Leopardi. Tre carte napoletane” di Alberto Savinio dal 1° agosto in libreria per Edizioni Spartaco

Giacomo Leopardi è uno di quei “mostri sacri” della poesia e della letteratura italiana a cui siamo abituati ad accostarci con reverenza fin dai tempi della scuola. Di lui sappiamo la vita isolata, il fisico provato, la mente che aspira all’infinito.
E poi c’è Savinio. Che si getta in un corpo a corpo viscerale guidato da un sentimento antico: la simpatia, che lo stesso Savinio precisa nel significato di “passioni accoppiate“. Un “Leopardi c’est moi” che gli permette digressioni irriverenti, affondi mirati, smascheramenti impensati: come quando si riferisce al “mantello posticcio” del pessimismo del “contino” o quando ironizza sulla passione (molto poco virile, molto poco adatta a un pensatore) per gelati e sorbetti o ancora quando, incontrandolo da ectoplasma
per le strade di Napoli, condivide con il poeta avventure improbabili.
Leopardi – che nel Dialogo della Natura e di un Islandese predice Baudelaire; che nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare predice il Wagner del Tristano; che nei suoi filologici giochi predice Nietzsche; che nelle battute finali del Dialogo della Terra e della Luna predice l’umorismo del music-hall (dice la Terra: «Addio dunque; buon giorno», e la Luna risponde: «Addio; buona notte») – Leopardi noi lo possiamo trattare con la confidenza di un contemporaneo.
Savinio ha inseguito Leopardi per quasi tutta la vita. Lo ha letto, annotato, imitato. Ha sentito una profonda simpatia per la sua persona e per la sua scrittura, affidandola a tre testi indimenticabili: Drammaticità di LeopardiIl sorbetto di Leopardi All’insegna dello Starita grande. Un saggio, un articolo di giornale e un racconto. Uno studio critico in anticipo sui tempi, un ritratto dissacrante ma innamorato, una storia di fantasmi e trattorie maledette. Come fil rouge la città di Napoli, luogo di una conferenza sul teatro dialogico del recanatese, sfondo delle passeggiate in discesa del “contino” appassionato di gelati, infine dimora delle sue peregrinazioni da ectoplasma. E se per Savinio le carte napoletane del grande poeta racchiudono la fuga straordinaria di chi «tutto vuole pensare, tutto vedere, tutto notare, prima di arrivare alla libertà», le tre carte leopardiane qui raccolte – come nel celebre gioco truffaldino – nascondono e palesano freneticamente un rispecchiamento che va oltre il tributo.

Dopo l’originale florilegio Vite di Mercurio, curato per Edizioni Spartaco da Silvio Perrella nella collana “Elitropia” diretta da Alessio Bottone, anche questi testi di Savinio su Leopardi sapranno stupire e appassionare il lettore.

Drammaticità di Leopardi. Il sorbetto di Leopardi. All’insegna dello Starita grande. Un saggio, un articolo di giornale e un racconto. Un tuffo di testa nella poetica e nella prosa di Leopardi, nella sua rilettura a fianco e a paragone di altri grandi della letteratura, della lirica, del teatro. Savinio si insinua nelle pieghe delle parole, le seziona e le esamina fino a distillare  la grandezza di Leopardi. Lo mette a confronto con una letteratura italiana “priva di dubbi”, “troppo sicura di sé”, “affermativa”, in cui “il contino” “introduce il dubbio – l’utile, fecondo, prezioso dubbio” colmando quella che Savinio stesso definisce una lacuna, grazie alla sua capacità di cercare la dissonanza, di “sonare sui soli tasti neri”. E gli riconosce, soprattutto, la capacità poco comune tra gli uomini di lettere (della sua epoca, come di quella di Leopardi), di non vivere e scrivere nel continuo riferimento a sé: “Leopardi muove dal proprio centro verso la linea d’orizzonte, sempre ferma laggiù e non mai raggiunta”.

I curatori

Silvio Perrella è un palermitano che vive tra Napoli e Roma e torna quanto più può nella sua città d’origine. Tra i suoi libri, Calvino (1999), Fino a Salgareda (2003), Giùnapoli (2006), fino a Doppio scatto (2015), Io ho paura (2018) e Petraio (2021). Con Raffaele La Capria ha scritto Di terra e mare (2018). Ad ora incerta è il suo più recente programma radiofonico dedicato alla poesia, andato in onda sulle frequenze della Radio svizzera italiana. Ore incerte (2024) è il suo ultimo libro-navigazione. Per RadioRaiTre racconta luoghi e persone. Per Edizioni Spartaco ha curato Vite di Mercurio (2023) di Alberto Savinio.

 Alessio Bottone è assegnista di ricerca in Letteratura italiana all’Università degli Studi di Salerno. I suoi principali interessi di studio riguardano la cultura del Settecento, la didattica del testo letterario e la prosa del Novecento. Ha pubblicato la monografia Settecento dialogico. Scienza, “militanza”, letteratura (Edizioni dell’Orso, 2022) e curato l’edizione dei Dialoghi intorno a’ tremuoti di Onofrio De Colaci (Franco Di Mauro Editore, 2023). Autore di saggi apparsi in varie riviste scientifiche nazionali e internazionali, per Edizioni Spartaco è direttore della collana di classici “Elitropia”.

Nasce HighESt Lab Napoli – Al Suor Orsola l’intelligenza artificiale al servizio dell’arte

HighESt Lab Napoli. L’intelligenza artificiale al servizio del restauro, della conservazione, della fruizione e della valorizzazione del patrimonio culturale. È la nuova sfida che lancia l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, la più antica libera Università italiana che nel 1991 è stata la prima in Italia ad avviare un corso di studi specificamente dedicato ai beni culturali.

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Silenzi e il sussurrare dei Myosotis. La prima mostra di Rita Zunno, autrice del logo Napoli 2500

Dopo aver vinto il concorso per la realizzazione del logo delle celebrazioni per i 2500 anni della Fondazione di Napoli, Rita Zunno presenta il suo progetto Etimoincerto, con l’esposizione “Silenzi e il sussurare dei Myosotis” che per la prima volta la vede protagonista creativa di opere grafiche dedicate al silenzio, utilizzando tecniche digitali su supporti come specchi, carta e dibond. La giovane graphic designer, che sigilla con il suo logo i festeggiamenti dei 2500 della Fondazione del capoluogo partenopeo, esprime la sua parte più intima in questa mostra a cura di Giovanni D’Alessandro dal 21 al 27 febbraio nella galleria Fatti d’Arte ad Aversa.

 Le opere che rappresentano personaggi muti e senza volto dai quali nascono fiori, simbolo di un linguaggio fragile e potente, solleciteranno l’attenzione del pubblico su un aspetto del processo umano della comunicazione che a volte è dimenticato, pur essendo molto importante e che oggi appare particolarmente necessario richiamare. Si tratta del rapporto tra silenzio e parola: due momenti che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi per ottenere un autentico dialogo e una profonda vicinanza tra le persone. Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora, quando, invece, si integrano reciprocamente, acquista valore e significato. Il silenzio è parte integrante delle relazioni umane e senza di esso non esistono parole dense di contenuto. Nell’assenza ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come esprimerci. Tacendo, diamo spazio all’altro per esprimersi e ci liberiamo dal rischio di restare vincolati esclusivamente alle nostre parole o convinzioni, senza un confronto adeguato.

Solo con il silenzio si apre uno spazio di ascolto reciproco e diventa possibile una relazione umana più piena, si colgono i momenti più autentici della comunicazione tra coloro che si amano: il gesto, l’espressione del volto, il corpo come segni che manifestano la persona. Nel silenzio parlano la gioia, le preoccupazioni, la sofferenza, che proprio in esso trovano una forma di espressione particolarmente intensa e deriva un pensiero ancora più esigente, che chiama in causa la sensibilità e quella capacità di ascolto che spesso rivela la misura e la natura dei legami.

 Questa lettura non evoca la nostalgia di tempi in cui non eravamo sovrastati dalle informazioni e dai messaggi ma è precisamente il contrario; dove i messaggi e l’informazione sono abbondanti, il silenzio diventa essenziale per distinguere ciò che è importante da ciò che è accessorio, per questo è necessario creare un ambiente propizio, quasi una sorta di “ecosistema” che sappia equilibrare silenzio, parola, immagini, suoni e fiori che con il loro sussurrare ci ispirano.


Rita Rosaria Zunno

Nata nel 1986, laureata in scienze dell’architettura e specializzata in grafica e comunicazione presso l’istituto ILAS di Napoli. Ha lavorato come grafica pubblicitaria per circa 16 anni, parallelamente è cresciuta con una forte passione per l’arte; circa 11 anni fa, insieme al socio Gennaro Alterio, ha sviluppato il progetto “Fatti d’Arte”, incentrato sulla ricerca della cornice e sul suo utilizzo in una nuova estetica. L’iniziativa è accompagnata da una piccola galleria d’arte ad Aversa, punto di riferimento per la nascita di numerose collaborazioni con artisti e designer. Nel 2023 ha fondato con l’architetto Tiziana Visconti l’associazione culturale “smART – storie in movimento” che attualmente pianifica mostre per giovani artisti.

La pittura per raccontare le trasformazioni urbane delle città di mare. Il progetto del Suor Orsola che valorizza lo scrigno rinascimentale della Cappella Pignatelli

Tre città unite da un’unica vocazione portuale ed un forte rapporto col mare per analizzare il nesso tra sviluppo urbanistico, cartografia e pittura di veduta, sia come testimonianza, sia come interpretazione delle trasformazioni urbane e paesaggistiche. Con questo obiettivo sia scientifico e di ricerca che di divulgazione culturale il Dipartimento di Scienze umanistiche e la Scuola di specializzazione in beni storico artistici dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli hanno promosso il ciclo di incontri su “Città di mare e grandi porti del Mediterraneo nella pittura di veduta tra Sei e Settecento: Genova, Napoli, Messina“.

 Approfondimenti ora disponibili on demand sul canale You Tube dell’Ateneo napoletano (www.youtube.com/unisobna), che ha inteso con questa iniziativa continuare nel suo percorso di valorizzazione della Cappella Pignatelli, oggi divenuta, proprio grazie al lavoro di restauro e riapertura del Suor Orsola, “Porta del Centro Antico di Napoli”, in virtù della sua posizione strategica al Largo Corpo di Napoli, allineata lungo il decumano inferiore della città greco-romana, dove si incrociano piazzetta Nilo e San Biagio dei Librai. Una funzione di accoglienza e di narrazione della città che la Cappella di Santa Maria dei Pignatelli, uno degli scrigni più rari della Napoli del Rinascimento, oggi svolge con l’ausilio delle moderne tecnologie avanzate di comunicazione multimediale che al Suor Orsola sono alla base del Corso di laurea magistrale in Digital humanities e delle attività di ricerca del dottorato in Humanities and Technologies.

Napoli – racconta Pierluigi Leone de Castris, direttore della Scuola di specializzazione in beni storico-artistici dell’Università Suor Orsola Benincasa e coordinatore scientifico dell’iniziativa – è un caso davvero esemplare di questo nostro percorso di analisi della pittura di veduta seicentesca e settecentesca nelle città di mare italiane. Perché Napoli, città di mare tra le più raffigurate da incisori e cartografi tra il Cinquecento e l’Ottocento, non annovera grandi vedute dipinte, con l’eccezione straordinaria della cosiddetta “Tavola Strozzi”, prima degli inizi del Seicento”. Nella prima metà del XVII secolo, tuttavia, si assiste a un grande sviluppo e a una grande fortuna dei dipinti raffiguranti l’intera città dal mare, o anche parti di essa e del golfo, da Posillipo ai Campi Flegrei, evidentemente graditi ai collezionisti del tempo e richiesti per decorare i loro palazzi e le loro raccolte. Protagonisti di questa produzione e di questo “genere” furono soprattutto pittori forestieri, fiamminghi o comunque nordici, giunti spesso in città da Roma, qualche volta in transito ma talora qui insediatisi anche per tutta la vita. La conferenza del Prof. Leone de Castris  mette a fuoco in particolare la storia intricata di due di questi artisti, entrambi lorenesi e amici tra loro, François de Nomé e Didier Barra.

 L’iconografia dello Stretto di Messina e le vedute di Genova

La conferenza su “L’immagine di Messina in età moderna” propone una accurata selezione di dipinti e disegni che raffigurano Messina e il suo Stretto spaziando in un lungo arco temporale che va dal Quattrocento al Settecento (da Antonello da Messina a Filippo Juvarra), nel tentativo di rintracciare un filo rosso che lega fra loro le immagini. “Sin dall’inizio la raffigurazione della città di Messina – spiega Gioacchino Barberagià direttore del Museo Regionale di Messina – appare correlata con quella dello Stretto, favorita dalla stupefacente bellezza del sito, caratterizzata dalla inconfondibile forma a falce del suo porto e, nelle vedute da nord-ovest, dalla sagoma maestosa e fumante dell’Etna che spunta in secondo piano. All’immagine di Messina si è quindi via via sovrapposta inevitabilmente l’immagine dello Stretto. E a seconda dei molteplici punti di vista prescelti, lo Stretto finisce per essere, di volta in volta, il fondale scenografico o il proscenio delle numerose vedute della città, mentre la costa calabra, e in particolare Reggio Calabria, viene relegata sempre di più a un ruolo marginale“.

La conferenza di Piero Boccardo, già direttore dei Musei di Strada Nuova di Genova racconta, invece, come le vedute di Genova già dal Medioevo abbiano avuto quale privilegiato punto di vista il mare ed il golfo sul quale si affaccia la città ed abbiano avuto, non solo per questo, nel corso dei secoli alcune analogie con le vedute di Napoli. “Nel Seicento – sottolinea Boccardo – sono principalmente dei precisi fatti storici, a distanza di poco meno di cinquant’anni, prima la costruzione delle Mura nuove (1626-1639) e poi il bombardamento francese (maggio 1684), a dare un notevole impulso alle vedute di Genova, e non solo in forme incise o dipinte, ma perfino nel bronzo. E proprio il secondo episodio sarà l’occasione per la prima veduta invertita, ovvero da terra verso mare, che diverrà poi ben più consueta nel corso del XIX secolo“.

Pasquale Langella libraio ed editore napoletano: “Punto ad editare testi di qualità che un giorno possano diventare rarità”

Pasquale Langella, napoletano doc, nasce a Santa Chiara nel 1973, qui frequenta l’Istituto tecnico commerciale Armando Diaz, dove si diploma. All’età di sedici anni viene rapito dal mondo dei libri: quell’estate il giovane Pasquale lavora come “ragazzo del bar”, si reca in una libreria per consegnare il caffè ordinato, raccoglie tutto il suo coraggio e chiede al libraio di farsi regalare un libro. Galeotto fu Cristo si fermò ad Eboli!

Da qui inizia la sua esperienza di lettore e si fa viva la passione per la lettura. Il mondo carta lo seduce al tal punto che Langella inizia a collaborare con la stessa libreria, dapprima portando alle poste i vari pacchetti e poi iniziando a compilare delle schede per catalogare i libri.

A dargli la possibilità di accrescere ulteriormente le sue competenze è una tipografia che si trova proprio difronte alla libreria dove ha l’occasione di sviluppare conoscenze anche nella grafica e nell’impaginazione di un testo. Soltanto dopo 25 anni, riesce a trasformare la sua passione in lavoro. Il 24 settembre 2014 rileva un’attività a Port’Alba, aprendo Langella Libreria.

Langella Libreria

Proprio nella celebre via dei libri, da sempre, un luogo quasi magico, dove il tempo si ferma. Ad aleggiare tra le bancarelle il dolce profumo della carta che inebria gli appassionati lettori e gli habitué senza mai dimenticarsi di solleticare la curiosità degli ignari passanti.

Librario indipendente ma anche editore: per necessità virtù, il 4 Gennaio 2020, a ridosso proprio del lockdown, nasce a Napoli, Langella Edizioni, con le sue originali collane che traggono il nome dai titoli degli album di Pino Daniele, da Terra mia, A passi d’autore fino a Carte e Cartuscelle.

 

Il suo motto è “Le piccole librerie e i negozi vanno aiutate quando sono aperte e non commemorate quando chiudono” …Lei nel 2014 ha rilevato un’attività e ha aperto la sua libreria a Port’Alba a Napoli, la celebre via dei libri, dove però oggi purtroppo molte librerie hanno chiuso. Come vanno aiutate secondo lei?

Io penso che per aiutare le “piccole” attività non si debba fare solo chiacchiere o per esempio organizzare inutili flash mob dopo la loro chiusura, non servono a nulla, per aiutarle bisogna frequentarle, non farsi prendere dalla “comodità della velocità” offerta dalle grandi società online.

Oggi anche molti piccoli negozi si sono adeguati e spediscono anche velocemente, quindi anche se non potete raggiungerli, grazie ai corrieri vi possono raggiungere facilmente, bisogna quindi non farsi prendere dall’abitudine o farsi guidare dai vari “algoritmi”.

 

Ormai quasi nessuno entra in una libreria per girare tra gli scaffali e aspirare quel profumo dicarta e magia che inspiegabilmente a nessuno era ancora venuto in mente di imbottigliare scriveva Carlos Luis Zafòn. Nell’era digitale spopolano gli ebook. Oppure si acquistano libri scorrendo con il dito tra i cataloghi stando comodamente seduti sul divano…Che strategia deve adottare il librario per accattivare il lettore e condurlo all’interno del proprio negozio?

Io penso che molti lettori siano ancora attratti dal fascino della libreria, di sfogliare il libro, odorarlo e non penso ci siano strategie da seguire perché chi ama il libro sa che in libreria troverà disponibilità di un libraio che può anche consigliarvi indipendentemente dalle “mode” del momento. Gli ebook sono un’alternativa al cartaceo e a volte, specialmente per chi ha difficolta visive nel leggere, sono molto utili ma la “carta è la carta” è tutta un’altra cosa.

 

Lei è librario ma anche editore. Perché e quando ha deciso di aprire una Casa editrice? Qual è la mission del gruppo editoriale? Ha scritto anche un libro. Personalmente che difficoltà incontra o ha incontrato come scrittore e quali come libraio ed editore?

Ho deciso di aprire la mia piccola casa editrice tre anni fa in piena pandemia, un po’ per necessità in quanto avevo scritto lo Stupidario Librario, una raccolta di tutte le richieste assurde che ricevo in libreria, con un’altra casa editrice napoletana, fu un piccolo successo editoriale. Avevo pronto il secondo volume “Casomaicipenso” stavolta però senza la disponibilità della casa editrice, quindi, avendo un po’ di esperienza di grafica editoriale ho deciso di stamparmelo da solo e di creare di conseguenza anche il mio marchio editoriale. Oggi è una piccola realtà editoriale sempre condizionata dal mio essere libraio, in quanto cerco di far riscoprire la mia amata città attraverso vecchi testi ormai esauriti oppure di scoprire testi di viaggiatori o scrittori stranieri, come per esempio H.C. Andersen o A.C. Leffler che sono venuti nella mia città e mai tradotti in italiano.

Langella Edizioni

 

Editoria e cultura sono un chiasmo imprescindibile… Cosa pensa del mondo dell’editoria odierna? Cosa non deve mancare ad un editore oggi?

Il mondo dell’editoria moderna è ampio e variegato, essendo l’ultimo arrivato non penso di poter dare giudizi sul mondo editoriale, penso che ognuno fa le proprie scelte e si pone i propri obiettivi, il mio è di non stampare tanto per farlo ma cercare di scegliere i testi e di editarli non pensando alla quantità ma alla qualità e far in modo che un giorno possano diventare rarità bibliografiche.

Tra le collane del gruppo editoriale ne spicca una particolarmente suggestiva “Carte e Cartuscelle” che contiene dei libricini, stampati su carta d’Amalfi, rilegati a filo, conservati i un elegante cofanetto. Un prodotto rigorosamente artigianale ma soprattutto made in Napoli, infatti sia la tipografia che la legatoria si trovano nella città partenopea. Si può parlare, in questo senso, di “Editoria a chilometro zero”? Quanto è significativo che realtà locali diverse si intreccino per creare un prodotto comune?

Si è una delle collane a cui tengo di più sono in poche copie numerate e firmate dagli autori, quando è possibile, nata tra via Port’Alba e via San Sebastiano. Una mattina ero al bar con il mio amico tipografo Rosario Mirate e parlando mi disse di essere in possesso di alcuni fogli di una carta pregiata non più in produzione, da qui è partita l’idea di creare qualcosa di artigianale e in poche copie, di conseguenza, abbiamo coinvolto il legatore della zona e l’artigiano per la creazione dei cofanetti e a oggi siamo a 11 titoli prodotti. Coinvolgere le piccole realtà e fare gruppo è importante perché sono convinto che da soli non si va da nessuna parte.

 

Pino Daniele è il suo mito. Nella sua libreria c’è un angolo celebrativo dedicato alla città di Napoli…Schizzi colorati che raffigurano San Gennaro, il Vesuvio e anche omaggi ai neo Campioni d’Italia. Qual è il suo rapporto con questa città?

Langella libreria- Omaggio alla città di Napoli

Pino è il mio mito oggi e da bambino, sono nato e vivo ancora nel suo stesso quartiere, non sono mai riuscito a incontrarlo ma ho ricordi bellissimi della sua mamma. Quando facevo il garzone di bottega in una salumeria e andavo a casa sua lei conosceva la mia passione e cercava di avvisarmi se Pino quella notte sarebbe venuto a trovarla, e da questo avviso sono partite tante nottate fuori al balcone di un caro amico che abitava di fronte ma nulla mai riuscito a incontrarlo. Oggi l’unico modo che ho per dirgli grazie per le emozioni e per la sua musica è dedicandogli le mie collane editoriali. Sono molto legato alla mia città, cerco di valorizzarla e difenderla sempre, ci vivo da sempre e la vivo nel quotidiano, nonostante le sue difficoltà non è seconda a nessuno per la sua bellezza e per l’umanità dei suoi abitanti quelli veri che la amano e la rispettano come me.

 

Con Langella Editrice ha pubblicato ‘O cunto d’ ‘a gavina e d’ ‘o gatto ca ’a mparaie a vvulà, la versione partenopea della celebre Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Sepulveda. Perché ha deciso lanciarsi in questa scommessa?

Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare in napoletano per Langella Edizioni

Il mio modo di scegliere i libri da editare è molto condizionato dal fatto di essere prima libraio e poi editore, nella mia libreria uno dei libri più venduti è il Piccolo Principe in napoletano e pensando un’alternativa valida da offrire ai miei clienti il primo titolo che mi è venuto in mente era questo di Sepulveda. Da qui è partito tutto, non è stato facile in quanto l’Autore era morto da poco e gli addetti ai lavori mi prevedevano un “No” da parte degli Eredi. Ma la testa è dura e abbiamo contattato lo stesso l’Agenzia che possiede i diritti degli Eredi dell’Autore, ci siamo presentati per quello che siamo “Una piccola realtà che cerca di fare libri di qualità” e dopo un po’ l’Ok e grazie all’aiuto di Claudio Pennino (traduttore) e Federica Ferri (illustratrice) penso di non aver deluso le aspettative di nessuno e siamo molto contenti del prodotto finale.

 

Langella Edizioni ha preso parte sia a Napoli Città Libro e a breve anche al Salone Internazionale del libro di Torino. Quanto è importante, per una piccola realtà editoriale, partecipare a questi eventi?

Partecipare a questi eventi è fondamentale, abbiamo partecipato anche a “Ricomincio dai Libri” che si è tenuto presso la Galleria Principe di Napoli e nonostante si sia svolta a 100 metri di distanza dalla mia Port’Alba abbiamo conosciuto e ci siamo fatti conoscere da lettori nuovi, bisogna uscire dal proprio guscio e queste manifestazioni sono il luogo adatto. Ovviamente partecipare a queste manifestazioni non è facile, sia dal punto di vista logistico che economico, ma sono “sacrifici” che aiutano a crescere e creano contatti e collaborazioni importanti. Infatti, dal 18 maggio saremo al Salone di Torino, quest’anno insieme a Colonnese editore, due realtà su due strade comunicanti e con la stessa idea di “Fare gruppo”.  Insieme cercheremo di far conoscere le nostre produzioni editoriali e di portare la nostra napoletanità al Salone anche con uno stand artistico disegnato da un giovane artista della nostra città Salvatore Couturier e grazie alle sapienti mani delle Artigiane del filo della Bottega di Gegè ma è una sorpresa che vi sveleremo presto anche sulle nostre pagine.

 

https://www.librerialangella.it/225-langella-edizioni

Arte, cinema letteratura: storia e identità nazionale in Pier Paolo Pasolini. Giovedì 20 Ottobre alla Suor Orsola Benincasa

“Nella travolgente parabola intellettuale, artistica e umana di Pier Paolo Pasolini l’amore appassionato per l’Italia, la sua storia, la sua unicità rappresenta una stella polare costante”. Così lo storico Eugenio Capozzi, professore ordinario di Storia contemporanea all’Università Suor Orsola Benincasa, presenta la giornata di studi che l’Ateneo napoletano ha scelto di dedicare giovedì 20 Ottobre a partire dalle 10 a Pier Paolo Pasolini (1922-1975) nell’anno del centenario della sua nascita.

Per celebrare lo straordinario eclettismo culturale di uno dei più apprezzati intellettuali del Novecento l’Università Suor Orsola Benincasa, con il patrocino del Comitato Nazionale per il Centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, ha pensato ad una giornata di studi multidisciplinare che proverà a ricostruire il sentimento identitario nazionale di Pasolini dalle diverse angolazioni in cui si è dispiegata la sua enorme produzione artistica e culturale.

In ogni aspetto naturale, sociale, artistico, letterario dell’Italia – evidenzia Capozzi – Pasolini ha cercato avidamente l’eredità di quella cultura contadina e popolare che voleva salvare dalla distruzione ad opera della società di massa e ritrovava nei borghi diroccati così come nelle borgate e periferie delle metropoli. Ecco che allora la giornata di studi organizzata dall’Università Suor Orsola in occasione del centenario della sua nascita, riprendendo la storica citazione (“questa è l’Italia e non è questa l’Italia”) della sua poesia “L’umile Italia”, punta ad evidenziare alcuni nuclei fondamentali in cui quella passione prende forma nell’opera pasoliniana, tra poesia, narrativa, cinema, teatro, scritti critici e politici”.

Giovedì 20 ottobre alle ore 10 nella Biblioteca Pagliara dell’Università Suor Orsola Benincasa (ed in diretta streaming su www.facebook.com/unisob) per discutere di “Storia e identità nazionale in Pier Paolo Pasolini” si confronteranno, quindi, studiosi di varie discipline con relazioni che spazieranno dalla storia (L’abisso tra corpo e storia. Croce, Gramsci e i conti con l’ideologia) alla letteratura (L’anti-grand tour pasoliniano), dalla storia dell’arte (Roberto Longhi e Pasolini: Masaccio, i manieristi, Caravaggio e un’idea dell’Italia) al cinema (L’Italia ‘profonda’ al cinema: da Accattone a La ricotta).

Al tavolo dei relatori, coordinato da Alfonso Amendola, docente di Sociologia dei processi culturali all’Università di Salerno, dopo l’introduzione del Rettore del Suor Orsola, Lucio d’Alessandro, si alterneranno dalle 10 alle 17 lo storico dell’arte Stefano Causa, lo storico del cinema Augusto Sainati, gli italianisti Guido Cappelli, Nunzio Ruggiero, Carlo Vecce e Paola Villani e i giornalisti Alessandro Gnocchi ed Antonio Tricomi. Programma completo degli interventi (www.unisob.na.it/eventi).

Alle 17.30 la giornata dedicata a Pasolini dall’Università Suor Orsola Benincasa proseguirà con la proiezione di uno dei suoi film più noti, Il Decameron, nel Salotto culturale “Le Zifere”, fondato dallo storico dell’arte, Roberto Nicolucci, all’interno di uno dei palazzo storici più prestigiosi della città di Napoli: il Palazzo De Sangro di Vietri in piazzetta Nilo.

Addio allo scrittore napoletano Raffaele la Capria, amante dell’indefinito e di coraggiosi fallimenti

Lo scrittore e sceneggiatore napoletano Raffaele la Capria se n’è andato il 27 giugno 2022 all’età di 99 anni. Con lui se ne va un’idea della città di Napoli come metafora della vita, tra vizi e virtù. Lo scrittore legato all’attrice Ilaria Occhini (nipote abiatica per parte materna di Giovanni Papini, scomparsa nel 2019) per 58 anni, che ha raccontato “l’armonia perduta” per spiegare il suo rapporto con la città che “ti ferisce a morte o t’addormenta, o tutt’e due le cose insieme”, descritto magnificamente nel suo romanzo più celebre, “Ferito a morte”, che gli valse il Premio Strega nel 1961, considerava quello dello scrittore un atteggiamento cognitivo-emotivo, un lavoro conoscitivo del mondo.

Un giorno di impazienza, il Realismo di La Capria

Già con il primo romanzo Un giorno di impazienza, la Capria si contraddistingue per la sua adesione al Realismo in modo distaccato. Infatti il ragazzo protagonista del romanzo comprende di avere un appuntamento con la realtà che si trova oltre l’adolescenza e nel raccontare la storia, l’autore napoletano lo dice esplicitamente ai lettori identificando la realtà in Mira, la quale guizza da tutti le parti senza farsi prendere.

La Capria lascia rivelare le cose attraverso il corpo, perché il suo protagonista è ansioso di trovare punti fermi e di conoscere se stesso “pura presenza in vuota capienza”, descrivendo l’accesso alla maturità in modo allusivo. La giovinezza è sospesa su un trampolino di possibilità  che la protendono nel mondo ma è tutta raccolta in se stessa, mai messa alla prova del salto mortale.

In Amore e Psiche ad un certo punto lo scrittore fa coincidere voce narrante e la mente narrante combaciano, si sovrappongono, perché non è detto che voce narrante e mente combacino e di certo un romanzo è un gesto con il quale si può esprimere la cognizione dell’ignoranza rispetto al destino. In tal senso Amore e Psiche è il romanzo più aperto di La Capria, scritto in presa diretta.

Ferito a morte e il rapporto con Napoli

La vicenda narrata in “Ferito a morte”, elegante romanzo dalla non facile lettura, che parla del declino morale e fisico di Napoli, e di un’epoca, si svolge nell’arco di circa undici anni, dall’estate del 1943, quando, durante un bombardamento, il protagonista Massimo De Luca incontra Carla Boursier, fino al giorno della sua partenza per Roma, all’inizio dell’estate del 1954. Tra questi due momenti il racconto procede per frammenti e flash, ognuno presente e ricordato, ognuno riferito a un anno diverso, anche se tutti sembrano racchiusi, come per incanto, nello spazio di un solo mattino: la pesca subacquea, la noia al Circolo Nautico, il pranzo a casa De Luca… Negli ultimi tre capitoli vi è poi come una sintesi di tutti i successivi viaggi di Massimo a Napoli, disincantati ritorni nella città che «ti ferisce a morte o t’addormenta, o tutt’e due le cose insieme»; nella città che si identifica con l’irraggiungibile Carla, con il mare, con i miti della giovinezza.

Se, come ha scritto E.M. Forster, «il banco finale di prova di un romanzo sarà l’affetto che per esso provano i lettori», quella prova “Ferito a morte” l’ha brillantemente superata: libro definito dal suo stesso autore «non facile», cult per molti critici e scrittori, è stato ed è anche un libro popolare, amato e letto, con grande adesione sentimentale, da lettori che poco sapevano di questioni letterarie, ma vi ritrovavano la loro stessa nostalgia per un paradiso perduto e per una «giornata perfetta». Un libro, insomma, di iniziazione, di rivelazione e di scoperta dal valore universale.

Raffaele la Capria, insieme a Pasolini, Morante, Svevo, Pavese, fa parte di quella geografia letteraria segnata dal bisogno di autodenigrarsi, farsi piccoli, di contrabbandare la propria maturità che si acquisisce con la vita e la scrittura come dimostra anche il romanzo False partenze.

La formazione di La Capria tra istinto, consapevolezza e predilezione per l’indefinito

La storia di la Capria è quella di un lungo apprendistato nel corteggiamento della realtà mediante il linguaggio, la storia di una seduzione che lo ha portato a scrivere anche sceneggiature per film importanti quali  Le mani sulla città (1963),  Uomini contro (1970) e Ferdinando e Carolina e a vincere oltre al premio Strega, il Premio Campiello alla carriera, il Premio Chiara, sempre alla carriera, il Premio Viareggio per la raccolta L’estro quotidiano, il premio Alabarda d’oro alla carriera per la letteratura e il Premio Brancati.

La cifra di questo grande scrittore sta nell’aver saputo creare sulle pagine armonie acustiche sempre differenti ma riconoscibili, seguendo l’insegnamento di Faulkner, secondo cui la coincidenza tra opera e progetto è impossibile, ed è proprio questa la visione dell’opera di uno scrittore che si rispetti. Di qui il suo impulso a rompere i libri, a decentrarli, ad elevarli come “coraggiosi fallimenti”. Ne risulta spesso una scrittura irrequieta, scaturita da un disordine calcolato, il cui obiettivo è riprodurre le lacune, le ripetizioni cicliche e le asimmetrie della vita vissuta.

Raffaela la Capria è un sistema mobile di configurazioni che protegge nel grigiore le proprie ragioni e i propri sentimenti percettivi della realtà, soprattutto di quella della sua Napoli: usando la sostanza buia cela e dissimula la lucidità dello sguardo il quale si ritrova in uno spazio dispersivo, in cui è difficile orientarsi. La grandezza di La Capria va ricercata non tanto nel romanzo, ma in ciò che ha dato forma al romanzo e quindi anche nel suo apprendistato.

Per molto tempo Raffaele la Capria ha raccontato l’io smarrito, ma da Armonia perduta in poi, lo scrittore diventa più consapevole, più percettivo, senza mai smettere di prediligere l’indefinito, il fortuito, il non totalizzante.

 

Fonte https://www.academia.edu/4715094/Raffaele_La_Capria_mente_narrante_in_corpo_vivente

 

Giovanni Anselmo, tra i fondatori dell’arte povera, in mostra alla galleria Alfonso Artiaco di Napoli dal 18 gennaio

Giovanni Anselmo presenta la sua terza personale presso la Galleria Alfonso Artiaco, a piazzetta Nilo il 17 gennaio prossimo, dalle 10.00 alle 19.00; le precedenti nel 1991, nello spazio di Pozzuoli, e nel 2005 a Palazzo Partanna in piazza dei Martiri a Napoli. La mostra durerà fino al 5 marzo 2022.

Tra i primi nella cerchia dei fondatori del movimento Arte Povera, Anselmo sin dal finire degli anni ‘60 trae la propria ispirazione dall’osservazione degli eventi naturali e dall’energia che ne scaturisce. La sua ricerca radicale combina materiali di diversa natura in continuo dialogo o conflitto, rendendo quasi tangibili le forze che animano l’opera d’arte, manifestandosi attraverso gli effetti sul mondo circostante.

Questo dualismo si traduce in una tensione continua tra visibile e invisibile, tra potenza e atto, tra finito ed infinito. Organico e inorganico, naturale e tecnologico, leggerezza e pesantezza sono solo alcune delle coppie dialettiche sulle quali l’artista lavora in cui l’energia insita nella materia è bloccata in quell’attimo in cui fenomeni opposti collidono e si azzerano.

La mostra presenta una selezione di lavori datati dal finire degli anni ’60 fino ad oggi, in un percorso di opere rappresentative dell’artista.

L’artista

Giovanni Anselmo nasce a Borgofranco d’Ivrea nel 1934 e si avvicina alla pittura da autodidatta. Dal 1967 inizia ad esporre nelle principali mostre di Arte Povera e al 1968 risale anche la sua prima mostra personale sempre presso la Galleria Sperone di Torino.

La fine degli anni Sessanta segna anche l’inizio dell’esperienza internazionale: è infatti invitato a “Prospect ‘68”, Dusseldorf, 1968; “When Attitudes Become Form”, Berna, 1969 e “Conceptual Art – Arte Povera – Land Art”, Torino, 1970.

Partecipa alla Biennale di Venezia nel 1978, 1980 e nel 1990 dove vince il Leone d’Oro per la Pittura. Le sue opere sono presenti in numerose collezioni pubbliche nazionali e internazionali fra cui GAM di Torino, Museum of Modern Art di New York, Museum of Contemporary Art di Los Angeles e S.M.A.K di Ghent.

Le opere di Anselmo sono installazioni di materiali diversi, spesso opposti, in rapporto di equilibrio e di tensione; si configurano come la materializzazione dell’energia di una situazione o di un evento. In Torsione, del 1968, ad esempio, un panno di fustagno è mantenuto attorcigliato da una barra di ferro, il cui movimento è impedito dalla presenza della parete.

In Senza titolo (Struttura che mangia) un cespo di lattuga è trattenuto tra due blocchi di granito; entrambe le opere visualizzano il concetto di entropia, in base all’interpretazione del filosofo francese Georges Bataille.

Invisibile (1971-75) è un parallelepipedo di granito nero d’Africa su cui è incisa la scritta VISIBILE. Il blocco non è intero ma tagliato su un lato, su cui si presupponeva inscritto il suffisso IN, ovvero la sua parte invisibile, infinita e incommensurabile, quella che renderebbe l’opera finita ma «invisibile». Con un gesto essenziale, Anselmo allude alla possibilità di trovare un completamento in ciò che non vediamo.

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