Nomine UE: nessun cambiamento

Le recenti elezioni e le nomine ai vertici delle istituzioni UE hanno posto la parola fine a ogni velleitaria speranza di modificare l’UE dall’interno. Nata per dare sfogo al sub-imperialismo commerciale tedesco e per garantire il controllo nordamericano sul Vecchio Continente, questa “Unione” si è inevitabilmente ridotta a un agglomerato di Stati, privi di sovranità, che cercano disperatamente di fare ognuno i propri interessi favorendo, più o meno inconsciamente, le progettualità geopolitiche di potenze extra-continentali.

L’UE e il Trattato di Versailles

Più o meno un mese dopo l’inizio della Prima Guerra Mondiale, il cancelliere tedesco Theobald von Bethmann-Hollweg, nel celeberrimo “Programma di settembre”, intravide la necessità di fondare un’associazione economica mitteleuropea attraverso comuni convenzioni doganali che includesse Francia, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Austria-Ungheria, Polonia ed, eventualmente, Italia, Svezia e Norvegia. Questa associazione, nella prospettiva del cancelliere, avrebbe dovuto sancire il predominio tedesco sull’Europa centrale ponendo, al contempo, la Francia in una condizione di dipendenza economica dalla stessa Germania.

Tale progetto, tanto geopolitico quanto soprattutto geo-economico, si dissolse con la sconfitta della Germania e con l’umiliazione che questa dovette subire a seguito del Trattato di Versailles. Un’umiliazione che spianò la strada all’ascesa del nazionalsocialismo, le cui aspirazioni al dominio e alla ricerca di uno spazio vitale e di una profondità strategica per la Germania ad Est, comunque, differivano, nella pratica e nell’approccio ideologico, da quelle del Secondo Reich. Laddove non riuscì la Germania guglielmina, sconfitta militarmente e ideologicamente dal mercantilismo industrializzato anglo-americano, ha invece avuto successo, seppur nel ruolo da comprimaria di potenza sub-imperialista, la Germania odierna.

Di fatto, nei primi anni ’90 del secolo scorso, a seguito dell’implosione dell’Unione Sovietica e del cosiddetto “blocco socialista”, la preponderante influenza nordamericana sul continente europeo determinò una spinta senza precedenti all’accelerazione dei processi di unificazione economico-monetaria e all’espansione dell’allora Comunità Europea verso Est, in modo da includere al suo interno Paesi ex membri del Patto di Varsavia o dell’URSS, come le Repubbliche baltiche. Il noto stratega statunitense (di origine polacca) Zbigniew Brzezinski, a tale proposito, ebbe modo di affermare:

Qualunque espansione del campo di azione politico dell’Europa, è automaticamente un’espansione dell’influenza statunitense. Un’Europa allargata ed una NATO allargata serviranno gli interessi a breve ed a lungo termine della politica europea. Un’Europa allargata estenderà il raggio dell’influenza americana senza creare, allo stesso tempo, un’Europa così integrata che sia in grado di sfidare gli Stati Uniti in questioni di rilievo geopolitico, in particolare nel Vicino Oriente.

Nell’istante unipolare seguito al crollo dell’URSS, il disegno egemonico nordamericano non contrastava, come oggi potrebbe sembrare, con quello tedesco. Anzi, si riteneva che il progetto della moneta unica, costringendo la Germania riunificata a rinunciare al marco, avrebbe in qualche modo evitato un suo nuovo ed eccessivo rafforzamento.

In questo contesto, come contropartita per il suo ruolo attivo nel processo di unificazione europea sotto le direttive di Washington, la Germania ottenne l’inclusione dell’Europa dell’Est all’interno del proprio blocco geo-economico.

Non solo, orientando la propria geopolitica in termini essenzialmente commerciali, la Germania ebbe un ruolo di non poco rilievo anche nel processo di parcellizzazione della Jugoslavia. Questo, teoricamente, avrebbe dovuto concederle il controllo contemporaneo dei bacini marittimi del Baltico e dell’Adriatico e, dunque, di uno spazio che potenzialmente avrebbe dovuto costituire il terminale per il trasferimento delle risorse energetiche dell’Asia centrale.

Tav

A ciò si aggiunga che i cosiddetti “corridoi paneuropei”, proprio nel medesimo periodo, vennero studiati e progettati per garantire, ancora una volta, tanto il predominio economico-commerciale tedesco sull’Europa quanto il controllo strategico-militare degli USA sul Continente. Non sorprende, in tal senso, che il progetto del corridoio V (a cui appartiene il famigerato TAV Torino-Lione, fortemente voluto dalle forze atlantiste italiane) parta da Lisbona ed arrivi fino a Kiev: l’ultima frontiera dell’espansione atlantista a Est.

Sfruttando il ruolo concessole dai garanti d’oltreoceano dell’UE, la Germania attuale è stata capace di creare un enorme e integrato blocco manifatturiero che include tutte le regioni industriali ad essa vicine.

Ha approfittato e tratto vantaggi notevoli dai cambi depressi, rispetto all’euro, vigenti nei Paesi dell’Est e ha scaricato su di essi e sull’area mediterranea il costo della moneta unica favorendo al contempo le esportazioni tedesche. In breve, è riuscita a sviluppare una struttura geografico-merceologica tale da permetterle di esercitare sul Continente europeo un’influenza simile a quella che possedeva prima del 1914.

Gli strateghi di Washington non furono in grado di prevedere una simile evoluzione. Oggi il surplus commerciale tedesco e le più o meno velleitarie aspirazioni all’emancipazione dal controllore nordamericano (progetto russo-tedesco per il raddoppio del gasdotto North Stream e crescenti legami commerciali con Pechino) rappresentano una seria minaccia per gli interessi geopolitici degli Stati Uniti, già alle prese con le nuove sfide lanciate dalle forze multipolari.

L’aggressività mostrata dall’amministrazione Trump nei confronti dell’UE, dunque, ha ben poco di ideologico. E non potrebbe essere altrimenti visto che, a prescindere dagli slanci propagandistici anti-liberali e protezionisti, ha impostato la sua dottrina economica su una sorta di neoliberismo di stampo reaganiano.

La suddetta aggressività è dettata essenzialmente dal fatto che gli Stati Uniti, in modo da salvaguardare la “globalizzazione americana” (o quantomeno una posizione di dominio nel futuro ordine multipolare), debbano per necessità richiamare all’ordine la colonia dall’altro lato dell’Atlantico.

Per fare ciò, lungi dal voler smantellare completamente quella che in buona parte rimane una loro creazione, gli USA hanno optato per la tradizionale strategia di potere del divide et impera. L’obiettivo non è disgregare l’UE ma semplicemente fare in modo che rimanga una mera e inconcludente istituzione tecnocratica sovranazionale, priva di una reale integrazione politica: ovvero, una colonia.

Le quattro Europe

Ad oggi, di fatto, si potrebbero contare almeno quattro Europe, o forse più:

1) L’area britannica, storicamente ostile a ogni forma di reale unificazione continentale, e oggi alle prese con la difficile trattativa per la Brexit che, con tutta probabilità, verrà affidata a Boris Johnson (uomo capace di mentire al mondo intero sul cosiddetto caso Skripal);

2) L’asse (più presunto che reale) franco-tedesco che rivendica le proprie prerogative sub-imperialiste ma che, a prescindere dal Trattato di Aquisgrana, difficilmente avrà un seguito concreto;

3) I Paesi dell’Est e del Gruppo di Visegrad: la periferia industriale della Germania il cui ruolo geopolitico (studiato per essi dagli USA) è da sempre quello di fare da cuscinetto per evitare qualsiasi condivisione di confini tra Mosca e Berlino (incubo reale delle moderne potenze talassocratiche);

4) L’area mediterranea, contraddistinta da una serie di Nazioni che svolgono alternativamente il ruolo di laboratorio politico (l’Italia) o di laboratorio economico-finanziario (la Grecia).

Queste fratture vengono ulteriormente acuite dalla quotidiana propaganda. I presunti sovranismi e populismi mostrano il loro vero volto nel momento stesso in cui si rivelano incapaci di elaborare una piattaforma unitaria contro l’élite tecnocratica, oppure quando, per fare ciò, fanno affidamento su agenti di Washington sul territorio europeo.

L’Italia

Il caso italiano, in questo senso, è emblematico. Il governo giallo-verde, appiattito (soprattutto nella sua componente leghista) sulla dottrina Trump, al momento ha soltanto subito gli effetti negativi di tale alleanza ineguale: mancata promessa sulla cabina di regia congiunta USA-Italia sulla crisi libica; dazi sui prodotti italiani; miliardi di commesse volati via con la brusca interruzione dei rapporti con l’Iran a causa delle sanzioni statunitensi.

Nonostante ciò, come nel caso della recente visita del ministro dell’Interno Matteo Salvini, continua a fare bella mostra del proprio servilismo nei confronti di Washington, nella speranza che la Casa Bianca difenda l’Italia da ciò che gli USA stessi hanno contribuito a creare.

L’Europa è destinata a rimanere ostaggio di uno scontro, presentato come lotta tra sovranismo e globalismo ma che, in realtà, non è altro che una sfida tra due modi diversi di intendere il globalismo e la globalizzazione.

Le nomine UE

Le nomine ai vertici delle istituzioni europee, in questo senso, hanno il mero obiettivo di ricercare un equilibrio tra queste due fazioni. I nomi indicati, da Christine Lagarde (nota per le mattanze in Grecia e Argentina in qualità di presidente del FMI) al vertice della BCE, a Ursula Von der Leyen (ex ministro della Difesa della Germania e convinta sostenitrice del golpe in Ucraina) alla presidenza della Commissione europea, rappresentano quella perfetta sintesi tra atlantismo e ordoliberismo “utile” per guidare l’attuale Europa a trazione tedesca in quella fase di transizione (si veda la decadenza di Angela Merkel) che la riporterà sotto diretto e totale controllo nordamericano.

Appare evidente che nulla cambierà anche per ciò che concerne la politica estera, con Josep Borrell (osteggiato da alcuni media israeliani per aver definito il primo ministro Benjamin Netanyahu come “bellicoso”) che cercherà timidamente di muoversi sulla falsa riga di Federica Mogherini, cercando di costruire limitati margini di autonomia.

Anche la speranza di normalizzazione dei rapporti con l’unico Stato dell’UE realmente sovrano, la Russia, è ridotta a un lumicino. Una frattura che ha dimezzato in pochi anni il volume degli scambi commerciali tra l’Oriente e l’Occidente europei.

Se è vero che gli USA non hanno alcun interesse a disgregare l’UE che loro stessi hanno contribuito a creare, e che il loro obiettivo reale è semplicemente la restaurazione di un controllo totale sull’Europa, è altrettanto vero che neanche la Russia, nonostante certa retorica atlantista e le speranze dell’ala russofila del sovranismo, ha il minimo interesse a smantellare l’UE.

Semmai, potrebbe avere interesse a fare in modo che quest’ultima agisca realmente come entità sovrana, e non come surrogato sub-imperialista di una potenza d’oltreoceano.

 

Daniele Perra

Trump e Kim: s’erano tanto armati

La regola aurea ha funzionato di nuovo: chi ha la deterrenza, ce l’ha vinta. La Repubblica Popolare Democratica di Corea, un paese da sempre considerato usurpatore e terrorista, finalmente ha avuto la sua legittimazione ufficiale per mezzo del vertice sull’isoletta di Sentosa, presso Singapore. Kim Jongun, giovane leader supremo, uomo vicino al popolo e cresciuto con il pallino per la pallacanestro, forse ora sogna di assomigliare ad un novello Deng Xiaoping, successore di Mao Zedong e traghettatore della Cina comunista verso il mondo del capitale globale. Cosa succederà nell’effettività? Questo solo le prossime settimane ce lo chiariranno, tuttavia Donald Trump, l’altro protagonista, ne esce sicuramente rafforzato, sia internamente che esternamente. Il POTUS, abbandonati i consueti tavoli occidentali – vedasi il caso G7 – preferisce vestire i panni del protettore della pace e degli equilibri orientali, incassando un successo geopolitico non indifferente. Trump mira ad un suo rafforzamento in oriente, in vista del nascente super blocco asiatico – Russia, Cina e le due Coree appunto –. Tutto passa dal giovanissimo “Rocket Man”, oramai riavvicinatosi al suo “corrispettivo” sudcoreano Moon Jae-in. I sogni di riunificazione stanno via via prendendo forma e molto del merito va proprio al presidente Moon.

Che significato ha dunque questo incontro? Sappiamo che il POTUS ha una incredibile dimestichezza e facilità nel relazionarsi, anziché con i grigi leader democratici occidentali, con gli uomini forti, dotati di caratteri sanguigni, diretti e talvolta, decisamente poco diplomatici. L’incontro è stato, a quanto riferiscono le fonti, un vero e proprio idillio. Fra sorrisi reciproci, pacche e sentiti contatti fisici, come due amici di vecchia data – solo due compagnoni così avrebbero potuto dirsene di santa ragione come è successo nelle settimane e nei mesi scorsi – i due capi di stato, si sono apprestati a scrivere in una sola mattinata, la prima pagina di un ampio capitolo destinato a rimanere nella storia. Al bando chi parla di una occidentalizzazione della Repubblica Popolare Democratica di Corea – nonostante la passione di Kim per gli hamburger – quella del leader supremo è più una lungimirante politica distensiva, atta in primo luogo a riallacciare il rapporto con Seul e in secondo, a farsi legittimare in toto come potenza nucleare – sotto l’occhio tutelare della Cina –. Kim Jong-un è divenuto uno statista a tutti gli effetti. Una doppia vittoria per entrambi. Trump è già stato invitato a luglio nella capitale Pyongyang e Kim ha accettato l’invito alla Casa Bianca.

Sia Trump che Kim dunque, escono fuori da questo faccia a faccia rassicurati e legati; uno al lunghissimo processo della denuclearizzazione, l’altro alla demilitarizzazione, alla cessazione delle esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud e all’allentamento delle sanzioni. Nonostante la fumosità del patto, appare chiaro ad ogni modo che i veri accordi politici non si fanno più fra i decadenti paesi dell’UE e dell’occidente atlantico, bensì fra quelli dello SCO – Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai – ove la Cina, assieme alla Russia, plasmano le sorti del terzo mondo e delle economie emergenti. Il tycoon a stelle e strisce è riuscito in una impresa che molti non si auguravano e neppure pensavano fosse possibile, divenendo un possibile candidato al Nobel per la pace. Questa azione diplomatica diventa così l’unica, interessante e ammirabile nota positiva di una presidenza che sta lasciando una vasta platea di vecchi sostenitori con l’amaro in bocca. L’uomo missile invece ha vinto la sua personale sfida col mondo, assumendo non solo una credibilità inedita – ma che noi altri gli abbiamo sempre riconosciuto – ma assurgendo a potenza mondiale e riabilitando, almeno a livello formale, un regime che dura oramai dalla fine del secondo conflitto mondiale. Che sia la fine della Juche? Nel dubbio, le sicurezze rimangono le solite: la storia politica vera la fanno gli uomini come loro, con buona pace dei Macron, degli Obama e dei Trudeau di turno.

 

Ascanio Modena Altieri

 

Donald Trump fa uscire gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima

Pochi giorni dopo il G7 di Taormina, durante il quale il presidente americano già si era mostrato evasivo circa lo scottante problema globale dell’inquinamento e dei preoccupanti cambiamenti climatici a esso connessi, Trump ha annunciato chiaramente di non voler più osservare la carta di regolamentazione che dal 2015 impegna la maggior parte dei paesi industrializzati nella ricerca di fonti energetiche più sostenibili.

Trump si confronta con il siciliano e i siciliani mentre cerca di arrivare al G7 di Taormina

Trump sta guidando con un auto in affitto per raggiungere il G7, ovviamente usa un tom tom russo, la voce si chiama Putin

Trump: Digita Naviga verso… : Ma dove lo facevano? Ah sì Taormina! – Andando si imbatte in due uomini pelati, uno più giovane, sopra i 40, uno molto più anziano

Si ferma e chiede indicazioni, pur avendo paura che possano essere dei profughi messicani, sia perché ha sentito che in Sicilia ne sbarcano parecchi, anche se non riesce a capire come facciano i messicani, pur di arrivare negli Stati Uniti, a prendere delle barche e cercare di passare dalla Sicilia, comunque rischia.

Trump: Dasvidania – saluta in russo, la sua lingua madre.
Montalbano: Eh, ma che minchia di lingua parlasse?
Trump: Are you mexicans? I’m Donald Trump, voi chi siete?
Montalbano: Montalbano.
Trump: No, non da dove venite – sapeva che in Italia molti paesi iniziano con Monte etc… – chi siete?
Montalbano: Pe o culo mi pgghi? Montalbano sono.
Trump: And you?
Andrea Camilleri: Camilleri.
Trump: So, Montalbano and Camilleri, sto cercando Taormina.
Montalbano: Qui sei a Vigata.
Trump: Ok, quanto dista dal muro col Messico questa Vigata?
Montalbano si gira verso Camilleri: Ma chistu è chillu che ce l’ha con il clima?

Camilleri: Chistu ce l’ha con tutti.
Trump: Oh – sbotta – stop boys, ti ho riconosciuto a te sai – dice rivolgendosi a Camilleri, e questi pensa che si riferisca ai suoi libri, al teatro etc… ma sopravvaluta Trump -Tu ti sei schierato con il comunista greco, Tsipras, I ricord – perché come i provinciali italiani credono che l’inglese si formi storpiando l’italiano, Trump crede che l’italiano abbia la struttura dell’inglese, anche se con parole diverse, quindi appunto ricordare è ricord.
Camilleri: Feci anche altro

Trump: Which altr?
Camilleri: Ho rivoluzionato in qualche modo sia l’italiano che il siciliano, rendendoli una cosa unica, il vigatese, parlato dal commissario Salvo Montalbano, il protagonista, dove non si distingue il dialetto dalla lingua nazionale, così da risultare al tempo stesso comprensibile ai non siciliani, ma familiare ai siciliani.
Trump era sconvolto, in Sicilia non usavano il messicano!
Camilleri: Comunque qui nei mie libri ci sono anche le cartine, tenga, si orienti. – gli passa il primo romanzo su Montalbano, La forma dell’acqua.
Trump ride: L’acqua non ha forma, ne era sicuro.
E’ una metafora, cioè le cose possono assumere la forma manipolata che si vuole, come fa lei con le sue politiche.

Trump: Yes metafora… Yo entiendo. – e li guarda sperando di fare bella figura con lo spagnolo.
Montalbano non ne può più: Sceeemo sei, ma pecchè non te ne andasti, eh?
Trump: Ok keep calm Montalban! – e sgomma via.

27 maggio 2017, G7 di Taormina

Gentiloni: Cosa studi Donald?
Trump chiude un libro che sta ripetendo ad alta voce: Spagnolo, così capisco cosa dicono gli immigrati che cercano di invadere il mio Paese.
Gentiloni: Posso vedere? – Trump gli passa La forma dell’acqua di Camilleri – Spagnolo?!
Trump: Yes, ho incontrat due immigrati messicani qui da voi.
Gentiloni: Messicani!?…

Riassetto geopolitico: Trump, Putin, Assad

La situazione in Siria, e con essa nel resto del pianeta, si fa sempre più intricata: Assad è da anni impegnato in un’insurrezione all’interno del proprio paese che vede tra le varie frange anche una forte ingerenza dell’Isis. Ma a sua volta si dimostra un despota spudorato, capace di falcidiare masse in larga parte composte da bambini con armi chimiche, come accaduto pochi giorni fa. La risposta dell’America è stata immediata: a sua volta ha bombardato il luogo di provenienza delle armi con 52 missili “Tomahawk”. Da qui un serio attrito diplomatico con Putin, che da indiscrezioni e indagini interne sembrava l’occulto mentore di Trump, ma che da sempre protegge Assad, ragion per cui non ha tardato a mostrare il suo energico disappunto per la decisione presa dalla Casa Bianca.

Un mondo che odia la scienza è destinato a soccombere

Anche l’America odia la scienza, è questa la deduzione che possiamo fare dopo il varo ufficiale dell’ordine esecutivo dell’Amministrazione Trump sulla politica energetica. Quella che il vicepresidente Mike Pence ha definito “La fine della guerra al carbone” ha un significato storico senza precedenti.

Per la prima volta si torna indietro, vengono cancellate tutte le dimostrazioni scientifiche sulla correlazione tra riscaldamento globale e inquinamento, in ragione di uno sviluppo economico che si regge ormai su basi molto fragili. Una scelta scellerata che mette in discussione il già precario risultato ottenuto a Parigi nel 2016 e che pone il mondo davanti ad un pericolo più che concreto di autodistruzione.

Quello che sorprende è ormai la diffusa diffidenza, che sembra aver invaso le classi dirigenti di mezzo globo, verso la scienza sempre più ridotta ad ancella della politica economica. Eppure le riconversioni ed il cambio di paradigma energetico progettati da Obama promettevano nel lungo periodo risultati molto incoraggianti anche dal punto di vista economico. Come detto, però, la politica continua a navigare solo nel brevissimo e ci condanna ad un futuro sempre più fosco.

Il rapporto tra capitalismo sfrenato e ambiente ha radici profonde che hanno visto sinora soccombere sempre e comunque la natura. Considerazione banale è che all’interno di quell’ambiente ci vive anche l’uomo e se le condizioni vitali sono messe in discussione lo è anche la sopravvivenza della razza umana.

Se in America si piange, in Italia certamente non si ride. Le ferite già inferte al nostro Paese sono innumerevoli, ma in compenso se ne stanno preparando di nuovissime. Il recente referendum sulle trivelle, la TAP (si leggano gli articoli di Alessandro Cannavale sul Fatto Quotidiano) e la questione del petrolio lucano, dimostrano come si continui a ritenere l’ambiente esclusivamente come un bene di consumo.

Costruire un giusto rapporto tra la scienza e la politica è un passo fondamentale, perché ciò possa avvenire ci deve essere una spinta dal basso. Tale spinta è possibile solo istillando nell’elettorato le giuste priorità per lo sviluppo e la crescita rendendo popolare il metodo scientifico. Per fare ciò occorre investire sull’informazione corretta e sulla formazione.

È vitale invertire la tendenza perché il baratro è ad un passo.

Gabriel García Márquez e Franz Kafka aiutano Donald Trump

Donald Trump, neo-presidente degli Stati Uniti: Finalmente! Manca solo l’ultimo pannello! Veramente complimenti, un muro come si deve. Prima che montiate l’ultimo pannello vado dalla parte messicana del muro e do un’occhiata, aspettate a chiudere tutto.

Poi si sa, le inaugurazioni sono sempre piene di confusione, non si sente bene ciò che ciascuno dice, così gli operai non sentono Trump, che a sua volta, nel suo classico disinteresse verso gli altri, non riesce acontemplare che qualcuno non lo ascolti. Così lui non aspetta la conferma e passa…

Due ore dopo, ritornando verso l’ultimo pannello,che crede aperto, scopre che…

Trump: Cavolo, aprite! Aprite! Aprite! Sono Donald Trump, presidente degli Stati Uniti d’America.

Guardia1 sulla torretta del muro: Guarda quello, neanche hanno chiuso, che già vuole passare, aveva proprio ragione il Presidente.

Guardia2: Dammi il binocolo- poi ride e passa il binocolo alla guardia1- Guarda, si è fatto pure biondo per somigliare al presidente, pensa se Trump lo potesse vedere… Cosa non si inventano per sembrare noi.

Nel frattempo…

 Gabriel García Marquez: Senior presidente!

Trump: Sì?

Márquez: E’ inutile che si sbraccia e urla, non si passa.

Trump: Lei chi è?

Márquez: Gabriel García Márquez.

Trump: Chi!?

Márquez: Scrittore, premio Nobel per la letteratura

Trump: Il castrista traditore del poeta Heberto Padilla, come no, mi ricordo! In ogni caso Márquez è morto, quindi tu non cercare di vendermi qualcosa, messicano, siete tutti così, criminali. Ma io ho fatto fare il muro, siete fregati!

Márquez: Ehm ehm ehm, siamo fregati senior presidente.

Trump intanto guarda meglio chi gli parla: Márquez hai detto? Allora davvero non sei morto ipocrita di un messicano?

Márquez: Sì, ma sono comunque qui, realtà e magia si mescolano, la poesia intuisce la magia del reale, o lo sapeva? Per me però è solo reale, nient’altro.

Trump: Ahahahahah, lo vedi che volevi vendermi qualcosa, ma quale Márquez, vuoi vendermi questo realismo magico messicano, e cos’è? Un formaggio vostro?

Nel frattempo un enorme insetto si avvicina ai due, zoppicando molto…

Trump disgustato: Chi è? Chi sei?

Márquez: Si calmi senior, quello non è un insetto, cioè non è sempre stato così, le presento el senior Gregor Samsa.

Trump: Chi?

Márquez: Samsa? Forse Franz Kafka stesso, forse solo un suo personaggio letterario, ne La metamorfosi – realismo magico no? Samsa è troppo diverso per la sua famiglia, perché possano amarlo ancora, come noi messicani per lei, senior. El senior Kafka sapeva che cos’era la diversità.

Trump è troppo terrorizzato per capire che l’insetto è innocuo, così, trovata una mela, la prende e la lancia sulla corazza di Gregor.

Samsa non può parlare, ma pensa “Aia, di nuovo, anche tu come mio padre, paura del diverso”.

Trump intanto cerca sullo smartphone maggiori informazioni soprattutto su Márquez, ma anche su Kafka, Samsa: Ma qui non prende bene internet!

Márquez: Benvenuto in Messico.

Trump: Ma io non volevo stare in Messico! E poi non fare il paladino dei messicani con me, i messicani muoiono a causa dei narcotrafficanti e tu hai sostenuto che in Colombia non si dovesse fare la guerra alla droga che gestiscono; gli italiani morti uccisi da Cesare Battisti? Non hai difeso anche lui?

Márquez: Secondo me il proibizionismo sulle droghe le rafforza. Comunque lei in Messico ci starà purtroppo, ormai lei è un diverso come noi, lei è messicano! – “meglio ripetere messicano e fargli dimenticare Cesare Battisti.

Trump: Messicano!!!sbianca, si gira e corre verso il muro contro cui urta ripetutamente i pugni – Aprite! Aprite!

Guardia1: questo mi ha rotto. – e insieme a Guardia2 scendono con i manganelli, passano sul confine messicano e riempiono di botte Trump che, ferito, viene portato in ospedale, trasportato da Gregor Samsa sopra la sua corazza.

Trump non sopravvive. Viene seppellito con il nome ispanizzato di Donaldo Tram, poi cambiato in Buendia, come il cognome dei protagonisti di Cent’anni di solitudine, scritto da Márquez… Donaldo Buendia.

Prima che muoia Márquez gli dice: Non si passa, hai visto, potrai passare solo fra cento anni… cento anni di solitudine… qui in Messico.

Un secolo dopo il muro cade, come la città di Macondo nel libro di Márquez, e i messicani celebrano ancora ogni anno negli Stati uniti San Donaldo Buendia, primo ribelle contro il muro e morto perla causa dei messicani.

Trump presidente, anche Reagan faceva paura. Ma chi temeva disastri fu smentito

Washington, 10 novembre 2016 – Il cow boy e il loose cannon! Nel vocabolario della sinistra il cow boy era Ronald Reagan. Ora il loose cannon, cannone libero o mina vagante, è Donald Trump. Reagan fu eletto nel novembre 1980. Poveri noi, si leggeva, ha il dito sul grilletto. È un anticomunista viscerale, un nemico della coesistenza pacifica. Farà scoppiare la terza guerra mondiale.

Sì, una guerra ci fu. Fredda, non calda. La vinse senza sparare un colpo. A Berlino crollò il muro. L’Europa dell’Est ritornò libera. L’impero del male si disintegrò. Il comunismo finì nella spazzatura della storia: sopravvisse nel revisionismo cinese, che copiando il capitalismo rinnegò se stesso.

E Trump? Un pazzo, un irresponsabile. Davvero sarà un pericolo per la pace? Sconforto e allarme regnano sulle due sponde dell’Atlantico. Giornali, televisioni, le intellighenzie universitarie, gli sponsor delle multinazionali globalizzate e dei trattati commerciali ammoniscono ad aspettarci il peggio. Sarebbero loro in esclusiva i garanti della stabilità e della sicurezza, anche quando, come sotto Obama, hanno contribuito a rendere il mondo più e non meno pericoloso, meno e non più sicuro, meno e non più prospero. Le analogie si fermano qui. Il 40esimo presidente non era solo il cow boy di mediocri western. Era stato un ottimo governatore in California. Dunque aveva quell’esperienza di governo che manca al 45esimo presidente. E anche il suo conservatorismo era diverso. Per rilanciare l’economia del dopo Carter, Reagan si riferiva a Milton Friedman, al monetarismo, alla supply side economy, alla deregulation amministrativa e sociale.

Trump ha idee meno dogmatiche. Il suo liberismo appare pragmatico, in linea con il suo elettorato: popolare non populista, in rivolta contro la globalization, contro la finanza speculativa, contro i poteri forti degli apparati, contro le multinazionali, contro l’immigrazione clandestina, contro il multiculturalismo, il buonismo, il politically correct, la refrattarietà a chiamare il terrorismo islamico con il suo nome. Non un elettorato conservatore, ma contrario alla conservazione dello status quo.

È l’elettorato bianco, ma sorprendentemente per un quarto anche ispanico. Medio-basso, feroce contro le élite newyorkesi. Dunque da Trump verrà un sì alla deregulation senza toccare il pubblico nell’assistenza e nella previdenza. Il che non toglie che l’Obamacare sarà annullata. Quella pasticciata riforma, la sola eredità di Obama, ha fatto esplodere i costi della sanità, senza peraltro coprire l’intera popolazione. E inoltre sarebbe incostituzionale.

Fonte: Quotidiano.net

Exit mobile version