Il ragazzo invisibile 2: “ciack si gira!”

Il ragazzo invisibile, atto secondo: pochi giorni fa, precisamente il 2 agosto, sono cominciate le riprese del secondo capitolo del film Il ragazzo invisibile prodotto dalla straordinaria regia di Gabriele Salvatores che ha scelto di continuare a raccontare l’evoluzione del suo (anti)eroe. Il film uscirà nel 2017 e sarà distribuito da 01 Distribution. Il primo capitolo uscito il 18 dicembre del 2014, ci ha presentato il personaggio di Michele, interpretato da Ludovico Girardello, adolescente problematico usato come bersaglio da una banda di bulli. Un giorno mentre il protagonista si reca a comprare un costume per la festa data dalla nuova compagna di classe Stella (Noa Zatta), di cui è segretamente innamorato,il ragazzo si scontra con un gruppo di compagni che gli rubano i soldi. Dispiaciuto per l’accaduto il nostro protagonista è costretto a racimolare il contenuto del proprio salvadanaio per trovare una soluzione. L’unica alternativa possibile è il bazar cinese dietro l’angolo che per quella somma gli offre un misero costume. Ma è proprio grazie a quel costume che il ragazzo viene a conoscenza dei suoi superpoteri. Si scopre infatti che in realtà Michele è figlio di due superdotati catturati da un’associazione russa, per compiere degli esperimenti. Durante uno di questi esperimenti la madre fugge via, ma viene uccisa. Sorte differente tocca al padre che, riuscito a scappare, affida il bambino ad una donna maresciallo tanto desiderosa di un figlio, interpretata dal nastro d’argento Valeria Golino.

Il ragazzo invisibile 2: il riscatto del fantasy italiano

Il protagonista, ormai conscio delle proprie speciali capacità, le utilizzerà per vendicare i torti subiti e salvare gli altri super dotati come lui tra i quali anche Stella la quale viene rapita dalla stessa associazione sopracitata. Ma grazie all’aiuto di Michele e di altri compagni d’avventura la ragazza si salva, riuscendo a cancellare l’accaduto dalle menti di tutti perché essere diversi in questo mondo è pericoloso. La conclusione del primo film reca due rivelazioni: la sopravvivenza della madre e la scoperta di una sorella gemella Natasha, interpretata da Galatea Bellugi, che per tutto questo è tempo è rimasta nascosta in Marocco. Ed è proprio su queste novità che verterà il secondo capitolo della pellicola, le cui riprese sono locate a Trieste, set conosciuto per il primo, e continueranno per 12 settimane. La storia comincerà con un salto nel tempo: ora Michele ha sedici anni, e sta imparando ad usare i propri poteri nella vita quotidiana da adolescente.

Il temerario regista Gabriele Salvatores ha mostrato di sapersi cimentare alla grande con il fantasy adolescenziale, unendo esigenze commerciali a quelle autoriali, e scegliendo di avvicinarsi al film di genere con grande intelligenza e profondità, e rendendolo competitivo con i blockbusters made in USA. Anche da questo secondo atto ci si aspetta una narrazione fluida che non si risparmia informazioni didascaliche in quanto pellicola rivolta soprattutto ai più giovani, all’interno della quale il regista si pone e ci pone dei quesiti esistenziali relativi alla famiglia, a come possiamo coltivare le nostre doti nascoste e alla difficoltà di essere speciali nella normale vita di tutti i giorni. Si spera di rivedere quei meravigliosi effetti speciali artigianali che hanno contraddistinto il primo film insieme alle citazioni d’autore come Ferro3, Grosso guaio a Chinatown e Lasciami entrare. Le aspettative dunque, in virtù del fortunato esordio, sono molto alte e si spera che non vengano disattese.

Lo chiamavano Jeeg Robot, un superhero movie tutto italiano

Lo chiamavano Jeeg Robot dell’esordiente Gabriele Mainetti, uscito il mese scorso nelle sale cinematografiche italiane, è destinato a entrare nella storia del cinema italiano se non internazionale. Il film rivelazione di quest’anno con Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Salvio Esposito, Maurizio Tesei, Ilaria Pastorelli, Antonia Truppo e Stefano Ambrogi rappresenta il primo vero superhero movie made in Italy unendo intelligentemente intrattenimento, divertimento, romanticismo, epicità grottesca e asprezza realistica.

Lo chiamavano Jeeg Robot: trama

Protagonista della pellicola è il delinquente e solitario borgataro Enzo Ceccotti che vive a Tor Bella Monaca e sbarca il lunario con piccoli furti confidando nella buona sorte per non essere preso. Un giorno, mentre viene inseguito dalla polizia, per sfuggirle si tuffa nel Tevere e cade accidentalmente in un barile di materiale radioattivo, da cui il ragazzo emerge completamente ricoperto di sostanze indefinite, senza reggersi in piedi. Ma il giorno seguente Ceccotti si risveglia dotato di poteri sovrumani. Mentre il ragazzo cerca di scoprire cosa gli sta capitando e di usare i poteri per fare soldi, a Roma è in atto una lotta per accaparrarsi il potere e il comando, tra alcuni clan provenienti “barbari” che tengono in scacco la città, terrorizzandola con attentati bombaroli e uno psicopatico che minaccia la vicina di casa di Enzo, una ragazza un po’ picchiatella con la fissa del cartoon giapponese Jeeg Robot, la quale si aggrappa a Ceccotti credendolo davvero il supereroe Jeeg Robot. La situazione sta per precipitare e tutti hanno bisogno di un eroe.

Gabriele Mainetti ha saputo mettere in piedi un vero e proprio superhero movie, sull’esempio delle fortunate pellicole americane, per struttura, impianto e finalità: una storia da fumetto americano degli anni ’60, girato come un parodistico film d’azione, consegnato all’altare dell’intrattenimento, aspetto quest’ultimo che costituisce il vero punto di forza del film, nonostante gli effetti speciali siano stati realizzati con un budget low cost. Lo chiamavano Jeeg Robot si ispira ai manga giapponesi degli anni Settanta e Ottanta, a Goldrake e Mazinga e al filone cyberpunk nipponico di Tsukamoto, in particolare a Tetsuo: the iron man del 1989 che ci mostra come l’essere umano è davvero un fragile contenitore perturbato da improvvise e violente trasformazioni psico-fisiche.

Il film di Mainetti è un trionfo di visioni ironiche e divertenti, contando su un cast perfettamente amalgamato, che contribuisce all’andare oltre la separazione tra cinema vero, credibile, verosimile, realistico e cinema falso, artefatto, tenendosi in bilico tra una certa asprezza realistica e autoparodia dell’eroe sulle cui spalle grava il peso di una missione morale. Un plauso al coraggio del regista romano classe 1976, che con gusto per il grottesco, deliberata ricerca di situazioni e scene “ridicole”, e fantasia fanciullesca, ha saputo scavalcare la barriera della verosimiglianza, tanto cara ai dibattiti pseudo-intellettuali, conferendo al film ritmo e grande emotività che non può non coinvolgere lo spettatore.