Tre scrittrici del ‘900: Lalla Romano, Elsa Morante, Anna Maria Ortese e l’amore per ciò che è semplice

Le scrittrici del Novecento hanno ricevuto in eredità una lunga storia di graduale e costante modificazione della condizione femminile. La più salda incorporazione delle donne al mondo letterario, stimolò in loro la continuazione di una ricerca riguardante una scrittura che esprimesse una prospettiva diversa, accostata ai propri sentimenti e alle proprie ideologie. Si sviluppò così una differenziazione di stile che sboccò nella nascita di una nuova visione della letteratura. Lalla Romano, Elsa Morante ed Anna Maria Ortese, nate all’inizio del secolo, appartengono a questo gruppo di donne: generazione che trascorse la loro infanzia, fanciullezza e maturità tra le due guerre e sotto il fascismo.

Autonome e di voce propria, consolidata la loro formazione durante questo periodo, s’affermarono pienamente come scrittrici durante il secondo dopoguerra. Furono testimoni dei diversi cambiamenti sociali e del conseguente ingresso delle donne nei vari settori del lavoro, esito in parte di una sorgente civiltà industriale e di motivazioni ideologiche tra cui il movimento di protesta del ’68.

In un’epoca in cui l’accesso alle varie forme della cultura, tra cui l’istruzione scolastica, raggiunse una quasi equanime parità tra donne e uomini, furono però dei motivi familiari ed economici a distinguere la formazione di queste scrittrici.

Lalla Romano

Lalla Romano, nata a Demonte nel 1906, oltre ad avere una vita familiare agevole e tranquilla tra le montagne piemontesi, trasferitasi a Torino, completa gli studi universitari alla Facoltà di lettere e segue le lezioni di pittura di Felice Casorati.

Dopo un lungo e calmo matrimonio, solo la morte, l’allontana dal suo amato marito. Seconda di cinque figli invece, Elsa Morante deve dividersi tra due padri: uno “naturale” e l’altro “legittimo”, come lei li definì, e tra due figure materne nel trasferirsi, per cause economiche, da sua madrina. Dopo aver ricevuto un’educazione domestica, completa i suoi studi scolastici col liceo classico, indipendente ed autonoma, deve, invece, lasciare la Facoltà di lettere. Il matrimonio, e la relazione instabile con Alberto Moravia, finiscono con la separazione, essendo la solitudine una delle sue compagne.

Ortese

La fortuna non accompagna la più giovane Anna Maria Ortese, nata nel 1914, ultima di sei figli di una famiglia che lei stessa chiamò “miserrima” e della quale sopravvisse una sorella. Tra continui spostamenti per tutta la penisola e costanti irregolarità, la sua formazione scolastica raggiunge solo le elementari. Autodidatta e solitaria, la sua vita è la scrittura: tra letteratura e giornalismo. Evidentemente, per queste tre donne, le esperienze di vita sono state diverse: dalla possibilità di una quotidianità più vicina al benessere alla lotta per la
sopravvivenza, dalla costruzione di una famiglia alla completa solitudine.

Queste tre donne, hanno inoltre vissuto la malattia, la morte di familiari, e la devastazione della guerra. Gli avvenimenti intimi e storici vengono però filtrati, nelle loro opere, dai sentimenti dei personaggi e costituiscono i perni di un’analisi esistenziale e della rivalorizzazione del rispetto e dell’amore tra tutti gli esseri.

Due dimensioni, crudeltà e bontà, si aprono cammino mediante l’evocazione del passato e la memoria della propria vita in Lalla Romano; mediante la fantasia e il deliro in cui soccombono i personaggi di Elsa Morante; e mediante la denuncia in un mondo tra reale e magico, in Anna Maria Ortese.

Nelle opere di Lalla Romano ogni oggetto, atteggiamento, paesaggio o semplice evento, sono fonti di conoscenza altrui e propria. In Praléve (1975) ritorna come turista alle familiari montagne piemontesi, riscopre il valore e mistero d’ogni essere:

“Ma non fui sempre sola a cercare quei luoghi remoti. Cominciai a vedere quasi un’altra me stessa, quasi la mia “proiezione”, come nelle
illustrazioni della “fatta Morgana” nei vecchi testi di fisica”. (Romano, 1974, pag. 61)

Dietro ad una società che, organizzata sul capitale e sulle superficiali convenzioni culturali, giudica il valore delle persone e della vita, Lalla ricorda gli atti umili, i rapporti quotidiani, gli sguardi, i leggeri sorrisi e le sorvolate parole. Essi assumono il significato immateriale e unico d’ogni esistenza, simboli di ciò che resiste all’apparenza, alla mutazione e caducità delle cose. Ne La penombra che abbiamo attraversato (1964) nel ritorno al suo paese, riflette:

“…le cose non permangono immobili senza perdere la vita, Ponte Stura continua lentamente a morire”.

Ma io ne sono consolata. Io penso a quella immobilità in cui consiste la sua “vera” esistenza: la mia”. (Romano, 1964, pag. 24). In un continuo viaggio e ricerca della propria esistenza verso il passato, Lalla Romano ritrova i ricordi della famiglia, riflette sulle sue esperienze, da figlia a nonna, più ampia e matura col trascorrere del tempo. Ne La penombra che abbiamo attraversato, l’allegria e l’afflizione s’intrecciano nell’evocazione della sua infanzia insieme alla malattia e morte della madre, questo ricordo si sublima a una più profonda consapevolezza del valore proprio e altrui.

Di fronte al dolore, s’interrogano le certezze di un’abitudine, fattasi routine, e si svela un mondo che di per sé ci è estraneo e che si deve scoprire quotidianamente riassorbendone le distanze: “…la vita è un mistero a cui però possiamo accostarci in certi momenti”, risponde Lalla Romano in un’intervista. (Romano, 1998, pag.47).

Nell’opera Inseparabile (1981), il rapporto nonna- nipote ricorda ciò che resiste alle separazioni, alle strutture e adattamenti che tramutano la speranza e apertura di un bambino nella rassegnazione e barriere di un adulto, secondo le parole della propria scrittrice “è un libro in cui l’infanzia è già cosciente di sé.”(Romano, 1998, pag. 9)

Nella raccolta dei suoi sogni ne Le metamorfosi (1951), la dimensione onirica, l’intuizione, e la fantasia si rivelano mezzi di conoscenza. Grazie ad uno sguardo fattosi più maturo mediante le diverse tappe della vita, Lalla, nelle sue opere, riporta al presente il passato, e rivivendolo, analizzandone l’essenza, muta e arricchisce la prospettiva che aveva della realtà. Da queste riscoperte s’approfondisce la
consapevolezza del proprio essere e del proprio rapporto col reale, fuggevole e inafferrabile.

Morante

Più stravolgenti, i personaggi di Elsa Morante costruiscono e vivono un mondo magico, fiabesco e onirico, esponendosi completamente giungono alla propria distruzione psichica, sopraffatti dalla follia, dalla malattia e dalla morte. In loro si manifesta il rifiuto ad una realtà ostile agli esseri liberi da un sistema feudale, fondato su istituzioni di potere, di privilegi e accessi secondo le divisioni sociali, rifiuto ad
un’umanità alienata e crudele, regnante a scapito degli indifesi e dei semplici.

In Menzogna e Sortilegio (1948) i personaggi, schiavi dei propri desideri, arrivano ai limiti della megalomania e dell’autodistruzione, vedendo in esse la soluzione al loro rifiuto. Descrive così un suo personaggio: “Ciò che’ella voleva era il proprio sacrificio; ed esso non veniva accolto.” (Morante, 1948, pag.146)

Vittime sono i bambini, i deboli, i malati, i poveri e tutti coloro che, sensibili alla bellezza della vita e dell’esistenza, del rapporto intimo con la Natura e con tutti gli esseri, animali o umani, concepiscono solo l’idea della libertà. In La Storia (1974) Elsa Morante evidenzia questa sua ideologia, attraverso il castigo alla purezza di un bambino, alla ribellione di un’adolescente, alla debolezza di una madre che diede l’impossibile per i suoi figli, sopraffatti tutti da questo sistema crudele di guerre, di violenza, di riduzione dell’uomo a oggetto.

Tuttavia la magia della Natura, gli esseri invisibili che popolano i sogni e le fantasie, non sono esclusivi dell’evasione come negazione del reale. Nei racconti de Lo scialle andaluso (1963) compaiono bambini, boemi, malati, folli, ribelli o individui che scoprono il valore nella semplicità, in loro si scorge l’amore straboccante per la vita, fattosi viscerale tra madre e figlio. Queste vite, fuse con la Natura e la fantasia
svelano un rapporto diverso col reale, un’altra realizzazione dell’individuo.

Nel volume, raccolta d’interventi saggistici, Pro e contro la bomba atomica e altri scritti Elsa Morante sostiene: “La molteplicità delle esistenze non avrebbe né significato né ragione, se non fosse che per ogni esistenza si scopre una diversa realtà”.

La povertà, la malattia, la morte, la distruzione, le separazioni e il dolore, in un costante rapporto con la Natura e con le persone, rappresentano per le tre scrittrici, delle vie per l’approfondimento della conoscenza del nostro essere. Da queste situazioni nascono o scattano sentimenti che obbligano ad affrontare la stabilità apparente della quotidianità che diventa incertezza con la metamorfosi
costante della realtà e del nostro rapporto con essa.

Ciò non basta però a descrivere la complessità del reale, mancano quegli altri mezzi di conoscenza che nascono dai sentimenti, dall’intuizione, dall’inconscio, da un mondo metafisico legato alla forze primigenie: i sogni, la fantasia, la magia, la musica.

L’amore per ciò che è semplice e piccolo, la fraternità tra tutte le esistenze, di qualsiasi specie, la difesa dei diversi, dei deboli o malati, fisici o mentali, il rispetto per ogni diversità qualsiasi essa sia, percorrono le pagine di tutte le opere di queste tre scrittrici.

 

Fonte: https://www.academia.edu/2940384/Tre_Scrittrici_del_Secondo_Novecento

Il bilinguismo di Grazia Deledda

“Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e che con calore tratta  problemi di generale interesse umano”.(Motivazione del Premio Nobel per la letteratura a Grazie Deledda)

Grazia Cosima Deledda (Nuoro 1871-Roma 1936) è stata vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1927. Insieme ad Elsa Morante, Virginia Woolf, solo per citarne alcune, la Deledda con la sua opera, rappresenta una  tra le più importanti conseguenze dei processi di trasformazione che hanno attraversato il Novecento: un rapporto sempre più stretto delle donne con la cultura, che è stato tra i presupposti essenziali per la parità dei diritti tra i sessi.

Qual è quest’alto ideale verso cui la scrittrice sarda si protende? Nicola Tanda nel saggio La Sardegna di Canne al vento, scrive:

“L’intero romanzo è una celebrazione del libero arbitrio, della libertà di compiere il male ma anche di realizzare il bene, soprattutto quando si ha esperienza della grande capacità che il male ha di comunicare angoscia. Il protagonista che ha commesso il male non consente col male, compie un viaggio doloroso, mortificante, ma anche pieno di gioia nella speranza di realizzare il bene, che resta la sola ragione in grado di rendere accettabile la vita”.

Ancora una volta, la letteratura tende al suo fine principale: la manifestazione del vivere, in tutte le sue sfaccettature. Ma la scrittrice sarda, si avvia a tessere il filo di questa vasta, complessa, intricata rappresentazione riducendo il mondo ad un’unica, fondamentale regione: la Sardegna. L’isola sarda, che come quella procidana nella Morante, diviene emblema delle pulsazioni dell’animo umano, di quei richiami ancestrali, primordiali, arcani, istintuali che investono i protagonisti nelle sue opere.

I suoi romanzi ci portano in un mondo, che appare quasi “primitivo” per la forza delle passioni, tramutate in tragedie, che in esso si soffrono:

L’isola è intesa come luogo mitico e come archetipo di tutti i luoghi, terra senza tempo e sentimento di un tempo irrimediabilmente perduto, spazio ontologico e universo antropologico in cui si consuma l’eterno dramma dell’esistere”.

Ma questa, chiamiamola “sensazione”, di trovarci dinanzi ad un passato quasi “mitico” nasce dal fatto che la Deledda costringa ogni lettore a fare i conti con la parte più profonda, nascosta del proprio essere: certi impulsi, anche se repressi sono sempre presenti. E ritornano a galla, come echi leggendari e si insinuano nel nostro agire.

Dinanzi a questa “tragedia” del mondo, non c’è catarsi che regga, nessuna possibilità di distacco dalle passioni e le vicende rappresentate  non hanno il fine di mostrare  il “come potrebbe essere” se non si segue un regime deontologico corretto,  ma sono pura raffigurazione di “ciò che è”, a prescindere dall’etica e dalla morale, in quanto l’uomo non potrà mai essere svincolato dalle sue debolezze e fragilità, qualunque sia il codice comportamentale seguito. Ed il mondo appare bello solo nel suo stesso dramma e l’uomo diviene “umano” soltanto nella sua, talvolta perversa complessità. Dice la scrittirce sarda:

La coscienza del peccato che si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano l’esperienza del vivere di un’umanità primitiva, dolente, gettata in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio del mistero e dell’esistenza assoluta”.

E la religione come si muove in questo campo minato di passioni?

Questa, non è la soluzione ai problemi dell’uomo. L’essere umano, nutrendosi o non della parola di Dio, sarà sempre soggetto così come al bene, anche al male. Quindi la religione, nella poetica della Deledda  è strettamente connessa al libero arbitrio dell’uomo, in sintesi potremmo dire che è una scelta. Scegliere di vivere nel timore di Dio non significa cancellare la colpa e la vergogna, ma cercare di portarne al meglio il peso.

Resta, aleggiando nel fondo, un sentimento di pietas che permea tutti i suoi componimenti; una partecipazione compassionevole verso tutto ciò che è mortale,  un sentimento misericordioso che induce al perdono di una comunità di peccatori che ha sulle proprie spalle il peso del proprio destino. Uno stile, quello della scrittrice sarda, che ha posto necessariamente il problema dell’intenso rapporto tra civiltà-cultura-lingua. Lei stessa scrive in una sua lettera:

Leggo relativamente poco, ma cose buone e cerco sempre di migliorare il mio stile. Io scrivo ancora male in italiano, ma anche perché ero abituata al dialetto sardo che è per se stesso una lingua diversa dall’italiana

Una delle prime problematiche che deve affrontare la Deledda, dunque, è quella di far propria la lingua italiana, che lei, come sardofona, non sente sua. Operazione ancora più difficile se si tiene conto che l’autrice si accinge a narrare il proprio vissuto, il proprio universo antropologico sardo. Ne è sorto un dibattito recente sul bilinguismo, in quanto il sardo è stato riconosciuto lingua e non dialetto; dibattito che però non è riuscito ancora a chiarire questo rapporto di doppia identità. Questo però non deve far pensare che il suo linguaggio si sia improntato solamente di verismo e naturalismo, ma al contrario si è piegato al lirico e al fiabesco. Afferma Natalino Sapegno:

Ma da un’adesione profonda ai canoni del verismo troppe cose la distolgono, a cominciare dalla natura intimamente lirica e autobiografica dell’ispirazione.”

Fin dai tempi in cui scrive su riviste di moda si rende conto della distanza esistente tra la stucchevole prosa in lingua italiana e la sua esigenza di impiegare una lingua che sia più vicina  alla realtà e alla società dalla quale proveniva.  E così si protende alla letteratura russa e le parole delle sue opere rievocano memorie tolstojane e dostoevskiane.

L’intento della Deledda, spesso, finisce con l’approdare ad un linguaggio scarno, soprattutto in quei scritti giovanili e alcuni attribuiscono questo risultato alla paura di sbagliare, a quell’ansia che potremmo definire “da prestazione” nel dover maneggiare contemporaneamente due lingue : l’italiano ed il sardo. Secondo altri critici, invece,questo linguaggio non propriamente fluido deriva dal pensare in sardo e il tradurre in italiano. In alcuni punti delle sue opere si può chiaramente scorgere come vengano utilizzati dei veri e propri “sardismi”, soprattutto quando mancano corrispondenti in italiano. La scrittrice non ha problemi a marchiare di lingua sarda la sua poetica e tutto questo  deriva da una scelta voluta e consapevole.

L’influsso della Sardegna e della lingua sarda nelle opere della Deledda non riguarda solo le opere sintattiche e il lessico  ma anche e soprattutto le tematiche: i costumi, le immagini, i detti e i proverbi.

Dunque, la sintassi prevalentemente paratattica, non equivale alla mancanza di stile ma deriva dal trasferimento nella scrittura  di modalità linguistiche di costruzione del racconto orale. Grazia Deledda può essere considerata una scrittrice straniera fino ai trent’anni. Ha lottato affinché il suo bilinguismo venisse riconosciuto; ha combattuto contro una critica, aspra e severa, che spesso l’ha giudicata una “scrittrice non degna”. Il suo impegno in campo letterario in realtà è poi divenuto un impegno ancor più grande in ambito umano, dove è riuscita a gettare le basi, le fondamenta per la costruzione di un ponte, quello tra due culture: la cultura italiana e quella sarda.

Queste le riflessioni stilistiche e tematiche sulla poetica di una scrittrice, definita talvolta anche sovversiva. Una grande donna prima ancora che una grande scrittrice, che ha saputo prima ancora che raccontare, soprattutto vivere, respirare, esplorare l’intera società sarda, e di riflesso, nel profondo, l’intera società umana.