Premio Campiello 2018: vittoria schiacciante di Rosella Postorino con ‘Le assaggiatrici’

Venezia anche per quest’anno ha prestato le vesti lussuose del teatro La Fenice per il Premio Campiello 2018, giunto alla 56esima edizione. Una serata studiata per profondere cultura e amore per la lettura.

La giuria dei lettori con Federico Bertoni, Daniela Brogi, Philippe Daverio, Chiara Fenoglio, Paola talia, Luigi Matt, Ermanno Paccagnini, Lorenzo Tomasin, Roberto Vecchioni, Emanuele Zinato, coordinata dal magistrato Carlo Nordio hanno consegnato ai trecento lettori della Giuria popolare i cinque finalisti.

Dopo un lungo scrutino vagliato dall’occhio vigile di un notaio è stata stilata la classifica: quinto posto per Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio (Minimum Fax); quarto La galassia dei dementi di Ermanno Cavazzoni (La nave di Teseo); al gradino più basso del podio si posiziona la vincitrice del Premio Strega 2018, Helena Janeczek con La ragazza con la Leica (Guanda); secondo posto Le vite potenziali di Francesco Targhetta (Mondadori); Primo posto Le assaggiatrici di Rosella Postorino (Feltrinelli).

Elettra Solignani si aggiudica il Premio Campiello giovani 2018 con l’opera Con i mattoni. Vincitore del Premio Campiello – Opera Prima è Gli 80 di Camporammaglia di Valerio Valentini (Editori Laterza); Premio alla carriera a Marta Morazzoni.

Rosella Postorino vince il Premio Campiello 2018 con Le assaggiatrici

Rossella Postorino trionfa al Campiello con 167 preferenze, sbaragliando nettamente i suoi avversari con l’ennesimo romanzo sul Nazismo. La scrittrice per la stesura di questo romanzo si è lasciata ispirare dalla vera storia di Margot Wölk, una delle assaggiatrici di cibo, ingaggiate dal regime per scongiurare l’avvelenamento di Hitler. La storia offre uno spunto interessante per Rosella Postorino che costruisce il suo racconto con personaggi inventati.
La protagonista della storia è Sara Sauer, una giovane ventiseienne.

Siamo nel pieno della seconda guerra mondiale: Sara è spostata, suo marito è impegnato a combattere sul fronte russo. Iniziano i bombardamenti nella città di Berlino, Sara è costretta a scappare per salvarsi. Trova rifugio dai suoceri presso il villaggio di Gross-Partsch. Non lontano si nasconde, nei meandri di una foresta, il dittatore più spietato Hitler.

Ben presto Sara si rende conto che da una guerra così fredda e inesorabile non si può certamente fuggire. Un giorno, insieme ad altre nove donne, viene prelevata e portata in una stanza con un grande tavolo di legno. Le donne diventano cavie del fuhrer: per ben tre volte al giorno devono assaggiare i cibi potenzialmente avvelenati. Si ritrovano ad essere le commensali della Signora più spietata, la Morte: ogni giorno rischiano di morire, eppure questo gli concede la possibilità di “sopravvivere” giorno dopo giorno. Come ha affermato la Postorino “si ritrovano ad essere vittime e colpevoli: vittime perché rischiano la vita e colpevoli perché salvaguardavano Hitler”.

In questo racconto dallo sfondo storico si intrecciano legami, si sviluppano rivalità ed invidie ma nasce anche l’amore, l’unico antidoto alla guerra e forse l’unico appiglio per aggrapparsi alla vita.

Il romanzo è certamente la storia della guerra, della morte, dell’ambiguità, di vittime e carnefici ma soprattutto è la storia della vita a qualunque costo. Tuttavia l’autrice pecca di autoreferenzialità con la sua scrittura troppo ordinata che rende il suo stile anonimo, ma si sa: la bontà del tema scavalca l’arte.

https://www.lafeltrinelli.it/libri/rosella-postorino/assaggiatrici/9788807032691

 

Premio Campiello 2017: vince Donatella Di Pietrantonio con L’Arminuta

Anche quest’anno, come di consueto, il Teatro La Fenice Di Venezia è stato la fastosa cornice della 55esima Edizione del Premio Campiello 2017. Le cinque opere prescelte dalla Giuria dei letterati composta, da Federico Bertoni, Philippe Daverio, Chiara Fenoglio, Paola Italia, Luigi Matt, Ermanno Peccagnini, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Lorenzo Tomasin, Roberto Vecchioni ed Emanuele Zianto e presieduta dall’attrice Ottavia Piccolo, sono state  sottoposte al giudizio dei trecento letterati.

Al quinto posto si è posizionato con 12 preferenze La ragazza selvaggia di Laura Pugno (Marsilio); Il quarto posto con 13 voti è stato conquistato da La notte ha la mia voce di Alessandra Sarchi (Einaudi); terzo posto con 25 voti per La città interiore di Mauro Covacich (La nave di Teseo); il secondo posto con 99 preferenze è andato a Qualcosa sui Lehman di Stefano Massini (Mondadori); il primo posto  con 133 voti è stato conquistato da L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi);

Nel corso della serata è stato tributato anche il premio Campiello Giovani ad Andrea Zancanaro con Ad ognuno il suo mostro e il premio alla carriera a Rosetta Loy. Vincitrice del Premio Campiello – Opera Prima è Un buon posto dove stare di Francesca Manfredi (La nave di Teseo).

L’Arminuta di Donatella di Pietrantonio conquista il Premio Campiello 2017

Sembra inarrestabile il successo di Donatella di Pietrantonio. La combinazione romanzo-riconoscimento sembra ormai essere una consuetudine nella carriera letteraria dell’odontoiatra-scrittrice abruzzese: il suo romanzo d’esordio Mia madre è un fiume è stato fregiato dal Premio letterario Tropea 2011, tre anni dopo, il suo secondo romanzo Bella Mia ha vinto il Premio Brancati. Oggi la scrittrice conquista il Premio Campiello 2017 con L’ Arminuta.

Il romanzo racconta in maniera avvolgente, avvalendosi di una scrittura essenziale, a tratti scarna e aspra, la dolorosa storia di una ragazzina che all’età di 13 anni scopre improvvisamente di essere stata adottata. Quelli che lei credeva fossero  i suoi veri genitori, le rivelano di averla ricevuta ancora lattante da una famiglia di parenti povera e numerosa. Una volta confessata la verità, i genitori adottivi decidono di restituire la bambina alla famiglia biologica. Da qui inizia “una sorta di discesa negli inferi”: la bambina, orfana di due madri viventi, è costretta ad abbandonare i suoi affetti, i genitori, gli amici per ritornare in questa famiglia per lei sconosciuta e ritorna nel piccolo paese abruzzese dove è nata.

“Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere”, così si legge nel romanzo. Ma l’Arminuta, come la chiamavano i compagni si apprestata a ricostruirsi una nuova vita. Di questa nuova vita fa parte la sorella Adriana, grazie alle quale riesce a superare quel senso di estraneità che le era cucito addosso. E’  il romanzo dell’abbandono ma anche della “sorellanza”. Quello della maternità, stagliato sullo sfondo abruzzese, è un topos per la scrittrice: ricorre in tutti e tre i suoi romanzi con sfumature diverse.

L’Arminuta è un romanzo di formazione: le due sorelle crescono insieme e cercano di riapprovarsi della propria identità. Sapere chi si è, ma soprattutto di chi si è, come ha affermato la Di Pietrantonio dopo la sua vittoria.

 

 

L’ultimo arrivato, il Campiello 2015 di Balzano

In un’Italia in cui ogni giorno si parla di immigrazione, di stranieri, di culture che si incontrano e si scontrano, di angherie, ripudi e ipocrita normalità, due mesi fa ha trionfato al Premio CampielloL’ultimo arrivato (Sellerio, 2014), di Marco Balzano, libro che racconta di quando i migranti eravamo noi. L’ultimo arrivato ci fa conoscere la storia di un bambino e di un viaggio, le avventure e le disavventure di un piccolo emigrante, Ninetto, un bambino di nove anni, dallo spirito altruista e dal carattere fiero, detto “pelleossa” che abbandona la Sicilia e si reca a Milano, con la testa piena di parole.

Ninetto «non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr’otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impizzati, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi».

Negli anni Cinquanta il viaggio dal Meridione al Nord non era intrapreso solo da uomini e donne ma anche bambini a volte più piccoli di dieci anni che per la prima volta si allontanavano da casa.
Tra loro c’è appunto Ninetto che parte e fugge lasciando la madre distrutta e rinchiusa al silenzio e il padre che preferisce averlo lontano che senza futuro. La nuova destinazione, quello che appare un nuovo mondo, porta con sè la scoperta della vita e del sé. Ad aiutarlo non ci sarà nulla e nessuno. Ma Ninetto non si scoraggia, si tuffa in tutte le sue prime esperienze, il viaggio in treno, la corsa sul tram, tutto è nuovo in quella città sconosciuta che lui sembra voler assorbire dentro di sé con tutta la foga possibile. Ottiene un lavoro e tutto capita con stupore sotto i suoi occhi: l’avventurarsi nei quartieri e nelle periferie, scoprire la bellezza delle donne, fare amicizie, cadere nell’inganno fino a scivolare fatalmente in un gesto violento dalle dolorose conseguenze.

Quella di Balzano in effetti può apparire come una storia furbetta, sebbene priva di retorica (non racconta nulla di nuovo, certo), ma che misura il limite tra il ‘sogno del nord’ e la realtà effettiva dell’arrivo. Nel caos urbano Ninetto percepisce un allontanamento dai valori della sua infanzia siciliana, dai quali lui fatica a staccarsi. Il gioco delle prospettive non è mai banale anzi, offre un andamento di scoperta continua, tra flashback e flashforward ogni parte del testo ne illumina un’altra uguale e contraria; i punti di osservazione variano per permettere una riflessione totale e profonda. L’ultimo arrivato conta su una scrittura fluida intrisa di suggestioni dialettali, e ha tutte le caratteristiche di una storia classica ma l’accento obliquo e la cadenza fantasiosa del personaggio, che attraverso la sua costituzione e la sua costruzione rende la città e le esperienze un teatro sorprendente e brutale, riesce a far rivivere una realtà sicuramente mai dimenticata ma scolorita e appannata. Solo attraverso gli occhi intimiditi, puri e curiosi di un bambino una storia così vecchia, in cui, senza dubbio, si riconosceranno molti nonni, poteva ritrovare un modo per essere raccontata ancora sorprendentemente. La letteratura in fondo serve anche a perpetuare la memoria, ponendo l’accento anche sul difficile rapporto tra padri e figli (tema già affrontato dallo scrittore ne Il figlio del figlio) e sulla pedagogia.

Premio Campiello: i finalisti del 2015

Si è svolto questo fine settimana la 53esima edizione del Premio Campiello letteratura. Anche quest’anno la giuria dei letterati,composta da Federico Bertoni, Riccardo Calimani, Philippe Daverio, Chiara Fenoglio, Paola Italia, Luigi Matt, Ermanno Paccagnini, Silvio Ramat, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo e presieduta dal politologo e saggista Ilvo Diamanti, si è riunita nella nell’Aula Magna Galileo Galilei del palazzo del Bo’ dell’Università di Padova.

La cinquina dei finalisti è stata dunque svelata:
“Il tempo migliore della nostra vita” di Antonio Scurati (edito da Bompiani)
“La mappa” di Vittorio Giacopini (edizioni Il saggiatore)
“L’ultimo arrivato” di Marco Balzano (edizioni Sellerio)
“Cade la terra” di Carmen Pellegrino (edito da Giunti)
“Senti le rane” di Paolo Colagrande (edizioni Nottetempo)

“La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin” di Enrico Ianniello uscito per Feltrinelli si è aggiudicato il Premio Campiello “Opera prima”.

Come ha dichiarato Federico Bertoni, la produzione narrativa italiana degli ultimi anni è molto variegata. Le tendenze e i filoni principali possono essere indicati riferendoci alle tre dimensioni temporali del passato, presente e futuro. Il passato emerge da uno dei classici della letteratura, ovvero il romanzo storico, anche se vi sono alcuni tentativi di esperimenti interessanti. Il presente è rappresentato dal romanzo d’inchiesta, dalla narrativa di genere e da temi di attualità come la violenza, il terrorismo. A prevalere è tuttavia il romanzo psicologico, intimista e familiare. Il futuro emerge invece da una narrativa di stampo fantascientifico e dal romanzo apocalittico. In sintesi, possiamo dire che vi è un forte recupero della tradizione narrativa della modernità. Si cerca di abitare il presente e di trovare un punto d’intersezione tra destino individuale e destino collettivo.

Ora non resta che attendere il giudizio dei lettori che decreteranno il vincitore della 53esima edizione del premio. Il meccanismo, evidentemente efficace, ideato per proclamare il vincitore è rimasto immutato dall’esordio del Premio: una duplice giuria, una tecnica ed una popolare. La prima preposta a nominare i cinque finalisti, la seconda giuria invece, che varia ogni anno ed è composta da 300 lettori, è chiamata a scegliere il vincitore. Il Premio Campiello ha costruito la sua identità e la sua forza proprio sull’idea della doppia giuria ricavandone almeno due vantaggi: ha inaugurato per primo la formula di una giuria popolare, formula adottata in seguito da altre manifestazioni e l’essere considerato in breve tempo uno dei premi più prestigiosi.

Il premio fu istituito infatti nel 1962 dagli industriali veneti da sempre predisposti ad offrire il loro contributo alla promozione e alla diffusione della narrativa italiana e ad incentivare il piacere per la lettura. Da anni il premio si impegna a segnalare al grande pubblico di lettori autori e romanzi degni di attenzione. Oggi il Premio è ritenuto uno dei più prestigiosi nel panorama editoriale italiano.
Per chi non lo sapesse il nome “Campiello” è un omaggio ad una commedia di Carlo Goldoni in cui l’autore veneziano vuole evocare, come sempre, la sua Venezia affollata da personaggi di ogni ceto sociale, portatori di vizi e virtù. Il campiello nelle città veneziane è una piazzetta ristretta, più piccola di un campo appunto, nella quale sboccano le calli. Di solito, sebbene piccoli, erano un punto focale di incontro delle persone, centri della vita sociale di un quartiere. E spesso nei campielli si trovava “la vera da pozzo” fondamentale per la città in quanto unica fonte di approvvigionamento d’acqua potabile. Il Premio che viene attribuito al vincitore è appunto la riproduzione in argento di un pozzo veneziano. Sulle prime sembrerebbe un’idea bizzarra eppure l’idea di associare la letteratura ed i libri ad una piazza centro pulsante di vita non è certo un caso. E l’effige del pozzo di acqua potabile ci ricorda che la letteratura, nonostante tutto, rimane ancora l’unica fonte di “approvvigionamento” a cui possiamo attingere.

 

Campiello 2014: vince Giorgio Fontana con ‘Memorie di un uomo felice’

Ieri, sabato 13 settembre, si è conclusa presso il Teatro La Fenice di Venezia la cinquataduesima edizione del Premio Campiello 2014. Con grande sorpresa il vincitore è stato Giorgio Fontana, trentatré anni e  il più giovane vincitore nella storia del Campiello. Dalla Giuria dei Trecento Lettori Anonimi sono arrivati per lui 107 su 291. Questo ragazzo ha battuto tutti con il suo “Memorie di un uomo felice” edito da Sellerio che racconta la storia del magistrato Giacomo Colnaghi  in lotta contro il terrorismo politico nella Milano anni ’80.

Il secondo posto è toccato a Michele Mari con il suo romanzo picaresco “Roderick Duddle”edito da Einaudi con 74 voti. Il terzo posto è di Mauro Corona. Al quarto si è posizionato Giorgio Falco con “La gemella H” edito ancora una volta da Einaudi e già vincitore del Premio Alassio e ultima si è classificata Fausta Garavini con “Le vite di Monsù Desiderio” uscito per Bompiani.

Originario della Lombardia, Fontana spiega che ciò che gli sta più a cuore del suo libro: «é il rapporto tra padre e figlio a cui sono legati temi come la riflessione sulla giustizia e il rapporto fra generazioni. Ho fatto un lavoro di ricerca molto grosso e ho usufruito del distacco che mi può dare non aver vissuto quegli anni».

Le “memorie di un uomo felice”, libro che tutti dovrebbero leggere, cominciano nell’estate del 1981 a Milano; è la fase più feroce della stagione terroristica in Italia. Giacomo Colnaghi è un magistrato sulla linea del fronte. Coordinando un piccolo gruppo di inquirenti, indaga sulle attività di una nuova banda armata, responsabile dell’assassinio di un politico democristiano. Egli è intensamente cattolico, ma di una religiosità intima e tragica. È sposato, ha dei figli ma i rapporti con la famiglia sono distanti e sofferti. Ha due amici carissimi con i quali discute e polemizza, ama le ore incerte, le periferie, il calcio, gli incontri nelle osterie. Eppure è sempre inquieto e dubbioso. Dall’inquietudine è avvolto anche il ricordo del padre Ernesto, partigiano morto durante un’azione guerresca.  Quel padre che la famiglia cattolica conformista non potè mai perdonare per la sua ribellione all’ordine, la cui storia eroica Colnaghi però ha sempre inseguito, per sapere e per trattenere quell’unica persona che ha forse amato davvero, pur senza conoscerla. L’inchiesta che svolge è complessa e articolata, tra uffici di procura e covi criminali, tra interrogatori e appostamenti;  la sua coscienza aggiunge alla caccia all’uomo una corsa per capire le ragioni profonde e l’origine delle ferite che stanno attraversando il Paese.

Nel corso della serata è stato consegnato il Premio Fondazione Il Campiello assegnato quest’anno a Claudio Magris. Inoltre è stato premiato come vincitore del Premio Campiello Opera Prima, Stefano Valenti con il romanzo “La fabbrica del panico” edito da Feltrinelli. Maria Chiara Boldrini pisana di diciassette anni, vince la sezione giovani con il racconto “Odore di sogni” selezionato fra gli oltre 500 arrivati da tutta Italia. Il premio giovani per il miglior racconto estero è invece andato alla diciannovenne svizzera Ambra Giacometti, per il suo racconto“Anemia – Storia di una mancanza”.

 

 

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Premio Campiello 2014: ecco i cinque finalisti

Oggi  nell’Aula Magna Galileo Galilei dell’Università degli Studi Padova a Palazzo del Bo la Giuria dei Letterati ha selezionato i cinque romanzi finalisti del Premio Campiello Letteratura.
I cinque scrittori che rientrano nella rosa dei finalisti sono:
Michele Mari con “Roderick Duddle” ed. Einaudi
Mauro Corona con “La voce degli uomini freddi” ed. Mondadori
Giorgio Fontana con “Morte di un uomo felice” ed. Sellerio
Fausta Garavini con “La vita di Monsù Desiderio” ed. Bompiani
Giorgio Falco con “La gemella H” ed. Einaudi.
La Giuria che ha votato i finalisti quest’anno è composta dalla presidente Monica Guerritore, Riccardo Calimani, Philippe Daverio, Paola Italia, Nicoletta Maraschio, Luigi Matt, Salvatore Silvano Nigro, Ermanno Paccagnini, Silvio Ramat, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo.
Quest’anno  il premio “Opera prima” è andato a Stefano Valenti per “La fabbrica del panico” edito da Feltrinelli.
Il meccanismo, evidentemente efficace, ideato per proclamare il vincitore è rimasto immutato dall’esordio del Premio: una duplice giuria, una tecnica ed una popolare. La prima preposta a nominare i cinque finalisti, la seconda giuria invece, che varia ogni anno ed è composta da 300 lettori, è chiamata a scegliere il vincitore. Il Premio Campiello ha costruito la sua identità e la sua forza proprio sull’idea della doppia giuria ricavandone almeno due vantaggi: ha inaugurato per primo la formula di una giuria popolare, formula adottata in seguito da altre manifestazioni e l’essere considerato in breve tempo uno dei premi più prestigiosi.
Il premio fu istituito infatti nel 1962 dagli industriali veneti da sempre predisposti ad offrire il loro contributo alla promozione e alla diffusione della narrativa italiana e ad incentivare il piacere per la lettura. La prima edizione si svolse nel 1963 a Venezia nell’isola di San Giorgio e vide premiato il romanzo di Primo Levi “La Tregua”. In seguito il Premio fu ospitato nei luoghi più rappresentativi della storia e della cultura della città come il teatro La Fenice e il Palazzo Ducale. Da anni il premio si impegna a segnalare al grande pubblico di lettori autori e romanzi degni di attenzione.

 


Oggi il Premio è ritenuto non solo tra i più prestigiosi ma tra i più importanti nel panorama editoriale italiano.
Il nome “Campiello” in onore della commedia di Carlo Goldoni vuole evocare la Venezia settecentesca delle calli e dei campielli, col suo mondo affollato da personaggi di ogni ceto sociale di cui l’autore seppe ben rappresentare storie vizi e virtù. Il campiello nelle città veneziane è una piazzetta ristretta, più piccola di un campo appunto, nella quale sboccano le calli. Di solito, sebbene piccoli, erano un punto focale di incontro delle persone, centri della vita sociale di un quartiere. E spesso nei campielli si trovava “la vera da pozzo” fondamentale per la città in quanto unica fonte di approvvigionamento d’acqua potabile. Ed è per questo che il Premio che viene attribuito al vincitore è la riproduzione in argento di un pozzo veneziano. Sulle prime sembrerebbe un’idea bizzarra eppure l’idea di associare la letteratura ed i libri ad una piazza centro pulsante di vita non è certo un caso. E l’effige del pozzo di acqua potabile ci ricorda che la letteratura, nonostante tutto, rimane l’unica fonte di “approvvigionamento” che possiamo avere.

 

Di Michela Iovino.

Premio Campiello 2013: vince ‘L’amore graffia il mondo’ di Ugo Riccarelli

La Giuria dei Trecento Lettori anonimi della cinquantunesima edizione del Premio Campiello 2013, promosso e organizzato da Confindustria Veneto, proclama vincitore con il romanzo “L’amore graffia il mondo” (edito da Mondadori), Ugo Riccarelli scomparso lo scorso 21 luglio.

Per la prima volta nella storia della manifestazione culturale, vince un’artista della penna che non c’è più. A ritirare il premio infatti vi era la moglie Roberta Bortone che così  ha commentato al Corriere del Veneto: Sono orgogliosa di essere qui per lui! Sono molto emozionata e capirete i motivi. Ho sempre detto a mio marito che l’ho sposato perché mi faceva ridere e portava il caffè a letto la mattina. E’ un premio dedicato a tutte le donne”.

La cerimonia di premiazione si è svolta al Gran Teatro La Fenice di Venezia ed è stata trasmessa per la prima volta in diretta televisiva su Rai 5 e con delle finestre su Rainews 24. La serata condotta da Neri Marcorè e da  Geppi Cucciari è stata un giusto mix di contenuti alti e divertimento e come ha tenuto a precisare Roberto Zuccato, Presidente della Confindustria Veneto e della Fondazione il Campiello: “Il Premio Campiello è uno dei riconoscimenti letterari più prestigiosi in Italia, per questo sentiamo la responsabilità di portare avanti con passione il nostro prezioso progetto, anche in tempi difficili”.

E’ stato dunque sottolineato spesso nel corso della serata l’importanza del romanzo dedicato “a tutte le donne”. Protagonista infatti della vicenda è la giovane, fragile, tenera e determinata Signorina, vista come una sorta di eroina del quotidiano come milioni di donne. Elemento principale all’interno del romanzo che accresce dunque la figura della protagonista è il suo spirito di sacrificio.

Figlia di un capostazione e di una contadina, Signorina nasce all’inizio degli anni ’20 in un paese dell’Italia centrale. Secondo la madre, leggere e scrivere non sono attività adatte a una ragazza come si deve, ma il padre decide di mandare comunque le figlie a scuola. Alla fine delle elementari, però, Signorina deve abbandonare gli studi, nonostante il parere contrario della maestra che riconosce il talento e l’intelligenza della bambina. L’incontro con un misterioso orientale, che con due rapidi gesti della mano saprà trasformare un pezzo di stoffa in un origami capace di vestire una bambola, fa sì che la creatività di Signorina trovi uno sbocco inaspettato. Impara a cucire e, come per magia, con pochi colpi di forbice riesce a fare bellissimi vestiti. Ma la sua vita viene travolta dalla guerra e dall’amore: le nasce un figlio gravemente malato, a cui dedica tutte le sue forze, nella convinzione che l’amore sappia risolvere ogni cosa e che possa tutto.

Nel corso della serata è stato consegnato anche il Premio Fondazione Il Campiello, assegnato quest’anno ad Alberto Arbasino. Tra gli invitati alla cerimonia ricordiamo Riccardo Cavallero Direttore Generale Trade Gruppo Mondadori.

Introduzione al Premio Campiello: breve storia

Esempio di come la forza dell’arte e della letteratura, in particolare, possa risiedere nel particolare rapporto tra lettori e autori è il Premio Campiello, che prende il nome dall’omonimo simbolo Culturale Veneziano. Nasce nel 1963 ad opera dell’impegno della famiglia Valeri  Manera, impegno che ben presto coinvolge l’intera società industriale del Veneto. Nello stesso anno, il premio riceve uno dei migliori battesimi possibili: a vincere il premio della prima edizione è il mirabile romanzo“La Tregua”, di Primo Levi.

Caratteristica peculiare del premio, come si diceva, è la particolare modalità attraverso la quale esso interagisce con i comuni lettori. In effetti, il primo intento dell’evento è sempre stato, a detta dei suoi ideatori, “creare nuovi lettori”; e quale modo migliore di lasciar scegliere ad essi il vincitore? Selezionare i cinque finalisti del concorso è responsabilità di una giuria tecnica preposta, ma a stabilire quale sia l’unica opera degna del Campiello è una selezione di 300 lettori, quanto più eterogenee e variegati
possibile. Tra alcuni dei maggiori vincitori ricordiamo:

Questa Specie d’amore” di Alberto Bevilacqua; L’avventura di un povero cristiano” di Ignazio Silone e altre numerose opere degne di novero, finanche al trasposto in versione cinematografica “Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini.

Il Premio Campiello deve probabilmente la propria fama alla sua innovativa formula, che lascia trasparire la sincera fiducia con la quale esso intende coinvolgere sempre più lettori, lasciando alla loro sensibilità l’onore di erigere il podio.