“Grace”: un angelo di nome Jeff Buckley

Che Jeff Buckley fosse un predestinato era chiaro fin dall’inizio. Figlio d’arte, il padre Tim Buckley era uno dei cantautori più innovativi del rock e la mamma, Mary Guibert una discreta violoncellista. Cresciuto a pane e musica, riceve in eredità dal padre una voce incredibile, bellissima, angelica ed uno spiccato senso per la sperimentazione. Dopo diversi anni on the road in cui affina sia la sua tecnica chitarristica che compositiva, Jeff approda ai Bearsville Recording Studio dove, sotto al guida di Andy Wallace (già produttore dei Nirvana) registra il suo folgorante debutto per la Columbia Records. Con l’ausilio di un pugno di musicisti scelti personalmente dall’autore (Mick Grondahal al basso, Matt Johnson alla batteria e Gary Lucas alle chitarre) prendono forma tra quelle mura le dieci magnifiche canzoni che andranno a comporre la scaletta di Grace.

 “il mio disco preferito del decennio” (Jimmy Page)

Pieno di dissonanze, fusioni, commistioni, Grace è senza dubbio uno degli album più importanti di fine millennio. La jazzata Mojo Pin offre un lampante esempio di tale ecletticità con continui cambi di tempo e delicati fraseggi uniti a distorsioni lancinanti. Gli umori grunge della title track con il suo famosissimo riff in apertura di canzone, la tenerezza obliqua di Last Goodbye, lo splendente dolore di Lilac Wine, le magistrali esplosioni strumentali in So Real, l’incredibile performance per sola chitarra e voce di Hallelujah (composta da Leonard Cohen), una delle migliori cover di sempre, la splendida ballata Lover, You Should’ve Come Over, la dolcezza infinita di Corpus Christi Carol, il torrido rock di Eternal Life, la magia di Dream Borthers, ne fanno immediatamente un capolavoro ed un’opera che trascende le definizioni consuete di rock e pop.

Jeff Buckley

Jeff Buckley e la carica emotiva di Grace

Sicuramente lontano dalle mode musicali del periodo in cui è stato composto e pubblicato, è tuttora un album che stupisce per la freschezza, l’originalità e la carica emotiva che riesce a trasmettere. Passionale, implorante, rabbioso, nelle sue note possono essere rintracciate tutta una serie di emozioni capaci di travolgere chiunque si avvicini al disco, anche per un ascolto superficiale. Mai titolo fu più azzeccato Grace, grazia, a testimonianza di una ispirazione e una abilità rare a trovarsi in una opera prima. Stupisce la maturità di Buckley come compositore ed interprete, la bellezza degli arrangiamenti misurati e studiati per mettere in evidenza una voce a dir poco straordinaria. E’ proprio la voce a colpire l’ascoltatore, a scatenare sensazioni fortissime grazie alla capacità di trasformarsi da urlo di dolore in flauto angelico, di farsi roca e disperata per poi divenire un suono purissimo in grado di raggiungere vette inarrivabili; duttile, modulabile, fragile, potente, paragonabile per bellezza forse solo a quella di Demetrio Stratos  (ma Stratos era più “tecnico”), senza dubbio tra le migliori che si siano mai sentite in un album di musica leggera. Per queste caratteristiche “uniche”, Grace ottiene un consenso unanime di pubblico e di critica. Il successo porta l’autore a tenere una monumentale tourneè che lo terrà occupato per i successivi due anni, dal 1994 al 1996. Al rientro comincia a lavorare al disco che ne avrebbe dovuto decretare la definitiva consacrazione, Sketches for My Sweetheart the Drunk, ma un tragico destino pone drasticamente fine alla breve carriera di Buckley, quando il 29 maggio 1997 muore per affogamento nelle acque del Wolf River, trasformandosi definitivamente in “una goccia pura in un oceano di rumore” (Bono Vox).

Ramones: Fast, Rock & Furious

Hey Ho! Let’s Go! Hey Ho! Let’s Go!. Con questa semplice esortazione a lasciarsi andare, si apre uno degli album più importanti dell’intera epopea punk. Insieme a Never Mind The Bullocks firmato Sex Pistols e The Clash, l’album omonimo degli americanissimi Ramones, rappresenta la sferzata tonante della nuova gioventù musicale nei confronti del rock classico, della stantia industria discografica e del sistema in generale devastato da crisi economica e sociale. Joey, Johnny, Dee Dee e Tommy vestono i panni di antieroi in jeans strappati e giubbotto di pelle nera, adottano un cognome comune (Ramone) preso in prestito dal Paul McCartney pre-Beatles, suonano con violenza ed alienazione brani che parlano di droghe, violenza, nazismo, problemi relazionali e gettano le basi di un nuovo movimento musicale che dominerà la seconda metà degli anni ’70 arrivando ad influenzare persino Nirvana, Pearl Jam, Sonic Youth e Red Hot Chili Peppers. Al diavolo il mainstream! Al diavolo il successo o la tecnica! Quello che conta è la rabbia, la provocazione, il messaggio di rivoluzione che si vuole lanciare e non i lustrini, i virtuosismi, la hit parade o i concerti sold out. I Ramones in questo non si lasciano certo pregare. Dopo una lunga e problematica gavetta in un locale (all’epoca) di quart’ordine, il CBGB, i quattro si chiudono al Plaza Sound Studio ed in una sola settimana registrano il loro formidabile album di debutto. Costato appena 6000 dollari, l’album, pubblicato nell’aprile del 1976, è accolto positivamente da pubblico e critica anche se le vendite non sono certo entusiasmanti.

« Al momento della sua pubblicazione, nell’aprile del 1976, il primo album dei Ramones fu strabiliante. Rimane uno dei pochi dischi che abbiano cambiato irreversibilmente il pop, ma tutti i primi tre album del gruppo sono determinanti. Dopo di che c’è l’immortalità.» (Jon Savage)

Le canzoni sono proiettili da due minuti e mezzo pronte a devastare la mente e le orecchie di chi ascolta. Niente sconti. Niente compromessi. Una chitarra veloce e distorta, un basso pulsante, una batteria torrenziale e la voce cavernosa di Joey a fare il resto. Nessun assolo, nessuna tecnica, solo la pura potenza di un gruppo intenzionato a suonare il più rumorosamente e il più velocemente possibile. A differenza dei loro colleghi di oltreoceano i loro testi non sono eccessivamente politicizzati; non contengono messaggi di critica sociale, slogan anarchici o rivolta urbana ma sono ispirati dalla vita alienata e alienante delle periferie urbane. Blitzkierig Bop, Judy Is A Punk, Now I Wanna Sniff Some Glue, I Wanna Be Your Boyfriend, Chain Saw e Beat On The Brat rimandano direttamente alla depressione degli Stooges di Iggy Pop, alla violenza musicale di MC5 ed alla devianza dei migliori Velvet Undergroud piuttosto che al sound di Roxy Music, David Bowie o The Who.

Persino la loro immagine pubblica non contiene gli stilemi tipici del punk (catene, creste colorate e quant’altro) ma rimanda più semplicemente ad una vera e propria “working class band”. La loro musica fatica a ritagliarsi spazio negli Stati Uniti dove domina la disco music e la crisi è meno pesante, ma sono accolti come veri e propri salvatori del rock’n’roll in Inghilterra. La popolarità, quella vera, non tarderà ad arrivare. Al termine della trilogia completata con Leave Home e Rocket To Russia (entrambi del 1977) diventano un vero punto fermo della scena rock alternativa. Sopravvissuti alla fine del punk e divenuti numi tutelari del garage, dell’hardcore e del grunge. Elencare tutte le band che hanno preso spunto dai Ramones sarebbe perlomeno impossibile. Tutta la scena musicale degli anni ’80, ’90 e 2000 ha un debito di riconoscenza nei confronti dei Fast Four  sia per quanto riguarda le tematiche, lo stile, il modo di stare sul palco e l’abbigliamento. Il loro messaggio è arrivato ed è stato largamente recepito, studiato e ripreso. La forza dei loro album, specie di questo incredibile debutto, rimane intatta negli anni a dimostrazione che qualche volta si può cambiare il mondo (quello musicale) con la sola forza delle idee.

“Ten”: il grunge secondo i Pearl Jam

I Pearl Jam hanno vissuto molte vite. Dagli inizi undergroud insieme al cantante Andrew Wood con il nome di Mother Love Bone, passando per il supergruppo Temple Of The Dog fondato con Chris Cornell e Matt Cameron dei Soundgarden (all’attivo un solo album omonimo), fino ai Mookie Blaylock primo nome scelto dalla band. Lo scenario è quello della Seattle dei primi anni ’90 vero centro nevralgico del nuovo panorama musicale. Nella capitale dello stato di Washington, infatti, sta prendendo vita un nuovo movimento artistico/culturale che influenzerà indelebilmente tutto il decennio successivo ed addirittura il nuovo millennio: il grunge. Gruppi quali Nirvana, Soundgarden, Alice In Chains e Mudhoney stavano fondendo il punk, il metal, l’hard-rock, l’hardcore-punk, in una miscela nuova e rivoluzionaria. Le chitarre si distorcono all’inverosimile producendo quasi rumore, le voci si fanno roche e rabbiose, le batterie ed i bassi diventano percussivi e martellanti, i testi si fanno violenti ed alienati. In questo gran calderone musicale, Mike McCready, Stone Gossard, Jeff Ament, Dave Krusen ed Eddie Vedder non potevano certo restare a guardare. Cambiato il nome da Mookie Blaylock (un giocatore di basket dell’epoca) al ben più rock Pearl Jam, entrano ai London Bridge Studios per incidere il loro album di debutto.

“E’ tutto ciò che credo in questo fottuto momento, come quello di adesso. E questo, al momento, è tutto ciò di cui l’album parla” (Eddie Vedder- Right Here.Right Now-1991)

Intitolato Ten (come il numero di maglia del loro giocatore di basket preferito), questo folgorante album d’esordio, è perfettamente al passo coi tempi sia dal punto di vista lirico che musicale. E’ un disco grunge ma non nel senso più estremo del termine. Le sue sonorità, molto più vicine all’hard rock che al post punk, ne fanno un evergreen che non perde un briciolo del suo fascino anche a più di vent’anni dalla sua pubblicazione. Adrenalinico, rabbioso, potente ma anche estremamente godibile e commerciale (nel senso buono del termine), sono queste caratteristiche a rendere Ten una incredibile testimonianza di quell’irripetibile periodo creativo che erano i primi anni ’90. Lo straordinario successo di pubblico e di critica ne ha fatto immediatamente il diretto concorrente del contemporaneo Nevermind dei Nirvana, altra pietra miliare del Seattle Sound, ed ha proiettato i Pearl Jam a candidarsi al titolo di “Signori del grunge” in coabitazione con Cobain e soci.

Pearl Jam-1991

Le epiche cavalcate di Alive, Even Flow, Black, Jeremy, Once, Oceans, sono entrate di diritto nell’immaginario collettivo di schiere di adolescenti, trasformandosi in veri e propri inni di un’intera generazione. Eddie Vedder con la sua vocalità dolente, soffocata e impetuosa è diventato il prototipo del frontman di nuova concezione. Le chitarre affilate di Mike McCready e Stone Gossard ne hanno fatto dei nuovi guitar heroes. Certamente la superiore abilità tecnica dei Pearl Jam rispetto alle altre band cittadine (Nirvana su tutti) li ha portati a diversificare il loro suono, a situarsi un gradino più in alto degli altri in termini di qualità musicale e compositiva. Probabilmente erano un pò meno “incazzati” ed alienati dei loro colleghi ma ugualmente riuscivano ad esprimere un disagio giovanile fatto di disillusione, delusione e incertezza. Tuttavia la loro vena estremamente rock (tra le loro influenze Jimi Hendrix, Lynyrd Skynyrd e soprattutto Beatles) li ha portati ad allontanarsi progressivamente dal grunge diventando una rock band a tutti gli effetti (già il successivo Vs è meno violento e più intimista) consentendogli di attraversare indenni gli anni ’90 e ad entrare nel nuovo millennio col titolo di superstar. Ad ogni modo la potenza, la rabbia, il tormento e l’estasi di Ten non possono assolutamente essere ignorate. Rimangono li e riemergono prepotentemente ad ogni ascolto, nella mente di chi all’epoca c’era ed ha sognato almeno una volta di cambiare il mondo sulle note di Vedder e soci. La migliore stagione musicale di fine ‘900 catturata ed imprigionata su disco pronta per essere tramandata ai posteri e consegnata agli annali della storia della musica. Decisamente niente male per cinque ragazzi al loro esordio.

 

“Tommy” dei The Who: i fantasmi di Pete

“Tommy”- Decca-1969

Cominciamo col chiarire una differenza fondamentale. Un concept album è un album che, in più canzoni, affronta un unico tema (ad esempio La Buona Novella di Fabrizio De Andrè). Un’opera rock è una composizione musicale in stile rock dotata di un precisa struttura narrativa, un definito impianto musicale ed una spiccata predisposizione ad essere rappresentata in forma scenica. “Tommy”, quarta fatica del gruppo inglese The Who datata 1969, si può a ragione considerare la prima opera rock della storia concepita in quanto tale. Nonostante alcuni anni prima ci siano stati i primi esperimenti in questo senso (The Story of Simon Simopath del gruppo britannico Nirvana e S.F. Sorrow dei Pretty Things), Tommy” rappresenta il primo tentativo cosciente di portare la musica rock oltre i limiti della forma canzone.

« So che non mi crederà nessuno, ma io sto davvero pensando di scrivere un’opera rock che abbia per protagonista un giocatore di flipper sordo, muto e cieco. Non sto scherzando, anche se per ora è solo un’idea che ho in testa. Non c’è niente di definito. » (Pete Townshend- Rolling Stone-1968)

Già negli anni precedenti The Who avevano spalancato la mente a nuove forme musicali, la suite con il brano “A Quick One While He’s Away”  tratto a “A Quick One” del 1966 ed il concept con “The Who Sell Out” del 1967, ma con Tommy alzarono notevolmente il tiro della loro ambizione. Come si può scrivere un’opera con un organico di quattro elementi e, per giunta, neanche tanto preparati tecnicamente? Il genio di Townshend è riuscito in quest’impresa apparentemente impossibile.

Ha concepito un’ Overture, un tema ricorrente See Me, Feel Me, Touch Me, Heal Me ed un gruppo di canzoni fantastiche (Acid Queen, Pinball Wizard, Tommy Can You Hear Me, Sally Simpson, Cousin Kevin) legandole poi tra loro con grande forza concettuale e grande senso musicale. Ascoltando questi brani si può rivivere l’intera vicenda di Tommy, un ragazzo reso sordo, muto e cieco da un trauma infantile, che, privato dei sensi elementari, subisce soprusi di ogni tipo, diventa un “mago del flipper e riacquista la normalità attraverso la distruzione del suo stesso simulacro (uno specchio).  Un lavoro molto complesso sia dal punto di vista tematico che musicale. Vengono affrontati argomenti scottanti come l’omicidio, la pedofilia, le droghe e l’adulterio; il protagonista è un individuo disabile incapace di reagire alla violenza; la religione come forza salvifica viene allegramente messa alla berlina attraverso il personaggio del “santone” che dovrebbe guarire Tommy; tutte caratteristiche che resero quest’album uno dei più discussi e controversi della storia della musica. La sua lavorazione, inoltre, consumò letteralmente il gruppo che impiegò otto intensissimi mesi per crearlo, rischiando lo scioglimento e la pazzia. Il risultato finale fu meraviglioso. Additato immediatamente come capolavoro assoluto, Tommy, ha rappresentato il vertice creativo della band che è entrata così, definitivamente nell’Olimpo del rock. Grazie alla sua maestosità, alla sua teatralità ed alla sua dinamicità quest’opera è stata rappresentata per anni sui palcoscenici di tutto il mondo e nel 1975 ne è stato tratto anche un bellissimo film diretto da Ken Russell (con gli stessi Who come protagonisti coadiuvati da numerose guest star del calibro di Tina Turner, Elton John ed Eric Clapton). La sua influenza ha avuto  echi significative in tutto l’universo musicale. Artisti quali Kinks (Arthur ,Or the Decline and Fall of the British Empire), Jethro Tull (Thick As A Brick), David Bowie (Ziggy Stardust), Genesis (The Lamb Lies Down On Broadway), Pink Floyd (The Wall) ed in tempi più recenti i Judas Priest (Nostradamus), saccheggiarono a piene mani l’enorme patrimonio contenuto in Tommy. E’ un album destinato a non morire mai, a continuare a rilasciare il suo splendore negli anni a venire rafforzando in ogni momento la leggenda secondo la quale: ascoltando Tommy a lume di candela si può vedere il proprio futuro.

 

 

                                                                                                                                                                                       

Il secolo d’oro

Bob Dylan

Gli ultimi cento anni del millennio appena conclusosi sono stati, senza dubbio, i più prolifici per la storia dell’uomo (nel bene e nel male). Enormi balzi in avanti sono stati fatti in ogni campo. Lo sbarco sulla luna, le guerre mondiali, la bomba atomica, la penicillina, l’automobile, l’elettricità, cose oggi abbastanza scontate ma che erano pura fantascienza soli 150 anni fa. La cultura non ha potuto rimanere insensibile a cambiamenti di tale portata. La musica, in particolar modo, ha subito dei mutamenti epocali grazie all’avvento dei mezzi di comunicazione di massa (o mass media). Il nastro magnetico, il giradischi, le musicassette, la televisione ma soprattutto la radio, hanno ridisegnato confini e competenze dell’ ambito musicale. L’invenzione di Guglielmo Marconi ha sdoganato l’arte dei suoni dagli ambienti colti in cui era relegata nell’ 800 (teatri, salotti e quant’altro) portandola in tutte le case e rendendola popolare. Da passatempo per pochi, pochissimi eletti a fenomeno globale. La possibilità di raggiungere gli ascoltatori in ogni angolo del globo ha aperto degli scenari inimmaginabili fino a qualche anno prima. Milioni di persone hanno potuto conoscere il messaggio poetico e rivoluzionario di Bob Dylan, la magnificenza dei Beatles, la rabbia dei Nirvana, la depressione dei Cure, il blues dei Rolling Stones o le oniriche visioni dei Pink Floyd. E’ stato possibile scuotere coscienze e stimolare avvenimenti importanti come accadde per il Festival di Woodstock del 1969, i concerti sull’Isola di Wight del 1970, il Concerto per il Bangladesh del 1971 o, più recentemente, il Live Aid. L’avvento della radio ha fornito a tutto l’universo musicale la concreta possibilità di cambiare il mondo attraverso la creazione di miti, leggende, sogni e passioni, contribuendo, così, a forgiare l’identità collettiva del XX secolo.