’aver saputo creare sulle pagine armonie acustiche sempre differenti ma riconoscibili, seguendo l’insegnamento di Faulkner, secondo cui la coincidenza tra opera e progetto è impossibile, ed è proprio questa la visione dell’opera di uno scrittore che si rispetti. Di qui il suo impulso a rompere i libri, a decentrarli, ad elevarli come “coraggiosi fallimenti”. Ne risulta spesso una scrittura irrequieta, scaturita da un disordine calcolato, il cui obiettivo è riprodurre le lacune, le ripetizioni cicliche e le asimmetrie della vita vissuta.

Raffaela la Capria è un sistema mobile di configurazioni che protegge nel grigiore le proprie ragioni e i propri sentimenti percettivi della realtà, soprattutto di quella della sua Napoli: usando la sostanza buia cela e dissimula la lucidità dello sguardo il quale si ritrova in uno spazio dispersivo, in cui è difficile orientarsi. La grandezza di La Capria va ricercata non tanto nel romanzo, ma in ciò che ha dato forma al romanzo e quindi anche nel suo apprendistato.

Per molto tempo Raffaele la Capria ha raccontato l’io smarrito, ma da Armonia perduta in poi, lo scrittore diventa più consapevole, più percettivo, senza mai smettere di prediligere l’indefinito, il fortuito, il non totalizzante.

 

Fonte https://www.academia.edu/4715094/Raffaele_La_Capria_mente_narrante_in_corpo_vivente

 

Giovanni Anselmo, tra i fondatori dell’arte povera, in mostra alla galleria Alfonso Artiaco di Napoli dal 18 gennaio

Giovanni Anselmo presenta la sua terza personale presso la Galleria Alfonso Artiaco, a piazzetta Nilo il 17 gennaio prossimo, dalle 10.00 alle 19.00; le precedenti nel 1991, nello spazio di Pozzuoli, e nel 2005 a Palazzo Partanna in piazza dei Martiri a Napoli. La mostra durerà fino al 5 marzo 2022.

Tra i primi nella cerchia dei fondatori del movimento Arte Povera, Anselmo sin dal finire degli anni ‘60 trae la propria ispirazione dall’osservazione degli eventi naturali e dall’energia che ne scaturisce. La sua ricerca radicale combina materiali di diversa natura in continuo dialogo o conflitto, rendendo quasi tangibili le forze che animano l’opera d’arte, manifestandosi attraverso gli effetti sul mondo circostante.

Questo dualismo si traduce in una tensione continua tra visibile e invisibile, tra potenza e atto, tra finito ed infinito. Organico e inorganico, naturale e tecnologico, leggerezza e pesantezza sono solo alcune delle coppie dialettiche sulle quali l’artista lavora in cui l’energia insita nella materia è bloccata in quell’attimo in cui fenomeni opposti collidono e si azzerano.

La mostra presenta una selezione di lavori datati dal finire degli anni ’60 fino ad oggi, in un percorso di opere rappresentative dell’artista.

L’artista

Giovanni Anselmo nasce a Borgofranco d’Ivrea nel 1934 e si avvicina alla pittura da autodidatta. Dal 1967 inizia ad esporre nelle principali mostre di Arte Povera e al 1968 risale anche la sua prima mostra personale sempre presso la Galleria Sperone di Torino.

La fine degli anni Sessanta segna anche l’inizio dell’esperienza internazionale: è infatti invitato a “Prospect ‘68”, Dusseldorf, 1968; “When Attitudes Become Form”, Berna, 1969 e “Conceptual Art – Arte Povera – Land Art”, Torino, 1970.

Partecipa alla Biennale di Venezia nel 1978, 1980 e nel 1990 dove vince il Leone d’Oro per la Pittura. Le sue opere sono presenti in numerose collezioni pubbliche nazionali e internazionali fra cui GAM di Torino, Museum of Modern Art di New York, Museum of Contemporary Art di Los Angeles e S.M.A.K di Ghent.

Le opere di Anselmo sono installazioni di materiali diversi, spesso opposti, in rapporto di equilibrio e di tensione; si configurano come la materializzazione dell’energia di una situazione o di un evento. In Torsione, del 1968, ad esempio, un panno di fustagno è mantenuto attorcigliato da una barra di ferro, il cui movimento è impedito dalla presenza della parete.

In Senza titolo (Struttura che mangia) un cespo di lattuga è trattenuto tra due blocchi di granito; entrambe le opere visualizzano il concetto di entropia, in base all’interpretazione del filosofo francese Georges Bataille.

Invisibile (1971-75) è un parallelepipedo di granito nero d’Africa su cui è incisa la scritta VISIBILE. Il blocco non è intero ma tagliato su un lato, su cui si presupponeva inscritto il suffisso IN, ovvero la sua parte invisibile, infinita e incommensurabile, quella che renderebbe l’opera finita ma «invisibile». Con un gesto essenziale, Anselmo allude alla possibilità di trovare un completamento in ciò che non vediamo.

‘È stata la mano di Dio’, il cinema necessario di Paolo Sorrentino tra reale e immaginario

Sguardo caldo e mano salda per condurti nei segreti di un’autobiografia, certo, ma anche alla fonte di un cinema sentito dalla prima all’ultima sequenza come necessario. Dunque non a caso Sorrentino costruisce “È stata la mano di Dio” su tre interruttori che danno luce a un affresco perfettamente bilanciato tra reale e immaginario: il mare che rappresenta il vero cielo di Napoli, il miracolo di Maradona e l’avvento di un mentore come il cineasta Antonio Capuano, autoctono per scelta di libertà, il più mansueto degli incazzosi, l’antidoto vivente contro la diffusione dello SPAIP.

Al centro del ritratto estroso e sarcastico della tranquilla vita medioborghese della famiglia Sorrentino alias Schisa, Fabietto, l’alter ego di Paolo, deve però affrontare, manco fosse un eroe omerico, un dolore pressoché insostenibile, un’assurda disgrazia forse destinata a funestare tutti gli anni a venire del già spaesato adolescente.

La scorrevolezza del ritmo, la sobrietà delle musiche, la duttilità della fotografia e la pertinenza di costumi e scenografie riescono a garantire sino al finale il coinvolgimento, però è logico che una cesura così tragica provochi un mutamento delle atmosfere e il connesso adeguamento del respiro e dei toni del film. È pertanto alquanto strano che qualche recensore e qualche spettatore imputino a un film che assomiglia pour cause a un percorso marino contrassegnato dalle sue anse, le sue coste, i suoi approdi e i suoi abissi, l’affievolimento di una presunta “seconda parte”: la quale esiste, ovviamente, sul piano drammaturgico, ma non opera ribaltamenti su quello stilistico.

In un contesto polifonico i contributi degli interpreti non si dovrebbero neanche suddividere, ma il cinema di Sorrentino è spontaneamente generoso, non genera macchiette bensì caratteri, finge la verosimiglianza attaccandovi sempre di sguincio il cartellino del fantastico: Servillo è come al solito impressionante per come è in grado di modellare con cronometrici tocchi l’affabilità cameratesca del pater familias; Teresa Saponangelo, eccezionale in doppia modalità perché recita per il personaggio ma contemporaneamente per come (ri)vive nell’amore del figlio; Luisa Ranieri, oltre che fenomeno da studiare nei convegni di genetica (diventa sempre più bella col passare degli anni), molto concentrata in sequenze nient’affatto facili e via via tutti gli altri, dal Fabietto di Scotti al fratello di Joubert, dal Franco di Gallo al Capuano di Capano, dall’Alfredo di Carpentieri alla Pedrazzi nel ruolo dell’impagabile baronessa: vedere per credere come un episodio estremamente spinto si trasformi in una pagina squisita di cinema, dove, cioè, l’arredamento gremito di polveroso e smorto lusso (non manca la riproduzione in bronzo del pescatorello di Gemito), le movenze da lady Frankenstein della stessa, i suoi comandi da navigatrice esperta nell’atto sconosciuto dell’amplesso fanno davvero percepire in sala il fatidico “odore delle case dei vecchi” che è una delle battute ereditate dai dialoghi sorrentiniani d’eccellenza.

Tra i tanti e straripanti omaggi dedicati al calciatore argentino che volle farsi re, riannodati a un’età d’oro che ha preso la forma di una nuvola di fuoco piazzata sul cono del Vesuvio, quello di Sorrentino è certo il più commovente: niente analisi tecniche o risse da talk show, bensì un’esplosione incontenibile d’ebbrezza popolare, l’orgia della devozione al culto più puro, quello del talento e all’obiettivo finale più nobile, quello della leggenda.

Gol “falso” e gol vero (inestimabili entrambi), cosa importa? La grande bellezza al servizio della nostra condizione di voyeurs assomiglia a quella del cinema, falsa/vera per definizione, magari la stessa del capodopera “C’era una volta in America” che il protagonista cerca ogni volta invano di godersi in cassetta VHS.

L’identico meccanismo che genera l’apparizione del munaciello (ovviamente anch’esso falso/vero) inseguito dal narratore a Marechiaro nei tunnel allagati tra le rovine classiche e gli scogli, ricevendone in premio una sorta di breviario esistenziale: Capuano e la perseveranza, Capuano e la libertà, Capuano e l’indignazione, Capuano che affronta a brutto muso l’adepto… “O tiene ‘nu poco e curaggio?”. Succede proprio così: il coraggio -in questo film universale nonostante o forse a causa delle metafore ossessive e i miti personali- l’acquisisce in extremis proprio l’autore infischiandosene delle pennellate potenzialmente (politicamente) scorrette su donne, desiderio e sesso e cercando sempre e solo di non disunirsi come recita l’ultimo strillo del mentore prima di tuffarsi in mare aperto.

Sì, il mare. Perché la realtà sarà pure scadente ma non lo è il karma di Paolo/Fabietto ricalcato sul capitano della conradiana “Linea d’ombra”, quella che separa la giovinezza dall’ingresso nella maturità e la catartica coscienza di sé.

 

E’ STATA LA MANO DI DIO

 

La Napoli di Curzio Malaparte nella Conferenza “Mitografie della pelle” del Prof. Emanuele Canzaniello organizzata dall’Istituto Tasso di Sorrento

Napoli come porta dell’Europa, della Magna Grecia, della classicità, della ragione, è questa la città partenopea raccontata del romanzo La pelle dello scrittore toscano Curzio Malaparte, su cui si è concentrata la conferenza tenuta il 19 ottobre alle ore 17.00 presso la Sala Pegaso dell’Hotel Conca Park di Sorrento e organizzato dall’Istituto Torquato Tasso, dal Prof. Emanuele Canzaniello dal titolo “Mitografie della pelle”.

La descrizione che Malaparte offre di Napoli è, come ha sostenuto Canzaniello durante la conferenza, tra le più incisive e riuscite delle letteratura, corrispondente alla città che è entrata dell’immaginario collettivo avulso dai soliti luoghi comuni.

<<Non potevamo scegliere un luogo più pericoloso di Napoli, parte di un’Europa segreta>>, legge ad un certo punto il Prof. Canzaniello dal romanzo La pelle, il quale mostra come Malaparte consideri Napoli una città antica ma mai sepolta, dominata da un senso invincibile di passività, come chi è in balia di una calamità naturale. Ben disposta nei confronti degli Alleati, Napoli non ha mai manifestato tuttavia l’intenzione di affiancarli nelle operazioni belliche contro i nazisti. Malaparte ci dice che questa mancanza di “volontà” è dovuta al solo desiderio di sopravvivenza di Napoli, disposta ad adattarsi a qualsiasi espediente.

La città è vista dallo scrittore pratese come una grande fabbrica dell’appetito, che si vende e si danna quotidianamente, stordendosi in un vortice di irreale frenesia. La guerra ha annientato le risorse materiali e spirituali dei napoletani. Le coscienze e i corpi dei vinti sono martoriate vengono denunciare da Malaparte per il quale l’abisso coincide con la “macchina da guerra”.

Fortemente compromesso con il fascismo, di cui è stato uno dei primi ideologi, Curzio Malaparte si è sempre sentito estraneo ai vari filoni intellettuali che hanno caratterizzato il secondo dopoguerra sia Italia che in Europa, preferendo affrontarli con il suo mezzo più congeniale, ovvero quello della polemica.

Pochi scrittori sono riusciti ad raccontare il nucleo oscuro del potere degli Stati totalitari come Malaparte: da intellettuale di punta del primo fascismo, ma anche da corrispondente nella Russia sovietica e nell’Europa occupata dalle armate tedesche e terrorizzata da Hitler, lo scrittore ha avvertito e rappresentato la valenza epocale dello scontro tra la potenza tecnologica asservita a fini politici e le persistenti concezioni umanistiche che ancora vedevano l’uomo al centro della sua storia, ribaltando il paradigma che divide in due il Novecento e la modernità, i cui effetti sono ancora visibili.

Emanuele Canzaniello attualmente insegna letteratura francese presso il Dipartimento Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, concentrandosi sullo studio di autori antimoderni. Nel maggio 2013 ha concluso un dottorato presso l’Università di Bari, nell’ambito delle letterature comparate, dove si è proposto di rintracciare un’estetica del romanzo totalitario tra Francia e Italia. Ha tradotto alcuni lavori di Harald Weinrich e  pubblicato recensioni cinematografiche e articoli in «Le Parole e le Cose», «Nazione Indiana» e altre riviste. Un suo saggio sul caso e la letteratura è apparso nel volume Delle coincidenze, ad est dell’equatore, 2012.

Suoi interventi di critica e teoria della letteratura sono apparsi in «Between» e «Status Quæstionis».

 

Il video della conferenza è disponibile ISTITUTO CULTURA TASSO. EMANUELE CANZANIELLO – YouTube

Giulio Paolini alla mostra Panorama-Procida con l’opera ‘Il cielo e dintorni’

La galleria Artiaco di Napoli è lieta di annunciare Giulio Paolini con l’opera Il cielo e dintorni, 1988 a PANORAMA | Procida, mostra diffusa sull’isola di Procida (Napoli) da giovedì 2 a domenica 5 settembre 2021, a cura di Vincenzo de Bellis, direttore associato e curatore per le arti visive del Walker Art Center di Minneapolis.

PANORAMA | Procida è il primo di una serie di appuntamenti espositivi che, sempre con il titolo di PANORAMA, ITALICS dedicherà con cadenza periodica al racconto di alcune tra le località più affascinanti del paesaggio italiano, proseguendo offline lo straordinario viaggio iniziato a ottobre 2020 tra le pagine web della piattaforma Italics.art.

PANORAMA | Procida è un itinerario alla scoperta della bellezza potente dell’isola, in cui arte e natura disegnano un nuovo paesaggio che include la dimensione dell’esperienza. Un happening condiviso che coinvolge l’intero territorio e la sua cittadinanza, costruito in dialogo con Agostino Riitano, direttore di Procida Capitale Italiana della Cultura 2022.

La mostra si compone di oltre cinquanta opere tra scultura, pittura, video, performance e installazioni provenienti da contesti storici e produttivi diversi tra loro. Il percorso si sviluppa lungo venti siti espositivi diffusi sull’isola, tra architetture pubbliche e private, chiese, palazzi storici e aree popolari, trovando il suo centro catalizzatore nella zona dell’antico borgo fortificato di Terra Murata, dominato da Palazzo d’Avalos (1563) un tempo cittadella carceraria.

Disseminando il progetto sul territorio, PANORAMA presenta le sue opere ma presenta anche le case, le chiese, le strade, le terrazze, le piazze e i cittadini stessi di Procida.

Con PANORAMA, ITALICS rinnova il proprio impegno nella promozione della bellezza del Paese nella sua profonda complessità, attraverso lo sguardo dei galleristi italiani.
PANORAMA | Procida è realizzata grazie a Intesa Sanpaolo, Partner del progetto, e a Tod’s che con questo impegno rinnova il proprio supporto alla giovane creatività contemporanea.

Realizzata con il sostegno della Regione Campania, della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre e in collaborazione con il Museo e Real Bosco di Capodimonte, con il patrocinio del Comune di Procida e “Verso Procida 2022”.

‘Elogio di San Gennaro’ di Pietro Treccagnoli ritorna in libreria in una veste tutta nuova

Elogio di San Gennaro, edito da Langella Edizioni, è l’ultimo libro di Pietro Treccagnoli. L’opera, a 10 anni dalla prima uscita (il 27 Maggio 2010- Tullio Pironti editore) è giunta alla sua seconda edizione.

Pietro Treccagnoli, giornalista e scrittore, vive a Napoli e ha lavorato a Il Mattino per quasi un quarantennio. Ha pubblicato I paradisi del peccatore, Stamperia del Valentino, 2005, Non lo chiamano veleno, Avagliano, 2006, Non sono mai partito,Cento Autori, 2008, Rapporti confidenzziali,Cento Autori, 2011, Il Lungomare, Rogiosi, 2015, La pelle di Napoli, Cairo, 2016, I Quartieri Spagnoli, Rogiosi, 2016), L’Arcinapoletano , Guida, 2017), Salva con nome, Polidoro, 2019, “Tisanuri, Langella, 2020.

 

Elogio di San Gennaro: Sinossi

L’Elogio di San Gennaro ritornerà in libreria il 13 Aprile 2021 in una versione speciale.

Per quanto si possa essere miscredenti, indifferenti o atei senza freni, bisogna sempre fare i conti con san Gennaro, con il suo miracolo e con il suo sangue. Perché, per quanto si possa essere devoti alla logica, bisogna sempre fare i conti con il mistero. Ogni napoletano lo sa. E ogni 19 settembre che il Padreterno manda in terra, il suo primo pensiero è sapere se san Gennaro ha fatto il miracolo. Non sarà vero, sarà un trucco clericale, ma che costa crederci? Il miracolo del sangue è rassicurante e gratuito. E mette di buonumore.

San Gennaro è così indissolubilmente legato alla storia di Napoli da esserne, assieme al suo acerrimo nemico, il Vesuvio, uno dei simboli internazionali della città che non conosce confini geografici. Il suo sangue è come la lava del vulcano, che però vivifica senza distruggere. Ma, soprattutto, san Gennaro tiene sempre vivo il paganesimo incoercibile di Napoli, la città più greca ed epicurea d’Italia, e fa risplendere il dorato barocco della metropoli più orgogliosa e spagnola della Penisola. Questo “Elogio” vuole essere una confessione di impotenza verso l’ignoto e un invito a chi non ha avuto la fortuna di nascere napoletano a godere del mistero che, come il sole, illumina questo paradiso abitato da diavoli.

Una nuova edizione impreziosita a cominciare dalla copertina: alla vecchia iconografia dell’edizione precedente si è sostituita una foto sempre in bianco in nero di Mario Siano. L’immagine ritrae la processione del santo per le strade della città nel Maggio del 1971. A corredare il libro è la prefazione di Paolo Iorio, direttore del Museo di San Gennaro. Per questa riedizione si è pensato ad una versione bilingue, grazie alla collaborazione di Mena Bianco: il recto(diritto) del libro è in italiano e il verso(rovescio) in inglese.

Ottanta pagine in cui si intrecciano dati storici e apporti personali dello scrittore. Pietro Triccagnoli, nelle vesti di antropologo, giornalista e devoto, ripercorre la storia del santo patrono napoletano e del suo collegamento viscerale con la città partenopea. Quello spettacolo religioso– come lo definiva Matilde Seraocon la processione delle statue dalla cattedrale a Santa Chiara lungo le strade del centro storico, una quinta teatrale naturale e meravigliosa. Non si può immaginare San Gennaro senza Napoli e viceversa: connubio identitario che durerà in eterno.

San Gennaro e Napoli un indissolubile rapporto di fede e di amore che prende vita nelle pagine del libro. Dal mito del miracolo del 16 Maggio 1631, quando la statua del santo ha fermato l’eruzione, salvando Napoli, fino prodigio dello scioglimento del suo sangue nell’ampolla che tre volte all’anno viene mostrata al popolo. Il Miracolo che diventa metafora della resilienza partenopea, perché se San Gennà ci mett a mana soja(San Gennaro ci mette la sua mano) tutta la città è al sicuro dalle sciagure e dalle difficoltà per tutto l’anno.  Devozione secolare, religiosità, superstizione, tradizione, folclore e scetticismo racchiuse in un personale elogio dello scrittore al Santo. Un omaggio al Santo di tutti napoletani e al simbolo della città.

L’editore Pasquale Langella si è espresso in questi termini : «Stampare questa nuova edizione dell’Elogio rappresenta anche un segno di ottimismo per il futuro, abbiamo pensato di stamparlo anche in inglese, grazie alla traduzione di Mena Bianco e alla cura di Sergio Travi, come segno beneaugurante per un ritorno alla normalità e quindi per un ritorno di turisti in città. Lo abbiamo arricchito delle foto per dare una testimonianza anche visiva della bellezza oltre che della sacralità della processione annuale al santo. Voglio inoltre ringraziare Paolo Iorio per aver impreziosito ancora di più questo lavoro con la sua prefazione, essendo lui il primo custode di un museo bellissimo, con la speranza che torni presto ad essere visitato » .

 

https://www.librerialangella.it/novita-editoriali/10104-elogio-di-san-gennaro-in-praise-of-san-gennaro

 

 

‘Maradona, l’albatros che danza’, dello scrittore Ivano Mugnaini

Questo pezzo non parla di Maradona. Parla del sogno e parla della realtà, della bellezza del calcio generato da lui. 

Dopo il memorabile goal all’Inghilterra ai Mondiali del 1986 un commentatore argentino definì Maradona “aquilone cósmico”. Un altro cronista esclamò una mezza dozzina di volte “un poema de goal!”

Se si accosta Maradona alla poesia, mi viene in mente l’Albatros di Baudelaire: “Il Poeta principe delle nubi / sta con l’uragano e ride degli arcieri/ esule in terra […] con le sue ali di gigante”.

Maradona è stato un albatros che rideva e sorrideva. Dissimile, in questo, da un altro albatros, Fausto Coppi. Anch’egli atleta fuori dall’ordinario, per doti fisiche e talento. Il ciclista piemontese era malinconico e possente come una salita da compiere da solo, là, davanti a tutti, con una maglietta bianca e azzurra, un cielo che guarda muto, un destino che chiama a sé, anzitempo.

Maradona era un albatros che sorride. Di gioia, di esuberanza di vita. Quando era nel suo elemento naturale, il campo di calcio, con un pallone tra i piedi danzava, sorrideva, cadeva, si rialzava e danzava ancora.

Volava, sul campo, Maradona. I suoi compagni di squadra e gli avversari dicevano che quando ti correva accanto sentivi un fruscio, un alito di vento, un pensiero felice. Entrambi imprendibili.

In varie interviste Maradona ha affermato che dentro il campo c’è la felicità.

“Los dolores se van. La vida se va”. Se ne va quella parte della vita che è frustrazione, pena, pesantezza. Resta il privilegio, la leggerezza del gioco.

Maradona voleva dare la felicità. Lo ha ripetuto decine di volte. Lo ha detto riferendosi ai tifosi dell’Argentina. Lo ha detto ai tifosi del Napoli. Voleva farli felici. Voleva realizzare quello che neppure gli dei sono mai riusciti a fare: rendere felici gli uomini. 

E lui rispondeva ai giornalisti che gli chiedevano come si sentisse a essere considerato un dio, con un sorriso agrodolce che nascondeva chissà quali pensieri: “Io credo che sono cose differenti”. 

Maradona ha voluto rendere felice una città che ha subito e vissuto umiliazioni per secoli.

Napoli era la città perfetta per Maradona. Lo specchio della sua vera identità, il luogo del mondo in cui la passione ha la sincerità di uno scugnizzo, la sua stessa sete di vita, di gioco, di passione.

Napoli era la città più sbagliata al mondo per Maradona. La perfezione assoluta di quell’amore eccessivo, sconfinato, lo avrebbe presto o tardi soffocato di egoismo, di idolatrie, di bocche di sanguisughe della privacy e dello spazio individuale. 

Voleva fuggire. Non glielo hanno consentito. E lui, in quel clima, con il corpo e la mente già minati dalle dipendenze, con un presidente che gli parlava a stento, è riuscito a regalare alla gente il secondo scudetto. 

Maradona era il ragazzo nato povero, nella periferia della periferia. Pensavano di poterlo comprare con i Rolex d’oro e le Ferrari. Per eccesso di amore o semplicemente per cercare di controllarlo, legandone le ali, come una preda. La camorra lo ha corteggiato per poter esibire il trofeo dei trofei. Per lanciare un messaggio: se controlliamo lui possiamo controllare tutto e tutti.

Maradona era forte ed era bambino. Entrambe le cose alla massima potenza. Il contrasto tra questi due estremi ha avuto un effetto lacerante. Nello spezzone di un documentario a lui dedicato si vede Maradona che gioca con la figlia. Ad un certo momento il suo riso è identico a quello di lei. Ha la stessa voce e gli stessi occhi del bambino che giocava a pallone sul campo polveroso di Villa Fiorito.

L’albatros vola e cammina. Ferisce le sua stessa carne nella sproporzione, nel dissidio tra il volo e la realtà. 

Come Ayrton Senna. Entrambi felici e disperatamente persi dentro una passione unica, assoluta, divorante. Per Senna era la velocità, per Maradona il pallone. Quello da cui da ragazzo non si staccava mai. Neppure a letto, neppure quando dormiva.

Cosa sia un “mito” non si sa. Non si sa definire, non se ne conoscono le cause e le manifestazioni. Ma una cosa è certa: essere un mito non è facile. Lo ha scoperto a sua spese Marilyn Monroe, se ne è reso conto suo malgrado James Dean, ed Elvis, e con loro tutti gli altri. Quelli chiamati a sperimentare sullo propria pelle e sulla propria carne il divario tra l’amore assoluto per il loro “demone”, quello che hanno reso perfetto, e la vita, quella fuori del set, dello stadio, dello studio televisivo, del teatro dove si recita e dove si vive il sogno. La vita, come ogni donna che si sente tradita, non te lo perdona, ti avvelena. Ti strappa anzitempo dal tuo amatissimo demone e da tutti coloro che amando la tua stessa ossessione hanno amato te.

Essere un uomo, e sentire nella testa e sulle ossa la pressione di migliaia di occhi e menti. Reclamano e pretendono la tua attenzione, vogliono che realizzi il loro sogno, vogliono che tu sia quello che loro vogliono. A tutto questo, nessuno può reggere a lungo.

Maradona ad un certo momento ha sbagliato. Certo. Per l’eccesso della pressione sulle pareti del cervello e dei pensieri. O semplicemente ha sbagliato per un errore, umanissimo. Ha sbagliato. Ma chi voleva trovare un santo o un dio su un campo di calcio ha cercato in un luogo inadeguato. Maradona, visto in alcune foto da bambino, avevo un sguardo da indio. Forse qualche goccia di sangue indio scorreva nelle sue vene. Così come in quelle di Carlos Monzon. 

Monzon sfogava il marchio di un’atavica emarginazione con pugni assestati con una forza gelida, chirurgicamente feroci. Benvenuti lo sa bene. Ne ha un ricordo indelebile.

Maradona ha avuto il dono e il privilegio di sfogare e riscattare quel marchio danzando.  Sul terreno di gioco la rabbia diventava sorriso.

Life is life. Una canzone degli Opus del 1985. Il 19 aprile del 1989 sul campo di Monaco di Baviera, Maradona, con gli scarpini slacciati, danza, assieme al compagno di squadra Antonio Careca, al ritmo di quelle note. Ed è un’esuberanza spontanea che diventa simbolica in modo assolutamente naturale. Life is life, la vita è la vita. Come a dire la vita non si comprende. Non c’è niente da capire. Basta rispondere con le scarpe slacciate alla voglia di giocare e di stare bene, e di vincere, magari assieme ad un amico brasiliano.

Monzon si è riscattato a suon di pugni. Maradona a suon di sorrisi.

Perfino nell’intervista concessa negli anni più bui ad un noto giornalista argentino, quella in cui piange, grasso, irriconoscibile, reduce dalla clinica psichiatrica, con la commozione che gli riga la faccia di lacrime, trovo il modo di sorridere. Il giornalista gli dice “Hai sempre lottato, ce la farai anche stavolta”. E lui risponde “Stavolta sono KO”. Ma perfino lì sorride. 

Magari pensava al campo. A tutto quello che gli aveva dato e che aveva avuto.

Perché il campo di calcio è uno dei rarissimi luoghi al mondo dove sussiste la possibilità del merito e della giustizia.  Immaginiamo un potentissimo presidente padre-padrone che voglia imporre a tutti i costi il proprio figlio, o il nipote o il cognato. Ordina all’allenatore di farlo giocare e l’allenatore cede. Il raccomandato scende in campo. Al primo liscio una risata collettiva. Al primo passaggio sbagliato una salva di fischi. Al terzo errore marchiano viene giù lo stadio. Su un campo di calcio non si può barare. Gioca chi sa e quasi sempre vince il migliore. Sì, almeno su un campo di calcio gioca e vince il migliore. Per questo motivo amo ancora l’idea del calcio. Non amo il calcio di oggi, i prospetti e i profili, la freddezza del cambio di maglia. Non amo la trasformazione in azienda. Mi manca la passione e la rabbia di rivalsa: Riva, Boninsegna, Domenghini e mille altri.

 

Il racconto completo qui LIFE IS LIFE – L’albatros che danza – Ivano Mugnaini

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