‘Gli ultimi furono i primi’, la Venezia desolata e fuori dal tempo di Gino Rocca

La prima ispirazione a scrivere il romanzo Gli ultimi furono i primi (Premio Bagutta 1931) è probabile che allo scrittore e giornalista Gino Rocca fosse venuta da una riflessione comune: Venezia città fuori dal tempo. In effetti la letteratura narrativa e poetica su Venezia, dalla fine dell’Ottocento ai primi anni nel Novecento, ha avuto il marchio delle sontuose pagine barresiane della Mort de Venise, nonché di D’Annunzio e Ruskin, i quali hanno celebrato il morboso disincanto della città lagunare che a Barrès faceva venire persino la febbre.

Una Venezia lontana dai cliché

Il romanzo di Gino Rocca invece è lontano da tali fascini: l’autore infatti immagina che ad un certo momento dello spasmodico progredire del ventesimo secolo, la rottura tra la civiltà meccanica e Venezia si è fatta irrimediabile e la città è davvero apparsa fuori dal tempo, recisa del tutto dai nuovi ideali. Le sue bellezze più preziose sono andate ad arricchire i musei d’America e delle città nordiche d’Europa; ad un breve periodo di spoliazione, dovuto anch’esso ad una sopravvivenza nell’animo dei “nuovi ricchi” del mondo di vecchie idee archeologiche, è succeduto il periodo dell’indifferenza o della facile ironia verso chi coltiva ancora la religione di certi ricordi.

Venezia non è che ormai più che un desolato ammasso di rovine, con qualche decrepito palazzo ancora in piedi, puntellato alla meglio mentre le notizie dal mondo si apprendono dagli altoparlanti e sono rari in Europa, innocui maniaci, quelli che si divertono ancora con i segni dell’alfabeto.

Protagonista del romanzo Gli ultimi furono i primi, è Alberto, un abulico con improvvisi scatti d’energia, un uomo consumato, con un passato burrascoso: moglie scappata di casa e figlio già avverso, Ma Alberto è sensibile, appassionato, spiritualmente si sente diverso dagli altri, ma non sa di preciso cosa vuole, pur avendo in se l’istinto al bene. Inoltre è un uomo colto, sicché lo zio. Riconoscendogli con una mentalità meccanizzata up to date che “ha un ingegno formidabile stoltamente sciupato”, gli propone di mettere a frutto il suo talento andando a sostituire a Venezia il vecchio bibliotecario della Marciana, L’Intendente come viene chiamato che ha lasciato la sede.

Trama del romanzo

Alberto parte e giunge a Venezia alla vigilia di Natale. Il suo compito ufficiale è quello di scegliere tra i libri rimasti nella biblioteca qualcuno di interesse, di farli rilegare e spedirli. Ma Alberto non è un bibliofilo e di Venezia ama ben altro che la carta stampata raccolta in una sua biblioteca in rovina. Di Venezia egli sente soprattutto un’epoca, la più tipica, il Settecento, e difatti Rocca, supponendo nel lettore un graduale e facile ambientamento nella realtà di Venezia da lui immaginata, mette subito il protagonista in medias res, nel magico cerchio di una visione settecentesca: “Vedeva la spatola, vedeva la lucida maschera nera, il vestito di sette colori, il cappello bianco rialzato sulla fronte gonfia, calato sulla gobba aguzza…”. Proprio con queste parole inizia il romanzo di Gino Rocca.

Venezia come lo stato d’animo del protagonista del romanzo

A Venezia Alberto si lascia affondare in un’inerzia morale e fisica, animata solo da un’immaginazione che gira a vuoto. Il male del protagonista è molto profondo. Non è possibile aspettarsi che solo al contatto della decadente città, lo possa investire un nuovo ed improvviso impeto di vita, tale da resuscitare in lui un fremito d’azione. Alberto quindi assiste sempre più nauseato alla vita che gli si svolge intorno: egli è nauseato da quelle forme di vita quali la baldoria dell’albergo di lusso, dalle donne disinibite, e dai loro gretti uomini che ne sono amanti.

Ma, nonostante questo male di vivere, in Alberto pulsa ancora, seppur nascosto, un principio di vita che affiorerà gradualmente verso la fine del romanzo, dove il cuore dell’uomo può finalmente abbandonarsi al sentimento per una donna. Il lento risorgere morale di Albero va seguito con attenzione per cogliere pienamente l’unità del romanzo e la sua solidità interna. Per Rocca ci è voluto un ambiente come la Venezia immaginata dallo scrittore, ovvero un morbido pantano è una situazione psicologica vicina a quella fisica della città, perché la figura di Alberto potesse assumere pian piano un umano rilievo, passando da uno stato di crisi inattiva a una febbre d’azione.

 

Gli ultimi furono i primi: recensione del romanzo di Gino Rocca

Premio Campiello 2018: vittoria schiacciante di Rosella Postorino con ‘Le assaggiatrici’

Venezia anche per quest’anno ha prestato le vesti lussuose del teatro La Fenice per il Premio Campiello 2018, giunto alla 56esima edizione. Una serata studiata per profondere cultura e amore per la lettura.

La giuria dei lettori con Federico Bertoni, Daniela Brogi, Philippe Daverio, Chiara Fenoglio, Paola talia, Luigi Matt, Ermanno Paccagnini, Lorenzo Tomasin, Roberto Vecchioni, Emanuele Zinato, coordinata dal magistrato Carlo Nordio hanno consegnato ai trecento lettori della Giuria popolare i cinque finalisti.

Dopo un lungo scrutino vagliato dall’occhio vigile di un notaio è stata stilata la classifica: quinto posto per Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio (Minimum Fax); quarto La galassia dei dementi di Ermanno Cavazzoni (La nave di Teseo); al gradino più basso del podio si posiziona la vincitrice del Premio Strega 2018, Helena Janeczek con La ragazza con la Leica (Guanda); secondo posto Le vite potenziali di Francesco Targhetta (Mondadori); Primo posto Le assaggiatrici di Rosella Postorino (Feltrinelli).

Elettra Solignani si aggiudica il Premio Campiello giovani 2018 con l’opera Con i mattoni. Vincitore del Premio Campiello – Opera Prima è Gli 80 di Camporammaglia di Valerio Valentini (Editori Laterza); Premio alla carriera a Marta Morazzoni.

Rosella Postorino vince il Premio Campiello 2018 con Le assaggiatrici

Rossella Postorino trionfa al Campiello con 167 preferenze, sbaragliando nettamente i suoi avversari con l’ennesimo romanzo sul Nazismo. La scrittrice per la stesura di questo romanzo si è lasciata ispirare dalla vera storia di Margot Wölk, una delle assaggiatrici di cibo, ingaggiate dal regime per scongiurare l’avvelenamento di Hitler. La storia offre uno spunto interessante per Rosella Postorino che costruisce il suo racconto con personaggi inventati.
La protagonista della storia è Sara Sauer, una giovane ventiseienne.

Siamo nel pieno della seconda guerra mondiale: Sara è spostata, suo marito è impegnato a combattere sul fronte russo. Iniziano i bombardamenti nella città di Berlino, Sara è costretta a scappare per salvarsi. Trova rifugio dai suoceri presso il villaggio di Gross-Partsch. Non lontano si nasconde, nei meandri di una foresta, il dittatore più spietato Hitler.

Ben presto Sara si rende conto che da una guerra così fredda e inesorabile non si può certamente fuggire. Un giorno, insieme ad altre nove donne, viene prelevata e portata in una stanza con un grande tavolo di legno. Le donne diventano cavie del fuhrer: per ben tre volte al giorno devono assaggiare i cibi potenzialmente avvelenati. Si ritrovano ad essere le commensali della Signora più spietata, la Morte: ogni giorno rischiano di morire, eppure questo gli concede la possibilità di “sopravvivere” giorno dopo giorno. Come ha affermato la Postorino “si ritrovano ad essere vittime e colpevoli: vittime perché rischiano la vita e colpevoli perché salvaguardavano Hitler”.

In questo racconto dallo sfondo storico si intrecciano legami, si sviluppano rivalità ed invidie ma nasce anche l’amore, l’unico antidoto alla guerra e forse l’unico appiglio per aggrapparsi alla vita.

Il romanzo è certamente la storia della guerra, della morte, dell’ambiguità, di vittime e carnefici ma soprattutto è la storia della vita a qualunque costo. Tuttavia l’autrice pecca di autoreferenzialità con la sua scrittura troppo ordinata che rende il suo stile anonimo, ma si sa: la bontà del tema scavalca l’arte.

https://www.lafeltrinelli.it/libri/rosella-postorino/assaggiatrici/9788807032691

 

Premio Campiello 2016: vince Simona Vinci con ‘La prima verità’

Il Premio Campiello è giunto alla sua 54ª edizione. Sabato 10 settembre, in concomitanza con Venezia 2016, si è svolta sempre a Venezia la premiazione Premio Campiello edizione 2016. Ad aggiudicarsi il Campiello d’argento 2016 con 79 voti è stata Simona Vinci con il suo romanzo La prima verità edito da Einaudi. A gareggiare con la Vinci gli altri quattro finalisti:

Gli ultimi ragazzi del secolo di Alessandro Bertante edito da Giunti

Le cose semplici di Luca Doninelli edito da Bompiani

Le regole del fuoco di Elisabetta Rasy edito da Rizzoli

Il giardino delle mosche di Andrea Tarabbia edito da Ponte alle Grazie

Nel corso della serata è stato conferito anche il premio Campiello opera prima a La teologia del cinghiale edizioni Elliot di Gesuino Nemus, il Campiello Giovani al racconto Wanderer edizione Viandante di Ludovica Medaglia e il Campiello Economia assegnato al giornalista e scrittore Dario Di Vico. Il consueto premio Fondazione Campiello è stato assegnato invece allo scrittore Ferdinando Camon, per il suo impegno nell’interpretare senza ipocrisia la società e le sue contraddizioni.

Simona Vinci, classe 1970 aveva già riscosso molto successo con il suo primo romanzo Dei bambini non si sa niente uscito nel 2009 per Einaudi. Sempre per Einaudi sono usciti la raccolta di racconti In tutti i sensi come l’amore e i romanzi Come prima delle madri del 2003, Brother and Sister nel 2004, Stanza 411 nel 2006, Strada Provinciale Tre nel 2007. Inoltre per un pubblico più giovane ha pubblicato Corri, Matilda e Matildacity.

La prima verità, come è stato sottolineato dall’autrice, è un libro difficile, frutto di otto anni di lavoro. Un libro che affronta il difficile tema della pazzia, mescolando alla storia di un manicomio-lager in terra greca vicende apparentemente personali. Il titolo, che riprende un verso del grande poeta greco Ghiannis Ritsos, allude a quelle verità di valore assoluto che attraversano e addirittura superano le vicende del libro. Storie di una bellezza crudele, quasi tragica che affondano le radici in tempi e luoghi sempre presenti.

Alessandro Bertante con Gli ultimi ragazzi del secolo, ambientato nella Croazia degli anni Novanta lascia raccontare la sua storia a un adolescente ribelle che si intreccia con la presa di coscienza di un giovane uomo di fronte al dramma della Storia. Gli ultimi ragazzi del secolo è un romanzo crudo, estremo che potrebbe non finire mai di raccontare. Le cose semplici di Luca Doninelli racconta una storia d’amore (e non solo) che attraversa la distruttività e l’imbarbarimento del mondo per rincorrere i desideri più semplici, i bisogni più comuni e puri. Le regole del fuoco di Elisabetta Rasy racconta la guerra dalla prospettiva poco conosciuta delle donne al fronte; Ritrae un’intimità e un’uminità vera sebbene circondata dalle tenebre.

Con Il giardino delle mosche di Andrea Tarabbia, ci immergiamo in una storia sospesa tra romanzo e biografia; Tarabbia ci racconta la storia di Andrej Čikatilo uno dei più feroci assassini del Novecento.
Infine il vincitore del Campiello Opera Prima La teologia del cinghiale di Gesuino Némus ci trascina in segreti, misteri e colpe antiche scandite da ritmo battente imprevedibile e umoristico.
Il Premio Campiello ci regala, con i suoi autori, possenti spunti di riflessione e ottime proposte di lettura. Ancora una volta dunque non ci resta che attingere al pozzo, storica effige del premio, l’ “approvvigionamento” di cui abbiamo bisogno.