Marco Mondini: “Viviamo in un’epoca dove gli equilibri internazionali sono compromessi”

Marco Mondini è professore al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Padova dove insegna Storia contemporanea e History of Conflicts. È ricercatore associato all’Istituto Storico Italo-Germanico di Trento e all’UMR Sirice (CNRS- Parigi Sorbona). Fa parte del comitato direttivo del Centre de Recherche International dell’Historial de la Grande Guerre di Péronne. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Il ritorno della guerra. Combattere, uccidere e morire in Italia 1861-2023 (Il Mulino, 2024); Roma 1922. Il fascismo e la guerra mai finita (Il Mulino, 2022); Fiume 1919. Una guerra civile italiana (Salerno Editrice, 2019). Collabora con Repubblica e RAI Storia, per cui ha scritto e condotto trasmissioni (Archivi, 2019-2020, Storie Contemporanee 2020-2024) e diversi speciali. Nel 2022 ha ricevuto il premio Acqui Storia per il documentario L’ultimo eroe. Viaggio nell’Italia del Milite Ignoto (RAI 2021).

Guerra Russia-Ucraina, scenari internazionali, caso Limes, lo storico italiano parla della profonda transizione storica che stiamo attraversando e di come ci siamo illusi di poter vivere per sempre in pace e di come la propaganda e la disinformazione attecchiscano in Italia, complice una certa parte politica.

 

1 Come definirebbe questo momento della Storia? A quale altro del passato somiglia di più?

Viviamo in una fase di crisi, di profonda transizione. Ed evidentemente in un momento prebellico, non più postbellico. La guerra su vasta scala non è più un relitto del passato, come è stato dopo il1945 (e soprattutto da dopo il 1991) ma una possibilità concreta del presente. tuttavia è inutile cercare di decifrarla aggrappandosi a paradigmi noti. Non è un nuovo 1914, per essere chiari, anche se questa analogia circola da tempo, per motivi ideologici e senza alcuna base storica. Il “rischio 1914” è stato evocato ad esempio in occasione della “piazza pacifista” organizzata da Giuseppe Conte a Roma nella primavera scorsa, per enfatizzare il pericolo di una terza guerra mondiale che sarebbe potuta scoppiare scivolando come sonnambuli in un conflitto globale se i paesi europei avessero proseguito sulla strada del riarmo per proteggere se stessi e sostenere l’Ucraina.

Il punto è che l’Europa di oggi non assomiglia per niente a quella, militarizzata fortemente, del 1914. Germania, Francia, Italia sono reduci da venticinque anni di tagli alla difesa, di smilitarizzazione, di smantellamento degli eserciti di leva. E naturalmente non esistono quei dettagliati piani di guerra che all’epoca rappresentavano la principale preoccupazione di stati maggiori e governi. Così, non solo non è possibile scivolare in un conflitto (a meno che non sia la Russia a scatenarlo), ma gli europei oggi fanno fatica persino a programmare la propria difesa. Il punto è che le facili analogie con il passato sono sempre pericolose, e lo storico di mestiere lo sa (o lo dovrebbe sapere bene). Il fatto che comparazioni fuori luogo come questa facciano presa testimonia, bene la portata sconvolgente di quello che è successo dal 2022. Il ritorno della guerra sul continente ha spezzato un’illusione, quella della pace garantita e scontata. E ha spazzato via la convinzione, molto confortante, che gli europei potessero rinunciare a essere cittadini a pieno titolo. Cioè, se ne potessero infischiare di tutto ciò che ha a che fare con difesa e sicurezza collettiva.

Ma è ora di aprire bene gli occhi e guardare in faccia la realtà. Viviamo in un’epoca nuova e minacciosa, dove gli equilibri internazionali sono compromessi e l’Europa è un’isola assediata dove si difende la democrazia. Continuare a cercare punti di riferimento rileggendo il passato non serve a nulla, se non a inquinare il dibattito pubblico.

2 Il Congresso USA a quanto pare disapprova Trump sulla questione Ucraina. Stanno infatti approvando una linea che prevede il sostegno stabile all’Ucraina, la cooperazione con l’UE e la difesa del ruolo della NATO. Stiamo entrano in una fase nuova nei rapporti tra USA e Europa?

Uno degli elementi più disorientanti di questa transizione, che potremmo definire una nuova età della militarizzazione (o forse l’alba di una nuova guerra fredda) è la crisi della democrazia statunitense. La seconda presidenza Trump è sotto molti aspetti più traumatica della prima. La sua aggressività, sostanziale e a parole, è maggiore, e la corte di Trump, a partire dal suo pericolosissimo vicepresidente, Vance, nutre un profondo disprezzo per tutto ciò che l’Unione Europea rappresenta: equilibrio dei poteri, regole, lotta contro la deriva plebiscitaria e contro il culto del capo carismatico. L’amministrazione americana ha fin da subito impresso un nuovo corso ai rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, ma non bisogna trascurare alcuni elementi caratteristici della storia recente. Il primo, il disimpegno americano rispetto alla sicurezza del teatro europeo non l’ha inventato Trump.

Con l’eccezione della presidenza Biden, va avanti da oltre un quarto di secolo, da quando il dissolversi dell’URSS ha reso superfluo il concentramento di risorse militari americane nel vecchio mondo, più utili nell’area dell’Indo-Pacifico per contrastare la crescente potenza cinese. Secondo, non necessariamente la voce di Trump e del suo esecutivo è la stessa della macchina statale USA. Penso al sempre più evidente scollamento tra mondo militare e strategia presidenziale. Generali e ammiragli, nonostante l’epurazione brutale dei vertici delle
Forze armate, sembrano sempre più estranei, se non ostili, alle sparate di Trump, alle sue dichiarazioni incessanti e sempre differenti, ai suoi mutamenti di umore, e soprattutto alla sua luna di miele con Putin. Questo ha, nel campo specifico dello sviluppo della NATO, un peso rilevante. E la NATO è ancora l’architrave del sistema di difesa globale USA.

3 Trump è davvero affascinato dalla figura di Putin o gli interessa solo separare la Russia dalla Cina, sacrificando l’Ucraina?

Che la psicologia dell’attuale presidente degli Stati Uniti sia quanto di più lontano esista da quella di un leader sinceramente democratico e liberale, direi che è sotto gli occhi di tutti. Non occorre essere un esperto di politica statunitense per accorgersi che il suo programma di progressiva erosione dei pilastri della democrazia americana sta funzionando e che, per sostenere questa sua politica che è stata definita di contorsione autoritaria del sistema, Trump si è circondato di collaboratori e alleati ancora più pericolosi. Penso soprattutto al vicepresidente, Vance, un abile manipolatore della comunicazione, ossessionato dal culto della propria persona, dal rancore per le sue stesse umili origine e dal disprezzo per l’Europa come terra dei troppi diritti e dalla scarsa etica guerriera. No, non ci sono solo motivi di calcolo politico nel fascino trumpiano (ma non solo trumpiano) per l’autocrate Putin.

4 Perché l’Italia è tra i paesi più facilmente piegabili alla propaganda russa? Solo nostalgia ideologica?

Intanto perché anche in Italia la seduzione dell’uomo forte ha fatto proseliti, e non da ieri. Pensiamo all’esaltazione per la figura del leader al di sopra delle lente procedure parlamentari portata avanti da capi politici come Salvini, o alla vicinanza, meno stridula ma non meno sostanziale, tra buona parte dei Cinque Stelle e Mosca. E poi perché in Italia, soprattutto in alcuni circoli intellettuali, si soffre di quella che Zygmunt Bauman ha definito “retrotopia”. Si è incapaci di analizzare il presente senza ricorrere a lenti del passato, il che porta, per non fare che l’esempio più lampante, a difendere a priori le ragioni della Russia di Putin perché erede dell’Unione Sovietica, e quindi nemica metafisica del cattivo capitalismo, e dell’ancora più cattiva America. Sono residui alquanto polverosi di un linguaggio e di una visione ideologica da anni ’70 che oggi non hanno più alcun ancoraggio con la realtà, ma sono consolanti, perché offrono la possibilità di
una visione (manichea e surreale, ma chiara) di un presente disorientante. Questo spiega perché alcuni attori politici e del mondo culturale siano facili vittime (o volontari carnefici) al servizio della propaganda putiniana. Non spiega perché abbiano invece così largo spazio tra i mass media, o più precisamente nei salotti televisivi dei talk show. Qui interviene quella che ho definito la “legge di
Sachs”. Il punti è che alla maggior parte dei pseudo programmi di approfondimento delle tv in chiaro non interessa in alcun modo informare. Si accontentano di rispondere al bisogno di conforto dei propri spettatori, attraverso il ripetersi stanco di ospiti che dicono sempre la stessa cosa, a prescindere dalle competenze. E dunque, ecco il susseguirsi di comparsate di chi, come Sachs appunto, sostiene tesi totalmente destituite di ogni fondamento sulle colpe occidentali per la guerra in Ucraina, o di chi, come Travaglio, si fa portatore della visione più chiara a certo pubblico: la guerra finirà presto perché gli ucraini hanno già perduto, e poi tutto tornerà come
prima. Nulla tornerà come prima, e la guerra non finirà in Ucraina. Ma questo lo spettatore medio, con la sua nostalgia del passato, che si alimenta di visioni semplicistiche, non vuole sentirselo ripetere. Preferisce nutrirsi di formule stereotipiche e su cui è facile indignarsi o piangere, come “La guerra è merda” di Jacques Charmelot.

5 Cosa pensa del caso Limes e della fuga dalla rivista?

Non conosco personalmente coloro che hanno lasciato Limes, ma ho letto le loro dichiarazioni a stampa e le reazioni di Lucio Caracciolo. Faccio fatica a trovare credibili le dichiarazioni di quest’ultimo, che sostiene di aver sempre voluto solo coltivare la libertà di pensiero all’interno della sua rivista. Credo che Limes abbia reso un buon servizio in anni passati, avvicinando il grande pubblico a questioni (la strategia, le relazioni internazionali) ignorate dall’opinione pubblica nazionale e quasi completamente trascurate (fino a poco tempo fa) dai grandi quotidiani. Ma concordo con molti miei colleghi, specialmente di relazioni internazionali, sul fatto che da almeno una decina d’anni la volontà di parlare a tutti ha preso il sopravvento sul rispetto delle competenze, delle complessità degli equilibri internazionali, e soprattutto sul bisogno di uno sguardo critico e onesto.

Caracciolo ha le sue posizioni, e mi paiono molto più politiche che scientifiche. La sua difesa a priori dell’impossibilità della guerra l’ha condotto, alcuni giorni prima dell’invasione russa, a una serie di dichiarazioni imprudenti sul fatto che non ci sarebbe stata nessuna aggressione da parte russa, peraltro smentendo la realtà di tutte le fonti disponibili in quel momento. Non mi pare che abbia mai ammesso i propri errori di valutazione, come pure hanno fatto accademici che avevano sottovalutato il pericolo ma che hanno dimostrato onestà intellettuale. A quell’errore, peraltro, se ne sono sommati molti altri: le profezie sempre sbagliate sull’inevitabile sconfitta ucraina, sulla durata del conflitto, sulla resilienza russa, sulla strategia di Putin. Collaborare con una voce così monolitica (Vincenzo Camporini ha parlato di “filoputiniani sfegatati”) non vuol dire fare ricerca né divulgazione. Capisco chi se ne è andato.

6 “La Storia insegna ma non ha scolari” diceva Gramsci. Chi secondo lei (come Nazione, entità), invece sta perlomeno tentando di agire come un buon scolaro?

Anche se non gode di buona stampa, continuo a pensare che i molti livelli della governance dell’Unione Europea stiano facendo un buon lavoro. In questa fase di crisi, l’Unione sta sperimentando una febbre di crescita. Davanti alle nuove sfide strategiche, deve lottare per la
propria sopravvivenza e lo deve fare da sola, vista la defezione, almeno nell’immediato, dell’alleato americano. Un rafforzamento dei suoi meccanismi decisionali centrali, del governo di Bruxelles, è necessario per gestire una difesa comune credibile. E’ un processo ormai avviato e sarà difficile fermarlo. Un altro attore che sta interpretando molto bene i tempi tormentati e caotici in cui viviamo è la presidenza della Repubblica italiana. Naturalmente, la figura di occupa quella carica, Sergio Mattarella, è fondamentale, e nel nostro caso abbiamo la fortuna di avere a capo dello Stato un uomo non solo prudente e colto, ma di lunga esperienza nella gestione della res publica, un interprete leale e lungimirante dello spirito oltre che della lettera della Costituzione. Il suo richiamo alla necessità di riarmarsi per poter difendere la democrazia, non solo nel nostro paese ma nell’Europa intesa come casa comune, è una straordinaria lezione di realismo.
Lui cattolico osservante e uomo di pace, è stato capace di leggere in profondità l’urgenza del presente, senza aggrapparsi a nostalgie del passato.

Margaret Atwood contro il mondo reale nel suo memoir ‘Il libro delle vite’

Margaret Atwood ha la reputazione di fare previsioni inquietantemente accurate sul futuro dell’umanità nei suoi romanzi. Questo è piuttosto strano, perché – come dimostra il suo nuovo memoir, Il libro delle vite – è in realtà piuttosto ottusa quando si tratta di interpretare gli esseri umani. Non nota l’interesse romantico maschile, nemmeno quando è ovvio; è colta di sorpresa dalle rivalità in una casa editrice indipendente, tra l’altro; non riesce a capire perché così tante “belle donne single e ben vestite” se ne stessero sedute da sole nei bar di Praga nel 1984, e debbano esserne informate.

Quando suo padre è gravemente malato, non “capisce bene” perché sua madre vada in ospedale ogni giorno per fargli ascoltare le sue registrazioni preferite di Beethoven: “Sicuramente un paio di volte a settimana basterebbero”. Più tardi, mentre il suo compagno giace morente, finalmente capisce il punto.

Condisce il suo memoir con domande sul “perché”, come se stesse controllando ansiosamente eventuali dettagli che potrebbero essere sfuggiti. Pone anche domande sconcertanti sul suo passato, sebbene sembri piacevolmente indifferente alle risposte. Del suo temperamento, spiega: “Ero più interessata alle persone di carta che potevo creare che a immergermi profondamente nella mia psiche, ammesso che una cosa del genere esista”.

Essendo abile nel creare miti, l’85enne ancora effervescente intreccia senza soluzione di continuità i suoi deficit interpretativi in ​​una vivida storia delle origini: “Una delle mie teorie sugli scrittori di romanzi è che non ne sappiano di più sulla natura umana rispetto ad altri: ne sanno meno, e i loro romanzi sono tentativi di capirla”.

Il libro delle vite di Margaret Atwood

Suo padre era un entomologo; come lui, non riesce a smettere di catalogare mentalmente frammenti del mondo, per poi fare riferimenti incrociati. “Se osservassi attentamente, sarei in grado di scoprire come funzionano le cose, qualunque cosa siano. A volte si trattava di dispositivi meccanici, come le macchine da cucire. Ma di solito erano persone“.

Ma sebbene le menti fossero difficili da padroneggiare, in altri ambiti informativi Atwood era nel suo elemento. Amava imparare codici e cifrari arcani, per poi applicarli. Divenne capace di identificare fauna e flora rare, leggere la mano, fare carte stellari, individuare fantasmi. Per un periodo si laureò in letteratura inglese ad Harvard, ma il ruolo di teorica con spirito critico non sembrava calzarle; il suo interesse per il mondo è molto più pratico. Ama costruire romanzi partendo da immagini e idee, così come le piace creare abiti, torte, spettacoli di marionette, fumetti, operette, poesie e barzellette.

Sebbene non sia chiaro da dove provenga tutta quella creatività, la sua inclinazione pratica sembra essere stata imprescindibile durante un’infanzia estremamente avventurosa. Il Libro delle Vite descrive allegramente un’esistenza pericolosa in compagnia di genitori intrepidi e di un fratello maggiore: vivere in zone remote del Quebec e dell’Ontario, dormire in tenda, sopravvivere a quasi annegamenti, scacciare serpenti e orsi con nonchalance e avere sempre freddo. Qualsiasi lettore che usi uno schermo per far crescere il proprio figlio presumibilmente abbasserà la testa per la vergogna.

Dai suoi stoici antenati della Nuova Scozia, “Peggy” (il suo nome in famiglia) ha ereditato anche un’avversione ormai fuori moda per l’autocommiserazione e l’introspezione. I suoi parenti “consideravano maleducazione mettersi in mostra, piagnucolare e lamentarsi, o esprimere le emozioni in modo eccessivo, o addirittura del tutto”. Più avanti nella vita, mostra insofferenza per la depressione del marito, autoironica come “Signora Aggiustatutto”. “Ti senti meglio ora? Che ne dici di ora? Guarda, abbiamo una pentola per la fonduta! Non ti rende felice?” Il matrimonio non dura.

È divertente incrociare queste intuizioni personali con i suoi romanzi. Come la loro autrice, i racconti sono follemente creativi; privi di sentimentalismi e spesso macabri; pieni di affascinanti dettagli empirici; amano i rimandi incrociati tra domini. Sono anche avari di analisi psicologica, infondendo invece in modo numinoso il mondo naturale e gli oggetti creati dall’uomo di sensazioni inconsce. Il suo oggetto naturale più famoso è il corpo femminile: immaginato come cibo (La donna commestibile); come materiale medico in decomposizione (Lesioni corporali); come bestiame da riproduzione (Il racconto dell’ancella). Il tema l’ha resa enormemente popolare tra le femministe, un fatto che lei chiaramente vive come una benedizione a metà.

Certo, Atwood non è una candidata ovvia per guidare il movimento femminista. Ama fare amicizia con il sesso maschile, e solo il racconto dei suoi anni universitari nelle sue memorie fornisce una descrizione appropriata di un’amicizia femminile. Non ha nulla a che fare con il vittimismo: l’autore di una cupa violenza sessuale durante un corso di specializzazione riceve una rapida e sentita maledizione prima che la narrazione proceda. E quando, negli anni ’70, un regista chiede una “donna nuda avvolta nel cellophane” per una sceneggiatura che sta scrivendo, lei acconsente volentieri.

È anche marcatamente ambivalente nei confronti delle altre donne. Sebbene non comprenda molto di psicologia femminile nei dettagli, è almeno ben consapevole del suo lato tossico. In Occhi di gatto, Atwood ha descritto in modo forense la brutalità reciproca di bambine di 9 anni. Nel memoir, otteniamo la versione reale, con la giovane Peggy come vittima sventurata. Sa anche per esperienza quanto le donne adulte possano essere invidiose e vendicative. A un certo punto, la protagonista del distopico “Il racconto dell’ancella” accusa cupamente la madre assente, una femminista della seconda ondata: “Volevi una cultura femminile. Bene, ora ce n’è una”.

La sua visione politica è prevalentemente progressista, il che la pone in contrasto con l’umore prevalente nel progressismo moderno, spesso a suo merito. Grande sostenitrice della libertà di espressione, ha presentato Salman Rushdie sul palco poco dopo la fatwa. Ha anche firmato la lettera di Harper’s contro un “clima intollerante” nel 2020. Ed è molto attenta al giusto processo, non avendo nulla a che fare con gli eccessi da regolamento di conti del movimento #MeToo.

In quel periodo, Atwood ha difeso un professore dell’Università della British Columbia da quella che sembra essere stata una feroce caccia alle streghe. In seguito, i cacciatori di streghe hanno cercato di aggredire anche lei, sebbene lei li abbia respinti con la sua enorme fama e un saggio caustico intitolato “Sono una cattiva femminista?”. Nelle sue memorie, riflette sul fatto che “quando le sette sono al loro apice, l’equità e i diritti umani vanno a farsi benedire”, ed è altrettanto critica nei confronti della mancanza di riguardo di Donald Trump per il processo legale attuale.

Allo stesso modo, però, è rimasta per lo più in silenzio sul culto autoritario del gender che ancora opera nel suo cortile canadese, se non per diffondere alcune informazioni poco chiare sui cromosomi e infastidirsi quando Hadley Freeman glielo ha chiesto. A quanto pare, ha riflettuto poco sul perché adolescenti con un livello cromosomico nella media possano fare la fila per farsi espungere chirurgicamente gli organi sessuali. Questo ha portato molte donne deluse a inveire contro Atwood su internet. Ma ci sono indizi suggestivi del suo punto cieco in “Il libro delle vite”.

Forse è perché Atwood è una classica progressista, disinteressata ad affermazioni non verificabili sulla falsa coscienza; o forse perché fatica a collocarsi con immaginazione nella mente di chiunque sia abbastanza gregario da soccombere alla pressione sociale – cosa che lei stessa manifestamente non è. E c’è anche il fatto che, nel suo lavoro, sembra spesso mostrare un profondo disagio nei confronti del corpo femminile. È parte di ciò che rende la sua visione artistica così avvincente, anche se probabilmente compromette le sue idee politiche.

 

Je suis Charlie Kirk

Charlie Kirk è stato assassinato mentre praticava proprio l’atto che ha dato vita a questa nazione, e l’unica cosa che ne garantirà la sopravvivenza.

“Temiamo che l’assassinio di Charlie Kirk rappresenti un momento spartiacque per la libertà di espressione in questo paese”, scrivono i redattori di The Free Press.

Siamo giornalisti, il che significa che siamo abituati a raccontare eventi orribili, tra cui violenza armata, aggressioni e omicidi.

Allora perché questa volta la sensazione è diversa? Perché questa tragedia avrà sicuramente un impatto prolungato?

I necrologi di Kirk lo descrivevano invariabilmente come un attivista conservatore, un sostenitore del presidente Donald Trump e un leader nel trascinare migliaia di giovani dalla sua parte. Ed è vero.

Ma tutto ciò si basava su un valore molto semplice che lui praticava ogni giorno: la libertà di espressione. È lo stesso su cui si fonda il nostro lavoro di giornalisti. E su cui si fonda questo Paese.

Ecco perché, come ha affermato oggi il governatore dello Utah Spencer Cox, l’omicidio di Kirk è “molto più grande di un attacco a un individuo. È un attacco a tutti noi. È un attacco all’esperimento americano. È un attacco ai nostri ideali”.

Kirk è stato assassinato per questi ideali. Si trovava in quel campus universitario nello Utah – l’istituzione stessa che avrebbe dovuto essere un baluardo della libertà di coscienza e di parola – perché voleva promuovere il dibattito. Questo è proprio l’atto che ha dato vita a questa nazione, e l’unica cosa che ne garantirà la sopravvivenza.

Temiamo che il suo assassinio rappresenti un momento spartiacque per la libertà di espressione in questo Paese. Temiamo che il suo omicidio avrà un profondo effetto agghiacciante: che le persone si sottrarranno al dibattito aperto, eviteranno un dibattito onesto e rinunceranno a esporsi per paura che il dialogo con i propri concittadini possa significare ricevere un proiettile inciso.

Non dobbiamo permettere che ciò accada.

I principi che un tempo davamo per scontati in questo Paese – che il dibattito civile fosse il modo in cui gli americani appianavano le divergenze; ​​che perdere un’elezione non fosse un evento apocalittico, ma significasse semplicemente che dovevamo impegnarci di più per convincere i nostri concittadini alle elezioni successive – si sentono in pericolo in un modo che non accadeva dieci anni fa.

Ci sono molti colpevoli nell’aumento della violenza politica. Ma, tra i maggiori colpevoli ci sono le università. Allo stesso modo in cui le madrase radicalizzano i jihadisti, i campus americani sono tra i luoghi più ostili al disaccordo e al dibattito. Dove predicano “inclusione”, in realtà praticano l’esclusione, zittendo, ad esempio, gli oratori con cui non sono d’accordo. Dove promuovono la “diversità”, in realtà impongono un’uniformità di pensiero, negando la cattedra ai dissidenti.

Il fatto stesso che Kirk abbia dovuto avere guardie del corpo armate e che apparentemente indossasse un giubbotto antiproiettile è un segno di quanto la situazione fosse già degenerata.

Purtroppo sono state riportate in modo erroneo parti dei discorsi di Kirk per farlo apparire fascista e omofobo, addirittura un apologeta dello stupro! Nulla di più falso. Kirk con il suo “Prove me wrong” ha avuto la brillante idea di sfidare i progressisti a discutere semplicemente di temi che andavano dall’aborto all’immigrazione. Il suo gruppo si recava nei campus e invitava al dibattito con cartelli con la scritta “Dimostrami che sbaglio” e incoraggiava i progressisti a impegnarsi nel dialogo piuttosto che nella violenza.

La sinistra aveva un motivo particolare per odiare Kirk. I campus sono stati a lungo i bastioni della sinistra, rafforzati da facoltà che ora contano pochi, se non nessuno, conservatori o repubblicani. L’istruzione superiore è stata a lungo un incubatore di intolleranza, plasmando una generazione di fobici del linguaggio che zittiscono o attaccano chi ha opinioni opposte.

Kirk ha colpito al cuore quella base di potere. I sondaggi mostrano che la maggior parte degli studenti non si sente a suo agio a parlare dei propri valori nelle nostre università e molti conservatori nascondono le proprie opinioni per evitare ritorsioni da parte di docenti e studenti.

Kirk stava cambiando questa situazione, ma stava mostrando agli studenti che potevano essere aperti e audaci riguardo alle proprie opinioni, dicendo loro che non dovevano cedere all’ortodossia e al pensiero di gruppo.

Insomma per essere ricordato al Parlamento europeo ed essere ricordato come una brava persona, bisogna essere per forza pro covid vax (argomento ancora oggi spinoso), per il matrimonio egualitario omosessuale, per l’utero in affitto, pro-aborto, contro le armi tour court (vedesi discorso Kamala Harris in campagna elettore sulle armi), pro teoria gender che non ha alcun fondamento scientifico.

Senza contare che molte delle idee di Kirk sono proprie della Chiesa cattolica, di moltissimi cattolici, di parte dell’opinione pubblica (vedesi vaccini covid), dei putiniani, di destra e di sinistra (vedesi guerra Ucraina-Russia) che non vengono tacciati di odio e violenza, anzi hanno spazio nei media.

Ma era trumpiano e filo israeliano (addirittura qualche giornale ha detto che era antisemita, giusto per capire l’ignoranza che si ha su questo personaggio). Grave peccato. Mortale.

 

 

Fonte Je Suis Charlie – by The Editors – The Free Press

Guerra Israele-Iran. L’autorevole versione del filosofo Bernard-Henri Lévy

Tra gli svergognati antioccidentali accasati tra i diritti e i privilegi che L’Occidente offre, tra i docenti che sui social parlano di terza guerra mondiale per colpa di Israele mentre esibiscono foto con l’immagine con la bandiera palestinese che nulla ha a che vedere con l’Iran, tra i pacifisti ipocriti, tra gli ignoranti e gli esitanti che si preoccupano solo dell’economia e dell’inflazione, tra i celebratori di chissà quale diplomazia (mai indicata), tra i giornalisti che sostengono che non ci sia nessuna prova che l’Iran volesse fabbricare l’atomica per sostenere che Israele è guarrafondaio, si alza una voce autorevole e coraggiosa, quella del filosofo Bernand Lévy, che si spinge oltre l’attualità, le ipocrisie, la retorica.

«Questa guerra tra Israele e Iran è storica». Con queste parole, Bernard-Henri Lévy ha lanciato un monito che va ben oltre l’attualità immediata. In suo recente post su X, il filosofo francese afferma che se Stati Uniti ed Europa non sosterranno Israele con “tutte le loro forze”, l’asse totalitario — composto da Russia, Cina, islamisti radicali come il Pakistan, e forse in futuro anche la Turchia — potrebbe intervenire in favore di Teheran. Da quel momento, scrive, «entreremo in un altro mondo, in una nuova era della nostra storia».

È un messaggio che, pur nella sua drammaticità, interpella direttamente le classi dirigenti occidentali. La guerra scoppiata tra Tel Aviv e Teheran, con bombardamenti mirati su siti nucleari e reazioni verbali e operative da parte iraniana, segna un punto di svolta. Non solo nel fragile equilibrio del Medio Oriente, ma nella geopolitica globale.

Per l’Unione Europea, il bivio è sempre lo stesso: restare spettatrice di un disordine crescente o farsi finalmente soggetto geopolitico. Le cancellerie del continente, finora, hanno adottato un profilo basso. Dichiarazioni prudenti, appelli generici alla de-escalation, ma nessuna vera strategia. Eppure, se davvero ci troviamo di fronte a una trasformazione epocale, la neutralità potrebbe risultare una colpa, non una virtù.

Nel momento in cui Israele si trova esposto a una minaccia sistemica, l’Europa dovrebbe interrogarsi non tanto sulle mosse del governo Netanyahu – che restano legittimamente oggetto di critica – ma sul proprio ruolo in un mondo in cui l’equilibrio tra libertà e autoritarismo rischia di rompersi.

Questa guerra, come suggerisce il filosofo francese, è storica perché rappresenta una soglia. O l’Occidente riscopre la propria coesione, la propria visione, la propria determinazione strategica. Oppure verrà progressivamente marginalizzato, reso irrilevante da potenze che non hanno remore nell’uso della forza e nella manipolazione del caos.

Israele sta facendo il lavoro sporco per l’Occidente, anzi il suo attacco ripristina la credibilità dell’Occidente, in crisi di identità soprattutto grazie ai portatori insani di cancel e woke culture, ai complessati di colpa, a chi non comprende nemmeno la differenza abissale tra la questione di Gaza e quella dell’Iran, tra chi muore in guerra e chi viene massacrato casa per casa, a chi non conosce il significato della parola genocidio, a chi non si chiede perché Hamas non mette al sicuro la popolazione palestinese nei propri tunnel, a chi si indigna solo per i bambini morti a Gaza e non dei 15 milioni di bambini sudanesi affamati e profughi, a quelli del Darfur, a chi non si chiede perché Hamas non libera gli ostaggi, se davvero tiene davvero per la vita degli abitanti di Gaza invece di optare per il martirio di massa.

Perché prima di indignarsi, giustamente, per le morti degli innocenti palestinesi dando la colpa a Israele, non ci si pongono anche queste legittime domande, che nulla tolgono alla gravità dell’azione di Netanyahu?

Chi sbraita per una guerra intelligente e senza vittime civili, è un ipocrita. Chi protesta contro Israele e per la Palestina, come per l’Iran, e poi sale sui carri del pride e manifesta contro il patriarcato, è un ipocrita. Chi pensa che il sistema culturale e “valoriale” di Paese come l’Iran sia superiore a quello occidentale, che gli ayatollah e i mullah perlomeno difendano il ruolo della religione, è un povero ignorante rinnegato.

L’Europa ha oggi l’occasione – e forse l’ultima possibilità – per dimostrare che le sue aspirazioni globali non sono solo retorica. Servono decisioni, coraggio, visione. Soprattutto, serve smettere di credere che la storia sia finita, e accettare che il futuro si sta già scrivendo, con o senza di noi.

Nomine UE: nessun cambiamento

Le recenti elezioni e le nomine ai vertici delle istituzioni UE hanno posto la parola fine a ogni velleitaria speranza di modificare l’UE dall’interno. Nata per dare sfogo al sub-imperialismo commerciale tedesco e per garantire il controllo nordamericano sul Vecchio Continente, questa “Unione” si è inevitabilmente ridotta a un agglomerato di Stati, privi di sovranità, che cercano disperatamente di fare ognuno i propri interessi favorendo, più o meno inconsciamente, le progettualità geopolitiche di potenze extra-continentali.

L’UE e il Trattato di Versailles

Più o meno un mese dopo l’inizio della Prima Guerra Mondiale, il cancelliere tedesco Theobald von Bethmann-Hollweg, nel celeberrimo “Programma di settembre”, intravide la necessità di fondare un’associazione economica mitteleuropea attraverso comuni convenzioni doganali che includesse Francia, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Austria-Ungheria, Polonia ed, eventualmente, Italia, Svezia e Norvegia. Questa associazione, nella prospettiva del cancelliere, avrebbe dovuto sancire il predominio tedesco sull’Europa centrale ponendo, al contempo, la Francia in una condizione di dipendenza economica dalla stessa Germania.

Tale progetto, tanto geopolitico quanto soprattutto geo-economico, si dissolse con la sconfitta della Germania e con l’umiliazione che questa dovette subire a seguito del Trattato di Versailles. Un’umiliazione che spianò la strada all’ascesa del nazionalsocialismo, le cui aspirazioni al dominio e alla ricerca di uno spazio vitale e di una profondità strategica per la Germania ad Est, comunque, differivano, nella pratica e nell’approccio ideologico, da quelle del Secondo Reich. Laddove non riuscì la Germania guglielmina, sconfitta militarmente e ideologicamente dal mercantilismo industrializzato anglo-americano, ha invece avuto successo, seppur nel ruolo da comprimaria di potenza sub-imperialista, la Germania odierna.

Di fatto, nei primi anni ’90 del secolo scorso, a seguito dell’implosione dell’Unione Sovietica e del cosiddetto “blocco socialista”, la preponderante influenza nordamericana sul continente europeo determinò una spinta senza precedenti all’accelerazione dei processi di unificazione economico-monetaria e all’espansione dell’allora Comunità Europea verso Est, in modo da includere al suo interno Paesi ex membri del Patto di Varsavia o dell’URSS, come le Repubbliche baltiche. Il noto stratega statunitense (di origine polacca) Zbigniew Brzezinski, a tale proposito, ebbe modo di affermare:

Qualunque espansione del campo di azione politico dell’Europa, è automaticamente un’espansione dell’influenza statunitense. Un’Europa allargata ed una NATO allargata serviranno gli interessi a breve ed a lungo termine della politica europea. Un’Europa allargata estenderà il raggio dell’influenza americana senza creare, allo stesso tempo, un’Europa così integrata che sia in grado di sfidare gli Stati Uniti in questioni di rilievo geopolitico, in particolare nel Vicino Oriente.

Nell’istante unipolare seguito al crollo dell’URSS, il disegno egemonico nordamericano non contrastava, come oggi potrebbe sembrare, con quello tedesco. Anzi, si riteneva che il progetto della moneta unica, costringendo la Germania riunificata a rinunciare al marco, avrebbe in qualche modo evitato un suo nuovo ed eccessivo rafforzamento.

In questo contesto, come contropartita per il suo ruolo attivo nel processo di unificazione europea sotto le direttive di Washington, la Germania ottenne l’inclusione dell’Europa dell’Est all’interno del proprio blocco geo-economico.

Non solo, orientando la propria geopolitica in termini essenzialmente commerciali, la Germania ebbe un ruolo di non poco rilievo anche nel processo di parcellizzazione della Jugoslavia. Questo, teoricamente, avrebbe dovuto concederle il controllo contemporaneo dei bacini marittimi del Baltico e dell’Adriatico e, dunque, di uno spazio che potenzialmente avrebbe dovuto costituire il terminale per il trasferimento delle risorse energetiche dell’Asia centrale.

Tav

A ciò si aggiunga che i cosiddetti “corridoi paneuropei”, proprio nel medesimo periodo, vennero studiati e progettati per garantire, ancora una volta, tanto il predominio economico-commerciale tedesco sull’Europa quanto il controllo strategico-militare degli USA sul Continente. Non sorprende, in tal senso, che il progetto del corridoio V (a cui appartiene il famigerato TAV Torino-Lione, fortemente voluto dalle forze atlantiste italiane) parta da Lisbona ed arrivi fino a Kiev: l’ultima frontiera dell’espansione atlantista a Est.

Sfruttando il ruolo concessole dai garanti d’oltreoceano dell’UE, la Germania attuale è stata capace di creare un enorme e integrato blocco manifatturiero che include tutte le regioni industriali ad essa vicine.

Ha approfittato e tratto vantaggi notevoli dai cambi depressi, rispetto all’euro, vigenti nei Paesi dell’Est e ha scaricato su di essi e sull’area mediterranea il costo della moneta unica favorendo al contempo le esportazioni tedesche. In breve, è riuscita a sviluppare una struttura geografico-merceologica tale da permetterle di esercitare sul Continente europeo un’influenza simile a quella che possedeva prima del 1914.

Gli strateghi di Washington non furono in grado di prevedere una simile evoluzione. Oggi il surplus commerciale tedesco e le più o meno velleitarie aspirazioni all’emancipazione dal controllore nordamericano (progetto russo-tedesco per il raddoppio del gasdotto North Stream e crescenti legami commerciali con Pechino) rappresentano una seria minaccia per gli interessi geopolitici degli Stati Uniti, già alle prese con le nuove sfide lanciate dalle forze multipolari.

L’aggressività mostrata dall’amministrazione Trump nei confronti dell’UE, dunque, ha ben poco di ideologico. E non potrebbe essere altrimenti visto che, a prescindere dagli slanci propagandistici anti-liberali e protezionisti, ha impostato la sua dottrina economica su una sorta di neoliberismo di stampo reaganiano.

La suddetta aggressività è dettata essenzialmente dal fatto che gli Stati Uniti, in modo da salvaguardare la “globalizzazione americana” (o quantomeno una posizione di dominio nel futuro ordine multipolare), debbano per necessità richiamare all’ordine la colonia dall’altro lato dell’Atlantico.

Per fare ciò, lungi dal voler smantellare completamente quella che in buona parte rimane una loro creazione, gli USA hanno optato per la tradizionale strategia di potere del divide et impera. L’obiettivo non è disgregare l’UE ma semplicemente fare in modo che rimanga una mera e inconcludente istituzione tecnocratica sovranazionale, priva di una reale integrazione politica: ovvero, una colonia.

Le quattro Europe

Ad oggi, di fatto, si potrebbero contare almeno quattro Europe, o forse più:

1) L’area britannica, storicamente ostile a ogni forma di reale unificazione continentale, e oggi alle prese con la difficile trattativa per la Brexit che, con tutta probabilità, verrà affidata a Boris Johnson (uomo capace di mentire al mondo intero sul cosiddetto caso Skripal);

2) L’asse (più presunto che reale) franco-tedesco che rivendica le proprie prerogative sub-imperialiste ma che, a prescindere dal Trattato di Aquisgrana, difficilmente avrà un seguito concreto;

3) I Paesi dell’Est e del Gruppo di Visegrad: la periferia industriale della Germania il cui ruolo geopolitico (studiato per essi dagli USA) è da sempre quello di fare da cuscinetto per evitare qualsiasi condivisione di confini tra Mosca e Berlino (incubo reale delle moderne potenze talassocratiche);

4) L’area mediterranea, contraddistinta da una serie di Nazioni che svolgono alternativamente il ruolo di laboratorio politico (l’Italia) o di laboratorio economico-finanziario (la Grecia).

Queste fratture vengono ulteriormente acuite dalla quotidiana propaganda. I presunti sovranismi e populismi mostrano il loro vero volto nel momento stesso in cui si rivelano incapaci di elaborare una piattaforma unitaria contro l’élite tecnocratica, oppure quando, per fare ciò, fanno affidamento su agenti di Washington sul territorio europeo.

L’Italia

Il caso italiano, in questo senso, è emblematico. Il governo giallo-verde, appiattito (soprattutto nella sua componente leghista) sulla dottrina Trump, al momento ha soltanto subito gli effetti negativi di tale alleanza ineguale: mancata promessa sulla cabina di regia congiunta USA-Italia sulla crisi libica; dazi sui prodotti italiani; miliardi di commesse volati via con la brusca interruzione dei rapporti con l’Iran a causa delle sanzioni statunitensi.

Nonostante ciò, come nel caso della recente visita del ministro dell’Interno Matteo Salvini, continua a fare bella mostra del proprio servilismo nei confronti di Washington, nella speranza che la Casa Bianca difenda l’Italia da ciò che gli USA stessi hanno contribuito a creare.

L’Europa è destinata a rimanere ostaggio di uno scontro, presentato come lotta tra sovranismo e globalismo ma che, in realtà, non è altro che una sfida tra due modi diversi di intendere il globalismo e la globalizzazione.

Le nomine UE

Le nomine ai vertici delle istituzioni europee, in questo senso, hanno il mero obiettivo di ricercare un equilibrio tra queste due fazioni. I nomi indicati, da Christine Lagarde (nota per le mattanze in Grecia e Argentina in qualità di presidente del FMI) al vertice della BCE, a Ursula Von der Leyen (ex ministro della Difesa della Germania e convinta sostenitrice del golpe in Ucraina) alla presidenza della Commissione europea, rappresentano quella perfetta sintesi tra atlantismo e ordoliberismo “utile” per guidare l’attuale Europa a trazione tedesca in quella fase di transizione (si veda la decadenza di Angela Merkel) che la riporterà sotto diretto e totale controllo nordamericano.

Appare evidente che nulla cambierà anche per ciò che concerne la politica estera, con Josep Borrell (osteggiato da alcuni media israeliani per aver definito il primo ministro Benjamin Netanyahu come “bellicoso”) che cercherà timidamente di muoversi sulla falsa riga di Federica Mogherini, cercando di costruire limitati margini di autonomia.

Anche la speranza di normalizzazione dei rapporti con l’unico Stato dell’UE realmente sovrano, la Russia, è ridotta a un lumicino. Una frattura che ha dimezzato in pochi anni il volume degli scambi commerciali tra l’Oriente e l’Occidente europei.

Se è vero che gli USA non hanno alcun interesse a disgregare l’UE che loro stessi hanno contribuito a creare, e che il loro obiettivo reale è semplicemente la restaurazione di un controllo totale sull’Europa, è altrettanto vero che neanche la Russia, nonostante certa retorica atlantista e le speranze dell’ala russofila del sovranismo, ha il minimo interesse a smantellare l’UE.

Semmai, potrebbe avere interesse a fare in modo che quest’ultima agisca realmente come entità sovrana, e non come surrogato sub-imperialista di una potenza d’oltreoceano.

 

Daniele Perra

Trump e Kim: s’erano tanto armati

La regola aurea ha funzionato di nuovo: chi ha la deterrenza, ce l’ha vinta. La Repubblica Popolare Democratica di Corea, un paese da sempre considerato usurpatore e terrorista, finalmente ha avuto la sua legittimazione ufficiale per mezzo del vertice sull’isoletta di Sentosa, presso Singapore. Kim Jongun, giovane leader supremo, uomo vicino al popolo e cresciuto con il pallino per la pallacanestro, forse ora sogna di assomigliare ad un novello Deng Xiaoping, successore di Mao Zedong e traghettatore della Cina comunista verso il mondo del capitale globale. Cosa succederà nell’effettività? Questo solo le prossime settimane ce lo chiariranno, tuttavia Donald Trump, l’altro protagonista, ne esce sicuramente rafforzato, sia internamente che esternamente. Il POTUS, abbandonati i consueti tavoli occidentali – vedasi il caso G7 – preferisce vestire i panni del protettore della pace e degli equilibri orientali, incassando un successo geopolitico non indifferente. Trump mira ad un suo rafforzamento in oriente, in vista del nascente super blocco asiatico – Russia, Cina e le due Coree appunto –. Tutto passa dal giovanissimo “Rocket Man”, oramai riavvicinatosi al suo “corrispettivo” sudcoreano Moon Jae-in. I sogni di riunificazione stanno via via prendendo forma e molto del merito va proprio al presidente Moon.

Che significato ha dunque questo incontro? Sappiamo che il POTUS ha una incredibile dimestichezza e facilità nel relazionarsi, anziché con i grigi leader democratici occidentali, con gli uomini forti, dotati di caratteri sanguigni, diretti e talvolta, decisamente poco diplomatici. L’incontro è stato, a quanto riferiscono le fonti, un vero e proprio idillio. Fra sorrisi reciproci, pacche e sentiti contatti fisici, come due amici di vecchia data – solo due compagnoni così avrebbero potuto dirsene di santa ragione come è successo nelle settimane e nei mesi scorsi – i due capi di stato, si sono apprestati a scrivere in una sola mattinata, la prima pagina di un ampio capitolo destinato a rimanere nella storia. Al bando chi parla di una occidentalizzazione della Repubblica Popolare Democratica di Corea – nonostante la passione di Kim per gli hamburger – quella del leader supremo è più una lungimirante politica distensiva, atta in primo luogo a riallacciare il rapporto con Seul e in secondo, a farsi legittimare in toto come potenza nucleare – sotto l’occhio tutelare della Cina –. Kim Jong-un è divenuto uno statista a tutti gli effetti. Una doppia vittoria per entrambi. Trump è già stato invitato a luglio nella capitale Pyongyang e Kim ha accettato l’invito alla Casa Bianca.

Sia Trump che Kim dunque, escono fuori da questo faccia a faccia rassicurati e legati; uno al lunghissimo processo della denuclearizzazione, l’altro alla demilitarizzazione, alla cessazione delle esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud e all’allentamento delle sanzioni. Nonostante la fumosità del patto, appare chiaro ad ogni modo che i veri accordi politici non si fanno più fra i decadenti paesi dell’UE e dell’occidente atlantico, bensì fra quelli dello SCO – Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai – ove la Cina, assieme alla Russia, plasmano le sorti del terzo mondo e delle economie emergenti. Il tycoon a stelle e strisce è riuscito in una impresa che molti non si auguravano e neppure pensavano fosse possibile, divenendo un possibile candidato al Nobel per la pace. Questa azione diplomatica diventa così l’unica, interessante e ammirabile nota positiva di una presidenza che sta lasciando una vasta platea di vecchi sostenitori con l’amaro in bocca. L’uomo missile invece ha vinto la sua personale sfida col mondo, assumendo non solo una credibilità inedita – ma che noi altri gli abbiamo sempre riconosciuto – ma assurgendo a potenza mondiale e riabilitando, almeno a livello formale, un regime che dura oramai dalla fine del secondo conflitto mondiale. Che sia la fine della Juche? Nel dubbio, le sicurezze rimangono le solite: la storia politica vera la fanno gli uomini come loro, con buona pace dei Macron, degli Obama e dei Trudeau di turno.

 

Ascanio Modena Altieri

 

Donald Trump fa uscire gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima

Pochi giorni dopo il G7 di Taormina, durante il quale il presidente americano già si era mostrato evasivo circa lo scottante problema globale dell’inquinamento e dei preoccupanti cambiamenti climatici a esso connessi, Trump ha annunciato chiaramente di non voler più osservare la carta di regolamentazione che dal 2015 impegna la maggior parte dei paesi industrializzati nella ricerca di fonti energetiche più sostenibili.

Trump si confronta con il siciliano e i siciliani mentre cerca di arrivare al G7 di Taormina

Trump sta guidando con un auto in affitto per raggiungere il G7, ovviamente usa un tom tom russo, la voce si chiama Putin

Trump: Digita Naviga verso… : Ma dove lo facevano? Ah sì Taormina! – Andando si imbatte in due uomini pelati, uno più giovane, sopra i 40, uno molto più anziano

Si ferma e chiede indicazioni, pur avendo paura che possano essere dei profughi messicani, sia perché ha sentito che in Sicilia ne sbarcano parecchi, anche se non riesce a capire come facciano i messicani, pur di arrivare negli Stati Uniti, a prendere delle barche e cercare di passare dalla Sicilia, comunque rischia.

Trump: Dasvidania – saluta in russo, la sua lingua madre.
Montalbano: Eh, ma che minchia di lingua parlasse?
Trump: Are you mexicans? I’m Donald Trump, voi chi siete?
Montalbano: Montalbano.
Trump: No, non da dove venite – sapeva che in Italia molti paesi iniziano con Monte etc… – chi siete?
Montalbano: Pe o culo mi pgghi? Montalbano sono.
Trump: And you?
Andrea Camilleri: Camilleri.
Trump: So, Montalbano and Camilleri, sto cercando Taormina.
Montalbano: Qui sei a Vigata.
Trump: Ok, quanto dista dal muro col Messico questa Vigata?
Montalbano si gira verso Camilleri: Ma chistu è chillu che ce l’ha con il clima?

Camilleri: Chistu ce l’ha con tutti.
Trump: Oh – sbotta – stop boys, ti ho riconosciuto a te sai – dice rivolgendosi a Camilleri, e questi pensa che si riferisca ai suoi libri, al teatro etc… ma sopravvaluta Trump -Tu ti sei schierato con il comunista greco, Tsipras, I ricord – perché come i provinciali italiani credono che l’inglese si formi storpiando l’italiano, Trump crede che l’italiano abbia la struttura dell’inglese, anche se con parole diverse, quindi appunto ricordare è ricord.
Camilleri: Feci anche altro

Trump: Which altr?
Camilleri: Ho rivoluzionato in qualche modo sia l’italiano che il siciliano, rendendoli una cosa unica, il vigatese, parlato dal commissario Salvo Montalbano, il protagonista, dove non si distingue il dialetto dalla lingua nazionale, così da risultare al tempo stesso comprensibile ai non siciliani, ma familiare ai siciliani.
Trump era sconvolto, in Sicilia non usavano il messicano!
Camilleri: Comunque qui nei mie libri ci sono anche le cartine, tenga, si orienti. – gli passa il primo romanzo su Montalbano, La forma dell’acqua.
Trump ride: L’acqua non ha forma, ne era sicuro.
E’ una metafora, cioè le cose possono assumere la forma manipolata che si vuole, come fa lei con le sue politiche.

Trump: Yes metafora… Yo entiendo. – e li guarda sperando di fare bella figura con lo spagnolo.
Montalbano non ne può più: Sceeemo sei, ma pecchè non te ne andasti, eh?
Trump: Ok keep calm Montalban! – e sgomma via.

27 maggio 2017, G7 di Taormina

Gentiloni: Cosa studi Donald?
Trump chiude un libro che sta ripetendo ad alta voce: Spagnolo, così capisco cosa dicono gli immigrati che cercano di invadere il mio Paese.
Gentiloni: Posso vedere? – Trump gli passa La forma dell’acqua di Camilleri – Spagnolo?!
Trump: Yes, ho incontrat due immigrati messicani qui da voi.
Gentiloni: Messicani!?…

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